Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Blogger: AUG
Nome: Augusta

Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

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mercoledì, 25 gennaio 2006

Oggi si svolgono le elezioni in Palestina.
Le immagini che finora sono giunte (ho trovato il meglio – corredato da foto- nel sito
www.bbc.co.uk) documentano uno svolgimento tranquillo, simile a quello che ho sperimentato lo scorso maggio durante le elezioni municipali, cui ho assistito a Betlemme e a Beit Sahour.
Andando al sito
www.peacereporter.net potrete trovare una indicazione “Aspettando la Palestina” dalla quale potrete risalire a una serie di articoli più o meno recenti.
Ce n’è anche uno mio. Si intitola “Un voto per Betlemme”:
Ciò non toglie che io sia (ed evidentemente non da sola) molto preoccupata. Ho trovato una sintesi delle problematiche più calde nel bell’articolo di Zvi
Schuldiner, un giornalista di cui ho più volte sperimentato l’attendibilità  Si trova ne Il manifesto del 24 gennaio con il titolo “Brutta vigilia”   (www.ilmanifesto.it)
 augusta

 Il nervosismo nei territorio occupati e in Israele cresce all'avvicinarsi del momento che tutti temono: domani i palestinesi eleggeranno un nuovo parlamento che non rappresenta tanto l'elezione di questo o quel parlamentare, ma il risultato di processi di fondo condizionati dall'occupazione, dalla politica israeliana e dal fallimento del governo palestinese. Il governo israeliano ha contribuito in svariate forme alla costruzione di questo risultato. Ieri è accaduto un fatto drammatico che illumina, forse tardivamente, sui risultati a cui ha contribuito il governo di Sharon: il prigioniero Barguti è stato intervistato da reti televisive che possono far arrivare la sua voce ai palestinesi. Perché? Secondo alcuni politologi e commentatori palestinesi, al di là dei problemi che vive la loro società, le elezioni sono un fenomeno positivo che permette il ritorno alla politica, al discorso politico. Significa affrontare alcune delle questioni che stanno danneggiando la società palestinese e, in tutto questo, c'è un'energia positiva che permette di pensare alla sua ricostruzione. Ma si tratta di una società civile in crisi, con gravi processi di disintegrazione.

La resistenza, il terrore e l'occupazione cominciano oggi a dare i loro frutti più terribili e l'anarchia è seria. Non si tratta della tradizionale rivalità tra Al Fatah e Hamas o altri gruppi.
In alcune regioni l'uso della violenza per fare spazio a ogni tipo di interesse - personale, familiare o di bande criminali - è all'ordine del giorno. Insieme al tanto celebrato ritiro unilaterale di Sharon è iniziato un nuovo tipo di violenta repressione nei territori occupati. Favorito dalla grande propaganda che presentava Sharon come un flessibile negoziatore, l'esercito israeliano sparava mentre il governo evitava ogni tipo di negoziato reale con i palestinesi. Dopo la ritirata unilaterale il governo israeliano ha «scientificamente» dimostrato ai palestinesi che la strada per veri negoziati non esiste. E' stato l'argomento migliore per convincere molti palestinesi che forse l'alternativa di Hamas sia un logico risultato. L'appoggio ad Abu Mazen e al suo governo è diminuito nella misura in cui venivano a galla i limiti dell'apertura israeliana ai negoziati di pace. Il consenso è diminuito ulteriormente quando Gaza si è rivelata come una grande prigione e la vita nei territori occupati peggiorava quotidianamente. Basta unire a tutto questo la corruzione e il processo di disintegrazione del governo palestinese, per capire perché tutti temono oggi una sconfitta di Al Fatah. Mentre Israele contribuiva con la sua politica repressiva alla crescente popolarità di Hamas ed evitava i negoziati con Abu Mazen o la liberazione dei prigionieri - atti che avrebbero rafforzato il leader palestinese e il suo partito -, la posizione del governo si induriva e metteva in guardia sugli effetti negativi che avrebbe l'elezione di Hamas o il suo ingresso nella futura coalizione. Sharon e il suo governo in fondo erano interessati a dimostrare al mondo «che non c'è partner ideale» e che si debba continuare con ritiri unilaterali su misura degli interessi israeliani, lasciando ai palestinesi enclave o bantustan.
Nell'establishment si discute il significato dell'eventuale entrata di Hamas nel governo palestinese. Alti ufficiali dell'esercito pensano che ciò porterebbe a una moderazione della linea e a una interruzione - forse temporanea - dell'uso del terrore. Intanto però prevale la linea che teme l'indurimento ed è questa la chiave per capire il perché dell'intervista a Marwan Barguti. Il governo israeliano si risveglia dalla sua stessa cecità e permette un'intervista televisiva a Barguti destinata a dare in extremis un piccolo aiuto ad Al Fatah. Una scelta che rivela più confusione che mai, che evidenzia quanto anche gli «eredi di Sharon» siano capaci in casi estremi di risvegliarsi dalla loro cecità politica, pur restando ostili a un vero processo di pace.  (zvi schuldiner)

Il 27 di questo mese si celebra  la giornata della memoria. Quel giorno non avrò il PC a disposizione; scriverò più avanti. Per il momento ricordo ciò che ho scritto in questo diario il 28 e 30 giugno 2005 a seguito di alcune mie visite allo Yad Vashem di Gerusalemme                                    augusta

