Ci sono differenze nazionali ben accettate, nel modo più intimo e personale. Certamente i medici degli ospedali israeliani che hanno potuto salvare vite con organi palestinesi (due testimonianze più sotto) messi a loro disposizione non si sono posti problemi etnici o razziali che dir si voglia, comunque collegati ad un concetto esclusivo di identità. Ed è bene sia stato così.
L’articolo de Il Manifesto che riporto di seguito riferisce invece di una identità nazionale usata come arma per escludere. Era prevedibile che ciò potesse accadere fin dai tempi della crisi del 1991 e degli anni seguenti. Una crisi che, pur intensamente vissuta in Italia (e soprattutto nell’Italia del nord est a ridosso delle zone devastate della ex Jugoslavia) per accogliere e per escludere, non ha consentito la pratica e la condivisione di una riflessione politica che - non solo a me- già allora sembrava prioritaria, urgente ed emergente, la riflessione sulla necessità di dotarsi di una norma per applicare adeguatamente la Convenzione di Ginevra sul rifugio politico (sommariamente richiamata per titolo dall’art. 1 della cd. legge Martelli del 1990 e nulla più, oltre naturalmente alla firme dell’Italia sulla Convenzione stessa).
Quando la crisi del 1991 scoppiò, per accogliere immediatamente coloro che arrivavano dalla ex Jugoslavia e non erano suscettibili di essere inseriti in alcuna categoria (alcune disposizioni delle Questure inizialmente parlavano di “turisti per ragioni umanitarie”) si fece ricorso a strane (ma allora necessarie) terminologie anche in legge: “Legge 24 settembre 1992 n. 390: "Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 24 luglio 1992 n. 350, recante interventi straordinari di carattere umanitario a favore degli sfollati delle Repubbliche sorte nei territori della ex Yugoslavia, nonché misure urgenti in materia di rapporti internazionali e di italiani all'estero".
E anche il mondo associativo che dichiarava e dichiara di volersi far carico dell’accoglienza non seppe o non volle andare oltre questa cultura; la necessità di una norma sul rifugio politico non fu adeguatamente sostenuta e le poche voci che si mossero nel merito non furono riconosciute significative e autorevoli.
Così oggi non si riesce ad uscire dignitosamente dal dibattito sui CPT perché nessuno sa (e troppi non vogliono sapere) chi ha diritto all’accoglienza e chi no.
Fa tanto comodo ridurre tutto alla relazione fra povertà materiale di chi chiede asilo e di chi glielo può dare (e di solito lo dà ostentando un buon cuore il cui -non illegittimo- proclamato fondamento è il riconoscimento di quelle persone come utile forza lavoro).
Abbiamo perso tanto tempo a parlare di radici “giudaico-cristiane dell’Europa” e se parlassimo invece di politica europea fondata su un contratto sociale non immemore dei disastri dello scorso secolo che si perpetuano in questo? E se in Italia non continuassimo a occultare le grandi questioni dei valori (ancora) costituzionalmente garantiti dentro le fibrillazioni più o meno sentimentali, trasformate in “morale”, da laici devoti, con o senza benedizione pontificia? augusta
AVEVA DODICI ANNI Gli organi del bimbo palestinese ucciso salvano tre israeliane
TEL AVIV. I genitori di Ahmed al-Khatib, il 12enne palestinese ucciso a Jenin da soldati israeliani perché aveva in mano un fucile di plastica, hanno donato i suoi organi. Ne hanno beneficiato 6 persone, di cui tre ragazze israeliane. «E’ un messaggio: il popolo palestinese vuole la pace per tutti», ha spiegato il suo gesto il papà del bambino, Ismail al-Khatib.
Dedica del volume di
Luigi Sandri Città santa e lacerata. Gerusalemme per ebrei, cristiani e mussulmani. Ed Monti
”dedico questo libro ai genitori di Mazen Jouliani, i quali – in ossequio all’Islam che considera un dovere salvare la vita del prossimo – a Gerusalemme nel giugno del 2001 hanno donato gli organi del loro figlio trentatreenne, assassinato, ad un ebreo di 37 anni. Questi vive ora con il cuore dell’arabo…”
Il manifesto 5 novembre SLOVENIA Cancellati in Europa Cittadinanza Dopo la dichiarazione d'indipendenza diciottomila sloveni hanno perso la cittadinanza GIOVANNI PALOMBARINI
Si fa presto a dire Europa unita, alludendo a un comune elevato livello di riconoscimento e tutela delle libertà e dei diritti fondamentali delle persone. Si fa presto a dirlo, anche perché, accanto a tante proclamazioni relative ai diritti umani da proteggere e promuovere esistono anche dei patti solennemente sottoscritti che di questo parlano. Così nel preambolo della «Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea», approvata a Nizza nel dicembre del 2000, si legge che l'Unione si fonda «sui valori indivisibili e universali di dignità umana, di libertà, di uguaglianza e solidarietà» e «pone la persona al centro della sua azione, istituendo la cittadinanza dell'Unione e creando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia». Principi importanti, che fanno intravedere un'Europa all'avanguardia in questa difficile «seconda modernità» quanto a rispetto dei principi della democrazia. Invece può capitare che anche da queste parti esistano uomini e donne che vengono pesantemente emarginati per effetto di scelte politiche di ispirazione «etnica». A tale proposito appare davvero grave la situazione di coloro che, vivendo in uno dei paesi dell'Unione europea, godono di diritti e garanzie in modo così ridotto da essere definiti «cancellati».
