Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Blogger: AUG
Nome: Augusta

Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

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giovedì, 30 marzo 2006

Oggi vorrei scrivere del diritto d’asilo, giustamente riconosciuto all’afgano convertito. Ma, fermo restando il diritto di un rifugiato ad essere riconosciuto come tale, questa storia solleva troppi sospetti di doppiezza e ambiguità (del governo italiano e dell’opinione pubblica che supinamente si allinea) e a me troppi ricordi dolorosi di situazioni locali risolte in maniera esattamente inversa, perché possa e voglia farlo di fretta. Primo o poi troverò il tempo per pensarci su, almeno a mio personale beneficio.
Ora riprendo dalla BBC (e continuo a servirmi di questo tipo di canali per demistificare l’immagine di un’informazione a senso unico che i media italiani – e le TV in particolare- si ostinano a dare) una notizia che ritengo importante. Chi volesse verificare può andare a:
http://news.bbc.co.uk/go/pr/fr/-/2/hi/middle_east/4850108.stm

A proposito di questa traduzione (grazie Giovanna!) segnalo che per due volte ho usato un termine doppio -
rivoltosi/resistenti.
La lingua non può sempre sostituirsi all’interpretazione. A chi legge la scelta
                augusta


Bufera politica sui morti irakeni            
Published: 2006/03/27 15:51:16 GMT      © BBC MMVI
L’esercito Usa in Iraq affronta una crescente pressione politica a causa di un attacco, domenica sera, in una moschea di Bagdad. L’attacco ha causato circa venti morti.

F
onti statunitensi hanno dichiarato che 16 rivoltosi/resistenti sono stati uccisi e 18 fatti prigionieri, con una rilevante quantità di armi nascoste.
Tuttavia membri dell’autorevole gruppo islamista Shia hanno detto che molti dei morti erano civili che pregavano. Il ministro dell’interno ha affermato “Entrare nella moschea e uccidere sono evidenti attacchi ingiustificati”.
”Circa 18 uomini innocenti che si trovavano nella moschea per le preghiere del tramonto sono stati uccisi e sono diventati martiri” ha aggiunto Bayan Jabr in un’intervista alla televisione Arabiya del Dubai. “Sono stati uccisi ingiustamente in un’azione totalmente sbagliata. E Hussein Tahan, governatore di Baghdad: “Abbiamo deciso di sospendere ogni
trattativa
con le forze della coalizione e l’ambasciata degli Stati Uniti al causa del vile attacco alla sala di preghiera di Mustafa”.
Alcuni membri dell’autorevole alleanza islamista Shia hanno riproposto le accuse – respinte
dai rappresentanti statunitensi – secondo cui gli Americani e le truppe irachene sotto il loro comando hanno bloccato la gente nella moschea Mustafà a Sadr City (nord est di Bagdad) e hanno sparato a sangue freddo.
Lunedì di prima mattina
il Primo Ministro Ibrahim al-Jaafari ha detto attraverso un portavoce di essere “profondamente preoccupato” per le informazioni che riceveva e di aver telefonato al comandante delle forze statunitensi, il generale George Casey, che aveva
promesso un’inchiesta che potesse fare piena luce.
Hussein Tahan, governatore di Baghdad, ha affermato che la cooperazione con le forze USA sarebbe stata totalmente sospesa finché un gruppo di esperti, che non comprendesse militari americani, non avesse indagato in merito all’incidente.
Operazione congiunta.
I militari USA hanno detto che
la carneficina si era verificata dopo che le truppe d’assalto e i soldati della forza anti terrorismo irachene si erano trovati sotto il fuoco durante una perquisizione casa per casa alla ricerca di rivoltosi/resistenti. Gli ufficiali hanno assicurato che le forze speciali USA erano presenti ma solo nella funzione di “consulenti”. Hanno detto ancora che la sparatoria è avvenuta in un ufficio attiguo alla moschea.
I militari USA hanno affermato che è stata trovata una rilevante quantità di armi e che un sequestrato, impiegato al ministero della salute, è stato liberato dopo che per 12 ore aveva subito una dolorosa bastonatura.
La polizia irachena ha detto che fra i morti c’erano sette membri dell’esercito Mehedi, la milizia fedele al religioso sciita Moqtada Sadr, tre membri di un altro partito sciita islamista e sette civili senza alcuna appartenenza politica.
Documentazioni filmate dopo l’attacco sembrano smentire le affermazioni degli statunitensi secondo cui le truppe non sarebbero entrate e non avrebbero danneggiato alcun edificio religioso durante l’attacco. La stanza dove è avvenuta la carneficina si presenta come luogo di preghiera.
Sul pavimento ci sono tappeti e le pareti sono coperte da manifesti religiosi.
La ripresa mostrava un groviglio di corpi maschili e bossoli d’acciaio di 5,56 mm fra il sangue che macchiava il pavimento. Erano del tipo di munizioni che vengono adoperate dai militari statunitensi.
Barry Johson, portavoce statunitense, ha detto: “
Da quanto abbiamo visto del posto e delle attività che vi si svolgevano ci è difficile considerarlo un luogo di preghiera. Non lo abbiamo identificato come una moschea, anche se l’abbiamo riconosciuto come luogo di riunione della comunità”. E
ha aggiunto: “Penso sinceramente che sia una faccenda di percezione”.
L’area è una roccaforte dell’esercito Mehdi.

