L’ALLARME DELL’INVIATO SPECIALE JAMES WOLFENSOHN
Palestinesi in bancarotta Dall’Europa 121,5 milioni
Dall’Unione europea partono 121 milioni e mezzo di euro per evitare la bancarotta dell’Autorità nazionale palestinese. Si tratta di un finanziamento d’urgenza, stralciato in tutta fretta dai circa 300 milioni di euro previsti per il 2006, che la Commissione ha deciso di erogare prima che Hamas assuma formalmente la guida politica dei Territori. E non è un caso. Anzi, è una specie di corsa contro il tempo. Hamas è nella lista nera dei gruppi terroristi stilata dalla Ue e quando sarà al governo, per Bruxelles sarà molto più difficile gestire il flusso degli aiuti. Benita Ferrero-Waldner lo dice chiaramente: «Questi soldi servono ai bisogni primari dei palestinesi e vanno all’attuale governo di transizione».
Ieri ne aveva parlato, ben più estesamente e, a mio parere, ragionevolmente la BBC.
Per chi volesse misurarsi con l’ampio servizio ne do il riferimento del web site http://news.bbc.co.uk/2/hi/in_depth/middle_east/2001/israel_and_
the_palestinians/default.stm
Ho invece tradotto, con l’aiuto di un’amica (grazie Monica!, un ampio articolo dell’ex presidente degli USA Jimmy Carter. L’articolo è stato pubblicato dal Washington Post e ne trascrivo il nome del web site che consente di leggerlo all’origine
Fonte: http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2006/02/19/
AR2006021901138_pf.html
Mi sembra che la posizione di preoccupata responsabilità che Carter esprime cominci a trovare qualche seguito. Ma è un argomento su cui spero di aver l’opportunità e il tempo di tornare.
augusta
Non punite i Palestinesi Jimmy Carter Lunedì 20 febbraio 2006
Considerati i risultati delle recenti elezioni palestinesi, è importante capire come proceda il processo di transizione e anche quanto siano importanti, proprio nel caso specifico, le azioni di Israele e degli Stati Uniti.
Sebbene Hamas abbia vinto ottenendo 74 seggi parlamentari su 132, il presidente palestinese Mahmoud Abbas mantiene il diritto di proposta e veto in materia legislativa: per annullare il suo veto occorrono 88 voti. Con nove dei suoi membri eletti in prigione Hamas ha soltanto 65 voti cui potrebbe aggiungere un qualsiasi sostegno della terza parte del parlamento. Inoltre Abbas ha il potere di scegliere e rimuovere il primo ministro, di emettere decreti con valore di legge quando il parlamento non è in seduta, e di dichiarare lo stato di emergenza.
Come comandante in capo può anche prendere l’ultima decisione per ciò che riguarda le Forze di Sicurezza Nazionale e i servizi segreti palestinesi.
Dopo la prima sessione della nuova legislatura, che ha avuto luogo sabato (n.d.r. 18 febbraio), i membri eleggeranno un presidente, due supplenti e un segretario.
Agl
Il primo ministro dispone di tre settimane per formare il governo e, per l’approvazione finale, si richiede il voto della maggioranza del parlamento.
Il ruolo di primo ministro fu significativamente rafforzato mentre Abbas e Ahmed Qureia svolgevano tale funzione al tempo di Yasser Arafat e Abbas ha annunciato che non sceglierà un primo ministro che non riconosca Israele o non aderisca ai principi basilari della "road map". Questo potrebbe tradursi in uno stallo del processo, ma le mie conversazioni con i rappresentanti di entrambe le parti lasciano capire che tutti vorrebbero evitare questo imbroglio.
Il portavoce di Hamas ha dichiarato. “Vogliamo un governo unito e di pace”. Se questa dichiarazione è veritiera, bisogna darle un’opportunità.
Durante questo tempo di incertezza nella formazione del nuovo governo è importante che Israele e gli Stati Uniti giochino un ruolo positivo. Ogni tacita o formale collusione fra i due poteri per distruggere il processo punendo i Palestinesi sarebbe controproducente e avrebbe conseguenza devastanti.
Sfortunatamente tali passi sono già avviati e sono noti nei Territori Palestinesi e nel mondo.
Ieri Israele ha deciso di trasferire i fondi (circa 50 milioni di dollari al mese) che i Palestinesi ricevono dalle dogane e dalle imposte. Forse è ancora più grave la decisione israeliana di impedire la libertà di movimento ai membri di Hamas eletti al Consiglio Legislativo Palestinese attraverso i più di cento posti di blocco intorno e all’interno dei Territori Palestinesi. Ciò comporterà ostacoli significativi all’effettiva operatività del governo.
Abbas mi ha informato dopo le elezioni che il debito dell’Autorità Palestinese ammonta a 900 milioni di dollari e che egli non sarebbe in grado di pagare gli stipendi di febbraio. Sapendo che Hamas erediterà un governo in bancarotta, i rappresentanti ufficiali degli Stati Uniti hanno annunciato che saranno assicurati tutti i fondi per il nuovo governo, incluso quanto occorre per pagare gli insegnanti, le infermiere, gli assistenti sociali, la polizia e il personale dell’assistenza. Finora non hanno acconsentito che il governo condotto da Hamas sia scavalcato e che i fondi umanitari siano passati ai Palestinesi attraverso le agenzie dell’ONU responsabili per i rifugiati, la salute e altri interventi umanitari.
Questo sforzo comune per indebolire il governo degli eletti di Hamas punendo i privati cittadini può realizzare questo scopo, ma verosimilmente i risultati saranno di rendere ostile la già oppressa e innocente popolazione palestinese, di incitare alla violenza e aumentare l’influenza interna e la considerazione internazionale di Hamas. Ciò non costituirà certamente un incentivo per Hamas o per altri militanti a moderare la loro politica.
L’elezione dei candidati di Hamas non può, al contrario, influenzare i colloqui di pace, poiché tali colloqui sono stati inesistenti per oltre cinque anni. Un accordo negoziato è l’unico sentiero per una soluzione duratura che preveda due stati, garantendo pace ad Israele e giustizia ai palestinesi. In realtà, se Israele vuole includere i palestinesi nel processo, Abbas può ancora giocare un ruolo unico nel negoziato come il leader indiscusso dell’OLP (non del governo che include Hamas).
Fu sotto questo ombrello e non sotto l’Autorità Palestinese che Arafat negoziò con i leader israeliani per concludere gli accordi di pace ad Oslo. Abbas ha mirato ai colloqui di pace con Israele fin dalla sua elezione un anno fa e nulla impedisce diretti colloqui con lui, neppure se Hamas alla fine non facesse rapidamente l’inevitabile passo verso la rinuncia alla violenza e verso il riconoscimento del diritto all’esistenza di Israele.
Non costituirebbe una violazione di alcun principio politico il fatto di dare ai Palestinesi almeno i loro soldi, il fatto di permettere che l’assistenza umanitaria possa continuare attraverso le Nazioni Unite e le agenzie private, il fatto di incoraggiare Russia, Egitto e altre nazioni a esercitare la massima influenza su Hamas affinché questo moderi la sua politica negativa, e il fatto di sostenere il presidente Abbas nei suoi sforzi per allentare la tensione, evitare la violenza e tentare passi verso una pace duratura.
L’ex presidente Carter ha guidato un gruppo del Centro Carter e dell’Istituto Nazionale Democratico che ha osservato le elezioni palestinesi dello scorso mese
categoria:rassegnastampa, guerra conflitti e violenze



