Per parecchi giorni non mi sarà possibile scrivere sul mio blog. Domani infatti andrò a Roma per trasferirmi poi in Israele/ Palestina approfittando di un viaggio organizzato dalle rivista Confronti.
A partire ai primi di aprile mi fermerò a Betlemme per circa tre mesi: da là spero di poter dar conto delle visite e soprattutto degli incontri cui avrò l’opportunità di partecipare.
Voglio concludere questa fase ancora “italiana” dando voce a due donne che si sono espresse in maniera dignitosa e partecipe sul caso di Giuliana Sgrena.
Buona Pasqua a tutte/i augusta
Il manifesto - 10 marzo L'omaggio di Assia Djebar a Giuliana Sgrena
“Te ne stai distesa sul tuo letto d’ospedale, ritornata a Roma, e guardi, in lacrime, i funerali solenni riservati a Nicola, che ti ha salvata due volte quel venerdì 4 marzo, non lontano da Bagdad”, comincia così il testo che Assia Djebar - famosa scrittrice algerina ed esponente del movimento femminista islamico, autrice di libri quali “Donne d’Algeri nei loro appartamenti”, “Vasta è la prigione” , “Nel cuore della notte algerina”, e molti altri – ha preparato per la sua partecipazione al convegno “La scrittura e i suoi confini” organizzato all’Università La Sapienza di Roma, che si terrà venerdi 11 e sabato 12 marzo.
Assia Djebar ha scelto, per il suo intervento, l’analisi dell’articolo “La mia verità” scritto sul manifesto da Giuliana Sgrena, nonappena rientrata in Italia. “L’Università di Roma ci invitava - premonizione? - a riflettere sulla “Scrittura e i suoi confini”. – spiega la scrittrice nel suo intervento - Ora lo dico seriamente: quel colloquio potrebbe dedicare tre giorni interi - e magari tanti giorni quanti quelli della tua reclusione laggiù, Giuliana - solamente a interrogarci sul tuo articolo del 6 marzo, che hai scritto - lo avverto - nonostante le tue lacrime, come prima testimonianza ardente, spuntata da te all’improvviso, e non solo come primo pezzo del fascicolo futuro dell’indagine d’obbligo…” .
“Mi permetterò un consiglio, forse qualcosa di più: azzarderò una supplica di tenera amicizia - conclude Assia Djebar - Giuliana, poiché non potrete più tornare su quel terreno di guerra, scrivete, rivivete attraverso la scrittura quest’ultima terribile esperienza: ‘la comunicazione’ tra coloro che soffrono, schiacciati da ogni forma di violenza, e coloro che non possono dimenticarli, anche da lontano, soprattutto da lontano, devono scrivere… ‘I confini della scrittura?’. La bellezza della testimonianza, quando si allea con la sincerità, trasporta l’emozione”.
Da bloggercontroguerra.splinder. com 10/03/2005 La bussola della democrazia Sandra Bonsanti
Tra i vari motivi di sconcerto per la strada imboccata dal dibattito sul caso Sgrena (non ultimo un crescente fastidio per tutta la retorica che lo caratterizza), ce n’è uno che più degli altri mi inquieta: la straordinaria rassegnazione, direi quasi l’assoluta indifferenza sul fatto che dall’Iraq ormai non si abbiano più notizie di prima mano. Quasi si trattasse di un mondo a noi del tutto estraneo, una sorta di corpo celeste disperso nello spazio. Voglio essere sincera fino in fondo: non noto l’ombra di rammarico in coloro che avvertono: fuori i giornalisti da laggiù, non siamo in grado di proteggere nessuno. Non ha speso una parola Berlusconi, quando si è espresso in Parlamento. Non il ministro degli Esteri, il quale è parso addirittura accusare Giuliana Sgrena di voler inseguire una sua vanitosa ambizione. “Bellissimo mestiere”, è stato detto, il giornalismo, ma non tornate in Iraq. Io invece non mi rassegno. Sono assolutamente d’accordo sulla impossibilità di qualunque giornalista italiano di restare in quel campo di battaglia, non vorrei mai sapere che in questi giorni qualche collega sta sfidando la sorte e sta lavorando in Iraq. Troppo è il pericolo, il rischio: direi quasi la certezza del sequestro. Ma tutto ciò mi lascia inquieta. Credo che un precedente così non sia facile trovarlo. Dovremo ad esempio aspettare che l’auto di Calipari, dell’altro agente del Sismi e della Sgrena arrivi in Italia per vedere con gli occhi dei nostri cronisti da dove e quanto si è sparato. Dobbiamo appagarci di ogni e qualunque versione ufficiale ci provenga dalla commissione Usa-italia sulla questione delle informazioni date o non date sulla missione. Dovremo leggere sui giornali stranieri il corso della guerra, i tentativi di formare un nuovo governo, le tappe di una ricostruzione sempre annunciata e così drammatica nel suo avvio. No, non è una situazione normale e nessuno può farci credere che tutto questo sia ininfluente soprattutto rispetto alle modalità dell’impegno italiano in quella situazione. Un altro tema che appassiona è ovviamente quello del riscatto: pagare o non pagare, trattare o non trattare? Si rispolvera il dibattito che divise il Paese in altri momenti storici, quando la fermezza univa una gran parte del mondo democratico, teso in un disperato sforzo di vincere ora l’industria crudele dei sequestri, ora la tragedia del terrorismo. Fu saggio, anche se doloroso, imboccare la linea dura, anche se non fu scelta ferrea. Ma allora appunto c’era un intero Paese a combattere il cancro, c’era il comune sentire degli italiani a voler uscire dagli anni di piombo. Oggi, sull’Iraq, l’Italia è divisa. Saremmo in grado di assistere senza far nulla al rapimento di altri italiani? Reggerebbero le istituzioni che fino ad oggi hanno scelto una strada diversa Io non ho certezze, lo ammetto. Temo coloro che ne hanno troppe e tanto recenti. Comunque proprio ieri l’Herald Tribune in un articolo sul giornalismo, ricordava le parole di uno dei padri della Costituzione americana, James Madison: “I governi del popolo, senza una informazione del popolo, o senza i mezzi per poterla fare, non sono che il prologo o a una farsa o a una tragedia. Cerchiamo almeno di non perdere, sulla lunga strada dell’Iraq verso la democrazia, annebbiata da retorica e strumentalizzazioni, la bussola della nostra democrazia.