 

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rassegnastampa, vittime di guerra, guerra conflitti e violenze

martedì, 28 marzo 2006

Oggi si aprono le urne in Israele. Hamas si è rivolto al Quartetto (Onu, Unione Europea, Stati Uniti e Russia). Speriamo che si manifestino la saggezza e la competenza che rendono possibile quell’ascolto che è apertura alla pace.
Poiché sono convinta che la pace non può essere affidata solo alle diplomazie, ma trova il suo fondamento nella società civile riporto di seguito un articolo che mi sembra importante per i suoi contenuti e per il modo in cui viene proposto.
Infatti il sito
www.ildialogo.org
(
venerdì, 24 marzo 2006  sezione dialogofedi) ne cita a suo volta la fonte (vedi alla fine). Credo che questo tam tam dei siti web e dei blog sia uno strumento per assicurare informazione alternativa al grigiore di molti media paludati e per dar voce a chi nell’informazione ufficiale non ce l’ha.
Sul piano personale mi ricorda che nel mondo non esiste solo il chiacchiericcio vacuo e pretestuoso del periodo prelettorale in Italia e che ci sono persone diverse dai nostri noiosi e (al meglio) inconsistenti omini grigi, nocivi spesso oltre il loro spessore.
Se web e blog sapessero far rete e citarsi a vicenda
….                                                     augusta

Il "nobel delle religioni" all’associazione "rabbini per i diritti umani"  di Giorgio Bernardelli

