Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

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martedì, 28 febbraio 2006

Oggi, 28 febbraio La Stampa ha pubblicato la notizia che trascrivo

L’ALLARME DELL’INVIATO SPECIALE JAMES WOLFENSOHN
Palestinesi in bancarotta Dall’Europa 121,5 milioni
Dall’Unione europea partono 121 milioni e mezzo di euro per evitare la bancarotta dell’Autorità nazionale palestinese. Si tratta di un finanziamento d’urgenza, stralciato in tutta fretta dai circa 300 milioni di euro previsti per il 2006, che la Commissione ha deciso di erogare prima che Hamas assuma formalmente la guida politica dei Territori. E non è un caso. Anzi, è una specie di corsa contro il tempo. Hamas è nella lista nera dei gruppi terroristi stilata dalla Ue e quando sarà al governo, per Bruxelles sarà molto più difficile gestire il flusso degli aiuti. Benita Ferrero-Waldner lo dice chiaramente: «Questi soldi servono ai bisogni primari dei palestinesi e vanno all’attuale governo di transizione».

Ieri ne aveva parlato, ben più estesamente e, a mio parere, ragionevolmente la BBC.
Per chi volesse misurarsi con l’ampio servizio ne do il riferimento del web site
http://news.bbc.co.uk/2/hi/in_depth/middle_east/2001/israel_and_
the_palestinians/default.stm


Ho invece tradotto, con l’aiuto di un’amica (grazie Monica!, un ampio articolo dell’ex presidente degli USA Jimmy Carter. L’articolo è stato pubblicato dal Washington Post e ne trascrivo il nome del web site che consente di leggerlo all’origine
Fonte: http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2006/02/19/
AR2006021901138_pf.html

Mi sembra che la posizione di preoccupata responsabilità che Carter esprime cominci a trovare qualche seguito. Ma è un argomento su cui spero di aver l’opportunità e il tempo di tornare.
augusta

Non punite i Palestinesi      Jimmy Carter      Lunedì 20 febbraio 2006

Considerati i risultati delle recenti elezioni palestinesi, è importante capire come proceda il processo di transizione e anche quanto siano importanti, proprio nel caso specifico, le azioni di Israele e degli Stati Uniti.
Sebbene Hamas abbia vinto ottenendo 74 seggi parlamentari su 132, il presidente palestinese Mahmoud Abbas mantiene il diritto di proposta e veto in materia legislativa: per annullare il suo veto occorrono 88 voti. Con nove dei suoi membri eletti in prigione Hamas ha soltanto 65 voti cui potrebbe aggiungere un qualsiasi sostegno della terza parte del parlamento. Inoltre Abbas ha il potere di scegliere e rimuovere il primo ministro, di emettere decreti con valore di legge quando il parlamento non è in seduta, e di dichiarare lo stato di emergenza.
Come comandante in capo può anche prendere l’ultima decisione per ciò che riguarda le Forze di Sicurezza Nazionale e i servizi segreti palestinesi.
Dopo la prima sessione della nuova legislatura, che ha avuto luogo sabato (n.d.r. 18 febbraio), i membri eleggeranno un presidente, due supplenti e un segretario.
Agli eletti in parlamento cui non é permesso di avere una posizione nell’esecutivo, perciò i massimi esponenti di Hamas, potrebbero scegliere di concentrare la loro influenza nel parlamento e proporre moderati o tecnocrati come primo ministro e componenti dell’intero governo.
Il primo ministro dispone di tre settimane per formare il governo e, per l’approvazione finale, si richiede il voto della maggioranza del parlamento.
Il ruolo di primo ministro fu significativamente rafforzato mentre Abbas e Ahmed Qureia svolgevano tale funzione al tempo di Yasser Arafat e Abbas ha annunciato che non sceglierà un primo ministro che non riconosca Israele o non aderisca ai principi basilari della "road map". Questo potrebbe tradursi in uno stallo del processo, ma le mie conversazioni con i rappresentanti di entrambe le parti lasciano capire che tutti vorrebbero evitare questo imbroglio.
Il portavoce di Hamas ha dichiarato. “Vogliamo un governo unito e di pace”. Se questa dichiarazione è veritiera, bisogna darle un’opportunità.
Durante questo tempo di incertezza nella formazione del nuovo governo è importante che Israele e gli Stati Uniti giochino un ruolo positivo. Ogni tacita o formale collusione fra i due poteri per distruggere il processo punendo i Palestinesi sarebbe controproducente e avrebbe conseguenza devastanti.
Sfortunatamente tali passi sono già avviati e sono noti nei Territori Palestinesi e nel mondo.
Ieri Israele ha deciso di trasferire i fondi (circa 50 milioni di dollari al mese) che i Palestinesi ricevono dalle dogane e dalle imposte. Forse è ancora più grave la decisione israeliana di impedire la libertà di movimento ai membri di Hamas eletti al Consiglio Legislativo Palestinese attraverso i più di cento posti di blocco intorno e all’interno dei Territori Palestinesi. Ciò comporterà ostacoli significativi all’effettiva operatività del governo.
Abbas mi ha informato dopo le elezioni che il debito dell’Autorità Palestinese ammonta a 900 milioni di dollari e che egli non sarebbe in grado di pagare gli stipendi di febbraio. Sapendo che Hamas erediterà un governo in bancarotta, i rappresentanti ufficiali degli Stati Uniti hanno annunciato che saranno assicurati tutti i fondi per il nuovo governo, incluso quanto occorre per pagare gli insegnanti, le infermiere, gli assistenti sociali, la polizia e il personale dell’assistenza. Finora non hanno acconsentito che il governo condotto da Hamas sia scavalcato  e che i fondi umanitari siano passati ai Palestinesi attraverso le agenzie dell’ONU responsabili per i rifugiati, la salute e altri interventi umanitari.
Questo sforzo comune per indebolire il governo degli eletti di Hamas punendo i privati cittadini può realizzare questo scopo, ma verosimilmente i risultati saranno di rendere ostile la già oppressa e innocente popolazione palestinese, di incitare alla violenza e aumentare l’influenza interna e la  considerazione internazionale di Hamas. Ciò non costituirà certamente un incentivo per Hamas o per altri militanti a moderare la loro politica.
L’elezione dei candidati di Hamas non può, al contrario, influenzare i colloqui di pace, poiché tali colloqui sono stati inesistenti per oltre cinque anni. Un accordo negoziato è l’unico sentiero per una soluzione duratura che preveda due stati, garantendo pace ad Israele e giustizia ai palestinesi. In realtà, se Israele vuole includere i palestinesi nel processo, Abbas può ancora giocare un ruolo unico nel negoziato come il leader indiscusso dell’OLP (non del governo che include Hamas).
Fu sotto questo ombrello e non sotto l’Autorità Palestinese che Arafat negoziò con i leader israeliani per concludere gli accordi di pace ad Oslo. Abbas ha mirato ai colloqui di pace con Israele fin dalla sua elezione un anno fa e nulla impedisce diretti colloqui con lui, neppure se Hamas alla fine non facesse rapidamente l’inevitabile passo verso la rinuncia alla violenza e verso il riconoscimento del diritto all’esistenza di Israele.
Non costituirebbe una violazione di alcun principio politico il fatto di dare ai Palestinesi almeno i loro soldi, il fatto di permettere che l’assistenza umanitaria possa continuare attraverso le Nazioni Unite e le agenzie private, il fatto di incoraggiare Russia, Egitto e altre nazioni a esercitare la massima influenza su Hamas affinché questo moderi la sua politica negativa, e il fatto di  sostenere il presidente Abbas nei suoi sforzi per allentare la tensione, evitare la violenza e tentare passi verso una pace duratura.

