Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

Eccomi

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Per prelevare l'indirizzo feed di questo Blog, utilizza il mouse con la funzione 'Tasto destro, copia collegamento'. Per leggere i contenuti tramite Feed, puoi scaricare e utilizzare l'aggregatore di Freereader, che trovi all'indirizzo http://download.html.it/recensione.asp?recensione=1489. Questo Feed XML è offerto da www.jelot.net/rss/rssify.php

Blogger: AUG
Nome: Augusta

Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

visitato *loading* volte

 
mercoledì, 31 agosto 2005

Oggi si può leggere sui giornali la chiara, dignitosa, documentata lettera della vedova di Nicola Calipari sui vuoti e i silenzi che la “giustizia” USA (ma evidentemente anche l’opportunistica sciatteria del governo italiano) ha assicurato alla memoria del marito, ucciso riportando in Italia Giuliana Sgrena. Non sorprendiamoci. Ho riguardato i materiali che avevo raccolto e quanto avevo scritto in marzo nel mio diario: non c’era nulla che lasciasse sperare che il governo italiano volesse raggiungere la verità sull’accaduto. Non è un caso; è un metodo.
Ho ricordato allora (e lo ripropongo) un altro esempio di strage su cui non è stata fatta giustizia, dove il motore della vicenda non fu il “fuoco amico” statunitense, ma una fune tranciata durante un volo che non avrebbe dovuto aver luogo (Cermis 1998) e, se non bastasse, i colpi di pochi giorni fa contro i carabinieri italiani in Iraq, sparatore, ancora una volta, un soldato USA (o erano in più? Non c’è mai certezza, nemmeno sui numeri). L’Unità, che ha pubblicato la lettera, sabato prossimo allegherà al giornale un libro, scritto dalla “squadra” di Calipari.

L’Unità 31.08.2005 Non c'è pace senza giustizia   di Rosa Calipari
3 marzo 1983 - 4 marzo 2005 due date che segnano l’inizio e la fine di un progetto di vita condiviso. Ventidue anni sono pochi per chi ha programmi, ideali e valori comuni; sono pochi per chi rimane ed è travolto in poche decine di secondi da un incubo senza fine. Non è possibile dimenticare la sera del 4 marzo quando al rientro a casa ho trovato ad attendermi alcuni colleghi ed amici di Nicola. Una scena che si affaccia spesso alla mente di chi ha vissuto con un funzionario di polizia «operativo» ma che si tende a rimuovere per difesa e per non farsi sopraffare da un’angoscia paralizzante.
Con orrore ho urlato il mio «No!» di fronte a ciò che intuivo essere la verità ma che nessuno dei presenti era in grado di confermarmi. E poi: «Ucciso dagli americani, un incidente…. Non si sa cosa è successo». Attonita da quella sera continuo a pormi sempre la stessa domanda «Perché?» ancor più dopo gli esiti contrastanti raggiunti dal Gruppo investigativo congiunto italo-statunitense, incaricato di esaminare la dinamica dei fatti accaduti il 4 marzo. Un’indagine che se negli intenti doveva svolgersi congiuntamente di fatto ha portato alla pubblicazione di due relazioni. Molti i limiti e le restrizioni incontrati dai rappresentanti italiani. Vincoli allo svolgimento delle indagini sono, innanzitutto, derivati dall’esclusiva applicazione della normativa statunitense, Army Regulation 15-6, che disciplina le procedure e le modalità per le inchieste nell’ambito dell’esercito Usa, e che, come risulta dal rapporto italiano, ha posto 14 dei limiti non trascurabili rispetto a quanto previsto dall’ordinamento italiano per analoghe attività. Per quanto attiene, ad esempio, alle modalità di acquisizione delle testimonianze, non potevano essere reiterate le domande ai testimoni già sentiti e non sono stati possibili confronti diretti, per non voler sottolineare che le domande dei rappresentanti italiani potevano essere poste ai testimoni solo tramite il Generale Vangjel, l’Ufficiale statunitense incaricato, già prima dell’arrivo della delegazione italiana, di svolgere indagini.
Ulteriore elemento di rilevante limitazione per l’indagine congiunta è stato il mancato «congelamento» del luogo nell’immediatezza della sparatoria che, come dichiarato dagli stessi militari Usa, è stato completamente ripulito ed alterato mentre non si consentiva agli italiani, presenti a Baghdad quella sera del 4 marzo, di arrivare sul posto. Ma neanche successivamente, durante i lavori della Commissione congiunta, è stato possibile ricostruire la scena del «crimine», poichè le Autorità militari Usa hanno ritenuto inopportuno, in ragione del segnalato costante e grave pericolo che incombe in prossimità del luogo dell’«evento», anche il sopralluogo notturno.
Pertanto, manca la certezza sulla ricostruzione della dinamica dei fatti. Tutto ciò non ha, inoltre, consentito di svolgere un’analisi approfondita sul posto, per cui quanto risultato dalla perizia effettuata in Iraq sulla vettura - come emerge dal Rapporto italiano - non sembra avere quella decisiva rilevanza probatoria. E ancora: la rimozione ed eliminazione dei bossoli, la non preservazione delle armi e delle munizioni del reparto coinvolto nel fatto… e, ancora il rientro dell’autovettura, ormai di proprietà dello Stato italiano, solo dopo due mesi…
È un percorso difficile, doloroso e straziante per chiunque dover affrontare la tragica perdita del proprio compagno ma diventa ancor più arduo se questa avviene in tale contesto e con queste modalità. Nicola era un dirigente del Sismi, un Servizio alleato degli americani, ed ha agito in nome e per conto dello Stato italiano. Non era un Rambo né uno 007 con licenza di uccidere ma un uomo che in altre delicate operazioni aveva dimostrato di possedere le qualità per negoziare anche con gli elementi più integralisti del contesto mediorientale. Dotato di notevole intuito, riflessivo ed osservatore affrontava le situazioni con lucida razionalità, con notevole self-control e con forte determinazione. Consapevole dei rischi insiti nei diversi incarichi ricoperti consigliava la prudenza ai suoi collaboratori e vagliava i costi ed i benefici di ogni opzione. Nicola, anche nella sua precedente carriera in Polizia, ha sempre improntato il suo stile al confronto con gli altri e non allo scontro, «a prevenire, e non a reprimere», diceva. Anche nel rapporto con i suoi collaboratori prediligeva la politica del «consenso» piuttosto che dell’«ordine impartito», dell’affermazione pacata ma «autorevole» della sua opinione e non «autoritaria» anche se si assumeva sempre la piena responsabilità delle proprie decisioni. Uno stile che, spesso, spiazzava gli avversari ma che creava coesione e rafforzava l’identità di Gruppo in coloro che lavoravano al suo fianco. Un particolare pensiero va con affetto alla «squadra di Nicola», ai Calipariani, come qualcuno li definisce all’interno del Servizio forse proprio a voler differenziarne lo stile umano e di lavoro.
Era certamente nota agli americani la sua partecipazione e collaborazione anche ad altre vicende di sequestri avvenute sul territorio iracheno ed anche in questo caso della giornalista italiana rapita, pur in assenza di una espressa comunicazione formale ai Comandi militari Usa del motivo della missione, Nicola e la sua squadra, come molte altre volte, hanno richiesto l’autorizzazione per atterrare all’aeroporto di Baghdad, per poter alloggiare a Camp Victory e, muniti di tesserini identificativi e di armi, per i loro successivi spostamenti nella capitale irachena. Nicola ha non solo condotto a termine la sua missione, la liberazione di Giuliana Sgrena, ma ha anche sacrificato la sua vita per proteggerla dal «fuoco amico» e, proprio per rispettare quella bandiera nella quale è tornato avvolto da Baghdad, continuo a chiedere con forza e determinazione la verità su quanto è realmente successo e di far luce sulle responsabilità di coloro che direttamente o indirettamente ne hanno causato la morte.
Non è possibile avere pace se non c’è giustizia.

