Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

Eccomi

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Per prelevare l'indirizzo feed di questo Blog, utilizza il mouse con la funzione 'Tasto destro, copia collegamento'. Per leggere i contenuti tramite Feed, puoi scaricare e utilizzare l'aggregatore di Freereader, che trovi all'indirizzo http://download.html.it/recensione.asp?recensione=1489. Questo Feed XML è offerto da www.jelot.net/rss/rssify.php

Blogger: AUG
Nome: Augusta

Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

visitato *loading* volte

 
mercoledì, 28 dicembre 2005

A Betlemme si festeggiano tre Natali: il –per noi- consueto 25 dicembre, il Natale ortodosso (6 gennaio) e quello armeno (di cui non ho trovato la data: ricordo che nel 2004 era attorno al 20 gennaio ). Ognuno dei tre viene solennizzato dal patriarca di competenza con un corteo che parte da Gerusalemme per arrivare alla basilica della Natività (in qualche modo condivisa … ma il termine è ottimista).
A Betlemme il corteo si allunga e si fa “ecumenico”: l’elemento unificante sono i ragazzi e le ragazze che, con i loro costumi da scout (un ricordo della dominazione britannica che in Palestina ha ancora molta fortuna), accolgono il patriarca di turno alla porta della città (ora .. al muro, termine che mi suona un po’ macabro) e lo precedono fino alla basilica.
Sono sempre gli stessi: cristiani assortiti, mussulmani e tutto quello che c’è e battono i loro tamburi, tirano in alto le loro mazze … insomma si divertono.
Un tempo la strada da Gerusalemme a Hebron proseguiva diritta: a Betlemme c’era una deviazione che consentiva di salire all’antica città (ancora l’attraversa la via dei patriarchi) per poi scendere alla basilica. Non è la strada che percorrono gli autobus dei pellegrini: per loro è stata approntato un percorso che li porta alla Natività, evitando di attraversare la città.
Ora … lascio la parola a un comunicato stampa del patriarca latino (cioè cattolico, cioè nominato dal papa di Roma .. qui i distinguo non bastano mai). Il patriarca in questione è mons. Michel Sabbah, palestinese. Nel 2008 non ci sarà più per raggiunti limiti d’età; sarà sostituito da un giordano che viene dalla carriera diplomatica: il papa in carica ha già provveduto a questa annunciata sostituzione, che a me non va. Non c’era un altro palestinese per la sua terra?

“(AGI) - Gerusalemme, 24 dic. - Il muro non deve esistere: con un appello all'annientamento del muro, il Patriarca Latino in Terra Santa, mons. Michel Sabbah, ha guidato la tradizionale processione natalizia attraverso il posto di blocco di ingresso a Betlemme.
   Come ogni anno, le celebrazioni natalizie in Terra Santa sono iniziate con il consueto pellegrinaggio del Patriarca Latino, massimo rappresentante della Chiesa cattolica in Terra Santa, da Gerusalemme a Betlemme, la città dove nacque Gesù.
   E Michel Sabbah quest'anno ha dovuto per un tratto costeggiare il muro di separazione che l'anno scorso in quel punto non c'era ancora.
   "Questo muro non deve esistere, un giorno non ci sarà", ha detto ai giornalisti che lo attendevano a Betlemme. "Il popolo palestinese deve riconquistare la sua libertà e il suo territorio con uno Stato e una capitale; e gli israeliani devono poter vivere in sicurezza". Il patriarca latino ha percorso i 6 chilometri che separano le due città accompagnato da decine di religiosi, scortato prima dalla Polizia israeliana e poi, all'ingresso di Betlemme, da quella palestinese”.

I giornali hanno scritto, le TV e le radio hanno strillato che i pellegrini sono tornati a Betlemme per il Natale 2005  e che, per concessione delle autorità dello stato di Israele, il lo percorso è stato facilitato.
Il problema occultato è che -  se qualche pellegrino in più è entrato (ma chi ne ha beneficiato in misura maggiore: la popolazione di Betlemme o le agenzie che organizzano questo tipo di viaggi e che palestinesi non sono?) -  i betlemiti non possono uscire e i loro amici, i loro parenti, residenti nei Territori e nello stato di Israele non possono andarli a trovare.
La descrizione politicamente più corretta, quasi un ultrasintetico editoriale, a mio parere è la tenera vignetta di Vauro su Il manifesto del 24 dicembre (andatela a vedere!)
Credo che il risultato di una informazione confusa (nella migliore delle ipotesi) sia una catena di comunicazioni false: infatti i pellegrini torneranno dicendo che sì il muro è un po’ alto, perché altro non sarà stato loro mostrato e l’unico contatto con i betlemiti lo avranno avuto accanto alla basilica con i venditori di pancottiglie (e quella vendita è uni dei pochi strumenti contro la fame di cui dispongono). Quanti avranno avuto il tempo di salire al centro storico della città (e a quanti questa deviazione sarà stata suggerita)?
Dell’isolamento della Palestina (e in particolare di Betlemme che ho conosciuto meglio di altre località), dell’indifferenza di pellegrinaggi, pellegrini e turisti al problema, della banalità e scorrettezza dell’informazione italiana ho più volte scritto. Ricordo in particolare i miei diari del 18 febbraio, 24 aprile e 6 maggio di quest’anno.
La falsità comunque appartiene anche alla politica di “alto” livello:che  il muro sia una difesa per  Israele lo ha detto anche l’on Fini e persino la signora Clinton, senatrice nello stato di New York.
Riporto la lettera aperta che il pastore Mitri Raheb, direttore dell’ICB di Betlemme (dove ho insegnato durante due lunghi soggiorni) ha scritto -prima di Natale- alla senatrice Hillary Rodham Clinton.