L’ex presidente Carter ha guidato un gruppo del Centro Carter e dell’Istituto Nazionale Democratico che ha osservato le elezioni palestinesi dello scorso mese

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rassegnastampa, guerra conflitti e violenze

lunedì, 27 febbraio 2006

                                                  SEGNALAZIONE

Ogni azione di mercato (anche di quello connesso alla guerra e al terrorismo) c’è un dare e un avere.
Io ho scritto di un episodio ancora aperto, registrando dal quotidiano Messaggero Veneto (chissà perché in cronaca di Udine e non in pagina nazionale) le notizie relative al traffico illegale di armi da guerra, al loro illegale deposito in una caserma e al saccheggio di reperti archeologici.
Il tutto fa capo ai militari italiani tornati dall’Iraq.
Ne ho scritto finora il 6, 7, 14 e 24 gennaio, il 3, 4, 12 e 17 febbraio.
Possiamo collocare questo insieme di notizie nell’immaginaria pagina dell’ “avere”.

Invece il blog <
b
attelloebbro.splinder.com> ha proposto in data 25 febbraio un interessante articolo che possiamo collocare nella pagina del “dare

ARMI/L'INDAGINE DI BRESCIA
 - Beretta connection Pistole della nostra polizia. Rivendute all'Iraq. E trovate anche in mano alla guerriglia. E ora una legge rischia di bloccare l'inchiesta di Peter Gomez e Marco Lillo

 

 

 

Tornando alla mia pagina dell’ “avere” Il 26 febbraio un ignoto lettore ha commentato:
 “La risposta alle tante stupidaggini che leggo scritte sui giornali e riportate qui da lei, la potrebbe avere chiedendo semplicemente di visitare la sala storica del reggimento, da sempre aperta a tutti.  In ogni caso, c'è un'inchiesta della procura aperta e non spetta certo a lei giudicare”.
Per me si tratta di un commento di estremo interesse che voglio analizzare.
Vediamone alcuni aspetti:
1.   la connessione fra la data del commento e la pagina di diario in cui l’intervenuto (non so come chiamarlo e quindi uso questa generica indicazione) si è espresso.
L’intervenuto infatti ha scritto il 26 febbraio, ma ha collocato il suo commento nel mio diario del 12. Perché ha scelto –fra otto dedicati all’argomento, di cui uno successivo – proprio quello? Una corretta ermeneutica imporrebbe la conoscenza di questo elemento e, poiché non lo so, non posso proporre supposizioni. Se poi l’intervenuto ce lo raccontasse … gliene sarei grata.

2.  
Lo stesso intervenuto dice che ho tratto i miei scritti (definiti “stupidaggini”) dai giornali. Ovvio: ne ho citato pedantemente e costantemente la fonte e dalla fonte ho riportato quasi tutte le dichiarazioni del procuratore militare, identificabili con virgolette.
E a questo punto si manifesta una contraddizione che non so risolvere.
Infatti l’intervenuto indica come stupidaggini non solo ciò che io ho scritto, ma anche ciò che hanno scritto i giornali ( le “
stupidaggini che leggo scritte sui giornali e riportate qui da lei”). Ora i giornali hanno riportato le dichiarazioni del procuratore militare
che io ho ricopiato. In entrambi i contesti-stupidaggini entrano anche –necessariamente – le dichiarazioni del procuratore militare, cui l’intervenuto in conclusione sembra affidarsi “c'è un'inchiesta della procura aperta e non spetta certo a lei giudicare”.
Che non spetti a me giudicare, d’accordo. Ma ciò non mi toglie, signor mio, il diritto di farmi pur stupide domande. Ma che senso ha un’attesa fiduciosa del parere di chi, una riga sopra, è stato inserito fra le stupidaggini?
Solo l’intervenuto ce lo potrebbe dire.
3.   Mi si invita a visitare la sala storica del reggimento. Lo farei se potessi prendere visione:
    a) dell’elenco delle armi (rubate, requisite? Che ne so!) stilato alla   fonte;
    b) della documentazione relativa al trasporto della medesime;
    c) del verbale relativo al loro deposito alla caserma Berghinz (di tutte, non solo
         di  quelle  esposte nella sala storica),
   d) del verbale della visita degli alti ufficiali che hanno visto    tempestivamente le armi
       (si  veda il mio diario del 6 gennaio)
So bene che documenti di questo tipo non sono mai (e opportunamente) in visione, a meno che non riguardino momenti storicamente conclusi e men che meno durante un’inchiesta giudiziaria. Quindi che ci verrei a fare nella sala storica?
4.   Veramente una cosa potrei farla e precisamente credo che potrei constatare l’assenza dei   reperti archeologici trafugati: trafugati in un’azione di saccheggio individuale (sono stati trovati in casa privata, in uno zaino) o per ordine bellico superiore?
Forse l’intervenuto potrebbe darci qualche notizia in proposito.
Secondo un articolo di Repubblica del 10 febbraio il saccheggio avrebbe un seguito medio orientale europeo con tappa a
Nassyria, Bagdad, Amman, Milano, Londra. Stupidaggini?
augusta

 

 

 

 

 

 Andate a leggerlo!

                                           ARMI e STUPIDAGGINI

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domenica, 26 febbraio 2006

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

 

 Internazionale   24 febbraio / 2 marzo n. 630 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 22 febbraio 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate
le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi       3.863      
Israeliani         1.022         
Altre vittime        75         
Totale               4.960         

I Internazionale   24 febbraio / 2 marzo n. 630 pag. 14

 Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 22 febbraio 2006

Iracheni              28.473  /  32.088
Americani                    2.280                              
Altre vittime                   204                          

 

 

                                                 Segnalazione 
Il blog <versovoltaire.splinder.com> ha pubblicato, in data 23 febbraio, un articolo di Tiziano Terzani, risalente all’ottobre 2001 e un’intervista (in voce e video) del giornalista scomparso nel 2004, concessa a RaiTre nel mese di giugno 2002.
Leggere e ascoltare Terzani fa bene: era un grande giornalista, sapeva scrivere e parlare con intelligenza e chiarezza, amava la libertà, ciò che vedeva gli stimolava curiosità e desiderio di capire.
Fate una visita a versovoltaire.
Ritroverete una delle voci che rischiamo di perdere, soffocata e sepolta sotto gli ululati beceri, la paura della diversità, la chiusura nel proprio tristissimo guscio che a tanti piace.
A me leggerlo è servito anche da antidoto al grigiore del manifesto lanciato dall’on. Pera, che ho voluto conoscere.
Che noia! La curiosità, la voglia di sapere sono piaceri che si pagano.  
Volete
fare una scorpacciata di luoghi comuni affogati nell’ovvio
?
Andate a
http://www.perloccidente.it/doc_integrale.php

 

Pagina diario scritta da: AUG a 08:29 | link | commenti (1) | | Torna su
vittime di guerra, segnalazioni da altri blog

giovedì, 23 febbraio 2006

Oggi scriverò un diario con pochi contenuti: prevarranno le indicazioni di accesso a vari siti e notizie. Ho sempre fatto uso di siti e blog come strumenti per uscire dall’uniformità dei media ufficiali. 
E allora cominciamo:

In http://www.articolo21.info/notizia.php?id=3138 potrete leggere
Appello alle autorità iraniane: basta con la pena di morte ai minorenni
di Nella Condorelli  Conferenza Stampa martedi 21 febbraio p.v.. h.11.00  Sala Stampa del Senato
Impiccare un’adolescente, e’ un atto di pura barbarie. Nel caso dell’Iran, che ha firmato la Convenzione ONU  sui diritti del fanciullo, costituisce anche un segno di arrogante dispregio nei confronti delle convenzioni internazionali che tutelano i diritti umani.
L’appello si può firmare andando a http://www.articolo21.info/appelli_form.php?id=59

Restando al tema minori potrete andare al sito:
http://www.dci-pal.org/english/home.cfm  e precisamente a
http://www.dci-pal.org/english/display.cfm?DocId=455&CategoryId=4
Qui troverete le indicazioni per accedere alla relazione della Conferenza internazionale: ''Kids Behind Bars'' (Ragazzini dietro le sbarre)e, nella pagina delle pubblicazioni, le indicazioni per acquistare (anche in lingua italiana) il DVD che illustra alcune esperienze carcerarie di minori palestinesi. Io ne ho visto finora l’edizione inglese. Merita di essere conosciuto,

Inoltre, a prova che c’era chi sapeva tempestivamente pensare, il blog <versovoltaire.splinder.com> oggi ha pubblicato un articolo di TizianoTerzani, ripreso dal Corriere della sera l’8 ottobre 2001 in risposta a urla della Fallaci post 11 settembre.
L’avevo conservato e mi sarebbe piaciuto pubblicarlo qui, ma la forma grafica del blog mal si presta all’immissione di testi lunghi e, là dove ho indicato, sarà agevole leggerlo. E’ quanto mai attuale.

Infine ringrazio l’amica Giovanna che mi ha inviato le sue traduzioni del
Rapporto settimanale sulle violazioni israeliane dei diritti umani nei Territori Occupati Palestinesi No. 6/2006 – dal 9 al 15 febbraio 2006 dal sito  di PCHR (Centro palestinese per i diritti umani) http://www.pchrgaza.org
  Purtroppo Giovanna non ha un suo blog e quindi non poosso rimandarvi a nulla, se non ricordare che, tra l’altro, ha riportato che “hanno sradicato 400 alberi nel villaggio di Beit Siera vicino a Ramallah”
Lo sradicamento degli olivi in Palestina produce ferite particolarmente evidenti.
Per ringraziare Giovanna del suo richiamo trascrivo un mio articolo pubblicato (con fotografie)  il 17 maggio dello scorso anno nel sito www.peacereporter.net
                             augusta

Nella piazza accanto alla Basilica della Natività (Manger Square) anche i più frettolosi pellegrini e turisti non posso ignorare il Peace Center, un edificio recente, voluto dalla municipalità di Bethlehem.. Sorge in luogo dell’edificio simbolo del controllo militare delle potenze che hanno dominato queste terre: gli ottomani per secoli e, dopo la prima guerra mondiale, la polizia della potenza mandataria britannica, poi quella giordana, quella israeliana e …e infine gli è stata negata la secolare, opprimente funzione per farne luogo di incontro e cultura.
Davanti al Peace Center c’è un olivo che così si presenta: “Sono grato a coloro che scelgono di tener viva la speranza. Ho 500 anni: Sono stato sradicato senza il mio permesso dal mio luogo originario (la terra di Khamis) a Bir-One di Beit Jala come migliaia di alberi in tutta la Palestina per far posto al muro dell’apartheid. Sono ancora vivo”.
Quando poco più di un mese fa ho letto la scritta mi si è stretto il cuore. L’olivo era totalmente privo di ogni germoglio, la sua scorza ruvida sembrava contenere un simbolo di vita negata.
Poi a poco a poco è comparso qualche germoglio ed ora i rami, corti ma evidenti, ne testimoniano la volontà di vita…. “Sono ancora vivo”.
Così ho voluto rivedere un altro olivo che avevo conosciuto alla fine del 2003, quando era stato inaugurato il monumento “ai martiri del Deheisha Camp”. Era il 25 novembre e ne avevo parlato in un mio diario ancora accessibile (betlemme.splinder.com). Accanto al monumento, carico di simboli (la pietra tipica del luogo, la forma della Palestina “storica”…), era stato piantato un olivo: anch’esso allora era solo un tronco, una scorza scura non certo ingentilita da fiocchetti di plastica azzurra che proteggevano ogni germoglio.
Anche quell’albero oggi è vivo, non ci sono fiocchetti di plastica perché i rami, pur se giovani, sono ben visibili; non mi sono potuta avvicinare per fotografarlo, ma si può scorgere alla sinistra del monumento.
Gli olivi sono un’espressione forte della vita in Palestina perché la produzione dell’olio sarebbe (se non ci fosse il non simbolico muro) una delle risorse importanti dell’economia di questa terra.
Nel “Bad” Museo di Bethlehem un antico torchio di pietra (bad) ricorda la continuità secolare di questa produzione. Nel piccolo museo mi aggiro da sola:, il passaggio sotto un arco che immette in una vecchia stanza è impedito da una ragnatela.
Non oso romperla. Con il ragno che l’ha costruita là dentro siamo vivi in due.
All’ingresso un giovane, che in una piccola stanza sta ripulendo antiche ceramiche, me ne indica le età: dall’età del bronzo si arriva a reperti dei XVI secolo. Mi saluta sorridendo: “Sono un archeologo, laureato a Bir Zeit”. Forse avrebbe voglia di continuare a parlare, ma io non saprei che dirgli; nel mio inutile percorso per quelle vecchie stanze mi è sembrato di vivere un’immagine dell’abbandono cui le potenze internazionali hanno condannato questa terra.

 

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lunedì, 20 febbraio 2006

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

 

 

 Internazionale   17 / 23 febbraio 2006 n. 629 pag. 17

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 15 febbraio 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate
le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi       3.858      
Israeliani         1.022          
Altre vittime        75          
Totale               4.955         

Internazionale   17 / 23 febbraio 2006 n. 629 pag. 16

 Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 15 febbraio 2006
Iracheni              28.293  /  31.900
Americani                    2.270                              
Altre vittime                   204                          

 

 

 

 

Haaretz 13/02/2006  Non boicottate i Palestinesi Danny Rubinstein

 

 

