Questo diario elettronico ha una storia... (continua)


mercoledì, 27 luglio 2005

AVVISI


Ricevo spesso gentili richieste di inserirmi in altri blog, a volte accompagnate da spiegazioni tecniche che in buona parte non capisco. Cerco di sfruttare al massimo quel poco che so del linguaggio dei computer, ma non ce la faccio a perfezionarmi.
A volte mi inserisco in altri blog con qualche commento, a volte riporto notizie da altri siti … Scelgo quelle che mi sembrano appartenere a voci non ascoltate.
Anche il mio diario ha lo spazio dei commenti: chi fosse interessato ad interloquire o a farmi interloquire può usare quello. Gliene sarei grata.
E’ tutto ciò che posso offrire                       
                                       augusta

 Il nome delle vittime
Il Manifesto 26/07/05  Nel nome di Adnan
  GIULIANA SGRENA
Il brutale assassinio di Adnan al Bayati è un esempio, l'ennesimo ma non per questo archiviabile, dell'assoluto imbarbarimento della situazione irachena. I giornalisti occidentali se ne sono andati o vivono bunkerizzati negli alberghi o nelle case e allora si colpiscono i loro collaboratori. Sono diversi i giornalisti iracheni uccisi nelle ultime settimane, da iracheni e da americani. Come Adnan al Bayati, che è stato barbaramente ucciso con tre colpi di pistola da un commando, a volto scoperto, davanti a sua moglie e alla piccola Fatima di soli diciotto mesi, sabato scorso. Adnan è stato un prezioso aiuto per tutti noi giornalisti, soprattutto gli italiani, visto che parlava perfettamente la nostra lingua e conosceva bene il nostro paese per essersi laureato a Perugia. L'avevo conosciuto prima dell'inizio dei bombardamenti, quando, un giorno, mi aveva accompagnato, per farmi un favore visto che non avevo una «guida» e un interprete, a una riunione di donne. Poi ci siamo incrociati spesso e nell'ultimo anno era stato lui a procurarmi interprete e autista, che erano della sua famiglia, lui garantiva per loro. E in tempi in cui non sai più di chi fidarti non era poca cosa.
Non solo. Quando ero a Baghdad, di solito era lui, la mattina, a precedere l'arrivo dei miei collaboratori con le ultime notizie ed era comunque sempre Adnan a dare tutte le indicazioni, anche sui problemi di sicurezza. Sempre disponibile. Un vero signore, molto religioso, sciita, originario di una ricca famiglia di Baquba - a nord di Baghdad, nel cuore del triangolo sunnita -, elegante, dalle buone maniere, un po' flemmatico, all'inizio si era mal adattato alle pretese dei giornalisti, a volte un po' arroganti quando sono presi dal vortice del lavoro quotidiano. Ma dovendo mantenere una famiglia numerosa si era «adattato» e alla fine era stato lui a imporsi con la sua abilità e professionalità, ma anche disponibilità. Lo chiamavi dall'Italia prima di partire e lui ti organizzava tutto. Sempre informato, con contatti consolidati, aveva probabilmente suscitato qualche gelosia nell'ambiente. Quando sono stata rapita è stato Adnan per conto di Mohanned, l'autista al quale era stata rubata la macchina e poi incarcerato dagli iracheni, e di Wael, messo sotto torchio dagli americani, a mantenere i contatti con
il manifesto. E anche quando sono tornata è stato lui a chiamarmi per sapere come stavo, quasi a scusarsi per quello che mi era successo, a mantenere i contatti, a rassicurarmi dopo lo shock del rapimento che mi impediva di riprendere i contatti con l'Iraq. L'ultima chiamata è di pochi giorni fa, gli avevo chiesto di mettermi in contatto con Wael che non avevo più sentito.
Il dolore per la morte di Adnan si acuisce all'idea che non sarà l'ultimo amico, conoscente o sconosciuto a morire ammazzato nel clima di impunità che regna in Iraq e che miete ogni giorno decine di vittime. Adnan lo conoscevamo, di molte altre non sapremo mai nemmeno il nome.                (giuliana sgrena)

 

 

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categoria:rassegnastampa, vittime di guerra
martedì, 26 luglio 2005

Nella vignetta de Il Manifesto di oggi (www.ilmanifesto.it) Vauro, come sempre straordinario nella sua capacità di sintesi, constata che i morti non contano. Ma ormai la complessità della situazione rende problematica anche la sintesi (e, in ogni caso, Vauro merita un'occhiata).
Ci sono morti che non contano e morti che contano per chi ne sa abusare per costruire giustificazione alla propria follia sul dolore, sull’orrore, sulla paura e provocare, senza ostacoli, altre accettabili vittime.
Per i terroristi i morti non contano … o forse no, contano anche per loro:. sono un deterrente contro il “nemico”. Per chi vuole e fa guerre contano prima di iniziarle, servono a renderle compatibili con la propria, privata pace.
E’ a guerra iniziata che non contano più.
E’ la cultura dell’usa e getta, sostegno del comune perfido buon-senso dove il ministro Calderoli & C. guazzano.                               augusta

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …

 Internazionale  22 / 28 luglio  2005 n. 600 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (28 settembre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 20 luglio 2005
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate
le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi       3.728         
Israeliani             998         
Altre vittime           74         
Totale               4.800        

 Internazionale  22 / 28 luglio  2005 n. 600 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (12 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 20 luglio 2005.
Iracheni              22.850  /  25.881              
Americani                    1.796                             
Altre vittime                     194                          

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categoria:vittime di guerra
lunedì, 25 luglio 2005

Su La stampa on line del 24 luglio ho letto:
LA DECISIONE E’ NELLE MANI DI BERLUSCONI    Imam rapito, «segreto di Stato»

ROMA. Il governo sarebbe orientato a opporre il segreto di Stato sulla vicenda del sequestro di Abu Omar, l’imam egiziano, sospettato di essere un terrorista, sequestrato a Milano il 17 febbraio 2003 da una «squadra» di agenti Cia e trasferito in Egitto, dove, dopo essere stato torturato, si troverebbe detenuto. Quando, in giugno, il gip di Milano ha ordinato la cattura degli 007 Usa, Palazzo Chigi ha smentito qualsiasi sospetto di partecipazione italiana al sequestro. Anzi, di conoscenza della missione americana.
Adesso di fronte alle richieste di Milano il governo potrebbe decidere di opporre il segreto di Stato.

So che l’autocitazione è poco elegante ma per me questa vicenda è troppo importante per rinunciarvi.

