Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

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martedì, 31 maggio 2005

Ricopio un articolo pubblicato da www.peacereporter.net. Della questione si sono occupati anche i giornali israeliani (chi avesse la pazienza di andare a leggere l’edizione inglese di Haaretz delle ultime settimane - www.haaretz.com- troverà ampio materiale in proposito. Riporto integralmente anche il testo inglese della lettera di Human Rights Watch che chiede di essere tradotta. Se qualcuno ne ha voglia può provvedere e inserire la traduzione nei commenti.   Grazie      augusta
   

 

 

 

 

Israele - Palestina - 31.5.2005                                   Separati in casa 
Prolungato un decreto che impedisce alle coppie israelo/palestinesi di vivere assieme

 

 

 

 

Domenica alla Knesset, il parlamento israeliano, si è votato per decidere se prolungare o meno una legge temporanea che impedisce alle famiglie miste di israeliani e palestinesi di vivere assieme sul territorio di Israele. Il provvedimento scade il 31 maggio 2005 ma, nonostante gli appelli di Human Rights Watch, di Amnesty International e dell’International Commission of Jurists che ne hanno chiesto l’abrogazione, il Governo Sharon ha deciso di mantenerlo modificandolo solo in alcuni dettagli.
Vivere separati.“Migliaia di coppie sposate –ha commentato Sarah Leah Whitson di HRW- sono costrette a vivere separate, e ai  figli viene impedito di vivere con entrambi i genitori”. Il decreto temporaneo sulla cittadinanza, che nega la residenza in Israele ai coniugi di cittadini israeliani, è in vigore dal luglio 2003, ma le domande di ricongiungimento da parte delle famiglie interessate erano state congelate già dal maggio 2002. Stando a dati forniti dal quotidiano Haaretz, alla fine del 2004 le coppie coinvolte dalla legge erano tra 16 e 21 mila, questo perché tra i cittadini israeliani vengono considerati anche quanti godono dello status di residente permanente in Israele, come nel caso degli abitanti di Gerusalemme est, la parte araba della città santa.
La legge è stata mantenuta, sono state apportate solo le modifiche suggerite da un emendamento che prevede delle eccezioni al divieto, ma limitatamente alle coppie in cui lei abbia più di 25 anni e lui più di 35. Secondo una statistica delle Nazioni Unite sui matrimoni nei Territori Occupati Palestinesi, l’età media per le donne che si sposano è di 21 anni, 25 per gli uomini. Oltre a questo ostacolo, le eccezioni su base anagrafica saranno applicate solo nel caso in cui il coniuge arabo non abbia tra i parenti delle persone sospettate di attività terroristiche.
La Convenzione Internazionale sui Diritti Sociali e Politici, ratificata da Israele nel 1991 e valida ”anche in tempi di emergenza per la sicurezza”, proibisce di prendere provvedimenti che “siano basati su razza, colore, sesso, lingua, religione o casta”.
Rinunciare alla residenza. Dal 2002 ad oggi, invece, migliaia di cittadini israeliani sposati con Palestinesi residenti nei Territori sono stati costretti a scegliere tra vivere in Israele insieme al coniuge o lasciare il Paese per stare vicino alla famiglia.
Ma poi per questi ultimi i problemi sono tutt’altro che risolti: ad esempio i palestinesi di Gerusalemme est che si spostano in Cisgiordania rischiano di perdere la residenza israeliana, mentre nei casi in cui è il coniuge arabo a spostarsi in Israele, questo avviene illegalmente. Ciò ha portato diverse mogli e bambini a vivere a Gerusalemme da reclusi in casa, per timore dell’arresto e della deportazione. “Questa legge crea dei problemi seri –ci racconta Qusai, un residente della città vecchia- qui nella Gerusalemme araba la situazione è molto triste perche i confini della città secondo la legge israeliana sono diversi da come li abbiamo conosciuti noi: negli anni ’80, quando la situazione economica era buona, tante famiglie di arabi residenti a Gerusalemme hanno costruito le loro case nelle zone di al Ram, di Dahia, di Abu Dis o Azzaria, che per noi sono periferia di Gerusalemme. Ma ora che il muro sta per separare la città dai suoi sobborghi trasformandoli in parti della Cisgiordania, chi vive in quelle zone e ha la carta di identità di Gerusalemme rischia di perdere tutto. Perciò molte famiglie hanno dovuto spostarsi di nuovo verso Gerusalemme Est. Questo ha portato al sovraffollamento: se una famiglia negli anni '80 era composta da sei persone, ora magari sono venti e devono vivere nella stessa casa.”
Secondo un report del National Security Council, l’emendamento aprirebbe la via della riunificazione al 28,5 percento delle richieste inoltrate, ma si tratta di un calcolo ipotetico che non ha trovato conferme. Secondo lo stesso istituto, i ricongiungimenti familiari dal 1968 ad oggi sarebbero stati oltre 190 mila.

Israeli Knesset: Do Not Extend Discriminatory Law                 
May 22, 2005  

Members of the Knesset,

We are writing to urge you to reject the proposed amendment to the Citizenship and Entry into Israel Law (Temporary Order) 2003 (“the law”) approved by the Cabinet on May 15, 2005 and to call for the law not to be extended when it expires on May 25. The law is discriminatory in its explicit denial of family rights on the basis of national origin. While most Israeli citizens enjoy the right to family reunification with their non-Israeli spouses, Israeli citizens married to Palestinians from the
Occupied Palestinian Territories (OPT) are deprived of this right. Israel
’s Palestinian citizens, who make up 20% of the population, are the main victims of this discriminatory law, since in the overwhelming majority of cases they are the ones who marry Palestinians from the OPT.  
 
The law, originally enacted in July 2003, followed a government freeze on applications for family reunification between Israeli citizens and Palestinians from the OPT in May 2002. It prohibits the granting of any residency or citizenship status to Palestinians from the OPT who are married to Israeli citizens or permanent residents (i.e. Palestinian residents of
East Jerusalem ). The latest proposed amendment and extension of the law, rather than bringing it into line with international human rights standards and Israel
’s Basic Laws, includes exceptions to the law based on age and gender. The proposed amendment permits Palestinian women over the age of 25 and Palestinian men over the age of 35 to apply for family reunification with their Israeli spouses. These criteria are arbitrary in nature and apply to only a small percentage of the couples seeking family reunification, as most marry at an earlier age.  
 
Furthermore,
Israel
may deny the applications of persons within the age and gender exception if anyone from their extended family or in-laws is considered to pose a security risk. Israeli authorities are not required to inform applicants about the basis of the allegations against their relatives or to give them the opportunity to challenge those allegations.  
 
The government of Israel must ensure that measures addressing its security concerns remain in conformity with international human rights standards – including the principle of non-discrimination - and are applied on an individual basis, and not to persons who themselves are not considered to be a genuine security threat.  
 
Over the past three years the law on family reunification between Israeli citizens and Palestinians from the OPT has harmed the rights of tens of thousands of individuals. Not only has Israel failed to accept any new applications for family reunification in these cases, it has frozen the status of applications submitted prior to the enactment of the law, jeopardizing the ability of couples already living together in Israel to continue to do so and forcing others to live apart.  
 
Even before the May 2002 freeze, the practice of granting permanent residency and citizenship to Palestinians from the OPT married to Israelis was an arduous and drawn-out process. According to Israeli human rights organizations, the Israeli Ministry of Interior took an average of five years from the submission of an application to grant or deny the application. The applicant then spent another five years in various statuses before receiving permanent residency or citizenship.  
 
