Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Blogger: AUG
Nome: Augusta

Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

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giovedì, 30 giugno 2005

Continuo con la mia visita allo Yad Vashem di cui ho già detto nel precedente diario.
Il percorso del museo è lungo e per chi voglia soffermarsi su un periodo specifico o su una località particolare non c’è modo di arrivarci con ingressi separati e l’itinerario completo, comunque obbligato, non favorisce la concentrazione e l’approfondimento.
Nelle due visite in cui ho cercato di concentrarmi su aspetti che potevano particolarmente interessarmi (tre ore alla volta) questo percorso non mi è stato d’aiuto.
Ho avuto modo comunque di identificare –tra l’altro- un’ampia serie di documentazione sulle informazioni che le grandi potenze dell’epoca avevano ricevuto sullo sterminio in atto e che erano state non tanto sottovalutate, quanto volutamente ignorate.
E’ un elemento in più da aggiungere alla serie “… e il mondo stava a guardare”, argomento che mi sembra di grandissima attualità anche in Israele e non solo.
Per chi fosse interessato trascrivo i nomi di coloro, la cui azione è ampiamente illustrata nel percorso dello Yad Vashem, che si erano fatti carico di informare e documentare e assicuro che ricorrendo ad un motore di ricerca è possibile trovare ampie notizie in merito.
Si tratta di Gerhart Riegner, Jan Karski e Rudolf Vrba, questi almeno sono quelli che ho annotato durante il mio faticosissimo prendere appunti in mezzo a una folla che ostacola il cammino in spazi espositivi piuttosto affollati di materiale, dove le guide, spesso vocianti, producono un effetto irritante, almeno per me.
Lo Yad Vashem (gratuito, chiuso il sabato e durante le feste ebraiche) comunque ha un proprio sito:
www.yad-vashem.org.il.

Alla fine del percorso c’è la “stanza dei nomi”, così presentata:
”La stanza dei nomi è il luogo in cui i nomi delle vittime dell’olocausto vengono definitivamente conservati. Le vittime, la maggior parte delle quali non ha ricevuto sepoltura secondo il rito ebraico, ci ordinano di ricordare i loro nomi.
Yad Vashem ha raccolto questo testamento fin dalla sua nascita dando loro “nome e memoria”.
La stanza dei nomi mette in archivio pagine di memorie, i nomi e i particolari biografici degli ebrei che morirono durante l’Olocausto.
Nello sforzo di salvare tutti i loro nomi questi sono raccolti da ogni possibile fonte: nomi di famiglie, conoscenti, documenti di archivio, ricerche delle comunità..
Yad Vashem continua a raccogliere i nomi di tutte le vittime, di ogni uomo, donna, bambino, di tutto il mondo ebraico che esisteva e fu distrutto”.
Al centro di questo immenso (e per quanto ne so perfettamente funzionante) archivio c’è un pozzo largo: guardandovi dentro si scorge un primo anello scavato nella pietra viva, che è una delle caratteristiche del territorio di Israele e della Palestina tutta, e poi un gioco di specchi costruisce un’immagine di terrificante profondità. Durante la mia prima visita il simbolismo era evidente e sconvolgente, richiamava un girone infernale senza limite alcuno, dava la sensazione di potersi perdere in un orrore senza misura. E’ stato però ridimensionato da qualche idiota che ha pensato di gettare nel pozzo delle monetine, stile fontana di Trevi. L’identificazione del fondo ora crea un limite alla vista e alla mente: la mente ne è in qualche modo confortata, perché del pozzo può identificare la fine, ma non credo fosse questo l’intento di chi quella struttura aveva immaginato.

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diari di augusta

martedì, 28 giugno 2005

Durante i miei spostamenti da Bethlehem a Jerusalem (spostamenti cui mi sono obbligata perché tale é l’odio che provo per i check point, quello che vi ho visto, quello che so vi accade, che vorrei evitarne il passaggio) sono stata tre volte allo Yad Vashem, lo straordinario museo della Shoà, noto piuttosto come museo dell’Olocausto.
Forse in una prossima puntata parlerò un po’ della struttura del museo: dichiaro subito che alla monumentalità della attuale edizione inaugurata in marzo, all’enormità del materiale esposto, preferivo l’ingresso discreto e le suggestioni dei vecchi padiglioni.
Certo restano il padiglione del Memorial e lo straordinario museo dei bambini, ma tutta l’altra esposizione meriterebbe molta attenzione anche all’uso che può esserne fatto.
Non vorrei che un luogo così straordinario si trasformasse in una specie di museo dell’orrore per chi non sapesse visitarlo con attenzione critica e rispetto.
Visitandolo ho preso molti appunti (faticosissimi perché scrivevo in piedi, traducendo i testi dall’inglese, in mezzo a una folla che mi spintonava di qua e di là).
Per oggi riporto la scheda relativa a Pio XII.
Non era attigua ad altre schede e fotografie che fanno memoria di chi nelle città europee, inquinate dalla cultura del razzismo allora coincidente con l’antisemitismo, guardava con indifferenza se non con compiacimento le umiliazioni inflitte pubblicamente agli ebrei, ma io ho costruito automaticamente il collegamento, almeno come categoria mia di valutazione.
Mentre scrivevo mi si sono avvicinate due pellegrin/turiste italiane che, evidentemente indottrinate dalla loro guida (non conoscevano nemmeno l’esistenza delle leggi razziali in Italia) mi hanno spiegato che quella del papa era stata una giusta prudenza perché, se Pio XII avesse pubblicamente parlato, sarebbe potuto accadere di peggio.
Ho chiesto “Cosa?”. Risposta, garantisco testuale: “Potevano distruggere il Vaticano”. Non riferisco quello che ho detto.                                                                      augusta


La scheda su Pio XII allo Yad Vashem
La reazione di Pio XII sullo sterminio degli ebrei durante l’olocausto é soggetta a dibattito. Nel 1933, quando era Segretario di stato vaticano, fu attivo nell’ottenere un concordato con il regime tedesco che preservasse i diritti della chiesa in Germania, anche se ciò significava il riconoscimento del regime nazista.
Quando fu eletto papa (1939) nascose un’enciclica contro il razzismo e l’antisemitismo preparata dal suo predecessore.
Anche se i rapporti sullo sterminio degli ebrei avevano raggiunto il Vaticano, il papa non protestò né verbalmente né con scritti.
Nel dicembre 1942 evitò di firmare una dichiarazione degli Alleati che condannava lo sterminio degli ebrei.
Quando gli ebrei furono deportati da Roma ad
Auschwitz il papa non intervenne.
Il papa mantenne la sua posizione neutrale durante la guerra, con l’eccezione degli appelli ai governi di Ungheria e Slovacchia ormai alla fine.
Il suo silenzio e la mancanza di indirizzi obbligarono gli uomini di chiesa in Europa a decidere autonomamente la propria reazione.

Come commento riporto una citazione che ho copiato e non traduco:
Remember only that I was innocent
and, just like you, mortal on that day.
I, too, had had a face marked by rage,
By pity and joy,
Quite simply, a human face!
                            Benjamin Fondane. Exodus  (francese, morto ad
Auschwitz
   nel 1944)

A commento di una delle prime gigantografie proposte ai visitatori si legge:

A country  is not just what it does it is also what it tolerates.
(K. Tucholsky German essayst)

Traduco “Un paese non é solo ciò che fa, ma anche ciò che tollera” e mi chiedo:
Ciò che tollera gli sia fatto o ciò che tollera di poter fare ad altri?
Credo che il mio diario sia un tentativo molto problematico di risposta a questa domanda.
                                                                                                                               augusta

 

 

 

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diari di augusta

lunedì, 27 giugno 2005


 

Leggo in una rassegna stampa:
Un processo improbabile. Secondo gli esperti sono molto scarse le possibilità che gli agenti della Cia su cui pesa un ordine d'arresto della procura di Milano saranno mai processati in Italia. I 13 uomini, tutti latitanti, sono accusati di aver rapito a Milano, nel 2003, l'imam Abu Omar, di averlo trasferito in aereo in Egitto e di averlo torturato. Se sono davvero agenti della Cia, e se adesso si trovano negli Stati Uniti, il governo statunitense avrebbe in teoria l'obbligo di estradarli. Ma in pratica è inconcepibile che gli Stati Uniti consegnino alla giustizia degli uomini che hanno condotto un'operazione antiterrorismo autorizzata dal governo. Generalmente inoltre, operazioni come quella che ha coinvolto Abu Omar sono condotte con il tacito consenso del governo locale.