 

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israele palestina, rassegnastampa, segnalazioni da altri blog

martedì, 24 gennaio 2006

Trascrivo dal Messaggero Veneto del 19 gennaio (come sempre dalle pagine della cronaca di Udine) e prego chi legge – e voglia considerare in continuità questa oscura pagina di storia militar/politica dell’Italia 2000 – di rivedere anche i diari del 6, 7, 14 di questo mese.
Sono pagine registrate anche nelle categorie “guerra, conflitti e violenze” e “rassegna stampa”, da cui possono essere raggiunte.
Per qualche giorno non potrò seguire la stampa locale, ma mi sono garantita in mia assenza la raccolta del quotidiano da cui finora ho tratto le notizie relative all’importazione – clandestina?- di armi, al loro stoccaggio –clandestino?- in una caserma (in odor di illegalità?) e ad azioni di saccheggio di irripetibili reperti archeologici (pro mensole dei salotti familiari o per  trafficanti del genere?). .
Se ci sarà qualche cosa da riferire lo farò: ho ancora vive le immagini degli avvenimento del 1964 quando,
il 7 agosto, Segni ricevette al Quirinale Moro e Giuseppe Saragat, ministro degli Esteri e, durante quel colloquio, fu  colto da malore. Si dimise, a dicembre, per grave infermità.
Ricordiamo, nei giorni oscuri degli anni ’60, il generale De Lorenzo, il principe Borghese, il piano Solo ecc. ecc.  La storia d’Italia si è poi svolta fra pagine aperte e misteri (piazza Fontana, per cominciare. Per finire –o meglio per continuare- la caserma Berghinz?).
In questa oscurità infinita perché dovrei fidarmi di un governo che ha svillaneggiato la Costituzione, a partire dalla devastazione dell’art. 11 (tollerato da numerosi, anche impensabili, sostenitori o almeno di persone che, pur vedendo, fingevano di non vedere), e di un esercito che ha assicurato l’invio di “volontari” in una guerra che, come minimo, si è fatta “mezzo di risoluzione di controversie internazionali” e rientra quindi nei divieti costituzionali violati?
Spero che qualcuno legga e sia in condizione di farsi carico del sollecito di una pubblica attenzione a questo episodio, il che non significa svilire il significato dell’inchiesta della Procura militare di Padova ma semplicemente attenderlo in modo che non passi inosservato e nel frattempo cercar di sapere e capire.
Oggi segnalo con piacere una opportunità in più di leggere queste note.
Nel sito de La Stampa (
www.lastamap.it), c’è uno spazio dedicato agli scritti di vari giornalisti. Quello della
giornalista Carla Reschia si chiama “Danni collaterali”e pubblica proprio notizie per  cui di norma non c’è attenzione; questo spazio dispone di alcuni link fra cui la giornalista ha inserito anche questo mio diario sotto il nome “Il diario di Augusta”.                                             augusta

Il pm della Procura Militare di Padova, Sergio Dini, si recherà lunedì e martedì a Gorizia e a Udine per effettuare un’attività di indagine nell’ambito dell’inchiesta aperta alla fine di dicembre sull’arsenale di armi irachene, non registrate, e con la matricola abrasa, ritrovato negli scantinati della caserma Berghinz, sede del terzo reggimento genio guastatori del capoluogo friulano.
Nei prossimi giorni il pubblico ministero conta di acquisire i primi risultati delle perizie disposte sui reperti archeologici ritrovati nel borsone di uno dei quattro militari che risultano indagati dalla procura padovana per i reati di peculato, introduzione clandestina e detenzione abusiva di armi da guerra.
Le fotografie digitali dei reperti babilonesi – tra cui vi sarebbero alcune formelle, parte delle quali in buono stato di conservazione e parte scheggiate, che potrebbero appartenere al rivestimento di una “zigurrat” … sono state già inviate agli esperti dei carabinieri per valutarne la provenienza, valore e antichità: Sulla base dei risultati potrebbero essere formulate dal pm Dini nuove ipotesi di reato  
<n.d.r. segue l’elenco armi e un riferimento all’indagine interna alle caserme, che ho già riportato nei diari precedenti>
Intanto da Nassiriya starebbero per arrivare duemila documenti: La procura militare di Padova, infatti, ha affidato ai carabinieri di Udine il compito di recuperare tutte le carte che potrebbero essere utili a ricostruire il “viaggio” che il container carico di armi ha compiuto, a bordo di una nave, dall’Iraq al porto di Monfalcone.

