Questo diario elettronico ha una storia... (continua)


giovedì, 28 aprile 2005

Un lettore mi/si chiede (grazie per il commento) come se la caverà nel caso Calipari il presidente del consiglio italiano. Temo di dover rispondere: “Secondo il consenso dell’opinione pubblica, in larga parte succube della disinformazione pilotata dei media italiani”.
Non vuol essere una risposta cinica, ma solo sconsolata                                      Augusta
                     

Da
www.peacerepoerter.net  Italia - 27.4.2005        ----------                       
A spada tratta
Antonio Cassese commenta il modo in cui gli Usa hanno trattato i casi Calipari e Abu Ghraib 

“E’ un epilogo che mi ha sorpreso molto”. Il giurista Antonio Cassese, ex presidente del Tribunale dell’Aja e ora a capo della commissione Onu sul Darfur, è perplesso dopo le indiscrezioni secondo le quali il Pentagono starebbe pensando di scagionare completamente i militari statunitensi coinvolti nell’uccisione del funzionario del Sismi Nicola Calipari. “Io speravo che la commissione mista Usa-Italia arrivasse a un’intesa sull’accertamento dei fatti. Pensavo che non ci fosse questo irrigidimento da parte degli americani e che si tenessero in debito conto le testimonianze dei due italiani superstiti”, dice il professore.

Due giorni prima i giudici militari Usa hanno assolto i “pesci grossi” riguardo allo scandalo delle torture di Abu Ghraib. In sostanza la responsabilità degli abusi è stata attribuita a poche “mele marce”. Anche questo giudizio l’ha sorpresa?
Sì. E’ chiaro che c’è una linea politica imposta dall’alto di difendere a spada tratta i militari. C’è un problema di morale delle forze armate, e penso che gli altissimi vertici ritengano che qualunque incrinatura nella protezione dei militari possa ulteriormente mettere in crisi il morale dei soldati. Questa è l’unica spiegazione che mi do. Anch’io ho visto il nesso tra Abu Ghraib e l’irrigidimento sulla decisione su Calipari. Questo corrobora tutte le perplessità che l’atteggiamento americano nei confronti della Corte Penale Internazionale sollevava, circa la volontà degli americani di proteggere in ogni caso i loro militari da eventuali accuse di crimini di violazione dei diritti umani.

Se gli usa avessero approvato il trattato che ha istituito la Corte Penale, sarebbero obbligati a lasciar giudicare la Corte su fatti del genere?
No. Se fossero parti contraenti dello statuto, dovrebbero cedere davanti alla giurisdizione della Corte solo ove si dimostrasse che non sono capaci o che non hanno la volontà di procedere penalmente contro i propri militari sospettati di crimini. La corte interviene in seconda battuta. Se lo Stato attraverso i suoi organi giudiziari non interviene o non interviene efficacemente, subentra la Corte. In questo caso, essendo il crimine commesso nel territorio iracheno, cioè di uno stato non parte contraente dello statuto della corte, ed essendo stati commessi da cittadini americani, non c’è la giurisdizione della Corte. In teoria ci sarebbe quella del giudice territoriale, cioè i giudici iracheni, ma essi non si attivano.

E l’Italia non potrebbe giocare alcun ruolo?
Per il caso di Calipari ci sarebbe la giurisdizione teorica del giudice italiano, perché è un reato commesso all’estero contro un cittadino italiano. Ma in base all’articolo 10 del nostro codice penale affinché si possa agire è necessaria la presenza sul territorio italiano dei presunti colpevoli, a meno che il giudice non decida di procedere – ma mi sembra molto difficile – in contumacia.

Ma se gli Usa giudicano sui reati commessi da propri cittadini all’estero, non è come se in una partita un giocatore facesse anche l’arbitro?

Non farei questo paragone. Gli americani hanno commissioni militari ma soprattutto corti marziali. Questi reati sarebbero da corte marziali, che negli Usa sono serie e funzionano bene. Il problema è che per arrivare alla corte marziale è necessario che ci sia un procuratore che decide di deferire il caso ad essa. In questo episodio i membri americani di questa commissione d’inchiesta hanno deciso che non ci sono gli elementi perché nessun reato è stato commesso da cittadini statunitensi.
L’immagine del giocatore/arbitro non regge se guardiamo al passato. Nel Vietnam ci sono stati perlomeno 500 casi di americani che avevano commesso crimini contro i vietnamiti, portati davanti alle corti marziali. In molti casi sono stati condannati, e comunque i processi erano seri, equi. Erano corti marziali americane che giudicavano crimini imputati a militari americani.

Perché c’erano procuratori che portavano il caso davanti alle corti…
Certo, o anche per merito dell’opinione pubblica, come nel caso di My Lai. In questo caso invece ci sono chiaramente direttive politiche di difesa a oltranza dei militari.                                                             
Alessandro Ursic  

 

 

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categoria:rassegnastampa
lunedì, 25 aprile 2005

Nell’Italia del 25 aprile qualcuno si aspetta giustizia per Calipari?  Io no.
Penso con disgusto ai mezzi di accurata disinformazione, che ben sostengono questa indecenza e, nei fatti, giustificano a priori ogni violenza, purché agita dalla parte per cui si schierano.
Pace e giustizia   non sono solo punti di arrivo ma anche metodi (Gandhi e Nelson Mandela lo hanno capito).
Non posso non pensare a Giuliana Sgrena e alla moglie e ai figli di Calipari.
Saranno loro a pagare; non chi ha ucciso e, soprattutto, non chi ha costruito le condizioni per cui  uccidere è esperienza facile e lieve.                                                                                    augusta

Da Repubblica On line
  -   23 aprile 2005
Accuse infondate" per tre generali e un colonnello Usa.  Finora sanzionati solo militari semplici o sottufficiali      
Abu Ghraib, l'esercito americano   scagiona gli ufficiali delle torture

WASHINGTON - Sono stati tutti scagionati i generali e gli alti ufficiali, sotto inchiesta per lo
scandalo degli abusi compiuti da militari americani su detenuti iracheni nel carcere di Abu Ghraib, vicino a Bagdad. Secondo quanto riportato dalla stampa Usa, una indagine, condotta dall'esercito degli Stati Uniti, ha ritenuto non colpevoli tre generali e un colonnello. Uno dei quattro alti ufficiali scagionati è il generale Ricardo Sanchez, che dal giugno del 2003 (due mesi dopo la presa di Bagdad e la caduta del regime di Saddam Hussein)ricoprì per circa un anno l'incarico di più alto in grado in Iraq.
In base a indagini compiute in precedenza, il generale Sanchez era stato messo sotto accusa per non avere esercitato in modo adeguato la sua leadership, contribuendo, così, a creare un clima favorevole agli abusi sui prigionieri. Sanchez era l'ufficiale più alto in grado coinvolto nella vicenda degli abusi, ma nei suoi confronti non sono mai state formulate accuse penali.
Complessivamente, l'indagine riguardava 12 ufficiali.
L'inchiesta è stata condotta dall'ispettore generale dell'esercito, il generale Stanley E. Green, che ha raccolto trentasette deposizioni giurate, e ha concluso che le accuse erano infondate.

 Per il momento, si tratta di informazioni ufficiose poiché - viene spiegato - il Congresso non è stato ancora informato delle conclusioni dell'indagine e il rapporto non è stato ancora pubblicato.
Lo scandalo degli abusi nelle prigioni di Abu Ghraib, scoppiato nell'inverno del 2004, aveva avuto una eco enorme in seguito alla diffusione delle
foto che avevano suscitato indignazione in tutto il mondo. Finora, solo militari semplici e sottufficiali sono stati sanzionati dalle Corti marziali, o hanno patteggiato, dopo avere confessato, la loro punizione.    

 

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categoria:rassegnastampa, guerra conflitti e violenze
domenica, 24 aprile 2005

23 aprile  Una serata diversa.

Nel mio diario datato 18 aprile dicevo dell’apertura  della settimana finlandese.

