Oggi si può leggere sui giornali la chiara, dignitosa, documentata lettera della vedova di Nicola Calipari sui vuoti e i silenzi che la “giustizia” USA (ma evidentemente anche l’opportunistica sciatteria del governo italiano) ha assicurato alla memoria del marito, ucciso riportando in Italia Giuliana Sgrena. Non sorprendiamoci. Ho riguardato i materiali che avevo raccolto e quanto avevo scritto in marzo nel mio diario: non c’era nulla che lasciasse sperare che il governo italiano volesse raggiungere la verità sull’accaduto. Non è un caso; è un metodo.
Ho ricordato allora (e lo ripropongo) un altro esempio di strage su cui non è stata fatta giustizia, dove il motore della vicenda non fu il “fuoco amico” statunitense, ma una fune tranciata durante un volo che non avrebbe dovuto aver luogo (Cermis 1998) e, se non bastasse, i colpi di pochi giorni fa contro i carabinieri italiani in Iraq, sparatore, ancora una volta, un soldato USA (o erano in più? Non c’è mai certezza, nemmeno sui numeri). L’Unità, che ha pubblicato la lettera, sabato prossimo allegherà al giornale un libro, scritto dalla “squadra” di Calipari.
L’Unità 31.08.2005 Non c'è pace senza giustizia di Rosa Calipari
3 marzo 1983 - 4 marzo 2005 due date che segnano l’inizio e la fine di un progetto di vita condiviso. Ventidue anni sono pochi per chi ha programmi, ideali e valori comuni; sono pochi per chi rimane ed è travolto in poche decine di secondi da un incubo senza fine. Non è possibile dimenticare la sera del 4 marzo quando al rientro a casa ho trovato ad attendermi alcuni colleghi ed amici di Nicola. Una scena che si affaccia spesso alla mente di chi ha vissuto con un funzionario di polizia «operativo» ma che si tende a rimuovere per difesa e per non farsi sopraffare da un’angoscia paralizzante.
Con orrore ho urlato il mio «No!» di fronte a ciò che intuivo essere la verità ma che nessuno dei presenti era in grado di confermarmi. E poi: «Ucciso dagli americani, un incidente…. Non si sa cosa è successo». Attonita da quella sera continuo a pormi sempre la stessa domanda «Perché?» ancor più dopo gli esiti contrastanti raggiunti dal Gruppo investigativo congiunto italo-statunitense, incaricato di esaminare la dinamica dei fatti accaduti il 4 marzo. Un’indagine che se negli intenti doveva svolgersi congiuntamente di fatto ha portato alla pubblicazione di due relazioni. Molti i limiti e le restrizioni incontrati dai rappresentanti italiani. Vincoli allo svolgimento delle indagini sono, innanzitutto, derivati dall’esclusiva applicazione della normativa statunitense, Army Regulation 15-6, che disciplina le procedure e le modalità per le inchieste nell’ambito dell’esercito Usa, e che, come risulta dal rapporto italiano, ha posto 14 dei limiti non trascurabili rispetto a quanto previsto dall’ordinamento italiano per analoghe attività. Per quanto attiene, ad esempio, alle modalità di acquisizione delle testimonianze, non potevano essere reiterate le domande ai testimoni già sentiti e non sono stati possibili confronti diretti, per non voler sottolineare che le domande dei rappresentanti italiani potevano essere poste ai testimoni solo tramite il Generale Vangjel, l’Ufficiale statunitense incaricato, già prima dell’arrivo della delegazione italiana, di svolgere indagini.
Ulteriore elemento di rilevante limitazione per l’indagine congiunta è stato il mancato «congelamento» del luogo nell’immediatezza della sparatoria che, come dichiarato dagli stessi militari Usa, è stato completamente ripulito ed alterato mentre non si consentiva agli italiani, presenti a Baghdad quella sera del 4 marzo, di arrivare sul posto. Ma neanche successivamente, durante i lavori della Commissione congiunta, è stato possibile ricostruire la scena del «crimine», poichè le Autorità militari Usa hanno ritenuto inopportuno, in ragione del segnalato costante e grave pericolo che incombe in prossimità del luogo dell’«evento», anche il sopralluogo notturno.