 

 

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donne, rassegnastampa, guerra conflitti e violenze, antica babilonia

domenica, 22 gennaio 2006

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

 

 Internazionale   20/26 gennaio n. 625 pag. 1

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 dell’ 18 gennaio 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate
le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi       3.838      
Israeliani         1.020          
Altre vittime        75          
Totale               4.933        

 Internazionale   20/26 gennaio n. 625 pag. 14

 Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 dell’ 18 gennaio 2006
Iracheni              27.814  /  31.348
Americani                    2.221                              
Altre vittime                   201  
                        

 

VITTIME DI ASSASSINII DI STATO

 

Fonte: www.ildialogo.org   
"Orso che corre" ucciso ieri mattina nel carcere di San Quintino. «E’ un bel giorno per morire» ha detto parafrasando le ultime parole del capo Sioux Cavallo Pazzo «Vi amo tutti».
Se ne va così l’indiano infermo messo a morte da Schwarzenegger
di Daniele Zaccaria (Liberazione, 18.01.2006)

Stavolta dead man walking non hanno potuto dirlo. "Orso che corre", all’anagrafe Clarence Ray Allen, infatti non poteva camminare, era paralitico: dead man not walking. Così ha dovuto attraversare il corridoio che porta al lettino del boia su una sedia a rotelle.
«Vi ringrazio tutti e vi amo: è un bel giorno per morire», ha detto il 76enne di origine cheyenne, parafrasando le ultime parole di Cavallo pazzo, il capo degli indiani Lakota (Sioux), irriducibile avversario delle "giacche blu", trafitto dalla baionetta di un soldato del Nebraska il 5 settembre del 1877. Anche se le tute dei secondini di San Quintino sono di un altro colore e il governatore Schwarzenegger non è il generale Crook, Ray Allen è morto pensando alla sua gente, agli indiani americani sterminati più di un secolo fa dai "visi pallidi". C’è infatti un filo crudele che unisce quel dramma collettivo alla vicenda individuale di "Orso che corre": l’accanimento, l’assoluta mancanza di pietà.
Ray Allen era anche cieco, sordo e gravemente malato di cuore. Era cioè un caso limite, o comunque avrebbe dovuto esserlo, persino per la giustizia proto-biblica dei cristiani rinati d’America, persino per la California del vendicativo ex attore di Hollywood, vera e propria fabbrica degli omicidi di Stato. A nulla però sono servite le centinaia di appelli delle associazioni per i diritti umani, dei governi stranieri specialmente europei. Puntuale come la morte è arrivato il "no" della Corte Suprema che ha definito «irricevibile» l’argomento dell’età avanzata e delle gravi condizioni di salute dell’uomo, accusato di essere il mandante di un triplice omicidio commesso nel 1980, quando già era condannato all’ergastolo per l’assassinio della fidanzata del figlio. Alle nove di ieri mattina (ora italiana) una dose di cianuro ha così interrotto per sempre il debole battito cardiaco di Ray Allen.
I testimoni dicono che, poco prima di morire, Allen abbia chiesto di incontrare uno sciamano pellerossa per «trovare la pace». Poi il rituale "ultimo pasto" che è stato molto ordinario a dire il vero: una bistecca, del pollo di una catena di fast-food, un dolce senza zucchero, gelato e latte intero. Come vuole la prassi, cinque persone hanno assistito, attraverso un vetro, all’agonia del condannato in due sale separate l’una dall’altra. Una giovane donna, conoscente di Allen, non ha sopportato la scena e si è sentita male, crollando priva di sensi contro una parete.
Dopo l’uccisione di "Tookie" Williams, l’ex leader-redento dei crips, celebre gang di Los Angeles, ucciso dal boia il 13 dicembre scorso sempre nel carcere di San Quintino, un’altra esecuzione mortale va a infoltire il macabro curriculum di Arnold Schwarzenegger, uno dei più prolifici giustizieri dell’America post 11 settembre (è la terza grazia che rifiuta da quando si è insediato), il quale ha giustificato l’assassinio senza troppi stati d’animo: «Clarence Ray Allen era un uomo maturo, insensibile e calcolatore, la decisione che ho preso è stata giusta». E’ dal 1969 che lo Stato della California non concede la grazia a un condannato a morte; all’epoca fu il governatore repubblicano Ronald Reagan a compiere un atto di clemenza nei confronti di un ritardato mentale. Poi la pena venne abolita fino al 1978, anno della sua reintroduzione. Se la giurisprudenza statunitense prevede diverse attenuanti per i crimini commessi in uno stato d’infermità psichica o in età molto giovane, non esiste altrettanta pietà per le persone anziane o gravemente malate, categorie considerate "abili e arruolate" per la forca da qualsiasi tribunale di uno Stato non abolizionista.
Le parole di Schwarzenegger, oltre all’esecuzione in quanto tale, hanno scatenato una comprensibile giostra di polemiche e accuse, soprattutto fuori dai confini nazionali, dove l’opinione pubblica è meno sedotta dalla legge del taglione. «Vedere il signor Allen spinto sulla sedia a rotelle verso la sala dell’esecuzione, incapace di camminare, senza la possibilità di vedere o sentire chi lo stava uccidendo è uno spettacolo che supera la decenza umana e viola l’ottavo emendamento della nostra Costituzione», s’indigna Annette Carnegie, una degli avvocati di "Orso che corre". Ma la sua voce sembra molto isolata in un paese dove i principali organi d’informazione danno molto più spazio al ringhio ferito dei parenti delle vittime che al dramma dei condannati a morte. Anche in questo caso le parole di Robert Rocha, padre di Josephine Rocha, uccisa da Allen nel 1976, hanno oscurato le critiche di chi ritiene un atto barbaro l’assassinio di un vecchio malato e infermo: «Era troppo vecchio per morire? Io penso che mia figlia fosse troppo giovane per morire», ha dichiarato il signor Rocha finendo in pasto ai grandi titoli dei giornali e dei notiziari televisivi, specializzati nel rimestare nel torbido. L’accusa più pesante per "Schwarzy" viene d’oltreoceano, precisamente dal britannico Terry Davis, Segretario generale del Consiglio d’Europa": «La pena di morte è una misura sempre inammissibile, ma legare un cieco di 76 anni a un lettino per iniettargli del veleno è un atto del tutto grottesco. In quanto amico degli Stati Uniti, attendo con impazienza il giorno in cui questo grande paese abbandonerà la pena di morte». Sulla stessa falsariga i commenti dei responsabili di Amnesty International, che denunciano la «crudeltà inusuale» del provvedimento. Come si è visto Schwarzengger non si scompone di fronte alle polemiche e si prepara a officiare alla prossima esecuzione capitale. Tra poco più di un mese infatti toccherà a Michael Morales, condannato per l’assassinio di una donna commesso nel 1981. E’ lui il primo della lista del boia a San Quintino.
Venerdì, 20 gennaio 2006