”La saluto da Betlemme, luogo della nascita di nostro signore Gesù Cristo, centro del mondo per miliardi di Cristiani per 2000 anni - da quando la parola si fece carne - e patria della popolazione cristiana palestinese che ora diminuisce che -nonostante lo stress della pressione continua della politica israeliana di occupazione e segregazione - si mantiene dignitosa e ferma nella propria terra.
L’incontro con suo marito qui a Betlemme nel 1999, durante la preparazione delle celebrazioni per il 2000 mi aveva dato coraggio. Me lo aveva dato lei stessa quando nel 1998 aveva detto “appartiene ai futuri interessi del Medio Oriente che la Palestina divenga uno stato”, una affermazione oggi condivisa dalla comunità internazionale e da molti israeliani.
La scorsa settimana, quando vidi la sua fotografia su Haaretz (15 novembre 2005), ne rimasi sorpreso: lei era infatti ritratta vicino al muro, appena fuori dalla nostra città. So che molti Palestinesi avrebbero desiderato darle il benvenuto a Betlemme, nelle loro case, ma lei non ci ha visitati. Forse non aveva semplicemente tempo di fermarsi a salutare la popolazione che sarebbe l’altra metà di qualsiasi accordo che consentisse ad Israele di vivere in sicurezza e pace. O forse mentre aveva Betlemme a sfondo delle fotografie pubblicitarie lei pensava prima di ogni altra cosa al suo collegio elettorale a New York.
Fra un mese lei canterà “O
Little Town of Bethlehem.” E io mi chiedo come canterà quest’anno, dopo aver dichiarato il suo appoggio alla trasformazione della nostra “piccola città” in una grande prigione all’aria aperta, priva di ogni spazio verde dove i nostri bambini possano giocare e i nostri olivi crescere.
Il suo commento a proposito del Muro che “non è contro il popolo palestinese…è contro i terroristi!” è profondamente dannoso per la sua ignoranza e per la  descrizione che oscura gli effetti della politica di Israele nella West Bank. Vorremmo che lei sapesse che il Muro interessa la vita quotidiana di ogni palestinese, non solo nella nostra città ma ovunque nella West Bank.
Il Muro non riguarda tanto la sicurezza quanto la colonizzazione della terra e il controllo della popolazione locale. E’ progettato per consentire la massima espansione agli insediamenti israeliani (che sono inequivocabilmente illegali secondo la legislazione internazionale) e uno spazio minimo alle città e villaggi palestinesi per crescere e persino per assicurarsi i mezzi di sussistenza.
Il Muro chiude Betlemme in un’area di circa 6 miglia quadrate, mentre gli insediamenti che ci circondano continuano ad espandersi e a sottrarre terra palestinese.
Dopo aver assunto nel 1998 un coraggioso punto di vista, perché improvvisamente si è disinteressata della legge internazionale, del consenso della comunità internazionale , dei concetti cristiani di giustizia e riconciliazione e dei valori americani di libertà e dignità che ha giurato di sostenere?
La prego, non cerchi di guadagnare sostegno politico a spese del popolo palestinese.
Noi ringraziamo Dio per tutti i nostri amici americani che ci visitano, lavorano con noi, ci sostengono e ci aiutano a costruire ponti non muri
Lei sarà sentita da alcuni di loro, da quelli che sono suoi elettori a New York, e noi speriamo che ascolterà quello che loro hanno da dirle.
Noi non chiediamo la sua pietà bensì di rivedere la sua posizione a sostegno del Muro che è illegale e viola il nostro diritto alla terra, al lavoro, alla famiglia, alla libertà di movimento, alla dignità, all’autodeterminazione. Questi sono valori americani e noi semplicemente la preghiamo di assicurare che siano sostenuti anche qui.
Sinceramente
Rev. Dr. Mitri Raheb Pastore della chiesa luterana del Natale.               
Direttore generale dell’International Center of Bethlehem & dell’Accademia Dar al-Kalima”.

Ho tradotto come potevo la lettera del dr. Raheb (che ho ripreso nel suo testo inglese dal website www.annadwa.org). Se qualcuno volesse verificare, o –meglio- migliorare, questa traduzione basta me lo chieda e gli/le invierò il testo inglese. Per ogni considerazione, linguistica e non solo, c’è lo spazio dei “commenti”.
Il mio indirizzo e-mail è: augusta.dep@libero.it             augusta

 

 

 

Pagina diario scritta da: AUG a 09:35 | link | commenti | | Torna su
donne, israele palestina, rassegnastampa, diari di augusta, culturapace

domenica, 25 dicembre 2005

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

 

 Internazionale   23  /  29 dicembre 2005 n. 622 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 21 dicembre 2005
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate
le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi       3.818      
Israeliani         1.021         
Altre vittime        75          
Totale               4.914        

Internazionale   23  /  29 dicembre 2005 n. 622 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 21 dicembre 2005.
Iracheni              27.569  /  31.088
Americani                    2.157                             
Altre vittime                   201                          

 

Penso che parlare di morti in guerra e comunque per atti violenti non sia considerato opportuno.
Ma se la realtà è inopportuna ………….
D’altra parte è più serio adeguarsi a ciò che accade piuttosto che fornire palate di improbabili buoni sentimenti, conditi dalla proiezione di vecchi film più volte ripetuti, come ha fatto la TV (Rai e non solo) ieri sera, scegliendo quelli che avevano a protagonisti improbabili bambini e bambine.
Ci vogliono tutti infantili … per un adulto la regressione obbligatoria può essere irritante, soprattutto se si considera che i bambini nella realtà non sono normalmente svenevoli scimiottini scemi come TV li ammannisce.
Ma chi fa i programmi ha mai parlato con un bambino?
Buon Natale, comunque                                    augusta

Pagina diario scritta da: AUG a 21:13 | link | commenti | | Torna su
bambini, vittime di guerra

martedì, 20 dicembre 2005

Come NON fare informazione.

Nella tarda mattinata apro il sito di Repubblica ondine e trovo la notizia da poco pubblicata che trascrivo:
Betlemme, miliziani armati barricati per un'ora nel municipio   
(2005-12-20 11:19:41)
GERUSALEMME - Un gruppo di palestinesi armati ha occupato stamane per un'ora il municipio di Betlemme, in Cisgiordania. I miliziani, una ventina in tutto, appartenevano alla Brigata dei Martiri di al Aqsa, considerata il braccio armato di Fatah. Chiedevano soldi e lavoro.
I miliziani, armi in pugno, hanno cacciato i dipendenti dall'edificio, interrompendo i preparativi per il Natale. Il municipio di Betlemme si trova proprio sulla Piazza della Mangiatoia, vicino alla Basilica della Natività, dove in questi giorni fervono i preparativi per la Messa del Gallo e del Natale.
I miliziani, che chiedevano all'Autorità Nazionale Palestinese di dare lavoro a 300 militanti del movimento, hanno lasciato l'edificio quando il governatore di Betlemme si è impegnato a occuparsi delle loro richieste.
In un primo commento, il sindaco della città Victor Batarseh aveva detto: "Quanti vogliono rovinare le imminenti festività mostrano di non aver alcun senso di appartenenza verso la nostra città".

Il Corriere della sera, riportando lo stesso evento, precisava correttamente che:  L'irruzione è stata mirata a rivendicare il pagamento di stipendi arretrati e nuovi posti di lavoro”.

Il quotidiano israeliano Haaretz, nella sua edizione inglese online, sottolinea lo stesso aspetto trascurato da Repubblica.   Ne riporto di sotto il testo completo in inglese, di cui traduco la conclusione:
“La radio israeliana riferisce che  il blocco (delle attività del municipio) finì quando funzionari dell’Autorità palestinese corrisposero alla domanda degli uomini armati di avere i loro salari”.