Avevo scritto nel mio diario del 27 giugno:


Leggo in una rassegna stampa:
Un processo improbabile. Secondo gli esperti sono molto scarse le possibilità che gli agenti della Cia su cui pesa un ordine d'arresto della procura di Milano saranno mai processati in Italia. I 13 uomini, tutti latitanti, sono accusati di aver rapito a Milano, nel 2003, l'imam Abu Omar, di averlo trasferito in aereo in Egitto e di averlo torturato. Se sono davvero agenti della Cia, e se adesso si trovano negli Stati Uniti, il governo statunitense avrebbe in teoria l'obbligo di estradarli. Ma in pratica è inconcepibile che gli Stati Uniti consegnino alla giustizia degli uomini che hanno condotto un'operazione antiterrorismo autorizzata dal governo. Generalmente inoltre, operazioni come quella che ha coinvolto Abu Omar sono condotte con il tacito consenso del governo locale.

La partenza del rapito per l’Egitto sarebbe avvenuta dalla base di Aviano (PN)
Il Memorandum d’Intesa fra il governo americano e il governo italiano del
 2 febbraio 1995 precisa:
“L’installazione è posta sotto il Comando italiano. Le funzioni di tale Comando, che sono esercitate da un Ufficiale italiano, variano a seconda che l’installazione sia utilizzata congiuntamente o esclusivamente dalle Forze Armate degli USA. Il Comandante italiano ha piena giurisdizione sul sedime, sulle infrastrutture su di esso esistenti, su tutto il personale italiano militare e civile – assegnato a qualsiasi titolo all’installazione - e sull’equipaggiamento e i materiali nazionali […]. Il Comandante USA esercita il comando pieno sul personale, l’equipaggiamento e le operazioni statunitensi. Egli deve preventivamente informare il comandante italiano in merito a tutte le attività USA di rilievo, con particolare riferimento all’attività operativa e addestrativa, ai movimenti di materiali, armamenti, personale militare e civile, nonché agli avvenimenti o inconvenienti che dovessero verificarsi. Analogamente il Comandante italiano tiene informato il Comandante USA su tutte le attività nazionali di rilievo. Nel caso ritenga che le attività USA non rispettino le leggi italiane vigenti, il Comandante italiano informerà il Comandante USA e si rivolgerà immediatamente alle autorità italiane superiori per un parere. Le divergenze fra i Comandanti, in merito all’opportunità di intraprendere una particolare operazione, che non possono essere risolte localmente, saranno prontamente sottoposte alle rispettive Superiori Autorità…”.

E, il 27 giugno, concludevo
Se i fatti sono veri le oscene responsabilità in materia di rapimenti, procedure extragiudiziali, tortura sono solo USA?
   

Ora – 25 luglio- modifico
Se i fatti sono veri, se ciò che riporta La Stampa è vero,
le oscene responsabilità in materia di rapimenti, procedure extragiudiziali, tortura NON  sono solo USA

In precedenza avevo trattato della base di Aviano e di alcuni problemi a questa connessi l’8, 9, 11 e 17 marzo                                 augusta

 

 

sabato, 23 luglio 2005

E’ ufficiale. L’uomo “fucilato” dalla polizia di Londra non c’entrava con gli attentati.
Probabilmente aveva paura, perciò è fuggito. Chi di noi si fermerebbe vedendosi rincorso da sconosciuti?
Mi par di aver capito che i poliziotti non erano in divisa. E probabilmente anche loro avevano paura. E qual era il motore di quella paura? Il colore della pelle? Lo zainetto? A questo punto alla catena degli orrori guerra, terroristi si aggiunge anche la fucilazione “sul campo” e solo dementi con le menti devastate dal razzismo e dal pregiudizio possono pensare che la guerra risolva qualche cosa, che il terrorismo risolva qualche cosa, come se una morte, comunque procurata, potesse annullare l’altra.
Qualcuno deve farsi responsabile del primo passo per fermare l’orrore … ma il problema sta nel trovare chi sappia assumere la responsabilità di avviare un processo di pace.
Ci vorrebbe un Nelson Mandela…  

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categoria:varie, guerra conflitti e violenze
venerdì, 22 luglio 2005

Le notizie che arrivano sul “muro” che invade la Palestina sono quotidianamente angoscianti, per chi non sia caduto nella trappola, solennizzata a suo tempo anche dal ministro Fini, di pensarlo come una fragile barriera di difesa sul confine per impedire agli spari palestinesi di raggiungere Israele.  
Le ultime informazioni riguardano la città di Gerusalemme dove interi quartieri che si trovano dentro i confini municipali saranno separati dal resto della città.
Non bisogna dimenticare che gli arabi, pur essi palestinesi, che vi abitano sono, almeno per la parte israeliana, cittadini di Israele dal 1948, diversi per status dai palestinesi che vivono nei Territori occupati nel 1967 (di cui fa parte anche una porzione della città di Gerusalemme).
Sono però diversi nei diritti anche dai loro concittadini ebrei israeliani.
Gli “arabi israeliani” infatti non hanno mai avuto, neppure prima della guerra dei “sei giorni”, uguali diritti (né a Gerusalemme, né altrove nel territorio dello stato di Israele) e le loro scuole “statali”, ad esempio,  sono di livello inferiore e meno finanziate di quelle degli israeliani ebrei.
Nel mio diario del viaggio di Confronti ho parlato di scuole aperte e bilingui, ma si tratta di coraggiosi esprimenti privati il cui costo, necessariamente alto, è per molti inaccessibile.
Ricopio, da Internazionale (15 / 21 luglio  2005 n. 599 pag. 15)  il “
diario di Amira Hass”, giornalista israeliana di Ha’aretz  che vive a Ramallah.                         
n.b.: mi scuso per i dettagli che espongo e  che possono sembrare inutili; ma non posso rispondere agli strilli e alle urla della disinformazione con altri strilli; preferisco noiosamente descrivere augusta  

 

 

 

Come Soweto
Ogni volta che sullo schermo del mio cellulare compare il numero di un certo Muhsein, preferisco non rispondere. In questi giorni, quando squilla il telefono ho sempre paura che sia lui. Temo che mi racconti di come i bulldozer si avvicinano a casa sua, alla camera di suo figlio, alla finestra del soggiorno. Ho paura di sentire nuovi dettagli sul “muro di sicurezza” che proprio in questi giorni viene costruito intorno al quartiere di Anata, a Gerusalemme Est, dove vivono 35.000 persone: Detesto dover sentire al sua domanda, ripetuta in continuazione: “Che tipo di vita posso offrire ai miei figli?”.
Secondo una recente decisione del governo, in questo tratto di muro saranno lasciati due varchi, da dove i residenti potranno entrare e uscire solo a ore fisse. Per il resto al recinzione sarà chiusa, o così sembra per ora. Senza vergogna, i ministri israeliani parlano di piani “umanitari” per costruire nel quartiere scuole e ambulatori medici, per diminuire la dipendenza degli abitanti dagli attuali (scarsi) servizi per i palestinesi a Gerusalemme Est.
Ho scritto “quartiere” ma sarebbe più appropriato il termine “Soweto”. In origine era un villaggio palestinese e un campo profughi, ma con gli anni Anata è diventata un’enorme baraccopoli dove si sono trasferiti i palestinesi di Gerusalemme che, per le politiche abitative discriminatorie di Israele non riuscivano a trovare un alloggio decente in città. Mancanza di pianificazione, strade poco o per niente asfaltate, cumuli di spazzatura ovunque, d’inverno pozzanghere d’acqua e di liquami, d’estate penuria idrica, casa sovraffollate e attaccate l’una all’altra, bambini che giocano tra i rifiuti e le auto di passaggio. Il tutto adesso è circondato da un muro di cemento. E questo a cinquecento metri da un vasto insediamento, costruito sulle terre confiscate ad Anata e ad altri villaggi vicini.

