Questo diario elettronico ha una storia... (continua)


mercoledì, 23 marzo 2005

Per parecchi giorni non mi sarà possibile scrivere sul mio blog. Domani infatti andrò a Roma per trasferirmi poi in Israele/ Palestina approfittando di un viaggio organizzato dalle rivista Confronti.
A partire ai primi di aprile mi  fermerò a Betlemme per circa tre mesi: da là  spero di poter dar conto delle visite e soprattutto degli incontri cui avrò l’opportunità di partecipare.
Voglio concludere questa fase ancora “italiana” dando voce a due donne che si sono espresse in maniera dignitosa e partecipe sul caso di Giuliana Sgrena.
Buona Pasqua a tutte/i augusta

Il manifesto -   10 marzo   L'omaggio di Assia Djebar a Giuliana Sgrena

“Te ne stai distesa sul tuo letto d’ospedale, ritornata a Roma, e guardi, in lacrime, i funerali solenni riservati a Nicola, che ti ha salvata due volte quel venerdì 4 marzo, non lontano da Bagdad”, comincia così il testo che Assia Djebar - famosa scrittrice algerina ed esponente del movimento femminista islamico, autrice di libri quali “Donne d’Algeri nei loro appartamenti”, “Vasta è la prigione” , “Nel cuore della notte algerina”, e molti altri – ha preparato per la sua partecipazione al convegno “La scrittura e i suoi confini” organizzato all’Università La Sapienza di Roma, che si terrà venerdi 11 e sabato 12 marzo.
Assia Djebar ha scelto, per il suo intervento, l’analisi dell’articolo “La mia verità” scritto sul manifesto da Giuliana Sgrena, nonappena rientrata in Italia. “L’Università di Roma ci invitava - premonizione? - a riflettere sulla “Scrittura e i suoi confini”. – spiega la scrittrice nel suo intervento - Ora lo dico seriamente: quel colloquio potrebbe dedicare tre giorni interi - e magari tanti giorni quanti quelli della tua reclusione laggiù, Giuliana - solamente a interrogarci sul tuo articolo del 6 marzo, che hai scritto - lo avverto - nonostante le tue lacrime, come prima testimonianza ardente, spuntata da te all’improvviso, e non solo come primo pezzo del fascicolo futuro dell’indagine d’obbligo…” .
“Mi permetterò un consiglio, forse qualcosa di più: azzarderò una supplica di tenera amicizia - conclude Assia Djebar - Giuliana, poiché non potrete più tornare su quel terreno di guerra, scrivete, rivivete attraverso la scrittura quest’ultima terribile esperienza: ‘la comunicazione’ tra coloro che soffrono, schiacciati da ogni forma di violenza, e coloro che non possono dimenticarli, anche da lontano, soprattutto da lontano, devono scrivere… ‘I confini della scrittura?’. La bellezza della testimonianza, quando si allea con la sincerità, trasporta l’emozione”.

 

 

 

Da bloggercontroguerra.splinder. com  10/03/2005  La bussola della democrazia  Sandra Bonsanti 

Tra i vari motivi di sconcerto per la strada imboccata dal dibattito sul caso Sgrena (non ultimo un crescente fastidio per tutta la retorica che lo caratterizza), ce n’è uno che più degli altri mi inquieta: la straordinaria rassegnazione, direi quasi l’assoluta indifferenza sul fatto che dall’Iraq ormai non si abbiano più notizie di prima mano. Quasi si trattasse di un mondo a noi del tutto estraneo, una sorta di corpo celeste disperso nello spazio. Voglio essere sincera fino in fondo: non noto l’ombra di rammarico in coloro che avvertono: fuori i giornalisti da laggiù, non siamo in grado di proteggere nessuno. Non ha speso una parola Berlusconi, quando si è espresso in Parlamento. Non il ministro degli Esteri, il quale è parso addirittura accusare Giuliana Sgrena di voler inseguire una sua vanitosa ambizione. “Bellissimo mestiere”, è stato detto, il giornalismo, ma non tornate in Iraq. Io invece non mi rassegno. Sono assolutamente d’accordo sulla impossibilità di qualunque giornalista italiano di restare in quel campo di battaglia, non vorrei mai sapere che in questi giorni qualche collega sta sfidando la sorte e sta lavorando in Iraq. Troppo è il pericolo, il rischio: direi quasi la certezza del sequestro. Ma tutto ciò mi lascia inquieta. Credo che un precedente così non sia facile trovarlo. Dovremo ad esempio aspettare che l’auto di Calipari, dell’altro agente del Sismi e della Sgrena arrivi in Italia per vedere con gli occhi dei nostri cronisti da dove e quanto si è sparato. Dobbiamo appagarci di ogni e qualunque versione ufficiale ci provenga dalla commissione Usa-italia sulla questione delle informazioni date o non date sulla missione. Dovremo leggere sui giornali stranieri il corso della guerra, i tentativi di formare un nuovo governo, le tappe di una ricostruzione sempre annunciata e così drammatica nel suo avvio. No, non è una situazione normale e nessuno può farci credere che tutto questo sia ininfluente soprattutto rispetto alle modalità dell’impegno italiano in quella situazione. Un altro tema che appassiona è ovviamente quello del riscatto: pagare o non pagare, trattare o non trattare? Si rispolvera il dibattito che divise il Paese in altri momenti storici, quando la fermezza univa una gran parte del mondo democratico, teso in un disperato sforzo di vincere ora l’industria crudele dei sequestri, ora la tragedia del terrorismo. Fu saggio, anche se doloroso, imboccare la linea dura, anche se non fu scelta ferrea. Ma allora appunto c’era un intero Paese a combattere il cancro, c’era il comune sentire degli italiani a voler uscire dagli anni di piombo. Oggi, sull’Iraq, l’Italia è divisa. Saremmo in grado di assistere senza far nulla al rapimento di altri italiani? Reggerebbero le istituzioni che fino ad oggi hanno scelto una strada diversa Io non ho certezze, lo ammetto. Temo coloro che ne hanno troppe e tanto recenti. Comunque proprio ieri l’Herald Tribune in un articolo sul giornalismo, ricordava le parole di uno dei padri della Costituzione americana, James Madison: “I governi del popolo, senza una informazione del popolo, o senza i mezzi per poterla fare, non sono che il prologo o a una farsa o a una tragedia. Cerchiamo almeno di non perdere, sulla lunga strada dell’Iraq verso la democrazia, annebbiata da retorica e strumentalizzazioni, la bussola della nostra democrazia.