La menzione dei salari non pagati può sembrare una sciocchezza e invece è un elemento essenziale. Dall’occupazione militare di Betlemme nel 2002 spesso i lavoratori non sono pagati per mesi per mancanza di fondi. In una città dove la disoccupazione supera il 60% molte persone dipendono da un solo stipendio. Certamente ora che la città é totalmente strangolata dal muro staranno ancor peggio ed è prevedibile che si creino quelle situazioni in cui la disperazione fa esplodere un conflitto sociale che diventa, sempre più tragicamente, politico, etnico, religioso (almeno la Bosnia dovrebbe averci insegnato qualche cosa).
Dell’isolamento di Betlemme (anche da parte delle iniziative più pie, buone e pubblicizzate e perciò più pericolose nel creare una assenza generalizzata di consapevolezza) ho parlato più volte, ma voglio citare alcune pagine del mio diario facilmente reperibili per chi fosse interessato all’argomento: 18 febbraio, 24 aprile, 6 maggio, 14 agosto, 2 settembre (tutte evidentemente del 2005).  Per ulteriori informazioni sul muro torno a segnalare i siti
www.annadwa.org e www.bethlehemmedia.net.
Osservare anche a livello locale che il mondo associativo -che un tempo mi sembrava inteso a far conoscere le situazioni di oppressione e difficoltà, per consentire interventi responsabili e, se possibile, efficaci- ora è sempre più concentrato sull’affermazione della propria immagine, mi fa paura e tanta più paura quando constato quanto invasiva e pericolosa sia la melassa dei buoni sentimenti che tanti sanno opportunisticamente stuzzicare.                             
augusta

Gunmen raid Bethlehem city hall
Palestinian gunmen stormed the city hall in the West Bank town of Bethlehem overlooking the Church of the Nativity on Tuesday, only to end the standoff several hours later.
The 20 militants from al-Aqsa Martyrs Brigades, an armed group in Palestinian Authority Chairman Mahmoud Abbas' Fatah group, swept into the building on Manger Square and forced workers out, interrupting preparations for the Christmas season.
Israel Radio reported that the standoff ended after Palestinian Authority officials conceded to the gunmen's demand to be given their salaries.

 

 

 

Pagina diario scritta da: AUG a 16:01 | link | commenti (3) | | Torna su
israele palestina, rassegnastampa, diari di augusta

lunedì, 19 dicembre 2005

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

 

 Internazionale   16  /  22   dicembre 2005 n. 621 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 14 dicembre 2005
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate
le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        3.818      
Israeliani         1.020         
Altre vittime        75         
Totale               4.913        

Internazionale   16  /  22   dicembre 2005 n. 621 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 14 dicembre 2005.
Iracheni              27.383   /  30.892
Americani                    2.150                             
Altre vittime                   201                          

 

Normali, quotidiane torture indigene
Venerdì 16 dicembre, tarda mattina. Sono alla stazione ferroviaria di Mestre e il treno che devo prendere arriverà dopo un’ora.
Vado al bagno della stazione. Fila lunghissima di signore che procedono lentamente: su quattro gabinetti due sono chiusi ed è chiuso anche quello dei disabili.
Ricordo le battaglie di un tempo per l’abbattimento delle barriere architettoniche e comincio ad irritarmi. Non c’è nessuno cui io possa segnalare il fatto e non posso lasciare la fila che, ancora lunga davanti a me, si è allungata mostruosamente dopo di me. Perciò ricorro al cellulare e chiamo la polizia al 113. Risposta: Vada alla Polfer.
Preciso che non sto lamentando un disservizio ma qualche cosa di molto più grave: la violazione di un diritto che potrebbe anche richiedere un intervento d’urgenza.
La poliziotta al telefono, pensando probabilmente di aver a che fare con una suddita cretina (e non con una cittadina che si ritiene normale), ripete l’indicazione della Polfer… e alla Polfer vado. Il poliziotto di turno mi dice che nulla può fare se prima non passo all’Ufficio clienti e il medesimo non segnala la mia segnalazione….
Ripeto le mie contestazioni: niente da fare.
Questa sarebbe la procedura e contro le procedure non c’è emergenza fisiologica che tenga.
Vado all’Ufficio clienti (ovviamente all’altro capo del marciapiede).
Lo trovo affollato da gente furibonda per i ritardi che per quanto normali (sono una che viaggia in treno e ben li conosco) provocano danni e fastidi.
Altra coda … altra segnalazione ... finché l’impiegato risponde al mio racconto comunicandomi che al bagno ci dev’essere un custode con la chiave del custodito gabinetto dei disabili. Gli spiego che non c’è nessuno e che quindi il locale è inaccessibile. Mi guarda un po’ schifato e mi dice: “ma io le ho spiegato la situazione come dovrebbe essere”. Rispondo: “e io le ho raccontato com’è”.
Esco, schiacciata dalla spietata dialettica fra essere e dover essere … per me è l’ora di prendere il treno. Se mi servissero in treno ci sono le toilettes (parecchie bloccate e di regola sporche), ma chi avesse stampelle o carrozzella non potrebbe entrarci, così come non sarebbe potuto entrare al bagno chiuso della stazione e, impedito dalle difficoltà motorie, forse non avrebbe neppure raggiunto il conforto della spiegazione sul dover essere all’Ufficio clienti.
augusta

 

Pagina diario scritta da: AUG a 19:42 | link | commenti | | Torna su
vittime di guerra, diari di augusta

giovedì, 15 dicembre 2005

Oggi volevo parlare del problema delle torture, ma l’ho rinviato alla prossima settimana  perché ho preferito dar spazio ad un  editoriale del mensile Confronti di dicembre (www.confronti.net)
Lo faccio per una esigenza che sento forte di richiamarmi ad una realtà che sia vita (anche se la vita si intreccia così tragicamente con la morte) e mi consenta di riposare la mente su qualche cosa di diverso dallo schifo di Nassiryia: non riesco a scacciare l’immagine di quei ragazzotti in divisa che sghignazzano sui sussulti di un moribondo.
Li penso padri e il loro rapporto con un figlio piccolo, indifeso nelle loro mani, mi sembra osceno.
Non sono così sciocca da provar meraviglia per gli orrori della guerra, che nulla può riscattare o indurre ad ignorare, ma quella sguaitaggine è un’oscenità aggiunta, come l’atteggiamento della soldatessa USA che –incinta- costringeva un prigioniero a comportarsi come un animale al guinzaglio.
Lo faccio perché l’episodio che riporto richiama un concetto di perdono che può avere un significato politico, così come lo ebbe il lavoro della Commissione per la Verità e la Riconciliazione nel Sud Africa di Nelson Mandela
Lo faccio perché è un modo per oppormi ai luoghi comuni che sono spesso il contenuto preferito dei mezzi di informazione. E’ un mio modo per dar voce a ciò che normalmente è messo sotto silenzio.
Come dice la conclusione dell’articolo di David Gabrielli: “Ci sarebbe piaciuto che la vicenda di Ahmed avesse avuto adeguato spazio nei telegiornali della Rai o di Mediaset; ma questi hanno ignorato l’evento. Non faceva notizia? Rompeva schemi ideologici precostituiti? Solo l’odio e la vendetta fanno
audience”:
augusta


Israele-Palestina, il destino di Ahmed
Ritenendolo, da lontano, un guerrigliero, a Jenin un soldato israeliano ha ferito a morte un ragazzo palestinese dodicenne che giocava con un fucile di plastica. Il padre del ragazzo, sperando che il suo gesto favorisca la pace, in nome dell’islam ha deciso di donare gli organi del figlio. Una ragazza ebrea israeliana ha potuto così avere un trapianto di cuore: «Vorrei che la famiglia di Ahmed considerasse mia figlia anche sua figlia», ha commentato il padre della dodicenne.