The law has created an intolerable situation whereby Israeli citizens and permanent residents are forced to choose between living in their country without their spouses and leaving their country to be with their spouses. Furthermore, even those choosing to leave
Israel to join their spouses in the OPT face a host of additional, negative legal consequences. Palestinian residents of East Jerusalem face a real threat of losing their own permanent residency if they move to the OPT to join their spouses there. Israeli citizens are prohibited from entering Areas A (major Palestinian population centers as defined under the Oslo Accords) of the OPT, and thus have to break Israeli law in order to live with their spouses in the OPT. If spouses from the OPT stay illegally in Israel
with their Israeli spouse and children, they often can’t leave the house for fear of arrest and deportation.  
 
While Israeli government officials have traditionally justified the law as necessary for security reasons, the real intent of the law appears to be demographic in nature. As reported by Ha’aretz, during a special meeting to discuss the law on April 4, 2005, Prime Minister Ariel Sharon stated: "There is no need to hide behind security arguments. There is a need for the existence of a Jewish state." At the same meeting, Finance Minister Benjamin Netanyahu said, “Instead of making it easier for Palestinians who want to get citizenship, we should make the process much more difficult, in order to guarantee Israel's security and a Jewish majority in Israel."  
 
Israel's obligations under international human rights law include the obligation to respect the absolute prohibition on discrimination set out in Articles 2 and 26 of the International Covenant on Civil and Political Rights (ICCPR), Article 1 of the International Convention on the Elimination of All Forms of Racial Discrimination (CERD), Article 2 of the Convention on the Rights of the Child (CRC), and Article 2 of the International Covenant on Economic, Social and Cultural Rights (ICESCR). Israel has ratified all of these treaties and is bound to respect their provisions. Under the ICCPR, which Israel ratified in 1991, even "in time of public emergency which threatens the life of the nation," Israel is prohibited from taking measures that would "involve discrimination solely on the ground of race, colour, sex, language, religion or social origin."  
 
In addition, Israel is also bound by its obligation to protect the family as a fundamental unit of society, including the establishment of families. These obligations are set out in Article 10 of the ICESCR, Article 23 of the ICCPR, and Articles 7 through 10 of the Convention of the Rights of the Child. According to the authoritative commentary of the UN Human Rights Committee, which monitors state compliance with the ICCPR, international human rights law “recognizes that the family is the natural and fundamental group unit of society and is entitled to protection by society and the State.” Furthermore, “the right to found a family implies… the possibility to… live together…Similarly, the possibility to live together implies the adoption of appropriate measures… to ensure the unity or reunification of families, particularly when their members are separated for political, economic or similar reasons” (General Comment 19).  
 
When the proposed amendment comes before you, we urge you to reject it and call for this discriminatory law not to be extended in its current or proposed form. Instead we call upon you to consider all measures that can expedite the reunification of thousands of families who have been separated over the last few years.  
 
Sincerely yours,  
 
Sarah Leah Whitson  
Executive Director,
Middle East
and North Africa Division   Human Rights Watch  
 
Malcolm Smart  
Deputy Director,
Middle East
and North Africa Program  Amnesty International  
 
Federico Andreu-Guzman  
Deputy Secretary General  International Commission of Jurists  
 
cc: Mr. Menachem Mazuz, Attorney General  
Mr. Ophir Pines-Paz, Minister of the Interior  
Ms. Tzipi Livni, Minister of Justice  

From: http://hrw.org/english/docs/2005/05/23/isrlpa11000.htm

© Copyright 2003, Human Rights Watch    350 Fifth Avenue, 34th Floor    New York, NY 10118-3299    USA

 

 

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israele palestina, rassegnastampa, segnalazioni da altri blog

giovedì, 26 maggio 2005

Per chi trovasse confuso questo sovrapporsi di argomenti diversi e di tempi diversi, suggerisco una lettura tematica evidenziando, a sinistra, la categoria di riferimento (nel caso specifico Viaggio confronti 2005).

 

 29 marzo  - il gruppo di Confronti visita il Deisha camp, alla periferia di Bethlehem, dove vivono 11.000 persone in mezzo kmq. Molti sono discendenti di rifugiati dal 1948, persone costrette dalla violenza militare o dal terrore ad abbandonare i propri villaggi (questi rifugiati provengono da 46 villaggi diversi), convinte di potervi tornare dopo pochi giorni.
Inizialmente furono alloggiati in tende (lentamente sostituite da baracche e poi anche da case) e furono e sono assistiti dall’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East - www.un.org/unrwa/)

Riporto, traducendola, la definizione  di rifugiato palestinese data dall’UNRWA. “… i rifugiati palestinesi sono persone la cui normale residenza di trovava in Palestina fra il mese di giugno 1946 e il mese di maggio 1948, che persero sia la loro casa sia i mezzi di sussistenza in seguito al conflitto arabo-israeliano del 1948.
I servizi dell’UNRWA possono essere assicurati ai residenti nell’area di operazioni considerata in questa definizione, che si sono iscritti all’Agenzia e che necessitano di assistenza. La definizione di rifugiato dell’UNRWA copre anche i discendenti di coloro che divennero rifugiati nel 1948. Il numero dei Palestinesi iscritti quali rifugiati è conseguentemente cresciuto da 914.000 nel 1959 a più di quattro milioni nel 2002 e continua ad aumentare in seguito alla crescita naturale della popolazione”.
Aggiungo che campi di rifugiati (per un totale di 59) si trovano in Giordania, Libano, Siria, West Bank (Cisgiordania) e nella striscia di Gaza. Non tutti i rifugiati, regolarmente registrati, vivono nei campi e, per coloro che vi risiedono, sussiste una significativa limitazione dei diritti civili; non hanno potuto votare, ad esempio, nemmeno nelle recenti elezioni palestinesi.

Durante la visita ci viene ricordata la storia del campo, la sua crescita disordinata (nelle città palestinesi l’assenza di un piano regolatore è evidente, ma nei capi offre immagini tragiche).
Il comitato che si occupa dell’organizzazione del campo lavora con varie ONG ma non con l’Autorità Palestinese.
Ci dicono che durante la prima intifada il campo venne chiuso entro un reticolato (cd. fence), addirittura oscurato con lastre di lamiera e l’ingresso e l’uscita sull’unica strada che allora collegava Jerusalem ed Hebron, e che veniva percorsa anche dai coloni che oggi godono di una propria viabilità (con strade costruite su terra palestinese), avvenivano controllati da un girello situato in una specie di gabbia (ne ho parlato nel mio <betlemme.splinder.com>, raggiungibile da qui con il link “vecchio diario”, in data 25 novembre 2003). In questo periodo i residenti al Deisha conobbero la durezza di un’occupazione colonialista.
Durante la seconda intifada molti furono uccisi (è stato loro dedicato anche un monumento. Si veda in www.peacereporter.net  il mio articolo “Ulivi di pace” del 17 maggio), molti furono feriti, tanto da riportare anche gravi e permanenti disabilità, 14 case venero demolite.
I residenti nel campo lamentano di non aver una propria voce con cui essere ascoltati.
Nel Deisha camp ci sono due scuole per complessivi 3000 studenti (soggetti ai doppi turni).
C’è una mensa collettiva per i più poveri, ci sono infermieri e medici volontari e una scuola per disabili.
Di recente è stato costruito un edificio con un’ampia sala che rappresenta un punto di incontro.
Numerosi progetti sono cogestiti con i governi giapponese e canadese.
Chi ci parla rifiuta l’ipotesi dei due stati e sostiene la scelta di un solo stato palestinese.
Interrogato sulla fattibilità di un simile progetto … risponde che sarà realizzabile quando “sarà vinto il capitalismo internazionale” (sic!).

La sera raggiungiamo a Jerusalem il centro della chiesa anglicana (St. George) dove incontriamo il vescovo anglicano, Riah Abu el Assal, il rabbino Roberto Arbib e lo sheik Ghassan Manasra (mussulmano sufi).
Il gruppo non è casualmente composito, si tratta di persone che già hanno collaudato una collaborazione nell’ascolto e nella stima reciproca.
La stanchezza mi impedisce di prendere appunti (forse prima o poi mi soccorreranno le trascrizioni di Emanuela). Mi limito a segnalare una delle prime frasi pronunciate dallo sheik che per me ha
la forza di un aforisma. Constatato che i tre interlocutori insieme rappresentano “le religioni del libro” afferma: “Il problema non sta nei testi, ma nell’interpretazione”.