Centotrenta rabbini israeliani che alzano la voce per difendere i diritti dei palestinesi. E che, per questo, sono disposti anche a finire davanti a un tribunale. Sono loro, riuniti nell’associazione Rabbis for Human Rights ("rabbini per i diritti umani"), i vincitori dell’edizione 2006 del premio per la pace della Fondazione Niwano, il prestigioso riconoscimento noto in tutto il mondo come il "nobel delle religioni". L’annuncio e’ stato dato a Tokyo in questi giorni e torna a mettere al centro dell’attenzione Gerusalemme. Una scelta non casuale nel clima di queste settimane. Perché di fronte a un Medio Oriente spazzato dal vento dei fondamentalismi il rischio di guardare alle religioni come a "un problema in più" sulla strada della pace é tutt’altro che remoto. In direzione opposta va, invece, l’esperienza di Rabbis for Human Rights, una delle voci più controcorrente del Medio Oriente di oggi. E non tanto perché si tratta di israeliani che si danno da fare per i palestinesi. Cio’ che pesa e’ la motivazione: lo fanno nel nome della Torah. Questi rabbini, che provengono da scuole e denominazioni ebraiche diverse, sono accomunati dalla convinzione che il comandamento biblico "Tu avrai cura dello straniero che abita in mezzo a te" debba valere anche nel rapporto con i palestinesi. E in nome della fedeltà alla tradizione ebraica promuovono campagne molto concrete per la difesa di alcuni diritti elementari. Vigilano contro i soprusi ai check-point, vanno a raccogliere le olive nei campi in cui ai proprietari palestinesi e’ proibito entrare perché troppo vicini agli insediamenti israeliani, offrono assistenza legale a chi si e’ visto negare ingiustamente permessi. "In un momento in cui il fondamentalismo e l’estremismo religioso beneficiano di così tanta pubblicità in Medio Oriente, con questo premio - recita la motivazione ufficiale del riconoscimento - la Fondazione Niwano per la pace vuole onorare Rabbis for Human Rights come una voce unica della compassione, dell’attenzione all’altro, dell’amore e della giustizia che stanno al cuore dell’ebraismo e di tutte le altre religioni".
Il premio Niwano arriva dopo che l’associazione israeliana é balzata all’attenzione delle cronache soprattutto per le sue battaglie (perse) contro la demolizione delle case palestinesi a Gerusalemme Est. Qui la questione della sicurezza non c’entra: sono infatti case (centinaia dal 2000 a oggi) che vengono rase al suolo semplicemente perché costruite abusivamente. Il problema - é la denuncia di Rabbis for Human Rights - é che per un palestinese di Gerusalemme Est é impossibile ottenere una licenza edilizia, perché il piano regolatore e’ fatto in modo da rendere impossibile la crescita dei quartieri arabi in quella che e’ una città contesa. Così se ha bisogno di una casa o se ne va o la costruisce abusivamente. Per protestare pubblicamente contro questa gestione su base etnica del territorio il direttore esecutivo di Rabbis for Human Rights, rav Arik Ascherman, nell’aprile 2003 ha compiuto un atto di resistenza passiva davanti ai bulldozer mandati dalla Municipalità. Il suo gesto non é servito a fermare la demolizione delle case di due famiglie palestinesi, ma gli ha procurato una denuncia per resistenza a pubblico ufficiale sfociata in un processo, celebrato con un discreto clamore all’inizio del 2005. "Sotto quelle macerie - ha scritto Ascherman nel suo resoconto della demolizione - c’e’ rimasta la mia kippah e penso che questo significhi qualcosa. Forse é un simbolo che i valori ebraici in cui ho sempre creduto sono stati calpestati e sepolti. Ma forse significa anche l’opposto. Forse é un simbolo del fatto che lì c’erano degli ebrei che si sono schierati contro l’ingiustizia nel nome della Torah".
Parole forti, come quelle espresse dall’associazione in una lettera aperta pubblicata nella primavera 2002, nei giorni più sanguinosi della seconda intifada. In quell’occasione i Rabbis for Human Rights scrissero con chiarezza che farsi saltare in aria su un autobus é la peggiore violazione dei diritti umani e che Israele ha il dovere di difendersi. Con un aggiunta, però, importante: "Ci e’ stato detto - si legge in quel testo - ’La giustizia, la giustizia dovete promuovere’ (Deuteronomio 16, 20). Ma perché la parola giustizia viene ripetuta due volte? Secondo la nostra tradizione é per dirci che si deve perseguire sì una giusta causa, ma solo attraverso mezzi giusti. Nel difenderci dobbiamo sempre rimanere ancorati alla visione profetica della convivenza e dell’umanità’. La sopravvivenza del popolo ebraico dipenderà non solo dalla sua forza fisica, ma anche dalla sua saldezza morale". E’ solo con questa lucidità e onestà intellettuale che il Medio Oriente può sperare di uscire da quel vicolo cieco in cui ogni giorno di più sembra essersi cacciato.

Tratto da   LA NONVIOLENZA E’ IN CAMMINO
Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini.
Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it
Numero 1244 del 24 marzo 2006

[Ringraziamo Giorgio Bernardelli (per contatti: g.bernardelli@avvenire.it) per averci messo a disposizione questo suo articolo apparso sul quotidiano "Avvenire" del 5 marzo 2006. Giorgio Bernardelli, giornalista, ha compiuto per il quotidiano "Avvenire" una serie di viaggi in Israele e nei Territori palestinesi documentando gli aspetti più quotidiani del conflitto. Opere d Giorgio Bernardelli: Preparami la colazione. Storia di Lucia che dà del tu a Dio, Itl, 2001; Gaza, incatenati a un sogno, Edizioni Medusa, 2005; Oltre il muro. Storie, incontri e dialoghi tra israeliani e palestinesi, L’ancora del Mediterraneo 2005]                      Venerdì, 24 marzo 2006

 

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israele palestina, rassegnastampa, segnalazioni da altri blog, culturapace

domenica, 26 marzo 2006

              VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

 

 Internazionale   24  /  30 marzo n. 634 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 22 marzo 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate
le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi       3.884      
Israeliani         1.024         
Altre vittime        75         
Totale               4.983        

Internazionale   24  /  30 marzo n. 634 pag. 15

 Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 22 marzo 2006
Iracheni              33.710  /  37.832
Americani                    2.319                             
Altre vittime                   206                          

 

Rigrazio “gionino” da cui continuo a ricevere la traduzione delle notizie pubblicate nel sito http://www.pchrgaza.org  (PCHR - Centro palestinese per i diritti umani - No. 10/2006 – dal 9 al 15 marzo 2006) come ” Rapporto settimanale sulle violazioni israeliane dei diritti umani nei Territori Occupati Palestinesi”
Ne trascrivo una soltanto che ci dice la natura di numerose vittime:
”… una donna palestinese ha partorito presso il check point di Qalandya, vicino a Ramallah”