Leggo in parallelo altri casi di morti violente e giustizia negata..
Il 4 agosto Natan Zada, un militare ebreo (disertore, si dice, ma comunque in divisa e armato) uccise su un autobus in una cittadina della Galilea quattro persone, cittadini di Israele e Palestinesi: i cosiddetti arabi-israeliani.
Haaretz di ieri riferisce che le famiglie non riceveranno i sussidi a lungo termine, previsti dalla legge anti terrorismo, perché ad uccidere non fu un nemico e un concittadino che non può essere considerato appartenente a “forze nemiche” (come sarebbe stato se l’assassino fosse stato un palestinese dei territori della West Bank e di Gaza. Purtroppo ieri non ho aperto il sito di Haaretz: ricavo la notizia da Il manifesto di oggi, mercoledì).
Ricordo che al momento del massacro lo stesso Sharon usò il termine terrorista, certamente corretto, ma, se il terrorista fosse stato palestinese, le famiglie delle vittime avrebbero ricevuto un sussidio a lungo termine e le case dei familiari dell’assassino sarebbero stata abbattute. Sia chiaro che non invoco una vendetta che mi ripugna come esempio: semplicemente segnalo e voglio anche ricordare che a seguito di analogo episodio, avvenuto meno di due settimane dopo, l’israeliano-ebreo assassino, il colono Asher Weissgan, fu definito “terrorista” dall’autorevole quotidiano Jerusalem Post  (Jewish terrorist kills 4 Palestinians. David Rudge, The Jerusalem Post Aug. 17, 2005) e nella stessa circostanza il quotidiano Haaretz (18 agosto) intitolò un suo articolo: Goldsteinism, assimilando il crimine del colono allo spirito che aveva determinato la strage di Baruch Goldstein che nel 1994 massacrò i mussulmani in preghiera nella moschea di Hebron “per difendere l’onore del Dio di Israele”, come aveva scritto nel suo testamento. Se il terrorismo è orrore (e lo è, quanto la guerra) lo è sempre e comunque: non esistono terroristi-amici e l’essere concittadini delle vittime non modifica nulla.                                                                                       augusta

 

Pagina diario scritta da: AUG a 16:13 | link | commenti (1) | | Torna su
donne, israele palestina, rassegnastampa, guerra conflitti e violenze, diari di augusta

sabato, 27 agosto 2005

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

 

 Internazionale  26 agosto  / 1 settembre 2005 n. 605 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (28 settembre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 24 agosto 2005
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate
le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi       3.739         
Israeliani         1.005         
Altre vittime        74         
Totale               4.818        

 Internazionale  26 agosto  / 1 settembre 2005 n. 605 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (12 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 27 luglio 2005.

Iracheni              23.589  /  26.705              
Americani                    1.783                             
Altre vittime                   194                          

 

NOTA: Chi volesse leggere in sequenza le pagine della rubrica "vittime" (inizio 13 febbraio) può fare “clic” sulla voce vittime di guerra nella colonna categorie.

