Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Blogger: AUG
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Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


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martedì, 06 maggio 2008

Lui dice di rappresentare anche me, lui…

 

“Potevo fare di quest’Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto”. (Mussolini 16 novembre 1922)  [i]
Perché oggi ho iniziato con questa citazione (completata nella nota) spero lo si capirà nel corso di questa mia angosciata pagina di diario; per il momento mi limito a dire che quando insegnavo leggevo sempre questo discorso con i miei studenti e il testo mi serviva sia a chiarire –per contrasto- il significato di democrazia parlamentare (troppo spesso denigrata dall’opposta ipotesi di un assemblearismo che troppi ritengono vox populi partecipante perché, per alcuni, si lega ad un sentimento morale che vorrebbe farsi legge in nome di se stesso) e in un secondo tempo mi serviva a chiarire il significato dell’aggettivo “sociale”nella dizione ufficiale di quella repubblica (appunto “sociale, italiana”) che di solito ricordiamo come Repubblica di Salò.
Ma torniamo ai nostri giorni.
Ho scritto più volte, anche recentemente (23 aprile), quanto io consideri pericolosa la Lega come termine di mediazione fra l’esercizio di un potere che si millanta estraneo alla violenza e la “buona” coscienza collettiva che ha da tempo dismesso un pensiero proprio in nome di un populismo che più becero è più fa presa.
Ieri sera mi sono sacrificata e, con carta e penna, ho affrontato gli abili squallori di Porta a Porta. Avevo sentito che nella registrazione pomeridiana della trasmissione c’erano state affermazioni sconcertanti dell’on. Fini, presidente della camera e volevo rendermi conto. Sono stata accontentata. Speravo di no.
Infatti l’abile, algido presidente ha definito i naziskin che hanno ammazzato un giovane a Verona “balordi che si richiamano all’ispirazione dei naziskin”, ha ricordato un disgustoso sconcertante episodio di crudele bullismo avvenuto a Viterbo (territorio non padano), ha richiamato “all’equità e alla serenità”, evidentemente perseguendo l’obiettivo di “depoliticizzare” le motivazioni di quello che ormai si sapeva essere l’assassinio di un giovane ammazzato a calci in testa. Sbaglio se sono convinta che il compimento di un’azione così “naturalmente” ripugnante richiede preparazione e forse allenamento?
L’abile regia di Vespa ha inserito di seguito l’intervista ad un magistrato il quale, attenendosi ai fatti sinora noti o almeno a quelli che tali si possono comprovare (com’è suo dovere professionale), si è rifiutato di prestarsi al gioco di una precipitosa e improvvida politicizzazione dell’assassinio e ha concluso parlando di “banalità della tragedia”. La citazione indicava a mio parere persona intelligente, lucida e competente nel suo discreto riferimento a Hanna Arendt.
Ma quanti lo avranno colto?
Subito dopo interveniva il giornalista Michele Brambilla (mi scuso ma non ricordo se editorialista o direttore de Il giornale) che parlava dei naziskin come portatori di “simboli e idee che la storia ha sconfitto” e, aggiungo io, che la non memoria della Lega Nord riaccende di nuovi, vincenti significati.
Precedentemente però il Presidente della camera aveva detto una cosa assai preoccupante: “Gravi i fatti di Verona, molto più gravi le contestazioni della sinistra radicale contro la fiera del libro”.
Ricordo che il primo maggio questi soggetti nella migliore delle ipotesi naif, contestatori della libertà di scegliere le proprie letture, per sottoporle al vaglio preventivo di una censura politica, avevano bruciato un paio di bandiere dello stato di Israele. Se l’on. Fini avesse voluto dare un fondamento pur vagamente ragionevole alla sua asserzione, avrebbe dovuto richiamare l’analogia con gli interventi nazisti in proposito (ne ha fatto memoria onorevole quando ha visitato lo Yad Vashem dove i bruciamenti dei testi sacri dell’ebraismo e di molto altro sono ampiamente illustrati?) e non lasciar trasparire un abile riferimento allo “stato offeso” (vuol riproporci lo strisciante concetto di sacralità dello stato)?
Comunque della faccenda boicottaggio della Fiera del libro ho scritto il 25 gennaio (“Un boicottaggio tutto nostro” e vi ho fatto riferimento il 27 e 28 dello stesso mese) e non ci torno su.
Chiedo invece se i promotori del boicottaggio ad Israele nella Fiera del Libro abbiano ragionato sul significato della politica e si siano chiesti se sia (mimando Carl Schmitt) la continuazione della violenza con altri mezzi o un tentativo di radicale alternativa ad ogni violenza.
Credo che non ci abbiano ragionato mai, con l’apporto attivo di movimenti sedicenti pacifisti,
Strillare in piazza è più facile e soddisfacente che pensare.
Fossero solo loro a pagare le conseguenze per il vuoto di pensiero che possiedono e moltiplicano!  Il guaio è che le paghiamo tutti.
augusta

 

[i] Chi volesse leggere il discorso per intero può trovarlo anche nel sito: http://www.roberto-crosio.net/DIDATTICA_IN_RETE/Mussolini_bivacco.htm
Nel sito http://www.anpi.it/cronol/1922.htm si trova invece una schematica cronologia degli avvenimenti del 1922

Ancora più interessante il sito web che riporta il discorso di Mussolini dopo il delitto Matteotti (3 gennaio 1925) quando Mussolini assunse i pieni poteri:
http://www.bloggers.it/schio/index.cfm?blogaction=permalink&id=41078598-93C8-3AA4-7171104A2F6430C6.

E’ chiaramente intitolato a
R.N.C.R. - R.S.I. - CONTINUITA' IDEALE  -  Federazione di Vicenza

 


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guerra conflitti e violenze, diari di augusta

mercoledì, 30 aprile 2008

A DOMANDA RISPONDO

 

La sorte del mio blog è abbastanza strana: ha un discreto numero di lettori, ma pochi intervengono con proposte, critiche … nei commenti.
Preferiscono telefonarmi. Alcuni mi hanno detto che critico senza proporre, riferendosi in particolare alle mie contestazioni (se verbali molto decise, lo ammetto) in merito alle recenti elezioni anche comunali e regionali.
E allora rispondo a un esplicito invito di offrire consigli a una ipotetica consigliera comunale. Non saranno consigli, ci mancherebbe che ne avesse bisogno … ma proposte che nascono dalla mia esperienza: 1975-83 in consiglio comunale e poi dieci anni in consiglio regionale.
Forse è un’esperienza troppo lontana per significare qualche cosa … ma così io rispondo alla sfida e chi legge senza essere interessato può ignorare il diario.
Vado per punti:

  1. E’ importante ricordare che l’eletto non è soggetto a vincolo di mandato: può agire anche indipendentemente dal gruppo d’appartenenza. Salvo casi eccezionali non lo ritengo opportuno, ma trovo indispensabile che una donna sia voce critica all’interno del suo gruppo di riferimento: proprio perché le regole dell’agire politico non sono “a misura di donna” cerchi di commisurarle, anche leggendo in profondità la sua storia di genere.
    Per me era un esercizio molto utile e molto faticoso.
  2.  Nel fare questo esercizio avevo focalizzato la storia di genere come storia del “senza voce” (ed avendo trascorso la mia adolescenza e la mia prima giovinezza nei turpi anni ’50 avevo ampia esperienza della negazione del diritto di parola). Quindi la mia prima decisione era stata quella di farmi voce di chi non ne aveva, non per pietismo ma per portare alla luce risorse represse e talvolta strangolate.
  3. Da parte mia trovavo necessario avere un riferimento certo, non nella mia singola persona e nelle mie scelte morali ma in un principio condiviso o almeno condivisibile. Anche se di questi tempi, nuovamente turpi, la moralità tende ad identificarsi con un atteggiamento uniforme, unico ed esclusivo, ad essere privilegiata su misura delle scelte del più forte, resta un fatto personale.
    Il riferimento deve essere riconoscibile da molti punti di vista: io avevo privilegiato l’articolo 11 della Costituzione, il cui significato può essere un filo conduttore di molte scelte diverse (per me almeno lo era) per prevenire, ad esempio, l’inutile conflittualità sociale (esiste anche quella utile, per dar voce a chi non ce l’ha).
    Oggi la conflittualità inutile e artatamente provocata trova nuova riconoscibilità nell’inimicizia proclamata ineliminabile, a partire dal –che disgusto!- rinnovato concetto di razza.
    Un altro principio per me ineludibile era il concetto di solidarietà politica (art. 2 Costituzione) che impegna a realizzare la solidarietà come scelta delle istituzioni e non delega all'agire del caritatevole privato oggi molto di moda che poco ha a che fare con lo spirito dell’art. 18 della Costituzione.
    Ciò non significa che le istituzioni non possano e debbano interagire con organizzazioni private, ma devono avere una propria linea di condotta che è anche strumento di valutazione del fare che non sia abbandono a singoli e gruppi, spesso –ohimè- garanti di voti di scambio (ne ho scritto anche il 17 aprile scorso).
  4. Lo stesso avviene per la cultura. In questi ultimi anni ho constatato squallori regionali (si veda ancora diario del 17 aprile) e tristi provincialismi comunali, dove l’assessora di competenza aveva come suoi evidenti referenti gruppi di persone, indubbiamente anche credibili, ma impermeabili ad ogni, pur tentato, confronto che temevano minasse la loro esclusività..
    E qui si apre altro spazio di chi voce non ha e dovrebbe invece essere messo in condizioni di averla. Penso in particolare ai giovani, cui non convengono certamente gli spazi dell’ufficialità e dell’ascolto di “valori” e significati d’altra generazione. Si cresce facendo esperienza e questa abbisogna anche di spazi propri: perché non assicurarli?
    A Udine la vicenda di un centro sociale chiuso perché lo spazio occupato dall’edificio serviva ad altro non è stata certo esaltante.
  5. E poiché parliamo di cultura sarebbe interessante promuovere non le nostre capacità di “donare” (il termine dono piace molto ad una delle più consolidate e considerate associazioni nel territorio) ma un confronto serio con la cultura dei migranti, a partire dalle esigenze fondamentali che la connettono al corso della vita, prima fra tutte la maternità.
    Io non so se interessi alle future componenti del consiglio comunale perché non ne ho sentito parlare. Spero di sì.
    Purtroppo ho notato che i migranti sono di regola considerati o soggetti di pia assistenza o fruitori delle nostre proposte, non protagonisti. Eppure il comune ha un ufficio che potrebbe, se consapevolmente orientato dall’assessore responsabile, essere un punto d’ascolto e un motore di proposte.
  6. E poi ci sono (ma ne è percepita la presenza?) i bambini.
    Udine possiede pochi spazi loro offerti in sicurezza e libertà. I piccoli campi che pur esistono sono affittati alla squadrette sportive iscritte e questa o quella organizzazione, dove si allevano le future glorie muscolari. Perché non chiedere spazi per il gioco libero?
    Ricordo che quand’ero in consiglio comunale avevo chiesto che non vi fossero tracciate (e men che meno a misura regolare) linee per un gioco che fosse a misura di gara: i bambini necessitano di gioco libero e il fatto che spesso non se ne interessino nemmeno i genitori non toglie loro questo diritto. Speravo così di disincentivare i luoghi del commercio muscolare delle varie squadrette. A questo punto mi permetto un consiglio: leggano le consigliere comunali, almeno loro!, la legge italiana che ratifica la Convenzione di New York sui diritti dei minori e ne pretendano il rispetto (LEGGE 27 maggio 1991 n. 176.
    - pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell'11 giugno 1991, n. 135). Durante la campagna elettorale non l’ho mai sentita citare, a nessun livello.
    Mi capita spesso di attraversare un parco pubblico, finora senza strane chiusure, dove parecchie signore passeggiano con i loro cagnolini e non ne raccolgono le feci. Ovviamente non è possibile che i bambini giochino fra cacche di varia misura ma, ove questo problema fosse risolto dalla buona inesistente educazione delle sullodate o da uno spazio sabbioso riservato allo scopo, è in corso di costruzione un monumento di pietra con scalini puntuti (adattissimi a spaccare al testa di chi vi inciampi) che dovrebbe onorare no so quale branca delle forze armate. I bambini non hanno il diritto di correre spensieratamente?
    Il richiamo agli ostacoli pone il problema generale delle barriere architettoniche: mi affido alla competenza delle consigliere in carica e future.
    Così mi rifaccio alla competenza delle consigliere per un’attenta vigilanza sui lavori che il comune appalta a che siano garantite le norme della sicurezza.
    Per ciò che riguarda i bambini si aprirebbero anche i problemi dei costi dei nidi, delle mense… ma non voglio dilungarmi troppo se non per segnalare che la Lega & suoi complici hanno più volte richiesto di discriminarli sulla base delle origini territoriali dei loro genitori nell’ingresso alle scuole materne (principio ignobile già raccolto dalla sindaca di Milano).
  7. Non mi soffermo sugli anziani di cui – a differenza dei bambini- ci si occupa o si dice di occuparsi. Credo sarebbe opportuna un’occhiata agli stabili che li ospitano se non vivono in famiglia, cominciando dalle norme edilizie ed igieniche che devono essere rispettate.

E due questioni per concludere.
So che alcune delle elette provengono dalla compagine che aveva sostenuto l’on. Bindi durante la campagna per le primarie. Ho molta stima della Bindi e, in quella circostanza avevo particolarmente apprezzato ciò che aveva detto sulla laicità dello stato. Imprudentemente credevo che i suoi/le sue sostenitrici fossero coerenti a quei principi … ma anche qui silenzio.
Eppure il problema della laicità pone questioni non piccole e ben note su cui non intervengo, sperando che intervenga presto chi di dovere..
Io mi soffermo solo su una questione piccola (apparentemente) ma che potrebbe essere un punto di partenza: perché non dare dignità alla celebrazione dei matrimoni civili? Ne ho visti celebrare in comune da un assessore che ostentava distacco e noia: Mi è sembrato indecente.
Infine una preghiera: non sottovalutate la mediazione culturale della Lega Nord. Ne ho scritto molte volte, le ultime il 23 aprile e 9 marzo.
Ora un esempio soltanto: Le oscene affermazioni di Bossi sui fucili non nascono da personaggi che hanno sparato, picchiato (e che ancora sono sulla scena) ma quella che molti considerano popolare bonarietà è il mezzo per rendere accettabile e digeribile l’uso delle armi (o comunque della violenza) per farsi giustizia da sé.
Mi accorgo di aver ripreso concetti di cui scrivo da anni, ma ho voluto rispondere ad una simpatica sfida. Avrei molto altro da dire. Ho già esagerato
Naturalmente si tratta di problemi che richiedono molta determinazione e che vanno affrontati con competenza e consapevolezza, uno alla volta o poco più. Io non ne ho tratto grandi risultati: parecchi esponenti del gruppo del Partito Comunista, per cui ero stata eletta, ne dimostravano scarsa consapevolezza (e non parliamo dell’allora maggioranza democristiana per appartenenza e cultura, nonché dei socialisti che si preparavano ad essere –anni dopo- craxiani…).
Spero che se le future consigliere saranno interessate anche ai diritti civili dei senza voce si trovino fra colleghi più consapevoli, competenti ed eticamente responsabili di molti di quelli che ho conosciuto io.

augusta

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donne, diari di augusta

mercoledì, 23 aprile 2008

NUOVA DISTRIBUZIONE DELLE RISORSE:

un sud (e anche due) non si nega a nessuno.