All’interno del conflitto israelo-palestinese accadono talora dei fatti che, nella loro nuda essenzialità, dicono più di molte parole, e colpiscono più di accurate analisi geopolitiche. Sono eventi di cronaca, della crudele cronaca quotidiana che, sui due fronti, annota il numero delle vittime; eppure squarciano la storia, e talora hanno delle inattese conseguenze che gridano speranza.
Il tre novembre anche a Jenin – città palestinese nella Cisgiordania del Nord, a ridosso del confine con Israele – si festeggiava il primo giorno dopo Eid al-Fitr, la rottura del digiuno che segna la conclusione del mese di Ramadan. Libero dalla scuola, quel giovedì anche il dodicenne Ahmed al-Khatib si godeva l’aria di festa con i compagni, e giocava con essi, imbracciando tutto orgoglioso un piccolo fucile di plastica regalatogli dai genitori proprio per festeggiare la fine del Ramadan. Poco lontano – 130 metri – pattugliavano dei soldati israeliani: uno di questi, ritenendo il ragazzo (così racconterà poi il militare) un uomo armato e minaccioso, gli spara subito due colpi, colpendolo alla testa. Gravemente ferito, Ahmed viene trasportato all’ospedale di Jenin e poi, constatate le sue condizioni critiche, in un ospedale di Haifa, in Israele, dove ben presto i medici lo dichiarano clinicamente morto.
Il padre del ragazzo lo veglia per tre giorni e, compreso che la fine del figliolo è ormai inevitabile, decide, giunto il momento, di donare i suoi organi. «Spero – dice l’uomo – che il mio gesto parli alla coscienza di tutti i padri e di tutte le madri di Israele, affinché lavorino per porre fine alla violenza e ai crimini contro i bambini e i ragazzi palestinesi». Tra chi riceve gli organi vi è la dodicenne ebrea israeliana Samah Gadban, che da cinque anni attendeva un trapianto di cuore. Ha commentato il padre della ragazza: «Non so che dire, è un tale gesto di amore… Vorrei che i familiari di Ahmed considerassero mia figlia come una loro figlia».
Da parte sua, dopo aver espresso il desiderio di poter incontrare tutti i «ricevitori» degli organi di Ahmed (un bambino di sei mesi, una donna di 56 anni, due bambini di cinque e una bambina di quattro anni), il padre del ragazzo assassinato ha detto di sperare che il suo gesto sia un passo che favorisca la pace tra israeliani e palestinesi: «L’islam ci dice di cercare di salvare le persone, quale che sia la loro nazione o religione; io ho offerto gli organi di mio figlio a prescindere se i riceventi fossero israeliani o palestinesi».
Gli attentati dei kamikaze palestinesi degli ultimi cinque anni hanno provocato la morte di 1100 ebrei israeliani, tra i quali un centinaio di bambini o ragazzi; nello stesso periodo, gli attacchi dell’esercito israeliano nei Territori hanno provocato la morte di 3.800 palestinesi, tra cui settecento bambini o ragazzi.
Ci sarebbe piaciuto che la vicenda di Ahmed avesse avuto adeguato spazio nei telegiornali della Rai o di Mediaset; ma questi hanno ignorato l’evento. Non faceva notizia? Rompeva schemi ideologici precostituiti? Solo l’odio e la vendetta fanno audience?
Riposa in pace, Ahmed. Se ti può consolare, noi non ti dimenticheremo; e avremo più cara che mai anche Samah, la sua famiglia, la tua famiglia.                                            David Gabrielli

 

Per chi fosse interessato all’argomento dell’incontro fra vittime e del significato del reciproco perdono suggerisco il sito http://www.theparentscircle.org/ presentato anche nel mio diario del 14 maggio.   augusta

 

Pagina diario scritta da: AUG a 21:16 | link | commenti (1) | | Torna su
rassegnastampa, diari di augusta

lunedì, 12 dicembre 2005

Quando non ci sono parole    augusta

Ho ricevuto da www.ildialogo.org
Care Amiche, Cari Amici,
La notizia che non avremmo voluto mai ricevere è purtroppo arrivata: il governatore della California Arnold Schwarzenegger ha respinto la richiesta di grazia per Stanley Tookie Williams. Williams verrà assassinato domani 13 dicembre 2005 alle 9 ora italiana nel carcere californiano di San Quintino.  Siamo senza parole. Un paese che uccide i propri figli è un paese senza speranza. Domani il nostro sito osserverà una giornata di lutto.
Ringraziamo tutti/e coloro che si sono mobilitati per Tookie e chiediamo loro di unirsi a noi in questo momento di lutto.
La Redazione

Il 12 dicembre alle 21.57 le adesioni all’appello per la grazia a Stanley Williams pervenute al sito www.ildialogo.org  erano 1461

Trascritto da www.ildialogo.org
Intervista a Newsweek dal braccio della morte di San Quentin. La grazia nelle mani di Schwarzenegger  Tookie: "Muoio perché non sono bianco"
California, l´appello dell´ex capo gang a 24 ore dall´esecuzione  di KAREN BRESLAU
"Non mi darò per vinto Ho combattuto tutta la vita, soprattutto a causa del mio colore"
"Se sarò salvato continuerò nel mio lavoro: allontanare i giovani dalla violenza"