La vittoria di Hamas non deve servire da pretesto al governo israeliano per fermare il processo politico e per favorire il disimpegno dal dialogo con i Palestinesi. Sono passate circa tre settimane da quel terremoto politico che è stata la vittoria di Hamas, e ora è possibile, in larga misura, valutare la direzione degli sviluppi nella West Bank e a Gaza.
Evidentemente i responsabili di Hamas hanno una buona occasione di successo per il loro obiettivo di formare un governo di unità nazionale.
Essi mettono in gioco tre elementi che costituiranno il nuovo governo.: la rappresentatività di Hamas, la rappresentatività di Fatah e dei più piccoli partiti palestinesi e i tecnocrati. Nel breve termine, il che significa per poche settimane, i governi palestinesi in carica e quello futuro hanno fondi sufficienti.
L’attuale ministro dell’economia, Mazen Sinnukrot, diceva la settimana scorsa di aver avuto dal rappresentante del Quartetto, James Wolfensohn, l’impegno del versamento di 60 milioni di dollari dalla Banca Mondiale per coprire il periodo di transizione.
Insieme al denaro ricavato dalle tasse che il governo di Israele ha trasferito, ciò consente il pagamento dei salari e previene il collasso finanziario delle istituzioni dell’Autorità Palestinese.
Sebbene le numerose interviste e dichiarazioni politiche che Hamas ha rilasciato al Cairo, a Gaza e a Damasco siano state talvolta confuse e piene di contraddizioni, consentono di discernere chiaramente ciò che sta succedendo al movimento. I suoi responsabili sono consapevoli delle raccomandazioni dei paesi arabi e della comunità internazionale, ma sono fermi nell’opinione che per loro sia impossibile riconoscere lo stato di Israele. Comunque il tono delle loro dichiarazioni è cambiato. Ora, per esempio, i responsabili di Hamas dicono che il problema non è se loro riconosceranno Israele, ma se Israele riconoscerà i diritti dei Palestinesi. ”Nel 1993 con gli accordi di Oslo noi abbiamo riconosciuto lo stato di Israele e che cosa ne abbiamo avuto in cambio? Nulla”diceva Mousa Abu Marzook, uno dei responsabili di Hamas che si trovano all’estero. La dirigenza di Hamas sta cercando formulazioni intelligenti. Khaled Meshal, il capo dell’Ufficio politico di Hamas, diceva che il suo movimento non può opporsi alla posizione unitaria espressa nella risoluzione approvata dal vertice della lega Araba. Questa risoluzione, approvata a Beirut, dice di riconoscere e di voler la normalizzazione delle relazioni con Israele in cambio di un totale ritiro e della soluzione del problema dei rifugiati.
Al-Ghasala, il giornale di Hamas che viene pubblicato a Gaza, nel suo numero dello scorso venerdì solleva una serie di problemi, affermando che l’organizzazioni deve risolverli, comprese le modalità di prevenzione dei contrasti fra i poteri del governo e quelli del presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, e le modalità di azione che non revochino la firma degli accordi con Israele.
I responsabili di Hamas stanno cercando di camminare fra le gocce di piaggia (senza bagnarsi):
Essi non parleranno con Israele, ma, per ora, consentiranno ad Abbas e all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina di continuare il processo diplomatico. I loro rappresentanti nel governo non si incontreranno ufficialmente con i rappresentanti di Israele, ma consentiranno agli altri ministri di farlo e di continuare a farlo. Si stanno comportando così per acquisire legittimazione nella regione e nel mondo, e anche perché sospettano che il largo pubblico che li sostiene non farebbe nulla in favore del rifiuto del riconoscimento di Israele e del ritorno al terrorismo, ma soprattutto spera che Hamas stabilisca un cammino conveniente per il governo palestinese.
Nell’arena internazionale Hamas ha una buona probabilità di successo. L’invito della Russia ai suoi responsabili è stato l’inizio. Sembra che né i paesi europei né il mondo arabo cercheranno motivi di conflitto con Hamas che lo buttino nelle braccia dell’Iran e degli estremisti islamici; anzi arriveranno a un dialogo con Hamas.
In questa situazione ciò che serve è una politica di Israele che non ripeta l’abusato stereotipo  “è evidente che non abbiamo un partner da parte palestinese, non c’è possibilità di colloquio con loro”.
Dopo che Yasser Arafat era stato dichiarato partner impossibile per il suo sostegno al terrorismo, i Palestinesi hanno eletto Abbas come loro responsabile – l’uomo di cui il professore di Bir Zeit, Nazmi Juaba, aveva detto: “Non possiamo creare per voi un partner migliore di Abu Mazen [Abbas]”. Abbas è ancora in gioco. E’ un presidente con poteri reali, ha il sostegno della regione e del mondo, sta cercando una via per lavorare con il nuovo governo palestinese e insieme con il governo di Israele. Infine Israele non deve boicottare i Palestinesi a causa di Hamas

NOTA : Le mie considerazioni arrivano sempre tardi.
Può succedere che io senta nella breve trasmissione di Radio 3 alle 7 del mattino (cerco di non perderla: è nettamente migliore di Prima Pagina, ormai ben diversa dalla Prima Pagina di anni fa!) qualche notizia interessante e che decida di approfondirla: oggi, per esempio, si citava un articolo dell’ex presidente USA Jimmy Carter (o una sua intervista, non ho ben capito) sulle vicende palestinesi dopo l’annuncio di un governo Hamas. L’articolo purtroppo non è ancora disponibile in rete (se mai lo sarà, perché alcuni restano inaccessibili).
La traduzione dell’articolo di Rubinstein (editorialista del quotidiano israeliano Haaretz) è vecchia. L’articolo ha sette giorni. I tempi di traduzione sono quello che sono (grazie all’amica Giovanna che mi ha aiutato!).
Mi sono chiesta se quel che faccio abbia senso. Le notizie che sento però mi fanno temere che di qui a un po’ non ci sarà dato di fare nemmeno questo, e allora continuo, almeno per me.
Se poi il 9 aprile sarà la cresta di un’onda che criminalizzerà il dovere di pensare e soffocherà il diritto di parlare … staremo a vedere; io ne provo un disgusto anticipato e continuo a cercare di oppormi alla cultura che ci vuole contrapposti, chiusi in blocchi tutti uniformi al proprio interno e descrivibili secondo stereotipi.
Non so in che blocco sarò ficcata io dopo il 9 aprile, se l’esito elettorale premierà la cultura dell’ignoranza e della conseguente violenza che caratterizza l’attuale governo e i suoi alleati. L’irresponsabile rifiuto della conoscenza – che nel linguaggio gretto e rozzo della Lega esprime un preciso progetto personale e politico- spesso, ohinoi, sembra inquinare  anche l’opposizione, ma qui non contiene i germi della volontà di repressione che caratterizzano l’altra sponda (esemplare la significativa sintesi del saluto fascista ostentato da un calciatore di non so quale squadra).     Staremo a vedere ….
Oggi la mia opposizione agli stereotipi che criminalizzano in blocco i Palestinesi si è espressa ancora traducendo e dando voce a chi viene dai nostri media ignorato. Cito le date di analoghe pubblicazioni precedenti l’articolo di Rubinstein: 25 e 27 gennaio, 6 e 10 febbraio                       augusta

 

 

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rassegnastampa, vittime di guerra, diari di augusta

sabato, 18 febbraio 2006

Avevo scritto giovedì alcune mie riflessioni sul ministro Calderoli: non sapevo ancora dell’orrore di Bengasi, della strumentalizzazione di masse rese fanatica anche attraverso l’uso della religione. Su Calderoli non ho nulla da dire oltre quello che ho già detto: le sue azioni sarebbero state incoscienti e ripugnanti a prescindere dalla reazione che ne è seguita.
Devo però segnalare una mia espressione scioccamente ingenua, quando ho indicato, come comportamento analogo al nonnismo, il mobbing e non sono andata oltre.
Mi scuso per tanta ingenuità: oggi ho capito che, per la mentalità dominante, nell’Italia di Calederoli, di Pera, di Berlusconi, del card. Ruini & compagnia cantante è socialmente tollerabile lo stupro su ragazze minori, purché non vergini.
Quel che conta è il corpo nella sua più grossolana materialità, contenitore pesante di uno spirito (è qui che ci volevano riportare ed è qui che siamo tornati!) cui non è concesso essere libero, pensante, fondamento di una dignità che appartiene alle persona tutta intera e non anatomicamente spezzettata come piace a lor signori e cardinali annessi.
Riporto un articolo di Igor Man (uno dei pochi giornalisti che stimo e che ritengo competente di mondo islamico) che mi sembra contenga elementi interessanti                                       augusta