Da la stampa del 22 aprile.
Autore della citazione Giuliano ‘Nano’ Bignasca, leader della lega del Ticino.

Ognuno ha il suo sud. Da quando nel 2003 si sono aperte le frontiere, noi del Canton Ticino siamo stati sommersi dai frontalieri.
Il problema sono i romeni ma pure i comaschi che vengono qui a lavorare, non li controlla nessuno, si fanno pagare meno del dovuto, portano via il lavoro ai ticinesi e riportano in Italia valuta”.

 

 

CHI PUÒ SENTIRSI SICURO? Io no!

 

Pochi giorni prima delle elezioni l’allora candidato -oggi ministro almeno in pectore- Bossi faceva riferimento al ripetuto discorso del “prendere i fucili”: più generico del già sindaco di Treviso Gentilini, che per i suoi esercizi armati preferisce come vittime i cittadini non comunitari- sembrava disponibile a sparare a vista a chiunque gli desse fastidio o non condividesse il suo padan-pensiero.
Un po’ imbarazzato, il presidente del consiglio prossimo venturo dichiarò che il suo alleato “era malato”.
Forse qualcuno pensò che fosse un modo per sminuirne opportunisticamente la gravità delle dichiarazioni, altri forse pensarono ad umana pietà per una persona che il cav. Berlusconi riteneva sofferente.
La certa nomina del capo padano a ministro rende credibile solo la prima ipotesi: una considerazione opportunistica che a vittoria avvenuta non serve più.
I fucilieri ora vanno e stanno bene.
Io che sono sempre profondamente disgustata (ma anche inorridita per i danni che può provocare) dalla dottrina e dalla prassi della Lega Nord (che estendo naturalmente a chi con questa aggregazione si allea) non concordo assolutamente con la tesi di un’affermazione stravagante e da ritenersi momentanea.
E qui pesco nei miei ricordi, purtroppo precedenti la mia era del computer-archivio e quindi non registrati (ho dovuto gettare via via le carte che ingombravano troppo i miei spazi).
Nei primissimi anni ’90 riuscii a partecipare ad un incontro di presidenti delle regioni sul problema del federalismo. Ci furono relazioni di tre giuristi: uno di questi era il prof. Giancarlo Miglio, pensatore ufficiale della Lega Nord e ricordo bene che –con mio non condiviso orrore- il professore concluse la sua relazione proprio con la minaccia, se non vi fosse stata modifica del sistema della repubblica in senso federalista, di “prendere il fucile”.
Non ho mai capito perché i signori presidenti presenti all’incontro digerissero senza fatica e apparente disagio quell’affermazione terroristica. In un primo momento pensai (trattandosi di maschi anziani) alla consuetudine giovanile della caserma la cui volgarità piaceva a molti. Molti, pensavo allora. Me ne dovetti ricredere quando fui costretta a constatare l’indifferenza dei movimenti femministi per la presenza di donne nelle forze armate. E così aggiunsi le “molte”.
E ancor di più mi resi conto della pericolosa sottovalutazione della violenza leghista in occasione della “cartolina” anti rom (ne ho scritto il 18 marzo).
Per confermare l’ampiezza della sottovalutazione trascrivo una citazione da un editoriale del diffusissimo settimanale Famiglia Cristiana, come riportata da Repubblica il 22 c.m. “La Lega necessita di disintossicarsi dalle venature anticristiane, anche perché tanti cattolici l’hanno votata”.
Dal che si deduce che in un organo molto popolare del mondo cattolico l’esaltazione del conflitto armato (e di tante altre nefandezze) è da considerarsi “venatura”.
Mi sembra un perfetto sostegno alle posizioni del papa in carica che nel suo discorso all’assemblea dell’ONU non ha fatto riferimento né alla guerra in Iraq né alla pena di morte. (Chi volesse leggere tutto quel discorso vada a: http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2008/april/documents/hf_ben-xvi_spe_20080418_un-visit_it.html).
Per la pena di morte forse si tratta di un senso di coerenza dato che il catechismo della chiesa cattolica l’ammette (ne ho scritto molte volte, comunque il relativo articolo – n.2267- del catechismo si trova in www.vatican.va).
A tutela del mondo cattolico, ma non della sua gerarchia, riporto un breve stralcio dal comunicato stampa dell’organizzazione “Noi siamo chiesa”, scritto pochi giorni prima delle elezioni, anche se sono certa che ciò non impedirà le squallide generalizzazioni care a molti che dicono, senza distinuguo ma con acrimonia, “i cattolici”
”Nell’ambito di questo impegno senza reticenze od incertezze, noi, che ci battiamo per la riforma della Chiesa cattolica nella linea del Concilio Vaticano II, ci sentiamo tutti coinvolti - aldilà di differenti scelte elettorali - nelle questioni che riguardano la tutela del lavoro; la difesa del welfare; la promozione di azioni di pace capaci di mettere in discussione la deplorevole logica del riarmo e del ritorno all’uso della guerra; la modifica profonda dei rapporti tra Nord e Sud del mondo.
Ciò premesso, in quanto cattolici presenti nella nostra Chiesa di cui viviamo intensamente i problemi, siamo obbligati, nella concreta situazione italiana, a dire parole esplicite, forti e critiche per quanto riguarda la posizione delle autorità ecclesiastiche nei confronti della politica e delle istituzioni.”
(
www.noisiamochiesa.org  “Noi Siamo Chiesa” fa parte del movimento internazionale We Are Church-IMWAC, fondato a Roma nel 1996. Esso è impegnato nel rinnovamento della Chiesa Cattolica sulla base e nello spirito del Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965). IMWAC è presente in venti nazioni ed opera in collegamento con gli altri movimenti per la riforma della Chiesa cattolica).
E mentre, a moratoria finita, le esecuzioni di pene capitali sono immediatamente riprese anche negli Stati Uniti, attendiamo quel che accadrà.
Da parte nostra contribuiamo al macello con le morti sul lavoro…
augusta

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diari di augusta

giovedì, 17 aprile 2008

Nel precedente diario esprimevo tutta la mia difficoltà ad andare a votare. Dichiaravo però che ci sarei andata in ogni caso, anche se è folle che le aggregazioni –un tempo partiti- che gestiscono la vita politica continuino a ridurre molti di noi a proporsi come obiettivo solo quello di contenere i danni che Lega Nord e Berlusconi producono, perché altro non c’è per ben sperare.
A seguito del mio messaggio un simpatico e generoso lettore del mio blog mi scriveva “scarpe rotte e pur bisogna andar…”.
Lo ringrazio, ma domenica scorsa le mie scarpe si sono ancor più disintegrate e lunedì sera infatti venivo a conoscenza della scomparsa dei possibili calzolai.
Se poi si considera che in Friuli Venezia Giulia abbiamo avuto il pieno elettorale con ben cinque schede (oltre quelle nazionali avevamo le elezioni regionali, provinciali e – a Udine- anche comunali…) lascio a chi legge l’immaginazione dello stato d’animo del martedì.
Ora ci resta il ballottaggio per il sindaco di Udine, ma – a me – nemmeno questo suscita speranza alcuna: e vediamo perché.
Molti anni fa (era il 1983) elaborai una proposta di legge regionale “
Interventi regionali per la promozione di una cultura di pace e di cooperazione tra i popoli”.
Ci vollero tre anni di ricerca di alleanze, revisioni, contatti con i vari gruppi pacifisti finché, nel 1987, quella proposta divenne legge con il n. 15.
Certamente era indebolita nei contenuti dalle necessarie mediazioni che ne avevano garantito il voto, ma restò saldo l’impianto generale che riconosceva all’istituzione regionale un proprio ruolo –necessariamente limitato dalle competenze statutarie- nella promozione della pace. Ricordo benissimo l’allora presidente della giunta convinto che quel ruolo non competesse alla regione e sicuro di un rinvio da parte del governo. Era un vecchio democristiano molto rigido che però, a differenza di molti personaggi oggi di primo piano, parlava un corretto italiano, si documentava e conosceva le norme della buona educazione.
Il lavoro compiuto con pochi colleghi era stato così accurato e attento che rinvio non vi fu e nel corso dei tre anni trascorsi l’informazione – e su quella base la partecipazione- funzionò anche senza il supporto di una stampa locale irrimediabilmente irreggimentata (avevo tutte le disgrazie dalla mia: ero una donna in anni lontani, iscritta al partito comunista e dicevo ciò che pensavo, dopo aver pensato, naturalmente).
Ci tengo a sottolineare che la legge 15 non escludeva l’impegno di comuni, associazioni, scuole ecc. ecc., ma dentro un quadro di riferimento istituzionale certo.
Tre anni fa un allora assessore (che tale non sarà nella prossima giunta dato il disastro elettorale anche in regione) decise che ci voleva un'altra legge e attuò (o meglio fece attuare ad altra persona) una stravagante metodologia, probabilmente nelle sue intenzioni partecipativa, che a me ricordava però un cassonetto per la raccolta indifferenziata.