La partenza del rapito per l’Egitto sarebbe avvenuta dalla base di Aviano (PN)
Il Memorandum d’Intesa fra il governo americano e il governo italiano del
 2 febbraio 1995 precisa:
“L’installazione è posta sotto il Comando italiano. Le funzioni di tale Comando, che sono esercitate da un Ufficiale italiano, variano a seconda che l’installazione sia utilizzata congiuntamente o esclusivamente dalle Forze Armate degli USA. Il Comandante italiano ha piena giurisdizione sul sedime, sulle infrastrutture su di esso esistenti, su tutto il personale italiano militare e civile – assegnato a qualsiasi titolo all’installazione - e sull’equipaggiamento e i materiali nazionali […]. Il Comandante USA esercita il comando pieno sul personale, l’equipaggiamento e le operazioni statunitensi. Egli deve preventivamente informare il comandante italiano in merito a tutte le attività USA di rilievo, con particolare riferimento all’attività operativa e addestrativa, ai movimenti di materiali, armamenti, personale militare e civile, nonché agli avvenimenti o inconvenienti che dovessero verificarsi. Analogamente il Comandante italiano tiene informato il Comandante USA su tutte le attività nazionali di rilievo. Nel caso ritenga che le attività USA non rispettino le leggi italiane vigenti, il Comandante italiano informerà il Comandante USA e si rivolgerà immediatamente alle autorità italiane superiori per un parere. Le divergenze fra i Comandanti, in merito all’opportunità di intraprendere una particolare operazione, che non possono essere risolte localmente, saranno prontamente sottoposte alle rispettive Superiori Autorità…”.

Se i fatti citati sono veri, le oscene responsabilità in materia di rapimenti, procedure extragiudiziali, tortura sono da considerarsi solo USA? 
     augusta


 

 

 

 

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rassegnastampa, guerra conflitti e violenze, stranieri in italia, diari di augusta

sabato, 25 giugno 2005

Il passaggio dai Territori occupati della Palestina, a Jerusalem, e infine all’Italia mi ha turbato ed è difficile riprendere contatto con una realtà che trovo sempre più estranea al mio modo di essere, al mio pensiero.
Prima di tutto l’uscita dall’aeroporto Ben Gurion: dopo le esperienze repellenti dello scorso anno (e non mi riferisco ai controlli, ma al modo sregolato e arrogante di condurli, quasi che l’esibizione del potere personale di militar/poliziotti potesse sostituirsi all’espressione di una –pur severa- ma corretta professionalità) mi ero fatta una specie di autolavaggio del cervello che mi aiutasse a mantenermi indifferente … mi sono trovata a passare velocemente accanto a lunghe, lente file, infilata da gentilissimi poliziotti in percorsi non richiesti che mi sono sembrati privilegiati. Perché? Non lo so. Ne conservo un’impressione di imbarazzo verso i poveretti che mi vedevano camminare con il mio carrello in corridoi senza ostacoli e insieme un’impressione di disagio.
Perché mai il poliziotto che ha perquisito (con cortese superficialità) parte del mio bagaglio, su cui ha poi apposto il talloncino che mi consentiva il passaggio al check in, non ha messo lo stesso talloncino sul biglietto, suscitando, quando l’impiegata del check in se ne è accorta, un vespaio e tutto un andirivieni di poliziotti che, dopo essersi consultati, manifestando –anche loro!- un qualche disagio, hanno provvisto ad incollare dove dovevano quanto mi era necessario per passare? Mancanza di professionalità, questa volta unita non ad arroganza ma ad un contegno rispettoso?  Non lo so
Arrivata a casa, assonnata e un po’ pensierosa per quello che mi era accaduto, ho trascritto dal sito web de La Stampa la notizia che ricopio:
”LA SCRITTRICE CRITICA SUL «WALL STREET JOURNAL»  La Fallaci contro Wojtyla

Invasa dai musulmani ed in preda all'odio di sé l'Europa è in declino anche perché Giovanni Paolo II fu molto debole nei confronti dell'Islam e l'unico leader in circolazione che comprende ciò che sta avvenendo è Benedetto XVI: è questa la tesi che Oriana Fallaci sostiene in un'intervista pubblicata ieri nella pagina degli editoriali del «Wall Street Journal» sotto il titolo «Profeta del Declino» e con a fianco una vignetta nella quale l'autrice di «La Forza della Ragione» viene ritratta in piedi, braccia ai fianchi, sopra la cartina del Vecchio Continente. Dalla scrittrice italiana il quotidiano di Wall Street vuole sapere se si presenterà di fronte al tribunale di Bergamo nel giugno 2006 per rispondere all'accusa di «vilipendio dell'Islam» sollevatale dall'attivista musulmano Adam Smith proprio a causa dei suoi scritti. «Non so neanche se sarò in circolazione fra un anno, i miei tumori sono così brutti che penso di essere arrivata alla fine della strada - risponde la Fallaci - ed è un peccato anche perché vorrei vedere la fine del processo, credo infatti che mi condanneranno». Il giudizio sulla causa intentata contro di lei racchiude la lettura che dà dell'Europa: la tesi che «l'Europa non è più l'Europa, è l'Euroarabia, una colonia dell'Islam dove l'invasione musulmana non procede solo in maniera fisica ma anche culturale, mentale»”.
Credevo fosse un mio personale pro memoria e invece la sberla-Ratzinger del 24 giugno mi ha costretto a ripensare alla strana alleanza fra Fallaci e personaggi (sedicenti?) laico-democratici.
Ma di ciò ho già parlato nel mio diario del 9 giugno.
Per ora mi limito a dire che considero la Fallaci un utile, e abilmente usato, ponte fra le posizioni più apparentemente libertarie e quelle più cupamente reazionarie, care al pontefice or ora regnante già quand’era cardinale.
Considero il discorso pronunciato da papa Ratzinger al Quirinale un consapevolmente irresponsabile disastro e non basta la dignitosa (ma temo isolata) presa di posizione di Ciampi a contrastarlo.
Infatti, al di là della questione laicità dello stato, il papa ha proposto come valori comuni i “rifugi” cari al buon senso populista più pericoloso: la scuola cattolica come risposta al bisogni di sicurezza dei genitori (e il parere dei minori coinvolti? Il rispetto del loro diritto ad un’informazione pluralisticamente corretta?), la difesa della vita, riportata quasi esclusivamente alle attività di cura di una donna/contenitore, nell’assoluta indifferenza al fatto che l’Italia partecipa ad azioni di guerra in un paese che l’aggressione militare ha ridotto allo sbando, la famiglia come bunker che consente di non guadare fuori dal proprio muro-confine, deresponsabilizzandosi di fronte alla cultura che ci vorrebbe coinvolti e coinvolte nei problemi della violenza, ovunque e comunque diffusa … (povero articolo 11 della Costituzione, quasi quotidianamente massacrato!).
Perché ha preso il nome del papa che ha iniziato a ribaltare la dottrina della “guerra giusta”, definendola “un’inutile strage”? E che ne sarà del pensiero del Concilio Vaticano II in questi tempi da Concilio di Trento?

 

 

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diari di augusta

lunedì, 20 giugno 2005

  Ricopio, per chi non avesse la pazienza di identificare i commenti muovendo dalla colonna che li elenca, le note scritte da un  mio interlocutore anonimo in due puntate o da due diverse persone di seguito.
Sono stati scritti il 19 giugno in calce al mio diario del 26 maggio.
Mi sembrano particolarmente interessanti, tanto che approfitto di una visita a un internet point per rompere il silenzio di qualche  giorno che mi ero proposta  augusta 

 #1   19 giugno 2005    15,23
tu sei davvero inumana - tu continua la tradizione razzista, piena di bugie, dopo 2000 mila anni, verso gli Ebrei, dell'Europa. Per te,
non abbiamo diritti, ma la Terra di Israele e la nostra. E stata usurpata dagli Arabi al medioevo.Gli Arabi sempre opprimevano perche
eravamo dhimmi. E tui crociati hanno fatto strage degli Ebrei in ISRAELE. Piu recentemente, gli Arabi colaboravano con tu duce,
Mussolini, e con Hitler. Il duce degli Arabi abitanti nostra Terra, il "Mufti di Gerusalemme," Hadgi Amin el-Husseini, ha incoraggiato
l'Olocausto, partecipava nell'Olocausto. Era peggiore dei Nazis stessi. Anche, il Mufti era il favorito degli Britannici. Tutti che neganno
nostri diritti e nostra sovranita in nostra Terra non hanno il diritto di soggiorno qui. Tu sei criminale, assassina. Tu sei agente dell'UE,
una entita criminale di guerrafondai.
utente anonimo - IP: 80.230.65.20


  19 giugno 2005    15,28
La UE continua la tradizione europea di Giudeofobia, la tua tradizione.
Gli Arabi sempre ci opprimevano.