 

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vittime di guerra

sabato, 21 gennaio 2006

Voglio segnalare  una notizia che ho reperito nel sito web: http://ecumenici.altervista.org/html/index.php

U.C.O.I.I. Comitato interfedi olimpico. Unione delle moschee di Torino.
MARCIA PER LA PACE      Sabato 21 gennaio dalle ore 14.00 Da Corso Giulio Cesare, 6, attraverso Via Milano fino a Piazza Castello – Torino


Da tempi lontani gli uomini hanno cercato di porre freno alla loro aggressività, e nelle società antiche, particolari riti ed eventi erano occasioni di tregue sostanzialmente rispettate, periodi in cui era considerata altamente disonorevole ogni attività bellica, e durante le quali la sicurezza delle persone nei luoghi sacri o sacralizzati era tenuta in massimo conto. Questo avveniva tra l'altro, sia  nell'Arabia preislamica che nell'antica Grecia. Erano le società antiche dalle quali ci siamo evoluti fino a considerarle ''primitive'' e a ritenerci   più ''civili'' e più rispettosi dei diritti umani. Oggi, in questo mondo  sviluppato e civile, sembra che pace e sicurezza collettiva siano purtroppo diventate situazioni rare. Ciò nonostante vogliamo tentare di dare un segno chiaro del nostro impegno di credenti  e di  uomini e donne di buona volontà.
Sfileremo tutti insieme, cittadini  di Torino e di altre città d'Italia, affinché anche questa marcia sia un segno di pace e di partecipazione in occasione dei Giochi olimpici, Giochi che vogliono essere una grande festa dello sport e dell'amicizia tra i popoli e gli individui.
U.C.O.I.I.    -   Comitato interfedi olimpico      Unione delle moschee di Torino.

 invitiamo tutti i cittadini a partecipare alla marcia per un inizio felice delle olimpiadi invernali nella nostra Città e per la pace nel mondo.
SEGRETERIA ORGANIZZATIVA:  UNIONE DELLE MOSCHEE DI TORINO 338/6390129  -  347/3171856

 

 


Oggi ho comperato La stampa (che normalmente leggo per quanto consente il relativo sito web) per verificare se la notizia della marcia non si trovasse nella cronaca cittadina.
Nulla e nulla su altri siti web.
In compenso ho trovato profonda consolazione nel sapere che agli 11.000 giornalisti accreditati ai servizi di informazione olimpici è assicurata anche una sala shiatsu per rilassarsi.
Forse di rilassamento avrebbero avuto più bisogno i cittadini e le cittadine italiani di cui alla notizia successiva, sempre dal sito web de La Stampa                               augusta

DISASTRO FERROVIE  Treno senza toilette «Chi ha bisogno scenda: l’aspettiamo»
CUNEO. «L’unico gabinetto del treno è rotto, se qualcuno deve fare pipì si rivolga al capotreno: alla prossima stazione ci fermiamo e lo aspettiamo». Tanti hanno pensato a uno scherzo. «Sorridi, sei su Trenitalia», meglio di una sit-com. L’ennesima puntata delle «disavventure dei pendolari» è andata in onda ieri sera sul convoglio Torino-Cuneo.

 

 


 

 

 

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rassegnastampa

mercoledì, 18 gennaio 2006

Dell’articolo che segue riporto solo una parte (comunque è facile leggerlo interamente – la fonte è: www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200601articoli/1892girata.asp - e l’argomento é trattato dai maggiori quotidiani). E’ sufficiente per ricordare che il mondo cattolico non è quell’insieme uniforme caratterizzato dalla paura e dalla disciplina che piace agli atei devoti ma è formato da persone che hanno consuetudine a pensare e il coraggio di agire secondo un criterio di informata responsabilità, anche se ciò di questi tempi li isola.
Un dato curioso: “il 65,6% difende la legge sul divorzio”. Nel 1974 i cittadini italiani rifiutarono l’abrogazione della legge sul divorzio con il 59,3% dei voti. Oggi ce ne sarebbero di più?
Il referendum sulla fecondazione assistita, post intervento Ruini, può generare qualche preoccupazione.
Certamente non aiuta il fatto che i sedicenti laici non devoti abbiano spesso atteggiamenti di dissociazione del mondo cattolico considerato uniforme (e disciplinato!) e che la voce di chi pensa sia uscita solo attraverso le cifre di un sondaggio (è già qualche cosa ma non basta) e spesso non ci sia spazio  per chi pensa, desidera il confronto e non ama gli slogan ma preferisce il dialogo.                                                                         augusta