Il fiduciario raccolse a più riprese varie associazioni e chiese ciò che volevano; ne venne fuori un elenco di desideri d’interventi i più vari e più lontani da un impianto coordinato e attento alle funzioni istituzionali. In realtà coloro che rappresentavano i propri stati d’animo o desideravano legittimi contributi per la propria realtà associativa o confondevano la partecipazione con presenze gridate in piazza: nessuno si occupava della regione che evidentemente pensavano come erogatore di contributi cui avrebbero avuto diritto in nome della propria, dichiarata e autoreferenziale determinazione pacifista.
Il prodotto finale – elaborato dopo tre anni da un gruppo misto di consiglieri regionali- era un elenco dove tutto veniva deferito a privati, anche la valutazione dei progetti e dei risultati. Il progetto non fu discusso per la precipitosa chiusura del consiglio, ma il lavoro, svolto sulla base della evidente logica del voto di scambio, non pagò nemmeno la spregiudicatezza di chi cercò di giovarsene.
Un intervento che mi sconvolse durante una consultazione (non ho mai avuto risposta alle considerazioni che via via proponevo) faceva capo ad un docente dell’università di Udine che non si fece scrupolo di portare i complimenti e i ringraziamenti del Magnifico Rettore per il lavoro svolto, guardandosi bene dal proporre un qualsiasi miglioramento del testo che incredibilmente ammirava.
Io mi ostino a pensare che –a prescindere dalle specifiche competenze di ognuno- i docenti universitari (ivi compresi i magnifici) abbiano una cultura di base credibile e quindi mi è impossibile appoggiarmi ad una presunzione di buona fede, penso piuttosto ad un interesse per contributi finalizzati a una associazione per la pace sorta nell’ambito dell’università di Udine.
Non dubito della liceità dei contributi, ma resto sempre dolorosamente colpita dalla ricerca del guicciardiniano particulare e dall’indifferenza ai "
doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale". previsti dall’art. 2 della costituzione della Repubblica.
Ora questo signore, che a me è sembrato scambiare il suo consenso con prevedibili concrete risposte, è in ballottaggio per essere eletto sindaco della mia città.
Che fare?
Non nego che abbia vari meriti, ma quel consenso mi imbarazza e non mi basta il ruolo già rivestito da costui per superare il disagio.
Certo il signore in questione oggi può vantare una compagnia importante ma, a mio parere, più autoritaria che autorevole nell’esprimere opportunismo d’alto livello. Secondo quanto ho sentito a non so più quale telegiornale il papa nel suo primo discorso americano non ha parlato né di aborto (evidentemente a questo l’ispira l’aria italiana), né di pena di morte (e perché avrebbe dovuto dato che il catechismo della chiesa cattolica l’ammette?), né di guerra in Iraq (solidale con chi ha iniziato l’infinito massacro di un popolo, alla luce del divide et impera, su basi false?).
Ora sento la necessità di scrivere della Lega Nord (e poi di abbandonare – se ci riesco- questa tristissima attualità). Sarò fuori sede per qualche giorno, ma al mio ritorno provvederò, sempre a mia futura memoria.
augusta

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diari di augusta

mercoledì, 09 aprile 2008

 

              VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale   4  / 10  aprile n. 738  pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (28 ottobre 2001).

Dati aggiornati alle 16 del  2 aprile 2008

Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.

Palestinesi         5.177        

Israeliani          1.067        
Altre vittime         78         
Totale               6.322        

Internazionale  4  / 10  aprile n. 738  pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle  16 del 2 aprile 2008

Iracheni               82.625  /   90.149
Soldati statunitensi                4.012      
Soldati di altre nazionalità       309         


                         Vittime e distruttori d’altro tipo.

Anche la stampa italiana ne ha parlato, ma avevo letto la prima notizia sulla BBC.
Una ragazza argentina., rapita in carcere alla sua mamma durante il regime dei colonnelli e “adottata” da una coppia dei suoi rapitori, li ha denunciati e ha potuto ritrovare la nonna e il fratello (i genitori non ci sono più) attraverso la banca del DNA istituita dalle nonne di Piazza di maggio.
Queste “nonne” per assicurare un nucleo familiare ai nipoti nati in carcere (e in carcere rapiti per essere direttamente “adottati” o venduti) si sono dovute sostituire alla generazione dei figli e delle figlie in parte distrutta per allontanare i loro nipoti da chi li aveva fatti strumenti di un bisogno di impossessarsi di altri esseri umani.
Ne avevo incontrato una delegazione quando ero vicepresidente del consiglio regionale; ne ho riportato un ricordo indimenticabile e conservo con amore il fazzoletto bianco che le distingue e che mi hanno regalato allora.

…….         .e non manca il grottesco


Avevo deciso di non andare a votare: l’idea di dovermi asservire a scelte di gruppi che, fiduciosi nelle pigre abitudini degli italiani, ci impongono personaggi incredibili (ma dove li trovano? Ne hanno un deposito a domicilio?) mi ha fatto cambiare parere. Mi sembra che, esprimendo il mio voto, manterrò più forte il mio diritto di protesta.
E poi bisogna opporsi –in qualunque modo, ma per quante elezioni ancora? – a Berlusconi, Casini e Lega Nord ecc. ecc.
Purtroppo vengono fornite ogni giorno nuove ragioni di fastidio.
L’ultima volta ha provveduto al mio ineliminabile quotidiano disgusto Veltroni, responsabile dell’inserimento del gen. Del Vecchio nelle liste elettorali, in posizione irrimediabilmente vincente.
Il Del Vecchio aveva dichiarato (per questa volta evito le citazioni dato che ne ha parlato la stampa di ogni tendenza):
«Non sarei contrario alla creazione di case di piacere per i soldati impiegati nelle missioni all’estero  Non va criminalizzato il soldato che frequenta case di piacere controllate, con ragazze maggiorenni. Frequentarle rientra nelle libere decisioni della persona. Capisco perfettamente le esigenze dei ragazzi proprio perché sono un uomo che ha vissuto per 43 anni la vita militare». In precedenza aveva dichiarato di non ritenere i gay adatti alla vita militare e, contemporaneamente, si era dichiarato  favorevole alle quote rosa nell’esercito».
Ne possiamo dedurre che il generale era (è ancora?) frequentatore di casini e che – secondo le antiche, storiche abitudini di ogni esercito - usa dell’arma consueta dello stupro; nel caso suo –uomo d’ordine – lo preferisce organizzato.
Parla di
libere scelte di ragazze maggiorenni, il generale naif. Evidentemente non ha mai sentito parlare di libertà dal bisogno.
E se alle auspicate soldatesse pungesse vaghezza di sesso a pagamento che farebbe la disinibita creatura? Che cosa le impongono le pari opportunità generale Del Vecchio?
Il Veltroni si è detto indignato delle dichiarazioni ma non gli ha chiesto di levarsi dai piedi: i sodali del Del Vecchio – privati dei loro bellici piaceri – potrebbero cambiare idea sul loro voto.
E tanto interessa di questi tempi.
augusta

Nota: chi volesse informazioni su usi e costumi degli eserciti patri può verificare qualche notizia nella rassegna “antica babilonia” (voce presente nelle categorie).