 

 

 

Amira Hass cita i piani umanitari …ma non è solo a Gerusalemme che verranno messi in atto.
Ci sono alcuni villaggi ad ovest di Betlemme, ad esempio, che, pur appartenendo ai Territori occupati ed essendo quindi soggetti all’Autorità Palestinese, si troveranno fuori del muro che circonda Betlemme (e li isolerà ad est) e il confine internazionalmente riconosciuto (che li metterà in trappola, isolandoli ad ovest. Si vedano i resoconti della mia visita a quei villaggi nel mio Vecchio diario- Betlemme.splinder.com - del 27, 28, 29 gennaio 2004 e, soprattutto, le mappe pubblicate dalla rivista Limes nel n.3, 2005).
I bambini di quei villaggi saranno probabilmente impediti dal muro a frequentare le scuole di loro pertinenza e sembra che potranno giovarsi del percorso in “tunnel umanitari” scavati sotto il muro stesso.          augusta

 

 

 

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categoria:bambini, israele palestina, rassegnastampa, diari di augusta
lunedì, 18 luglio 2005

Riporto integralmente un articolo di uno stimato giornalista del Corriere della sera 18 luglio 2005, evidenziando –con grassetto, sottolineatura e caratteri maiuscoli – il punto che più mi interessa            augusta

E i ministri si indignano
 Il falso scoop di Telepadania
Tutto nasce a Cento (Ferrara) per la rivelazione di un sedicente «amico di Schwarzenegger»

«Su TelePadania, e solo lì, questa settimana
passano le immagini di decine di extracomunitari che in una piazza di una città italiana brindano e ballano per festeggiare l’attentato di Londra», scrive furente sulla Padania Roberto Castelli. «Sono contenti, evidentemente perché un po’ di cani infedeli sono stati fatti a pezzi. Per queste immagini si indignano solo gli uomini della Lega. Per gli altri media, tutti gli altri, la notizia non esiste neppure».
Verissimo, signor ministro: infatti si tratta di una bufala. Padana, ma bufala. Sia chiaro: con l’aria che tira una manifestazione di esultanza per le bombe di Londra dovrebbe essere repressa con la massima durezza. Chi istiga a delinquere va colpito senza pietà, l’acqua torbida in cui nuota il pesce terrorista va prosciugata e il Corriere, al contrario di quanto scrive il Guardasigilli, ha sempre avuto su questi temi posizioni nette: niente indulgenze.
Detto questo, con l’aria che tira, è bene inquadrare i nemici senza sollevare polveroni. Anche Winston Churchill, dopo la dichiarazione di guerra mussoliniana, disse degli italiani immigrati: «Acciuffateli tutti». E finirono in galera, per poi morire sull’«Arandora Star» affondata dai tedeschi, mentre venivano avviati a un campo di prigionia canadese, anche esuli anti-fascisti come Decio Anzani ed ebrei rifugiatisi in Inghilterra dopo le leggi razziali come Umberto Limentani. Guai a fare di ogni erba un fascio. Tanto più se fai il ministro. Più il nemico è insidioso, più devi pesare le parole. Ma partiamo dall’inizio. Siamo a Cento, un paesotto tra Ferrara e Bologna. È venerdì 8 luglio. Un uomo racconta a un cronista del quotidiano regionale: «Mentre l’Inghilterra piange e l’Italia trema, qualcuno giovedi sera ha ballato. Vedere quella scena mi ha fatto male al cuore. Era mezzanotte e nel piazzale dell'autostazione una decina di extracomunitari si abbracciavano e ballavano. Mi sono fermato per capire: mi hanno detto, con il sorriso, di starmene buono, che tra poco comanderanno loro e che la loro era una danza in onore dei kamikaze».
Il teste si chiama Erminio Gamberini, è un omone grande e grosso sulla sessantina, fa l’artigiano e a Cento lo conoscono tutti. Fanatico del body- building, racconta d’essere «amico di Schwarzenegger», di non essere mai andato a trovarlo a Los Angeles «per paura dell’aereo» e di essere culo e camicia anche con Lou Ferrigno, l’«Incredibile Hulk». Ignoto o quasi ai parroci della zona, è però un crociato del crocifisso, che minacciò tempo fa di affiggere in tutte le scuole: «Li ho fatti fare apposta ». Nemico giurato degli immigrati, gira con un basco e un manganello e al Corriere si presenta così: «Sono il capo dei Guardian Angels». Al giornale regionale, conoscendolo, non lo prendono troppo sul serio. Ma il giorno dopo le bombe di Londra, con tutte le polemiche in corso...
Fatto sta che la notizia, troppo ghiotta, esce: «Un testimone di Cento racconta così il suo personale incontro con l’orrore». I carabinieri fanno un salto sulla sedia: ma come, un ballo in piazza per festeggiare le bombe di Londra? Aprono un’inchiesta, ascoltano la gente che vive in zona, si fanno raccontare i fatti dall’autore della denuncia. E giungono alla conclusione che, minimo minimo, la notizia è stata, diciamo così, molto gonfiata.
Il quotidiano locale concorrente fa un’inchiesta parallela. Parla coi vicini: niente. Parla con la donna, Paola Ortensi, che gestisce il bar della Stazione: nonostante abbia buoni motivi per lamentarsi di certi gruppetti di immigrati che battono la zona, dice che, spiacente, anche lei non ne sa nulla. Parla con gli esponenti più in vista della comunità straniera e quelli non solo cadono dalle nuvole ma condannano durissimi la carneficina londinese.
Il Comune stesso, retto da una giunta civica, si dà da fare per accertare i fatti e fa un comunicato per spiegare che, al massimo, si è trattato di un equivoco tra un cittadino esasperato e «quattro ubriachi». Anche il parroco Alfredo Pizzi, che sta a Cento da 45 anni e conosce sia l’Erminio sia moltissimi extracomunitari, non ha dubbi: «È un fatto che non ha fondamento».
Ma come la fermi un’onda ormai partita? Mario Borghezio, raccolti un po’ di giustizieri, si precipita «per dare una ripulita a Cento». E TelePadania manda in onda indignati servizi che raccontano del ballo per le bombe di Londra e mostrano le immagini di uomini dalla faccia araba che danzano isterici davanti alle telecamere. «Immagini da vomitare! Vomitare!» tuona col Corriere Roberto Calderoli. «Agghiaccianti» concorda Roberto Castelli nel suo articolo sulla Padania di ieri. Il «dramma italiano» spiega «è tutto qui»: nel fatto che «le immagini di decine di extracomunitari che in una piazza di una città italiana brindano e ballano per festeggiare l’attentato di Londra» si vedano solo su Telepadania e «indignano solo gli uomini della Lega». Altro che «i buonisti, i masso-comunisti, i catto-musulmani »! Tutti ciechi: guardano la realtà con «deformanti lenti ideologiche».
Nel frattempo, resta quella curiosità: cos’è successo esattamente, a Cento? «Acqua passata» risponde rude il sedicente amico di Schwarzenegger. Acqua passata? Coi corpi delle vittime di Londra ancora caldi? «È andata come dico io, e basta». E come mai non si trova un solo altro testimone? «Perché hanno tutti paura degli islamici ».Maalmeno i cameramen di «TelePadania »! Almeno loro che riprendevano la scena potrebbero parlare! «Io non ho visto telecamere».
Prego? «Son venute per il corteo leghista. Ma la sera, lì, non le ho viste. Ovvio! Come potevano venire le telecamere, no? Ragioni! Lei fa il giornalista: ragioni!». Appunto: se c’era solo l’Erminio, come hanno fatto quelli di «TelePadania» a riprendere tutto? «Filmati? Ma quali filmati!» sbuffa Annalisa Bregoli, il sindaco alla guida di una giunta civica vicina alla destra: «Lo conosciamo l’uomo. È uno così. Che gira col manganello per provocare reazioni». Vuol dire che forse cercava la rissa e qualche ubriaco gli ha risposto con una battuta idiota? «Può essere. Certo noi qui non abbiamoproblemi particolari con gli immigrati. E, se lo dico io che non sono di sinistra e neanche buonista, mi può credere ».
Ma insomma: quei filmati? MAX FERRARI, IL DIRETTORE DI «TELEPADANIA», SBANDA UN PO’: «NOI LA NOTIZIA ABBIAMO CERCATO DI ACCERTARLA. E CI SIAMO CONVINTI CHE ERA BUONA. CERTO, I FILMATI NON POTEVAMO AVERLI ». E ALLORA? CEDE ALL’ONESTÀ: «CI SIAMO ARRANGIATI CON IMMAGINI DI REPERTORIO, GIRATE DA UN’ALTRA PARTE DOPO L’11 SETTEMBRE». ROBA D’ARCHIVIO. MONTATA IN MODO TALE DA CONFONDERE non solo la gente comune che stava davanti alla tivù, ma anche due uomini di governo come calderoli e castelli che, diciamolo, si sono lasciati un po’ andare. Come potevano dubitare di «TelePadania»? E pensare che di solito sono così sobri e prudenti... 
Gian Antonio Stella