 

 

 

 

 

 

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categoria:varie, rassegnastampa
martedì, 22 marzo 2005

L’essere oggettivamente vittime non esime dal farsi autori di crimini.  Augusta

Da  www.peacereporter.net
                 Israele - Palestina - 18.3.2005     Tentazione capitale
L’Autorità Palestinese vuole giustiziare 15 collaborazionisti, ma Israele li difende

Il 16 febbraio il Jerusalem Post annunciava che Abu Mazen, il presidente dell’Autorità Palestinese, aveva autorizzato l’esecuzione di tre palestinesi condannati a morte per “collaborazionismo” con Israele. Secondo fonti interne a Fatah, il partito di Mazen, i tre avrebbero aiutato l’esercito israeliano a compiere “omicidi mirati” di attivisti palestinesi nella Striscia di Gaza. Secondo il quotidiano di Gerusalemme, dalla sua elezione ad oggi, le condanne a morte approvate da Abu Mazen sarebbero già decine: non solo collaborazionisti, ma anche criminali comuni. Se le condanne venissero davvero eseguite sarebbe la prima volta dopo che Arafat nel 2002 aveva promesso all’Unione Europea di cessare tale pratica.
Gogna di stato? Secondo il codice di Procedura Penale palestinese, un condannato può essere ucciso solo dopo due gradi di giudizio e dopo l’approvazione del muftì di Gerusalemme. Così ha fatto anche Abu Mazen, trasferendo i casi di 51 palestinesi detenuti nel Braccio delle Morte al muftì, Sheikh Akrima Sabri. Sono poche le organizzazioni palestinesi che si sono espresse contro la ripresa delle esecuzioni capitali, la denuncia più forte è venuta dal Palestinian Human Rights Monitoring Group, il cui direttore, Bassam Eid, ha duramente criticato l’intervento dell’autorità religiosa: “è una decisione –ha dichiarato- che viola le norme internazionali e i diritti umani più elementari e non lascia presagire nulla di buono per la democrazia in Palestina. Il loro tam tam di protesta è stato poi accolto dall’organizzazione contro la pena di morte Nessuno Tocchi Caino, che si è appellata all’Unione Europea e alla stampa internazionale perché non tacciano e intervengano affinché “ si ponga il rispetto dei Diritti Umani al centro delle relazioni con il governo di Abu Mazen e come condizione essenziale per l’invio di aiuti”.
Il 3 marzo però, il muftì aveva già confermato le esecuzioni, ma il numero dei condannati senza nome è misteriosamente lievitato a 15. Le esecuzioni venivano programmate per fine marzo, nella forma di fucilazioni pubbliche. “La questione –ha spiegato il muftì Sabri – è che a Gaza regna il caos. L’omicidio è una pratica diffusa e la gente ha chiesto al presidente di procedere con l’esecuzione di chi ha ucciso degli innocenti”, per poi aggiungere che “Rimandare gli ordini di esecuzione incoraggerebbe il fenomeno delle vendette all’interno della comunità”, cosa non accettabile, perché “la vendetta è assolutamente vietata dalla religione”. Quello della giustizia sommaria contro sospetti collaborazionisti è stato un problema ricorrente negli ultimi anni, sono decine le persone che senza il beneficio del dubbio, e soprattutto senza processo, sono state uccise nei Territori Occupati: ora dalla folla, ora da gruppi armati.
Solidarietà israeliana. La minaccia di riprendere le esecuzioni ha sollevato reazioni di protesta soprattutto da parte delle organizzazioni umanitarie israeliane; l’avvocato Nitsana Daeshan Leitner, dell’Israel Law Center, insieme a Ida Nudel, una ex refusenik, hanno scritto una lettera al Primo Ministro Sharon chiedendogli di fare pressione per la sospensione delle condanne, suggerendogli di fare leva sulla trattativa di rilascio dei prigionieri palestinesi dalle carceri israeliane. Questa presa di posizione evidenzia tra l’altro quale sia lo status sociale dei palestinesi collaborazionisti, la lettera a Sharon si conclude con questo appello: “Queste persone sono il nostro fronte in questa guerra, come possiamo abbandonarle ai cani?” Anche il ministro del Likud, Natan Sharansky, ha battuto sul tasto dei detenuti: “è inaccettabile –scrive in una lettera a Sharon- che l’Autorità Palestinese chieda il rilascio di terroristi dalle nostre galere mentre allo stesso tempo intenda commettere esecuzioni di stato di persone accusate di aiutare Israele nel combattere il terrorismo”.
La questione, inizialmente snobbata dal ministro della Difesa Sha’ul Mofaz, ha spinto entrambe le parti ad allacciare contatti informali per fare in modo che la vicenda non compromettesse il processo di pace, di cui il rilascio dei prigionieri palestinesi è un tassello fondamentale. Improvvisamente i collaborazionisti condannati, da reietti nella propria società, si sono trovati al di là della barricata; al punto che il 15 marzo le condanne sono state revocate, e l’annuncio è stato dato per primo da Michel Eitan, un parlamentare israeliano. Diverse ore dopo, il quotidiano online al Hayat riportava una dichiarazione di ufficiali non meglio specificati dell’Autorità Palestinese, in cui si affermava che il governo starebbe pensando di annullare le sentenze a causa dell’immane pressione israeliana.                                                                   
Naoki Tomasini

 

 

 

domenica, 20 marzo 2005

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …) 

 

 

 

 

Internazionale  18 / 24 marzo  2005 n. 582 pag. 17

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (28 settembre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 16 marzo 2005.
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi         3.683
Israeliani              986
Altre vittime          74
Totale                4.743

Internazionale  18 / 24 marzo  2005 n. 582 pag. 16

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (12 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 9 marzo 2005.

Iracheni           16.389 – 18.670
Americani                       1.518
Altre vittime                      176

 

 

 

 

Per la prima volta da quando ricopio da Internazionale il numero delle vittime lo schema che riguarda palestinesi e israeliani uccisi non si è modificato.
Vorrei poterlo prendere per un segno di speranza.
Il macello infame dell’Iraq - iniziato due anni fa- invece continua e fra le sue vittime considero anche Giuliana Sgrena che immagino turbata da una sofferenza enorme, aggravata da molte delle infamie della corrente disinformazione.
Perciò riporto la sua voce, come si è espressa direttamente, alcuni giorni dopo il suo rilascio, la prima volta che ha potuto concedere un’intervista senza che altri parlase per lei.                                                augusta