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rassegnastampa, vittime di guerra, guerra conflitti e violenze, antica babilonia

venerdì, 28 marzo 2008

FRA VIOLENZA, IGNORANZA E (FORSE) MALAFEDE


Purtroppo i tristi atteggiamenti che ho indicato nel titolo spesso impediscono anche di concedersi il conforto di una risata liberatoria.
Non ricordo se fosse il giorno di Pasqua (o uno dei due precedenti) e, mentre Rai1 riempiva il palinsesto di prima serata con cerimonie papali, ItaliaUno pensava bene di trasmettere un film connesso all’evento e finiva per scegliere “Le crociate”.
La mia prima reazione fu una sghignazzata: non mi sembrava che la Pasqua fosse l’occasione per ricordare un manipolo di bravi ragazzi ferrati che scesero dall’Europa all’oriente mediterraneo per invadere terre altrui e riprendersele.
Il pretesto “Terra santa” li portò a Gerusalemme solo nel primo tentativo, cui si erano preparati e allenati strada facendo massacrando comunità ebraiche, ma la risata mi si strozzò in gola a seguito di un’autocensura impostasi per vari motivi.
Per ora n’elenco due
.

Primo motivo di autocensura


Le ragioni sono ampiamente e correttamente elencate nel documento che segue e non le ripeto:
Il fatto che un gruppo di cattolici competenti (e memori di quel che fu il Concilio vaticano II) lo abbia proposto alla firma è un gran conforto.

A proposito della “preghiera per gli ebrei”
Con il motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, Papa Benedetto XVI reintroduce la possibilità di utilizzare la formula liturgica pre-conciliare, in lingua latina, per la celebrazione eucaristica. A seguito di tale provvedimento, lo scorso 6 febbraio – nella ricorrenza del mercoledì delle ceneri – il Pontefice modifica la preghiera per gli ebrei del Venerdì Santo contenuta nel Missale Romanum anteriore al Concilio Vaticano II, sostituendo il riferimento al «popolo accecato [che deve essere] strappato dalle tenebre» con l’espressione «Preghiamo per gli Ebrei. Il Signore Dio Nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini». La disposizione del Papa è contenuta in una nota della Segreteria di Stato della Santa Sede.
Tale modifica giustifica di fatto una preghiera liturgica alternativa e contrapposta a quella vigente, e che a nostro parere è in contrasto con i testi conciliari Dignitatis humanae, sulla libertà religiosa, e Nostra aetate, sul rapporto fra la Chiesa cattolica e le altre religioni, in cui si afferma che «gli ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento. […] gli ebrei non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura» (Nostra aetate, 4).
Il provvedimento inoltre sembra contraddire palesemente il magistero precedente, poiché si contrappone a quanto affermato negli Orientamenti e suggerimenti per l’applicazione della dichiarazione conciliare Nostra aetate, 4 (1975), che al punto I afferma: «condizione del dialogo è il rispetto dell’altro, così come esso è, e soprattutto il rispetto della sua fede e delle sue convinzioni religiose. […] La Chiesa, per la sua stessa natura, deve annunciare Gesù Cristo al mondo. Per evitare che questa testimonianza resa a Gesù Cristo appaia agli ebrei come una violenza, i cattolici dovranno aver cura di vivere e di annunciare la loro fede nel più rigoroso rispetto della libertà religiosa».
La preghiera del Venerdì Santo, nella versione post-conciliare, esprime suppliche indirizzate alla salvezza di tutti gli uomini: nel caso specifico degli ebrei, questo significa pregare perché il Signore «li aiuti a progredire sempre nell’amore del Suo Nome e nella fedeltà alla Sua Alleanza». Si prega affinché tutti seguano lo Spirito nella via che è loro data e che, per Israele, non può che essere la fedeltà all’Alleanza mai revocata (cfr. Rm 11). Poiché, inoltre, il Venerdì Santo è il giorno in relazione al quale è stata rivolta al popolo ebraico l’accusa di deicidio – accusa infondata, ma foriera di abissi di orrore – ritoccare il cambiamento introdotto dal Concilio Vaticano II appare un regresso, pericolosamente prossimo alla teologia della sostituzione di Israele e capace di evocare gli antichi tentativi di conversione. Posizione, questa, che ci pare da respingere in base alla stretta ortodossia cristiana e ad una corretta prospettiva escatologica.
Non possiamo che manifestare il nostro rammarico per una scelta che mette a serio rischio più di quaranta anni di dialogo, in quanto qualunque cosa possa far pensare a un tentativo di conversione è inconciliabile con il riconoscimento ed il rispetto della verità nella fede dell’altro.
Bartolini Elena Lea – Docente di Giudaismo – Centro Studi del Vicino Oriente di Milano
Bartolomei Maria Cristina – Docente di Filosofia Morale e Teologa – Università di Milano
De Benedetti Paolo – Docente di Giudaismo – Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale
Milani Claudia – Dottoranda di Ricerca – Università di Chieti
Perani Mauro – Docente di Ebraico – Università di Bologna, Presidente della European Association for Jewish Studies

Chi desiderasse aderire, può comunicarlo al seguente indirizzo e-mail: elenalea@alice.it, ossia Elena Lea Bartolini che scrive:
Vi inviamo in allegato l’aggiornamento delle firme di adesione al documento relativo alle “preghiera per gli ebrei” che ha raggiunto poco fa quota 501.
Vi ricordiamo che il documento è presente sui seguenti siti, che ringraziamo a nome di tutti per l’ospitalità:
www.ildialogo.org     
www.mauropesce.net    www.noisiamochiesa.org


Inoltre il documento compare anche sulla versione on-line di MicroMega visitabile al seguente indirizzo:
http://temi.repubblica.it/micromega-online/a-proposito-della-preghiera-per-gli-ebrei-un-appello/ì

 

Secondo motivo di autocensura

Ci sono notizie che è impossibile ignorare per scelte (altrui) di bombardamento mediatico. Una di queste è il battesimo del Vicedirettore del Corriere della sera che ha scelto il cristianesimo, optando –la notte di Pasqua- per un battesimo in S: Pietro, papa celebrante, compiacente e soddisfatto (è lecito supporlo) quanto lo fu per il passaggio dall’anglicanesimo al cattolicesimo dell’ex Primo Ministro inglese Tony Blair. A Tony Blair nessuno (e io insisto nel trovare questo silenzio vergognoso) nella curia vaticana rimproverò l’alleanza con Bush nello scatenare la guerra in Iraq, mentre dichiarazioni di Magdi Allam, tanto grossolane quanto violente, hanno determinato la pubblica reazione del Vaticano.
Il giornalista, nello spiegare la sua conversione al cristianesimo,
aveva definito l'Islam ”fisiologicamente violento" e "storicamente conflittuale" e -leggo su Repubblica on line del 27 marzo- “il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, ha spiegato oggi  <…> che ‘accogliere nella Chiesa un nuovo credente non significa evidentemente sposarne tutte le idee e le posizioni. Magdi Allam - ha aggiunto Padre Lomabrdi - ha il diritto ad esprimere le proprie idee, che rimangono idee personali, senza evidentemente diventare in alcun modo espressione ufficiale delle posizioni del Papa o della Santa Sede’.
Il portavoce della Santa Sede dovrebbe spiegarci perché mai non è stata necessaria le stessa presa di distanza a proposito di Tony Blair. Domanda indiretta del tutto retorica: non lo farà mai.
Eppure le voci delle chiese cristiane mediorientali si sono levate alte e forti (ed evidentemente meno significative dei pubblici comportamenti del vicedirettore del Corriere della sera) contro la guerra in Iraq.
Chi ne volesse qualche esempio, che ho avuto al fortuna di ascoltare direttamente, può andare ai diari del mio viaggio in Siria (clic su ‘viaggioconfronti07’ e appariranno tutti i diari di seguito).
augusta

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domenica, 23 marzo 2008

Errata corrige
Nel precedente diario ho identificato il 20 marzo come giornata del rapimento Moro: era invece il 16.