 

Pagina diario scritta da: AUG a 06:20 | link | commenti (1) | | Torna su
vittime di guerra

venerdì, 26 agosto 2005

Faccio seguito a quanto ho scritto il 24 agosto con questa notizia che riprendo dal sito Haramlik www.ilcircolo.net/lia che l’ha pubblicata in data 25 agosto:

Dieci giorni fa, lo
scrittore svedese Jan Myrdal, uno dei relatori attesi al convegno di Chianciano Terme, ha scritto al Primo Ministro svedese Göran Persson una lettera, non priva di preveggenza, di cui riporto il seguente passaggio:

“La lettera dei membri del Congresso è ignorante. Lei stesso può vedere chi verrà a parlare e di cosa parleremo. Ma la lettera ha una sua importanza politica. [...]
Non è sicuro, ma ovviamente esiste la possibilità che il governo italiano ceda alle pressioni di Washington. Cose simili sono già successe in passato. Quello che è evidente è che il governo degli Stati Uniti adesso sta cercando di imporre all'interno dell'UE limitazioni su uno scomodo dibattito pubblico, o di vietarlo del tutto. Non do per scontato che il governo italiano cederà, ma la vedo come una possibilità.
Se il governo italiano dovesse cedere, dovreste agire come fece il vostro predecessore nel caso della sessione del Tribunale Russell a Stoccolma nel 1967. Anche in quel caso, il governo degli Stati Uniti cercò di convincere altri governi a intervenire per impedire l'incontro.
Il governo svedese, senza prendere una posizione politica a sostegno del tribunale, non ha ceduto alle pressioni. Come sapete, la sessione a Stoccolma finì per avere una grande importanza.
Io vorrei ottenere da voi una decisione da prendere in anticipo. Se le pressioni statunitensi dovessero spingere l'Italia a vietare l'incontro, farete come ha fatto il vostro predecessore?
Ci darete la possibilità di farlo svolgere a Stoccolma? Come potete capire, la domanda in realtà è se esiste la possibilità di una libera formazione dell'opinione pubblica, o se noi all'interno dell'UE, e quindi anche in Svezia, saremo sottoposti a qualcosa come il Patriot Act”.

 

 

Pagina diario scritta da: AUG a 07:50 | link | commenti | | Torna su
segnalazioni da altri blog, stranieri in italia, diari di augusta

mercoledì, 24 agosto 2005

CENSURE

 

Risulta che:
“quarantaquattro membri della camera dei deputati degli Stati Uniti abbiano ingiunto all'ambasciatore italiano a Washington, tale Sergio Vento, di impedire un convegno che si deve svolgere in Italia, a Chianciano Terme, il 1-2 ottobre.
Un convegno che avrebbe visto insieme esponenti di varie correnti irachene ostili all'occupazione. Persone che agiscono alla luce del sole in Iraq, e che rappresentano, insieme, diversi milioni di loro connazionali.
Fino a qualche giorno fa, le notizie da Baghdad erano, che l'ambasciata stava per rilasciare i visti. Dopo la lettera dei quarantaquattro, arriva la notizia che i i visti non verranno concessi.

Non ho commenti.
Se la cosa vi interessa andate a vedere: 
http://www.kelebek.splinder.com/tag/chianciano

 

Pagina diario scritta da: AUG a 18:50 | link | commenti (1) | | Torna su
segnalazioni da altri blog, stranieri in italia

martedì, 23 agosto 2005

Due giorni fa, al congresso di Comunione e Liberazione a Rimini, il presidente del senato on. Pera ha pronunciato un discorso che potrete trovare nel sito del Senato della Repubblica. Trascrivo la modalità diretta per accedervi, così risparmio, a chi volesse leggerlo nella sua interezza, la ricerca: www.senato.it/presidente/21572/21575/56671/composizioneattopresidente.htm.
La lettura è faticosa, non tanto per la lunghezza del testo, quanto per la ripugnanza che molti dei concetti espressi provocano in una lettrice/lettore che ricordi l’articolo 3 della Costituzione della Repubblica (e non solo quello): “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. ….”.
Non dimentichiamo che l’on. Pera è la seconda carica della Repubblica e che, ove il presidente Ciampi, per qualsiasi ragione, fosse impedito nell’esercizio della sua funzione, lo sostituirebbe e che lo stesso on. Pera ha giurato, diventando senatore, fedeltà alla Costituzione.
Il suo discorso, evidentemente ufficiale (accolto –ed è ciò che più mi preoccupa- senza opposizioni visibili al meeting di CL), merita di essere considerato in tanti aspetti; io mi limito
a brevi citazioni che non riassumono tutti i contenuti,ne sono solo uno squallido, tristissimo esempio.

CITAZIONI dal discorso dell’on.Pera:
< In Europa si alzano le bandiere arcobaleno anche quando si è massacrati, e si ritirano le truppe dal fronte della guerra contro il terrorismo anche quando il terrorismo fa vittime in casa nostra - il riferimento è alle marce della pace contro l'America e alla decisione spagnola sull'Iraq.       <………….>
In Europa la popolazione diminuisce, si apre la porta all'immigrazione incontrollata, e si diventa "meticci".   E così via, di allarme in allarme.  <………………….>
Come ho già detto, l'Occidente attraversa una crisi morale. Oggi, la cultura diffusa in Occidente è un pericolo per l'Occidente stesso      <…………………>
Sul problema della convivenza e dell'integrazione, l'Europa ha dato una risposta sbagliata e una risposta ingenua. La risposta sbagliata - più democratica che liberale - è quella del multiculturalismo, cioè la protezione delle culture e delle comunità anziché degli individui. Il risultato di questa politica è stato quello di gruppi etnici che, nel migliore dei casi, si ignorano, e, nel peggiore, si dimostrano ostili.>

A queste citazioni ne faccio seguire altre. Sono i sottotitoli dei dieci punti del “manifesto della razza” (26 luglio 1938) Il testo predisposto da intellettuali (qualche analogia con alcune presenze al meeting di Rimini?) che preparò il terreno perché le leggi razziali, di pochi mesi successive, fossero paciosamente accolte dai più (intellettuali, alfabeti, analfabeti).