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viaggioconfronti05

domenica, 22 maggio 2005

Per chi trovasse confuso questo sovrapporsi di argomenti diversi e di tempi diversi, suggerisco una lettura tematica evidenziando, a sinistra, la categoria di riferimento (nel caso specifico Viaggio confronti 2005)      


Emanuela Savelli (partecipante al viaggio di Confronti) mi ha mandato i suoi appunti relativi alla visita alla Knesset. Li ho letti in parallelo ai miei e sono perfettamente sovrapponibili. Così approfitto della sua diligenza per cedere alla pigrizia e trascriverli, aggiungendo solo qualche considerazione quando volevo far apparire il mio pensiero
Grazie Emanuela           augusta


Nota: quanto riportato non è frutto di sbobinamenti, perché non è stato possibile portare il registratore all’interno della knesset. E’ quindi solo frutto di appunti presi a mano.


28/03/05 ore 12:00 Knesset (parlamento israeliano)
Lungo la strada di accesso, chiusa al traffico, troviamo una manifestazione del movimento dei coloni, che protestano per la decisione del governo di Sharon di abbandonare le colonie israeliane costruite a Gaza. La mattina delle visita, il parlamento avrebbe proprio dovuto discutere della richiesta di sottoporre a referendum la decisione di abbandono delle colonie, e l’approvazione della finanziaria, che destinava dei fondi per il risarcimento dei coloni da spostare.
 
Primo incontro:
Jaakov Levi advisor speaker della Knesset, del servizio esteri del parlamento.
Di origine italiana, ci parla nella nostra lingua. E’ vissuto e cresciuto in Italia, anche se vi manca da più di 20 anni. Si occupa del servizio esteri, rapporti con il parlamento.
Levi:
“Il parlamento oggi deve votare per il disimpegno da Gaza e da parte della Samaria, oltre che per l’approvazione del budget, che è importante perché dispone di finanziamenti per il disimpegno.
Se non si approva il budget (n. di aug.: bilancio) entro il 31 marzo, il 28 giugno ci saranno le elezioni anticipate (n.d.aug: questo è previsto dal sistema legislativo di Israele), e entro maggio il referendum. La maggioranza, attualmente è contro il referendum e a favore dell’approvazione budget, ma non si può mai dire. In queste ore ci sono molti incontri, dentro e fuori il parlamento, per poter discutere della cosa, e spesso i parlamentari cambiano opinione anche in modo radicale.”
Luigi:
Il progetto di Sharon per il dispiegamento da Gaza sarà il primo e ultimo passo in questa direzione, o poi ci sarà un piano per il dispiegamento anche dalla Cisgiordania?
Levi:
Chi è contro al piano di dispiegamento da Gaza sostiene che la seconda Intifada è iniziata in seguito al ritiro dal Libano, cioè che ad ogni nostro passo in favore dei palestinesi segue una reazione per noi catastrofica. Noi sosteniamo che questo è un passo unilaterale, a favore della nuova situazione palestinese che non ha più Arafat, che sosteneva il terrorismo. Poi seguiremo le linee della roadmap, con il necessario impegno dei palestinesi a smantellare il terrorismo e la gestione delle armi.
Ma non è un passo che può essere preso come un precedente, anche se non si può escludere del tutto che possa essere un primo passo seguito da altri.
Salvatore:
Quali sono le posizioni nei confronti del referendum, sia nella knesset che nell’opinione pubblica?
Levi:
Potremmo considerare le motivazioni esterne, ma la motivazione vera è che qui è in gioco il potere della knesset: può o non può il Parlamento decidere liberamente del destino del paese?
E’ ammissibile che per qualunque decisione operativa non si possa prescindere dal verificare l’opinione del popolo? La knesset è ancora legittimata a rappresentare il popolo israeliano?
Molti parlamentari la vedono così. In Israele non abbiamo mai effettuato un referendum e molti non vogliono che il popolo giudichi direttamente su questioni di carattere religioso, perché il popolo israeliano, per la maggior parte, è laico. Eppure, questa volta, in modo del tutto straordinario, si parla di referendum. E in questo modo, si accetterebbe il verdetto del popolo
Nel Likud, il partito che sostiene la maggioranza di governo con 40 deputati, ci sono molti franchi tiratori, anche se agiscono in modo palese, quindi sappiamo che sono a favore del referendum. Sostengono che non si può cambiare il programma fatto con le promesse elettorali e Sharon aveva promesso che durante il suo governo non ci sarebbe mai stato un dispiegamento.
Altri deputati pensano che si può cercare di prorogare la decisione, allungandone i tempi. Altri partiti sono apertamente contro Sharon, ma a favore della sua attuale politica, come i laburisti, il shinui, e sostengono che, se passa il referendum, allora lasceranno l’appoggio all’attuale governo oggi stesso (nota di aug.: si veda nel mio diario del 3 maggio che riporta il parere di Mossi Raz del partito Meretz).
Non è molto chiara la posizione dei partiti degli arabi-israelini, perché per loro, in assoluto, è difficile votare a favore di Sharon, ma in questo caso, è anche difficile votare contro, visto che sono a favore del ritiro. In altre occasioni simili, si sono astenuti.
I partiti religiosi, il cui maggiore esponente è il Shas con 11 deputati, devono decidere oggi.
Giampaolo:
Quali sono i principali problemi che pone la finanziaria in fase di votazione?
Levi:
Come nelle finanziarie di tutti i governi, i principali problemi riguardano i tagli alle spese. In più, abbiamo il grosso problema della gestione dei lavoratori stranieri. Prima della seconda intifada, ogni giorno, circa 120.000 palestinesi venivano a lavorare in Israele, per svolgere lavori di tipo manuale. Oggi, a seguito dei problemi di sicurezza e la chiusura dei Territori, ne arrivano solo 5.000 o 6.000. Questo sta mettendo fortemente in crisi la nostra economia, e stiamo cercando di porvi rimedio con l’importazione di mano d’opera da altri paesi, ad esempio dai paesi asiatici, ma molti lavoratori arrivano anche dall’Europa, ad esempio polacchi. Inoltre, c’è il problema dell’aumento delle spese per la sicurezza, le spese militari. Siamo una democrazia, certo, ma non dobbiamo dimenticare che siamo sotto assedio e il pericolo può arrivare anche da relativamente lontano, da paesi a noi nemici come Iran, etc. Tutto ciò comporta grosse ripercussioni sul budget del governo.
Luigi:
Come è stata accolta la proposta di accordo di Ginevra?
Levi:
Il governo non ha riconosciuto l’accordo, ma anche le opposizioni, come i laburisti, non hanno riconosciuto alcuna legittimità all’accordo. Tutti i politici, dunque, sono contrari, anzitutto per una questione di forma, prima che di contenuto. La popolazione invece è confusa: ci sono molte altre iniziative di questo genere, non viene mai colta bene la differenza, e non si può semplicemente etichettare tutto con iniziative di “pace” o di “guerra”. La pubblicità che vi hanno riservato gli organizzatori non ha avuto nessun ritorno. Il Likud in particolare si è dichiarato contro, perché ritiene l’accordo frutto di una sola posizione, quella palestinese, ma anche perché la cosa è stata gestita dal governo svizzero, che ha finanziato l’iniziativa. Un governo non può riconoscere e appoggiare iniziative prese da enti al di fuori dei legittimi governi eletti, non avrebbe dovuto farlo. Dovrebbero invece appoggiare noi e li nostre iniziative.
Augusta:
Qual è la vostra valutazione della posizione dell’Unione Europea sulla questione mediorientale?
Levi:
Non apprezziamo più molto le posizioni della Unione Europea sulla questione del Medioriente, eravamo più vicini alle posizioni di quando era guidata da Prodi, oggi meno. Dell’Europa in generale, poi, apprezziamo molto la politica estera dell’Italia, per il resto le altre nazioni non vanno mai molto in nostro favore.
Emanuela:
Qual è operativamente la proposta del dispiegamento prevista dalla finanziaria? Che cosa si offre ai coloni per ritornare in Israele?
Levi:
In generale non c’è una proposta ancora precisa, anche se mancherebbero solo tre mesi alla data prevista per il dispiegamento. Da noi la politica è sempre molto fluida, in movimento. La finanziaria propone una cifra da accantonare per questo, che corrisponde a 3 miliardi di NIS (circa 700 milioni di dollari) per tuta l’operazione, che coinvolge circa 7.000 persone a Gaza e 1.500 in Cisgiordania (West Bank). Sicuramente si offrirà del lavoro, magari a gruppi, ma anche singolarmente, ma è ancora da decidere. Anche perché occorre decidere le modalità di ritiro, per sapere cosa fare delle strutture che lasceremo. Forse distruggeremo gli edifici, per evitare che vengano occupati da gruppi come quelli di Hamas, perché sarebbero capaci di propagandare l’evento come un primo passo: oggi occupiamo Gaza, poi la West Bank, poi Gerusalemme. E non possiamo permettere una tale propaganda. Altre possibili soluzioni sarebbe di vendere le strutture a delle banche internazionali, che poi le distribuirebbero, dietro pagamento, a famiglie palestinesi. Ma è ancora tutto da decidere.