Domando:
1.
A fronte di una bufala dichiarata, costruita per sostenere un'opportunità di condivisione di odio razzista, che ci sta a fare l’ordine dei giornalisti?
2. Espressioni di disprezzo generalizzato per l’islam sono proprie anche della profetessa del Telepadania pensiero e non solo. Mi riferisco evidentemente a Oriana Fallaci di cui il Corriere stesso pubblica lunghe invettive (una anche il 17 luglio) e di cui ha in passato allegato libri al giornale a costo irrisorio. Non sarebbe il caso di chiarire?
3.In riferimento alle esternazioni della stessa Fallaci e per le contraddizioni, del pensiero di chi si dichiara laico-progressista (per quella parte che non è aliena da esternazioni antislamiche, tanto general-generiche quanto assolute) e della sua interna coerenza, rimando al mio diario del 9 giugno
 augusta

 

 

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categoria:rassegnastampa, diari di augusta
sabato, 16 luglio 2005

Chi volesse aggiungere un altro documento a quello pubblicato il sette luglio potrà trovare nel sito http://www.unicef.it/pdf/Conv.%20europea%201996.pdf  la Convenzione Europea sull’esercizio dei diritti dei minori che tratta proprio dei“.. procedimenti che li riguardino dinanzi a un’autorità giudiziaria”.
La Convenzione è stata adottata a Strasburgo il 25 gennaio 1996.
Non voglio ignorare l’importanza di una frase del preambolo che dice: “Gli stati membri del Consiglio d’Europa e gli altri stati firmatari della presente Convenzione ….Convinti che i diritti e gli interessi superiori dei minori debbano essere promossi…hanno convenuto quanto segue” ..—(che io non posso ricopiare perché il documento è in pdf).
Sarebbe bello essere informati su questa “promozione” .. purtroppo io non ne ho trovato tracce, ma sarei felice se qualcuno mi dimostrasse che sono distratta.                   augusta

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

 

 Internazionale  15 / 21 luglio  2005 n. 599 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (28 settembre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 13 luglio 2005
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate
le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi       3.713         
Israeliani            996         
Altre vittime        74         
Totale               4.783        

 Internazionale  15 / 21 luglio  2005 n. 599 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (12 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 13 luglio 2005.

Iracheni              22.787  /  25.814              
Americani                    1.758                             
Altre vittime                   190 

 

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categoria:bambini, vittime di guerra
venerdì, 15 luglio 2005

Nel mio diario del 17 giugno ho fatto riferimento all’iniziativa di Defence for Children International (Difesa Internazionale dei Minori), una ONG indipendente fondata durante l’Anno Internazionale del bambino (1979) per assicurare un’azione internazionale attiva, pratica, sistematica e impegnata specificatamente diretta a promuovere i proteggere i diritti del bambino.
Il termine “bambino”, che spesso si troverà nel documento riportato di seguito e artigianalmente tradotto,corrisponde a Child, termine di riferimento nella Convenzione internazionale per i diritti del bambino, ratificata dalla quasi totalità degli stati europei (e anche da Israele) e legge anche per lo stato italiano
(legge 27 maggio 1991 n. 176).
L’articolo 1 della Convenzione così recita:
Ai sensi della presente Convenzione si intende per fanciullo ogni essere umano avente un’età inferiore a diciott’anni, salvo se abbia raggiunto prima la maturità in virtù della legislazione applicabile”. Ignorando l’orribile “fanciullo” della traduzione italiana, ho usato a volte il termine” bambino”, a volte”minore”, scelta che mi è sembrata legittima alla luce dell’articolo che ho trascritto, mentre ho usato i termini “ragazzini e ragazzine”, quando nell’originale c’erano le parole “boys and girls”
Comunque che volesse verificare il testo inglese del documento di Defence for Children può farlo nel sito
http://www.dci-pal.org/english/home.cfm, mentre è possibile trovare il testo inglese della Convenzione in:www.un.org e, in italiano,in  http://www.unicef.it/convenzione.htm   
I punti 8 e 9 del documento, si riferiscono specirtifacatamente ai bambini palestinesi.