Se il governatore della California, Arnold Schwarzenegger, non accoglierà la sua richiesta di clemenza, Stanley (Tookie) Williams sarà giustiziato domani nella prigione di Stato di San Quentin, in cui è detenuto dal 1981 nel braccio della morte in seguito ad una condanna per quadruplice omicidio. Williams, 51 anni, uno dei fondatori della famigerata banda dei Crips, da 24 anni sostiene la propria innocenza in relazione agli omicidi di Albert Owens, Tsai-Shai Yang, Yen-I Yang e Yee-Chen Lee, avvenuti durante due diverse rapine. Tuttavia, egli ha chiesto scusa per ciò che ha definito la sua «spregevole» condotta come leader di una banda giovanile di Los Angeles durante gli anni ’70, e ha scritto una serie di libri intesi ad allontanare i giovani da quella cultura delle bande giovanili che lui stesso ha contribuito a creare. Per la sua attività, Williams è stato proposto dagli attivisti che si battono contro la pena di morte per il premio Nobel per la Pace e si è trovato al centro di una campagna mondiale diretta a convincere Schwarzenneger a risparmiargli la vita. Venerdì scorso Williams, dalla sua cella nel braccio della morte di San Quentin, ha parlato al telefono con Karen Breslau del Newsweek.
Ci vuole descrivere le condizioni fisiche in cui si trova in questo momento?
«Si riferisce al fatto che sono incatenato al letto? Fuori della cella c’è una guardia che controlla ogni mio movimento. Tutto ciò che possiedo mi è stato portato via. Questo è ciò che accade a chi è in attesa di esecuzione della sentenza».
Nel mondo esterno si tende a ritenere che sia «meglio essere morti» che rinchiusi per il resto della propria vita. Lei sta combattendo quasi fino alla sua ultima ora. Perché vuole continuare a vivere in queste condizioni?
«Innanzi tutto ho il cuore, la forza d’animo e la voglia di riscatto necessari a combattere. Non sono colpevole. Non sono uno che si dà per vinto. Ho combattuto per tutta la vita. Essere di colore è la ragione principale. Questa integrità e questa forza d’animo mi è stata trasmessa dai miei antenati che hanno dovuto combattere per restare vivi quando erano in schiavitù, che hanno dovuto affrontare i linciaggi e altri ingiusti attacchi».
Sta dicendo che ciò che è accaduto alla sua vita, il fatto di trovarsi nel braccio della morte, dipende dal razzismo?
«Certo. È collegato al mio passato disgraziato. Sono convinto di trovarmi qui in virtù di un karma, non per aver ucciso qualcuno, perché è una cosa che non ho fatto, ma per altre cose che ho fatto in passato e per le quali l’avevo fatta franca».

Se lei avesse potuto essere nella stanza con Arnold Schwarzenegger durante l’udienza per la sua domanda di clemenza, in che modo gli avrebbe chiesto di risparmiarle la vita?
«Gli avrei detto che sono innocente e che se mi concederà clemenza continuerò a fare il mio lavoro. Credo che quello che sto facendo sia un lavoro. Le decine di migliaia di e-mail che ricevo - beh, non le ricevo io, ma il mio sito Web - da persone che dicono di essere state aiutate, dimostrano che si tratta di un lavoro, quello di aiutare la gente a sfuggire ad una vita di violenza. Anche se mi venisse concessa la grazia non riposerei sugli allori. Qualche tempo fa ho avuto l’occasione di incontrare il presidente e manager del NAACP (National Association for the Advancement of Colored People), Bruce Gordon. Ne è risultato un programma di prevenzione della violenza che finanzierà il NAACP. Useranno i miei libri e altre opere per aiutare e insegnare a quelli che vogliono cambiare la loro vita».
La pubblica accusa dice anche che lei sta facendo pressioni non soltanto per ottenere clemenza, il che significherebbe ridurre la sua condanna a morte in un ergastolo, ma anche per un eventuale rilascio dal carcere. Sostiene che lei vuole uscire di prigione e che, ora, per questo motivo direbbe qualunque cosa sia necessario dire per poter presentare altri appelli.
«Beh, mettiamola in questo modo. Se i miei avvocati riescono a provare la mia innocenza, io non dovrei farlo? Sono certo che se l’infallibile DA (deputy advocate) fosse al mio posto, anche lui si batterebbe per l’innocenza. Loro non si arrendono. Perché, perché sono nero dovrei arrendermi? Perché sono stato uno dei fondatori dei Crips dovrei arrendermi? Loro cercano di dimostrare che la responsabilità di tutto ciò che hanno fatto i Crips è mia. Sono rimasto rinchiuso dal 1979. Sarebbe come dire che tutti i bianchi sono razzisti e dovrebbero essere ritenuti responsabili. Secondo me, dire che tutti i bianchi sono razzisti sarebbe assurdo. Questo equivale a dire che sono responsabile di tutti i reati commessi dai Crips».
Lei ha negato per 24 anni di aver ucciso quattro persone. Durante questo colloquio lo ha ribadito molte volte. Vuole dire i loro nomi?
«Scusi?» [La linea sembra essere stata interrotta. Silenzio] Risponde l’avvocato di William, Barbara Becnel. «Che razza di domanda è questa? In qualunque modo risponda, è fottuto. E una domanda razzista!»
(Copyright Newsweek-La Repubblica. Traduzione di Antonella Cesarini)   
Lunedì, 12 dicembre 2005


 

 

Pagina diario scritta da: AUG a 22:19 | link | commenti (1) | | Torna su
segnalazioni da altri blog

domenica, 11 dicembre 2005

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)  

 Internazionale   9 / 15  DICEMBRE2005 n. 620 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 6 dicembre 2005
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate
le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi       3.803     
Israeliani         1.019         
Altre vittime        75         
Totale               4.897         

Internazionale   9 / 15  DICEMBRE 2005 n. 620 pag. 14

 Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 6 dicembre 2005

 Iracheni              27.354  /  30.863
Americani                    2.130                              
Altre vittime                   201
        

  

Mentre ricopio, come ogni settimana, i dati che Internazionale pubblica, provo un senso crescente di frustrazione. Dietro quei numeri ci sono persone uccise, persone senza nome, senza volto, ormai irrimediabilmente sconosciute. I cadaveri dei militari di qualche paese aggressore al ritorno nella terra che li ha armati avranno un nome, una sepoltura … gli altri … chissà!
Oggi qualcuno di questi altri è diventato una sagoma in un filmato diffuso da Rainews24 e pubblicato giovedì 8 dicembre dal Corriere della sera on line (già da quel Corriere che aveva trasformato le oscenità cartacee di Oriana Fallaci in un’operazione editoriale a basso costo, ma non é il momento di interrogarsi sulle ragioni dell’incoerenza).
”E’ ancora vivo quello?”.   “Guarda come si muove ‘sto bastardo”.   “Guarda com’è bellino per terra”.    “Alza la testa …  ma dev’essere ferito di brutto”      ”Luca, annichiliscilo”
Sono le voci dei soldati italiani (da cui neppure l’ignoranza delle lingue straniere protegge), impegnati nell’agosto del 2004 a difendere i ponti sull’Eufrate, già conquistati e minacciati dagli attacchi dei miliziani di al Sadr.
”Ce n’è uno che corre!”   “Annichiliscilo!... segue virile bestemmia (e questa la censuro anch’io come un cavalier B. qualunque)”.   Luca ce la fa:  “Annichilito!”.   Seguono risate e grida di “Bravo Luca!”.
Non sappiamo se l’annichilito sia militare o civile, uomo o donna, vecchio o giovane ma ci è di conforto la precisazione, contestualmente trasmessa, che Luca non dovrà pagare da bere ai suoi camerati: appunto, ce l’ha fatta.
Per quanto una, dopo essersi sentita addosso il peso di uno stato che ha stracciato uno degli articoli fondamentali della Costituzione e ha mandato in guerra (lapsus.. in missione di pace)
i propri soldati in obbedienza alle frottole congiunte di Mr. Bush, di Mr. Blair e del cav. Berlusconi, sia capace di cinismo e quindi si sia detta che, sbeffeggiato il contratto sociale che ci dovrebbe legare, entrati in guerra (scusate, in pace altrove) dobbiamo mettere in conto il fatto che i soldati italiani siano attori di omicidi mirati e di massa e a ciò (come i terroristi, non li dimentico!) siano stati addestrati, resta sempre lo sconcerto della sorpresa che va oltre il mio cinismo. Non avrei mai immaginato che questi giovani in guerra/pace fossero capaci di sghignazzare di fronte ai sussulti dell’agonia di un uomo steso a terra.     E ora ho scoperto che è possibile.
Nei loro giovanili entusiasmi si inserisce una voce “Non sprecate munizioni!”.
Questa anonima presenza, così saggia e paterna, ci conforterebbe se immediatamente le voci dei giovani aggressor/difensori non si facessero preoccupate, concitate. Non sanno dove siano altri militari italiani, non riescono ad identificare i simboli che dovrebbero segnalarne la presenza.
C’è il rischio di spararsi addosso. A questo non li hanno addestrati così bene come alla leggerezza con cui sanno assistere alla morte (altrui).
Coraggio ragazzi. E’ già accaduto. Se mai aveste combinato qualche pasticcio sappiate (forse a scuola non ve lo hanno insegnato) che, durante la prima guerra mondiale, il “fuoco amico” si è sprecato. Io spero che non abbiate ammazzato anche italiani ma, se l’aveste fatto, sareste stati all’interno di consolidate tradizioni nazional-militari.
La responsabilità della pietà lasciatela a quelli che sanno che la morte non è solo la fine di una persona ma la devastazione di un mondo di progetti, affetti, speranze … per tante persone.
E il sapere che non un terrorista, ma un militare ha fatto tutto ciò, non consola chi piange.
Ma di questo non fatevi carico: sono certa che durante l’addestramento non ve l’hanno detto e certamente non ve l’ha detto neanche il cappellano, assolvendo le vostre bestemmie.