Secondo incontro:
Dati i contenuti degli appunti mi sneto in dovere di confermare la correttezza e lìobiettività degli appunti di Emanuela. Le opinioni espresse da Mr. Stern sono evidentemente sue. Il giorno successivo al nostro incontro e all’approvazione del bilancio, Haretz pubblicava una foto di Mr. Stern che passeggiava per i corridoi della Knesset portando con sé un grande burattino: era –così diceva quel deputato- l’immagine dei sui colleghi che avevano votato a favore del piano di Sharon.                                                                         augusta

Yuri Stern, deputato dello Ihud Leumi (Unione Nazionale, cartello che include diverse correnti della destra nazionalista) e la cui lista nella precedente legislatura si chiamava Israel Beitenu (Israele, la nostra casa).
Stern:
Sono il presidente del comitato per il controllo dello stato (???). Prima mi occupavo di affari interni e di ambiente. Milito in un partito collocato a destra del parlamento, che si chiama “Israele la nostra casa”, che potrebbe essere assimilato alla vostra “Forza Italia”. Il mio partito rappresenta soprattutto gli immigrati provenienti dall’Europa dell’est, soprattutto dall’ex Unione Sovietica, ma non solo.
Io vengo da Mosca, sono immigrato nel 1981. In quel periodo non era facile emigrare, c’era una lista d’attesa lunghissima. Lavoravo come economista all’università di Mosca. Nel 1996 sono stato eletto deputato nella knesset. Il mio partito è estremamente critico nei confronti della politica di Sharon. Inizialmente facevamo parte della coalizione che lo ha eletto, ma ora lo abbiamo abbandonato. Non possiamo accettare il principio del dispiegamento da Gaza e dalla Cisgiordania, perché procurerà un aumento del terrore, ci renderà tutti più vulnerabili, sul fronte della sicurezza. Portare la pace attraverso queste concessioni provocherà soltanto altre guerre e conflitti, e terrore. Ci sono in corso diversi accordi politici, negoziati, discussioni, non è facile prevedere come andrà a finire. Un essere umano o una cultura deve cercare di avere a che fare anche con i diversi, ma dobbiamo anche capire che c’è una guerra e che stiamo combattendo. Il dialogo può iniziare solo dopo il riconoscimento della legittimità dell’altra parte e la delegittimazione della violenza e degli omicidi come strumenti per ottenere risultati politici. Viviamo in un posto che riveste un’importanza particolare per tutto il mondo, e dobbiamo puntare su questo. Se credete in Dio come me, capirete che la prova che questa terra è di Dio, viene dall’interesse che il mondo ha per questa terra e per i suoi problemi, in modo sproporzionato, se confrontiamo cosa accade in altre zone di conflitto nel mondo (non solo Asia e Africa, ma anche i Balcani, ad esempio). Quello che succede qui è un fatto relativamente piccolo, ma continua ad essere al centro dell’attenzione internazionale, a causa dell’importanza della regione, perché qui qualunque cosa assume una rilevanza religiosa. Non è possibile dire che questo conflitto è solo politico, per almeno una delle parti ci sono aspetti fondamentali di tipo religioso. E’ un conflitto tra il mondo islamico e il mondo civilizzato giudeo-cristiano, e può essere affrontato solo tramite una discussione del triangolo islamico- giudaico-cristiano. Come possiamo favorire la discussione a dispetto del conflitto? Io personalmente sono il fondatore del centro degli Alleati Cristiani, istituito nella knesset, che conta 12 membri di diversi partiti. L’obiettivo è di promuovere il rapporto tra Israele e il mondo cristiano. In fondo, ci basiamo sullo stesso Libro Sacro, e condividiamo gli stessi valori di fondo, come la fede. Possiamo quindi definire il conflitto nello stesso modo e, insieme, riuscire a scardinare il punto di vista di chi si fa saltare in aria, ammazzando tutti quelli che gli stanno intorno, solo perché avrà una ricompensa nel proprio paradiso religioso.
Noi condividiamo la stessa posizione, e possiamo cercare insieme degli alleati ed amici nel mondo cristiano, che condivide i nostri valori e ideali, che vedono la centro della vita l’essere umano.
La nostra posizione parte dal diritto del popolo ebraico su questa terra e su Gerusalemme.
Se questo diritto viene rifiutato, è impossibile discutere. Solo se diamo per scontato questo principio, si può fare una discussione pratica e realistica su come risolvere il conflitto e fare di Gerusalemme il centro spirituale del mondo, dove la gente può ascoltare la presenza di Dio.
So che anche molte persone del mondo cattolico hanno la mia stessa visione, lo stesso Vaticano riconosce l’importanza delle radici ebraiche del cristianesimo. Anche molti protestanti condividono questi principi e speriamo che anche grazie al loro aiuto si possa costruire il dialogo e una forte partnership per disegnare il futuro del mio paese, che significa anche il futuro del mondo civilizzato. Anche l’Islam è monoteistico e riconosce testi ebraici e cristiani, ma è  differente.
Non accetta gli stessi ideali, e questo crea molte diffidenze. Ci sono molti islamici seriamente impegnati sul fronte della pace e non della guerra santa, ma molti altri no. Credo che l’unico criterio per verificare la loro sincerità di intenzioni, quando parlano di pace, sia chiedere se riconoscono la speciale connessione che esiste tra il popolo ebraico e questa terra santa, compresa Gerusalemme. Questa è l’unica prova per verificare la possibilità di comprensione reciproca, anche su temi completamente diversi.
Nota finale:
Nello stesso giorno, lo Shinui ha deciso di approvare il budget. La mozione di richiesta del referendum non è passata, ha ottenuto solo 30 voti. Quindi Sharon ha vinto su entrambi i fronti.