«La notte più lunga della mia vita»  Giuliana Sgrena racconta la notte di venerdì. Il viaggio con i rapitori, la grande paura durante l'attesa, la gioia della liberazione e il fuoco americano che ha ucciso Nicola Calipari, a 700 metri dall'aeroporto       Alessandro Mantovani
«Venerdì e sabato erano giorni di novità. Di sabato avevo fatto il video, di sabato avevo scritto la lettera. Così venerdì aspettavo che dicessero qualcosa, anche perché lui, il carceriere che si mostrava più disponibile, sembrava allegro. E l'altro a un certo punto era uscito. 'Vabbè, mi sono detta, per chiedere aspetto `». E' il racconto di Giuliana Sgrena, il giorno della grande paura e della gioia che dura mezz'ora, fino alle raffiche che ammazzano il suo liberatore, Nicola Calipari, il poliziotto che dirigeva le Operazioni internazionali del Sismi. La nostra inviata è ancora all'ospedale militare del Celio, aspetta di essere operata e ha male alla spalla ma sta meglio, anche gli ematomi sul volto stando andando via. Ci accoglie seduta, con lei c'è Pier. Giuliana sapeva già dei contatti in corso, sabato 19 febbraio aveva scritto di suo pugno la lettera ai familiari, la prova che il Sismi cercava. E per due volte l'avevano fatta parlare al telefono, sabato 25 e ancora lunedì 28: una cassetta è finita alla Croce rossa italiana, l'altra chissà. Domenica 27 le avevano detto che sarebbe stata liberata e il giorno è arrivato di venerdì, un mese esatto dopo il rapimento alla moschea Al Nahrein di Baghdad. Era venerdì anche il 4 febbraio.
«Quando l'iracheno mi ha portato il pranzo gli ho chiesto: `Sei felice perché resto o perché me ne vado?'. 'So che te ne andrai ma non so quando, chiedi all'altro...'. E poi: `Te ne andrai domani, Inshallah, se Dio vuole'. `Giorno più giorno meno', così ho pensato. E invece dopo qualche ora, non so quante, sono entrati tutti e due. Ero a letto come al solito - ricorda Giuliana - e ho notato che non portavano il consueto camicione lungo, si erano quasi vestiti eleganti, camicia e pantaloni. Ho provato a scherzare: `Che è? Un matrimonio?'. E loro: `Complimenti, te ne vai a Roma, la tua roba dov'è?'. Avevano fretta. Mi chiedevano: `Sei pronta? Sei sicura?'. Volevano prepararmi: `Guarda che sarà una cosa difficile... Abbiamo promesso alla tua famiglia - perché loro parlavano sempre della famiglia - di rimandarti a casa sana e salva, ma se qualcosa va storto ci ammazzano tutti'. Sapevo già che era il momento più delicato. `Se ci fermano, sia gli americani che la polizia irachena, non fare segni, non dire che sei un'occidentale».
Sull'auto dei rapitori
«Mi sono messa la felpina nera con la zip, che nel primo video sembrava verde. Jeans neri e sopra il mio vecchio cappottino molto anonimo, che in un paese arabo va sempre bene. Mi hanno ridato la mia roba - dice ancora Giuliana - ma non tutto. C'erano gli accrediti, i documenti e i soldi, quasi tutti. Erano mille dollari e ne ho riavuti ottocento, hanno voluto fare il gesto... Non mi hanno restituito tutti i blocchetti, né i telefoni, né la macchina fotografica digitale. Prima di uscire dalla casa mi hanno fatto mettere un'imbottitura sotto gli occhiali da sole, non se fosse giorno o già notte».
«Mi hanno fattoo salire in macchina, sono saliti anche loro due e, pur non vedendo, mi sono accorta che alla guida c'era un altro. Hanno parlato al cellulare, forse altri ci precedevano o ci seguivano. Non lo so. Abbiamo girato un po' ma non molto, una ventina di minuti. Finalmente siamo arrivati, non so dove perché ero bendata, e ci siamo fermati. Mi hanno detto `aspetta' e sono rimasta lì, con una fifa pazzesca. Sempre nella stessa macchina. Ero lì da sola con il terrore. Ho capito che era un punto di passaggio, c'erano automobili che si fermavano. `Sarà questa?', pensavo. A un certo punto ho sentito da fuori voci concitate. No, non è durata più di mezz'ora, ero agitata ma non è durata di più». C'è stato un ritardo di due ore nella consegna ma Giuliana esclude di aver passato così tanto tempo ad aspettare. «Sentivo sirene della polizia e soprattutto un elicottero americano sopra di me. Mi sono ricordata di Mogadiscio, quando ho intervistato Osman Atto che era ricercato: sopra di noi c'era un elicottero americano. `Se va bene, mi sono detta, non mi beccano neanche stavolta'».
«Sono Nicola, sei libera, vieni»
«Quando è tornato, uno dei miei carcerieri mi ha detto: `Dieci minuti'. `E ora che faccio?', ho pensato. Così ho cominciato a contare, 'quando arrivo a sessanta sarà un minuto'. Per arrivare a seicento ci avrò senz'altro messo meno di dieci minuti. E intanto mi domandavo: 'Chissà chi verrà?'. Sapevo che sarei potuta finire in mano ad un altro gruppo. Finché non è arrivato Nicola, che ha aperto la portiera di destra mentre io ero seduta dall'altra parte: `Sono un amico di Pier e di Gabriele, sei salva, libera, vieni con me'. Gli occhiali non li tolgo, non ci penso nemmeno. `Abbandonati a me', dice Nicola. La loro macchina doveva essere lì, la raggiungiamo subito. `Mi siedo vicino a te', dice Nicola. Alla guida c'è il suo collega, il posto accanto è vuoto. Ho ancora le bende, solo dopo qualche minuto Nicola dice: `Puoi toglierle'».
«La prima cosa che vedo? Una strada periferica di Baghdad, però non sto a fissarla: se quando mi hanno rapita cercavo di fissare ogni dettaglio, in quel momento di gioia guardavo lui, non mi interessava guardare fuori. E poi Nicola mi ha travolto di parole, ha fatto un sacco di nomi di amici: `Mi hanno detto di non tornare senza Giuliana'. Allora ho capito di essere libera, mi sembrava di essere rinata». A bordo non c'era nessun altro, il quarto uomo Giuliana non l'ha visto. «Non posso escludere che ci fosse un'altra auto, una staffetta, ma non ho avuto questa sensazione».
Le telefonate dall'auto
«Quando mi sono tolta le bende l'autista ha telefonato, secondo me a Baghdad: `Siamo in tre, stiamo arrivando'. Ho intuito che qualcuno ci aspettava in aeroporto, forse un loro collega, ma nessuno me l'ha detto, neanche dopo, l'ho solo intuito. Nel frattempo Calipari mi ha detto: `Ora chiamiamo Roma'. Ma non trovava i suoi occhiali, non riusciva a chiamare. Ha buttato un telefono sul sedile davanti perché non funzionava. Con l'altro telefono è riuscito a chiamare il capo del Sismi a Roma e me l'ha passato, non so cosa gli ho detto: 'Grazie', senz'altro ho detto `grazie'. 'Ti richiamo', gli ha detto poi Nicola. Non so se ha detto `ti richiamo quando siamo in salvo', non ricordo, ma certo non era una situazione di sicurezza assoluta. Lo stesso anche dopo, quando l'autista ha detto `da qui sono 700 metri all'aeroporto' e subito sono arrivati gli spari. In una situazione normale avrebbe detto: 'Siamo quasi arrivati'».
«Non ho visto il faro dei soldati»
«Non ho visto posti di blocco. Certo io parlavo, guardavo Nicola, ero euforica, però mi sarei accorta se ci avessero fermato, perché avrei avuto paura. Calipari e il suo collega hanno acceso la luce interna: forse per poter telefonare, forse proprio per motivi di sicurezza, perché la prima cosa è farsi vedere in faccia. Il viaggio sarà durato venti minuti o mezz'ora, non di più. Ricordo un sottopassaggio, però non ho seguito la strada: di sicuro non era la strada principale, sarebbe stato da pazzi, ma una strada alternativa fuori dalle zone abitate. Comunque siamo arrivati su questa strada, tutta allagata, la macchina ha sbandato e ho detto: 'Ma guarda tu se ora andiamo a sbattere'. Poi quella frase, `ancora settecento metri', e subito i colpi».
«C'è una curva a destra, le raffiche sono arrivate mentre la macchina girava, sempre dal lato destro dove era seduto Nicola. Non ho visto nessun fascio di luce, ho solo sentito le raffiche». Il maggiore che guidava l'auto invece l'ha visto, ma i colpi, ha spiegato, sono arrivati contemporaneamente, in violazione di tutte le procedure, subito sull'abitacolo e non al motore. «Non so - dice Giuliana - se fosse un'arma sola o di più, era buio. So che i colpi hanno investito subito l'auto, nessuno ha sparato in aria, l'ufficiale al volante ha gridato: `Ci stanno attaccando' e mi pare abbia cercato di telefonare, però ce l'ha fatta solo dopo, da fuori. E' uscito gridando: `Siamo italiani'. Nicola invece non ha detto più niente, si è buttato addosso a me che intanto cercavo di scivolare più giù che potevo, tra i due sedili. Mi ha salvata».
«Sono ancora viva, Nicola è morto»
«L'autista era sceso, mi sembrava impossibile che gli americani ci attaccassero. Sono rimasta in macchina, con un fanale hanno illuminato la zona e allora ho visto un mezzo blindato a una decina di metri dalla strada, sulla destra. E' la dinamica del fatto che fa pensare a un agguato, voi cosa avreste pensato? Faccio in tempo a sentire l'ufficiale, che era sceso e da lì telefonava, credo a Roma, mi è sembrato che si fidasse più di chiamare Roma che non Baghdad: `Nicola è morto, lei è lontana ma ha gli occhi aperti...'».
«Sento Nicola sopra di me, cerco di spostarlo e non ci riesco. In quel momento si avvicinano i soldati, sette otto. Aprono la porta sul lato destro, capiscono che Nicola è morto e lo tirano su. Mi sembrano interdetti, forse a uno sfugge un'imprecazione, poi chiama: `C'è un morto'. Allora vengono dalla mia parte, a sinistra. Aprono. Ma sono bloccata, incastrata. Vicino a me, sul sedile, sento un mucchio di proiettili: ci saranno state anche le schegge dei vetri dei finestrini ma a me sembravano proiettili. E quelle che ho nella spalla non sono schegge di vetro».
 Con gli americani all'ospedale
«'Sono ancora viva', ho pensato. Sentivo la ferita alla spalla ma non ero morta. I soldati mi hanno tirata fuori, sono rimasta sdraiata per terra mentre uno di loro mi tagliava i vestiti. Pensavano fossi messa peggio. Un altro ha provato a mettermi una flebo, ecco il risultato», e mostra una tumefazione sul polso. «Non so cosa sia successo all'autista, io sono rimasta con i soldati, mi hanno portato all'ospedale sul blindato. Erano americani, giovani. Americani e non d'origine latinoamericana. Non respiravo più, il polmone si stava stringendo, chiedevo continuamente acqua. Lì per lì mi hanno solo chiesto il nome e la nazionalità, più tardi in un'orecchio uno mi ha chiesto: `Ma tu sei la giornalista che avevano rapito?'. Non sapevo che dire, poi ho detto sì. `Mica mi potrà ammazzare qui dentro', ho pensato».
«Nel frattempo, su mia richiesta, era arrivato l'ambasciatore De Martino. L'ambasciatore ha chiamato Gianni Letta e me l'ha passato. Poi mi hanno fatto l'anestesia totale per togliere il proiettile. Quando mi sono svegliata ho chiesto della collana che avevo, la collana della resistenza apparsa nel video. Gli americani non l'hanno più trovata».