Defence for Children
ha promosso anche la pubblicazione di uno studio in merito ai bambini palestinesi in carcere (Sullo stesso argomento esiste anche un DVD). Ne cito gli estremi sperando che si diffonda perché è condotto con criteri di apprezzabile rigore e sistematicità:
 Catherine Cook, Adam Hanieh, Adah Key.
Stolen Youth. The Politics of Israel ’s detention of Palestinian Children. Pluto Press. London Sterling, Virginia
.
Pluto Press:  

345 Archway Road, London N6 5AA
    www.plutobooks.com              augusta

 

 

July 02, 2005     Bethlehem Declaration     No Kids Behind Bars

 

 

1.                  Dichiarazione (Bethlehem Declaration) del Consiglio Esecutivo Internazionale di Defence for Children basata sui dibattiti e sulle conclusioni della conferenza internazionale No Kids Behind Bars,  “No ai bambini dietro le sbarre –Dal punto di vista dei diritti dei minori”, promossa da Defence for Children International a Bethlehem, Territori Palestinesi Occupati, 30 giugno -2 luglio 2005.

 

 

2.                  I bambini non possono essere trattenuti dietro le sbarre. I bambini dovrebbero andare a scuola, dovrebbero giocare con i loro amici, dovrebbero vivere con i loro familiari.

 

 

3.                  Parecchi studi stimano in più di un milione in tutto il mondo i ragazzini e le ragazzine dietro le sbarre, troppo spesso detenuti in condizioni orrende, degradate, di sovraffollamento e violente.
La prigione dovrebbe essere considerata come una opzione solo per un numero molto piccolo di minori che abbiano commesso reati violenti e gravi.

 

 

4.                  La maggioranza dei minori imprigionati non appartengono a tale categoria. Molti hanno commesso reati leggeri e sono in attesa di giudizio. Molti non hanno commesso alcun reato come i bambini di strada, i prigionieri politici, i rifugiati, i richiedenti asilo, minori mentalmente disturbati e altri imprigionati senza regolare processo.

 

 

5.                  Centonovantadue governi hanno già accettato i principi generali che questo documento ha sottolineato ratificando la Convezione ONU sui diritti del bambino (CRC - Convention on the Rights of the Child). Ciononostante i bambini rimangono in prigione e in stato di detenzione, sottoposti ad abusi e dimenticati.

 

 

6.                  Nello stesso tempo sono state messe in atto e perseguite dai governi di parecchi paesi politiche ed azioni repressive. Queste misure hanno significativamente aumentato il numero dei bambini dietro le sbarre,

 

 

7.                  Mettere ragazzini e ragazzine dietro le sbarre e separarli dalle loro famiglie e comunità danneggia seriamente il loro sviluppo fisico, mentale e sociale. Molti di loro non ricevono cibo sufficiente né cure sanitarie e istruzione. I bambini sono esposti ad abusi fisici, psichici e sessuali e possono essere infettati e diventare sieropositivi. La prigionia ne determina una condanna sociale che si prolunga  nel corso della vita e ne ostacola il reinserimento nelle comunità di appartenenza.

 

 

8.                  Nel corso di questa conferenza internazionale abbiamo saputo che migliaia di minori palestinesi sono stati arrestati e imprigionati per motivi politici dalle Forze di Occupazione di Israele, a partire dal mese di settembre 2000, per una deliberata politica intesa a rafforzare e mantenere l’occupazione israeliana.

 

 

9.                  Per noi la situazione è inaccettabile. Migliaia di bambini palestinesi sono stati imprigionati durante campagne di massa, con arresti arbitrari negli ultimi quattro anni e vengono spesso usati come ostaggi politici durante le trattative. Questi bambini non dovrebbero essere usati come insignificanti strumenti di contrattazione.

 

 

Chiedete interventi governativi

 

 

10. Basta ai bambini dietro le sbarre

 

 

  • Basta con la prigionia di ragazzini e ragazzine che non sono sospettati di alcun reato;

     

  • Basta alla prigionia di bambini che hanno commesso piccoli reati;

     

  • Basta costringere bambini dietro le sbarre quando hanno bisogno di cure e protezione;

     

  • Smettere immediatamente di criminalizzare comportamenti di sopravvivenza come l’accattonaggio e il vagabondaggio e di definire reato le assenze ingiustificate da scuola e di considerare criminali i bambini che sono vittime di abusi o altre forme di sfruttamento;

     

  • Smettere con le politiche dure e repressive messe in atto per “vincere la criminalità” se hanno un costo economico e sociale troppo alto:

     

  • Liberare immediatamente tutti i minori prigionieri politici e porre fine alla pratica di arresti per ragioni politiche;

     

  • Porre fine alle leggi discriminatorie e alle pratiche che riducono in prigionia minori per ragioni di razza, nazionalità, etnia e status socioeconomico e simili;

     

  • Consegnare alla giustizia i responsabili di arresti arbitrari e illegali e di altre violazione dei diritti umani come la tortura.

     

11. Investire in future azioni positive per i minori.

 

 

  • Dare priorità ed investire in  programmi quali: spazi sociali, centri comunitari per giovani, programmi sportivi e culturali, programmi di sostegno per evitare l’abbandono scolastico di ragazzi e ragazze;

     

  • Sostenere programmi per ridurre la violenza promuovere azioni positive per educare  i bambini in famiglia e comunità e per rafforzare i sistemi sociali di sostegno;

     

  • Aumentare le opportunità di partecipazione dei minori alle decisioni che riguardano loro e le loro comunità e promuovere i loro ruoli quali attori sociali positivi;

     

  • Aumentare per i minori le opportunità di sviluppare sostenibili livelli di sostentamento e mezzi per vivere;

     

  • Rafforzare e mantenere sistemi di cura e protezione, che includano alternative di cura per i bambini che siano privi dell’ambiente familiare e altri sevizi di assistenza sociale.

     

12. Sviluppare alternative di tipo comunitario e di recupero

 

 

·          Provvedere a una serie di opzioni locali, sostenute dalla comunità diversificate ed individualizzate, per i minori in conflitto con le leggi che si indirizzino alle radici causa dei loro reati in modo che rispondano alle esigenze della vittima e delle comunità (ad esempio una mediazione fra la vittima e chi l’ha offesa, conferenze per gruppi di famiglie, servizi di comunità);

 

 

·           Concentrare l’attenzione su sostegni di base per ridurre la condanna sociale e assicurare che i bambini non ripetano il comportamento illegale e rafforzarli nell’impegno di formazione verso un futuro positivo.