Pertanto, manca la certezza sulla ricostruzione della dinamica dei fatti. Tutto ciò non ha, inoltre, consentito di svolgere un’analisi approfondita sul posto, per cui quanto risultato dalla perizia effettuata in Iraq sulla vettura - come emerge dal Rapporto italiano - non sembra avere quella decisiva rilevanza probatoria. E ancora: la rimozione ed eliminazione dei bossoli, la non preservazione delle armi e delle munizioni del reparto coinvolto nel fatto… e, ancora il rientro dell’autovettura, ormai di proprietà dello Stato italiano, solo dopo due mesi…
È un percorso difficile, doloroso e straziante per chiunque dover affrontare la tragica perdita del proprio compagno ma diventa ancor più arduo se questa avviene in tale contesto e con queste modalità. Nicola era un dirigente del Sismi, un Servizio alleato degli americani, ed ha agito in nome e per conto dello Stato italiano. Non era un Rambo né uno 007 con licenza di uccidere ma un uomo che in altre delicate operazioni aveva dimostrato di possedere le qualità per negoziare anche con gli elementi più integralisti del contesto mediorientale. Dotato di notevole intuito, riflessivo ed osservatore affrontava le situazioni con lucida razionalità, con notevole self-control e con forte determinazione. Consapevole dei rischi insiti nei diversi incarichi ricoperti consigliava la prudenza ai suoi collaboratori e vagliava i costi ed i benefici di ogni opzione. Nicola, anche nella sua precedente carriera in Polizia, ha sempre improntato il suo stile al confronto con gli altri e non allo scontro, «a prevenire, e non a reprimere», diceva. Anche nel rapporto con i suoi collaboratori prediligeva la politica del «consenso» piuttosto che dell’«ordine impartito», dell’affermazione pacata ma «autorevole» della sua opinione e non «autoritaria» anche se si assumeva sempre la piena responsabilità delle proprie decisioni. Uno stile che, spesso, spiazzava gli avversari ma che creava coesione e rafforzava l’identità di Gruppo in coloro che lavoravano al suo fianco. Un particolare pensiero va con affetto alla «squadra di Nicola», ai Calipariani, come qualcuno li definisce all’interno del Servizio forse proprio a voler differenziarne lo stile umano e di lavoro.
Era certamente nota agli americani la sua partecipazione e collaborazione anche ad altre vicende di sequestri avvenute sul territorio iracheno ed anche in questo caso della giornalista italiana rapita, pur in assenza di una espressa comunicazione formale ai Comandi militari Usa del motivo della missione, Nicola e la sua squadra, come molte altre volte, hanno richiesto l’autorizzazione per atterrare all’aeroporto di Baghdad, per poter alloggiare a Camp Victory e, muniti di tesserini identificativi e di armi, per i loro successivi spostamenti nella capitale irachena. Nicola ha non solo condotto a termine la sua missione, la liberazione di Giuliana Sgrena, ma ha anche sacrificato la sua vita per proteggerla dal «fuoco amico» e, proprio per rispettare quella bandiera nella quale è tornato avvolto da Baghdad, continuo a chiedere con forza e determinazione la verità su quanto è realmente successo e di far luce sulle responsabilità di coloro che direttamente o indirettamente ne hanno causato la morte.
Non è possibile avere pace se non c’è giustizia.
Leggo in parallelo altri casi di morti violente e giustizia negata..
Il 4 agosto Natan Zada, un militare ebreo (disertore, si dice, ma comunque in divisa e armato) uccise su un autobus in una cittadina della Galilea quattro persone, cittadini di Israele e Palestinesi: i cosiddetti arabi-israeliani.
Haaretz di ieri riferisce che le famiglie non riceveranno i sussidi a lungo termine, previsti dalla legge anti terrorismo, perché ad uccidere non fu un nemico e un concittadino che non può essere considerato appartenente a “forze nemiche” (come sarebbe stato se l’assassino fosse stato un palestinese dei territori della West Bank e di Gaza. Purtroppo ieri non ho aperto il sito di Haaretz: ricavo la notizia da Il manifesto di oggi, mercoledì).
Ricordo che al momento del massacro lo stesso Sharon usò il termine terrorista, certamente corretto, ma, se il terrorista fosse stato palestinese, le famiglie delle vittime avrebbero ricevuto un sussidio a lungo termine e le case dei familiari dell’assassino sarebbero stata abbattute. Sia chiaro che non invoco una vendetta che mi ripugna come esempio: semplicemente segnalo e voglio anche ricordare che a seguito di analogo episodio, avvenuto meno di due settimane dopo, l’israeliano-ebreo assassino, il colono Asher Weissgan, fu definito “terrorista” dall’autorevole quotidiano Jerusalem Post (Jewish terrorist kills 4 Palestinians. David Rudge, The Jerusalem Post Aug. 17, 2005) e nella stessa circostanza il quotidiano Haaretz (18 agosto) intitolò un suo articolo: Goldsteinism, assimilando il crimine del colono allo spirito che aveva determinato la strage di Baruch Goldstein che nel 1994 massacrò i mussulmani in preghiera nella moschea di Hebron “per difendere l’onore del Dio di Israele”, come aveva scritto nel suo testamento. Se il terrorismo è orrore (e lo è, quanto la guerra) lo è sempre e comunque: non esistono terroristi-amici e l’essere concittadini delle vittime non modifica nulla. augusta
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