Da La Stampa del 18/1/2006 SONDAGGIO CHOC DELL’EURISPES. UN «POPOLO CRISTIANO» POCO PRATICANTE E DISUBBIDIENTE SU TEMI COME LA PROCREAZIONE

Gli italiani e la Chiesa: credenti favorevoli al divorzio, incerti sull’aborto di Flavia Amabile
ROMA. Sono quelli del «credo, ma in un Dio tutto mio». Oppure: «Credo in Dio non nei preti». E via dicendo in una sorta di religione fai-da-te che la Chiesa, quella con la c maiuscola, non vede di buon occhio. Papa Benedetto XVI l’ha stigmatizzata fin dal suo primo discorso, ma loro per come li ha fotografati l’Eurispes, sono sempre più numerosi. In base al Rapporto Italia 2006 dell’istituto di ricerca quasi il 90% degli italiani si professa «cattolico», ma solo un terzo è anche «praticante». Per la precisione, sono l’87,8% con una crescita di otto punti rispetto a quindici anni fa quando l’istituto compì un sondaggio analogo. «E’ una crisi non della religione ma della religiosità», sintetizza Gian Maria Fara, presidente dell’Eurispes. Perché sono il 36,8% coloro che adempiono al dovere cristiano di andare in Chiesa la domenica o più volte nella stessa settimana. Sorprendentemente, i giovani più praticanti degli adulti: va a messa ogni domenica il 30,8% degli intervistati che hanno tra i 18 e i 24 anni, e solo il 22,4% e il 28,5% di coloro che appartengono alle fasce 25-34 e 35-44 anni. La percentuale più elevata, però, appartiene alla fascia d'età 65 anni ed oltre (37,7%). Per tre intervistati su quattro (76,2%) si va in chiesa soprattutto per pregare. Il 16,4%, invece, va in chiesa solamente per tradizione familiare e un 14% ne avverte la necessità per trovare la «forza» nei momenti più difficili della vita. Molto più basse le percentuali dei credenti che frequentano la chiesa per chiedere una grazia (1,7%), per socializzare (1,8%) o per ringraziare di un dono ricevuto da Dio (5,9%). Più numerose le donne ad avere bisogno di pregare (77,4%). Gli uomini sono il 74,7%.

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rassegnastampa, diari di augusta

martedì, 17 gennaio 2006

CALIFORNIA, ESECUZIONE DI CLARENCE RAY ALLEN: PER AMNESTY INTERNATIONAL      UN ATTO DI ESTREMA CRUDELTA'
 
La Sezione Italiana di Amnesty International ha definito 'un atto di  estrema crudelta'' l´esecuzione di Clarence Ray Allen, indiano Choctow di 76 anni, messo a morte questa mattina in California tramite iniezione letale.
 
Nonostante le richieste di clemenza di Amnesty International e di altre organizzazioni per i diritti umani e i ricorsi dei suoi legali, che denunciavano che la pena fosse "crudele e inusuale", vista l´età e le gravi condizioni di salute di Allen, anche la Corte suprema, dopo il governatore Schwarzenegger, ha respinto ogni appello.
 
Clarence Ray Allen era stato condannato a morte nel 1982, accusato di aver commissionato gli omicidi di Bryon Schletewitz, Josephine Rocha e Douglas White. I tre avevano testimoniato contro di lui in un precedente processo per omicidio, per il quale Allen stava scontando un ergastolo. Secondo i suoi avvocati, Allen era stato condannato a morte in un processo fortemente dominato dal pregiudizio razziale. Inoltre, alcuni testimoni dell'accusa, coinvolti negli omicidi su commissione, avevano ritrattato in seguito la loro testimonianza. Durante il processo avevano dichiarato il falso perché era stato promesso loro che non sarebbero stati accusati dei tre omicidi.

  FINE DEL COMUNICATO Roma, 17 gennaio  2006

  Paola Nigrelli   Ufficio Stampa   Amnesty International - Sezione Italiana
  Via G.B. De Rossi, 10 - 00161 ROMA   Tel. 06 44.90.224 fax 06 44.90.222
  cell. 348-6974361 e-mail:
press@amnesty.it   Internet: www.amnesty.it

 

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rassegnastampa

domenica, 15 gennaio 2006

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

 

 

 

 Internazionale   13/19 gennaio n. 624 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 dell’ 11 gennaio 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate
le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi       3.830      
Israeliani         1.021         
Altre vittime        77         
Totale               4.928         

Internazionale   13/19 gennaio n. 624 pag. 14

 Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 dell’ 11 gennaio 2006
Iracheni              27.814  /  31.348
Americani                    2.210                              
Altre vittime                   201                          

Riporto, a seguito della consueta rubrica vittime, il primo testo della serie pubblicato un anno fa nel mio vecchio diario <betlemme.splinder.com>.
Non è mia intenzione fare confronti di cifre o ridurre gli assassini in guerra (siano azioni mirate di cecchini o stragi di massa) a un fatto quantitativo, ma anche la quantità aiuta a definire la dimensione e forse anche il significato di un evento.                                    augusta

Internazionale  14 / 20 gennaio 2005 n. 573 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (28 settembre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 12 gennaio 2005.
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.