CITAZIONI dal Manifesto della razza (la numerazione è quella del manifesto):
1.   Le razze umane esistono:
4.   La popolazione dell’Italia attuale è di origine ariana e la sua civiltà è ariana.
7.   E’ tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti.
10.  I caratteri fisici e psicologici degli italiani non devono essere alterati in nessun modo.

Chi volesse conoscere i testi delle leggi razziali del 1938 può farlo tramite il piccolo ed economico volume di Michele Sarfatti. Le leggi antiebraiche spiegate agli italiani di oggi. Einaudi tascabili 2002. Di qui potrà accedere anche ad una breve bibliografia.
Faccio notare che il riferimento agli ebrei non escluse la persecuzione degli zingari, né la cultura dell’Italia “liberale” prefascista e fascista impedì gli italici orrori del colonialismo in Africa, la politica antislovena, l’occupazione di parte della Slovenia e della Croazia ecc. ecc.
Chi poi volesse documentarsi su ciò che può accadere a una coppia meticcia di cittadini italiani, quando la politica razzista si interessi –e non può non farlo- al contesto familiare, legga:
G.,M.,G. Cardosi. Sul confine. La questione dei “matrimoni misti” durante la persecuzione antiebraica in Italia e in Europa (1935-1945) 1998 Silvio Zamorani editore          augusta

 

Pagina diario scritta da: AUG a 10:09 | link | commenti | | Torna su
diari di augusta