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varie, israele palestina, diari di augusta

venerdì, 17 giugno 2005

Per chi trovasse confuso questo sovrapporsi di argomenti diversi e di tempi diversi, suggerisco una lettura tematica evidenziando, a sinistra, la categoria di riferimento (nel caso specifico Viaggio confronti 2005).

 

 

 


E infine l’ultima puntata del racconto del viaggio di Confronti 2005.. E’ il 30 marzo.
Dall’insediamento a Ramallah…ci spostiamo verso nord su una strada comoda e veloce.
Se non si conosce la viabilità israeliana, se non ci si rende conto di viaggiare su un autobus privato a “targa gialla”, si pensa a uno stato moderno, moderno perché siamo nell’unica democrazia del Medio Oriente ecc. ecc.
Ma non è così: quando il terreno si alza è possibile scorgere una strada parallela: quella “concessa” ai Palestinesi nei Territori occupati. Altre strade la intersecano perpendicolarmente e all’incrocio si scorgono ampie macchie gialle: sono i taxi (service economici e taxi meno) che arrivano ai check point, scaricano i passeggeri che, dopo una passeggiata più o meno lunga, possono salire su un altro mezzo a pagamento, per andare … dove vogliono … se i militari consentono. Capita infatti che i militari fermino i mezzi (in particolare i service collettivi) quando gli va per controlli estenuanti di visti e Identity Card (carte di identità palestinesi, identificabili dal colore anche in caso che chi le esamina non sappia leggere né l’arabo né l’ebraico).
La cosa che più mi turba è il gesto di sufficienza e indifferenza che i giovani militari oppongono all’esibizione del mio passaporto: loro vogliono solo le ID (qui tutti le chiamano così e qualcuno mi ha chiesto se in Italia le chiamiamo CI) più il permesso specifico che consente quel particolare trasferimento. Essere differenziata per privilegio per me ha lo stesso significato che essere razzialmente discriminata e la cosa mi offende. Inoltre a quel punto so che la sosta, ormai al sole che picchia, può essere anche lunga: mi attacco alla mia bottiglia d’acqua che, in quei momenti, non scioglie l’amaro in bocca.

A Ramallah veniamo ricevuti  nella sede del Consiglio Legislativo Palestinese dai due vicepresidenti.
Oggi si ricorda il giorno della terra, per cui i Palestinesi lottarono e si cerca di inviare un  messaggio a Israele e al mondo intero.
La terra va salvata dalle violazioni ed è necessario “protestare contro il muro dell’odio”, dicono i nostri interlocutori, e aggiungono: “Per la salvezza della nostra gente abbiamo accettato una soluzione che ci riconosce il 22% della Palestina storica, che Israele non ha riconosciuto e il muro produce una ulteriore confisca. La Palestina storica (con questo termine i palestinesi intendono il territorio prima del 1948) copriva 27.000 kmq di territorio, oggi ridotto, per i Palestinesi, a 5.000 kmq che alla fine saranno 2000 . . e vi si trovano 200 insediamenti”. 19 insediamenti sono stati costruiti attorno a Jerusalem.
Nei 300 kmq. di Gaza sono presenti un milione e 300.000 Palestinesi, cui è “concesso” il 60% della terra, mentre il restante 40% è riservato ai 5.000 Israeliani che si trovano nei 17 insediamenti dell’area.
E la costruzione di insediamenti continua: anche il ritiro da Gaza servirà, dicono, a inserirne di nuovi nella West Bank.  
Nella conferenza fra Israele e l’Egitto sono state aperte le trattative per il controllo del confine. Un’ipotesi ne prevede l’affidamento al controllo egiziano.
Affermano di aver accettato unilateralmente il cessate il fuoco , mentre da parte di Israele – che non applicherebbe gli accordi di Sharm el Sheik- continua l’occupazione e aggressione. Jerico e Tulkarem sono zone ancora chiuse e molti villaggi sono totalmente separati fra loro e dalle città del loro distretto.
 
Il Consiglio legislativo – che, a causa dell’isolamento di Gaza, deve ricorrere anche alla teleconferenza per le sue riunioni - è formato da 88 membri; è stato eletto nel 1996 e sarà rinnovato nel 2005, l’anno delle elezioni per la Palestina. (N. di A.: la data del 17 luglio, cui il 30 marzo facevano riferimento i nostri interlocutori, è però slittata).
L’istituzione lavora anche per commissioni, che qui vengono chiamate Comitati. Sono undici ma tre, trasversali, rivestono un’importanza particolare: quelle per la questione dei rifugiati e di Jerusalem, e quella contro gli insediamenti.
La nuova legge elettorale prevede (secondo un modello che i due vicepresidenti paragonano al sistema tedesco) che i deputati vengano eletti al 50% in rappresentanza dei distretti e al 50%  in rappresentanza dei partiti politici.
Insistono sulla correttezza delle elezioni di Abu Mazen, cui si contrapponevano altri sei candidati e che ha avuto il 62% dei voti e non il 100% come accadeva in precedenza.
N. di A:
Sarebbe piacevole potermi giovare dell’ampio dépliant che ci è stato consegnato con le informazioni sulla struttura istituzionale dell’Autorità Palestinese; spero di ritrovarlo in Italia, non l’ho con me e non l’avrò nella valigia dopo che ho saputo che, al rientro in Italia del gruppo di Confronti, ad A. è stato sequestrato.

Si fa cenno poi ai rifugiati, che vengono suddivisi fra quelli che vivono fuori della Palestina e i profughi approdati nella West Bank (35 % della popolazione) a Gaza (il 65 %) durante la guerra del 1967. L’Autorità Palestinese vuole un riconoscimento formale e l’accettazione del principio del diritto al ritorno (analogamente a ciò che avviene per la legge dello stato di Israele per coloro che dimostrano la propria appartenenza al “popolo ebraico”).
E’ chiaro che nessuno pensa a un trasferimento in massa che non si sa neppure se gradito agli interessati, soprattutto a quelli residenti all’estero.
Interrogati sull’accordo di Ginevra i nostri interlocutori dichiarano di non accettarlo per ché chi lo ha sottoscritto rappresenta solo se stesso e vi sarebbero stati ignorati i problemi dello status di Jerusalem e dei rifugiati)

Si considera anche il problema dei palestinesi in carcere (buona parte dell’incontro si è svolto attraverso domande e risposte) che sono circa 10.000 di cui 300 hanno meno di 16 anni.
3 o 4 piccoli sono nati in carcere e vi si trovano con le loro mamme per allattamento .
La violazione dei diritti umani ha influenza pesanti sui bambini che privilegiano in forma preoccupante i giochi di guerra e soffrono di incubi notturni.

Molte scuole sono state chiuse da Israele per farne installazioni militari. E questo addolora moltissimo i due vicepresidenti: “E’ la prima volta che gestiamo da noi – e non altri paesi arabi- il sistema di istruzione palestinese”.
Affermano che nelle scuole si insegna che Israele esiste, così come la Palestina, e che è necessario creare le condizioni, anche culturali, per assicurare una situazione sostenibile in cui entrambi possano vivere.
In realtà molto è cambiato –dicono- nella mentalità e nel linguaggio palestinese.
Nel 1948 sostenevano l’esistenza di “una” Palestina”, nel 1978 hanno accettato il principio che ha animato anche gli accordi di Oslo “due popoli, due stati”.
Nella mentalità corrente dei politici israeliani c’è invece l’idea che Israele non faccia parte del Medio Oriente   - anche negli sport Israele partecipa ai campionati europei e non a quelli medio orientali _  e ancora propongono nei loro curricula una visione di Israele “dal Mediterraneo al Giordano”.

Non mi sento di soffermarmi sugli aspetti che rendono talvolta speculari incontri con i coloni e con l’Autorità palestinese. Leggere gli appunti del 30 marzo, mi ha riportato nelle difficoltà di quel giorno.
Voglio invece segnalare che dal 30 giugno al 2 luglio ci sarà a Bethlehem (Hotel Intercontinental – l’incontro sembra comunque molto elitario, se non altro per il costo d’iscrizione: 250$ – una conferenza sui “bambini dietro le sbarre” promossa sa Defence for Children International”. Se ne può trovare notizia anche sul numero di giugno di “www.thisweekinpalestine.com”
Defence for Children International è una ONG indipendente fondata durante l’Anno Internazionale del bambino (1979) per assicurare un’azione internazionale attiva, pratica, sistematica e impegnata specificatamente diretta a promuovere i proteggere i diritti del bambino:
Mi sembra importante invece sottolineare che la stessa associazione ha promosso la pubblicazione di uno studio in proposito (Esiste anche un DVD della stessa origine e sullo stesso argomento).
Ne cito gli estremi sperando che si diffonda perché è condotto con criteri di apprezzabile rigore e sistematicità.
Catherine Cook, Adam Hanieh, Adah Key. Stolen Youth. The Politics of Israel ’s detention of Palestinian Children. Pluto Press. London Sterling, Virginia
.
Pluto Press:

345 Archway Road, London N6 5AA
   www.plutobooks.com

 

 

 

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bambini, diari di augusta, viaggioconfronti05

martedì, 14 giugno 2005

Le riflessioni di Yehoshua mi sembrano un approccio non risolutivo, ma intelligente alla questione del ritiro da Gaza. Mi spiace non averne il testo inglese perché potrebbe costituire un’utile base per un dibattito anche in Palestina.  In Italia ci sono tanti ammiratori di Yehoshua che lo considerano solo un autore di romanzi di cui godere la lettura e lo archiviano nel paradiso astratto dei “grandi scrittori”, senza consentirgli di proporsi anche come intelligente e critico cittadino di Israele.