 

 

 

 

 

 

 

 

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categoria:terrorismo, rassegnastampa, vittime di guerra, ostaggi
sabato, 19 marzo 2005

Passata la prima drammatica euforia, il rapimento di Giuliana Sgrena viene sempre più contestualizzato in un quadro negativo, che, quando appartiene ai soliti fogli di disinformazione non meraviglia, quando appartiene a cd. politici che di tutto e di tutti usano pur di mantenere la scena sono persino ovvi (gente che la carenza del pensiero costringe alla povertà della parola …).
Quando invece il giudizio negativo viene dalle persone che da lei e dai giornalisti (uomini e donne) come lei potevano ricevere il contributo prezioso della conoscenza fa male.
Perciò per alcuni giorni cercherò di raccogliere qualche cosa in controtendenza         augusta

La stampa  
13 marzo 2005 Riscatto in tempo di guerra  di Barbara Spinelli

Da quando Giuliana Sgrena è stata liberata c’è una singolare propensione al pentimento nell’aria, quasi si volesse riscrivere la storia e farla andare in una direzione tutta diversa da quella avvenuta, e voluta. D’un tratto s’aprono grandi discussioni etiche e dottrinarie attorno al pagamento dei riscatti, e numerosi politici inorridiscono all’idea che il crimine di sequestro e terrorismo venga per questa via finanziato, moltiplicato, e legittimato.
È come se tutti volessero tornare, dopo aver chiuso per anni gli occhi sulle trattative, alla buona condotta osservata in passato con i sequestratori di Aldo Moro. O meglio, come se si volesse tornare al mito che su tale condotta fu confezionato: con il crimine non si tratta, anche a costo di sacrificare la vita dell’ostaggio. Dietro ogni commercio col nemico si nasconde un intollerabile cedimento, è la tesi degli inflessibili d'oggi. Forse per la Sgrena si è versato un riscatto, forse no. Comunque son tanti a far capire che se fu pagato fu errore gravissimo, da non ripetere mai più. Son tanti a pentirsi, anche tra i politici che durante l'affare Moro non s'opposero affatto al trattativismo di Craxi.
Il risultato di questo generale pentimento è visibile: da quando è stata rapita, mai la vita di Giuliana Sgrena ha avuto un valore più basso, per gran parte dei politici italiani. C'è anzi da domandarsi se non abbia perso ogni sorta di valore, dopo averne avuto tanto per gli amici, i colleghi, il sottosegretario Letta. Se la sua tribolazione di giornalista-testimone sia veramente apprezzata, e per cosa e per chi l'agente Nicola Calipari abbia dato in dono la vita. La frase del ministro della Giustizia Castelli («Giuliana Sgrena ha creato enormi problemi al governo, e anche lutti che forse era meglio evitare») non è molto diversa da quella pronunciata da Claudio Scajola, allora ministro dell'Interno, sulla scorta negata a Marco Biagi: «Figura centrale Biagi? Fatevi dire da Maroni se era una figura centrale: era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza» (Cipro, 29 giugno 2002).
Naturalmente dare i soldi a un nemico è qualcosa che sempre ripugna, ed è il motivo per cui si può capire lo sdegno odierno. Ma non per questo quel che ripugna è sempre sbagliato, nell'esperienza bellica. Dal punto di vista della lotta al terrorismo e della giustizia, è preferibile non patteggiare con chi stravolge l'idea della guerra asimmetrica, adottando metodi che non distinguono tra nemici armati e civili inermi: stravolgimento favorito dal riacquisto di prigionieri. Ma il contesto in cui avviene il riacquisto conta e anch'esso dovrebbe cessare di essere un tabù, nella disputa sul caso Sgrena.
Il contesto non è quello delle Brigate Rosse che rapirono Moro nel ‘78; anche se nel frattempo sappiamo da Andreotti che una trattativa venne prospettata con le br, su iniziativa di Paolo VI e con il pieno appoggio di Andreotti e del comunista Pecchioli, per liberare lo statista tramite versamento di riscatto. L'appello a restituire Moro senza condizioni copriva già allora una doppia verità, e la spaccatura del Paese fra trattativisti e intransigenti sta rivelandosi una leggenda, smentita d'altronde dalla condotta successiva nel rapimento D’Urso e Cirillo. Ma una cosa sono la leggenda Moro e la lotta poliziesca condotta in Italia contro i terroristi, altra è il rapimento di innocenti e inermi in Iraq, nel quadro di una guerra che in parte ha come bersaglio gli occupanti e in parte è conflitto civile. Si poteva anche evitare di dare a tutto questo il nome di guerra. Nella lotta contro le br o la raf, i governi in Italia e Germania volevano evitare proprio questo, negli Anni 80: il passaggio dal codice civile a quello militare, la trasformazione d'un crimine comune in stato di guerra. Ma guerra è stata chiamata, e guerra adesso abbiamo in Iraq: una guerra cui l'Italia partecipa con propri soldati, e che continua anche se gli iracheni si son recati alle urne sperando di finirla.
È una guerra speciale inoltre: sempre più incancrenita, caratterizzata da violenze contro i civili. Come ha scritto Marcello Sorgi su questo giornale, rispondendo il 10 marzo a un lettore: «La particolarità della situazione e la presenza di un terrorismo ancora molto forte ha reso la situazione tale da far scontare a persone innocenti, come la giornalista Giuliana Sgrena, conseguenze di una situazione di dopoguerra che è sfuggita al controllo». Se la trattativa umanitaria diventa consigliabile non è dunque per arrendevolezza: è perché c'è guerra appunto, e perché essa è sfuggita di mano. In queste condizioni urge sapere quel che si vuole, scrive Riccardo Barenghi su La Stampa. Forse l’intransigenza morale sarebbe preferibile, ma allora bisogna «concludere, con brutale onestà intellettuale, che chiunque diventa ostaggio, nel momento stesso in cui lo diventa, è un uomo (o una donna) già morto».
La brutale onestà intellettuale non vale solo per il pagamento dei riscatti. Vale anche per la guerra, e vale per la protezione dei giornalisti che questa guerra ce la fanno vedere, non limitandosi a teorizzarla come buona o cattiva.