domenica, 21 agosto 2005

”Certaldo … è un castel di Valdelsa… nel quale usò un lungo tempo d’andare ogni anno una volta a ricoglier le limosine fatte loro dagli sciocchi un de’ frati di Santo Antonio il cui nome era frate Cipolla.”. Così il Boccaccio inizia nel Decameron la “novella decima” della “giornata sesta”. 
Per chi abbia la pazienza di leggersi un po’ di italiano antico suggerisco questo testo veramente delizioso. Io mi limito a un breve riassunto: frate Cipolla per stimolare le offerte degli abitanti di Certaldo porta con sé meravigliose reliquie e ne promette la visione durante la celebrazione della Messa. Ma, quando apre la scatoletta in cui si sarebbe dovuta trovare una penna delle ali dell’angelo Gabriele, perduta al momento dell’annunciazione alla Vergine, vi trova dei carboni, il risultato della burla organizzata da alcuni giovanotti del paese. Ma il frate non si scoraggia e, accampando il pretesto della somiglianza dei contenitori, li trasforma nei carboni residuo del martirio di S. Lorenzo (notoriamente finito sulla graticola).
Ho sempre molto ammirato questa pagina del Boccaccio, elegante denuncia di un malcostume che diede luogo nell’ambito della chiesa cristiana a una richiesta di riforme che, proposte invano per secoli, si focalizzarono alla fine nella Riforma protestante, che ebbe fra gli elementi scatenanti le “indulgenze” (proposte da Leone X e connesse, allora, ad una pratica che oggi chiameremmo di tangenti).
So di aver semplificato moltissimo, ma non è questo il luogo per scrivere una sintesi di storia europea; ho però richiamato il passo del Decameron perché mi è tornato in mente ascoltando notizie relative alla ventesima giornata mondiale della gioventù a Colonia.
Il Papa ha riproposto la pratica delle indulgenze (e ho già scritto nel mio diario del 9 agosto come la cosa mi sia sembrata inopportuna) mentre commentatori radio televisivi e giornalisti della carta stampata informavano lettori e ascoltatori sulla presenza delle “reliquie dei re Magi” nel duomo di Colonia. Ignoranti? Servilmente sciocchi? In malafede … non lo so.
Quel che è certo che né dal pontefice né dai suoi accompagnatori sono arrivate alle creature giovani e meno giovani  trasferite a Colonia precisazioni o informazioni.
Io non ho la minima idea in merito alla natura di quelle reliquie (frammenti di sella dei cammelli dei magi medesimi, pezzi di corona dei tre re, briciole di incenso cadute dal relativo contenitore al momento del dono …?) né ho idea di chi e dove le abbia raccolte, schedate, munite di un certificato di garanzia per offrirle ad una devozione tradizionale. Quello che so è che non trovo decente, per un credente in particolare (ma anche per chi, non credente, rispetta la fede altrui e si rifiuta di fondarla sull’oscuro coacervo delle superstizioni) ridurre ad improbabili oggetti un mito che traduce in racconto
- inteso a renderla comunicabile - l’epifania di un Dio che sceglie di manifestarsi in una forma debole.
E mi chiedo cosa diranno gli insegnanti di religione (ora di ruolo nella scuola pubblica italiana) se qualche studente –magari stimolato dalla lettura del Boccaccio – chiederà qualche cosa in proposito. Avranno il coraggio e la capacità di smentire il silenzio del Papa e dei suoi accompagnatori o umilieranno il Vangelo a racconto fondante, se non superstizioni, culti stravaganti che solo una “pia” tradizione spiega?
E se il Papa regnante ha taciuto sui Magi non è finita qui: sembra che il suo sia già un pontificato di silenzi e omissioni. Il suo silenzio sugli attentati terroristici ad Israele, nel momento in cui stigmatizzava gli attentati di Londra, suscitò proteste ufficiali da parte dello staio di Israele (e il 9 agosto ho scritto le mie perplessità in proposito). Ora ha pensato bene di costruire quella che a me sembra una nuova – e ben più seria- serie di silenzi parlando ai rappresentanti delle comunità mussulmane in Germania. (Il discorso del papa si trova nel sito ufficiale del Vaticano (
www.vatican.va) e ne trascrivo l’indicazione che consente di accedervi direttamente: http://212.77.1.245/news_services/bulletin/news/16863.php?index=16863&po_date=20.08.2005&lang=it)
Qui ha parlato del terrorismo e delle “guerre di religione” del passato.
Ha detto, tra l’altro, “L’esperienza del passato ci insegna che il rispetto mutuo e la comprensione non hanno sempre contraddistinto i rapporti tra cristiani e musulmani. Quante pagine di storia registrano le battaglie e le guerre affrontate invocando, da una parte e dall’altra, il nome di Dio, quasi che combattere il nemico e uccidere l’avversario potesse essere cosa a Lui gradita. Il ricordo di questi tristi eventi dovrebbe riempirci di vergogna, ben sapendo quali atrocità siano state commesse nel nome della religione. Le lezioni del passato devono servirci ad evitare di ripetere gli stessi errori”.
Meglio così che gli errori non della chiesa ma di alcuni figli della medesima, come aveva detto Giovanni Paolo II nella richiesta di perdono agli Ebrei che, per avere un senso (e il parere non è solo mio), avrebbe dovuto invece far riferimento alle colpe della chiesa in quanto tale nel sostenere e diffondere l’antigiudaismo. Questo papa sembra deresponsabilizzarsi riferendosi al nazismo come ideologia “neopagana”. Allo Yad Vashem: il grande museo di Gerusalemme che ricorda la Shoà non la vedono proprio così (ne ho parlato nel mio diario del 28 giugno, dove ho anche trascritto la traduzione della scheda che, in quel museo, ricorda Pio XII). Ma non la pensano così neppure tutto gli ebrei tedeschi che: “
hanno chiesto al pontefice l'apertura degli archivi vaticani i documenti ancora secretati del periodo della Seconda guerra mondiale: "servirebbe a soddisfare le voci critiche relative al pontificato di Pio XII, accusato dal mondo ebraico di aver taciuto la Shoah" ha spiegato Abhram Lehrer, membro della comunità ebraica di Colonia” (Repubblica 19 agosto).
Né la pensa così il dr. Amos Luzzatto, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane:
Si tratta di una tesi che l'ambiente vaticano sostiene da sempre e che mi lascia imbarazzato e sconcertato: come è stato possibile che, dopo secoli di evangelizzazione, sia potuto nascere nel cuore dell'Europa cristiana un neopaganesimo capace di convincere l'intera Germania e di diffondersi ovunque, dalla civile Francia alla colta Ungheria? Mi chiedo: dove è stato lo sbaglio? Perché un'Europa acquisita dalla civiltà cristiana si "converte" al neopaganesimo?” (Il Manifesto 20 agosto).
Nel suo incontro con i mussulmani il Papa è riuscito anche a non  nominare l’Iraq.
Eppure nelle relative cronache il riferimento all’Islam è stato continuo e anche il presidente Bush non è stato avaro di riferimenti religiosi e (ma di ciò non ho trovato la fonte: è notizia che ho sentito ripetutamente alla radio) avrebbe istituito corsi per cappellani militari di tutte le religioni per renderli capaci di confortare e rassicurare i militari che non riescono a superare il trauma per essersi lasciati trasformare in assassini, in questa strana guerra che non è stata dichiarata, ma di cui è stata annunciata la fine senza che ciò significhi il blocco del macello (le ultime cifre che ho trascritto dalla rivista Internazionale il primo agosto sono di un numero di morti iracheni fra i 23 e i 26mila circa).
Se la notizia della scuola per cappellani da conforto è vera, quali chiese si dissoceranno scoprendosi ridotte a psicotamponi di militari con una coscienza non ancora ottenebrata? Non avendone trovato la fonte spero che la notizia si dimostri falsa

Pagina diario scritta da: AUG a 20:31 | link | commenti | | Torna su
diari di augusta

mercoledì, 17 agosto 2005

Oggi riporto la traduzione di un altro pezzo di Carola Cameran: Le strade proibite, tratto dal sito <www.eappi.org/eappiweb.nsf/index_f.htm> alla voce “Rapports des Accompagnateurs”:
E’ un racconto che offre l’immagine della quotidianità in una terra (West Bank o Cisgiordania e Striscia di Gaza) conquistata nel 1967, la cui conquista non è mai stata riconosciuta, che non appartiene allo stato di Israele, e che, da allora, è militarmente occupata.                     augusta