Di questo problema mi ero occupata soprattutto durante il mio soggiorno in Palestina del 2003 e ne avevo scritto nel mio diario di allora,
ricordando i neonati morti ai check point perché le loro mamme sono costrette a partorire nell’ambiente inadeguato di un’ambulanza, al freddo.
Ci tengo a precisare che quelle mamme non stanno andando in qualche privilegiata clinica straniera, ma nel loro ospedale di riferimento palestinese. Essendo però la Cisgiordania frammentata fra zone A, B e C, capita che passare da un’area amministrata direttamente dall’autorità palestinese (A), ad altra area analoga in cui sorge l’ospedale sia necessario transitare per una zona C (area palestinese amministrata da Israele). Ed è qui che alle donne è negata anche la dignità del parto. 
Chi volesse verificare le vecchie notizie può andare a <betlemme.splinder.com>, raggiungibile anche come “vecchio diario” dalla colonna categorie; segnalo le date: 18 novembre 2003, 27 novembre e 5 dicembre 2003.

Un’altra vittima che merita di essere ricordata:
Il 24 marzo 1980 a San Salvador veniva assassinato da militari salvadoregni il vescovo Oscar Romero, mentre celebrava la messa.
Chi volesse rinnovarne il ricordo può andare al sito
www.ildialogo.org dove, nella sezione “testimoni”, troverà  - in data
venerdì, 24 marzo 2006 - l’articolo Ricordando Romero di Domenico Jervolino
 
E infine, fra tante vittime, le responsabilità che qualcuno riporta ad alti livelli.
Trascrivo un mio articolo pubblicato in marzo dal mensile udinese “Ho un sogno”
 

Secondo quanto si può leggere nel notiziario on line della BBC del 4 marzo (http://news.bbc.co.uk/go/pr/fr/-/2/hi/uk_news/politics/4773124.stm) il primo ministro inglese
Mr. Blair avrebbe affermato che, quando ci si trovi davanti a una decisione che può determinare la vita o la morte di altre persone, la cosa giusta da fare é agire in conformità alla propria coscienza.
Fin qui nulla di nuovo, soprattutto se consideri che la coscienza di un politico istituzionalmente impegnato dovrebbe costantemente confrontarsi, nell’esercizio della sua funzione, con un parlamento che è espressione della volontà della popolazione.
E se quel parlamento è stato malamente informato?
La storia delle ultime guerre, ancora in corso, è costellata di episodi di cattiva informazione, abilmente pilotata o supinamente subita. 
Ma mr. Blair ha la sua via d’uscita.
”Penso che se hai fede in queste cose (n.d.r.: nella retta coscienza e nella sua capacità di garantire la scelta giusta) capirai che quel giudizio appartiene ad altri e, se credi in Dio, a Dio stesso”
Disinvolto come il più spericolato degli equilibristi, il primo ministro inglese balza al di là degli strumenti della democrazia, ignora ogni dubbio di illegalità, e si tuffa direttamente nel trascendente.
E quindi il popolo che lo ha legittimato nel suo incarico dovrebbe chiedere conto dei figli morti, dei feriti, delle tragedie subite e provocate non al proprio governo ma a quel trascendente.
Non occorre ricordare il “Dio lo vuole” dei crociati, né il “Dio con noi” dei nazisti, né far risuonare l’urlo - Allah è grande- di masse islamiche fanatizzate per renderci conto che, come ha detto un giornalista dell’autorevole emittente inglese, Mr. Blair avrebbe di fatto ammesso “che le sue azioni sono guidate dalla sua privata religiosità”.  Possiamo infine esclamare: Eccone un altro!
Anche il presidente degli USA, aggredendo l’Iraq, aveva affermato si essere in missione per conto di Dio. Il guaio è che costoro trasformano il loro privato sentire (di dubbio gusto, se è permessa una considerazione personale anche a chi scrive) in decisioni collettive. Più sbrigativo il capo del governo italiano, prima di declassarsi a Napoleone, si era identificato direttamente con Dio. Il risultato era il medesimo, ma la via per giustificare la partecipazione all’oscenità bellica più diretta.
Forse sarebbe bene che qualcuno suggerisse a questi signori di assumere le proprie responsabilità senza ricorrere a quel simulacro di dio da pronto intervento ad umano servizio, che il teologo Dietrich Bonhoeffer (impiccato 9 aprile 1945 nel campo di concentramento di Flossebürg) chiamava tappabuchi.