La Stampa 13 giugno 2005  LA FINE DI UN ERRORE STORICO
Il ritiro da Gaza è una fuga di Avraham B. Yehoshua

Il capo di stato maggiore uscente dell’esercito israeliano, Moshe Yaalon, in un’intervista al quotidiano Ha’aretz ha pessimisticamente previsto una ripresa dell’Intifada in Giudea e Samaria dopo il ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza. Dalle sue parole era difficile capire se a scatenare la nuova ondata di violenza sarà il ritiro da una sola zona, come affermano i sostenitori della pace, oppure il fatto stesso di ritirarsi, come assicurano i nazionalisti religiosi.
Tra queste due posizioni c’è una grande differenza. Infatti, benché da ogni parte si levino previsioni di una possibile ripresa dell'Intifada, i rappresentanti della sinistra sono convinti che l'unico modo per evitarla sarebbe un prosieguo del processo di pace (con un nuovo ritiro unilaterale o una riapertura del negoziato per la creazione di uno Stato palestinese in base alla Road Map). La destra religiosa, invece, sostiene che sarà la debolezza che gli israeliani dimostrano ritirandosi unilateralmente (o meglio, fuggendo da Gaza, secondo il loro punto di vista) a rinfocolare lo spirito combattivo dei palestinesi e a incoraggiarli a proseguire lungo la strada della violenza. Anche l’uscente capo di stato maggiore dell'esercito ha sottolineato la grande importanza del modo in cui i palestinesi interpreteranno il ritiro unilaterale israeliano: come una libera scelta per definire meglio i confini e ridurre l’attrito tra le parti o come una fuga dovuta all'incapacità di fronteggiare i problemi che pone il controllo su quella regione?

Innanzi tutto voglio premettere che la mia esperienza di vita mi ha insegnato a dubitare delle analisi dei militari.
Il fatto che questi ultimi possiedano fonti di informazione nascoste e interne ai loro avversari non li rende sempre affidabili e obiettivi. Ricordo che i generali americani terrorizzarono il loro popolo con previsioni apocalittiche nel caso il loro Paese si fosse ritirato dal Vietnam. La famosa teoria del domino che prevedeva la caduta di tutto il Sud-Est asiatico nelle mani dei comunisti non solo non si è avverata ma è avvenuto esattamente il contrario: gli Stati Uniti sono usciti rafforzati da quell'episodio mentre il comunismo si è indebolito in tutto il mondo. Gli stessi generali israeliani come Yaalon, Mofaz e altri, pronosticarono drammatiche conseguenze al disimpegno israeliano dal Sud del Libano ma ecco che, a distanza di cinque anni, non vi è nulla da segnalare. Nel periodo in cui Israele occupava la fascia di sicurezza libanese la media annuale di nostri soldati caduti arrivava a una trentina. Dal giorno del disimpegno, viceversa, sono rimasti uccisi solo sei soldati e nella zona regna la calma.

Dall’inizio del conflitto tra ebrei e palestinesi, risalente a più di centovent’anni fa, questi ultimi hanno sempre vissuto con la sensazione di trovarsi in uno stato di continua sconfitta e fallimento. Da un insediamento di soli cinquantamila ebrei alla fine della Prima Guerra mondiale si è giunti a uno Stato che conta quasi sei milioni di cittadini ebrei agli inizi del ventunesimo secolo, dotato di un potente esercito e di armi nucleari, con una fiorente economia di stampo occidentale e ragguardevoli risultati in campo scientifico. Gli arabi invece, e soprattutto i palestinesi, non hanno fatto altro che perdere territori e sono l'unico popolo al mondo ancora senza un governo indipendente nella propria madrepatria. Ogni vittoria quindi - militare o politica che sia - persino la più piccola, che possa restituire territori sottratti, non solo non risveglierebbe gli istinti violenti dei palestinesi ma, al contrario, li blandirebbe e infonderebbe in loro la speranza di un accordo o di una riappacificazione con Israele. Così avvenne in Libano e così fu in seguito alla guerra dell'ottobre 1973, quando l’esercito egiziano riuscì a sorprendere lo Stato ebraico, ad attraversare il Canale di Suez e a mantenere il controllo su una stretta striscia di territorio lungo la sponda orientale del Canale sino alla fine della guerra. Malgrado Israele avesse alla fine ribaltato le sorti del conflitto e il suo esercito, dopo aver superato a sua volta il Canale di Suez, fosse arrivato a cento chilometri dal Cairo, gli egiziani si ritennero vittoriosi in quella guerra grazie alla summenzionata piccola conquista. E fu la sensazione di soddisfazione per quella vittoria a portarli negli Anni Settanta a riconoscere l’esistenza di Israele e a firmare con esso un accordo di pace nel 1979.

Quindi, se Israele insiste a definire il ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza una libera scelta e non una fuga, non solo commette obiettivamente un errore ma compie anche una mossa dannosa a lungo termine. Sì, il ritiro da Gaza è indubbiamente una fuga, come sostengono i coloni, soprattutto per il primo ministro Sharon che ha sempre dichiarato che il blocco di insediamenti ebraici nella striscia, denominato Gush Katif, sarebbe rimasto per sempre sotto la sovranità israeliana. Tale fuga quindi (o ritiro unilaterale, o riparazione all'errore storico, assurdo e immorale di insediare venticinque anni fa dei coloni accanto a dei campi profughi palestinesi) può essere facilmente considerata una piccola vittoria dei palestinesi, della loro lotta caparbia e della loro resistenza a quegli insediamenti, e servirà non solo ad accrescere la loro autostima ma, a mio avviso, sarà utile anche a Israele. Se infatti i palestinesi avranno la sensazione di essere riusciti con le loro sole forze a costringere lo Stato ebraico a ritirarsi da zone conquistate, si sentiranno degni di sedere al tavolo dei negoziati come interlocutori alla pari. O almeno di godersi il frutto del loro piccolo successo risanando l'economia della striscia di Gaza e rendendo quella zona un luogo sicuro e tranquillo.

Forse mi illudo, ma ho la chiara sensazione che i palestinesi della striscia di Gaza non lanceranno più proiettili di mortaio e missili Kassam sulle cittadine israeliane dopo lo smantellamento delle colonie ebraiche e il disimpegno dell'esercito. Non solo perché la soddisfazione della vittoria li renderà appagati e tranquilli, o perché, dato che la presenza delle colonie era come una ferita aperta nella loro carne, ora proveranno un senso di sollievo e di calma e rinunceranno alla pretesa di far tornare i profughi in Israele, o per lo meno la sposteranno da un piano concreto a uno simbolico. I palestinesi metteranno fine ai loro attacchi per un altro motivo, più importante e pratico, che spero detterà d’ora in poi il comportamento di Israele. Dopo il ritiro unilaterale, infatti, i palestinesi non si troveranno più davanti a soldati conquistatori e oppressori, impegnati in rastrellamenti di casa in casa alla ricerca di terroristi o di responsabili di lanci di missili e proiettili di mortaio sulla popolazione civile israeliana. Avranno piuttosto a che fare con un esercito combattente, contrapposto a un'entità che sarà responsabile di tutti gli elementi che la compongono. La reazione israeliana a un eventuale lancio di missili comporterà un'offensiva diretta contro la popolazione civile nemica e contro chi ne è responsabile e ne appoggia i comportamenti aggressivi. Che tale responsabile sia l'Autorità palestinese o Hamas per Israele non fa differenza. Il suo esercito si trasformerà da conquistatore e oppressore in belligerante e opererà secondo le regole di guerra in atto tra Stati sovrani.

Proprio perché la reazione israeliana a un eventuale lancio di missili verso obiettivi civili sarà ferma e intransigente dopo il ritiro unilaterale, sono certo che la calma regnerà nella striscia di Gaza. E se, grazie a quella calma, si inizierà un rapido sviluppo economico della regione, questa servirà da esempio per un analogo smantellamento delle colonie della Giudea e della Samaria che potrebbe sfociare in modo naturale in colloqui per una tregua e per eventuali accordi di pace.