Ho già scritto più volte che l’edificio interno all’ICB è dono del governo finlandese, il progetto è di un’architetta finlandese e pure tutto l’arredamento viene dal lontano nord.
Durante il saccheggio che l’ICB ha subito nei 40 giorni d’occupazione del 2002 per fortuna tutto l’arredamento si trovava dentro ben protetti containers. Si è salvato, ma stringe il cuore vedere le tracce delle scritte oltraggiose, che i vecchi muri di pietra hanno assorbito, e il buco prodotto nel pavimento dell’aula computer con un martello pneumatico.
Non è stato chiuso: il diametro è di circa 20 cm ed è protetto da una lastra di cristallo.
Un’altra incursione armata potrebbe, rinnovando i piaceri del saccheggio che appartengono alla storia di ogni guerra, distruggere tutto ciò che  in questo luogo è offerto alla popolazione di Bethlehem e dei villaggi vicini.

La delegazione finlandese, che ha concluso ieri il suo lavoro, aveva una forte caratterizzazione turistica e, anche se può sembrare grottesca un’offerta di questo tipo a una popolazione imprigionata, ben sapeva quel che faceva: infatti gli operatori presenti hanno potuto interloquire con gruppi della più svariata provenienza, europei e non, la cui presenza all’ICB, pur se di diversa durata, è continua.
L’edificio dono della Finlandia è stato inaugurato l’1 settembre del 2003. Se ne può leggere la data su un mosaico posto all’ingresso del vecchio edificio, prospiciente la via Paolo VI.
A questo punto la realtà dell’ICB potrebbe intrecciarsi con quella della regione da cui provengo se … ma andiamo con ordine.

Una delle più consolidate attività del Centro è quella dei laboratori artistici che offrono strumenti sofisticati per le più svariate lavorazioni: ceramica, vetro …
Nel 2001 (la seconda Intifada non era ancora scoppiata) il direttore del Centro, dr. Mitri Raheb, chiedeva alla rivista Confronti (Roma –
www.confronti.net) la disponibilità di un’insegnante di mosaico per introdurre anche questa tecnica nei laboratori. Casualmente mi trovavo a Roma e, ingenuamente, dicevo dell’importanza della scuola di mosaico di Spilimbergo (PN), trovando  direttamente la disponibilità a recarsi a Bethlehem di Carolina Zanelli, allora insegnante nella scuola friulana (ora l’evoluzione internazionale della sua professionalità non le consente un’attività continuativa in quella località).
Carolina a Bethlehem teneva  un corso di mosaico ad una dozzina di studenti, mentre scoppiavano i primi segni di conflitto (era il mese di agosto) e, frutto di quel corso, è il mosaico con il logo dell’ICB che si trova all’ingresso della zona degli uffici.
Le spese erano sostenute da un fondo dell’8 per mille delle Chiese Luterane in Italia, attivato tramite la rivista Confronti.
A questo punto, mentre continuava la seconda intifada, scoppiava anche la mia ingenuità.
Pensavo infatti che la presenza di un lavoro friulano su un muro betlemita potesse interessare sia la scuola del mosaico, sia la regione ma ogni tentativo di coinvolgimento portava a un risultato zero.
Nel 2003 Carolina tornava ancora a Bethlehem per predisporre il mosaico (che testimonia l’inaugurazione di cui ho detto prima) sempre sostenuta dai fondi delle Chiese Luterane e dalla rivista Confronti e sempre ignorata nel suo luogo d’origine.
Da parte mia ho voluto verificare se il cambiamento di governo regionale a seguito delle elezioni del 2003 potesse comportare una modifica culturale: ovviamente, più testarda che preveggente, i fatti mi confermavano che nelle lontane province del nord est l’intelligenza e la professionalità di una donna, capace di autonomia, non sono sostenibili. La mia nota informativa, inviata ai responsabili di un convegno udinese facente capo all’Assessore regionale “per le relazioni internazionali, comunitarie e autonomie locali”, non  ha avuto nemmeno l’onore della risposta.

 

 

 

Così, pur se la circostanza della “settimana finlandese” lo avrebbe consentito, non ho potuto dire ad alcuno l’origine dei due mosaici opera di Carolina Zanelli (chi volesse sapere di più sui lavori di questa mosaicista può servirsi del link “I mosaici di Carolina”, presente nella colonna di sinistra).
Ho avuto però il piacere di constatare la continuità dell’impegno della mia amica nei lavori di Abeer, una donna palestinese di cui Carolina aveva ed ha grande considerazione e di cui mi aveva inviato la foto durante il corso del 2001. Appariva, accanto al suo ceppo, munita di martellina, intenta a tagliare la pietra da cui avrebbe tratto le tessere del mosaico.
Era tutta vestita di bianco, dalla tunica al velo islamico che le incorniciava il volto.
Ancor oggi Abeer ama vestirsi di un unico colore con le bellissime stoffe cangianti che si torvano da queste parti: l’ultima volta che l’ho incontrata vestiva di verde. Quando ci vediamo mi sorride e non manca mai di chiedermi di salutare la sua maestra se le scrivo.

La incontro spesso perché frequenta assiduamente il laboratorio, ma non solo.
Abeer infatti insegna mosaico anche alla scuola Dar Al-Kalima  collegata all’ICB (chi volesse saperne di più può servirsi del link Annadwa). La scuola assicura tutto l’iter scolastico, come previsto in Palestina, ma offre anche, per educare i bambini  alla libera espressione di sé – che non si vuole venga totalmente impedita dal soffocamento del muro- una serie di attività extracurricolari pomeridiane, proposte alla libera scelta degli studenti. Una di queste è il club del mosaico, affidato ad Abeer, che conta 24 allievi. Così quello che Abeer ha imparato da Carolina le ha dato opportunità di lavoro per sé  e le ha consentito di partecipare allo sforzo di migliorare la vita dei bambini della sua terra.

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categoria:donne, bambini, diari di augusta
sabato, 23 aprile 2005

Sembra che uscire da Jenin sia difficile, almeno nel racconto; ma non  posso permettermi di essere sbrigativa perché una visita a quella città non è cosa né semplice, né consueta.
Passo perciò agli incontri politici.

La prima visita è al Presidente della regione. Il saluto è molto formale con qualche pretesa di solennità, che contrasta con la povertà degli ambienti (“crediamo nella pace perché il profeta della pace e della benevolenza fa parte della nostra storia …crediamo nel processo di pace… vogliamo la pace per tutti i bambini del mondo”).
Quando parla di pace il governatore prende nettamente le distanze dal muro come strumento idoneo a garantirla (tanto più che non è stato costruito su territorio israeliano, ma palestinese: il riferimento è sempre ai confini del 1967) e, richiesto di una valutazione dell’evacuazione dei coloni da Gaza, dice che può avere un significato positivo all’interno della road map, mentre, se servirà solo a raggruppare un maggior numero di coloni in Cisgiordania, non avrà alcun senso anzi potrà contribuire a far esplodere la situazione. Precisa anche che il ritiro da Gaza dovrebbe essere contestuale all’evacuazione di quattro insediamenti che si trovano nella regione di Jenin, ritiro che dovrebbe avvenire ad agosto, ma in merito al quale, non è ancora stato attivato alcun coordinamento con la regione.
Ci vengono ancora proposti i dati che, nel loro ripetersi, angosciano.
Jenin sopravvive perché funziona la solidarietà familiare e arrivano aiuti internazionali, il 65% degli abitanti di Jenin vive al di sotto della soglia di povertà, la costruzione del muro ha tagliato i posti di lavoro in Israele e ha portato la disoccupazione al 60%.
Alcuni dati essenziali del bilancio della regione confermano la situazione: la regione spende 100.000 $ mensili per i sussidi ai disoccupati e 10.000 $ per le spese proprie (parco macchine, elettricità ecc. ecc.), mentre gli stipendi degli impiegati sono a carico dell’apposito ministero dell’Autorità Palestinese
Anche il sindaco (che incontriamo poco dopo) non mancherà di ricordarci i medesimi dati e si farà cura anche di sottolineare l’antica storia della città che permette di identificare Jenin come città di frontiera a nord della Palestina nota, anche nell’antichità, per i suoi giardini e la ricchezza di acque. Oggi l’acqua è controllata da Israele.
Dell’antica Jenin (città le cui tracce risalgono a 4.000 anni fa) ci aveva detto anche il governatore, ricordando la fortezza cananea e le consistenti tracce della presenza bizantina; purtroppo (e per me questo non è il primo riscontro) ai palestinesi non è possibile condurre campagne di scavi archeologici e i “furti archeologici” da parte di Israele (così li definisce il governatore) sono considerevoli. Il primo furto è il mancato accesso degli studiosi palestinesi alle mappe archeologiche e alla documentazione storica i cui documenti appartengono ad archivi non accessibili. Se pensiamo ai furti archeologici in Iraq dobbiamo dire che il comportamento della potenza occupane è, per questo aspetto, decisamente occidentale.
Comunque l’importanza della città sotto il profilo archeologico è stata rilevata anche da esperti
internazionali che hanno riconosciuto la necessità di fondare una locale scuola di archeologia.
Il governatore, o presidente della regione, è capo delle forze di sicurezza e rappresenta, nel territorio di sua competenza, il capo dello stato, la sua prima responsabilità é la sicurezza dei cittadini.
Il sindaco ci dirà anche che il coordinamento fra le istituzioni è buono e che il modello è stato creato con l’aiuto del governo olandese Personalmente ritengo importante segnalare questa intelligente forma di cooperazione internazionale.