9 maggio Le strade proibite
di Carola Cameran
Domenica 8 maggio l’associazione islamo-cristiana “Istituto arabo di educazione – AEI” (Arabic Education Institut) ci invita a visitare con loro il villaggio di Makmus (Emmaus), 20 km. a nord di Bethlehem.
Lo scopo dell’associazione è quello di promuovere azioni non-violente per la pace in Israele e Palestina per mezzo del dialogo, di attività formative e di incontri fra cristiani e mussulmani.
Ai membri dell’associazione vengono proposti parecchi gruppi di lavoro, ma i gruppi di giovani e donne sono quelli che maggiormente attirano i partecipanti.
Per questa domenica l’AEI ha organizzato a Makmus-Emmaus un incontro per gli studenti di tre scuole diverse: la scuola luterana di Ramallah, la scuola evengelica episcopale di Ramallah e la scuola Dar Al Kalima di Bethlehem. Voglio sottolineare che per tutti i ragazzi questa è la prima uscita dalla propria città dopo lo scoppio della seconda Intifada (n.d.r.: iniziata il 28 settembre del 2000). Il tema dell’incontro è “un progetto di viaggio pedagogico islamo-cristiano” e gli obiettivi. “far uscire i giovani dalla loro “zona”, trarre profitto dalla “Terra Santa”, passeggiare e discutere, giocare, scambiare esperienze, condividere un pasto.
L’appuntamento è alle sette del mattino e, a dispetto di tutti i pregiudizi interculturali, il gruppo di Bethlehem è puntuale. Viaggiamo su di un autobus occupato da giovani studenti come ovunque nel mondo, giovani che ridono, si divertono, ascoltano musica e mangiano patatine chips. Ma è una normalità apparente, perché questi stessi giovani dovranno presto misurarsi con la realtà dei posti di blocco (check point), dei controlli d’identità, delle attese interminabili per sapere se avranno il permesso di passare o meno. Per capire questa situazione è necessario sapere che il percorso avviene solo attraverso Territori palestinesi, non tocca lo stato di Israele.
Al primo posto di blocco abbassiamo il volume della musica e stiamo zitti. Due soldati armati di mitragliatrici* salgono sull’autobus. Chiedono al professore responsabile del gruppo cosa fanno questi giovani, cosa vogliono, il motivo del viaggio, e se si tratti di cristiani o di mussulmani.
Il signor Fouad, il professore responsabile, risponde cortesemente a tutte le domande, precisando che si tratta di studenti cristiani e mussulmani. La risposta crea un problema: “Sarebbe stato preferibile che si trattasse solo di studenti cristiani”, dice il primo soldato mentre il secondo passa fra i sedili dell’autobus per verificare l’identità di ogni passeggero. Due giovani studenti scendono dall’autobus perché i soldati hanno dubbi sulla loro età. Dopo più di dieci minuti di verifiche, l’autobus può ripartire: Sembra che di regola la faccenda sia più penosa, ma la presenza di tre accompagnatori ecumenici internazionali nell’autobus ha reso le cose più facili. E’ la piccola gioia della giornata.
Superato il posto di blocco, i giovani riprendono a cantare, a ridere, a raccontarsi le loro storie di ragazzi palestinesi.
Ma dopo poco meno di mezz’ora si profila un altro ostacolo: questa volta si tratta di un posto di blocco improvvisato (“Fly check point”) nel mezzo di una strada palestinese.
Ri-controllo, ri-verifica, mitragliatrice* ri-puntata. Ma questa volta la faccenda é veloce e i militari lasciano passare l’autobus senza fare troppe domande. L’autobus riprende la sua strada, ma … non c’è due senza tre. Due jeep di soldati israeliani creano una barriera e l’autobus fa marcia indietro per cercare un altro passaggio.
Nessuno sembra autocompiangersi e questo è il grande fascino di questa storia.
I ragazzi, i professori, gli accompagnatori hanno l’aria di affrontare tutti questi ostacoli alla loro libertà di movimento con la massima dignità e soprattutto con molta pazienza. “Cosa possiamo fare contro tutto questo? Nulla. Solo sperare”.
Ed è questo ascolterò spesso durante questo viaggio di 20 km. percorsi in due ore e mezza.

* Nota. Il testo dice “mitraillettes”: non me ne intendo di armi e non so se la mia traduzione è corretta. Comunque, per l’esperienza che ne ho io armi da sparo sono, che i soldati si portano sempre addosso e che hanno l’apparenza di un fucile corto

 

Nota (noiosa) per contestualizzare questi racconti e i loro commenti
Insisto nel ripetere queste notizie perché mi chiedo cosa possono capire tutti coloro cui non viene spiegata la differenza fra i Palestinesi cittadini di Israele (i cd. arabi-israeliani) e Palestinesi dei Territori di ciò che in questi giorni si dice attorno all’uscita dei coloni da Gaza.
Purtroppo anche molte associazioni che direttamente conosco non offrono questa essenziale informazione.
Il 10 agosto avevo pubblicato un altro testo di Carola (Nessuno ne parla) della medesima serie del precedente, mentre il 4 agosto avevo pubblicato un suo pezzo, Il venerdì sera, appartenente ad altra serie (
http://www.erf-rp.org/actualites.php?rub=4&nid=370&tag=2043)
A questo, il 9 agosto, avevo fatto seguire un commento in cui mettevo in discussione l’atteggiamento, a mio parere poco ecumenico, della chiesa cattolica (e anche di altre chiese cristiane) a Bethlehem, aggiungendo poi la nota del
14 agosto in cui stigmatizzo – e se non avrò smentite così resterà – la scelta di indicare come mista per genere la scuola materna dei francescani, che invece è solo maschile.
Vorrei che il pezzo della valdese Carola fosse letto da un importante esponente della cultura valdese italiana che di recente ho ascoltato mentre definiva “poco bilanciato” il programma dell’EAPPI.
Perché? Non lo ha detto.
Ciò che posso aggiungere di mio è che il tragitto che l’autobus dei giovani studenti ha percorso in due ore e mezza (20 km!) può essere molto più pesante. Io mi spostavo con mezzi pubblici e, quando i soldati fermavano un autobus, di norma la sosta era ben più lunga di dieci minuti. Cercavo di non viaggiare mai senza acqua da bere.
La cosa più terribile per me era trovarmi nella condizione di straniero non riconoscibile e quindi non poter far nulla. Carola ha scritto del significato della presenza di tre accompagnatori ecumenici (riconoscibili per una visibile scritta che si portano addosso) che semplicemente condividevano la sorte dei Palestinesi. Poco bilanciati?   augusta