Nota finale di augusta: purtroppo sempre più spesso capita di trovare notizie relative al “sionismo cristiano”, cui ritengo facesse riferimento Mr. Stern. Penso chenon solo le organizzazioni politicamente responsabili e attente alle problematiche internazionali, ma  i gruppi di amicizia ebraico-cristiana, intereligiosi, ecumenici … non dovrebbero ignorare questa deriva  

 

 

 

 

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israele palestina, viaggioconfronti05

venerdì, 20 maggio 2005

Per chi trovasse confuso questo sovrapporsi di argomenti diversi e di tempi diversi, suggerisco una lettura tematica evidenziando, a sinistra, la categoria di riferimento (nel caso specifico Viaggio confronti 2005)

 

 

Visita del 28 marzo: Scuola bilingue, è il nome ufficiale di una scuola alla periferia di Jerusalem, fondata nel 1967 e sostenuta da un’associazione che si chiama “mano nella mano”. (www.handinhandK12.org)
La frequentano ebrei israeliani e arabi israeliani nella proporzione del 50%. La proporzione tiene conto, oltre che del bilanciamento per etnie, anche di quello per sesso.
In Israele ci sono altre due scuole di questo tipo: una in Galilea e un’altra che serve due villaggi dell’interno. C’è molta richiesta di iscrizioni ed è aperta una lista d’attesa.
Le spese di gestione sono molto alte: infatti occorre provvedere ad un doppio corpo insegnante, cui vengono anche assicurati corsi di arabo; il sistema è duplice anche per l’insegnamento della matematica e pesa anche l’acquisto di particolari materiali didattici, finalizzati all’educazione alla pace. La scuola infatti si propone come obiettivo quello di costruire un ponte fra prospettive culturali diverse.
Certamente gli educatori devono occuparsi anche degli aspetti contingenti che purtroppo la situazione impone: dopo un attentato vicino alla scuola, ad esempio, si sono posti anche il problema dell’elaborazione della paura.
Abbiamo avuto l’opportunità di sentire vari genitori che hanno assicurato la loro presenza alla scuola per riceverci e si sono “etnicamente” alternati per parlarci e risponderci.
Potrei facilmente sintetizzare i punti salienti di quanto ci hanno detto, ma preferisco riportare i miei appunti che registrano alcune delle singole “fonti”.
Motivazioni dei genitori nell’iscrivere i figli alla scuola bilingue:

à- Genitore ebreo-israeliano:
A suo parere, soprattutto all’inizio dell’esperienza, le motivazioni erano diverse fra i due gruppi: gli ebrei erano mossi soprattutto da ragioni ideologiche, gli arabi interessati soprattutto a giovarsi di uno standard educativo alto e ad acquisire una buona conoscenza dell’ebraico tale da consentire ai loro figli una positiva frequenza delle università israeliane.
Purtroppo negli ultimi anni i problemi socioeconomici hanno abbassato il livello del sistema educativo della scuola, ma gli obiettivi pedagogici e culturali hanno finito per unificarsi.

-         Genitore arabo- israeliano:
Afferma che per la sua generazione la prima opportunità di conoscere altri che non fossero arabi è giunta tardi, per lui a 18 anni. La segregazione, afferma, continua: l’85% dei palestinesi, pur se vivono da cittadini israeliani nel territorio israeliano, abitano in villaggi di fatto segregati da Israele. Per lui è fondamentale che, avendone l’opportunità, i suoi figli si aprano al mondo e conoscano differenti nazionalità e religioni.
Inoltre apprezza il metodo non tradizionale che la scuola ha scelto, basato sull’esperienza piuttosto che sull’insegnamento frontale.

-         Considerazione comune:
All’inizio molti erano preoccupati dal problema dell’identità etnica e religiosa, ma si sono accorti che proprio il confronto la rafforza, rendendo ragazzi e ragazze fermi nella coscienza di sé e nello stesso tempo aperti all’altro.

-         - Genitore ebreo-israeliano:
Racconta di essere nato in Polonia e di essere arrivato in Israele nel 1956 a due anni, con i suoi genitori che avevano vissuto l’intera seconda guerra mondiale a Varsavia, ma non nel ghetto; si erano salvati per aver assunto un’identità cristiana e aver ottenuto documenti che la confermavano. Ha conosciuto sua moglie (ebrea, proveniente dal Marocco) durante il sevizio militare. Ha iscritto suo figlio alla scuola bilingue nel 2000. Prima di vivere l’esperienza della scuola non aveva conosciuto “l’altra parte” che, nell’immaginario di molti, rappresenta “il nemico”.
Un mese dopo l’inizio del primo anno scolastico del suo bambino è scoppiata la seconda intifada. Naturalmente questo ha posto dei problemi, ma la decisione definitiva è stata quella di continuare.
Si chiede con preoccupazione se l’esperienza della scuola non sarà interrotta.
Gli ostacoli – e non solo finanziari- ci sono ma la partecipazione collettiva aiuta a superarli. Un momento difficile ogni anno è il giorno dell’indipendenza, festa per gli Israeliani che si rovescia in catastrofe (nakba) per i Palestinesi. Ma anche questo ostacolo è stato affrontato.

-         Intervengono i bambini.
Una di loro, dopo aver affermato che a scuola si sente sicura (l’osservazione è espressa in una forma particolarmente densa di significato “qui posso dire buongiorno a tutti”) racconta che il giorno dell’indipendenza (che è anche il giorno del suo compleanno) si sente felice per la sua gente e triste per i suoi amiche che “meritano il loro stato”.
Un bambino precocemente salomonico aggiunge che il quel giorno non sa quali sentimenti debbano prevalere e perciò partecipa alle celebrazioni di entrambe le parti.
Un bambino arabo dice che la vicenda della nakba gli è stata narrata dalla nonna e che quel racconto è molto diverso da ciò che ha imparato a scuola: ritiene che né la nonna né la scuola abbiano pienamente ragione, comunque non capisce l’odio e a scuola sta bene perché si sente in pace.
Una bambina conferma che a scuola si sente capita dai suoi compagni e non avverte la sua “differenza” come un limite.
Abbiamo chiesto ai bambini se la frequenza a questa particolare scuola li isola dai loro amichetti che vivono altre esperienze educative. Dicono di no, affermano di suscitare più interesse che critiche.


Mi spiace di non aver potuto riportare le risposte dei bambini e delle bambine con il loro linguaggio, certamente più efficace di ogni relazione, ma il fatto che le voci provenissero dai punti più diversi del salone me ne ha reso impossibile la registrazione e devo accontentarmi degli appunti

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bambini, viaggioconfronti05, culturapace

martedì, 17 maggio 2005

Sembra che da un po’ di tempo a questa parte io sia inseguita da chiavi che hanno corso a lungo su e giù per il Mediterraneo, senza trovare tranquillità.
Non le ho mai cercate, ho l’impressione che loro mi cerchino.
Ne ho parlato nel mio <Betlemme.splinder.com> (raggiungibile da qui tramite il link “vecchio diario” il 4 e il 5 agosto nello scorso anno). Allora ricordavo così questa storia che per me sta diventando sempre più intrigante: “
Anni fa ho casualmente trovato al Museo della diaspora a Tel Aviv una cassetta di musiche che si presentava come "Judeo-Spanish Songs From Yugoslavia. Flory Jagoda. Memories of Sarajevo". Incuriosita l'ho portata con me e di recente ha suscitato l'interesse di un'insegnante e di alcuni studenti dell'Università di Udine che l'hanno esaminata e hanno tradotto i canti che vi sono contenuti. Tutto il lavoro è stato presentato come omaggio alla Bosnia Erzegovina in una serata al Circolo Culturale le Querce a Tricesimo (centro vicino a Udine).
Quell'incontro è stato il risultato del lavoro di molti che, pur senza particolari competenze in merito alla questione delle "Romanze in antico spagnolo della tradizione sefardita-bosniaca", hanno voluto dar voce ad una delle tante espressioni di contaminazioni culturali che storicamente caratterizzano l'area mediterranea che mai è stata, come molti vorrebbero, un puzzle di ghetti "etnicamente puri" e non comunicanti fra loro”.
La comunità ebraica in Bosnia, prima della deportazione nazista che praticamente la distrusse, parlava un antico spagnolo, come gli ebrei dell’Europa centrale parlavano yddish.  Gli ebrei sefarditi ispanofoni erano arrivati fino a Sarajevo (dove si erano potuti fermare, giovandosi del sistema giurisdizionale del millet, secondo le norme dell’impero ottomano) nel XVI secolo, dopo essere passati anche per il territorio che sarebbe diventato Italia e aver conosciuto l’intolleranza feroce dello Stato Pontificio.
Portavano con sé le chiavi delle loro case perdute che trasmisero ai loro figli, fino ai giorni nostri.
Così recita uno dei loro antichi canti, La chiave di Spagna (la traduzione è di una studentessa dell’università di Udine):