La visita a Jenin si conclude con un incontro particolarmente emozionante: quello dei ragazzi che hanno partecipato al campo estivo a Poppi (Arezzo), curato dalla Chiesa Avventista e in novembre a Roma. Si rivolgono con affetto e rimpianto a Domenico e a Lucia (Confronti ha fortemente voluto queste esperienze), che si sono fatti carico del loro soggiorno e del loro arrivo in Italia (mentre i nostri trasferimenti dagli aeroporti europei durano qualche ora, quelli dei Palestinesi richiedono tre o quattro giorni; l’aeroporto di Tel Aviv è loro interdetto, devono scegliere la via di Amman e le autorità giordane non ne facilitano il passaggio); ricordano i loro amici israeliani (in Italia hanno conosciuto –dopo una iniziale, grande difficoltà) la possibilità di vivere insieme al “nemico” fino a soffrire per la frattura che la tragica contingenza politica impone.
Non mi soffermo su questo aspetto perché è problema che ho trattato più volte e diffusamente anche nel mio precedente diario elettronico (si veda, a titolo di esempio, in <betlemme.splinder.com>, accessibile anche dal link “vecchio diario”, il testo del 21 novembre 2004).

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categoria:viaggioconfronti05
mercoledì, 20 aprile 2005

Qualche segnalazione:

 

 

Il numero di aprile di Confronti (www.confronti.net) contiene non pochi articoli interessanti.
Quelli che appaiono nell’indice in colore blu possono essere scaricati.

Sono stata inoltre inserita in una mailing list che contiene interessanti segnalazioni. Ne riporto due
augusta

NOTAM - Milano,  18 aprile  2005 -  s. Galdino -  Anno  XIII°  -  n.  240  -
LA STRADA PER AUSCHWITZ C'È SEMPRE

 

 

Keith Clements, Segretario Generale della Conferenza delle Chiese Europee, ha scritto questa nota in occasione del 60° della liberazione di quel campo. La pubblichiamo volentieri in una traduzione dall'inglese di Andrea Mandelli. Ndr.
Avevo visitato Auschwitz nel marzo dello scorso anno. Avendo letto e visto così tanto al riguardo, era difficile credere che oggi uno potesse stare là sul tratto di binario più infame della storia, quello che attraverso il cancello sotto il corpo di guardia di Birkenau conduceva alla piattaforma.
Dopo essere stati una volta su quei binari che portano a Auschwitz-Birkenau nessun tratto di binario può più apparire ancora  innocente perché è collegato con i binari che attraversano tutta l’Europa. Il binario per Auschwitz cominciava molto lontano e non solo in senso fisico. Cominciava nell’ampiamente diffuso anti-semitismo; si collegava con la ferrovia del nazionalismo, quando la nazione lo sostituì a Dio come oggetto d’adorazione. Era collegato al binario della superiorità razziale e al pensare che le differenze di colore della pelle, di cultura e di religione fossero nemici di una società “pura”.  Il treno era trainato dalla locomotiva dello stato apparentemente onnipotente, che pretendeva d’avere il diritto di tirare tutto dietro a sé.  La caldaia era alimentata con l’ideologia che le persone, se non sono una minaccia per gli altri, sono lì per essere sfruttate e convenientemente utilizzate per un vantaggio economico. Infine,nel contesto di una guerra in cui tutti i limiti sono superati, la strada condusse dritta e senza difficoltà alla “soluzione finale”. Auschwitz  fu un orrendo crimine ineguagliabile nelle sue combinazioni di brutalità inumana accuratamente programmata. Ma fu anche il punto d’arrivo di tendenze endemiche in gran parte del nostro mondo. Auschwitz non accadde per caso, fu  fatto accadere e per di più fu lasciato accadere.
È appunto perché Auschwitz è il risultato di “evasione morale” e di “paure che rendono la gente silenziosa e inerte”, che noi oggi dobbiamo chiederci quale strada stiamo percorrendo, e dove ci porti alla fine. La menzogna che alcuni siano meno importanti di noi a causa del loro colore o genere; la menzogna che coloro che sono differenti siano per questo nemici da bandire o eliminare; la menzogna che masse di gente esistano soltanto per il nostro vantaggio economico e possano essere utilizzate come più ci conviene; la menzogna che i cosiddetti interessi di stato (o di alcuni stati in particolare) abbiano la precedenza su ogni cosa e su chiunque; la menzogna che una nazione possa decidere autonomamente di entrare in guerra in base ad una falsità e la maggiore di tutte le menzogne, quella che in ogni caso noi non possiamo farci niente, tutte queste menzogne sono diffuse nel nostro mondo.  Queste sono strade che portano verso Auschwitz,  strade che esistono ancora.                                                                                                                Keith Clements

 

 


TACI IL NEMICO TI ASCOLTA - O NO?

 

 