Pagina diario scritta da: AUG a 17:13 | link | commenti (1) | | Torna su
israele palestina, segnalazioni da altri blog, culturapace, diaricarola

domenica, 14 agosto 2005

Da tempo volevo essere certa di una contraddizione, per me dolorosa e pesante, che avevo conosciuto a Bethlehem. Avevo avuto l’opportunità di vedere la splendida scuola materna annessa al complesso della scuola di Terra Santa, gestita dai Francescani nella città palestinese.
Sapevo per certo che si tratta di scuola solo maschile, ma mi turbava il vago ricordo di una campagna finalizzata alla raccolta di fondi per una scuola materna per “i bambini e le bambine di Betlemme”. Ho approfittato di una noiosa vigilia di Ferragosto per qualche ricerca con google e ho trovato la notizia che trascrivo di sotto, citandone la fonte e il sito web 
Fonte: Unicoop Firenze, 25 ottobre 2004
http://www.coopfirenze.it/uncuoresiscioglie/cuorenews/idx_news_art.asp?ID=54
Quel che è certo è che la scuola materna dei Francescani è maschile (e di ciò sono direttamente testimone), quello che sembra essere altrettanto certo è che la scuola è stata pubblicizzata per “bambini e bambine” (ne fa fede non solo la mia precaria memoria ma soprattutto il comunicato stampa) e su questa pubblicità sono stati raccolti dei fondi che probabilmente sono stati versati da cittadini e cittadine, che certamente riguardano la responsabilità di soci e socie della Unicoop e degli abitanti comuni gemellati che non possono permettersi di giocare con la trasparenza dell’informazione e con il problema dell’educazione in Palestina, se considerano il processo educativo strumento per formare giovani uomini e donne ad una cultura di pace, di cui le pari opportunità per maschi e femmine mi sembrano una componente basilare.
La scuola accoglie cristiani e mussulmani (e ciò è vero, ma è dato comune alle scuole del luogo, sia “governmental” che private, anche se il concetto di privato non può essere giudicato in stretta analogia con quello che riguarda le scuole private italiane), mentre è profondamente scorretto definire “unica” l’esperienza di Terra santa: altre scuole della città e del distretto sperimentano responsabilmente convivenza non solo fra appartenenti a religioni diverse ma anche fra ragazzi e ragazze.
Naturalmente non nego ai Francescani o a chiunque altro il diritto di aprire una scuola monosex, quello che contesto è il fatto che è stata pubblicizzata come scuola mista e che sia stato fatto in una situazione tanto delicata.
Da parte mia, al di là del profondo sconcerto che mi suscita sempre l’inesattezza dell’informazione, posso solo dichiarare il mio personale embargo a qualsiasi raccolta le coop mi propongano, nell’attesa di correggermi se l’addetto stampa dell’Unicoop Firenze mi scriverà qualche cosa di convincente per indurmi a tanto.                         augusta

''Giorgio La Pira'', una scuola per la pace
Domenica 24 ottobre, è stata inaugurata la scuola materna Giorgio La Pira del Terra Santa college di Betlemme. 
Erano presenti Claudio Martini, presidente della Regione Toscana, mons. Luciano Giovannetti, vescovo di Fiesole, mons. Rodolfo Cetoloni, vescovo di Montepulciano, Chiusi e Pienza, Mario Primicerio, presidente Fondazione La Pira, Turiddo Campaini, presidente di Unicoop Firenze e alcuni primi cittadini della Toscana. Presente anche l'on. Rosi Bindi.
La costruzione della Scuola materna del Terra Santa college di Betlemme è un progetto che ha visto la convergenza di tanti: da Unicoop Firenze, alle diocesi toscane, dall'Antoniano di Bologna, ai comuni gemellati con Betlemme e molte altre istituzioni. L'intento di tutti é quello di offrire ai bambini e alle bambine di Betlemme un ambiente accogliente per far crescere una speranza di pace e normalità. E' stata chiamata Giorgio la Pira, in omaggio ad una grande personalità fiorentina, nel centenario della sua nascita.
La scuola Terra Santa offre a oltre duemila alunni, maschi e femmine, sostegno materiale e possibilità di studiare: dalla materna alle superiori. E' aperta a palestinesi cristiani e musulmani che fanno esperienza vera di convivenza e collaborazione, ed è una possibilità unica di aggregazione e vita civile. Essa rappresenta uno strumento fondamentale di qualificazione delle nuove generazioni: di formazione e di apertura alla speranza. Alla realizzazione della nuova scuola materna
Unicoop Firenze ha destinato 100 mila euro

Nota 1.  Anche se questo mio diario è stato munito di un indice analitico (categorie) che rende possibile la consultazione per argomenti, ci tengo ad elencare le date in cui ho riportato informazioni relative ai bambini in Palestina (e comunque sull’argomento si trovano numerosi riferimenti anche nel mio Vecchio diario <betlemme.splinder.com>): 18 febbraio, 24 aprile, 20 maggio, 17 giugno, 11 luglio, 15 luglio, 16 luglio.
Inoltre ho scritto di un’esperienza educativa alternativa (non unica) nel sito:www.peacereporter.net I tre articoli relativi si trovano alla voce “cartoline dalla Palestina” e sono datati 6 maggio, 7 giugno, 15 giugno.