Inserisco una notizia che spero dia frutti positivi …

Dal Corriere della sera on line   23 marzo 2008
Hamas-Fatah: accordo per ripresa colloqui
Le due principali fazioni palestinesi hanno siglato una bozza di riconciliazione

SANA'A (Yemen) - Accordo raggiunto tra i palestinesi di Hamas (che controlla Gaza) e Fatah (dominante in Cisgiordania). Le due principali fazioni palestinesi hanno infatti siglato un accordo di riconciliazione a Sana'a, capitale dello Yemen, impegnandosi dopo mesi di ostilità a riprendere i colloqui.
«UNITÀ DEL POPOLO» - «Noi, in rappresentanza di Fatah e Hamas, riconosciamo l'iniziativa yemenita come l'intelaiatura sulla base della quale riprendere il dialogo tra i due movimenti per far tornare la situazione palestinese a quella che era prima degli incidenti di Gaza», si legge nel documento firmato da Moussa Abu Marzouk per Hamas e da Azzam al-Ahmed per Fatah. Nella dichiarazione si ribadisce anche «l'unità del popolo, del territorio e dell'autorità palestinese». I colloqui, avviati la settimana scorsa dal presidente yemenita Ali Abdullah Saleh, sono stati più volte sul punto di fallire. Saleh chiedeva alle parti di accettare di tornare al tavolo dei colloqui dall'inizio di aprile, ma il controllo di Gaza era uno dei nodi più difficili da sciogliere. Fatah chiedeva ad Hamas di rinunciare al controllo della Striscia e Hamas voleva che Fatah liberasse gli esponenti arrestati in Cisgiordania. Il piano yemenita prevede anche elezioni, la creazione di un nuovo governo di unità nazionale e la riforma delle forze di sicurezza.

E alla (speriamo) buona notizia precedente unisco il ricordo di un lontano 23 marzo che nell’approssimarsi delle elezioni mi sembra più attuale che mai.
Mi diranno esagerata: sarò più esplicita nei prossimi giorni.
Intanto spero che l’articolo che segue venga letto                augusta

da Il sole 24ore 23 marzo

Settantacinque anni fa i pieni poteri a Hitler: così una democrazia elesse un dittatore   di Nino Gorio

Il 23 marzo 1933 un voto quasi unanime del Parlamento consegnò Berlino nelle mani del leader nazista. Che poi in soli tre mesi abolì partiti e sindacati, epurò l'apparato statale da oppositori ed ebrei e aprì il suo primo lager a Dachau. Dettaglio sorprendente, il dittatore più feroce del ‘900 aveva un largo appoggio popolare

"La Repubblica era morta: un ometto, uno straniero semianalfabeta, seguito da un terzo del Paese, ne era stato il becchino numero uno". L'epitaffio, firmato da Eugene Davidson, storico californiano del nazismo, si riferisce a una data precisa: 23 marzo 1933, esattamente tre quarti di secolo fa. La repubblica in oggetto è quella tedesca, il "becchino" è ovviamente Adolf Hitler, che in quel giorno di primavera assunse i pieni poteri, inaugurando la dittatura che doveva portare alla seconda guerra mondiale e allo sterminio di milioni di ebrei.
A ripensarci oggi vengono i brividi, ma i giornali tedeschi salutarono l'evento con applausi praticamente univoci: anche perché la libertà di stampa era già sospesa e quindi l'entusiasmo era forzato. Meno univoco, ma di poco, fu il Parlamento, dove solo la Spd (socialista) votò contro: i comunisti della Kpd erano assenti dall'aula e tutti gli altri deputati sottoscrissero il decreto che consegnava senza condizioni il Paese a Hitler e al suo partito, la Nsdap. La Germania nazista nacque così, con un parto quasi indolore e con molte levatrici.
Va detto che la scadenza del "compleanno" non è accettata da tutti, perché in realtà nei primi mesi del 1933 la Nsdap prese il potere a tappe. Così c'è chi fissa la svolta il 30 gennaio, quando l'"ometto straniero" (Hitler era nato a Braunau, Austria) fu nominato cancelliere. Chi il 28 febbraio, quando fu varato il "Decreto per la difesa del popolo e dello Stato", prima legge liberticida del nuovo premier. Chi il 5 marzo, quando le elezioni politiche assegnarono a nazisti e loro alleati 340 seggi parlamentari su 647, confermando Hitler al governo.
Ma la data-chiave fu proprio il 23 marzo. Prima di allora, infatti, i nazisti erano entrati nella stanza dei bottoni passando bene o male sui binari previsti dalla Costituzione democratica della Repubblica di Weimar, in vigore dal 1919. Hitler non era ancora "führer" (titolo creato ad personam solo nel 1934) ma "reichskanzler", come i capi dei governi precedenti. "Persino i pieni poteri erano previsti, come norma di emergenza, dalla Costituzione" sottolinea il politologo Giorgio Galli, traduttore italiano del "Mein Kampf", il "vangelo" di Hitler.
Dopo il 23 marzo, invece, tutto cambiò. Infatti, Costituzione alla mano, i pieni poteri potevano durare quattro anni al massimo, mentre Hitler li prese come un incarico senza scadenza, che poi si tenne fino alla morte, nel 1945. E da subito usò l'investitura ricevuta dal Parlamento per far piazza pulita della repubblica parlamentare che avrebbe dovuto guidare. Fin dalle prime settimane del nuovo corso, ne fecero le spese tutti i bersagli designati: partiti, sindacati, autonomie locali, attività economiche ebraiche, burocrati fuori linea.
Questo processo di nazificazione si dipanò con una rapidità impressionante. A fine marzo una fabbrica a 20 km da Monaco fu riciclata nel primo campo di concentramento della Germania hitleriana (Dachau). Il 7 aprile un diktat-purga allontanò dall'apparato statale funzionari ebrei o politicamente sospetti. Il 2 maggio finirono fuorilegge tutti i sindacati tranne il Daf (nazista). Il 22 giugno toccò lo stessa sorte alla Spd, i cui beni furono confiscati; poi tutti gli altri partiti furono costretti a sciogliersi, facendo confluire i loro deputati nella Nsdap.
Insomma: in tre mesi la Germania fu rivoltata come un calzino. E l'operazione si completò entro altri sette con l'abolizione dei Länder, i governi regionali in cui articolava la struttura federale della repubblica. Ancor più stupefacente della rapidità d'azione dei nazisti fu però il consenso (quanto meno passivo) che la facilitò: se a marzo la Nsdap aveva raccolto il 43,9% dei voti, un referendum sulla politica di Hitler, indetto a mo' di test in novembre, registrò il 92,2% di sì. Risultato truccato? Forse, ma è difficile pensare a 9 voti falsi su 10.
La verità era probabilmente un'altra. L'asso nella manica dei nazisti era Joseph Goebbels, un giornalista renano, fanatico ma colto (tanto da essere soprannominato "Herr Doktor"), che già da marzo era diventato ministro per l'"Informazione, propaganda ed educazione popolare". Spregiudicato e intelligente, Herr Doktor aveva inventato tecniche inedite di comunicazione, basate sulla ripetizione ossessiva di notizie false o di slogan a effetto, che alla lunga venivano "digeriti" e fatti propri da chi li ascoltava come se fossero oro colato.
Oggi quelle tecniche non stupiscono più: dopo la guerra furono fatte proprie sia dalla propaganda politica sovietica che da quella americana e tuttora sono alla base di gran parte della pubblicità commerciale. Senza forzare più di tanto, si può dire che Goebbels fu l'inventore dei moderni spot televisivi, anche se all'epoca il ruolo della tv l'aveva la radio. E, sentendosi dire da mattina a sera via etere che la Germania aveva "un avvenire radioso" e che all'origine di tutti i problemi c'erano gli ebrei, i tedeschi finirono per crederci.
Del resto, la testa di Goebbels aveva cominciato a manipolare le altre già prima che Herr Doktor diventasse ministro. Con un mese di anticipo sui pieni poteri a Hitler, il 27 febbraio a Berlino era andato a fuoco il Reichstag e la propaganda nazista aveva pilotato l'opinione pubblica fino a far credere che l'incendio fosse opera di un "complotto bolscevico" orchestrato da tre deputati comunisti bulgari, con la complicità di una rete tedesca. Appunto sfruttando il caso Reichstag, Hitler era stato portato in carrozza alla svolta del 23 marzo.
Di vero c'era solo che uno psicopatico olandese di simpatie comuniste, Marinus van der Lubbe, era stato preso mentre vagava seminudo e fuori di testa intorno al Reichstag. Ma tanto era bastato al governo Hitler per far arrestare 4mila oppositori e intellettuali. A giudizio erano poi finite solo 4 persone, di cui tre assolte al processo. Ma grazie a Goebbels i tedeschi avevano continuato a credere alla prima versione. E il 23 marzo avevano applaudito a una repubblica che si suicidava, eleggendo democraticamente un feroce dittatore.