La Stampa 18 febbraio 2006.  Il ministro se ne vada.
Igor Man
Ci dispiace che undici o più libici siano stati uccisi dal «fuoco amico» della polizia della Jamahiria. In Libia comandano le masse, non si stanca di ripetere il colonnello Gheddafi nel suo Libretto Verde dove troviamo Rousseau (che Al Qaid, la Guida, afferma di aver letto solo dopo aver esplicitato la sua terza teoria), e inoltre Proudhon, Bakunin. Ci dispiace ma poiché il Colonnello gli integralisti li detesta è facile immaginare che la polizia, pur di impedire che i dimostranti distruggessero il Consolato italiano, abbia agito brutalmente.

Nell’aprile del 1976 uscendo dal compound dell’Università della Cirenaica dove Gheddafi aveva animosamente discusso con quegli studenti, vedemmo oscillare al vento caldo un camicione appeso a un palo-forca. Dentro il camicione c’era il corpo, inanimato di qualcuno. Si trattava, come subito ci spiegarono con terribile disinvoltura, di un «integralista» membro d’una confraternita giustappunto «fanatica e quindi antislamica».
Scriviamo tutto ciò per cercar di capire gli accadimenti di Bengasi. La dimostrazione, così sanguinosamente repressa, aveva come obiettivo il nostro Consolato, giustappunto. Era proclamato l’intento di protestare per la t-shirt esibita al Tg1 dal ministro italiano delle riforme Roberto Calderoli. E possiamo prender per buona fra le tante la versione (ufficiosa) secondo cui la polizia aveva appreso di «infiltrati» decisi a trasformare la protesta «in un assalto cruento». Va qui detto che, oramai da moltissimi anni, la tv italiana sia molto seguita in Libia, non soltanto dai nostri connazionali che vi lavorano, rispettati, apprezzati un po’ da tutti. La sbruffonata del ministro leghista che ha ignorato il garbato tentativo di frenarlo di un Mimun visibilmente irritato, è già stata giudicata inopportuna e antipolitica dal nostro ministro degli Esteri e non ci stupisce che il presidente del Consiglio abbia addirittura considerato opportune le dimissioni del Calderoli. Dimissioni alle quali il suddetto ministro non ha mai pensato: evidentemente era e rimane convinto d’aver agito spiritosamente.
Un po’ tutti in Italia hanno accolto con sconcerto le reazioni a posteriori, proprio «a freddo», di sedicenti islamici volte a condannare le vignette (invero infelici ma soprattutto brutte) pubblicate da un giornale danese di destra estrema. E’ apparso chiaro l’intento di montare un casus belli, fors’anche per qualche copia in più. Un po’ tutti, magari obtorto collo, abbiam detto e scritto che il direttore di quel quotidiano non avrebbe dovuto pubblicare le vignette infelici non già per censurare, ma soltanto per una questione di buon gusto. Siamo tutti contro la censura, non facciamo che riempirci la bocca di Voltaire eccetera ma nessuno, o pochi, vuol rassegnarsi alla realtà. E cioè che l’islam radicale ha dichiarato guerra agli ipocriti sulla terra. Che in primo luogo, nell’ottica integralista, sono i cosiddetti islamici «moderati» (vedi l’Egitto). Fatta pulizia in casa, l’islam integralista attaccherà il mondo occidentale, giudaico-cristiano con le due armi tremende che possiede: il petrolio, il terrorismo (anche suicida). Il profetizzato scontro fra civiltà passa per la cruna dell’attuale scontro fra religioni. Sarebbe ipocrita negarlo anche se, forse, tranquillizzante. Non senza coraggio ancorché, ovviamente, col placet del raiss, il settimanale storico del mondo arabo, l’egiziano Rosa el Yussef, che vanta una lunga tradizione di laicità, ha pubblicato un dossier che potrebbe definirsi catastrofico. Breve: usando l’urna elettorale, uomini e movimenti oltranzisti sono entrati nel parlamento di questo o quel paese islamico, segnando l’inizio di una lenta occupazione di tutti gli spazi moderati, parademocratici. La tragedia di Bengasi costringerà (verosimilmente) Gheddafi a straparlare e questo perché il Colonnello non è in buoni rapporti con gli ulema. Gheddafi ha emancipato la donna aprendole la carriera militare, ha rivoluzionato il calendario maomettano, insomma ignora gli ulema. Hanno tentato di ammazzarlo o di rovesciarlo non poche volte, ma il Saint Just beduino grazie alla sua baraka (l’infula di Dio) se l’è sempre cavata. Ma oggi non è ieri poiché ieri l’Iran era un paese islamico all’acqua di rose mentre oggi, con l’avvento dell’ex sindaco integralista di Teheran alla presidenza, aspira alla leadership del cosiddetto «islam riaffermato». Va detto ancora che l’Iran è sciita ed essendo, con la vittoria del khomeinismo, assurto a pesce pilota nel grande mar del petrolio, oggi pensa di monetizzare geopoliticamente il primato della Sh’ia. Attenzione: dopo secoli di mortificazione, lo Sciismo alza la testa. In Iraq le elezioni han dato il sì agli sciiti che sono la maggioranza islamica in Libano, e contano in Hamas.
La sbruffonata del ministro Calderoli in altri momenti non avrebbe preoccupato nessuno. Si tratta anche di una questione di scarsa eleganza e di modesto spessore politico. Certamente le dimissioni del Calderoli sarebbero un buon segnale di ragionevolezza, un recupero di stile. Ma non ci si illuda: l’islam radicale ha ambizioni enormi sicché la (sua) contestazione dell’occidente «neocolonialista e blasfemo» continuerà e non saranno certo rose e fiori. Ma val la pena di ricordare che mai, dico mai, nella sua lunga storia, l’islam sia riuscito a trasformare la contestazione in istituzione.