In tutt'altre faccende affaccendati gli italiani -quasi tutti- non si sono accorti di un tentativo di colpo di mano che colpirebbe ancora la già asfittica informazione. Adista, la meritoria agenzia, ha pubblicato la nota che sintetizziamo di seguito. Ndr.
Niente più libera informazione sulla guerra. È quello che prevede la delega al Governo per la revisione delle leggi penali militari di pace e di guerra, già votata al Senato lo scorso 18 novembre e nelle prossime settimane in discussione alla Camera: se il provvedimento venisse approvato senza ulteriori modifiche il codice militare di guerra verrebbe applicato anche alle cosiddette "missioni di pace" ed esteso addirittura a qualsiasi cittadino italiano che si trovi «nel territorio estero sottoposto al controllo delle Forze armate italiane nell'ambito di una operazione militare», giornalisti ed operatori umanitari compresi.
«Il progetto ha due obiettivi di fondo», spiega il magistrato Domenico Gallo, del Coordinamento nazionale giuristi democratici (
www.giuristidemocratici.it): «ridurre l'area di controllo di legalità affidata alla giurisdizione ordinaria, incrementando la competenza della giurisdizione militare attraverso la 'militarizzazione' dei reati comuni commessi da militari; abbassare la soglia fra pace e guerra, riesumando le leggi di guerra e rendendole pienamente utilizzabili». Diventerebbero così di competenza della giurisdizione militare moltissimi reati, anche comuni, purché commessi da militari. Inoltre, riducendo la distinzione fra "stato di pace" e "stato di guerra", verrebbero gradualmente introdotte leggi di guerra anche in tempo di pace, senza cioè che il Parlamento deliberi e il presidente della Repubblica dichiari lo "stato di guerra", come la Costituzione vorrebbe; sarebbe sufficiente - spiega ancora Gallo - che il Governo, con un semplice Decreto e senza alcuna approvazione del Parlamento, proclamasse «l'instaurarsi di un non meglio determinato tempo di guerra».  Sono quattro, in particolare, gli articoli del codice militare di guerra che rischiano di imbavagliare definitivamente la libera informazione, tappando la bocca ai militari e di fatto trasformando i pochi giornalisti ancora non embedded in addetti stampa delle Forze armate, sotto la minaccia di pesanti pene detentive: l'articolo 72 ("procacciamento di notizie riservate"), 73 ("diffusione di notizie riservate"), 74 ("agevolazione colposa") e 77 ("divulgazione di false notizie sull'ordine pubblico o su altre cose di interesse pubblico") che prevedono la reclusione da 2 a 10 anni (in un carcere militare) per «chiunque si procuri notizie concernenti la forza, la preparazione o la difesa militare, la dislocazione o i movimenti delle forze armate, il loro stato sanitario, la disciplina, le operazioni militari e ogni altra notizia che, essendo stata negata, ha tuttavia carattere riservato»; la pena potrà poi aumentare fino a 20 anni di reclusione qualora le notizie venissero divulgate o pubblicate. Nessuna notizia, pertanto - a cominciare da quelle riguardanti per esempio le nostre Forze armate che operano a Nassiyria - senza il via libera da parte dei comandi militari. «Con l'approvazione di questa norma liberticida - commenta Fabrizio Battistelli, presidente di "Archivio disarmo" - diventa a rischio il mestiere dei giornalisti, che gia devono affrontare conflitti sanguinosi e privi di steccati fra combattenti e non combattenti. Quale sarà il giornalista, inviato sul campo a dare conto di operazioni di guerra (o di pace, che ormai presentano poca o nessuna differenza con le prime), il quale dovrà guardarsi non soltanto da attentati, rapimenti, scontri a fuoco, ma anche dal pericolo di finire sotto inchiesta per aver descritto un'azione militare? Chi deciderà che una notizia, anche non classificata come segreta, può avere 'carattere riservato'? Di questo passo, persino riferire dello stato di salute degli uomini e delle donne del contingente potrà configurare un reato»… Contro la legge delega, Rete Lilliput e Articolo 11 (da oltre cento giorni in presidio permanente davanti a Palazzo Chigi per chiedere il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq) hanno lanciato una petizione a cui hanno aderito, fra gli altri, Arci, Associazione obiettori nonviolenti, Beati i costruttori di pace, Legambiente, Missionari comboniani, PeaceLink, Rete Radie' Resch, Un ponte per... "L'obiettivo di questa revisione dei Codici penali militari - si legge nel documento (nel sito: www.ostinatiperlapace.org) - e', di fatto, quello di offrire un contributo normativo alla costruzione del nuovo ordine (o disordine) globale e alle teorie della guerra permanente. Normare l'emergenza bellica per normalizzare la guerra. Inoltre e' alto il rischio di una definitiva decostituzionalizzazione del concetto di 'tempo di pace' e 'tempo di guerra', sino a una integrale perdita di senso di quanto stabilito dall'articolo 11, il cui valore quale principio fondamentale della nostra Costituzione è stato già pesantemente messo in discussione da altri atti posti in essere da questo e da altri governi". Lo scorso 28 gennaio si e' svolta un'azione di pressione davanti alla redazione romana del "Corriere della Sera", per sollecitare il principale quotidiano italiano ad occuparsi della questione. E "Azione nonviolenta", mensile del movimento nonviolento, ha chiesto un'audizione alle commissioni Esteri e Giustizia di Montecitorio.             Adista

E infine, da ADISTA n.24 del 26 marzo (www.adista.it), una nota che in questo tempo di censura crescente (e sempre più ben accolta, mi sembra importante.           augusta

LA PROPAGANDA DEI MEDIA E L’INSEGNAMENTO SCOLASTICO RIPRODUCONO UNA VISIONE DEL MONDO A USO E CONSUMO DELL’OCCIDENTE
Questo articolo firmato da John Pilger, giornalista di origine australiana pluripremiato per il suo lavoro in Vietnam e Cambogia, È stato pubblicato sul sito internet
www.resistir.info. Titolo originale: "A luta pela memoria nas sociedades livres"
Come funziona il controllo del pensiero nelle società che si dicono libere? Perché giornalisti famosi sono tanto ansiosi, quasi per riflesso incondizionato, di minimizzare la colpevolezza di leader politici come Bush e Blair che condividono la responsabilità dell’attacco non provocato a un popolo indifeso, della devastazione della sua terra e dell’ucci-sione di almeno 100mila persone, in gran parte civili, dopo aver cercato di giustificare questo crimine atroce con menzogne comprovate? Perché un reporter della Bbc descrive l’invasione dell’Iraq come "una vendetta di Blair"? Perché le emittenti radiofoniche e televisive non hanno mai associato Gran Bretagna e Stati Uniti al terrorismo? Perché tali comunicatori privilegiati, con accesso illimitato ai fatti, si sono allineati nel descrivere un’elezione non controllata, non verificata, illegittima, cinicamente manipolata, effettuata sotto una brutale occupazione, come "democratica" e con l’immacolato proposito di essere "libera e giusta"?
Sarà che non leggono la storia? O la storia che conoscono, o che preferiscono conoscere, è soggetta a tali amnesie ed omissioni da produrre una visione del mondo attraverso uno specchio morale unilaterale? Questa medaglia di una sola faccia assicura che la maggior parte dell’umanità sia trattata in base alla sua utilità per "noi", la sua necessità o meno, il suo merito o demerito dal nostro punto di vista. Un esempio: la nozione di curdi "buoni" in Iraq e di curdi "cattivi" in Turchia. La convinzione infallibile del fatto che "noi" nell’Occidente dominante abbiamo modelli morali superiori ai "loro". Uno dei "loro" dittatori (spesso un nostro vecchio cliente, come Saddam Hussein) uccide migliaia di persone ed è descritto come un mostro, un secondo Hitler. Quando uno dei nostri leader fa lo stesso, è trattato, nella peggiore delle ipotesi, come Blair, in termini shakespeariani. Coloro che uccidono persone con autobombe sono "terroristi"; coloro che uccidono molte più persone con bombe cluster sono i nobili occupanti di un "pantano".
L’amnesia storica può diffondersi rapidamente. Appena dieci anni dopo la guerra del Vietnam, che io seguii come giornalista, un sondaggio negli Stati Uniti rivelò che un terzo degli americani non riusciva a ricordare quale parte il loro governo avesse appoggiato. Questo mostra il potere insidioso della propaganda dominante sul fatto che la guerra fosse essenzialmente un conflitto di "buoni" vietnamiti contro "cattivi" vietnamiti, in cui gli americani erano stati "coinvolti" per portare la democrazia al popolo del Vietnam del sud che affrontava la "minaccia comunista". Tali supposizioni false e disoneste permeano la copertura dei media, con onorevoli eccezioni. La verità è che la guerra più lunga del XX secolo fu condotta contro il Vietnam, del nord e del sud, comunista e non comunista, dagli Stati Uniti. Fu un’invasione non provocata della patria e della vita dei vietnamiti, come l’invasione dell’Iraq. L’amnesia assicura che, mentre le morti, relativamente poche, degli invasori sono costantemente riconosciute, la morte degli oltre cinque milioni di vietnamiti è consegnata all’oblio.
Quali sono le radici di questo fenomeno? Certamente, la "cultura popolare", specialmente i film di Hollywood, può determinare cosa e quanto poco ricordiamo. L’educazione selettiva in età precoce svolge la stessa funzione. Mi hanno inviato una guida per studenti di storia contemporanea internazionale, ampiamente utilizzata, riguardo al Vietnam e alla guerra fredda. Il suo contenuto è appreso da ragazzi delle scuole britanniche dai 14 ai 16 anni che si preparano per il critico esame Gcse. Riguarda la comprensione di un periodo storico fondamentale, che dovrà influenzare il modo in cui leggeranno le notizie di oggi sull’Iraq e su altro.
È scioccante. Afferma che in base all’accordo di Ginevra del 1954 "il Vietnam era diviso tra nord comunista e sud democratico". Con una sola frase, la verità è sbrigata. La dichiarazione finale della Conferenza di Ginevra divideva il Vietnam "temporaneamente" fino all’indizione di elezioni libere nazionali da tenersi il 26 luglio del 1956. C’erano pochi dubbi sul fatto che Ho Chi Minh avrebbe vinto e formato il primo governo democraticamente eletto del Vietnam. Il presidente Eisenhower non aveva certamente dubbi riguardo a questo: "Non ho mai parlato con una persona esperta di questioni indocinesi che non fosse d’accordo con me - scriveva -: l’80% della popolazione avrebbe votato per il comunista Ho Chi Minh come leader".
Non solo gli Stati Uniti si rifiutarono di permettere all’Onu di amministrare le elezioni fissate due anni dopo, ma anche il fatto del "democratico" regime del sud era un’invenzione. Uno degli inventori, il responsabile della Cia Ralph McGehee, descrive nel suo magistrale libro "Inganni fatali" (Deadly Deceits) come un brutale mandarino espatriato, Ngo Dinh Diem, fu importato da New Jersey per fare il "presidente" e come un governo impostore fu collocato al potere. "Fu ordinato alla Cia – scrive – di sostenere tale illusione attraverso la propaganda dei media".
Realizzarono elezioni falsificate, salutate in Occidente come "libere e giuste", con responsabili americani impegnati a fabbricare "un’affluenza dell’83% malgrado il terrore Vietcong". La guida non dice niente di tutto ciò, neppure che "i terroristi", che gli americani chiamavano Vietcong, erano anche persone del sud che difendevano la loro patria dall’invasione americana e la cui resistenza era di popolo. Per Vietnam leggasi Iraq.
Il tono di questo opuscolo è dal "nostro" punto di vista. Non c’è informazione del fatto che esisteva un movimento di liberazione nazionale del Vietnam; semplicemente quella di "una minaccia comunista", semplicemente la propaganda che "gli Usa erano terrorizzati dal fatto che molti altri Paesi potessero diventare comunisti e aiutare l’Urss ed essi non ne volevano un numero più alto"; semplicemente che il presidente Johnson "era deciso a mantenere il Vietnam del sud libero dai comunisti" (il corsivo è nell’originale). Si prosegue rapidamente fino all’Offensiva del Tet nel 1968, "terminata con la perdita di migliaia di vite americane – 14mila nel 1969 – in gran parte giovani". Non c’è alcuna menzione dei milioni di vite vietnamite perse nell’offensiva. E l’America iniziò solamente "una campagna di bombardamento": non c’è riferimento al maggior tonnellaggio di bombe mai sganciate nella storia della guerra, a una strategia militare concepita deliberatamente allo scopo di forzare milioni di persone ad abbandonare le proprie case e ai prodotti chimici utilizzati in modo da alterare profondamente e geneticamente l’ambiente, lasciando nella rovina una terra prima generosa.
Questo opuscolo riflette le deviazioni e le distorsioni dei manuali ufficiali come il prestigioso manuale di Oxford e Cambridge utilizzato da tutto il mondo come modello. La sua sezione sulla guerra fredda si riferisce all’"espansionismo" sovietico e alla "diffusione" del comunismo, non c’è una parola sulla "diffusione" predatoria degli Stati Uniti. Una delle sue questioni chiave è: "Quanto effettivamente gli Usa hanno contenuto la diffusione del comunismo?". Il bene contro il male per menti non orientate.
"Caspita, una marea di cose potrai imparare qui…", dicono gli autori dell’opuscolo, "per apprendere in maniera corretta". Caspita, l’impero britannico non è esistito; non c’è nulla sulle atroci guerre coloniali che sono state un modello per la potenza che è venuta dopo, l’America, in Indonesia, Vietnam, Cile, El Salvador, Nicaragua, per nominarne appena alcune lungo la scia di sangue della moderna storia imperiale di cui quella in Iraq è la più recente.
E ora l’Iran? I tamburi di guerra sono già partiti. Quante altre persone innocenti devono morire prima che coloro che filtrano il passato e il presente si risveglino alla propria responsabilità morale di proteggere la nostra memoria e le vite degli esseri umani?