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giovedì, 20 marzo 2008

QUEI  MALEDETTI  20  MARZO

 

Riporto più sotto due articoli riguardanti l’invasione dell’Iraq, in quella maledetta notte di cinque anni fa in cui Bush dettò legge al mondo.
Certamente il vecchio presidente agli sgoccioli (ma chi gli succederà è meglio di lui?) non è l’unica fonte di violenza in atto.
Fra le tante cito il Tibet e mi pongo (per ora) due domande:
perché il papa non volle ricevere il Dalai Lama recentemente in visita in Italia?
E ancora: perché la proposta di non violenza del Dalai Lama non è accolta con l’attenzione che  potrebbe meritare (uso il condizionale perché purtroppo dalle notizie che girano non ho capito quasi nulla e vorrei saperne di più)?
Chi volesse comunque leggere qualche cosa di mio sull’opinione di chiese cristiane d’oriente sull’invasione dell’Iraq e l’assassinio di Saddam vada al diario del mio viaggio in Siria (clic sulla categoria “viaggio Confronti 07”)
Infine un altro ricordo del 20 marzo di trent’anni fa: il rapimento Moro, l’immediato massacro della scorta, il suo assassinio in maggio. La figlia ha giustamente invitato gli assassini, che perdona, a parlare. A mio parere però dovrebbero essere invitati a parlare anche i politici di allora, a cominciare dal gladiatore Cossiga e dallo statunitense Kissinger …e via via ascendendo e discendendo.
Quali giochi si fecero sulla pelle del presidente della DC?
Naturalmente non posso rispondere io, ma - come tanti fanno in questi giorni - voglio ricostruire la mia collocazione. Al momento della notizia del rapimento dov'ero e cosa facevo?
Ero a scuola, insegnavo in un liceo e la notizia giunse in classe all’interno di un’altra, come in una matrioska informativa. Era stato indetto lo sciopero generale: potevamo uscire.
Ne restai inorridita. Anche se c’erano ragazzi grandi (che avevano in ogni modo diritto ad aver paura), c’erano pure minorenni e nessuno sapeva cosa stesse succedendo. Un colpo di stato?
Subito dopo il pensiero per i miei tre figli: erano ragazzini, sapevo che sarebbero stati sbattuti irresponsabilmente fuori scuola (non ho mai perdonato quell’indiscriminata decisione sindacale né mai la perdonerò: si possono lasciare le banche, i grandi magazzini, le boutiques .. ma non si possono abbandonare i ragazzi). Riuscii ad accertarmi che sarebbero stati accolti a casa dal loro papà e decisi di occuparmi degli studenti. M’infilai in un’aula vuota e assicurai i presenti che pur scioperando (non firmai il registro) ritenevo mio dovere assicurare loro un appoggio finché non avessero liberamente deciso di andarsene.
Erano presenti molti miei studenti e si aggiunsero anche altri, di classi dove non insegnavo. Non so se altri colleghi avessero preso la stessa decisione. So che molti uscirono.
I ragazzi più tardi, decisamente più tardi, se ne andarono, rassicurati anche dall’arrivo di alcuni genitori (tempi tragici che però non conoscevano ancora la schiavitù di quel guinzaglio che è il cellulare!).
Per tre ore discutemmo di politica e non violenza, anzi di politica come antidoto alla violenza.
Non ha mai potuto valutare quella mia scelta, per cui non ebbi alcun confronto, né al sindacato né con colleghi, fino a pochi anni fa quando a teatro mi avvicinò una signora e mi disse di essere stata una delle ospiti dell’aula che avevo occupato come unica offerta a una sicurezza dei ragazzi che mi sembrava –in quel momento- preferibile alla strada. Voleva approfittare dell’incontro casuale per dirmi il suo apprezzamento per una mattinata che non aveva dimenticato e ringraziarmi.
Aveva ragione lei? Non lo so, ma mi fece piacere.
augusta

 

Il Manifesto 19 marzo_ Il mondo scorso, cinque anni fa      Roberto Zanini

 

Domani sono cinque anni. Era il 20 marzo del 2003 e i primi missili salparono dalle navi al largo del Golfo Persico diretti su Baghdad. Avvertiti per tempo, pochi direttori di giornali statunitensi si piazzarono davanti alla tv per non perdersi i primi lampi verdi nella notte di Baghdad e all'Hotel Palestine i reporter cominciarono a strillare nei microfoni. Quella notte un missile più grosso degli altri sventrò il palazzo che una spiata aveva indicato come il covo di Saddam, non era vero e la guerra continuò per un altro pugno di settimane, i figli del dittatore cacciati come bestie, macellati ed esposti come trofeo di caccia, il dittatore stesso stanato dal suo buco, rasato ed impiccato davanti a un telefonino con telecamera. «Major combat is over», Bush lo annunciò in maggio su una portaerei con più cineprese che cannoni. Non era vero nemmeno quello ma a chi importava? L'Iraq era stato vinto in un attimo, senza alcun onore - se mai ve n'è in una guerra - i bombardieri americani spianavano la strada alla fanteria americana che spianava la strada alle salmerie della ricostruzione, la stampa occidentale scherniva i fantaccini iracheni che si arrendevano in massa mentre Halliburton e soci firmavano contratti che avrebbero arricchito alcuni e mandato altri in galera per truffa. Lo stato canaglia moriva sepolto di missili e bugie. Intanto il mondo cambiava. Il primo a sparire fu il principio che gli stati si riconoscono tra loro e tra loro si possono difendere ma non aggredire. Era il trattato di Westfalia, datava tre secoli e mezzo, bruciò come carta vecchia. Morì anche l'Onu ma non se ne accorse e oggi si ostina ad esistere in un palazzo di vetro a New York ma non più nelle coscienze di un pianeta mutato. A che serve una legge sovranazionale se funziona benissimo la legge del più forte? Dotata delle moderne protesi tecnologiche, la superpotenza mondiale rimasta ha sancito l'eversione dalla struttura legale che governava il mondo e ha fatto della soggezione dell'altro la leva e il motore di una nuova storia. La seconda superpotenza mondiale, come il New York Times battezzò l'opinione pubblica in quelle giornate di cinque anni fa, non tardò a liquefarsi come l'illusione generosa che era. I dettagli rimasti, come il divieto di torturare i nemici, vennero sepolti ad Abu Ghraib. In Italia la sinistra di governo ha avuto in una guerra, quella per il Kosovo, uno dei suoi atti fondativi: sradicata nei punti cardinali, disseccata nei molti vegetali a cui la sua toponomastica si è riferita negli anni, ha continuato per quella strada. La sinistra cosiddetta radicale ha avuto nella guerra la prima forca caudina davanti alla quale piegarsi per fedeltà di coalizione, avviando la crisi in cui oggi si dibatte. Messi insieme i partiti arcobaleno valgono il 13% ma pregano per l'8% e qualcosa vorrà dire. Sì, il governo Prodi si è ritirato dall'Iraq, ma quando ormai lo prometteva anche Berlusconi. E in questa campagna elettorale della guerra non si fa minuziosamente parola, è cosa remota. Molto remota. Domani sono cinque anni.