 

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bambini, rassegnastampa, vittime di guerra, diari di augusta

sabato, 25 marzo 2006

L’articolo che ho tradotto – da Haartez del 15 marzo – non è recentissimo, ma io ci tenevo a pubblicarlo tradotto (è l’unico sistema che ho per oppormi all’italico conformismo dominante e spesso sciatto). La traduzione prende tempo e poi ho chiesto una consulenza cortese e competente (grazie Giovanna!). Se a qualcuno sembra cosa vecchia, lo accetti come sostegno a una memoria necessaria    augusta

Olmert used Jericho operation to refine his image By Yossi Verter, Haaretz Correspondent

“Restituire territorio e ammazzare gli arabi” è l’espressione favorita del “ranch forum” dei consiglieri di Ariel Sharon. 
Nel 2000, quando Reuven Adler, un esperto in strategie pubblicitarie e la sua agenzia rinnovarono e dirozzarono l’immagine di Ariel Sharon, fu stabilita una regola: il pubblico ama i leader che mostrano una moderazione da diplomatici e insieme durezza militaresca, che restituiscono la terra e uccidono gli Arabi.
Sharon ha seguito questa regola durante i suoi cinque anni di regno e il suo erede,
Ehud Olmert,
primo ministro in carica, farà lo stesso.
La scorsa settimana,
in attuazione del
suo programma di politica estera, Olmert ha restituito una parte significativa di territorio.
Giovedì ha risolto l’equazione mandando l’esercito di Israele (IDF-
Israel Defense Forces) e i suoi bulldozer a sgretolare le mura della prigione di Jerico e minacciare di prigione o di morte gli uccisori del ministro Rehavam Ze'evi e le persone coinvolte in quel reato.
Olmert non è andato a cercare né ha iniziato questa operazione e l’avrebbe lasciata perdere se gliene fosse stata data l’opportunità.
Era troppo pericolosa.
Ma appena vi è stato costretto dall’abbandono degli osservatori stranieri ha dovuto agire. Se gli uccisori di Ze'evi fossero scappati e avessero concesso a qualche canale della TV di Israele interviste tali da metterlo in ridicolo, Olmert  e il suo partito Kadima ne sarebbero usciti malconci.
Lui stesso sarebbe stato considerato debole, uno capace solo di restituire terre. Sia la sinistra che la destra avrebbero avuto una giornata campale contro di lui. Questo sarebbe stato una manna per i suoi avversari sia di sinistra sia di destra.

Martedì il Labor e il Likud furono costretti a lodare le “forze di sicurezza”.
Se l’operazione fosse andata male o se i prigionieri fossero fuggiti, la critica di entrambe le parti del quadro politico si sarebbe concentrata su Olmert, non sull’esercito.
Gli strateghi di Kadima non avrebbero potuto sperare in una miglior riuscita in un’operazione di maggior successo a solo un giorno dalla raccolta dei dati per i sondaggi che sarebbero comparsi sui giornali del fine settimana.
I sondaggi di questa settimana erano critici. Se meno di due settimane prima delle elezioni la discesa di Kadima poteva essere arrestata a 37 o 38 seggi parlamentari, la sensazione generale sarebbe stata quella di aver vinto la battaglia.

Se fosse dipeso dai consiglieri avrebbero dato via libera all’operazione di Serico la settimana scorsa.
Martedì mattina Olmert aveva visitato Ariel (n.d.r.: uno dei maggiori insediamenti nella West Bank) e aveva dichiarato che la città avrebbe fatto eternamente parte dello stato di Israele.
Con il suo viaggio Olmert intendeva assicurarsi il consenso della destra dopo gli strascichi delle interviste concesse lo scorso fine settimana.
Ma la visita ad Ariel fu superata dalle immagini dei Palestinesi prigionieri trasferiti verso una prigione israeliana.
Sharon aveva promesso, Olmert ha mantenuto la promessa. Se questo non è passare il testimone, che altro è?
Ora dobbiamo aspettare e vedere se il partito fondato da Sharon (Kadima) saprà controllare se stesso o se userà le immagini dell’operazione di Jerico nella sua propaganda elettorale.