Si può dunque affermare con sicurezza che un riconoscimento da parte di israeliani e palestinesi del ritiro - o della fuga o della sconfitta israeliana a Gaza - potrebbe rappresentare un incentivo per la pace. L'onore ritrovato dei palestinesi di Gaza avrà lo stesso effetto che ebbe per gli egiziani l'episodio del Canale di Suez durante la guerra dell'ottobre 1973. Gli israeliani hanno ottenuto abbastanza vittorie nelle loro guerre, non hanno bisogno di altri onori né che venga riconosciuta la loro forza. Ciò di cui hanno bisogno è di essere accettati come presenza legittima e stabile in Medio Oriente.

 

 

 

 

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israele palestina, rassegnastampa

lunedì, 13 giugno 2005

Per chi trovasse confuso questo sovrapporsi di argomenti diversi e di tempi diversi, suggerisco una lettura tematica evidenziando, a sinistra, la categoria di riferimento (nel caso specifico Viaggio confronti 2005).

 

 

Non credevo di occupare i quasi tre mesi del mio soggiorno in Palestina per riportare i miei appunti sul viaggio di Confronti che ha avuto luogo dal 24 al 30 marzo, ma le cose da dire e da fare sono tante, la mia abitudine a verificare ogni notizia non aiuta la velocità.
Così sono alla penultima puntata: 30 marzo, visita a un insediamento nella regione di Gush Etzion, area a sud di Jerusalem, ad est della green line (il confine del 1967), interna cioè ai Territori Occupati della Cisgiordania o West Bank.
Non si pensi all’insediamento come a un edificio o poco più (in qualche caso è così, come ad Hebron di cui spero più avanti di poter dire qualche cosa); normalmente gli insediamenti sono ampie aree di territorio, con villaggi, città di piccola e media grandezza, insediamenti industriali di cui nulla è dato sapere (il sistema che impedisce anche la tutela dell’acqua dall’inquinamento mi ricorda quello delle basi “affidate” alle forze armate USA in Italia) ecc. ecc.  Il distretto di Bethlehem, interno all’area di Gush Etzion, è praticamente circondato e insieme spezzato nella sua unità da insediamenti israeliani: è per questo che spostarsi nel “proprio” territorio implica il passaggio per uno o più (di solito più) check points: sono quelli a cui vengono fermati anche i malati e dove capita che le donne – che raggiungono il proprio ospedale di riferimento- siano costrette a partorire, il che spesso ha determinato la morte dei loro piccoli. Ne ho parlato diffusamente nel mio “vecchio diario” (Betlemme.splinder.com il18 novembre 2003, il 27 novembre 2003, il 5 dicembre 2003 e in parecchi altri punti che ora sarebbe lungo recuperare).
A Gush Etzion si trovano insediamenti di vecchia data, certamente irrobustiti dall’arrivo di tanti ebrei dalla Russia e dagli stati ex satelliti, riconosciuti cittadini di Israele in base alla legge del ritorno. Molti sono abitati da gruppi religiosi estremisti, quale Gush Emunim, ma da queste parti ho imparato che per addentarsi nel discorso dei gruppi religiosi ci vuole un’estrema prudenza e la disponibilità a rivedere i propri schemi.
La località specifica in cui ci troviamo si chiama Kefar Etzion (vi si trova il Visitor center). Comunque per chi volesse farsi un’idea della situazione su mappe cito alcuni siti web in cui può trovarne di utilissime: www.arij.org  -
 Applied Research Institute Jerusalem; www.ochaopt.org  -  UN Office for the Coordination of Humanitarian Affairs e www.gsecc.com (vai a palmap). Chi volesse fare un confronto con le mappe israeliane può andare a
www.gushetziontour.co.il. (Web site indicato nel volantino che ci è stato consegnato, ma io non sono riuscita ad entrarvi).
Torniamo quindi ai coloni dell’area di Gush Etzion. Ci riceve colui che svolge le funzioni di sindaco che non trascura di far memoria delle radici bibliche della zona (cita Abramo e arriva vertiginosamente a Davide, ricordandone il combattimento con il gigante Golia che sarebbe avvenuto da queste parti. Naturalmente ignora, o finge di ignorare, la connessione del popolo arabo con la vicenda di Abramo).
Ricorda la presenza ebraica parlando, a mio parere impropriamente, di insediamenti già dal 1926 (mi sembra che in questi luoghi il concetto di insediamento – presenza israeliana in terra militarmente occupata, non riconosciuta internazionalmente come stato di Israele – non dovrebbe essere usato prima del 1967). Forse il sindaco intendeva kibbuz.
Comunque ricorda che quella prima organizzazione ebraica fu devastata da un pogrom (e siamo sempre al linguaggio: è corretto chiamare pogrom le rivolte arabe? Non mi sembra, ma non lo faccio notare al sindaco perché non voglio suscitare tanto facili quanto inutili irritazioni). Così fu anche per la seconda presenza ebraica (1936-1939).
Nel 1943 nell’area vivevano quattro comunità ebraiche che nel 1948 protessero Jerusalem dall’esercito egiziano che le distrusse. Solo nell’ultima battaglia, combattuta il giorno precedente la proclamazione dello stato di Israele, morirono 240 persone (non si fa la conta dei morti “dall’altra parte”. Contare solo i morti dei vincitori è un’usanza cara alla cultura militare, in Israele così diffusa). Anche nella conta dei morti negli ultimi anni del conflitto(24 residenti di Gush Etzion tra soldati e civili) sfuggono i morti “dell’altra parte”.
Nel 1967 gli orfani dei caduti (così li classifica il sindaco, ma non è la prima volta che sento questa dizione, idonea a stimolare un sentimento di continuità nella storia umana dell’insediamento) tornarono per ristabilire la loro presenza a Gush Etzion dove oggi risiedono 20 comunità.
Già gli orfani …. Una storia che continua e che, proprio nel confronto, dovrebbe far pensare. Il giornalista israeliano Gideon Levy aveva scritto su Haaretz  
(Domenica 17 ottobre 2004): “Mentre nel considerare l’insieme delle vittime dell’intifada il rapporto è di tre palestinesi per ogni israeliano ucciso, quando si contano i bambini il rapporto è di cinque a uno”.
Il nostro interlocutore afferma che il centro di Gush Etzion (1000 metri) è il punto più alto della terra di Israele. (Mi rendo conto dell’improprietà del linguaggio, visto che siamo in Palestina; non me ne faccio carico, mi limito a riferire i discorsi che ascolto).
Il muro, che si svilupperà ad oriente di Gush Etzion ne annetterà il territorio ad Israele.
Certamente per le città e i villaggi palestinesi della zona quel muro, che assicura all’insediamento parte di territorio palestinese e ne garantisce la continuità con lo stato di Israele, creerà una specie di terra di nessuno fra la green line (confine del 1967) e il muro stesso, che spezzerà – come in  tanti Altri punti - la continuità del territorio palestinese.
Il sindaco dice che all’interno della regione le relazioni con gli arabi(raramente usa il termine Palestinesi) sono buone tanto che vorrebbe che il muro fosse costruito in modo da evitare una separazione degli israeliani dalla popolazione araba perché l’unica possibilità di convivenza è la conoscenza. Ma il governo non è d’accordo: considera il muro esclusivamente nella sua funzione di barriera difensiva verso l’esterno.
E’ contrario al “disimpegno” (piano Sharon per l’evacuazione di alcuni insediamenti) che potrebbe far riemergere il terrorismo. Afferma che “dare gratuitamente ai palestinesi dopo quattro anni di terrore le comunità ebraiche di Gaza e il nord della Samaria significa dare loro la vittoria; sarebbe “la resa di Israele perché i Palestinesi hanno ottenuto ciò che volevano senza dare nulla” (sic).
Ricorda il forte contrasto fra l’islam e i valori occidentali, cui contribuirebbero anche il libri di testo palestinesi dove gli americano sono presentati come “il nemico”.
Fa esplicito riferimento ad Oriana Fallaci di cui dice di assumere il punto di vista.
Chi gliene ha parlato? Forse la Dante Alighieri nel diffondere la cultura italiana?