 

 

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martedì, 19 aprile 2005

19 aprile

Mi riaggancio al mio diario del 14 aprile per continuare la relazione del viaggio di Confronti, in questa specie di percorso ad ostacoli che spero non sia troppo confuso.

Torno quindi a Jenin, il 26 marzo.
La prima visita è all’Ufficio dell’YMCA (Young Men Christian Association, una delle prime organizzazioni ad ispirazione ecumenica; la sua fondazione risale alla fine del XIX sec.; poco dopo le si è accompagnata la parte femminile –Y WCA. E’ molto attiva da queste parti e, a quanto ne so, anche nel nord Europa. Via internet, con un qualsiasi motore di ricerca, si possono trovare informazioni).
L’iniziativa di Jenin ci viene presentata da Mostafà, lo psicologo che lavora a Nazareth, ha studiato a Perugia (e quindi parla un ottimo, riposante italiano) che ci accompagna nella prima parte del viaggio. L’ufficio di Jenin si occupa di assistenza disabili: sono molti, anche, ma non solo, come conseguenza del conflitto. L’iniziativa non è rozzamente “benefica”, ma intesa a curarne anche la formazione professionale e riceve la collaborazione dell’Unicef, dell’ONG Movimondo e, per quel che riguarda la conduzione dell’ospedale, di Emergency.
Il direttore è un palestinese di Bet Sahur che ci assicura non esistere alcun discrimine religioso nei loro interventi. Il suo compito specifico è quello di supervisore psicosociale il che gli consente di esprimere una fondata e documentata preoccupazione per gli effetti a lungo termine (e questi imprevedibili) dell’occupazione che continua implacabilmente.
I 20.000 abitanti di Jenin, che un tempo andavano a lavorare in Israele, sono disoccupati (a quanto ne so e ho visto anche in viaggi precedenti vengono sostituiti da immigrati da paesi dell’estremo oriente le cui condizioni di lavoro e di vita sono estremamente dure: Italia docet!?). Grave ovunque, nel campo profughi la disoccupazione raggiungerebbe l’85%.
Non sono in grado di dire se si riferisca solo agli uomini in età lavorativa o anche alle donne.
Il muro che circonda Jenin e serpeggia nel suo territorio (la costruzione ha “consentito” la confisca di molti terreni, un problema che viene segnalato ovunque) ha inquinato la vita in 13 villaggi (la città di Jenin conta circa 40.000/50.000 abitanti e la regione 200.000)
L’iniziativa dell’YMCA ci viene presentata da Salam, una assistente sociale del luogo che si occupa di disabili motori e psichici e segnala un forte aumento di lavoro dopo lo scoppio della seconda intifada. In Palestina la media dei disabili (non faccio in tempo a chiedere se si riferisca solo a quelli fisici o anche psichici) è del 4%, a Jenin –come noto uno dei luoghi più tragici- sale al 10%. Salam ci fa notare l’importanza della presenza delle donne che, nel lavoro di intervento sociale, sono facilitate per il contatto con le famiglie. Il compito di chi svolge attività nel sociale non è facile: gli operatori infatti sono essi stessi vittime del’occupazione.
Il primo dei suoi progetti è relativo, così dice, alla modifica ambientale; noi lo chiameremmo abbattimento delle barriere architettoniche; il secondo si occupa della ricerca di posti di lavoro compatibili con le condizioni dei disabili.
I casi singolarmente seguiti nell’anno in corso –da Salam e dal suo piccolo staff (4 persone, che tengono anche il contatto con i medici dell’ospedale)- sono 52, cui va aggiunto il lavoro con i gruppi di famiglie. L’attenzione specifica ai bambini si manifesta infatti attraverso l’intervento sulle famiglie e solo in età più avanzata sui singoli individui, che entrano nel progetto fino a 40 anni.