Palestinesi        3.634   
Israeliani             973    
Altre vittime          75   
Totale                4.682

Internazionale  14 / 20 gennaio 2005 n. 573 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (12 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 12 gennaio 2005.

Iracheni           15.289 - 17.503
Americani                        1.357
Altre vittime                      160

 

 

 

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vittime di guerra

sabato, 14 gennaio 2006

Riprendo tristemente l’argomento di cui ho scritto il 6 e il 7 gennaio: il ritrovamento di armi e reperti archeologici dall’Iraq, il tutto clandestinamente importato e clandestinamente conservato (le armi in caserma, i reperti –sembra- in case private!). Ancora il solito Messaggero Veneto (chissà perché sempre in cronaca cittadina) riferisce la risposta data dal Ministro della difesa Martino a un’interrogazione proposta da un deputato DS sull’argomento.
Lasciamo perdere il fatto che parlare di difesa in relazione alla guerra in Iraq mi sembra…  non so se più buffo o più  illogico e veniamo alla breve cronaca del 13 gennaio.
Il Ministro precisa che
“la procura militare di Padova ha avviato l’inchiesta  … e che … allo stato vige sull’intera vicenda il segreto istruttorio” e che nel contempo “è stata avviata una ‘inchiesta sommaria’ da parte dell’esercito”. Poi ricorda i regolamenti militari da cui emerge ancora l’irregolarità di tutta la faccenda. E infine ecco l’elenco sommario di ciò per cui sono previsti particolari controlli: “sostanze stupefacenti, , armi e munizioni, materiale esplodente, oggetti d’arte e animali esotici”.
Segreto istruttorio sta bene e speriamo che prima o poi veniamo a conoscere almeno un pezzo di verità, ma io sono curiosa e mi sono messa a cercare via google.
Così mi sono imbattuta in un sito di settore (
http://www.paginedidifesa.it/2004/pdd_040906.html) da cui riporto un pezzo del 2 settembre 2004:
”Pagine di Difesa, 2 settembre 2004 Italfor Iraq, cambi di consegne e avvicendamenti 
(Testata giornalistica di politica internazionale e della Difesa - Direttore Responsabile: Giovanni Bernardi Registrazione Tribunale di Verona n. 1553 del 30.07.2003)
Il 3° reggimento genio guastatori (in teatro di operazioni nel periodo 20 maggio - 1 settembre 2004) ha dato vita alla Task Force Piave nella operazione Antica Babilonia. Ha operato in tutta l'area di responsabilità italiana in supporto alle diverse componenti della Joint Task Force (Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri) svolgendo attività connesse con la protezione delle forze (mediante la ricerca e distruzione di ordigni esplosivi), il pattugliamento notturno con funzioni anti-mortaio, l'effettuazione di scorte armate, la costruzione di rifugi anti-mortaio, il rafforzamento del perimetro difensivo delle basi occupate dal contingente, la sistemazione delle strutture di vigilanza.
Ha inoltre condotto ricognizioni tecniche specialistiche finalizzate a individuare i più idonei itinerari da impiegare durante l'attività operativa, la bonifica di ordigni esplosivi e residuati bellici in aree di transito, la costruzione di una rotabile, di una pista per veicoli cingolati e di aree atterraggio per elicotteri, nonché la bonifica di ordigni esplosivi e la demolizione di strutture pericolanti.
L'attività in supporto allo schieramento del contingente italiano ha compreso anche la costruzione di un potabilizzatore di grande capacità (1.800.000 litri al giorno), un bacino idrico capace di garantire 30 giorni di autonomia, e di un deposito per munizioni e carburanti. Alcuni dei dati più significativi: 104.453 ordigni e residuati bellici distrutti; 1.228 kg di esplosivo utilizzato; 177.171 chilometri percorsi; 2.700 ore lavoro delle macchine operatrici; 219.358 litri di carburante consumati”.

Allora c’era un sistema corretto per raccogliere le armi e persino un deposito per le stesse in Iraq ed è logico pensare che le armi raccolte e depositate (e quelle eventualmente trasferite) fossero registrate in un regolare verbale, che –alla caserma Berghinz di Udine - invece, secondo quanto più volte dichiarato, non esiste.
Il 14 gennaio, nonostante il segreto istruttorio, il Messaggero Veneto (implacabilmente solo nella cronaca di Udine)  torna sulla faccenda analizzando tempi e deposizioni dei vari militar-protagonisti  responsabili.
“L’arsenale clandestino… sarebbe arrivato .. nell’autunno del 2004, al termine della missione Antica Babilonia. … Al momento del passaggio delle consegne tra il colonnelli R. e Z. (n.d.r.: Il colonnello Z, arrivò a Udine a metà di novembre del 2004. L’iniziativa delle iniziali è sempre mia) i due ufficiali avrebbero visto anche gli armamenti portati a fine missione” …
Quindi sapevano di aver stoccato e di conservare, senza verbalizzazione alcuna, armi funzionanti e con i numeri di matricola limati .E, tanto per scendere di male in peggio (sempre dal MV/Ud 14/01e sempre in cronaca di Udine): “Poi, in una nota ufficiale, il generale C.D. … ha spiegato che le armi erano destinate alla ‘sala storica” della Berghinz, una sorta di museo. E le rimanenti, sarebbero servite per gli addestramenti”.
E io ripenso ai reperti archeologici di cui ho scritto il 7 gennaio…Non so se il militar burocratese comprenda i reperti archeologici fra gli “oggetti d’arte per cui sono previsti particolari controlli”.
Se così fosse, una conduzione regolare della vicenda ne avrebbe impedito l’esportazione, ma il reperto archeologico non è necessariamente importante perché espressione artistica bensì – artisticamente rilevante o meno, bello o brutto che sia – è testimonianza della storia di un popolo. Non può essere umiliato a soprammobile da salotto: e  i costruttori di democrazie in terra altrui dovrebbero esserne informati.
Chissà se gli alleati del presidente Bush lo sanno!                                          augusta