 

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israele palestina, rassegnastampa

giovedì, 23 marzo 2006

Ha scritto Hanna Arendt: “E’ nella natura delle cose che ogni azione umana che abbia fatto una volta la sua comparsa nella storia del mondo possa ripetersi anche quando appartiene a un lontano passato. Nessuna pena ha mai avuto il potere di impedire che si commettano crimini. Al contrario, quale che sia la pena, quando un reato è stato commesso una volta, la sua ripetizione è più probabile di quanto non fosse la sua prima apparizione”.
Quanti i crimini contro l’umanità che non abbiano saputo, che non sapremo (vorremo) impedire?
Domani saranno trent’anni dal colpo di stato in Argentina.
Un caro amico me lo ha voluto ricordare(grazie Alberto!) con la lettera che trascrivo, cui ha unito molto materiale di grande interesse che lo spazio non mi consente di pubblicare.
Mi limiterò a riportare un documento
Tutta la documentazione può essere però esaminata nella sezione “storia” del sito web
www.ildialogo.org.  Si trova sotto l’indicazione: “Giovedì, 23 marzo 2006 - Per non dimenticare.
A 30 anni dal colpo di Stato in Argentina   24 Marzo 1976 - 24 Marzo 2006
Storia di un golpe che è stato uno dei più terribili genocidi ideologici del ventesimo secolo”.                                                       augusta

CARI AMICI:
    Sono 30 anni che chiediamo Memoria, Verità e Giustizia per gli atti di genocidio compiuti dai militari che hanno dato il golpe di Stato in Argentina il 24 Marzo 1976.
    Dopo trent'anni, appena adesso si stanno facendo i primi passi per scoprire la Verità sui nostri "desaparecidos". Appena adesso si vedono i primi casi dove la Giustizia impera sovrana e dichiara illegali le leggi dell'impunità dettate da Alfonsin e Menem.
    Ma questa data ci porta anche a fare un esercizio di Memoria. Per non dimenticare, per non perdonare, per non claudicare, vi invio in allegato il "NUNCA MAS" tradotto all'italiano da Stefania Rasetti e Daniel Arias. Penso vi serva per tenerlo come un documento importante su cosa abbia significato per la storia dell'Argentina il Terrorismo di Stato che è durato fino a Dicembre 1983. Ancor oggi, come una tortura perenne, quelle ferite non riescono a guarire; tutta la società è stata coinvolta e continua ad essere vittima.
    Grazie, tante grazie, per la solidarietà dimostrataci in tutti questi anni.
ALBERTO DI GIUSTO  
Rappresentante delle NONNE DI PIAZZA DI MAGGIO per il Triveneto.

Storia delle Nonne - Abuelas de Plaza de Mayo
Il 24 marzo del 1976 le Forze Armate rovesciarono il governo costituzionale nella Repubblica Argentina attraverso un colpo di stato. Da quel momento il regime militare che si autodefinì "Processo di Riorganizzazione Nazionale" portò avanti una politica basata sul terrore. La sparizione, forma predominante attraverso la quale venne esercitata la repressione politica, colpì 30.000 persone di tutte le età e condizione sociale che furono sottomesse alla privazione della propria libertà e alla tortura, e tra loro centinaia di bambini sequestrati con i propri genitori o nati nei centri clandestini di detenzione dove vennero condotte le giovani in stato interessante.
La quantità di sequestri di bambini e giovani in stato interessante, il funzionamento di centri di maternità clandestini (Campo de Mayo, Escuela de Mecanica de la Armada, Pozo de Banfield, etc. Etc.), l'esistenza di liste di famiglie di militari in "attesa" di una nascita all'interno di questi centri clandestini e le dichiarazioni degli stessi militari dimostrano l'esistenza di un piano predeterminato, non solo fondato sul sequestro di adulti, ma anche sull'appropriazione indebita di bambini.
I bambini rubati come "bottino di guerra" furono registrati come figli legittimi dagli stessi membri delle forze repressive, abbandonati in qualche luogo, venduti o lasciati in istituti come creature senza nome N.N. In questo modo li fecero sparire annullandone l'identità, privandoli della possibilità di vivere con le famiglie e di tutti i loro diritti e della loro libertà.
L'Associazione Civile Nonne di Piazza di Maggio è una organizzazione non governativa che ha come obiettivo fondamentale quello di localizzare e restituire alle famiglie legittime tutti i bambini sequestrati e spariti a causa della repressione politica, creando le condizioni affinchè non si ripeta mai più una così terribile violazione dei diritti dei bambini, esigendo allo stesso tempo una punizione per tutti i responsabili.
Niente e nessuno ci ha fermato nella ricerca dei figli dei nostri figli. Attività investigative si alternavano a visite quotidiane ai Tribunali dei Minori, Orfanotrofi, Casa Cunas e allo stesso tempo realizzavamo indagini specifiche sulle adozioni avvenute all'epoca.
Ricevevamo anche, e continuiamo a ricevere, le denunce che il popolo argentino ci invia, forma di collaborazione nell'attività di localizzazione dei piccoli.
Questo è il risultato dell'attività di sensibilizzazione e presa di coscienza della comunità.
Al fine di localizzare i bambini scomparsi le Nonne di Piazza di Maggio lavorano su quattro livelli: denunce e reclami alle autorità governative, nazionali ed internazionali, richieste giudiziarie, richieste di collaborazione dirette al popolo in generale ed indagini o ricerche personali. In questi anni di drammatica ricerca senza pause siamo riusciti a localizzare 80 bambini scomparsi.
Per il proprio lavoro l'Associazione si avvale di staff tecnici composti da professionisti in campo giuridico, medico, psicologico e genetico.
Ognuno dei bambini ha una causa aperta nella Giustizia alla quale si aggiungono le denunce che via via si ricevono con il passare del tempo e che conformano elementi probatori che determinano la loro vera identità e quella dei responsabili del loro sequestro o del loro possesso illecito.
Per assicurare in seguito la validità degli esami del sangue abbiamo implementato una Banca di Dati Genetici, creata con la Legge Nazionale N. 23.511, dove sono presenti le mappe genetiche di tutte le famiglie che hanno bambini scomparsi.
Lavoriamo per i nostri bambini e per i bambini delle generazioni che verranno per preservare la loro identità, le loro radici e la loro storia, pilastri fondamentali dell'intera identità collettiva.
Commissione Direttiva  Presidentessa: Estela B. de Carlotto.