 

 

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venerdì, 17 febbraio 2006

Autocritica:
Avevo sempre pensato al ministro Calderoli come persona incapace di farsi responsabile di un atto in grado di stimolare (in altri evidentemente, non in se stesso) un pensiero che non fosse l’esigenza di prenderne le distanze.
Invece lo ha fatto, meglio di qualsiasi altro, indossando T-shirt su cui aveva fatto stampare le vignette che irridono al profeta dell’islam, Muhammad (a mia conoscenza una parola corrispondente a Maometto non esiste in lingue diverse dall’italiano). Mentre cercavo la parola più idonea a distinguere fra il rifiuto della libertà di stampa e la reazione (quella legittima s’intende, non quella violenta) alle immagini che mettono Muhammad alla berlina, proprio il ministro. Calderoli me l’ha data.
Infatti mi ha richiamato alla mente la differenza fra l’ironia (un’attitudine mentale che induce con leggerezza alla critica, al sorriso o almeno non offende) e lo scherno che è la beffa inaccettabile, esercitata con volgarità violenta dal forte sul debole, peggio che offensiva, umiliante e distruttiva.
/E’ vero che l’ironia può degenerare in sarcasmo, ma restiamo ai tue termini più semplici della questione).
Un esempio di scherno che di tanto in tanto emerge (soprattutto quando provoca morti): il nonnismo nelle caserme, insieme alle sue edizioni aggiornate, il bullismo nelle scuole e il mobbing sui posti di lavoro (in particolare se esercitato nei confronti di giovani precari/e).
Ecco perché quelle vignette richiamano (e qualche editorialista lo ha intelligentemente sottolineato) le storielle e le immagini –artatamente diffuse - nel periodo delle persecuzioni antiebraiche.
Se oggi è possibile ridere e sorridere delle storielle -spiritose e intelligenti- di Moni Ovadia, nessuno poteva fare altrettanto a fronte  delle storielle e vignette di allora, a meno che non facesse parte, a qualsiasi nazionalità appartenesse (anche italiana), dei “custodi” dei lager, categoria ancora in vita, formata da coloro che ne negano l’esistenza o sognano di rinnovarne la cultura.
Una volta trovata la categoria in cui collocare le magliette del ministro Calderoli ho pensato alle molte, tragiche fotografie che ho visto allo Yad Vashem, il museo dell’olocausto a Gerusalemme), scattate da soldati tedeschi per farsi beffa delle vittime.
E la categoria di “vittima” non è monopolio di un gruppo umano, quale che sia               augusta

Riprendo le mie notizie su caserme e saccheggi e continuo(e non intendo smettere) a registrare dal Messaggero Veneto (chissà perché in cronaca di Udine e non in pagina nazionale) le notizie relative al traffico illegale di armi da guerra, al loro illegale deposito in una caserma e al saccheggio di reperti archeologici:il tutto fa capo ai militari italiani tornati dall’Iraq.       Ne ho scritto il 6, 7, 14 e 24 gennaio, il 3 e il 4 febbraio .
Oggi ricopio parte dell’articolo di pag. 4 (sempre dal Messaggero di Udine del 16 c.m.) precisando che mi dissocio totalmente dall’espressione”
finito nel mirino non soltanto della magistratura, ma anche in quello dei “media”.       Magistratura e opinione pubblica non sono tiratori eserciti di un qualsivoglia esercito. 
                   
       
Alla Berghinz il capo dell’esercito.
Il generale di corpo d’armata, Filiberto Cecchi, capo di stato maggiore dell’esercito, ha visitato martedì alla caserma Berghinz il comando del terzo reggimento genio guastatori, unità che ha fornito il soccorso alle popolazioni colpite dal terremoto in Pakistan ed è rientrava in Italia proprio in questi giorni.
Dal generale Cecchi è arrivato un sicuro e sincero “incoraggiamento” per il futuro nei riguardi del reggimento Genio guastatori, nell’ultimo periodo finito nel mirino non soltanto della magistratura, ma anche in quello dei “media” che seguono con costanza lo sviluppo dell’inchiesta sulle armi irachene sequestrate proprio alla caserma udinese di via San Rocco.
Alla Berghinz, Cecchi è stato accolto dal generale di corpo d’armata Giovanni Ridinò, ….
(ndr:: segue una lista di “accoglienti” che termina con la fanfara)
I guastatori del terzo reggimento di Udine, inquadrato nella brigata di cavalleria Pozzuolo del Friuli, sono attualmente impegnati in una serie di attività sul territorio nazionale. Una parte è appena rientrata dall’operazione Domino per la sorveglianza di quei siti del Nord-Est ritenuti sensibili ad eventuali rischi di matrice terroristica e gli assetti tecnici specializzati in lavori stradali sono periodicamente attivati per plausibili concorsi in favore della protezione civile (ndr. Ho copiato come sta).
Gli artificieri nel solo anno 2005 hanno bonificato ben 400 residuati bellici degli ultimi conflitti mondiali su tutto il territorio del Triveneto
(n.d.r.: lavoratori indefessi hanno anche trovato il tempo di limare il numero di matricola dalla armi clandestinamente introdotte a seguito del saccheggio in Iraq! Lavoro straordinario?).
Il reggimento è stato impegnato nel recente passato nelle operazioni in Iraq e in Afghanistan, sugli altopiani di Kabul, dove a breve i guastatori torneranno per una nuova missione.
Sull’inchiesta per le armi irachene (n.d.r.  pro memoria: e i reperti archeologici?) vige il segreto istruttorio, anche se la visita del generale Cecchi è stata giudicata di buon auspicio in questo momento di difficoltà.

Non posso nascondere la preoccupazione che questo articolo mi suscita: ci vengono sciorinate le benemerenze del “reggimento Genio guastatori” (che quel “guastatori”
sia una premonizione?); nulla è detto invece sul trasferimento e stoccaggio clandestini di armi e sul saccheggio dei reperti archeologici.
La mia ipotesi che si stiano identificando capri espiatori di basso profilo comincia ad essere, per me, sempre più inquietante. E tale è resa anche dalla conclusione stravagante dell’articolo, che immagino costruito su una militar-velina.
Dice : “
la visita del generale Cecchi è stata giudicata di buon auspicio”. Scartata l’ipotesi sconveniente del generale ridotto a ferro di cavallo o altro, anche più improprio, aggeggio portafortuna, neppure considerata l’ipotesi sconveniente di un generale-silenziatore (devo essere certa che si tratti di un cittadino rispettoso delle leggi) mi chiedo cosa vuol dire.
E non trovo risposta: o meglio quelle che mi frullano in testa, e che per ora scarto, mi inquietano.                        augusta

Segnalazione:
La mia lettera al Messaggero Veneto, pubblicata nel contesto del diario del 13 c.m. e riguardante l’adeguatezza di un certo tipo di jeans ad esigenze cultuali, è stata integralmente  pubblicata dal quotidiano il 15 c.m.

 

 

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giovedì, 16 febbraio 2006

Il 7 febbraio ho pubblicato, ricopiandola dal Messaggero Veneto, la lettera che ancora trascrivo anche se, per segnalare il mio assoluto rifiuto a farne una questione personale, ho trasformato la firma in sigla. Ho segnalato però – e lo ripeto con determinazione- che, accanto alla sigla PCB,- quel signore si dichiara”DS, vicesindaco di un comune in provincia di Pordenone”

“Ho letto sulla stampa nazionale che ci sono alcuni candidati arabi ovvero mussulmani nelle liste che sostengono Prodi. Non ho nulla da eccepire, si tratta di cittadini italiani, che hanno gli stessi diritti di tutti, qualsiasi sia la fede religiosa professata., l’origine etnica e così via. Però non vedo messo in evidenza se all’interno delle liste che sostengono Prodi ci siano candidati di altra appartenenza. Si fa un gran parlare di amicizia per Israele, di attenzione alle ragioni di Israele, esiste anche l’associazione Sinistra per Israele. Ebbene, chiedo: nelle liste del centro-sinistra ci sono candidati che possiamo considerare esplicitamente “amici” di Israele? Ci sono candidati ebrei?
E naturalmente vorrei girare la stessa domanda al centro-destra che si fregia di essere “amico di Israele”, Gianfranco Fini in testa: quanti ebrei ovvero amici di Israele ci sono nelle liste di An, Forza Italia, Lega Nord e così via?” PCB

Ho ricevuto dal segretario regionale dei DS la lettera che di seguito trascrivo e che pubblico con disagio e dolore (perché conosco e stimo chi la firma), sottolineando il fatto che se PCB si identifica come DS e - peggio (perché coinvolge anche i cittadini che rappresenta a prescindere dall’appartenenza politica) – come vicesindaco, dovrebbe scusarsi e con lui dovrebbero scusarsi i responsabili dei DS.