 

 

Avvenire 19 marzo

IRAQ, CINQUE ANNI DOPO QUEL TRAGICO RRORE DI VALUTAZIONE
Andrea Lavazza
 
A cinque anni dall’inizio della guerra in Iraq, esistono molte prospettive dalle quali valutare le decisioni e gli eventi che si sono susseguiti dal 19 marzo 2003 a oggi. Si può dire che un pericoloso e sanguina­rio dittatore come Saddam Hussein non è più al potere. Ma si può anche far notare che l’indice di libertà politica del Paese è anco­ra uguale a quello della Palestina di Hamas e inferiore a quello del Marocco, e che l’in­dice di libertà di stampa, malgrado la ca­duta della censura e l’esplosione di nuove testate, colloca Baghdad al 157esimo po­sto nel mondo.
  Sono leggermente cresciuti il reddito pro­capite e il tasso di scolarizzazione, ma dei 34mila medici attivi prima del conflitto la metà ha lasciato il Paese e alcune altre cen­tinaia sono state rapite e uccise, mentre la Croce Rossa due giorni fa ha denunciato il collasso della sanità. Gli sciiti, gruppo mag­gioritario e a lungo discriminato dal rais, hanno riconquistato di fatto il potere ai danni degli ex padroni sunniti, ma la paci­ficazione del Paese rimane ancora lontana. La situazione interna non è catastrofica co­me la dipingono i detrattori per partito pre­so della Casa Bianca, ma gli oltre centomi­la morti tra i civili (le stime sono varie), le quattromila vittime americane, le migliaia di altri combattenti uccisi, i quasi mille miliardi di dollari in­vestiti nella guerra e i danni collaterali a e­difici e infrastrutture non sembrano giu­stificabili alla luce di nessuno degli obiet­tivi via via proposti per l’avventura ira­chena. Non le armi di distruzione di massa, che non sono mai state trovate (fossero o meno in buona fe­de gli indizi della loro presenza avanzati dall’Amministrazione Bush). Non il regime change, il mutamento di governo, che do­po un quinquennio non ha prodotto i ri­sultati attesi, con il rischio ancora aperto di partizione etnica del Paese (senza con­tare la diaspora e la persecuzione dei cri­stiani), nonché di instabilità permanente, anche sotto la pressione di al-Qaeda. Non la democrazia in Medio Oriente, dato che dallo sbarco delle truppe Usa sono peggio­rate le speranze di pace tra israeliani e pa­lestinesi e la situazione in Libano è andata deteriorandosi. Non gli approvvigiona­menti petroliferi, come possono constata­re gli stessi automobilisti americani, che dal 2003 a oggi hanno visto raddoppiare il prezzo del carburante, e tutti i consumato­ri mondiali.
  Ma non reggono nemmeno le dietrologie di chi vedeva nella scelta di invadere il Paese dei due fiumi qualche inconfessabile inte­resse della superpotenza o del suo presi­dente o del suo entourage. Nessuno pare a­verci guadagnato alcunché. Anche Wa­shington è sull’orlo della recessione, si tro­va a essere molto meno amata sul fronte internazionale, ha pericolosamente impe­gnata una quota importante del proprio di­spositivo bellico. E ha trascurato l’Afghani­stan dove il terrorismo potrebbe ricostitui­re i propri santuari, dai quali i kamikaze partirono per colpire New York nel 2001.
  Qualcuno potrebbe dire che è stata una 'lezione preventiva' per altri despoti. E che alla lunga la cultura e le istituzioni li­berali attecchiranno. Non lo si può esclu­dere. Forse, semplicemente, si è trattato di un grande, tragico errore di valutazione e, soprattutto, di una pessima conduzione dell’immediato dopoguerra nella prima­vera del 2003.
  Fatto il danno, bisogna almeno ricostruire. Decine di nazioni e le istituzioni interna­zionali hanno annunciato aiuti per 18 mi­liardi di dollari, si sono impegnati per 3,5 e ne hanno versati 1,5 al luglio 2007 (l’Italia risulta ferma all’inezia di 5 milioni). La coa­lizione che abbatté il regime era ampia, suc­cessivamente la missione di stabilizzazio­ne ha avuto le insegne dell’Onu. Motivi u­manitari e geostrategici imporrebbero ora una maggiore cooperazione. Per chiudere un capitolo e ridare speranza a un popolo.

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martedì, 18 marzo 2008

Votiamo donna ??!!!

 

E’ un mio automatismo provare interesse, quando m’imbatto in pensieri e parole di donne, ma è tanta la delusione per quanto sento e vedo –anche direttamente e non solo sui media cartacei, radiofonici e televisivi- che trovare parole di donne intelligenti, che hanno mantenuto la capacità di pensare e la determinazione a dire, che l’incontro si fa consolatorio.

Adriana Zarri, la vecchia teologa che io ricordo con entusiasmo negli anni della sua maturità, ha riaperto la sua rubrica “parabole” su Il manifesto.
Ecco un tratto dell’ultima (16 marzo):

Il reverendo Ferrara

Dei cosiddetti «atei devoti» io sono solita dire che abitualmente sono molto atei e poco devoti. Ma c'è chi, più illuso, più buono e più generoso di me, pensa che siano poco atei e molto devoti, tanto da invitare uno di loro a inaugurare l'anno accademico di una facoltà pontificia. Si tratta di Giuliano Ferrara, al quale è stato affidato appunto l'incarico di aprire l'anno accademico dell'Istituto di Scienze religiose Redemptor Hominis, collegata alla pontificia facoltà teologica dell'Italia meridionale, presso l'Auditorium del seminario arcivescovile (più sacri ed ecclesiali di così davvero non si può). Cosa che il nostro devotissimo ateo ha puntualmente fatto alla presenza bene augurante del vescovo locale che speriamo, se non ateo, almeno devoto.
La cosa ha dell'incredibile né mai la crederemmo se non l'avessimo letta su un organo di stampa degno di fede. Naturalmente tanta generosità di organismi sacrali è dovuta alla ben nota posizione del Ferrara in ordine all'aborto: tanto vale il fanatismo di chi altro non vede, nello sterminato universo della fede.
Il fatto strano (ma non poi tanto poiché il fanatismo riduttivo è assai frequente) ha stupito non pochi tanto che, ad accogliere Ferrara, oltre al benigno vescovo, c'era anche un meno benevolo striscione con su scritto «dio ci salvi da Ferrara». Al che noi aggiungiamo dio ci salvi altresì dagli amici di Ferrara”.