 

 

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rassegnastampa, guerra conflitti e violenze, diari di augusta, antica babilonia

giovedì, 12 gennaio 2006

Riporto il testo proposto oggi da www.ildialogo.org. che a sua volta ha ripreso la notizia da:
Agenzia MISNA del 11-1-2006                                                      augusta

STATI UNITI D’AMERICA  La guerra in Iraq costerà 10 volte più del previsto Ad affermarlo è il premio nobel per l’economia Joseph Stiglitz

 Il costo diretto e indiretto della guerra in Iraq sarà per gli Stati Uniti fino a dieci volte superiore rispetto a quello preventivato nel 2003 e in cui si parlava di una spesa non superiore ai 200 miliardi di dollari: lo sostiene uno studio elaborato dal premio Nobel per l’economia 2001, Joseph Stiglitz, e da una sua collaboratrice dell’Università di Harvard, Linda Bilmes. Secondo i nuovi conti di Stiglitz, da sempre fiero oppositore del conflitto in Iraq ma pur sempre premio Nobel per l’economia, calcolando l’aumentato prezzo del petrolio, il peso sull’erario delle pensioni che lo Stato dovrà pagare a vedove e invalidi di guerra, le cure di lungo periodo da somministrare ai - per ora - circa 16.000 soldati rimasti feriti e altro ancora, il peso finale dello sforzo bellico che il contribuente Usa dovrà affrontare per la guerra, nel periodo compreso tra il 2003 e il 2010, oscillerà tra 1.026 (nel caso più ottimistico) e 1.854 miliardi ma potrebbe arrivare tranquillamente a 2.000 miliardi di dollari, pari a un quinto del prodotto interno lordo di un intero anno per la prima potenza economica mondiale. Nel suo calcolo, tra l’altro, il premio Nobel ha anche inserito la graduale riduzione del contingente Usa in Iraq, come recentemente annunciato dalla Casa Bianca. Il governo degli Stati Uniti non ha per ora risposto al documento diffuso da Stiglitz e dalla sua collaboratrice.[LL]
 
Copyright © MISNA  Riproduzione libera citando la fonte.
Inviare una copia come giustificativo a: Redazione MISNA Via Levico 14  00198 Roma
misna@misna.org                                                                     

 

 

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rassegnastampa, guerra conflitti e violenze

martedì, 10 gennaio 2006

Trascrivo questo comunicato come l’ho graficamente ricevuto. Mi spiace di non saper interagire con i simboli informatici e di proporvi quindi ampi spazi bianchi che ,almeno a me, danno fastidio.
Chissà che prima o poi non riesca ad imparare a realizzare una grafica più decente..
Vi prego comunque di non trascurare i miei diari del 6 e del 7 perché la notizia delle armi occultate in una (o più caserme), accompagnate dal bottino di guerra di reperti archeologici, non deve essere occultata.   augusta

 

 

 

COMUNICATO STAMPA                                          da  Managua, 17 dicembre 2005

 

LEADERS RELIGIOSI E PREMI NOBEL LANCIANO

UN APPELLO MONDIALE ALLA RESISTENZA CIVILE NONVIOLENTA

PER PORRE FINE ALL’OCCUPAZIONE MILITARE DELL’IRAQ

 

Lo scorso 17 dicembre tre Premi Nobel, esponenti di diverse religioni, obiettori di coscienza, rappresentanti di associazioni e movimenti nonviolenti e pacifisti di 16 nazioni hanno lanciato un Appello per promuovere a livello globale azioni di resistenza civile nonviolenta per “porre fine all’occupazione militare dell’Iraq da parte della Coalizione guidata dagli Stati Uniti”. Tra i primi firmatari anche Cindy Sheehan, madre del soldato ucciso in Iraq che nell’agosto 2005 si è accampata davanti al ranch di Bush per chiedere invano di parlargli. Nell’appello si propone come prima data quella del 19/20 marzo 2006, terzo anniversario dell’invasione statunitense dell’Iraq. L’Appello propone pure alcuni esempi di azioni nella tradizione dei movimenti pacifisti nonviolenti degli Stati Uniti, da coordinarsi a livello mondiale.