 

 

13. Migliorare le condizioni dei minori che debbano essere messi in prigione.

 

 

·          Garantire che la prigione sia l’ultima risorsa cui ricorrere solo in casi eccezionali quando i minori debbano essere imprigionati per la gravità del reato commesso o perché possono essere di danno a se stessi o agli altri;

 

 

·          Assicurare sistemi orientati e attenti ai minori che ne garantiscano la separazione dai sistemi legali per i criminali adulti.  I minori non devono essere trattati come adulti;

 

 

·          Garantire la certezza che i minori siano processati quanto più rapidamente possibile, limitandone il fermo di polizia a un massimo di 24 ore e assicurando che il periodo di custodia cautelare prima della condanna sia legale  e regolarmente controllato;

 

 

·          Conformarsi agli standard internazionali per la protezione fisica e psichica dei minori in carcere, il loro benessere e sviluppo;

 

 

·                 Assicurare la totale separazione dei bambini dagli adulti in prigione e la separazione in base al sesso e allo status dei detenuti;

 

 

·          Assicurare che i minori in stato di detenzione siano informati dei loro diritti e del funzionamento del sistema di giustizia minorile.

 

 

14. Stabilire piani nazionali per ridurre il numero dei minori in carcere.

 

 

  • Sviluppare meccanismi di misura, monitoraggio e che riferiscano il numero reale di ragazzini e ragazzine dietro le sbarre;

     

  • Sviluppare un piano di azione per ridurre il numero di minori in carcere che includa indirizzi di base e intenda dimezzarne il numero entro dieci anni;

     

  • Provvedere a un aggiornamento obbligatorio e qualificato e inteso ad assicurarne un maggior rispetto alla legge per il personale impiegato  nell’ambito della giustizia minorile;

     

  • Sviluppare per le Organizzazioni non governative procedure effettivamente indipendenti di reclamo e investigazione, per un autonomo monitoraggio e per un loro accesso;

     

  • A livello locale i governi devono monitorare la situazione nei luoghi in cui ci siano minori in carcere e sviluppare piani di azione locali.

     

Chiedete l’azione di altri partner

 

 

15 L’ONU e altre organizzazioni internazionali* devono:
(
N.d.t.: poiché non è possibile trovare sempre il corrispondente italiano delle organizzazioni elencate, se ne riporta l’elenco come nell’originale  - *ad es.:  UNICEF, WHO, UNDP, UN Committee on the Rights of the Child, UN Commission on Human Rights, UN Office on Drugs and Crime, UNIFEM and Habitat).

 

 

  • Assistere i governi nella raccolta e analisi dei dati nazionali;

     

  • Contribuire all’assistenza tecnica per il sostegno e il monitoraggio di piani nazionali di azione che comprendano la formazione;

     

  • Pubblicare statistiche annuali sui minori in carcere e autori di reati

     

  • Organizzare regolari incontri internazionali sui minori in carcere.

     

16. Le Organizzazioni non governative (ONG) e la società civile:

 

 

  • Le ONG Internazionali devono fare pressione per inserire l’argomento di cui ci occupiamo nell’agenda internazionale organizzare un congresso mondiale e stimolare piani di azione;

     

  • Le ONG nazionali devono promuovere campagne nazionali “No ai bambini dietro le sbarre”, monitorare le azioni dei governi e le condizioni di detenzione e collaborare a livello regionale;

     

  • Le organizzazioni di comunità devono lavorare a stretto contatto dei giovani a rischio, partecipare a piani di azione locali e sostenere i minori nelle istituzioni chiuse.

     

17 I mezzi di comunicazione* e gli educatori devono:
* (ad esempio TV, radio, giornali, Internet, film e altri centri culturali, scuole e istituzioni accademiche)

 

 

  • Informare il pubblico sui problemi di ragazzini e ragazzine in carcere basandosi su informazioni accurate ed equilibrate che non devono essere finalizzate alla sensazionalizzazione, alla  vittimizzazione e all’esagerazione nel riferire fatti che aumentino la paura del crimine;

     

  • Sostenere e pubblicizzare la campagna “No Kids Behind Bars

     

  • Sviluppare programmi che assicurino percorsi scolastici ai minori in prigione e gruppi di comunità per incoraggiarne il pensiero critico e la loro partecipazione alla campagna No Kids Behind Bars.

     

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mercoledì, 13 luglio 2005

Riporto, sempre dal sito www.ildialogo.org l'appello che trascrivo e il cui testo contiene anche l'indicazione della fonte originaria.  Prima di scrivere questa segnalazione anch'io ho aderito, non perché lo ritenga esauriente e perfetto ma perché aiuta a dire da che parte una/uno sta (il che mi sembra una sfida non irrilevante ai controlli prossimi venturi)      augusta

DAL POPOLO DELLA PACE SOLIDARIETA’ AI MUSULMANI E ALLE MUSULMANE D’ITALIA: LE BOMBE HANNO COLPITO ANCHE VOI

 

 

Una lettera di solidarietà indirizzata "ai musulmani e alle musulmane in Italia" è stata inviata oggi da quaranta esponenti delle associazioni che componevano il comitato "Fermiamo la Guerra", promotore delle manifestazioni "milionarie" contro la guerra all’Iraq del 15 febbraio 2003 e del 20 marzo 2004.
"Pensiamo che le bombe di Londra colpiscano anche voi" - dicono i firmatari, che si dichiarano "scandalizzati che alcuni giornali definiscano ’islamico’ il terrorismo" e propongono una collaborazione con il popolo della pace per evitare lo "scontro di civiltà".
La lettera è stata inviata al Centro Cultrale Islamico della Moschea di Roma, all’Unione delle Comunità Islamiche in Italia (UCOII), al Centro islamico Culturale d’Italia, al COREIS e nei prossimI giorni verrà inviata ad altri organismi e a tutte le moschee italiane.
Ulteriori adesioni alla "lettera di solidarietà ai musulmani e alle musulmane che vivono in Italia" si raccolgono su
http://www.unponteper.it/lettera