 

Più che di appartenere al genere umano mi sembra di appartenere a una specie non ancora estinta, ma alla deriva…
Per fortuna ci sono persone diverse da quella situazione di abiezione cui il cattivo-buon-senso vorrebbe ridurci.
Il 26 novembre a Bagdad Iraq sono stati rapiti da terroristi (anche questi addestrati alla accettazione senza problemi della morte altrui) alcuni membri del Baptist Peace Fellowship (Movimento della Riconciliazione) inglese, Si chiamano Norman Kember, Tom Fox, Harmeet Singh Sooden, James Lonely. Ne è stata annunciata la morte e sappiamo che il rischio è reale: il fanatismo non conosce pietà.       

Il sito web <www.ildialogo.org> ha riportato le parole della figlia di uno di loro 
7 dicembre 2005  LIBERATE MIO PADRE!  Lettera della figlia di Tom Fox.
Traduzione di Isabella Mangani, revisione di Graziella Perin          
www.traduttoriperlapace.org

"Sono la figlia di Tom Fox. Mio padre ha scelto di andare in Iraq e ascoltare chi non ha voce. Incontra famiglie che soffrono per la mancanza di persone care. Per gran parte del tempo passato in Iraq, ha cercato di far liberare dei detenuti. Non volevo che mio padre andasse in un Paese dove la sua cittadinanza statunitense potesse far passare in secondo piano le sue ragioni pacifiche. Ma mio padre è fatto così, si dedica con tutto l’impegno alla risoluzione pacifica dei problemi. È lì perché gli iracheni non vengono ascoltati e troppo spesso nemmeno aiutati. Deve essere stato rapito per sbaglio. Si trova lì solo per portare alla luce, o sotto i riflettori le esperienze di ogni iracheno che incontra. È lì per aiutare la gente. In pace, rispettosamente e pienamente.
Mi ha raccontato di essere stato bene accolto dalle famiglie che ha incontrato. Mi parla spesso della cortesia, della pietà e della compassione che ha conosciuto in quel Paese. I vicini lo vanno a trovare, portandogli cibo e gentilezza. Lo commuove il calore delle persone che ha incontrato. Nelle foto, nei filmati di questi giorni mio padre sembra tanto stanco. Talmente stanco. non voglio nemmeno immaginare quanto. Faccio fatica persino a trovare spazio per le mie emozioni.
Vorrei riuscire a comunicare quanto mio padre sia amato, ma più di tutto vorrei semplicemente abbracciarlo. Voglio trovare un modo per trasmettergli la forza che lui ha dato a me.
Voglio fargli vedere quanto la pace del suo cuore mi abbia illuminato e aiutato a trovare la mia strada nella vita.
Mio padre ha sempre amato viaggiare. Crede che il vero scopo del viaggio sia conoscere ambienti diversi dal nostro. Quando mio fratello e io eravamo piccoli, la nostra famiglia visitava una città diversa ogni anno. Prendevamo il treno o l’autobus e una volta arrivati cercavamo di girare a piedi il più possibile. Assaggiavamo cibi nuovi e visitavamo i musei. Ci perdevamo apposta per poter imparare un nuovo percorso per tornare. Eravamo bambini, e allora non capivamo sempre il valore di queste cose, ma mio padre ci stava insegnando a vedere una nuova opportunità in ogni fase della vita, programmata o inaspettata. Mio padre ama la vita all’aperto: quando viaggiamo in famiglia, andiamo sempre in qualche parco; nei fine settimana ci porta a fare escursioni sui monti Appalachi. Ogni volta che torna dall’ Iraq, mio padre visita la stessa montagna in Virginia. È il suo modo per ritrovare la centralità in se stesso e recuperare l’energia, per trovare la calma e la pace che spera di trasmettere agli altri.
Mio padre non era un marine, era un musicista. Rifiuta educatamente gli sconti per militari. Si esercitava al clarinetto tutti i giorni e quando mio fratello e io abbiamo iniziato a suonare, ci ha incoraggiati a fare lo stesso. Quel ritmo è ancora dentro di lui, apprezza la musica delle parole. Quando viaggia, porta con sé un registratore per poter esprimere la musica che è nel suo cuore.
Ma sopratutto mio padre sa ascoltare. Anche quando nessuno parla. Attribuisce valore all’onestà del silenzio. E quando parla, la sua voce esprime rispetto e gentilezza, una forza capace di farsi pacata testimonianza della vita che ha scelto di vivere.
Amo mio padre. Sono così felice di essere stata cresciuta da un uomo così affettuoso, onesto e gentile che continua a insegnarmi l’importanza di vivere secondo i miei principi.
È il mio sostegno e la mia guida.
Continuerò a pregare per lui e le persone con cui si trova, così come prego per una soluzione pacifica . Liberatelo, per favore. Ho bisogno che torni a casa "

Chi volesse vedere e ascoltare per intero (sono dodici difficili minuti) il video da cui ho ripreso qualche citazione, può andare al sito web:
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2005/12_
Dicembre/08/filmato.shtml

augusta  
                

 

 

Pagina diario scritta da: AUG a 08:11 | link | commenti | | Torna su
vittime di guerra, guerra conflitti e violenze, segnalazioni da altri blog, diari di augusta

mercoledì, 07 dicembre 2005

Cesare Beccaria Dei delitti e delle pene(1763)