 

Adesioni e comunicazioni possono essere inviate (entro il 13 gennaio 2006) a:

 

Padre Joe Mulligan, SJ, Managua, e.mail mull@ibw.com.ni

 

oppure a : Global Call to Action, Voluntown, CT, , e. mail: dm@aglobalcall.org;

 

Sito web: www.aglobalcall.org

 

Di seguito il testo dell’Appello per il quale si prevede un nuovo lancio con l’aggiornamento delle firme il 17 gennaio 2006

 

 

“A GLOBAL CALL”

 

APPELLO GLOBALE ALLA RESISTENZA CIVILE NONVIOLENTA

 

CONTRO L’OCCUPAZIONE MILITARE DELL’IRAQ

 

 

Invitiamo tutti i costruttori di pace del mondo a partecipare ad una campagna internazionale di resistenza civile nonviolenta di massa, con l’obiettivo di porre fine all’occupazione militare dell’Iraq da parte della Coalizione guidata dagli Stati Uniti. Ci coordineremo con azioni di resistenza civile nonviolenta e con manifestazioni autorizzate.

L’uccisione di decine di migliaia di civili, il ferimento di più di 100.000 persone,  la tortura e l’assassinio di prigionieri sotto custodia degli Stati Uniti – queste e altre realtà dell’occupazione sono la prova del terrorismo di stato perpetrato contro il popolo iracheno. Allo stesso tempo, piangiamo la morte di oltre 2.300 soldati delle “forze di coalizione”. Denunciamo pure le bugie (armi di distruzione di massa, legami tra Saddam Hussein e Al Qaeda) sbandierate nel tentativo di giustificare l’invasione.

 

 

Prima data per le azioni internazionali di resistenza civile nonviolenta:

 

19/20 marzo 2006, terzo anniversario dell’invasione dell’Iraq.

 

 

Le azioni

 

Oltre alle manifestazioni autorizzate, già programmate, organizzeremo sit-in, die-in e altre manifestazioni nonviolente per bloccare l’”ordinaria amministrazione”. Saremo all’interno o davanti alle sedi governative (comprese le basi militari e i centri di reclutamento) o delle aziende che traggono profitto dalla guerra. Saremo negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, ma anche negli altri paesi che partecipano all’occupazione illegale e portatrice di morte dell’Iraq.  Le azioni intendono denunciare che l’”ordinaria amministrazione” di questi governi è ”ordinaria amministrazione” della violenza, della morte e dello sfruttamento. E’ dovere dei cittadini responsabili intralciarla e fermarla.

 

Gli attivisti per la pace dei paesi i cui governi non sono coinvolti nella guerra in Iraq manifesteranno davanti alle ambasciate, ai consolati, alle basi militari statunitensi e britanniche.

Modalità proposte:

 

Inscenare un sit-in dentro o di fronte a sedi governative, ambasciate o basi militari statunitensi o britanniche in qualsiasi paese straniero e rifiutare di allontanarsi quando le forze dell’ordine intimano lo sgombero. Insistere per essere ricevuti dall’ambasciatore o dal comandante della base. Chiedere di ricevere da Washington o da Londra una dichiarazione precisa sulla data del ritiro totale delle truppe dall’Iraq. Sdraiarsi, inscenando la morte delle vittime della guerra. Opporre esclusivamente resistenza passiva. In ogni caso, gli attivisti devono essere consapevoli delle conseguenze che queste azioni di resistenza civile nonviolenta possono avere: potrebbero essere trascinati via di peso, potrebbero essere denunciati o arrestati dalla polizia.

 

Invitiamo tutti ad elaborare altre forme creative di resistenza civile e a condividere le loro proposte.

 

Ogni azione dovrebbe essere condotta alla presenza dei mass-media e contemporaneamente ad una grande manifestazione autorizzata in un luogo molto vicino.

 

Se coordineremo insieme numerose azioni, con un grande numero di partecipanti, in diverse aree geografiche, tutte nella stessa giornata, con il messaggio chiaro e condiviso, scegliendo tutti una tattica di rigorosa nonviolenza, l’impatto di queste azioni sull’opinione pubblica, sui mezzi di informazione e sui governi sarà fortissimo.

 

 

Questo Appello viene diffuso in tutto il mondo. Prevediamo centinaia di azioni in moltissimi paesi, tutte con lo stesso obiettivo: chiedere con forza la fine dell’occupazione militare dell’Iraq.

 

Seconda giornata internazionale di resistenza civile nonviolenta:

 

1 maggio 2006, Giornata internazionale dei lavoratori.

 

Sarà un’occasione per manifestazioni di massa in tutto il mondo dove si celebra e si mantiene viva la lotta di classe dei lavoratori. Si potrebbe in questa occasione evidenziare l’impatto della guerra sui poveri e sulla classe operaia mondiale.

 

 

Terza giornata internazionale di resistenza civile nonviolenta:

 

9 Agosto 2006, 61° anniversario del bombardamento atomico di Nagasaki.

 

Si chiederà la fine della proliferazione delle armi nucleari di distruzione di massa negli Stati Uniti e la fine del terrorismo di stato statunitense in Iraq.

 

Quarta giornata internazionale di resistenza civile nonviolenta:

 

11 Settembre 2006, quinto anniversario dell’attacco terroristico agli Stati Uniti.

 Servirà a commemorare e deplorare quest’orribile atto di violenza e denunciare la violenza terroristica che il governo degli Stati Uniti infligge all’Iraq col falso pretesto della “guerra al terrorismo”.

 

 

Prime adesioni:

(Firmatari di 16 paesi. Le adesioni sono personali: non sempre rappresentano l’adesione del gruppo o organizzazione di appartenenza)