Finita questa parte dell’incontro, veniamo affidati ad una colona, che si è insediata qui proveniente dagli USA. Se il pragmatismo del primo interlocutore poteva lasciar spazio a qualche possibilità di dialogo, l’incontro con questa signora è stato per me totalmente scoraggiante.
Non è facile riportarne il discorso che procede per assiomi. Comunque la signora propone quelli che definisce due “principi”: 1. no alla ipotesi dei due stati. “Il paese –afferma- è NOSTRO dal Giordano al Mediterraneo; se ci fossero due stati Israele diventerebbe una striscia”. Di fatto, secondo la colona, ci sono tre stati per due popoli perché la Giordania è palestinese.
Nello stesso tempo però, e siamo al principio numero 2, “non vogliamo apartheid”.
Come uscire da questa contraddizione? La signora colona vuole che “la cittadinanza non sia connessa alla terra ma alla persona” (concetto un po’ barbarico che non fa onore alla scuole USA che l’hanno più o meno acculturat). I Palestinesi secondo lei dovrebbero avere lo status di cittadini giordani in Israele, dove potrebbero vivere come stranieri, godendo dei diritti civili, ed esercitare in Giordania i loro diritti politici.
A questa affermazione fa seguire considerazioni altrettanto sconcertanti. Per quanto duri siano certi incontri poche volte ho provato un senso di estraneità e di incomunicabilità quali questa signora è riuscita a suscitare.
Ne metto alcuni esempi alla rinfusa, così come alla rinfusa ci sono stati proposti.
”Se accettassimo di istituire un secondo stato –dice- LORO porterebbero i cosiddetti rifugiati (sic) su questa terra montuosa che costituisce un sesto di Israele”.
Per lei il riconoscimento del diritto dei rifugiati al ritorno (risoluzione dell’ONU n.194 dell’11 dicembre 1948! – si veda mio diario del 17 maggio) significa un automatico trasferimento in blocco di tutti i discendenti degli evacuati e dei fuggiaschi del 1948 e si chiede “Cosa farebbero qui da sei a otto milioni di persone povere, in un regime corrotto senza democrazia?”, dando per scontate molte eventualità che scontate non sono.
Parlando del muro ne sostiene la necessità perché nessuna barriera, che non fosse così fisicamente risolutiva (e prende come esempio la barriera fra USA e Messico) potrebbe fermare chi cerca lavoro e chi “vuole rubare dall’altra parte” (sic!)
Non capisce perché gli arabi possano vivere in Israele e “io non posso vivere, in Giudea, culla del mio popolo”.
E’ assolutamente contraria al piano di evacuazione di Sharon (“Il primo ministro e il parlamento avevano promesso di non sradicare alcuna comunità ebraica e ne hanno già sradicate 22”. Quando dice comunità intende insediamenti).
Secondo lei gli arabi vogliono il Medio Oriente mussulmano (forse, arrivando dagli USA, ignora l’esistenza della presenza cristiana? I miei dubbi sul livello culturale delle scuole USA aumentano ad ogni parola, ma forse la signora è stata una cattiva studentessa di ottime, democratiche scuole!).
Conclude: “Siamo fratelli e vogliamo l’unità del popolo ebraico, senza violenze e in democrazia”. Non mi è chiaro di chi si senta sorella ma non ho voglia di chiederglielo.

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sabato, 11 giugno 2005

Riporto tre notizie fra loro sconnesse ma collegate a tante delle cose che ho scritto.

1  - 11 giugno Da Il Corriere della sera     Le polemiche sulle votazioni nei Paesi stranieri   
Pochi voti all’estero, i referendari chiamano l’Osce
   Chiuse le urne, affluenza al 20,2 per cento. Capezzone: servono osservatori stranieri. Tremaglia: tutto regolare

ROMA
- Quel dato così basso non è stato una sorpresa, ma nel comitato per il sì la rabbia monta lo stesso. I risultati finali trasmessi dai consolati hanno portato al 20,2 per cento l’affluenza degli italiani all’estero, contro il 15 per cento previsto due giorni fa. Cambia poco: per raggiungere il quorum devono andare a votare 23,4 milioni di persone, un filo sotto il 52 per cento. Il comitato per il sì legge in questi numeri la conferma dei suoi timori: sarebbero state contate diverse persone che in realtà non hanno potuto votare. Per questo Daniele Capezzone (Radicali) chiede l’intervento dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa che vigila sulle elezioni in diversi Paesi. Ribatte Mirko Tremaglia, ministro per gli italiani all’estero e padre della legge sul voto: «Tutto si è svolto nella massima correttezza. Certo, per le politiche bisognerà fare di più: puntiamo ad un’affluenza del 70 per cento».
RICORSI - Secondo Capezzone sono «almeno 700 mila» gli italiani all’estero che non hanno votato perché non hanno ricevuto le schede o poco informati. In America del Nord l’affluenza è stata del 13 per cento, in Europa il 15, in Sud America il 27, tra Africa, Asia e Oceania il 18 per cento. «Questo reverendum - dice Capezzone - ha il livello di legalità delle elezioni in Ucraina. Chi ha votato è un eroe, perché ha fatto attività militante per esercitare un diritto». Più cauto Lanfranco Turci (Ds): «Ora pensiamo al quorum. Certo, se lo dovessimo mancare per poco valuteremo l’ipotesi di un ricorso, forse al Tar».
TREMAGLIA - Domani Tremaglia non andrà a votare. «L’ho detto da tempo - spiega - ma ho aggiunto che era una posizione personale e non doveva influenzare nessuno perché è una questione di coscienza». Tremaglia respinge le accuse del comitato per il sì: «Mi aspettavo questa percentuale, quella del voto all’estero è una macchina complessa: nei limiti del possibile le liste sono corrette e i consolati hanno informato. E’ un peccato che di queste persone ci si ricordi solo quando bisogna contare le schede».
MILITARI E OSPEDALI - Tra i 2,6 milioni italiani all’estero con diritto di voto non ci sono i 9 mila militari in missione di pace. Può votare, invece, chi è in ospedale. Anche qui l’affluenza sembra bassa. Un esempio: alle regionali di due mesi fa votarono 4 mila pazienti romani in tutto il Lazio. Questa volta hanno chiesto di votare in 600, considerando però solo gli ospedali di Roma e provincia. Per tutti gli elettori vale la stessa regola: chi andrà ai seggi non sarà obbligato a esprimersi su tutti e quattro i quesiti. Potrà chiedere di ritirare anche una sola scheda. SMS - Il tribunale di Roma ha rinviato la decisione sul ricorso del Codacons che chiedeva al governo di mandare gli sms informativi. Il comitato per il sì si è mosso da solo: messaggi che chiedono di andare a votare. E andarci presto per sostenere il quorum nelle prime ore di domenica.                                                                                      
Lorenzo Salvia

2
.  Riporto questa nota da Ecumenical News International -  10 giugno            www.eni.ch
US  - I cristiani in Israele esprimono solidarietà ai coloni di Gaza
Jerusalem (ENI). Ministri della chiesa battista hanno raggiunto i responsabili degli ebrei americani in missione nella striscia di Gaza per sostenere la determinazione dei coloni israeliani a resistere all’evacuazione dalle loro case secondo quanto previsto dal  piano di ritiro da Gaza in agosto.
La delegazione è arrivata questa settimana per una missione di quattro giorni che i delegati hanno trascorso con gli ebrei nella parte meridionale della striscia di Gaza, dove –in coincidenza con al visita – militanti palestinesi hanno tirato colpi di mortaio e missili.

La notizia nel testo inglese usa il termine Jewish (ebrei), sia per I coloni che per gli statunitensi solidali. E’ chiaro che per gli statunitensi il termine ebreo è corretto, mentre comincio ad avere dei dubbi nei riguardi della correttezza di questo termine nei confronti dei coloni per cui penso sia meglio parlare di cittadini israeliani.
Il significato di questa considerazione, che mi trascino da tempo, mi è stato reso evidente anche in una recente gita. Sono andata a Beit Gemal, un villaggio non lontano da Jerusalem, arabo fino al 1967, oggi sovrastato da una omonima cittadina israeliana in forte espansione.
Nell’area del vecchio villaggio si trova una chiesa dove ho incontrato consistenti gruppi di russi che trascorrevano in gita la giornata festiva (era sabato ed evidentemente non si facevano carico della regola dei 2000 passi concessi nello shabbat).
La chiesa, che riceve continuamente numerose visite di questo tipo, si è munita di un banchetto
carico di bibbie, catechismi e quant’altro in russo, volumi gratuiti resi appetibili dalla presenza di immagini di icone sulle copertine. I gitanti ne facevano incetta. Il sacerdote che in chiesa dava alcune informazioni storico-turistiche in ebraico, era affiancato da una interprete che le traduceva in russo.
Personalmente mi va benissimo che la cittadinanza israeliana venga concessa senza vincoli religiosi (Israele non si proclama forse “unica democrazia del medio oriente?) ma credo si debba ragionare sull’uso delle parole: crisi tragiche anche recenti dovrebbero averci insegnato l’importanza di distinguere cittadinanza e nazionalità.