Dov’è la chiave che stava nel cassetto?
I miei avi la portarono con grande dolore
Dalla loro casa di Spagna
Sogni di Spagna
Dov’è la chiave che stava nel cassetto
I miei avi la portarono con grande amore
Dissero ai figli, questo è il cuore
Della nostra casa di Spagna
Sogni di Spagna
Dov’è la chiave che stava nel cassetto?
I miei avi la portarono con grande amore
La diedero ai nipoti perché la mettano nel cassetto
La nostra chiave di Spagna
Sogni di Spagna

E un poeta bosniaco, Bozidar Stanisich, ha dato parola alla sofferenza simboleggiata in quel piccolo oggetto. Bozidar è esule (devo usare questa parola un po’ vecchia e imprecisa perché l’Italia è incapace persino di dare dignità allo status di rifugiato) e ha saputo leggere nel dolore antico il suo, di uomo cui è negato il ritorno perché colpevole di appartenere a una famiglia mista:
………………..
Gli orologi dei padri scacciati indicavano solo il tempo
passato? Quante volte volli chiedere al padre mio
delle lancette degli orologi dei viaggiatori per disgrazia, ma
la mia parola non potè oltrepassare una soglia invisibile. Toledo -
si diceva, diceva... E basta? E che al mare era noto
il salato delle lacrime dei viaggiatori sulle navi? E che un'antica,
nuova, antica canzone si era pietrificata sulle labbra dei cantori:
Ningùn judio, ni un solo quedó en Jaen ni en Almerìa
ni en Mallorca ni en Màlaga quedó refrigerio alguno...

Sul finire del XV secolo, Isabella la Cattolica non aveva cacciato soltanto gli ebrei ma anche gli arabi e altre chiavi si erano spostate sulle sponde meridionali del Mediterraneo.

 

E non bastava.
Un altro poeta mi ha fatto incontrare con le chiavi delle case palestinesi abbandonate nel 1948, quando la nakba (catastrofe) palestinese fu segnata da altre evacuazioni, da altre fughe … di donne, uomini e … chiavi  
(Da M. Darwish. Eternità del fico d’india) 
………
Un padre disse al figlio; non avere
paura del fischio delle pallottole!
Aggrappati alla terra e sarai salvo.
Noi sopravviveremo,
Saliremo
sui monti a settentrione, ritorneremo
quando i soldati vanno a casa,
lontano.
- Dopo di noi chi abiterà la nostra casa,
padre?
- Rimarrà, figliolo, tale e quale noi l'abbiamo lasciata,
Tastò la chiave come fosse il suo corpo
e si sentì sicuro.
Passando una barriera di rovi, disse:
ricorda, figliolo, qui, gli Inglesi
in croce, sulle spine di un fico d'India,
per due notti intere
misero tuo padre.

Chi, come il poeta palestinese, fu costretto a lasciare la sua casa, ne sognò e ne sogna ancora il ritorno.

Il dieci maggio all’International Center di Bethlehem, dove mi trovo, una singolare mostra concludeva un’esperienza condotta in dieci scuole di Bethlehem stessa e dei centri vicini che si era proposta di dare ai giovani protagonisti l’opportunità di esprimere se stessi e i propri problemi con mezzi visivi.

(Di questa iniziativa ho parlato in due miei articoli pubblicati nel sito
www.peacereporter.net e reperibili sotto la voce Cartoline dalla Palestina - segnalati giorni fa in questo diario.
Inoltre chi volesse saperne di più sull’interessante iniziativa didattica può farlo tramite il sito web:
http://www.annadwa.org/cave/installation/index.htm (che fa parte del materiale informativo di www.anandwa.org.)

Una delle “opere” di quella mostra consisteva nella costruzione di un grande buco di serratura vecchio stile; ruotandone il pannello che lo chiudeva era possibile vedere, dentro un piccolo spazio illuminato, tante grandi, vecchie chiavi di ferro, penzolanti. E sopra il pannello c’era un numero, 194, che si riferiva alla risoluzione approvata dal
l'Assemblea generale delle Nazioni Unite l'11 dicembre 1948, con cui, tra l’altro, si affermava: "sia permesso ai profughi che desiderino tornare nelle loro case e vivere in pace con il loro vicini di fare ciò alla prima data possibile, e che un indennizzo venga pagato per le proprietà di coloro che scelgano di non tornare”.
Sappiamo che non è stato così.
 
Non so se questo incontro di Bethlehem con le “mie” chiavi sarà l’ultimo … so per certo che c’è chiave e chiave: non ho (ancora?) trovato chi sappia dire, con una sola voce, il dolore di tanti che, facendosi giustificazione di ingiustizie e violenze, rafforzandosi come fondo oscuro della paura –paura della morte violenta da una parte, paura dell’assenza di futuro dall’altra- continua a contrapporsi e a moltiplicarsi.
 

 

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guerra conflitti e violenze, diari di augusta

sabato, 14 maggio 2005

Per chi trovasse confuso questo sovrapporsi di argomenti diversi e di tempi diversi, suggerisco una lettura tematica evidenziando, a sinistra, la categoria di riferimento (nel caso specifico Viaggio confronti 2005)

 

 

 

 

Per questo diario ho il conforto della trascrizione della registrazione del relativo incontro. Me l’ha inviata una delle partecipanti al viaggio di Confronti, Emanuela Savelli, che sta pazientemente sbobinando tutti i materiali.

 

 

 

 


Il 27 marzo a Jerusalem incontriamo due rappresentanti di Parent’s Circle (associazione di cui ho parlato anche nel mio “vecchio diario” - http://www.theparentscircle.org); si chiamano Rami (israeliano) e Adel (arabo israeliano).
Rami, che vive a Jerusalem con la moglie e numerosi figli, inizia raccontando la sua storia.
Durante la seconda intifada perse una figlia di 14 anni in un attentato di fronte a una discoteca.
Trascorsi i tradizionali nove giorni di lutto, quando la casa è affollata di visitatori, si è trovò solo con la sua famiglia, privo di qualsiasi motivazione per continuare a vivere.
Un giorno fu avvicinato da una donna di Parent’s Circle che gli parlò dell’associazione.
Fu molto chiara: nessuno avrebbe potuto ridargli sua figlia, nulla avrebbe potuto lenire il suo dolore, ma avrebbe potuto continuare a sentirsi utile per una causa giusta: quella della pace. Al primo incontro dell’associazione, cui partecipò senza troppa convinzione, lui, figlio di un sopravvissuto della Shoà, vide fra i partecipanti un sopravvissuto, lui stesso colpito da un analogo lutto.
Nel nominare la Shoà Rami precisa (e mi sembra una considerazione altamente significativa proprio in questo contesto) “quando tutto il mondo è stato a guardare”.
Adel, arabo-israeliano, è medico e lavora in un ospedale di Jerusalem (ha studiato in Italia e parla ancora un ottimo italiano). Ha sempre dedicato il suo tempo, la sua competenza e le sue energie a guarire le persone, senza considerare a quale etnia o religione appartenessero. Si è impegnato a soccorrere feriti gravissimi, in condizioni disperate, a causa del conflitto. Un giorno in ospedale arrivò suo padre che non gli fu possibile salvare: era stato ferito a morte da un colono israeliano, che aveva sparato all’impazzata vicino alla sua automobile, sentendosi minacciato.
Nonostante la polizia avesse archiviato immediatamente il caso, tramite indagini personali Adel riuscì ad identificare l’assassino, che fece due giorni di prigione e durante il processo fu scagionato.
Perse così ogni fiducia nella giustizia ufficiale, soprattutto considerando che non sarebbe successa la stessa cosa se a morire fosse stato un ebreo e l’assassino fosse stato un arabo. Anche lui, mentre meditava pensieri di vendetta, fu avvicinato da un rappresentante di Parents’ Circle, che lo inserì nel gruppo, convincendolo alla causa della pace.
Insieme ora Rami ed Adel collaborano ai diversi progetti dell’organizzazione.
Ci segnalano