Dopo l’incontro con gli operatori dell’YMCA passiamo al campo profughi, dove incontriamo il locale Comitato popolare, che si descrive come simile ad un comune, la cui attività è suddivisa in comitati.
C’è il comitato prigionieri, il comitato “martiri” (si occupa delle vedove e degli orfani dei martiri, per cui il flusso delle adozioni a distanza si è bloccato perché ritenuti “figli di terroristi), il comitato sanità. C’é un comitato che si occupa di bambini la cui condizione psicologica si manifesta attraverso problemi comportamentali gravi e violenti che interessano anche gli adolescenti. E infine si segnala la presenza di un centro donne
Per i bambini c’è un sovraffollato servizio scolastico (gestito dall’UNRWA).
Certamente non è possibile aiutare i bambini (e qualunque essere umano di qualsiasi età) mentre nel campo profughi ci sono ancora invasioni notturne dell’IDF con spari e uso di bombe e nelle case vengono fatte irruzioni con cani addestrati.
Lo scorso anno, in una mia visita alla sede della mezzaluna rossa di Bethlehem (la locale croce rossa), mi era stato segnalato l’uso di cani per la perquisizione di ambulanze anche in corso di trasporto malati.
La stanza in cui il Comitato ci riceve è tappezzata da manifesti con le foto di “martiri” (156 in totale, le foto – evidentemente in numero minore- sono degli ultimi mesi). L’identificazione dei morti nel corso dell’intifada e della battaglia di Jenin si snoda in un coacervo di nomi: martyrs, freedom fighters, kamikaze, terroristi … già l’uso della terminologia costituisce “ermeneutica”.
I rappresentanti del Comitato dichiarano subito di apprezzare il popolo italiano, ma non il suo governo, e ci chiedono di portare in Italia immagini obiettive di ciò che ci è dato vedere, insieme al messaggio della loro sofferenza. Ci ricordano che la battaglia di Jenin (aprile 2002- ne ho già citato la conseguenza più nota: la locale ground zero nel mio diario del 14 aprile, integrato dal gradito commento di Filippo) ha prodotto 58 martiri, 50 disabili (ritengo si riferiscano esclusivamente ai disabili fisici). I feriti sarebbero 1.300 e 470 le case distrutte.
Ci sono stati prigionieri, ancora nelle carceri di Israele. Ce ne ricordano la cifra complessiva: 6.000, di cui alcuni in carcere ancora dalla prima intifada (1986).
Mi meraviglia che non segnalino la presenza in carcere di minori (apprenderemo che sono circa 300, trattati in modo del tutto difforme dalle norme di diritto umanitario e dalla convenzione di New York sui diritti dei minori).
Chiediamo una valutazione del processo politico in atto: ci viene risposto che per ora sembra riguardare solo i mezzi di informazione, perché non è dato vedere nulla di concreto (e penso che a questo aspetto “propagandistico” sia dovuta anche la nostra facile entrata in Jenin)
Dichiarano fiducia in Abu Mazen ma hanno bisogno che le potenze internazionali premano su Israele (che definiscono stato nazista).
Dichiarano di aver dato molto di sé e del proprio territorio (il riferimento è evidentemente alle conquiste del 1967, mai riconosciute dall’ONU) per la pace e Israele, a loro parere, ha risposto con gli arresti e il muro. Dicono di essere certi che il muro sarà distrutto da Palestinesi e Israeliani insieme. Vogliono la pace ma gli Israeliani (anche la sinistra israeliana li ha profondamente delusi) dovrebbero cominciare “spegnendo le luci degli insediamenti”.

Voglio precisare (spero sia inutile … ma non si sa mai..) che quello che scrivo, a meno che non lo dica, non è mio giudizio ma semplicemente registrazione di ciò che ho ascoltato.
Conosco bene l’abitudine, almeno della maggioranza dell’opinione pubblica italiana, a negare ogni validità a queste voci, che pure ci sono. Certamente il primo danno alla pace è il pregiudizio e l’ascolto molto selettivo, giocato esclusivamente dall’una o dall’altra delle parti in causa.

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lunedì, 18 aprile 2005

Una indicazione importante: leggete il commento di Filippo nella mia pagina del 14 aprile

Prima di riprendere il diario del viaggio di Confronti, voglio dare rapidamente notizia delle iniziative culturali che si svolgono a Bethlehem, rinviando al sito www.thisweekinpalestine.com per chi volesse avere un’informazione territorialmente più estesa.
Nel farlo mi sento un po’ ridicola, ma mi è capitato di recente di sentir affermare (da persona europea ma non italiana) che in Palestina non c’è vita culturale. Io credevo che la disinformazione italiana fosse il peggio … se sia il peggio non lo so … certamente non è isolata.
Quindi…
Giovedì 14 aprile – Nella Al-Kaft Gallery inaugurazione della mostra “Naming names Bethlehem”
dell’artista inglese Michael O’Donnel (che il giorno dopo terrà una conferenza all’ICB).
Si tratta di un’originale presentazione dei 378 nomi scelti per i bambini di Bethlehem, nati in un anno preciso (che l’artista lascia indeterminato).
Venerdì 15 concerto all’ICB
Sabato 16 – Al Peace Center (centro culturale del comune) Concerto di flauto e piano “Musica attraverso i tempi” con Bridget Robbins, flauto, e Adriana Mascoli, piano. Sono due professioniste, una californiana e una italiana (di Como) che insegnano al Conservatorio Nazionale Edward Said, la cui sede è poco lontana dal mio ufficio.
Domenica 17 - Inaugurazione della settimana culturale finlandese alla presenza di una folta delegazione di quel governo.
Di recente una conoscente mi parlava di Giuliana Sgrena come di “quella cretina”, motivando la valutazione con il fatto che la giornalista mandava le sue cronache da un paese arabo e stigmatizzando contemporaneamente la mia reazione sulla negatività dell’invio di truppe italiane in Iraq. Qui il panorama di “cretini” e “cretine” si allarga in modo considerevole e conosce una interessante internazionalizzazione.
Vorrei che tutti costoro fossero ricordati come persone che cercano, con le loro competenze, di collaborare al processo con cui un popolo cerca di mantenere la propria dignità di vita e di assicurarsi un futuro anche sul piano della capacità di elaborazione di conoscenze e di creazione di bellezza. E’ un popolo che non vuole essere ridotto a recettore di aiuti materiali (ma questo è un argomento su cui dovrò tornare).
Non vorrei che tutto questo un domani si dovesse far memoria come dell’attività culturale durante l’assedio di Leningrado (oggi San Pietroburgo).

Segnalo ancora, dal sito
www.peacereporter.net ( Israele - Palestina - 18.4.2005) la recensione del volume   di Amira Hass  Domani andrà peggio   Lettere da Palestina e Israele, 2001-2005. Traduzioni: Nazzareno Mataldi, Marina Astrologo, Claudia Rosenzweig      Editore: Fusi Orari 2005.
 

In questo volume, che Amira Hass voluto dedicare ai refusnik (gli obiettori di coscienza israeliani, n.d.r. ), sono raccolte le sue corrispondenze, dal 2001 al 2005, per il settimanale italiano Internazionale.
In quelle corrispondenze, l’autrice ha raccontato la militarizzazione della resistenza palestinese e l'inasprimento dell'occupazione israeliana.
Con il suo stile narrativo anedottico, Amira Hass riesce a stare tanto al di sopra, quanto all’interno, delle due società in conflitto. Senza risparmiare critiche a nessuno: non agli ufficiali dell'esercito, non agli estremisti delle due parti né ai dirigenti dell'Autorità Palestinese o del Governo israeliano. L'autrice spiega cosa significhi l’occupazione raccontando ai lettori le vicende e le vite di chi, ogni giorno, ne deve affrontare le conseguenze. 

 

 

 

In coda alla raccolta delle corrispondenze si trovano anche tre suoi saggi inediti in Italia: La politica israeliana delle chiusure e Dove vai?, scritti nel 2001, e Colonialismo travestito da processo di pace dell’inizio 2004.

 

 

 

Nel saggio La politica israeliana delle chiusure, appare evidente la capacità dell’autrice di leggere gli eventi in un prospettiva empatica e di prestare attenzione alle conseguenze degli eventi politico militari sulla pelle delle persone comuni.  