Ma quali saranno le pene convenienti a questi delitti? La morte è ella una pena veramente utile e necessaria per la sicurezza e pel buon ordine della società? La tortura e i tormenti sono eglino giusti, e ottengon eglino il fine che si propongono le leggi? Qual è la miglior maniera di prevenire i delitti? Le medesime pene sono elleno egualmente utili in tutt'i tempi? Qual influenza hanno esse su i costumi? Questi problemi meritano di essere sciolti con quella precisione geometrica a cui la nebbia dei sofismi, la seduttrice eloquenza ed il timido dubbio non posson resistere. Se io non avessi altro merito che quello di aver presentato il primo all'Italia con qualche maggior evidenza ciò che altre nazioni hanno osato scrivere e cominciano a praticare, io mi stimerei fortunato; ma
se sostenendo i diritti degli uomini e dell'invincibile verità contribuissi a strappare dagli spasimi e dalle angosce della morte qualche vittima sfortunata della tirannia o dell'ignoranza, ugualmente fatale, le benedizioni e le lagrime anche d'un solo innocente nei trasporti della gioia mi consolerebbero dal disprezzo degli uomini.

Come sarebbe recensita oggi l’opera di Beccarla su Libero, su Il Foglio, su La Padania ecc. ecc. ? Non credo occorra una sfrenata fantasia per immaginarlo.
Certamente i Padani &C. possono trovare maggior conforto nel catechismo della chiesa cattolica di cui riporto l’articolo
2267 (fonte: www.vatican.va – sito ufficiale del Vaticano):

”L'insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell'identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l'unica via praticabile per difendere efficacemente dall'aggressore ingiusto la vita di esseri umani.
Se invece i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere dall'aggressore e per proteggere la sicurezza delle persone, l'autorità si limiterà a questi mezzi, poiché essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana.
Oggi, infatti, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l'ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo “sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti” [Evangelium vitae, n. 56].

Dall’Italia del 1763 passiamo alla California di oggi:

 Da www.peacereporter.net   Stati Uniti d'America - 07.12.2005   Solo Schwarzy può salvarlo
La storia di Stanley Williams, redento in carcere ma destinato all'esecuzione

Chi lo vuole morto ricorda che ha ucciso fisicamente quattro persone e indirettamente, grazie alla sua presa su tanti giovani finiti male, chissà quante altre. Chi chiede un provvedimento di clemenza dice che è una follia giustiziare un uomo che, dopo 24 anni nel braccio della morte, ha dato ampia prova di essersi convertito sulla strada della non violenza. Intanto i giorni passano e per Stanley Tookie Williams, fondatore di una delle più efferate gang di strada californiane, è cominciata quella che al momento è da considerare la sua ultima settimana di vita. Solo un uomo può ormai cambiare il suo destino: il governatore della California Arnold Schwarzenegger, che ha il potere di mutare l’esecuzione prevista per il 13 dicembre in un ergastolo. E la pena capitale, riemersa come tema di dibattito dopo il traguardo dei mille giustiziati dalla sua reintroduzione, ritorna a dividere gli Usa.
La violenza e la redenzione. Tookie Williams è oggi un uomo di 51 anni che attende il momento dell’esecuzione apparentemente in pace con se stesso. In carcere e soprattutto nel lungo periodo trascorso in isolamento, dice, “ho avuto modo di redimermi a 720 gradi: ero talmente perso che ho dovuto combattere i miei demoni in maniera più profonda degli altri”. Negli anni Settanta, a Los Angeles Williams fondò la banda dei Crips, responsabile di buona parte delle violenze attribuibili alle street gang californiane e per vent’anni impegnata in una sanguinosa lotta di potere con la band rivale dei Bloods, che gli contendeva il commercio del crack. Williams finì in carcere per l’omicidio di quattro persone in due diverse rapine (da un centinaio di dollari l’una) con la sua gang nel 1979: pur dichiarandosi (ancora oggi) innocente, fu condannato a morte nel 1981, e da allora è rinchiuso nel braccio della morte del famigerato carcere di San Quintino. Da dietro le sbarre ha scritto diversi libri per i ragazzi che mettono in guardia contro la facile attrazione delle band di strada (“non unitevi a una gang, non troverete quello che cercate ma solo guai, dolore e tristezza. Lo so, perché io l’ho fatto”, ha scritto in uno di questi). E' stato decisivo nel mediare per una tregua alla faida tra Crips e Bloods, e per questa sua conversione alcuni professori universitari hanno avanzato cinque volte la sua candidatura al premio Nobel per la pace.
Una causa che divide. L’anno scorso dalla sua storia Hollywood ha tratto un film, Redemption, con la star in ascesa Jamie Foxx. Lo stesso attore, insieme a stelle del rap come Snoop Dog (che è membro di una gang legata ai Crips) e attivisti come il reverendo Jasse Jackson, da settimane è impegnato in una campagna per la clemenza a Williams. Una petizione in tal senso ha già raggiunto 50mila firme. Iniziative simili, come quella dei governatori di regione italiani, si sono estese in molti Paesi. I giornali americani si dividono. Alcuni, come il San Francisco Chronicle (“è più utile da vivo che da morto”, ha scritto in un editoriale) e il Christian Science Monitor, si sono schierati in favore di Tookie. Altri, specie negli Stati più conservatori dell’interno, non si lasciano impressionare dai cambiamenti di Williams e vogliono la sua esecuzione: i più critici hanno dubbi sul suo pentimento, e credono che in realtà il fondatore dei Crips sia ancora in grado di manovrare l’organizzazione dal carcere.
Tutto sulle spalle di Schwarzy. La pressione su Schwarzenegger è aumentata e il governatore non la sta ignorando: domani, giovedì 8 dicembre concederà un’udienza di mezz’ora alla difesa e all’accusa per decidere sulla clemenza, un’opportunità che non ha concesso agli altri due detenuti giustiziati da quando è in carica. Sulla sua decisione, inevitabilmente, peseranno anche considerazioni di carattere
politico: i sondaggi dimostrano che due terzi degli americani approvano la pena di morte, ma se si precisa che l’alternativa è un ergastolo senza possibilità di revisioni di pena, la percentuale a favore scende al 50 per cento. Sia la Corte Suprema di Washington, sia quella californiana, si sono rifiutate di riaprire il caso di Williams. Schwarzenegger ha di fronte una questione difficile e finora non si è sbilanciato. Per lui in gioco non c’è solo il destino del giustiziato numero 1006. Qualunque decisione prenda, qualcuno in California lo criticherà.

da www.ildialogo.org  No alla pena di morte 
Blocchiamo l’esecuzione di Stanley “Tookie” Williams
Ne ho scritto in questo diario il 14 e il 28 novembre.
Adesioni aggiornate al 7 dicembre 2005 ore 16 -     1243      augusta

Pagina diario scritta da: AUG a 16:32 | link | commenti (1) | | Torna su
rassegnastampa, guerra conflitti e violenze

domenica, 04 dicembre 2005

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)  

 Internazionale   2 / 8 dicembre 2005 n. 619 pag. 17

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 30 novembre 2005
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate
le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.