Cara Augusta,
                        rispondo alla tua sollecitazione chiarendo da subito che l’impegno dei Democratici di Sinistra è sempre stato volto a promuovere, in ogni ambito in cui la politica è chiamata a dare degli indirizzi, le più ampie opportunità alle componenti plurali della nostra società.
Questo non è un assunto opinabile e discutibile, poiché è fissato per iscritto nello statuto stesso con il quale i Democratici di Sinistra hanno stabilito i  riferimenti valoriali e di principio che sostengono la loro azione politica.
Posto il richiamo ai valori democratici e antifascisti fondativi della Repubblica italiana, tali principi, si ispirano ad un pensiero laico, aperto, nel quale la libertà è strettamente legata all’uguaglianza, rifiutando ogni discriminazione di sesso e di orientamento sessuale, di razza, religione, cultura.
Conseguentemente l’azione politica dei Democratici di sinistra è orientata alla costruzione di una società aperta e plurale,
libera e solidale, giusta e sicura.
Diverrebbe contraddittorio se, nella necessaria e continua rielaborazione di queste consapevolezze, di fronte alle sfide della modernizzazione, il nostro partito assumesse posizioni relative e parziali,  le cui conseguenze fossero la legittimazione esclusiva di una determinata cultura piuttosto che di un'altra, di una religione piuttosto che di un’altra, e che questo divenisse in seguito il metro di giudizio nella definizione di ulteriori scelte e di nuovi indirizzi.
Lo sforzo di una sintesi alta è la sfida che accompagna l’impegno dei Ds. Un lavoro che legittima la “differenza”, poiché intesa come valore intrinseco della nostra società.
Coloro i quali, iscritti al partito, con qualsiasi atto pubblico non si dimostrano coerenti con queste posizioni parlano a titolo eminentemente personale e individuale.
Cordiali saluti.                                                                    Carlo Pegorer

La mia risposta:

Caro Carlo,
coloro che “parlano a titolo eminentemente personale e individuale” a titolo personale firmano.
Se si coprono dietro sigle di partito e (ma che orrore!) come rappresentanti di una popolazione, coloro che sono politicamente e istituzionalmente chiamati in causa, devono dissociarsi.
Io la penso così
Faccio mia – e ti trascrivo- l’affermazione di una lettera di Enrico Peyretti, che riprendo dal sito
www.ildialogo.org

“Spero che l’Unione vinca le elezioni e mi do da fare per questo. Ma se non decidete più chiaramente e qualificatamente una politica di pace positiva, avrete immediatamente l’opposizione del popolo della pace, del movimento mondiale per la pace e la nonviolenza, unico ‘varco della storia’ (Capitini).
Come diceva don Milani a Pipetta, siamo oggi con voi (e io discuto duramente con i tanti pacifisti e nonviolenti tentati di astenersi), ma domani vi tradiremo, perché è necessario andare più avanti di quanto voi state dicendo”.

Il rifiuto della cultura del razzismo, anche nelle sue forme più surrettizie è, per me, fondamento delle politiche di pace e il rispetto del dettato costituzionale, anche come frutto di una storia che dovrebbe diventare patrimonio comune, esige verifica costanti e non può, a parer mio,  nascondersi sotto una generica fiducia a priori.
Cordialmente                                                                                                            augusta

 

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lunedì, 13 febbraio 2006

Gli arabi-mussulmani (considerati tutti terroristi dalla scuola della signora Fallaci & C) diventano un utile – e perciò rispettabile- oggetto di mercato?
Trascrivo alcuni passi di un articolo del Messaggero Veneto dell’11 febbraio.

Made in Udine il jeans mussulmano
“Verranno lanciati sul mercato a partire da domani e sono stati disegnati e realizzati da una ditta di Udine i jeans voluti appositamente per il mercato mussulmano.
Il progetto <…> è nato dalla ditta “Al Quds” che malgrado il nome (in arabo è l’appellativo della parte arabo-islamica di Gerusalemme, la “città santa”) ha la sua sede legale e operativa a Udine <…>.
Il pantalone “Al Quds” si presenta dunque come il jeans per i mussulmani non solo per il nome che è stato scelto ovviamente in lingua araba, ma anche per tutta una serie di accorgimenti adottati nel corso della realizzazione.  <…>  Prima di arrivare al disegno definitivo per questo jeans dedicato ai clienti del mondo arabo, è stato anche studiato a lungo lo stesso mondo mussulmano, per comprenderne eventuali necessità, avvalendosi persino della consulenza di rappresentanti di questo mondo.
Ed ecco dunque che il jeans per arabi avrà un taglio ampio (più comodo ad esempio per inginocchiarsi per la preghiera), no vita bassa, tasche ampie per contenere tutti gli oggetti che sono indossati durante la preghiera (orologi, braccialetti, occhiali etc.), impiego di filo verde per le cuciture (uno dei colori preferiti dal mondo arabo/mussulmano), nessun tessuto strappato o particolarmente consumato o stinto.
Prodotto materialmente in paesi di religione mussulmana (come ad esempio il Pakistan) comincerà la sua strada si proposta al pubblico nei centri commerciali XX”.

Seguono altre considerazioni, compreso il nome del centro commerciale che non ritengo opportuno trascrivere e la firma …. (fe.ba)