A seguito della firma della presidente ci sono i nomi di tutta la Commissione direttiva, l’indirizzo delle sedi dell’organizzazione delle “nonne”, un’ampia rassegna stampa e una ricca bibliografia.

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rassegnastampa, guerra conflitti e violenze

lunedì, 20 marzo 2006

Una segnalazione

 

Mi accorgo che da parecchio tempo non scrivo notizie sulle armi - illegalmente temo – provenienti dall’Iraq e custodite in una caserma di Udine e i reperti archeologici trafugati.
Sono notizie che non voglio dimenticare ma che da qualche giorno non ho trovato.
Ne ho scritto finora il 6, 7, 14 e 24 gennaio, il 3, 4, 12, 17 e 27 febbraio
La questione mi è stata riproposta dall’ultimo numero di Internazionale in un interessante articolo – che segnalo – dello scrittore Elio Weinberger, nato nel 1949 a New York, saggista e critico letterario.
E’ un invito ad acquistare Internazionale in edicola per partecipare almeno nella comune condivisione della conoscenza al “no” alla guerra che ancora una volta (ma quante ancora?) viene dichiarato?. Ebbene sì:
Secondo Internazionale il 20 marzo questo articolo – o meglio questo saggio – sarebbe stato letto in varie città del mondo.
Non credo sia in ascolto il capo del governo italiano –forse impegnato nelle prove di trucco per i prossimi faccia a faccia. Spero lo sia il suo antagonista da cui mi aspetto una risposta pubblica all’articolo di Rossanna Rossanda che ho trascritto il 19 marzo.
Già mi è difficile pensar di dover votare “il professore” per assenza di alternative.
Spero non mi renda l’operazione ancora più dolorosa di quanto già non sia.
Il silenzio sarebbe ignobile ma anche la parola può far male … veda lui
Da parte mia ricordo la mia lettera al segretario regionale dei DS e la risposta ricevuta (si vedano i miei diari del 7 e del 16 febbraio).
L’articolo-saggio di cui ho detto sopra è molto lungo, corredato da fotografie di quel genere che non vorremmo – ma dobbiamo – vedere:
Ne ricopio l’incipit (pag. 32):


”Nel 2005 ho sentito dire che le forze della coalizione si erano accampate tra le rovine dell’antica Babilonia. Le ruspe avevano scavato trincee da un capo all’altro del sito archeologico e sgombrato alcune zone per far posto ai parcheggi e alle piste d’atterraggio per gli elicotteri. Migliaia di sacchetti erano stati riempiti di terra e di reperti archeologici; i carri armati avevano distrutto una pavimentazione realizzata 2.600 anni fa; soldati a caccia di souvenir avevano staccato dalla porta di Ishtar alcune formelle di terracotta decorate con figuree di draghi. Ho sentito dire che le rovine delle città su mere di Umma, Ummel Akareb, Larsa e Tello erano state rase al suolo e che oggi sono solo delle distese piene di crateri..”.