 

 

 

Nel testo ad esempio, la Hass dedica un paragrafo intero a due categorie esenziali e nel contempo implicite dell’esistenza individuale: spazio e tempo: “Nei Territori Occupati da più di 30 anni lo spazio è oggetto di interferenze graduali ma incessanti, via via che le terre espropriate aumentano. I palestinesi hanno ostinatamente tenuto conto di questi furti. Stranamente però, non si è quasi prestata attenzione ad un altro tipo di furto[..]: il furto del tempo, anch’esso un effetto secondario delle chiusure. [..] quasi tutti i residenti di Gaza, e in seguito la maggioranza di quelli della Cisgiordania, hanno scoperto che non potevano più fare progetti, hanno perso anche la capacità di agire spontaneamente, e la spontaneità è un diritto umano, tanto quanto quello di spostarsi liberamente o di mangiare. [..] Persa la possibilità di fare progetti e di essere spontanei, molti hanno perso anche l’energia e la determinazione che occorrono anche solo per tentare di esercitare la propria libertà. C’è una forte tentazione di farsi dettare la vita sociale, spirituale e culturale dal restringimento degli orizzonti imposto dall’esterno."
"Dallo scoppio dell’intifada di al Aqsa, nell’ottobre del 2000, il furto del tempo e di qualsiasi parvenza di normalità ha raggiunto proporzioni quasi inconcepibili: gli studenti non riescono a raggiungere le università, ammalati e donne incinte sono trattenuti ai posti di blocco e c’è chi muore o partorisce per strada; i tecnici delle autorità locali non riescono ad avere il permesso israeliano necessario per riparare le tubazioni rotte nelle periferie delle loro stesse città; il personale di molti uffici è ridotto a metà; le autocisterne dell’acqua non possono entrare nei villaggi. I costi degli spostamenti sono triplicati, perché bisogna cambiare mezzo di trasporto ogni 20 km; la gente passa ore ed ore in attesa o in stato di fermo presso i posti di blocco. [..] l’obbligo di implorare, la prospettiva di trovarsi di fronte ad un rifiuto, la rabbia, i viaggi ripetuti all’ufficio palestinese di collegamento, dove si trovano centinaia di persone con storie incredibili che nessuno ascolta [..] Le menti più valide degli uffici palestinesi, sono assorbite notte e giorno dal semplice compito di recuperare un permesso di spostamento.”
 “A differenza della terra che si può sempre recuperare, sostituire e bonificare –conclude Amira Hass -, il tempo perduto per via della politica delle chiusure è perduto per sempre. I vantaggi personali e collettivi di avere spazio, sono cancellati per sempre, se non vengono goduti in tempo.”               Naoki Tomasini

 

 

 

Amira Hass è una giornalista israeliana. Ha vissuto nella Striscia di Gaza e nel 1997 si è trasferita a Ramallah, dove ha assistito allo scoppio della seconda intifada. Scrive per il quotidiano Ha'aretz e tiene una rubrica per il settimanale italiano Internazionale. È autrice di Drinking the sea at Gaza. Tra i molti riconoscimenti ricevuti, il World Press Freedom Award 1999, la Colomba d'Oro per la pace 2001, il Premio Unesco/Guillermo Cano per la libertà di stampa nel mondo 2003 e il premio dell'Anna Lindh Memorial Fund 2004.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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giovedì, 14 aprile 2005

Riprendo il mio diario del Viaggio di Confronti.
E’ il 26 marzo ed entriamo a Jenin. La visita è prevista e l’ingresso risulta straordinariamente facile, anche se lo spettacolo dei carri armati prima del check point non è rasserenante. Mi chiedo perché siamo così facilitati: evidentemente i soldati al check point hanno ricevuto ordini in proposito che non esistono (e l’ho constatato andandomene sola de Bethlehem a Jerusalem) quando non ci sono problemi di immagine da salvare. Un gruppo è un gruppo ….
Spero che i miei compagni di viaggio mi credano quando dico che questa non è la norma: chi non conosce l’arbitraria, sconsiderata ferocia dei check point si perde un pezzo di Palestina.
P. insiste (e probabilmente ha ragione) nel dire che qualche cosa di nuovo ci dev’essere.
Nella visita precedente infatti, nonostante il gruppo disponesse di tutta la documentazione necessaria e possibile, è stato fermato da un ufficiale della riserva che assicurava non esserci possibilità alcuna di alcun ingresso finché, chiacchierando con P., non scopriva che P. non vota Berlusconi e, constatato un comune non gradimento, il gruppo passava.
Comunque sembra che il nostro autobus sia il primo a giungere a Jenin dopo molti mesi e costituiamo un piccolo evento.
Oltre agli incontri programmati ne affrontiamo anche uno inaspettato: in una strada della città, fra anonimi caseggiati giallini che –se ho ben capito (e se così non è qualcuno dei miei diligenti compagni di viaggio correggerà)- coprono la locale “ground zero” ci si materializza davanti Zacharias, “eroe” della resistenza armata della città. E’ il primo ricercato dalla polizia di Israele e ci racconta della sua scelta di lotta armata facendola discendere dalla distruzione della sua famiglia. La realtà della sofferenza -e la comprensione della sua rabbia- non possono vincere la mia sensazione di estraneità di fronte a un’immagine che mi sembra grottesca: tutto vestito di nero, con i capelli tenuti ritti dal gel, porta un fucilone spropositato. Ha partecipato anche a un film e si vede.
Dice di sentirsi sicuro nel campo e nella città.
Mi chiedo perché voglia imitare lo squallore militare … d’altra parte le scelte politiche palestinesi non sono state né promosse, né sostenute dalla comunità internazionale e nulla che richieda il coraggio della ragione e voglia diventare progetto vive da sé, nutrendosi di speranze devastate.
E invece qui di politica ci sarebbe tanto bisogno.
Me ne sono accorta (se mai ne avessi avuto bisogno) anche ieri – mercoledì 13 – quando è passato il corteo urlante degli studenti di Fateh che hanno vinto le elezioni universitarie.
(Sui giornali italiani di solito trovo la formula Al Fatah, ma qui i miei amici e vicini d’ufficio scrivono Fateh, comunque si tratta del
Palestinian National Liberation Movement).
Il loro atteggiamento era quello di chi crede ancora nella logica della vittoria e della sconfitta… credo ci vorrebbe ben altro.
Ci vorrebbero Gandhi o Nelson Mandela… ma non sono figure che abbondino e purtroppo, qui e altrove, bisognerà far politica con gli omini (e le donnine) grigi e arcigne che occupano il mercato, fra il gradimento -ohinoi!- diffuso.
Anch’io però ho la possibilità di notare un cambiamento. Nel 2003 (doveva essere novembre o dicembre e forse, se avessi la pazienza di sfogliare il mio vecchio diario, scoprirei anche la data) ero qui durante le elezioni universitarie (vinte dallo stesso gruppo tra l’altro allora caratterizzato, e temo siamo allo stesso punto, da una presenza solo maschile, pur se le studentesse sono molte).
Durante la notte giravano per la città sparando a salve: questa volta non li ho sentiti e, se le mie finestre non tengono meglio il rumore, è bene così.
Ricordo che allora mi chiesi se non ci fosse un’invasione israeliana. Ero a letto e la mia prima idea fu “adesso mi vesto”. Mi ritrovai a ridere da sola: forse che ci sono le buone maniere da invasione? E magari gli abiti adatti….
Conclusione di allora, prima di riaddormentarmi “Se Israeliani sono, sentirò presto le armi pesanti”. Non le sentii.

 

 

 

 

 

 