Testo della lettera      Ai musulmani e alle musulmane che vivono in Italia

Cari amici, care amiche, vi scriviamo, pensiamo, a nome di milioni di persone, di quei milioni di uomini e donne che nel nostro paese si sono opposti e si oppongono alla guerra.
Vi scriviamo per offrire la nostra solidarietà dopo il terribile attentato di Londra.
Pensiamo che queste bombe colpiscano anche voi.
Vi hanno colpiti perché tra le vittime delle bombe ci sono cittadini britannici di religione musulmana.
Vi colpiscono perché chi le ha messe ha utilizzato, infangandola, la religione in cui credete.
Vi colpiranno, perché faranno crescere il razzismo e la xenofobia, anche tra la gente comune, nel nostro paese.
Siamo scandalizzati che alcuni giornali e commentatori politici continuino a definire terrorismo "islamico" un’azione che offende l’umanità che la vostra religione esprime.
Siamo preoccupati per il fatto che questo attentato viene preso a giustificazione per continuare le guerre che colpiscono vostri correligionari, per giustificare la repressione di chi nei vostri paesi si oppone a governi dispotici.
Vi offriamo la nostra solidarietà, come sempre abbiamo fatto, anche per le tante vittime delle guerre che attraversano i vostri territori.
Non sono guerre fatte in nostro nome, come le bombe di Londra, sappiamo, non sono in vostro nome.
Non permettiamo che i signori della guerra e i gruppi terroristi trascinino il mondo in quello che loro chiamano "scontro di civiltà"! Questo può e deve essere evitato, lo possiamo fare insieme.
Un saluto fraterno dal "popolo della pace".

Fabio Alberti (Un ponte per.), Gino Barsella (Sdebitarsi), Giuseppe Beccia (Unione degli Studenti), Gianfranco Benzi (CGIL), Marco Berlinguer (Transform Italia), Marco Bersani (Attac - Italia), Maurizio Biosa (Forum del Teatro), Raffaela Bolini (ARCI), Nadia cervoni (Donne in Nero), Luigi Ciotti (Gruppo Abele), Lisa Clark (Beati i costruttori di pace), Associazione Culturale Punto Rosso, Giorgio Dal Fiume (CTM - Altromercato), Cecilia Dall’Olio (Focsiv), Tonio Dall’Olio (Pax Christi), Unione degli Universitari, Nadia Demond (Marcia Mondiale delle Donne), Gianni Fabris (Altragricoltura), Tommaso Fattori (Firenze Social Forum), Nella Ginatempo (Bastaguerra), Maurizio Gubbiotti (Legambiente), Giuseppe Iuliano (Cisl), Flavio Lotti (Tavola della pace), Filippo Mannucci (Mani Tese), Giulio Marcon (Sbilanciamoci), Sergio Marelli (Associazione ONG Italiane), Pero Maria Maestri (Guerre & Pace), Alessandra Mecozzi (FIOM), Alfio Nicotra (Rifondazione Comunista), Maso Notarianni (Emergency), Luigia Pasi (Sincobas), Anna Pizzo (Carta), Fabio Protasoni (ACLI), Giampiero Rasimelli (Forum del Terzo Settore), Franco Russo, Raffaele Salinari (Terres des Hommes), Gabriella Stramaccioni (Libera), Antonio Tricarico (Campagna Banche Arnmate), Riccardo Troisi (Rete di Lilliput), Rosita Viola (Consorzio Italiano Solidarietà)

 

 

Martedì, 12 luglio 2005

 

 

 

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martedì, 12 luglio 2005

Questo diario fa seguito a quelli del 5 e del 9 luglio. Non so se continuerò a ricopiare questi articoli da www.ildialogo.org  perché spero di aver sollecitato qualcuno ad andare a cercare notizie alternative e oggi, almeno per me, necessarie. Ma non mi pongo censure preventive … può essere anche che qualche volta torni a quella fonte                   …………..augusta  

 

 

 

Risposta all’appello di Khaled. di Amina Salina    (in questo diario -vai al 9 luglio)
Caro Khaled e cari lettori,
dovrebbe essere chiaro che noi musulmani nella stragrande maggioranza stiamo da una parte sola quella della vita e quella della civiltà. Ma mentre i giornali compreso il corriere di Magdi Allam si affannano ad intervistare il terrorista borderline, mentre La Repubblica titola che i terroristi "sono in mezzo a noi" aggiungi le sparate di Calderoli ecco che alla fine l’opinione pubblica una cosa solo capisce. Che siamo tutti sospetti terroristi nonostante quello che ha detto Blair.. Bene hanno fatto invece i fratelli spagnoli della Comision Islamica de Espana (www.webislam.com) a ribadire che i terroristi di Al Qaeda non sono e non saranno mai dei nostri. L’unanime e scontata condanna di tutti gli atti terroristici di Al Qaeda e le perplessità presenti anche tra gli islamisti di casa nostra sulla condotta di Hamas (la questione dei metodi usati non e’ secondaria) questi fatti, l’impegno di tutta la comunità a parte sparutissime minoranze, per la convivenza la pace ed il dialogo interreligioso di colpo non esistono più. Cari fratelli e care sorelle dell’ala moderata qui bisogna unirci e farla finita di attaccarci con i fratelli delle moschee perché altrimenti e comunque per la stampa e per gran parte dell’opinione pubblica non c’e’ differenza tra moderati e radicali. E le leggi speciali non credo che faranno eccezioni. Ricordate che la campana suona sempre per noi. Sta partendo l’ennesima campagna di stampa per criminalizzarci dopodiché non troveranno niente ma noi saremo sempre e comunque un capro espiatorio perché gli utili idioti fanno comodo. Per mantenere la guerra e la violenza nel mondo c’e bisogno della paura e per creare la paura c’e’ bisogno di un nemico inafferrabile Al Qaeda che potrebbe essere dovunque e sotto qualsiasi panno. Da chi credete che siano finanziati e pagati, dagli immigrati marocchini o dai potenti?? Khalid parla di radicalismo islamico ma anche tra i radicali la stragrande maggioranza accetta la democrazia la libertà di coscienza e i diritti umani. Gente come Tareq Ramadan.
Nadia Yassin Rachid Ghannouchi e gli stessi fratelli delle moschee (soprattutto l’UCOII) non possono assolutamente essere criminalizzati. Dichiarando loro guerra non si fa assolutamente un buon servizio ai musulmani stessi.
Anche i settori con i quali abbiamo più differenze, come quello di Adel Smith, non sono ne’ terroristi ne’ pericolosi. Il terrorismo e’ un fenomeno ampiamente manovrato e voluto da chi domina attraverso la guerra. Sono poche migliaia di persone che stanno distruggendo con i loro atti criminali la convivenza civile, attaccano i musulmani in primo luogo e poi certo anche l’Occidente. Le prime vittime siamo noi. Forse la mancanza di una forte e reale educazione islamica apre le porte per alcune centinaia di giovani in Europa ad atteggiamenti ambigui verso questo fenomeno come se gli attentati fossero la risposta a quanto avviene in Iraq o in PALESTINA. Gli attentati sono invece non una risposta ma un atto che serve alla costruzione della paura un atto che serve a far sì che tutti noi siamo meno liberi. E’ per questo che come dice Tareq Ramadan occorre fare sempre il contrario di quello che loro dicono. (www.peacelink.com)
Quello che e’ certo e’ che ne’ il terrorismo di Al Qaeda ne’ le tattiche di guerra di Hamas hanno a che fare con la jihad. Il primo e’ semplicemente un atto criminale come dicono gli inglesi, il secondo e’ politica anzi strategia di guerra, i kamikaze li usavano anche le tigri Tamil in Sri Lanka. Però c’e’ una grande differenza tra una banda criminale che lotta per il potere come Al Qaeda e in cui la motivazione religiosa e’ una copertura, e i movimenti di liberazione di matrice islamica che non sono semplicemente bande terroristiche ma sono il braccio armato di partiti e movimenti radicati nella società! Un po’ come era l’IRA nell’Irlanda del Nord. Non si può combattere i secondi con gli stessi metodi dei primi. Non si può trattare con Al Qaeda, si può trattare con Hamas, con Hezbollah come si e’ trattato con gli altri movimenti di liberazione in tutto il terzo mondo. Questi movimenti possono lasciare le armi ed entrare nella lotta politica come e’ accaduto con la guerriglia in Albania mentre certamente al Qaeda non entrerà mai in politica. Non si tratta di essere a favore o contro si tratta di saper depotenziare la violenza e saper costruire un percorso di pace tutelando le popolazione civili in primis i palestinesi che sono le prime vittime della violenza. Altrimenti avremmo dovuto condannare anche l’FLN algerino e sostenere la colonizzazione francese. Come musulmani dobbiamo senz’altro criticare anche duramente i movimenti di liberazione di matrice islamica quando utilizzano mezzi e attuano comportamenti che poco o nulla hanno a che fare con la nostra religione. Dobbiamo chiarire che non ci si può mettere a livello dell’avversario mai. Saladino vinse pulito e perdonò i cristiani quando entrò a Al Quds, non fece loro quello che loro avevano fatto precedentemente ai musulmani che erano stati massacrati tutti compresi i neonati quando un centinaio di anni prima i crociati si erano impadroniti della città. Quella era jihad questa e’ guerra. E la guerra e’ proibita ai musulmani.
Come e’ proibito il terrorismo. Quanto alla cura per questo cancro e per il cancro della violenza la pace e l’unica medicina. Pace significa che in primis gli stati e i governi devono ritornare alla politica e alla diplomazia per risolvere le controversie internazionali. Altrimenti poche centinaia di pazzi continueranno a portare Baghdad e la Palestina nel cuore dell’Europa e a massacrare altri innocenti. L’unica alternativa per tutti e’ la costruzione della pace di una pace giusta in quelle martoriate aree condizione di sicurezza per l’Europa e per gli USA. Portare la democrazia si può attraverso l’azione diplomatica e politica non con le armi, favorendo i diritti umani compresi quelli economici e tutelando la libertà religiosa nelle aree a rischio. Tutto il contrario di quello che fa Bush che crede di risolvere tutto con i carri armati.                                                          Lunedì, 11 luglio 2005