La guerra, in primo luogo: per capirla vale la pena discuterla brutalmente come tale, e non come operazione di pace o azione poliziesca contro un terrorismo senza patria né statuto di combattente. Se è guerra, la trattativa ha non solo una ragion d'essere, ma una tradizione antica. Con il nemico si è sempre negoziato, senza che esso cessasse per questo d'esser osteggiato (che avrebbero fatto i partigiani, se i tedeschi avessero proposto la liberazione dei prigionieri di Marzabotto e delle Fosse Ardeatine in cambio di denaro?). A meno di trattare l'avversario non alla stregua di nemico ma di delinquente, come in quei conflitti senza più separazione tra guerra e pace, militari e civili, nemico e delinquente, che lo studioso di diritto Carl Schmitt descrive nella sua Teoria Del Partigiano. Da questo punto di vista è assai utile la distinzione che Franzo Grande Stevens ha fatto il 10 marzo su questo giornale: guerriglia e terrorismo sono due fenomeni diversi, e di questa diversità la legge tiene conto. Si ha guerriglia quando «ci si propone di mandar via dal proprio Paese, con un'organizzazione paramilitare e clandestina, un esercito straniero o un regime considerato illegittimo». Si ha terrorismo quando l'avversario colpisce non solo il nemico ma «tende a instaurare in una comunità una sensazione diffusa di paura, di incertezza, di insicurezza, di instabilità».
Il rapimento di Giuliana Sgrena si colloca a mio parere nel fragile confine fra i due tipi di conflitto, e quel confine conviene guardarlo con meno ideologia, con linguaggio più fedele alle verità locali, con senso della realtà. I rapitori di Moro volevano esser riconosciuti come interlocutori politici, dunque come combattenti. I rapitori della Sgrena hanno uno statuto di politici che non possiamo confutare dal momento che li abbiamo scelti come avversari in una guerra, indipendentemente dal metodo bellico criminoso da essi adoperato.
I giornalisti, in secondo luogo: sono utili o no? Vanno salvati con trattative o invece no? Vanno protetti, versando sotto banco soldi dei contribuenti? O hanno ragione i governi (come quello francese, e adesso il nostro) a chieder loro di non esporsi più inutilmente e di non far pagare prezzi alla collettività? La questione è essenziale, in democrazia riguarda non solo le forze politiche ma ciascuno di noi cittadini, e andrebbe affrontata nel momento stesso in cui si discute di riscatti. Così come andrebbe affrontata, in simultanea, la questione dei video: ha senso mostrare un ostaggio che in lacrime implora aiuto, e pretendere in simultanea di non trattare mai con i carcerieri?
Per gli italiani che hanno propri soldati distaccati sul teatro bellico, e che in maggioranza sono stati contrari a questa guerra, è non solo essenziale ma vitale che il giornalista sia sul posto, e che il suo mestiere sia apprezzato. La sua scomparsa dai teatri di guerra è una vittoria, per i combattenti-terroristi, infinitamente più importante e pregiata dei soldi. Assenti i giornalisti, tutto avviene a porte chiuse, nello spaesamento, al riparo d'ogni testimonianza: le morti dei nostri cittadini e le ingiustizie o torture delle truppe di occupazione, l'uccisione dei civili iracheni, l'organizzazione d'un voto, o l'offensiva sistematica contro la libera stampa (37 morti in due anni).
È una risorsa che possiamo decidere di proteggere oppure ignorare e gettar via, dando all'ignoranza e al cinismo il nome non sempre probabile di intransigenza morale. Ma se facciamo questo dobbiamo esser coerenti sino in fondo, cinici sino in fondo, e concludere che il giornalista o il medico senza frontiere o l'umanitario sono figure superflue, nelle moderne guerre asimmetriche, di cui senza rimorsi possiamo fare a meno. Nella migliore delle ipotesi sono figure eroiche, ma talmente moleste da far pensare talvolta a un tafano, talaltra a un rompicoglioni

 

 

 

 

 

 

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venerdì, 18 marzo 2005

Ricevo questo messaggio e lo trascrivo sia per la drammaticità della situazione dei richiedenti asilo, sia perché ho troppe volte constatato la mancata informazione sul concetto stesso di rifugio politico, cui si sovrappone la mentalità di chi ignora  l’intervento in nome di diritti affermati per ridurlo ad azione conseguente il “buon cuore”                  augusta

 


# Questa lista per la distribuzione delle informazioni e' gestita dalla Sezione Italiana di Amnesty International.
# Per ulteriori informazioni potete rivolgervi a
circolari-owner@amnesty.it  e' vietata la diffusione delle informazioni contenute nella lista

Care amiche, cari amici,
dal 13 marzo 2005 oltre 1.000 persone di diverse nazionalità sono sbarcate sull'isola siciliana di Lampedusa, arrivate probabilmente dalla Libia. Il 17 marzo, 180 persone sono state prelevate dal Centro di Lampedusa e inviate a Tripoli, in Libia, scortate dalla polizia italiana. Sembra che siano imminenti ulteriori deportazioni.
Amnesty International teme che alle persone che abbiano necessità di protezione internazionale non venga assicurato l'accesso alle procedure di richiesta d'asilo e alle informazioni sui loro diritti fondamentali di richiedenti asilo. Coloro che sono stati inviati in Libia, sia cittadini libici o sia di altra nazionalità, potrebbero trovarsi a rischio di detenzione arbitraria, o di detenzione sulla base di accuse che includono effettivi o presunti ingresso e uscita illegali dalla Libia, e di maltrattamento in detenzione.
Il 15 marzo, l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti dei rifugiati (UNCHR/ACNUR) ha richiesto di accedere al centro di Lampedusa per esercitare il proprio mandato al fine di garantire che i rifugiati avessero la necessaria protezione, ma la risposta è stata negativa:
nessuna organizzazione non governativa specializzata sui diritti umani dei rifugiati e dei richiedenti asilo è stata autorizzata ad entrare. Tuttavia, negli ultimi giorni, funzionari della Libia ? che non è Stato parte della Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati ? si sono recati a Lampedusa, e si crede siano entrati nel Centro. Questo fatto rappresenta un'ulteriore preoccupazione per l'incolumità dei richiedenti asilo qualora fossero inviati in Libia.
Il Segretariato Internazionale lancerà nelle prossime ore un'azione urgente su questo caso. Nel frattempo vi chiediamo, per tutto il fine settimana, di firmare, inviare e diffondere l'appello che trovate in allegato, indirizzato al Presidente del Consiglio Berlusconi e al Ministro dell'Interno Pisanu. Se potete, inviate copia dell'appello all'ambasciata italiana in Libia:

Ambasciata d'Italia a Tripoli
Amb. Francesco Paolo Trupiano
Indirizzo: Shara Uahran, 1 - Tripoli
Fax: 0021821 3331673
Email: ambasciata.tripoli@esteri.it

Grazie per il sostegno,
Daniela Carboni, Giusy D'Alconzo e Laura Renzi - Ufficio Campagne

 

______________________________________________________________________

 

Alla cortese attenzione degli onorevoli

Silvio Berlusconi
Presidente del Consiglio dei Ministri
Presidenza del Consiglio dei Ministri
Palazzo Chigi  Piazza Colonna, 370
00187 Roma
Fax: 06 67793543
Email: redazione.web@governo.it

Giuseppe Pisanu
Ministro dell'Interno
Ministero dell'Interno
Palazzo Viminale
Via Agostino Depretis, 7
00184 Roma
Fax: 06 46549815
Email: redazionetecnica@mininterno.it


Egregio Presidente Berlusconi, Egregio Ministro Pisanu,

Vi scrivo per esprimere la mia preoccupazione circa le notizie di deportazioni verso la Libia di un gran numero di cittadini stranieri appena giunti a Lampedusa e circa il fatto che all'UNHCR sia stato negato l'accesso al centro di Lampedusa in cui sono trattenuti coloro che sono a rischio di deportazione.
Mi permetto di ricordarVi l'obbligo dell'Italia ad ammettere sul proprio territorio i richiedenti asilo e i rifugiati senza discriminazioni e il divieto di espulsioni collettive di cittadini stranieri contenuto nel Protocollo n. 4 della Convenzione europea dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Vi ricordo, inoltre, il fatto che il ritorno forzato di qualsiasi persona verso un paese ove essa potrebbe essere a rischio di gravi violazioni dei diritti umani costituirebbe una violazione degli obblighi internazionali dell'Italia, in particolare della Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato, della Convenzione europea dei diritti umani, della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e del Patto internazionale sui diritti civili e politici.
Vi chiedo con urgenza che le deportazioni in corso da Lampedusa vengano bloccate e che all'UNHCR venga dato immediato accesso a tutte le persone a rischio di deportazione, affinché questo organismo eserciti il proprio mandato di protezione.
Vi chiedo, inoltre, che tutti i richiedenti asilo abbiano accesso a una equa e soddisfacente procedura di asilo, incluso l'accesso a un'adeguata assistenza legale e a un interprete competente, e che essi non vengano deportati senza che sia operato un esame individuale e accurato della loro domanda di asilo, garantendo l'effetto sospensivo del ricorso a un eventuale diniego.
Vi ricordo, infine, la Raccomandazione CommDH (01) 1 del Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa (concernente i diritti dei cittadini stranieri che intendono entrare in uno Stato del Consiglio d'Europa e l'attuazione di ordini di espulsione) la quale afferma che, laddove un'espulsione forzata sia inevitabile, essa deve essere effettuata con totale trasparenza al fine di assicurare che i diritti umani fondamentali vengano rispettati in tutte le fasi.
Nel ringraziarVi per l'attenzione, Vi invio i miei cordiali saluti,
nome indirizzo            firma

 

 

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giovedì, 17 marzo 2005

Ricevo una notizia che mi sembra importante trasmettere
La Caritas ha organizzato un seminario sul Muro israeliano in Cisgiordania, che si terrà a Roma il 30 marzo prossimo. Ci saranno interventi di persone di B'Tselem, Ocha, Stop the Wall e Ta'ayush. Comunque il materiale illustrativo è scaricabile dal sito
www.caritasitaliana.it (sezione "notizie").
Non pubblicherei questa notizia (il mio blog infatti non vuol essere un notiziario) se non mi fossi personalmente resa conto che non solo ci sono poche informazioni sul muro, ma molti pensano che i colloqui in corso (spero di pace ma non lo dico con la disinvoltura che viene dalla certezza) già determinino un abbattimento del mostro.
Purtroppo il tipo di informazione che i nostri media passano è normalmente insufficiente, quando non distorto e deviante (proprio ieri ho incontrato una signora cui una illustre organizzazione italiana, che non nomino, nel corso di un recente viaggio in Israele aveva fatto vedere qualche pezzetto della “fence”, senza spiegarne le caratteristiche e le funzioni, lasciando intendere che quella rete fosse il muro. Le mie povere fotografie l’hanno sconvolta, eppure aveva viaggiato anche con il supporto di un’illustre, acclamata opinionista che parla un ottimo italiano e non ha quei problemi di equivoca comunicazione che caratterizzano la presidenza del consiglio in carica).
Spero che questo convegno della Caritas si apra veramente ad una pluralità di voci dalla Palestina e che sappia ascoltare con attenzione la pluralità delle voci che anche in Italia parlano, spesso senza ascolto, per diventare strumento di pressione politica sulle istituzioni europee senza limitarsi, come dalle mie parti molte lodate associazioni fanno, a creare una specie di internazionale dei buoni sentimenti e del dolore condiviso.
Sarebbe bello se il convegno proponesse anche il discorso dei refuseniks (si veda la lettera pubblicata il 15 marzo), ma quello mi sembra un argomento che solleva, a mio parere molto ingiustamente, poco interesse.                                                                  augusta

 

 



 

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giovedì, 17 marzo 2005

Fra l’otto e l’undici marzo ho scritto ciò che ricordavo (e che ho documentato) in merito alla base italiana di Aviano (concessa operativamente all’Usaf). Ero stimolata dal fatto che –dopo la tragica conclusione del rapimento Sgrena- più d’uno aveva colto nelle modalità di conduzione di  quell’evento preoccupanti analogie con ciò che era accaduto attorno alla strage del Cermis (1998).
Mi ero soffermata soprattutto sul problema della catena di comando.
Così, nel mio vagabondare, sforzandomi di dare consistenza alle mie riflessioni, ho trovato un interessante articolo del gen. Arpino, che ho ricopiato perché proprio della catena di comando (o meglio della non catena di comando tratta).
A questo articolo che, pur prospettando un punto di vista militare, trovo onesto e utile, faccio seguire una sconvolgente dichiarazione dell’on. Selva.
Talvolta mi viene in mente un vecchio  saggio di Fanon che sulla pericolosità sociale dei colonizzati. Ma è un caso… Fanon analizzava la situazione dell’Algeria nel periodo della disfatta francese…mica Aviano o la missione Antica Babilonia.                                              augusta