3. 
Ho letto in ritardo un messaggio inviatomi ad un indirizzo che non posso visitare tutti i giorni. Anche se la notizia è tardiv a, mi sembra importante segnalare l’iniziativa.

Subject: DA CISL_MILANO_COMPLEANNO DI AUNG SAN SUU KYI
Oggetto: INVIA UN BIGLIETTINO DI BUON COMPLEANNO AD AUNG SAN SUU KYI

Domenica 19 giugno ricorre il sessantesimo compleanno di Aung San Suu Kyi, leader del movimento democratico della Birmania. A quella data Aung San Suu Kyi avrà trascorso un totale di nove anni e 238 giorni di prigionia. Soldati armati dietro una barricata di filo spinato respingono qualunque visitatore. Il regime ha anche tagliato la sua linea telefonica, di modo tale che nessuno possa augurarle buon compleanno.
La brutalità dei generali che governano la Birmania si è già esplicata in un tentativo di omicidio, con l'attacco ad un convoglio nel quale stava viaggiando il 30 maggio 2003. Nello stesso attacco circa 100 suoi sostenitori sono stati malmenati a morte. L'auto nella quale viaggiava è riuscita a fuggire, ma Aung San Suu Kyi è stata successivamente arrestata.
Affinché il mondo si scordi di lei, il regime sta facendo tutto il possibile per isolarla, spaventato dalla sua popolarità e considerandola la principale minaccia al suo perdurante dominio. Per questa ragione crescono le preoccupazioni per la sua sicurezza.
Con questo messaggio vi invitiamo ad inviare un bigliettino di auguri a Aung San Suu Kyi. Anche se è probabile che il biglietto venga intercettato dal regime, l'arrivo di migliaia di biglietti costituirà comunque un messaggio forte. Se il regime è consapevole di essere sotto osservazione da parte del mondo intero si ridurranno le possibilità di un intervento contro Aung San Suu Kyi per paura di una reazione internazionale. Il vostro biglietto contribuirà a mantenere Aung San Suu Kyi al sicuro da ulteriori attacchi.
L'indirizzo per la spedizione del biglietto è:
Daw Aung San Suu Kyi  54 University Avenue Bahan 11201 Yangon Myanmar (Burma)
Inviate questo messaggio ad amici e colleghi.
Questa azione rientra nel quadro di una campagna globale per la liberazione di Aung San Suu Kyi. Per ulteriori informazioni visitare  il sito:  > >
http://www.burmacampaign.org.uk/aungsansuukyi.php

 

 

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giovedì, 09 giugno 2005

Non volevo intervenire sul tema del referendum perché preferisco che il mio diario riguardi quello che qui vedo e sperimento. Ma le voci dall’Italia mi arrivano anche direttamente e ora mi addolora esserne lontana e non poter votare i miei  quattro “sì”.
Ho firmato l’appello per la libertà di coscienza diffuso da Adista  (www.adista.it).
Mi sento però in dovere di diffondere l’articolo di Oriana Fallaci, pubblicato dal Corriere della sera del 3 giugno (io l’ho ricevuto da un’organizzazione che pubblicizza l’astensione in nome, anche, della scienza – avete letto bene!).
Vorrei che coloro che oggi pubblicizzano il voto nel referendum ed il “sì” in nome della democrazia, della laicità dello stato ecc. ecc. e ieri hanno inneggiato alla signora Fallaci (o quanto meno hanno consentito alla diffusione dei suoi scritti e hanno accettato e supinamente ripetuto le sue affermazioni)  leggessero quanto scrive oggi e avessero l’onestà di  metterlo in parallelo con quanto aveva scritto – osannata e riverita - dopo l’11 settembre e poi riesaminassero  un po’ la loro laico/scientifica/razional/democratica coerenza.
E lasciamo perdere coloro che per essere seguaci infantilmente deresponsabilizzati di papaRatzinger …..
E c’è anche un’altra ragione per cui - pur rimanendo fedele al metodo che mi sono imposta di farmi carico solo  dello spazio  che i miei piedi occupano – il referendum mi riguarda.
Ho conosciuto infatti le modalità del voto per gli italiani all’estero, o meglio per gli italiani a Bethlehem.
Il voto degli italiani all’estero deve arrivare per posta alla sede di competenza in Italia quindici giorni prima della giornata in cui gli italiani votano in Italia.
Premetto che i betlemiti, pur se cittadini italiani, non possono uscire da Bethlehem se non con permessi particolari, soggetti comunque all’arbitrio occasionale e mutevole dei militari israeliani ai check point.
Nemmeno la posta arriva (e parte) se non con tempi lentissimi (anch’io per farmi arrivare alcune documentazioni che mi servivano e un medicinale che avevo dimenticato mi sono servita della cortesia di un’amica –nordeuropea- che vive … fuori del muro e quindi in Israele e perciò dispone di un praticabile recapito). E io (turista) le posso far visita quando voglio, fermi restando i disagi del check point.
Nemmeno i giornali arrivano …A me capitano spesso crisi di astinenza da quotidiani: per trovare  i giornali israeliani in inglese (Haaretz che spesso cito!) e i giornali stranieri, fra cui italiani, devo andare a Jerusalem, cosa che i cittadini di Bethlehem non possono fare.
Quindi le schede dei cittadini italiani residenti a Bethlehem (e iscritti all’elenco anagrafico degli italiani all’estero) sono arrivate a un corriere “dentro il muro”. Costui ha telefonato agli aventi diritto a ricevere le schede (non so cosa abbia fatto per chi non ha il telefono), gli interessati sono andati a prenderle e, se volevano votare, l’hanno dovute riconsegnare nel giro di pochissimi giorni (io ho avuto la testimonianza di persone cui è stato dato il tempo di due giorni).
Il materiale illustrativo che accompagnava la scheda era di carattere tecnico (come votare…) in italiano e in inglese. Chi é cittadino italiano perché figlio di italiani o per matrimonio –e  conosce solo l’arabo (casi reali, non ipotesi) – evidentemente non può che arrangiarsi … ma in realtà l’arrangiarsi qui è un atteggiamento imposto come regola generale perché tre settimane fa neppure in Italia c’era adeguata informazione sui referendum e a Bethlehem, per chi ce l’ha, per chi ha accesso ai canali satellitari e capisce l’italiano l’unica fonte di informazione è la TV. Evito gli aggettivi che mi vengono in mente…
Ricordo benissimo che il vicepresidente nel consiglio on.Fini, al ritorno dal suo primo viaggio in Israele, minimizzò il significato del muro quale ostacolo alla vita dei Palestinesi.
Ora, che pubblicizza il dovere del voto, mi piacerebbe ne parlasse –da responsabile di governo e con dignità e coerenza – in relazione al voto degli Italiani in Palestina
augusta