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martedì, 12 aprile 2005

Una scuola in un villaggio ……
… martedì 25 marzo, ancora in Galilea. Il villaggio è Ibillin, dove visitiamo la scuola diretta dal padre melchita Elia Chacour.
La scuola, nata nel 1982, era servita da quattro insegnanti per 80 ragazzi. Oggi gli allievi sono 4.500, delle più diverse età (dal nido all’università) e gli insegnanti 230.
Il fondatore e direttore ci intrattiene sulle difficoltà incontrate per far nascere la scuola (rifiuto delle autorità israeliane alla costruzione dell’edificio, passi successivi attraverso la presentazione di fatti compiuti…). Elenca anche le sua molteplici identità – ognuna irrinunciabile- di Palestinese, cittadino di Israele come arabo-israeliano cristiano(uno dei 130.000 arabi israeliani cristiani, precisa).
Ricorda la sua appartenenza alla più antica comunità cristiana, appunto quella palestinese, paragonandola agli antichi olivi che ancora caratterizzano questa terra, pur se molti sono stati sradicati per consentire la costruzione del “muro” (ma più avanti avrò qualche altra cosa da dire sugli olivi). Quando esco sulla terrazza dell’ICB e vedo i pini marittimi che la ombreggiano, salvati dal progetto intelligente che ha assicurato la costruzione dell’edificio che ospita ristorante, teatro … non posso sfuggire al confronto con una azione barbara che, con gli olivi, distrugge irrimediabilmente vita ed economia.
Se mai il muro sarà abbattuto nessuno potrà recuperare la vita di quegli antichi olivi, risorsa perduta per molte generazioni a venire, anche se fossero tutti rimpiazzati.
Sono realtà che in Palestina si osservano ovunque e che sarebbe bello poter trasferire in Italia dove è difficile inserire una testimonianza corretta, fra lo schiamazzo di notizie false e lo schiamazzante silenzio delle omissioni.
Certamente i dati numerici che p. Elia elenca si impongono da soli come indicatori su cui sarebbe opportuno riflettere: in Israele gli arabo-israeliani sono 1.200.000, il 75% dei quali è sotto i 28 anni e il 50% sotto i 14.
Non discutiamo di didattica. P. Elia rivendica la scuola come diritto, è costretto a privilegiare questo aspetto dalla situazione in cui vive.
Il problema della didattica si fa particolarmente urgente nei Territori: classi sovraffollate, consuetudine all’apprendimento mnemonico e disciplina rigida non favoriscono processi educativi positivi. A questi problemi dobbiamo aggiungere la carenza degli edifici, distrutti o occupati. Lo scorso anno, in un villaggio vicino a Bethlehem (mi sembra fosse Wadi Foqin) ho visto una scuola distrutta dagli scoppi delle mine usate per far spazio al vicino insediamento.
A chi giova creare le condizioni che negano la conoscenza?

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lunedì, 11 aprile 2005

Domenica, decido di andare a Jerusalem e mi muovo nella tarda mattinata (ho già fissato una camera dalle suore salesiane. Ottima posizione in West Jerusalem, vicino alla porta di Damasco, stanza con bagno, prezzi più che modici e … chiave a disposizione, il che non ho in Bethlehem e mi pesa).
Il tragitto è il solito: taxi (si fa per dire!  e comunque non c’è altro) discussione sul prezzo. So che è di 10 NIS, ma il primo autista tenta di imbrogliarmi. Poiché i taxi sono in fila passo al successivo e con 10 NIS arrivo non al check point della tomba di Rachele ma molto prima: è il limite per i taxi palestinesi). Segue un tratto a piedi, passo per il varco nel muro, percorro un altro lungo tratto lungo il quale incontro una pia pellegrina che mi chiede come entrare alla tomba di Rachele. Le spiego che non è così facile, a quanto ne so sono ammessi solo gli israeliani. Si infuria e dice: “It’s Sunday” … Non ho tempo da perdere, vedo due soldati israeliani e glieli indico: ci penseranno loro a governare le sue preghiere festive!
Arrivo al check point e sono sola. Si parla di disordini a Jerusalem (sarebbero provocati dai coloni che protestano contro l’evacuazione di alcuni insediamenti e Hamas avrebbe fatto sapere di essere pronto a rispondere) quindi i Palestinesi non passano.
Entro nello schifoso tunnel, un tratto diritto, poi un passaggio laterale per una scaletta, segue rilevatore metallico (che suona sempre, con toni più o meno alti: temo che i soldati si divertano a vedere la gente che trasale) scaletta in discesa, ritorno al percorso del tunnel e, a questo punto, c’è il gabbiotto del controllo passaporti e visti che si sporge nel tunnel stesso lasciando un passaggio particolarmente angusto. Oggi lo hanno anche riparato di fianco con sacchetti di sabbia, formando una specie di trincea.
Dovrei infilarmi nel passaggio davanti al gabbiotto ma due soldati hanno deciso di appoggiare la schiena alla parete di fronte allo sportello e i piedoni ben calzati alla base del gabbiotto. Si suppone che io debba scavalcare le gambe per inciamparmi sul fucile che tengono accostato al fianco sinistro. Poiché sono sola (mai mi permetterei di stuzzicarli in presenza dei Palestinesi su cui poi scaricherebbero il loro fastidio: chi ha voglia di andare a leggere il mio vecchio diario troverà vari esempi in merito) decido di stare al gioco. Vogliono il linguaggio del corpo? Lo avranno.
Nel ’68, quando loro non erano nemmeno oggetto di desiderio di chi li ha messi al mondo, di queste cose si discuteva e non ho dimenticato. Così mi fermo con l’atteggiamento di chi è disposto a star lì senza fretta, cerco di sorridere con l’aria più materno-nonnesco-cretina che mi riesce di inalberare (non ho lo specchio quindi non conosco il risultato: so che vorrei avere gli incisivi a sciabola), e tamburello discretamente sulla parete cui i due appoggiano la schiena e la canna dello schifoso fucilone (i miei infantili ricordi di guerra mi provocano reazione di incontenibile disgusto davanti alle armi). Oltre i due si materializza un terzo che mi fa cenno di proseguire, io allargo le mani: come faccio strisciare fra un gabbiotto e due soldati, contro cui necessariamente mi struscerei?
Sono una signora, non si vede?
Il numero tre dice qualche cosa all’uno e al due, che si accostano alla parete: praticamente sono sull’attenti; mi sembra una posizione adeguata al mio passaggio e vado. Sorrido (mi sento schifosa ma proseguo) al numero tre, gli snocciolo un sonoro “shalom!”, gli ficco in mano il passaporto dichiarando: “I’m an European cityzen!”. Non lo guarda nemmeno, me lo ridà e dice “Welcome!”
Evidentemente il suo Welcome non era sincero perché a trovare un taxi ce ne metto, anche se faccio l’autostop con un’abilità che non mi conoscevo.
Arrivo comunque in città, passo dall’ufficio turistico dove faccio una chiacchierata con l’impiegata che vuole parlate in italiano. E’ messicana, chiamata lì dagli zii (no comment!).
Segue passeggiata per la città vecchia, piacevole e tranquilla. Vado dal venditore di succhi di melograno alla porta di Jaffa: non è stagione ma mi spreme grosse arance. Poi vado a West Jerusalem dove scopro interessantissime targhe (lo scorso anno avevo molte ore di lezione e andavo di corsa, quest’anno ho deciso di lavorare meno e guardare in relax) che illustrano vari edifici nella funzione che avevano nel secolo XIX, prima del sionismo. Testimoniano tutti gli interventi di illuminati benefattori e la partecipazione di scienziati, medici, ricercatori … ovviamente ebrei.
In quasi tutti viene discretamente ricordato che dopo la prima guerra mondiale, quando gli inglesi divennero potenza mandataria, li requisirono e ne fecero continuare l’attività o ne modificarono l’uso. Particolarmente divertente l’uso dei due edifici per pellegrini, donati dallo zar: quello per i pellegrini poveri fu la peggior prigione inglese (lo scorso anno c’era una mostra di cui credo di aver parlato nel vecchio diario), destinata ai terroristi ebrei (non dimentichiamo la banda Stern, la strage del King David…) e, in particolare, ai condannanti a morte; quello per pellegrini aristocratici (non ricordo che uso gli avessero attribuito gli inglesi) oggi è la sede del fondo israeliano per la natura.
Mi sembra un modo intelligente e interessante per ricordare una presenza ebraica di vecchia data e non connessa con l’ideologia di Eretz Israel. Chi veniva qui a quell’epoca fuggiva dai pogrom e dall’antisemitismo di tutta Europa (Dreyfuss!) e tentava di iniziare una vita sicura sotto la protezione dell’impero ottomano.
Si trattava di una comunità povera cui filantropi ebrei offrirono aiuto e sostegno. Il mulino di sir Montefiore è ancora visibile (e ne parlano anche le guide) ma ci furono ospedali, scuole ….
Non so se la mia interpretazione sia corretta: comunque non mi è capitato di leggere nulla sull’argomento specifico.
Questa mattina ho visitato il museo della shoah (noto come museo dell’Olocausto), Yad Vashem. Ho raccolto pagine e pagine di appunti. Se non riesco qui ne parlerò al mio ritorno.
Mi limito alla citazione di uno degli slogan che ho ricopiato così come scritto: “A country is not just what it does, it is also what it tolerates” (L’autore indicato è K. Tucholshy, saggista tedesco di origine ebraica).

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