Nota 2: In calce alla notizia che ho riportato c’é l’indirizzo del responsabile dell’Ufficio stampa Unicoop Firenze, cui ho inviato il testo di questo mio diario.
Se risponderà ne pubblicherò naturalmente la risposta.
Claudio Vanni - Ufficio stampa Unicoop Firenze
Tel. 0554780316
E-mail: c.vanni@coopfirenze.it

Pagina diario scritta da: AUG a 19:50 | link | commenti (2) | | Torna su
bambini, rassegnastampa, diari di augusta

giovedì, 11 agosto 2005

Volevo scrivere qualche cosa su Enzo Baldoni, ma qualche cosa che lo ricordasse vivo attraverso le informazioni che ci regalava. Sono andata al mio <betlemme.splinder.com> (accessibile da qui come link <vecchio diario>). Ho riletto – nelle cronache di agosto 2004 - molte cose che ne danno un’immagine non umiliata da quell’insistere -ora - dell’informazione su pur dovute e necessarie analisi di frammenti.
Riporto alcune delle parole di Baldoni che allora avevo trascritto e segnalo – in particolare – l’editoriale di Barbara Spinelli che potrete trovare in data 29 agosto 2004.    
augusta

"Mettiamola così: nelle prossime 24 ore ho la possibilità abbastanza concreta di crepare. Ovviamente non succederà - ma, se dovesse succedere, sappiate che sono morto felice facendo quello che più mi  piace al mondo: viaggiare in paesi che non hanno mai visto un turista prima di me." e.

"Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch'io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L'indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato".    [ENZO BALDONI]

Pagina diario scritta da: AUG a 07:02 | link | commenti | | Torna su
vittime di guerra, diari di augusta, culturapace

mercoledì, 10 agosto 2005

Il  4 agosto ho pubblicato il primo dei diari di Carola e in quel mio pezzo si possono trovare le informazioni utili per comprenderne i riferimenti.
Questo tratto è ripreso (e tradotto) da http://www.eappi.org/eappiweb.nsf/index_f.htm (voce.
Rapports des Accompagnateurs. Fa parte dell’edizione francese del sito EAPPI -
http://www.eappi.org).              augusta

9 maggio 2005 -
Nessuno ne parla di Carola Cameran
Il tempo qui non passa come in Francia: ho l’impressione che si fermi costantemente su immagini che fino a ieri non conoscevo.
Forse é ciò che capita quando ci sfreghiamo gli occhi per assicurarci che quello che vediamo sia reale. Dopo una settimana i miei occhi sono rossi a forza di sfregarli!
Sono sistemata in una piccola casa a Bethlehem; dista qualche minuto dal muro di separazione e dal principale posto di blocco (check point) che divide Bethlehem da Jerusalem.
E’ tutto così diverso dal mio appartamento di Parigi! Condivido l’abitazione con altri due accompagnatori ecumenici. Heather, una londinese, e Richard, dell’Africa del Sud.
Ognuno di noi ha una camera, il che non succede a tutti i gruppi di accompagnatori che fanno capo al Consiglio Ecumenico delle Chiese, e siamo tutti tre contenti di questo “privilegio”.
Abbiamo trascorso qualche giorno alla “Casa d’Abramo”, un centro d’accoglienza del Soccorso Cattolico a Jerusalem Est.
Il programma era alquanto pesante ma molto stimolante: corso di ebraico e arabo, formazione sulle metodologie d’azione non-violenta, conferenze su argomenti specifici, in particolare sul “muro”, la distruzione illegale di case palestinesi e sui movimento pacifisti israelo-palestinesi. Abbiamo anche fatto un giro turistico “alternativo” a Jerusalem (quartiere armeno, cristiano, ebraico e mussulmano) il che ci ha permesso di vedere i luoghi storici di questa splendida città. Ciò che mi ha particolarmente colpito è stata la visita organizzata da una pacifista israeliana che fa parte del “Comitato israeliano contro la demolizione delle case”(ICAHD) nei dintorni di Jerusalem: un insieme di disperazione, impotenza, tristezza e incredulità che non riesco a togliermi dalla mente. Un percorso lungo il muro che separa Jerusalem e i suoi abitanti, lasciandosi dietro una desolazione che non avrei mai potuto immaginare. Immagini che fino ad ora avevo visto soltanto sugli schermi cinematografici o sfogliando una qualche rivista.
All’arrivo del nostro gruppo gli abitanti di Bethlehem ci hanno accolti molto bene.
Ci hanno fatto capire che la nostra presenza è apprezzata e vi posso assicurare che queste testimonianze d’amicizia danno un significato vero a questa avventura.
Finalmente conosco la ragione del mio essere qui.
La città è inquietante per il suo silenzio e l’assenza di vivacità. Il muro di separazione che avanza come un serpente attorno alla città della Natività le impedisce di “vivere” con i propri mezzi. Il commercio è quasi fermo per la mancanza di clienti: il muro non è certo un’attrazione turistica!
Una volta superato il muro, all’ingresso di Bethlehem una fila di una ventina di taxi attende il passaggio di un pellegrino che offra la possibilità di accendere il motore; vi si avvicinano venditori per proporvi una serie di souvenir fuori moda e potrete avere succhi d’arance spremute al momento per pochi shekel.
Ma le persone mantengono una specie di ostentato ottimismo, l’espressione del loro viso mostra il desiderio di credere che un giorno ritroveranno la vita di un tempo.
La vita continua, nonostante il muro, i check point, i controlli, i negozi chiusi e malgrado il fatto che il mondo sembra averli dimenticati.
nota: ICAHD – organizzazione israeliana non violenta contro al distruzione delle case palestinesi.

 

Pagina diario scritta da: AUG a 17:51 | link | commenti | | Torna su
diaricarola