No, non mi piace questo referendum al quale i mecenati dei dottor Frankenstein voteranno per semplice partigianeria politica o miopia morale. Ossia senza ragionare con la propria testa, senza ascoltare la propria coscienza, magari senza conoscere il significato delle parole staminale ovocita blastocita eterologo clonazione, e certo senza chiedersi o senza capire che cosa v'è dietro l'offensiva per la libertà illimitata della ricerca scientifica. Infatti il 12 giugno non userò la scheda elettorale, e con tutto il cuore mi auguro che l'offensiva fallisca penosamente. Auspicio rafforzatosi quando al Liceo Mamiani di Roma il più autorevole promotore dei quattro quesiti referendari ha scandito una battuta che sembra una facezia da capocomico del vecchio theatre varieté: «Se l'embrione è vita, masturbarsi è suicidio». (Signor mio, anziché di masturbazione a quei liceali io avrei parlato di Libertà. Gli avrei ricordato quel che dice Platone quando nel Libro VIII de La Repubblica scrive che dalla libertà degenerata in licenza nasce e si sviluppa una malapianta: la malapianta della tirannia. Infatti qui non si tratta di masturbarsi. Si tratta di spiegare alla gente che la libertà illimitata cioè privata d'ogni freno e d'ogni senso morale non è più Libertà ma licenza. Incoscienza, arbitrio. Si tratta di chiarire che per mantenere la Libertà, proteggere la Libertà, alla libertà bisogna porre limiti col raziocinio e il buon senso. Con l'etica. Si tratta di riconoscere la differenza che passa tra lecito e illecito). Non mi piace, questo referendum, perché a parte l'astuto ricatto con cui la cosiddetta clonazione terapeutica giustifica le sue nequizie cioè promette di guarire le malattie, a parte l'ovvio tornaconto di chi con quel ricatto si riempie le tasche (ad esempio l'industria farmaceutica il cui cinismo supera il cinismo dei mercanti d'armi), dietro questo referendum v'è un progetto anzi un proposito inaccettabile e terrificante. Il progetto di reinventare l'Uomo in laboratorio, trasformarlo in un prodotto da vendere come una bistecca o una bomba. Il proposito di sostituirsi alla Natura, manipolare la Natura, cambiare anzi sfigurare le radici della Vita, disumanizzarla massacrando le creature più inermi e indifese. Cioè i nostri figli mai nati, i nostri futuri noi stessi, gli embrioni umani che dormono nei congelatori delle banche o degli Istituti di Ricerca. Massacrarli riducendoli a farmaci da iniettare o da trangugiare, oppure facendoli crescere quel tanto che basta per macellarli come si macella un bove o un agnello, poi ricavarne tessuti e organi da vendere come si vendono i pezzi di ricambio per un'automobile.
Tutto ciò mi ricorda il Mondo Nuovo di Huxley, sì, l'abominevole mondo degli uomini Alfa e Beta e Gamma, ma soprattutto mi ricorda le oscenità dell'eugenetica con cui Hitler sognava di creare una società costituita soltanto da biondi con gli occhi azzurri. Mi ricorda i campi di Auschwitz e di Mauthausen, di Dachau e di Birkenau dove, per affrettare la produzione della razza ariana ossia intensificare i parti gemellari delle bionde con gli occhi azzurri, il dottor Mengele conduceva gli esperimenti sui bambini gemelli. Grazie all'illimitata libertà di ricerca concessagli da Hitler li martirizzava, li assassinava, a volte li vivisezionava. Dunque bando alle chiacchiere e alle ipocrisie: se al posto di Birkenau e Dachau eccetera ci metti gli Istituti di Ricerca gestiti dalla democrazia, se al posto dei gemelli vivisezionati da Mengele ci metti gli embrioni umani che dormono nei congelatori, il discorso non cambia. Non a caso, quando otto anni fa gli inglesi crearono la pecora Dolly, invece di esaltarmi ebbi un brivido d'orrore e dissi: «Siamo fritti. Qui ci ritroviamo con una società fatta di cloni. Qui si torna al nazismo».
I Frankenstein e i loro mecenati (giuristi, giornalisti, editorialisti, attrici, filosofi, grilli canterini, membri dell'Accademia dei Lincei, politici in cerca di voti, medici in cerca di gloria) non vogliono sentirselo dire quel «Siamo fritti, qui ci ritroviamo con una società fatta di cloni, qui si torna al nazismo». Quando porti il discorso su Hitler e sul nazismo, su Mengele, fanno gli offesi anzi gli scandalizzati. Cianciano di pregiudizi, protestano che il paragone è illegittimo. Poi nel più tipico stile bolscevico ti mettono alla gogna.
Ti chiamano bigotto, baciapile, servo del Papa e del Cardinale Ruini, mercenario della Chiesa Cattolica. Ti dileggiano con le parole retrogrado oscurantista reazionario e posando a neo illuministi, a progressisti, avanguardisti, ti buttano in faccia le solite banalità. Strillano che non si può imporre le mutande alla Scienza, che il Sapere non può essere imbrigliato, che il Progresso non può essere fermato, che i fatti sono più forti dei ragionamenti, che il mondo va avanti malgrado gli ottusi come te. Come me. Con burattinesco sussiego dichiarano che l'embrione non è un essere umano: è una semplice proposta di essere umano anzi di essere vivente, un semplice grumo di cellule non pensanti. Con pagliaccesca sicurezza proclamano che non ha un'anima, che l'anima esiste se esiste il pensiero, che la sede del pensiero è il cervello, e il cervello incomincia a svilupparsi due settimane dopo che l'embrione si è attaccato all'utero materno. O che un feto incomincia a pensare solo all'ottavo o nono mese di gravidanza, che secondo San Tommaso d'Aquino fino al quarto mese siamo animali e quindi tanto vale proteggere gli embrioni degli scimpanzé. E inutile obiettare che San Tommaso d'Aquino visse nel 1200, che di genetica se ne intendeva quanto io mi intendo di ciclismo e di pugilato. Inutile replicare che ripararsi dietro il sillogismo Cervello Pensiero Anima uguale Umano è una scemenza. Un'offesa alla logica. Anche gli animali hanno un cervello, perbacco. Anche gli animali hanno un pensiero.
Ergo, stando a quel sillogismo, anche loro dovrebbero avere un'anima ed essere considerati umani. Inutile osservare, infine, che sulla formazione del cervello anima non sappiamo un bel nulla. Neanche ciò che si sapeva sull'atomo quando Enrico Fermi scisse quello dell'uranio 235 e scoprì che il suo nucleo misura un centomiliardesimo di millimetro eppure può disintegrare in un lampo città come Hiroshima e Nagasaki. E se l'infinitamente piccolo contenesse molto di più dell'infinitamente grande? E se il cervello anima dell'embrione misurasse ancor meno di un centomiliardesimo di millimetro e la miopia morale (nonché intellettuale) non riuscisse a individuarlo? E se di conseguenza l'embrione pensasse, soffrisse come soffriamo noi quando Zarqawi ci taglia la testa col suo coltello halal?
Il fatto è che le loro affermazioni mai suffragate da prove sono teorie e basta, presunte certezze per convenienza e opportunismo spacciate come assolute certezze, punti di vista sbandierati nel presuntuoso miraggio di ricevere un Nobel al quale senza alcun pudore e senza alcun merito ambiscono fortissimamente. Sono un dogma che non vale più del mio. Anzi vale assai meno del mio che è privo di calcoli, di convenienze, di opportunismi. Qual è il mio? Bè, è quello che esprimo in Lettera a un bambino mai nato, libro che incomincia con queste parole: «Stanotte ho saputo che c'eri. Una goccia di vita scappata dal nulla». È quello che ribadii nell'intervista al Foglio quando i neoilluministi e progressisti e avanguardisti approvavano la condanna a morte di Terri Schindler o se vuoi Terri Schiavo. (Secondo loro, colpevole di non aver più un pensiero, di non aver più un'anima, di non poter assistere ogni domenica alla Messa che ha nome Partita di Calcio. Oh sì: a mia volta senza aver le prove che Fermi fornì sul nucleo dell'atomo, io credo che fin dal momento in cui lo spermatozoo feconda l'ovulo e la cellula primaria diventa due cellule poi quattro poi otto poi sedici insomma prende a moltiplicarsi, noi siamo ciò che saremo. Cioè esseri umani. Forse non ancora persone, visto che una persona è il risultato dell'essenza innata e delle esperienze acquisite dopo la nascita: ma di sicuro un essere umano. L'embrione che sboccia nell'ovulo d'un pidocchio è un pidocchio. L'embrione che sboccia nell'ovulo di un cane è un cane. (L'esempio del cane lo porta anche monsignor Sgreccia). L'embrione che sboccia nell'ovulo di un elefante è un elefante. L'embrione che sboccia nell'ovulo di un essere umano è un essere umano e non me ne importa nulla che stavolta la mia opinione coincida con quella della Chiesa Cattolica. Con quella di Papa Wojtyla e di Papa Ratzinger, con quella del Cardinale Ruini, dei vescovi, degli arcivescovi, dei preti che si opposero al divorzio e all'aborto. (Anch'io detesto l'aborto e per il voto in favore dell'aborto ebbi strazianti dilemmi. Ma considero il divorzio una conquista della civiltà e per il divorzio mi battei con le unghie e coi denti). Infatti se tale opinione coincidesse con quella della Chiesa Marxista, di Lenin, di Stalin, di Mao Tse Tung, e perfino del re di Cuba cioè dello spregevolissimo Castro, la esprimerei col medesimo candore.
Non me ne importa nulla nemmeno dell'astuto ricatto cioè della loro promessa di guarire il diabete, la distrofia, l'Alzheimer, la sclerosi multipla di Stephen Hawking. (Il grande cosmologo che da decenni vive in carrozzina e ciondola peggio d'un fiore appassito). Come dissi nell'intervista al Foglio, non me ne importerebbe nemmeno se le staminali servissero a guarire il mio cancro anzi i miei cancri. Dio sa se amo vivere, se vorrei vivere più a lungo possibile. Sono innamorata, io, della vita. Ma a guarire i miei cancri iniettandomi la cellula d'un bambino mai nato mi parrebbe d'essere un cannibale. Una Medea che uccide i propri figli. («Donna maledetta, aborrita dagli Dei, da me, dall'intero genere umano. Crepa, essere osceno, assassina dei tuoi figli» le dice Euripide attraverso Giasone).
Me ne importa ancor meno del fatto che i Frankenstein e i loro mecenati mi espongano al ludibrio con le accuse retrograda oscurantista reazionaria bigotta baciapile serva del Vaticano. Tanto con loro no