La sorte degli immigrati interni
Proprio domenica 23 ottobre scorso il manifesto, nella cronaca della manifestazione di Gradisca contro il centro di detenzione amministrativa di quella città, ha riferito della presenza nel corteo di una delegazione appunto di «cancellati», cioè di persone che rivendicano il diritto di diventare cittadini sloveni. La Slovenia, che il primo maggio del 2004 è entrata a fare parte dell'Unione, ha una Costituzione in cui è scritto che «la Repubblica garantisce la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali a tutte le persone che si trovano sul suo territorio, indipendentemente dalla loro origine nazionale, senza alcun tipo di discriminazione». Un principio apprezzabile, che non ha impedito che a migliaia di persone - più di diciottomila all'inizio dello scorso decennio, secondo i dati ufficiali (molte di più, secondo l'organizzazione non governativa Helsinki Monitor) - che pure avevano la cittadinanza e il passaporto jugoslavi e la «residenza permanente» in Slovenia (in base a questa i cittadini jugoslavi godevano in concreto dei diritti politici e civili nelle varie repubbliche della federazione), non sia stata riconosciuta la cittadinanza slovena dopo la proclamazione dell'indipendenza (25 giugno 2001).
Si trattava di «immigrati interni», se così è possibile definirli, nel senso che pur avendo un'originaria nazionalità riconducibile a un'altra delle sei repubbliche della vecchia Jugoslavia, da molti anni vivevano regolarmente in Slovenia come cittadini e si sono trovati nella situazione di immigrati non riconosciuti, senza cittadinanza, per effetto della dichiarazione d'indipendenza. Il mancato riconoscimento è stato causato da varie ragioni, a cominciare dalla scarsa conoscenza di tanti sia dei modi e dei termini assai ridotti, appena sei mesi, stabiliti per la presentazione della domanda di cittadinanza che delle conseguenze della mancata acquisizione di questa, per finire a una non dichiarata intenzione, da realizzare silenziosamente per via burocratica, di espellere coloro che non fossero strettamente di nazionalità slovena. Questa situazione ha riguardato ogni genere di persone: fra queste, molti ex soldati dell'esercito jugoslavo, che da giovani si erano fermati in Slovenia dopo avere concluso il servizio militare, lavorando e spesso formando una famiglia, e che si sono visti respingere la domanda di regolarizzazione. Perché proprio l'origine nazionale, che secondo la Costituzione slovena dovrebbe essere un fatto indifferente rispetto alle persone che vivono sul territorio, ha finito per essere invece decisiva agli effetti della regolarizzazione.
La perdita di ogni diritto
Al mancato riconoscimento della cittadinanza slovena è seguita nel febbraio del 1992 la cancellazione dai registri di residenza permanente, nei quali quelle persone erano in precedenza inserite, con conseguente perdita di ogni diritto: non solo il diritto al voto, ma anche quelli al lavoro, alla casa, alla pensione, all'assistenza sanitaria. Insomma, pur continuando a vivere in Slovenia, sono venute a mancare per quelle donne e per quegli uomini, già cittadini jugoslavi, le basi legali e materiali della loro esistenza; di colpo sono diventati a ogni effetto stranieri. Non a caso sono stati definiti izbrisani, cioè cancellati, invisibili.
Un vuoto legale
Inizialmente disgregati, mano a mano che acquisivano consapevolezza della loro condizione, i «cancellati», purtroppo non tutti, hanno trovato un po' alla volta il modo di conoscersi e di organizzarsi. Impostando le loro richieste sull'istanza di essere riconosciuti come cittadini al di là dell'originaria nazionalità, in molti sono arrivati a investire della loro situazione la Corte costituzionale slovena, che nel 1999 ha dichiarato l'incostituzionalità della cancellazione, rilevando che gli izbrisani erano vittime di un evidente vuoto legale non esistendo alcuna normativa che consentisse la loro regolarizzazione. E in effetti, pur vivendo da anni sul territorio della Repubblica, era come se non esistessero. Di qui l'emissione di una nuova legge per la loro regolarizzazione attraverso il rinnovato riconoscimento della «residenza permanente» (non della cittadinanza), che peraltro non aveva alcun effetto retroattivo (con le conseguenze che si possono immaginare sotto diversi profili per coloro che pure ne hanno beneficiato), con un termine brevissimo per i relativi adempimenti e senza alcun avviso personale agli interessati. La cosa ha funzionato solo parzialmente, per cui attualmente sono ancora molte migliaia, almeno settemila stando ai dati ufficiali, le persone «cancellate».
Una prima considerazione viene spontanea a proposito di una simile vicenda, e riguarda la difficoltà che si incontra, per la verità non solo in Slovenia, a separare il concetto di nazionalità da quello di cittadinanza. Così questa, che una volta era uno strumento di inclusione e di riconoscimento e rafforzamento di diritti, in varie forme sta diventando, in tante situazioni, un meccanismo di esclusione, spesso ai danni di minoranze etniche.
Un secondo rilievo, che è in realtà un interrogativo. E' vietata qualsiasi discriminazione fondata in particolare ... sull'origine etnica e sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, l'appartenenza a una minoranza nazionale: così recita l'articolo 21 della Carta di Nizza. Viene da chiedersi: questa norma è una promessa per il futuro o è attualmente valida per i paesi dell'Unione europea?