Giovedì 10 marzo 2005 – Il giorno QN pag. 4   -   Mario Arpino. Ma laveranno i panni in famiglia
Grandi titoli, ieri, sull’inchiesta in comune tra Italia e Stati Uniti circa la sparatoria che è costata la vita al funzionario del Sismi Nicola Calipari. Visto che tutto, qui da noi, finisce in politica, é naturale che anche questa decisione non si sottragga a questa logica e, pur con trasversale approvazione, sia salutata come “dovuta” riparazione da uno dei Poli e, dall’altro, come “concessa” per gli ottimi rapporti tra i Vertici.
Non nascondo che questa accondiscendenza americana mi ha un po’ sorpreso, pur considerando tutti i motivi favorevoli, quali, oltre ai già citati buoni rapporti, l’opportunità politica, la necessità di conservare gli alleati federali, l’occasione di dimostrare che l’unilateralismo è finito.
Attenzione però ai facili entusiasmi. A differenza di altri, in pubblico gli americani difendono sempre e comunque i loro soldati, specie se sono schierati in Teatro. Lo faranno anche in questa occasione. E’ una tradizione antica, da sempre osservata. Se poi si tratta di Marines, ogni giudizio rimarrà per sempre all’interno del Corpo.
E’ uno dei loro capisaldi per la motivazione, lo spirito di corpo, la volontà di combattere, l’integrità morale dei raparti e, perché no, un sufficiente rateo di domande di arruolamento.
Non che non ci siano punizioni per i trasgressori. Ci sono, e anche severe. Ma “in famiglia”. Ricordiamoci che, pur di non venir meno a questi principi, di fronte al mondo gli Stati Uniti hanno rifiutato il loro supporto ai Tribunali Internazionali dell’ONU ed hanno detto a chiare lettere che mai, e per nessun motivo, permetteranno che un loro soldato sia da questi giudicato.
Se questa volta accettano, come non hanno mai fatto, un’inchiesta congiunta, evidentemente sono convinti di poterne uscire con onore. Perciò, dico, se non conosciamo bene i fatti, evitiamo facili entusiasmi, che sono pericolosi. Sicuramente un coordinamento era stato fatto, ma chi dice che era andato a buon fine? Immagino che i passeggeri della Toyota ne avessero avuto riscontro e conferma, altrimenti, accordi o non accordi, non si sarebbero mai avvicinati a un check-point. Se è così i soldati della 3a hanno sbagliato, e non vi è dubbio che la punizione sarà esemplare.
Se però l’inchiesta congiunta dovesse dare esito diverso, chi sarà punito? Un tempo, ai soldati spettavano le regole, e ai Servizi le deroghe. Forse era meglio così!

Adista I titoli del n° 17 del 5 marzo 2005
    (www.adista.it)
32733. TRIESTE-ADISTA. "Basta con l'ipocrisia dell'intervento umanitario", aveva tuonato in un'intervista comparsa su "Libero" il 23 gennaio scorso il presidente della commissione Esteri della Camera, Gustavo Selva. Per l'ex giornalista della destra democristiana, passato dal '94 in forza ad Alleanza Nazionale, il nostro contingente militare in Iraq deve trasformarsi, anche formalmente, da "forza di ingerenza umanitaria a forza combattente". Eh sì, perché a sentire Selva, nei fatti le nostre truppe sono già impiegate in operazioni di guerra. Anche se, ha detto il parlamentare di An, "Abbiamo dovuto mascherare 'Antica Babilonia' come operazione umanitaria perché altrimenti dal Colle non sarebbe mai arrivato il via libera". Per Selva, quindi, l'operazione non è mai stata umanitaria, neanche nella sua fase iniziale: sarebbe stata spacciata per tale di fronte a Ciampi e all'opinione pubblica solo per poterla attuare.
Dichiarazioni che non hanno provocato alcuna reazione: non hanno messo in crisi il governo, non hanno giocato a favore del fronte che si oppone alla guerra. Il centrosinistra si è semmai sentito obbligato a spiegare la scelta di votare "no" al rifinanziamento della missione in Iraq. 

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martedì, 15 marzo 2005

Copio dal sito <battelloebbro.splinder.com>, 13 marzo.     augusta

Appello degli storici
Ecco l’appello di numerosi storici italiani contro la legge sullo status di militari combattenti ai seguaci della Repubblica sociale italiana
La maggioranza parlamentare di centro-destra guidata da Silvio Berlusconi ha portato in parlamento e sta per approvare il disegno di legge n.224, presentato dai parlamentari di Alleanza Nazionale, che in soli due articoli rovescia il senso della Resistenza e della contrapposizione tra i giovani che scelsero di lottare contro i tedeschi occupanti, il terrore nazista e i fascisti della «repubblica sociale» e quelli che all`opposto decisero di arruolarsi nelle file dell`esercito di Salò e combatterono per venti mesi contro i partigiani e gli alleati angloamericani.

Il disegno di legge stabilisce che ai soldati e agli ufficiali che militarono nell`esercito della «repubblica sociale italiana» deve essere riconosciuto lo status di militari combattenti equiparato a «quanti combatterono nei diversi paesi in conflitto durante la seconda guerra mondiale».
Si mette così sullo stesso piano la scelta di chi ha lottato e versato il proprio sangue per costruire in Italia la democrazia parlamentare e la giustizia sociale, e quella di chi non solo non ha rinnegato gli obiettivi politici e ideologici della dittatura fascista, ma ha ritenuto di poter condividere la visione hitleriana e razzista dell`Ordine nuovo nazista, simboleggiato dall`orrore di Auschwitz.
È il primo passo per ottenere che ai fascisti di Salò vengano concesse medaglie al valor militare e decorazioni per la battaglia sostenuta con i nazisti contro l`indipendenza nazionale dell`Italia, contro la democrazia e la libertà.
Invitiamo l`opposizione parlamentare e l`opinione pubblica democratica del nostro paese a reagire con tutti i mezzi per impedire che questo rovesciamento di valori sia sancito dal Parlamento e diventi legge dello Stato. Qui non si tratta, come é giusto, di rispettare i caduti di ogni colore, ma di difendere i valori della Resistenza e della lotta di Liberazione e i principi fondanti della Repubblica e della Costituzione contro una maggioranza che vuole sradicare le basi stessi della nostra convivenza civile e della nostra identità democratica.

Chi vuole aderire all`appello può scrivere a:    Nicola Tranfaglia
Dipartimento di Storia,  Università di Torino
via S. Ottavio 20
nicola.tranfaglia@unito.it

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lunedì, 14 marzo 2005

Su L’Unità on line di oggi ho letto l’articolo che ricopio.
Purtroppo l’Unità non riporta le sue fonti e i due siti di cui maggiormente mi giovavo per seguire l’argomento dei refuseniks, da tempo non pubblicano nulla di nuovo per impossibilità di chi se ne era fatto carico a continuare nell’impegno. Cercando ho trovato la lettera che ho tradotto e riporto sotto, insieme all’indicazione del sito da cui l’ho tratta. Penso sia quella che citata da l’Unità anche se c’è una discrepanza delle date. Infine trascrivo i nomi di altri siti che fanno riferimento allo stesso documento. Purtroppo i giovani che hanno firmato la lettera non fanno parte del gruppo responsabile degli accordi di pace.                          augusta

 

 

 

 