 

 

 

 

-          gli incontri nelle scuole sia israeliane che palestinesi (in Israele e nei Territori). Sono già più di 1400. Il loro target privilegiato sono le classi dei ragazzi di 16/17 anni, prossimi al servizio militare (che, con l’eccezione di coloro che vengono esonerati per ragioni religiose, fanno tale servizio prima di frequentare l’università). Durante il servizio ragazzi e ragazze entreranno in contatto con una nuova realtà, conosceranno la società palestinese, gli scontri, i blocchi stradali e potranno capire e vedere ciò che riesce incomprensibile a chi non ne fa esperienza.
Interrogati sui loro rapporti con il movimento dei refuseniks Rami sorridendo precisa che i suoi sono molto stretti. Al movimento infatti appartengono due suoi figli di 26 e 28 anni, di cui dichiara di essere molto orgoglioso;

 

 

 

 

-          i campi estivi con ragazzi più giovani, israeliani e palestinesi.
Sono iniziati due anni fa a Neve Shalom - Wahat as-Salam (Oasi di pace, di cui ho più volte scritto nel mio vecchio diario) con 20 ragazzi palestinesi e 20 esraeliani. Per cinque-sei giorni questi ragazzi hanno avuto l'opportunità di vivere insieme, di conoscersi. L’esperienza si è ripetuta anche nel 2004, con un numero doppio, 40 e 40. Vorrebbero farne un progetto continuativo nella loro attività;

 

 

 

 

-           il dono incrociato del sangue. E’ esperienza che risale a due anni fa quando un gruppo di palestinesi andò a donare il sangue in un centro medico della Croce Rossa israeliana mentre, nello stesso giorno, alcuni israeliani, compreso Rami, andavano a Ramallah a donare il sangue in un ospedale palestinese. E’ evidente che il significato del dono è simbolico: il sangue è dello stesso colore, uguale per tutti –precisa Adel – ma l’iniziativa è un modo per dire basta alla perdita di sangue, è più efficace donare il sangue invece che versarlo per terra;

 

 

 

 

-          la linea telefonica che collega israeliani e palestinesi dei Territori. Aperta nell’ottobre del 2002, ha avuto finora mezzo milione di chiamate. Un milione di persone quindi hanno parlato fra loro, superando la difficoltà enorme a spostarsi fra lo stato di Israele e i Territori.
Lotti, una giovane collaboratrice di Parent’s Circle che si occupa in particolare dei permessi che consentono lo spostamento non solo dei Palestinesi ma anche degli Israeliani che si recano nei Territori (i nostri interlocutori chiamano Lotti “la regina dei permessi”), ci parla delle difficoltà non solo ad ottenerli (e sono essenziali, ad esempio, per le iniziative che prevedono incontri) ma anche a farne uso: spesso infatti vengono revocati dopo essere stati concessi, in un regime di assoluta arbitrarietà e confusione.
Il problema è significativo anche su un piano quantitativo: circa l’80% dei membri di Parent’s Circle vive nei territori occupati. Ci citano Nablus, Ramallah, Bethlehem, Hebron     dove è in corso un lavoro enorme e molto significativo.

 

 

 

 

Interrogati in merito alla significatività della loro esperienza a livello politico segnalano che il fatto della perdita o del martirio è considerato in modo sacro da entrambe le società. Quando qualcuno ha perso qualche stretto familiare nel conflitto è ben considerato sia in Israele che nei Territori: ha pagato un prezzo molto alto ed è perciò degno di grande rispetto. I membri di Parent’s Cicle godono, anche per la loro attività associativa, della stima dei vicini e degli amici pur se c’è chi dice che sono come un ragazzino che cerca di prendere l'acqua dall'oceano con un cucchiaino. I gruppi politici che non condividono la scelta nonviolenta li temono invece come movimento che potrebbe avere un’influenza su entrambe le società proprio per l’alta considerazione di cui godono i componenti.
I nostri interlocutori ci riferiscono che gli incontri con il governo Sharon sono stati meno numerosi di quelli con l’autorità palestinese. La ragione –secondo Rami- risiede nella differenza basilare tra chi occupa e chi è occupato. Inoltre, l'attuale leadership israeliana non è affatto interessata a dimostrare che dall'altra parte c'è qualcuno interessato alla pace; sarebbe una palese contraddizione con il mito fondamentale su cui si è basata la politica israeliana degli ultimi quattro anni: l’inesistenza dall'altra parte di un interlocutore valido.
Ma se l'occupazione consente tutto ciò bisogna anche considerare che mette in pericolo la stessa esistenza di Israele, molto più di ogni altra cosa. “Dobbiamo fermarla per sopravvivere” dice ancora Rami.
Alla fine viene “evocato” Zacharia Zubeidi, uno dei nostri interlocutori di Jenin (di cui ha scritto Filippo, integrando con il suo commento il mio diario del 14 aprile)
Mi piace riassumere, a questo proposito, le considerazioni di Adel:
Ci sono dei luoghi comuni che vengono trasmessi all'estero, quando si riprende un campo profughi, ad esempio, c’è sempre l’immagine di qualcuno armato. Da Jenin da quattro anni vengono sempre trasmesse immagini di Zacharia Zubeidi. Parent’s Circle ha ottimi contatti con i responsabili di quel campo, e può affermare che questa immagine di Jenin, sempre correlata alle armi, non è esatta. Continua Adel: “Fanno parte di Parent’s Circle anche persone di Jenin e di altri campi profughi. Abbiamo contatti, ad esempio, con il campo profughi di Dheisheh, a Bethlehem. Certamente Zacharia è famoso, e quando il campo di Jenin è stato raso al suolo si è stretto intorno a lui un gruppo di gente armata; erano tutte persone che avevano perso uno o più familiari. Anche per questo quel campo viene sempre associato alle immagini di ragazzi armati. C’è anche un film che parla di questa esperienza”.
Tempo fa alcuni componenti di Parent’s Circle, mentre organizzavano un campo estivo con palestinesi e israeliani, chiesero a Zacharia se apprezzava la loro iniziativa e lui rispose di no, a suo parere non valeva la pena di perdere tempo con queste cose. Riferì che lui stesso, molto tempo fa, aveva cercato di organizzare momenti e occasioni di incontro tramite un teatro palestinese-israeliano che poi gli israeliani rasero al suolo. Allora era un attivista della pace, ma gli israeliani lo hanno deluso moltissimo, come hanno deluso tanti altri palestinesi, trasformati da attivisti pacifisti in militanti armati
Per questo – concludono Rami e Adel – “il nostro compito è ridare a questa gente la fiducia. Gli israeliani devono ridare fiducia ai palestinesi, questo è il nostro lavoro”.