I musulmani dopo Londra  Ora non basta più la sola condanna  di HASSAN EL ARABY
Dal GDP del 09.07.2005
Non potevamo scrivere nulla ieri, dalla rabbia, dallo sgomento, dallo stupore e dalla sorpresa che ci ha lasciato senza parole, senza nemmeno una lacrima, per tanto orrore e violenza. Non volevamo scrivere niente nemmeno oggi, da quanto tutto ci appare irreale, immaginario, fittizio; ma scopriamo che invece non è cosi, e che tutto è vero tutto è reale e che i codardi hanno colpito ancora causando morti e feriti, gente inerme, civili, uomini e donne, giovani e meno giovani che erano lì per andare al lavoro. Tutto è reale, tutto è accaduto e noi avremmo voluto, sperato, pregato di non scrivere mai più nulla su questo argomento; non volevamo e non vogliamo che nulla di questo accada più. Ma è accaduto e non possiamo sottrarci dalla nostra responsabilità. La nostra parola oggi è importante, abbiamo letto molte lettere di condanna, molti commenti di giornalisti, di politici importanti, condanne da ogni sponda politica e religiosa: sì, perché questo attacco è contro tutti e non c’è nessuna religione che possa approvare tale fallimento umano, sopra tutte l’Islam, che dà alla vita umana un grande rilievo ed un’immensa importanza, com’è scritto nel Sacro Corano: « chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità » . Anche il Profeta Muhammad precisa la sacralità di ogni forma di vita, dall’essere umano alle piante. Tuttavia è accaduto ancora, e oggi non possiamo più fermarci alla semplice condanna. No, non basta più, dobbiamo agire da responsabili, perché siamo partner sociali di questa Europa, di cui siamo anche parte integrante: in questi attentati siamo anche noi vittime. Appare chiaro che le forze dell’ordine da sole non sono in grado e, forse, non saranno mai in grado di affrontare questo male crescente. Allora cosa facciamo? Non possiamo nemmeno attendere che simili barbarie accadano ancora, è dovere di ogni cittadino onesto agire assieme ai politici. Dobbiamo trovare altre vie e altre soluzioni, non basta mantenere il vecchio sistema di polizia, ma bisogna avere maggiore dialogo, vero dialogo. Dobbiamo spendere di più nel campo dell’informazione, ma ben più importante è spendere di più nella strada dell’integrazione, nel vero senso della parola, senza confondere tra integrazione e assimilazione ( come ancora molti politici fanno), ma soprattutto interagire insieme mano nella mano per uscire da questo tunnel senza ombre e senza sospetti. Il problema è tanto nostro, di noi musulmani, quanto è vostro, di voi che non lo siete. Abbiamo la mano tesa e siamo sinceri. La nostra convinzione deriva proprio dalla nostra fede profonda e l’Islam non è il nemico, ma l’amico, l’Islam è una proposta di soluzione di questo e di molti altri problemi. Ne siamo convinti.                HASSAN EL ARABY

La comunità islamica nel cantone Ticino
Siamo travolti dall’orrore di queste ore drammatiche che il mondo attraversa, da questi atti che colpiscono civili inermi,la nostra condanna ad questi atti barbarici é senza equivoci, e senza mezzi termini, e affermiamo che questi atti criminali sono contro ogni religione, contro tutta l’ umanità e contro la nostra civiltà. Oggi ci troviamo particolarmente vicini e solidali alle vittime e ai loro parenti. Partecipiamo con loro nella rabbia e nel dolore, e preghiamo affinché Dio guidi l’umanità al giusto sentiero. Ci permettiamo anche di affermare che questi massacri non possono essere attribuiti né all’ Islam né tantomeno ai musulmani, poiché chi compie atti simili é uno che agisce contro ogni regola dell’islam.   Hassan El Araby       Lunedì, 11 luglio 2005

 

 

 

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