250 liceali scrivono a Sharon: Non ci arruoliamo, l'occupazione è immorale   di red.
«La politica di occupazione militare è immorale e contrasta con i principi della democrazia. Non prenderemo parte a questa politica illegale». A scriverlo in una lettera recapitata lunedì al premier israeliano Ariel Sharon, sono 250 liceali israeliani che per questo gesto di rifiuto rischiano adesso lunghe pene detentive in un carcere militare o civile
«La nostra coscienza e il nostro senso civico ci costringono a rifiutare l'arruolamento» aggiungono i firmatari della lettera, due dei quali dovranno presentarsi già la settimana prossima nel Centro raccolta reclute (Bakum) di Tel Aviv. La lettera dei liceali ha già avuto una ampia eco in Israele e si contrappone alla protesta di militari di destra contro lo sgombero di colonie nei Territori. Esponenti della sinistra israeliana si sono subito dissociati qualificandola «un errore politico, che fa il gioco della destra ». «La nostra protesta - ha replicato Eyal Brami, un portavoce dei liceali - rientra nel contesto degli ideali democratici, mentre la protesta dei militari di destra ha aspetti nazionalistici e anche razzisti».
È una tegola sul governo Sharon, che proprio in queste ore voleva far vedere di continuare il suo cammino lungo la Road map. L'esecutivo ha approvato lo smantellamento di 24 avamposti illegali eretti dai coloni in Cisgiordania dal marzo 2001. In tutto sono però soltanto 105 le colonie israeliane (illegali per la Convenzione di Ginevra e la comunità internazionale) individuate da una commissione speciale voluta dal governo. Sugli altri 81 a decidere sarà una commissione ministeriale che «entro 90 giorni» dovrà «esaminare i modi» per attuare le raccomandazioni contenute nel rapporto.
Entro agosto, le colonie a Gaza dovranno essere smantellate, e comunque entro dicembre 2005 non ci saranno più coloni isreliani nella Striscia. Le colonie di Gaza, ex territorio egiziano occupato durante la guerra dei sei giorni nel 1967, misurano complessivamente 54 chilometri quadrati sui 360 totali, dove attualmente, a fianco degli 8.000 israeliani, vivono 1,3 milioni di palestinesi.
In Cisgiordania invece, in un'area di 2.346 chilometri quadrati in cui vivono 2,3 milioni di palestinesi, gli insediamenti occupano una superficie di 380 chilometri quadrati con una popolazione di coloni di 230.000 persone. Il governo trasferirà quindi soltanto alcune centinaia di loro.
Per lunedì è previsto anche un incontro tra il ministro della difesa israeliano Shaul Mofaz ed il ministro dell'interno palestinese Nasser Yussuf per discutere l'attuazione degli accordi di Sharm el-Sheikh sul trasferimento della responsabilità della sicurezza nelle città di Ramallah, Betlemme, Qalqilya, Tulkarem e Gerico, occupate dall'esercito israeliane nel 2001, dopo l'esplosione della nuova Intifada.  (14.03.2005)

http://www.nimn.org/Perspectives/israeli_voices/000442.php?section=Israeli%20Voices
”Non in mio nome” ha ricevuto questa lettera da Eyal Brami, uno dei suoi autori. Rappresenta la seconda maggior ondata di giovani obiettori di Israele.
Al
Primo ministro, Ariel Sharon
Lt. Generale Shaul Mofaz, Ministro della difesa
Lt. Generale Moshe Yaalon, Capo del personale
Limor Livnat, Ministro dell’educazione

Cari signori e signora,
Noi sottoscritti, ragazzi e ragazze israeliani che crediamo nei valori della democrazia, dell’umanesimo e del pluralismo, dichiariamo con questa lettera che rifiuteremo di partecipare all’occupazione e alla politica di repressione adottata dal Governo di Israele. Fra noi siamo diversi, ma concordiamo nel riconoscere in questi valori i fondamenti di una società giusta. Ogni essere umano ha il diritto alla vita, all’uguaglianza, alla dignità e alla libertà.
La nostra coscienza e la nostra cittadinanza israeliana ci costringono ad agire in difesa di questi diritti e perciò ci rifiutiamo di partecipare all’occupazione e alla politica di repressione.
L’occupazione conduce alla disumanizzazione e a gravi violazioni del diritto alla vita; calpesta i diritti fondamentali di milioni di persone e infligge ogni giorno stragi e sofferenze.
Spinge alla confisca di terre, alla distruzione massiccia di case e edifici pubblici, spinge ad arrestare e uccidere senza processo, a ridurre innocenti allo stato di vittime e ad assassinarli, affamarli, a negar loro l’assistenza medica, determina punizioni collettive, la costruzione e l’espansione degli insediamenti, la negazione di ogni possibilità di vita normale nei territori occupati e nello stesso territorio di Israele.
La nostra visione del mondo si oppone a questa flagrante violazione dei diritti umani che contraddice le convenzioni internazionali firmate e ratificate da Israele.
L’occupazione non contribuisce in alcun modo alla sicurezza dello stato e dei suoi cittadini, ma al contrario le aggrava. Rende più cupa la disperazione e diffonde l’odio fra i palestinesi, nutre il terrorismo e allarga il fiume di sangue fra le due parti. La vera sicurezza si avrà solo con la fine dell’occupazione, la demolizione del muro che discrimina i Palestinesi e l’impegno per giusti accordi di pace fra lo stato di Israele e l’autorità del popolo palestinese insieme al mondo arabo.
La politica in atto non è il risultato di una necessità militare ma la conseguenza di una fantasia nazionalista messianica.
L’occupazione ha corrotto Israele, l’ha ridotta a una società militarista, razzista, sciovinista e violenta. Israele, continuando con l’occupazione e la repressione nei territori, sta distruggendo le sue risorse, mentre centinaia di migliaia di Israeliani vivono in una umiliante povertà.
Negli ultimi anni i cittadini di Israele hanno sperimentato il deterioramento di tutti i servizi pubblici. L’educazione, la sanità il sistema di sicurezza sociale le pensioni, tutto ciò che garantiva benessere ai cittadini è stato trascurato e sacrificato per assicurare la continuità degli insediamenti che la maggioranza della popolazione vorrebbe fossero evacuati.
Non possiamo guardare passivamente questa situazione che equivale ad una “liquidazione mirata” del principio di uguaglianza.
Vogliamo vivere in una società che ricerca la giustizia e afferma l’uguaglianza dei diritti di ogni cittadino. L’occupazione e la politica di repressione sono ostacoli alla realizzazione di questa visione e per questo ci rifiutiamo di prendervi parte. Vogliamo dare il nostro contributo alla società in forma alternative che non comportino il danno di altri esseri umani.
Facciamo appello a tutti i giovani che stanno per affrontare il servizio militare e a tutti i membri dell’esercito israeliano di considerare il rischio per le loro vite quando si mettono al servizio di questa politica di repressione e distruzione
Noi crediamo ci sia un’altra strada.                                                  (12 febbraio 2005)

http://www.refusersolidarity.net/default.asp?content_new=event&tourID=118
http://www.afsc.org/israel-palestine/israelicos.htm
http://www.afsc.org/israel-palestine/israeli-co-letter.php
http://www.nyunews.com/news/campus/9112.html

 

 

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domenica, 13 marzo 2005

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …) 

 

 

 

Internazionale  11 / 17 marzo  2005 n. 581 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (28 settembre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 9 marzo 2005.
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi         3.683
Israeliani              986
Altre vittime          74
Totale                4.743

Internazionale  11 / 17 marzo  2005 n. 581 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (12 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 9 marzo 2005.

Iracheni           16.231 – 18.509
Americani                       1.511
Altre vittime                      175

Nel sito <battelloebbro.splinder.com> in data sabato 12 marzo potrete vedere la galleria fotografica di un attacco della polizia turca, compiuto contro una manifestazione per l’8 marzo. E’ ripresa da Repubblica.
Chi guardi quelle fotografie potrà riscontrarvi immagini consuete: questo tipo di violenza, –come altri è ormai globalizzato.
Un cartello, visibile nell’ultima fotografia della serie, diceva: "Siamo madri, vogliamo un mondo senza guerra". Anche la voce delle donne che vogliono accompagnare il loro “produrre e riprodurre” con il pensiero e la parola fa paura ad ogni mente militarizzata.
E purtroppo le menti militarizzate aumentano e non solo in Turchia.
E’ per me fonte di grande interesse comunque scoprire e praticare questa rete di persone che, comunicando via internet, e aprendo i loro occhi sull’informazione, sollecitano quelli altrui.                                        augusta

 

 

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