 

 

 

 

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viaggioconfronti05, culturapace

lunedì, 09 maggio 2005

ERRATA CORRIGE E SEGNALAZIONI:

Nella mia pagina di diario di domenica 8 maggio ho scritto:
La “vittoria” di Hamas appare significativa là dove la popolazione è più povera e disperata, dentro i campi dei rifugiati e nelle città già completamene chiuse dal muro (Qalqilyah) e in via di chiusura (Bethlehem)”.
Avevo fatto riferimento ad un articolo di Haaretz (Last update - 04:29 06/05/2005 - Initial results give Fatah edge over Hamas in polls  By
Arnon Regular, Haaretz Correspondent and Reuters) che così recitava: “Hamas claimed victories in the El-Bureij refugee camp in central Gaza”, riportando la citazione in termini generici.
La notizia invece non ha fondamento (almeno nella sua generalizzazione) perché i rifugiati nei campi non votano; godono del diritto di voto soltanto quando diventano residenti e contribuenti in un normale villaggio o città palestinese.
Non sono in grado di verificare se il campo El-Bureij di Gaza faccia eccezione, ma penso di no.

Segnalo che il sito
www.peacereporter.net ha riportato un mio articolo “Cartoline dalla Palestina”, cui quanto prima ci sarà un seguito. Ho scelto di pubblicarli, approfittando dell’ospitalità di peacereporter, anche per poterli corredare delle fotografie che mi sembravano interessanti.
Ne è stata garantita anche la traduzione inglese (cosa di cui ringrazio peacereporter perché mi permette di diffonderli anche a Bethlehem), raggiungibile attraverso:
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=2409

Segnalo inoltre quanto mi è stato passato dalla rivista Confronti in merito al Premio Caludio Accardi che:
” … nasce con la finalità di premiare operatori dell'informazione, ricercatori, giornalisti o aspiranti giornalisti - preferibilmente giovani - che con la loro opera abbiano inteso favorire la comprensione degli effetti delle guerre sulle società civili. Tutte le guerre, a partire dalle così dette guerre dimenticate alle guerre apparentemente non guerreggiate, come quelle che si combattono quotidianamente nelle bidonville del terzo mondo, possono dunque essere oggetto dei lavori da inviare. Il premio, che ha il patrocinio del Comune di Roma e della Provincia di Roma, ha l’obiettivo di ricercare e promuovere il dialogo tra le civiltà, le culture e le religioni.
La seconda edizione del Premio giornalistico “Claudio Accardi” è rivolta a operatori e aspiranti operatori dell’informazione: 

          giornalisti (professionisti, praticanti, free lance)  

Tutti gli ulteriori dettagli saranno riportati sul sito  :www.premioclaudioaccardi.it e ogni informazione potrà essere richiesta attraverso la mail del sito stesso info@premioclaudioaccardi.it “.

 

 

 

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israele palestina, segnalazioni da altri blog, diari di augusta

domenica, 08 maggio 2005

Mi sono chiesta se modificare i miei appunti: ne avevo infatti presi parecchi prima delle elezioni e non pubblicati perché speravo di trovare un sito in cui pubblicarli con le fotografie dei relativi manifesti.
 Non l’ho trovato (ma se lo troverò integrerò) e ora ho deciso di pubblicare ciò di cui dispongo, lasciando il testo preso prima delle elezioni distinto dalle note su quel poco che so dei risultati.   augusta

 

 

Appunti precedenti le elezioni:

 

 

Giovedì 5 maggio in Palestina si vota per le elezioni municipali.
Nel distretto di Bethlehem sono coinvolti tutti i comuni, le cittadine di Beit Jala e Beit Sahour e sette villaggi.
A Bethlehem
i
membri dei Consiglio Comunale (Town Council) saranno 15, nelle due cittadine 13, mentre il numero dei componenti dei Consigli dei villaggi sarà minore.
Le precedenti elezioni comunali in Palestina hanno avuto luogo nel 1976, nel 1996 è stato eletto il presidente dell’Autorità Palestinese (per quel territorio che anche gli accordi di Oslo chiamavano “entità palestinese”), lo scorso mese di gennaio – dopo la morte di Arafat- è stato eletto il nuovo presidente Abu Mazen e in luglio ci saranno nuove elezioni per il Consiglio Legislativo (sostanzialmente un parlamento).
Le elezioni municipali avvengono con il sistema proporzionale e il sindaco verrà eletto dal consiglio.
Noto che le liste completamente strutturate hanno al loro interno due donne (una con il velo islamico, evidentemente della comunità “mussulmana”; e l’altra con i capelli scoperti, quindi “cristiana”. Metto le indicazioni religiose fra virgolette perché qui assumono un senso particolare, di appartenenza ad una cultura, non di dichiarazioni di fede, a meno che non si abbia a che fare con fanatici).
La presenza delle due donne non è casuale. La legge elettorale prevede una quota a favore delle donne che, nei consigli municipali delle città, dovranno essere almeno due (anche scavalcando eventuali maschi che le precedano). Non so quante debbano essere nei villaggi.
C’è un vincolo anche per ciò che riguarda la composizione del consiglio (a Bethlehem i consiglieri devono essere otto cristiani e sette mussulmani) e il sindaco: nelle tre cittadine del distretto, dovrà essere cristiano (alternando per metà legislatura un ortodosso e un cattolico) ma, precisano i miei informatori di fronte ad un mio moto di fastidio, questo non è un vincolo di legge, ma solo un decreto dei presidente Abu Mazen, più facilmente cancellabile quindi della quota riguardante le donne, quando i tempi lo consentiranno.
Già i tempi … perché questa norma nasce anche da una situazione che non può essere ignorata sovrapponendo alla cultura locale quella europea come un assoluto termine di paragone (tanto più assoluto quando chi ne fa uso propone la cultura europea attuale ignorandone la storia).

Durante il dominio ottomano le varie
comunità religiose (millet) erano riconosciute e tollerate, seppur non considerate su un piano di eguaglianza giuridica e culturale rispetto alla comunità musulmana.
Infatti i millet cristiani erano rappresentati presso la Sublime Porta (il governo ottomano) dalle rispettive autorità religiose le quali, oltre alla funzione loro propria di capi spirituali, esercitavano funzioni amministrative e, in taluni casi, giurisdizionali.
Non dimentichiamo che ciò avveniva mentre i "Conquistadores" imponevano la loro legge, la loro cultura e la loro fede agli indigeni delle Americhe e che fu proprio l'Impero Ottomano ad offrire rifugio agli ebrei cacciati dalla Spagna nel 1492, quando fu completata la Reconquista. Non altrettanto avveniva negli stati cattolici che agli ebrei concedevano tre opzioni: il battesimo, l'esilio e la morte.
Non nego (e preciso per prevenire i termini delle più pregiudiziali e viete polemiche) la strage degli Armeni e tante altre violenze: sto cercando semplicemente di aiutarmi a capire giovandomi della storia senza adeguarmi al modello Bush, così caro alla cultura lego-finico-berlusconiana, di cui è simbolica espressione il nulla che riempie lo sguardo della on. ministra Moratti, per cui esiste un legame che distrugge ogni altro fra un non ipotetico Assoluto di loro proprietà e un presente senza radici che non siano quelle di comodo, volta per volta inventate a loro uso e consumo. Purtroppo c’è chi ci casca…..
In Giordania (non dimentichiamo che i Territori della West Bank erano parte del regno di Giordania fino alla conquista militare israeliana del 1967) non possiamo affermare vigesse un sistema democratico e i sindaci (non so come si chiamassero i rappresentanti delle comunità locali) erano identificati (e certamente nominati, non eletti) fra i notabili, fra cui c’erano anche (per le ragioni  storiche cui ho fatto riferimento) cristiani.
I notabili appartenevano quindi alle “grandi famiglie” locali che, a Bethlehem, erano per lo più ortodosse dato che questa era la religione dominante fin dalla spartizione dell’impero romano.
A questo proposito uno sguardo alla documentazione fotografica del locale museo della città (gestito da signore ortodosse) è molto illuminante. Naturalmente in altre città i notabili erano mussulmani e quindi le norme riguardanti la composizione dei consigli sono diverse.
So che questo non spiega tutto, mi rendo conto che dovrebb