Mi hanno detto che l’iniziativa è stata pubblicizzata anche al TG regionale: questo non lo so perché, in quest’era lego-berlusconiana straripante, alla TV guardo preferibilmente i gialli serali e mi tengo alla larga dalle trasmissioni in cui il Presidente del Consiglio e i suoi simili potrebbero apparirmi davanti in atteggiamento per me molesto.
Quindi mi fermo all’articolo.
Cominciamo da un clamoroso errore: si afferma che Al Quds”in arabo è l’appellativo della parte arabo-islamica di Gerusalemme, la “città santa”.
Non è così: Gerusalemme è la traduzione dell’antichissimo nome ebraico della città e Al Quds, la santa, è il suo nome arabo, che le appartiene da quando il califfo Omar la conquistò (nel 638) senza spargimento di sangue ma per mezzo di una trattativa con il patriarca Sofronio. In seguito a quella conquista gli Ebrei, cacciati dai Romani nel 135 e.v. (e minacciati di morte se fossero entrati in Gerusalemme) poterono rientrare in città.
Che poi la città vecchia, chiusa dalle splendide mura fatte costruire da Solimano il Magnifico nel XVI secolo, sia divisa in quartieri (quattro, lo dice la parola stessa!) … questa è altra questione.
Quanto alla descrizione che lega curiosamente moda e religione … l’affido a chi se ne intende. Per ciò che mi riguarda durante i miei soggiorni in Palestina e nel corso di altri viaggi in paesi arabi ho visto persone con la tunica, con abiti occidentali, con jeans normali e con jeans  stretti…l’abbigliamento non era determinante nell’identificare la loro appartenenza religiosa (e perché doveva esserlo? E perché poi in paesi dove la multiculturalità è un dato di fatto ormai secolare che ancora le violenze di gruppi fanatici non hanno distrutto?) e non ho mai sentito parlare di esigenze jeansico-religiose.
Ci sono però due fatti che mi lasciano perplessa: uno è la delocalizzazione (problema non piccolo anche in relazione ai locali problemi occupazionali) ricoperta con pretesto religioso (“
Prodotto materialmente in paesi di religione mussulmana, come ad esempio il Pakistan”)
e l’altro, che pur trovo intrigante, riguarda forse più la Francia che l’Italia, ma non è neppure estraneo alle nostre diffusamente precarie cognizioni in materia di pluralismo, multicultura, intercultura.
Mi sembra infatti che in Francia sia vietato nelle scuole e nei pubblici uffici ogni abbigliamento con significato religioso. La polemica è nata dal velo islamico ma, se non erro, le espressioni che la caratterizzano sono abbastanza generalizzanti e vanno oltre l’occasionale punto di partenza.
Come la mettiamo con i jeans da inginocchiamento? Ci sarà un rapporto ottimale larghezza del jeans-ginocchio che, pur facilitando la preghiera, non sia identificabile come improprio segno religioso?  Chi andrà a manipolare le gambe dei credenti per verificare se si recano alla preghiera con un –proibito- simbolo religioso alle ginocchia o con un “laico” jean a cuciture verdi?
Attenzione, tanto per cominciare, al mercato francese signori dei “jeans mussulmani” (ma forse la cosa non vi preoccupa dato che avete “persino la consulenza” di rappresentanti del mondo mussulmano!!               augusta


Ho scritto anche al Messaggero Veneto la lettera che segue, naturalmente firmata.
Se verrà pubblicata ne darò notizia

Mi è capitato di leggere sul Messaggero Veneto di sabato 11 febbraio l’articolo “Made in Udine il jeans mussulmano”.
Desidero segnalare subito un errore a mio parere grave.      Dice l’articolo: “Il progetto <…> è nato dalla ditta “Al Quds” che malgrado il nome (in arabo è l’appellativo della parte arabo-islamica di Gerusalemme, la “città santa”) ha la sua sede legale e operativa a Udine <…>”.
Non è così.
La città vecchia, chiusa dalle splendide mura fatte costruire da Solimano il Magnifico nel XVI secolo, é divisa in quartieri (quattro, lo dice la parola stessa!) … ma questa è altra questione.            Non ci sogneremmo mai (e sarebbe gravemente scorretto) di indicare come Gerusalemme (traduzione dell’antichissimo nome ebraico) il solo quartiere ebraico della città vecchia. Allo stesso modo non è corretto chiamare Al Quds il solo quartiere mussulmano, come pretende l’articolo che ho citato.
Infatti Al Quds, la santa, è il nome arabo di Gerusalemme, che le appartiene da quando il califfo Omar la conquistò (nel 638) senza spargimento di sangue ma a seguito di una trattativa con il patriarca Sofronio.
Tralascio varie considerazioni. Mi limito a testimoniare che mai, anche durante una mia recente permanenza in Palestina – dove pur ho incontrato numerose persone anche mussulmane e dove il jeans è indumento diffuso - mi sono stati posti problemi di carattere jeansico-religiosi (posso chiamarli così?).
Voglio infine segnalare la possibile pericolosità di quel “Prodotto materialmente in paesi di religione mussulmana, come ad esempio il Pakistan” che potrebbe diventare espediente per dare a delocalizzazioni della produzione locale una impropria copertura religiosa.      (segue la firma)

 

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domenica, 12 febbraio 2006

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

 

 

 Internazionale   10/16 febbraio 2006 n. 627 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 dell’8 febbraio 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate
le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.

Palestinesi       3.854      
Israeliani         1.022         
Altre vittime        75         
Totale               4.951         

 Internazionale   10/16 febbraio 2006 n. 627 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 dell’8 febbraio 2006

Iracheni              28.293  /  31.900
Americani                    2.261                              
Altre vittime                   204                          

 

 


Continuo invece  testardamente a registrare dal Messaggero Veneto (chissà perché in cronaca di Udine e non in pagina nazionale) le notizie relative al traffico illegale di armi da guerra, al loro illegale deposito in una caserma e al saccheggio di reperti archeologici:il tutto fa capo ai militari italiani tornati dall’Iraq.     Ne ho scritto il 6, 7, 14 e 24 gennaio, il 3 e il 4 febbraio.
Dopo di allora –e fino ad oggi, domenica – il quotidiano è intervenuto due volte: il 10 febbraio, annunciando l’interrogatorio dell’ex comandante della caserma, il colonnello MR e l’11 febbraio, sabato, con un articolo nella quinta pagina della cronaca cittadina, che riporta qualche altro elemento di squallore che è opportuno non dimenticare.

Berghinz, l’ex comandante non parla di Antonio Granzotto
Il signore citato sopra (che indicherò come colonnello R), interrogato dal procuratore militare di Padova
“si avvalso ieri mattina della facoltà di non rispondere davanti al magistrato che lo aveva convocato per l’interrogatorio. Accompagnato dal suo legale … l’alto ufficiale si è presentato in divisa…”. Prima di lui aveva fatto altrettanto il capitano SV, “convocato il 27 gennaio scorso”.
”Dei quattro militari coinvolti in questa vicenda solo uno (sinora) ha illustrato la sua posizione e cioè l’attuale comandante della caserma Berghinz di via San Rocco a Udine … il colonnello SZ. L’ufficiale, che vanta un curriculum professionale prestigioso in quando ha partecipato a numerose missioni all’estero, si sarebbe giustificato davanti al PM affermando di essere stato informato della presenza dell’arsenale, ma che il colonnello R. (che aveva guidato al missione dei Guastatori a Nassyria nell’operazione Antica Babilonia da maggio al settembre 2004) quando gli aveva ceduto il comando della caserma udinese lo aveva assicurato della regolarità della presenza delle armi. I pezzi provenienti dall’Iraq e sequestrati alla guerriglia locale avrebbero dovuto essere utilizzati parte per la realizzazione del ‘Museo delle armi’ e parte per l’addestramento”.

Sorvolando sulla significatività dell’abbigliamento (che significa presentarsi in divisa trascurando giacca e cravatta?) ci sono altre affermazioni –che il cronista diligentemente registra – che restano incomprensibili.
Il colonnello sarebbe un ufficiale “prestigioso” per aver partecipato a missioni all’estero….beh io il prestigio non glielo negherei solo  dopo che mi fosse assicurato che in quelle missioni non ci siano stati trafugamenti di armi e saccheggi.
E ancora: il bottino sarebbe stato qualificato come materiale per il “museo delle armi”. Che senso ha considerare armi da museo pezzi più volte dichiarati funzionanti?
E ancora: in un museo l’indicazione della fonte è un elemento base di conoscenza, qualche che sia l’oggetto considerato. Che significato attribuire alla cancellazione dei numeri di
matricola?
E ancora: è legittimo nell’esercito italiano fare addestramento con armi trafugate e con la matricola abrasa?
Fra tutte queste domande senza risposta (per ora o per sempre?) emerge una sola cer