Palestinesi       3.799     
Israeliani         1.014         
Altre vittime        75         
Totale               4.888         

Internazionale   2 / 8 dicembre 2005 n. 619 pag. 16

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 30 novembre 2005.
Iracheni              27.115  /  30.559
Americani                    2.110                              
Altre vittime                   201                          

Da www.ildialogo.org aggiorno il dato numerico della raccolta di firme per la campagna
No alla pena di morte 
Blocchiamo l’esecuzione di Stanley “Tookie” Williams
 
Adesioni al 3 dicembre 2005 ore 19, 40  1.039
(per informazioni si vedano anche i miei diari del 14, e 28 novembre)

SEGNALAZIONE:
Ho inserito, nella pagina “commenti” del mio diario del 25 novembre, la lettera ricevuta da un’amica che, per ragioni tecniche, non ha potuto provvedere ad inserirla da sé.
La ringrazio: i dialoghi sono una parte importante dei diari elettronici, forse la più interessante.
 
augusta

 ore 8.45
Riapro il diario per aggiungere una nota che riprendo dal sito <versovoltaire.splinder.com> e (datata 2 dicembre) che ritengo molto importante

Questa sera sul sito di Repubblica c'è stata una di quelle coincidenze surreali, che danno il peso, la misura dell'ignobile realtà che siamo riusciti a crearci in Italia, e a tollerarla indifferenti: La notizia principale riguardava il processo SME e la condanna di Previti a cinque anni, anche in appello. In piccolo, nella colonna delle notizie "rapide", a destra, c'era l'incredibile richiamo alla notizia così riportata: "Processo SME, Boccassini e Davigo assolti" . SIC !!! .  Evidentemente, siamo un paese (minuscolo) dove i giudici di primo grado vengono messi sotto accusa e processati per aver osato condannare un amico del presidente del consiglio, che contemporaneamente veniva ulteriormente processato e condannato in secondo grado.

Pagina diario scritta da: AUG a 06:52 | link | commenti | | Torna su
vittime di guerra, segnalazioni da altri blog, diari di augusta

giovedì, 01 dicembre 2005

Leggo su La stampa web di oggi:

”ROMA. L’aborto, la famiglia e il tema della vita tornano al centro del dibattito politico dopo la proposta di emendamento alla Finanziaria presentata da Ds e Margherita per dare assistenza economica alle donne che aspettano figli. Dal gennaio 2006, l’idea è di assegnare a tutte le donne con un reddito familiare non superiore a 40 mila euro annui, un contributo mensile di 250 euro a partire dal sesto mese di gravidanza. La norma del decreto fiscale che da oggi esenta gli enti ecclesiastici dal pagamento dell’Ici mette nei guai i Comuni che fino a ieri contavano soprattutto su quelle entrate e che ora protestano. L’Anci stima minori entrate per 600-700 milioni. Ambienti vaticani ammettono di aver fatto una stima superiore: un miliardo.”

Così, mentre s
i sottraggono ai comuni (e non solo) finanziamenti necessari per assicurare servizi, si introduce un elemento di indecente monetizzazione a controllo delle scelte delle donne.
Ci sono situazioni che richiedono anche un soccorso finanziario, ma non si può ridurre tutto a tanto gretto materialismo: spero che un cardinale diventato consigliere dei governo e di buona parte dell’opposizione, insieme a  un politico irresponsabilmente responsabile della monetizzazione di cui sopra, non vadano a spiegare il significato di un sussidio neoriparatorio a una minorenne violentata, assistiti o meno da qualche volontario “per la vita”.
E, a mio parere, questo materialismo sordidamente semplificatorio, distrugge la forma basilare della solidarietà costituzionalmente garantita che consiste nell’affrontare un problema, vederne le soluzioni storiche e terrene (senza lasciarsi prendere dalla tentazione di rinviarlo ai cieli o agli assoluti delle ideologie dei neocons e di coloro che li rincorrono per spinte elettorali) da cui conseguirebbero finanziamenti ai consultori, trasformazione di molti contratti a termine del personale che vi opera in contratti a tempo indeterminato e valorizzazione dei progetti che consentano di accompagnare i percorsi di autoderminazione della donna con informazioni rispettose e professionalmente responsabili.
Ma dei consultori molti (e purtroppo molte) si sono dimenticati.
Vorrei scrivere ancora, ma sintetizzo servendomi di qualche citazione di un articolo di Stefano Rodotà, già garante della privacy, comparso su Repubblica del 21 novembre, per dar voce ad un uomo i cui scritti suggeriscono dignità. Il testo, relativo alla “adozione degli embrioni”. contiene però alcune considerazioni valide oltre l’argomento specifico.
”Permane la considerazione della donna come contenitore … Tutto per l’embrione purché nasca.
.. alle donne si guarda con scarso rispetto. In un momento difficile e drammatico, qual è appunto quello della decisione di interrompere al gravidanza non si vuole offrire ad essa informazione e dialogo, ma imporre la presenza di attivisti, pregiudizialmente ostili alla decisione che potrebbe essere presa, con un inammissibile effetto di colpevolizzazione. Qui non é questione di essere laici o cattolici. E’ in gioco la dignità della persona, un valore davvero inviolabile”.

Tutto per l’embrione appunto. Dice infatti il catechismo ufficiale della Chiesa cattolica all’art. 2267


“L'insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell'identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l'unica via praticabile per difendere efficacemente dall'aggressore ingiusto la vita di esseri umani.
Se invece i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere dall'aggressore e per proteggere la sicurezza delle persone, l'autorità si limiterà a questi mezzi, poiché essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana.
Oggi, infatti, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l'ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo “sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti” [Evangelium vitae, n. 56]”.

Comunico che le firme della raccolta sostenuta da www.ildialogo.org contro l’esecuzione della condanna a morte di
Stanley “Tookie” Williams, l’afroamericano di 51 anni la cui esecuzione è fissata per il 13 dicembre 2005,  sono arrivate a 844 (30 novembre 2005 ore 22.59)

Ringrazio il responsabile del sito <notavinvallesusa.splinder.com> che ha voluto inserire un commento. o meglio aggiungere un’informazione nello spazio dei commenti al mio diario del 29 novembre.
Vorrei che molti lo facessero. Credo che i diari elettronici, se sostenuti da un dialogo, siano una risorsa in una situazione in cui luoghi di confronto e di elaborazione collettiva sembrano scomparsi o quasi.
E’ bene che le voci si completino e si intreccino. Io non sono in grado di seguire anche l’argomento della TAV, come altri che mi stanno a cuore, raccogliendo, valutando, trascrivendo le informazioni utili: potete trovare però molta documentazione nel sito citato sopra e in <battelloebbro.splinder.com>.                       augusta