Certamente ai soldati della coalizione non mancheranno i cadaveri per trasformare quei crateri in fosse comuni… Da quelle parti pare sia un’abitudine che non si abbandona….
Cambiano gli affossatori ….                                                           augusta

 

 

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domenica, 19 marzo 2006

Pubblico da Il Manifesto del 17 marzo l’editoriale di Rosanna Rossanda.
Lo faccio con gratitudine, perché mi sembra  parli al posto mio e dica quello che avrei voluto saper dire.                                augusta


GERICO    
Lettera a Prodi
Signor Presidente, non sono né membro né candidata di un partito, sono un pezzo del manifesto, voce politica modesta ma rispettata. Ci ascolti. Le chiediamo di uscire brevemente dagli impegni di una campagna elettorale, cui ha saputo imporre uno stile, per prendere la parola e dire la sua, la nostra, su quel che sta avvenendo in Medioriente. Non esiste solo una provincia italiana, esiste il mondo e in esso la tragedia israelo-palestinese che è prossima a noi. Prossima all'Italia, perché siamo stati fra i persecutori di coloro che fra noi erano ebrei, e quindi coinvolti più di altri sotto il profilo morale e politico della vicenda da cui Israele ha preso vita.
Le chiediamo di non tacere sul fatto che le scelte odierne del primo ministro israeliano, Ehud Olmert, stanno abbattendo in Abu Mazen il solo vero interlocutore che Israele aveva in quell'infelice paese. Quale altro senso può avere l'attacco al carcere di Gerico? Esso ha voluto dire ai palestinesi: l'Anp non esiste. Abu Mazen voleva una trattativa? Non ci interessa. Avete votato Hamas e siamo in diritto di punirvi quando e come ci pare. Hamas ha deciso e pratica una tregua? Non ci interessa. Abbiamo inaugurato nel 1967 quella lacerazione del diritto internazionale che è stata la guerra preventiva, perché ci sentivamo minacciati dagli stati arabi. Ora nessun pericolo minaccia Israele, ma noi intendiamo continuare la guerra per azzerare i palestinesi come nazione, popolo e stato. Prima di uscire quasi dalla vita, Sharon aveva suggerito che bisognava finirla con questa linea, ma aveva torto. E poi ci servono i voti del Likud alle prossime elezioni, e se con azioni come quelle di Gerico possiamo strapparne, va bene. Se ne morranno altri palestinesi e qualche nostro figlio, va bene. Gli Usa e la Gran Bretagna ci hanno dato il via ritirandosi un quarto d'ora prima del nostro attacco. Dunque anche a loro va bene. L'Europa non dice niente, dunque per l'Europa va bene. L'Italia non dice niente, dunque anche per l'Italia va bene.
Le chiediamo di prendere la parola per dire: no, l'opposizione oggi, il prossimo governo domani, non ci stanno. Avevamo salutato la pur tardiva svolta di Sharon, e oggi non possiamo approvare che i dirigenti di Kadima, che da quella svolta pareva nata, la nullifichino. Pensiamo che sia un grave errore. L'Italia vuole due popoli, due stati. Vogliamo che i palestinesi abbiano uno stato, e consideriamo grave che in seguito alla guerra del 1967, che avete rifiutato di chiudere con una trattativa onesta e condivisa anche dall'Onu, il solo paese del Medioriente profondamente laico stia diventando una nazione islamica. Non lo sarebbe stata se a Taba aveste firmato per primi quella proposta, per insufficiente che fosse. Non lo sarebbe stato ancora dieci, cinque anni fa. Vogliamo che gli ebrei abbiano uno stato, quale che sia la nostra idea di uno stato moderno e laico: la loro è stata una storia atroce. Ci vorrà tempo.
Ma questo obiettivo, che è anche il nostro, non si identifica con la politica che di nuovo Israele si ostina a perseguire. Tanto meno in essa può identificarsi l'ebraismo. E' per rispetto e salvaguardia di Israele e, oltre ad essa, dell'ebraismo, che noi europei, noi italiani, la ammoniamo di cessare con azioni come quella di Gerico e riaprire il dialogo con Abu Mazen. Di aprirlo anche con Hamas, che oggi rappresenta quel popolo martoriato perché le strutture dell'Anp sono state devastate da Tsahal, l'esercito israeliano. Se l'attuale governo non comprende che la trattativa è la sola via di salvezza, materiale e morale, non ci avrà dalla sua parte. Come non ci avrà dalla sua parte nessuno che volesse la distruzione di Israele.
La prego, dica questo. Lo dica per non lasciare i palestinesi alla disperazione, e la loro causa a pochi di noi, che fatichiamo a difenderla da un estremismo insensato. Non si copra anche lei dietro a: «Ma a Gaza...». Gaza è un risultato della politica che Sharon ha abbandonato troppo tardi, è oggi un paese devastato e senza un governo che sia in grado di rappresentarlo. Parli ora, la prego. Dica a tutti noi e alla comunità ebraica italiana che Israele va difesa anche ora più che mai dai suoi nemici interni. La pace ha tardato già troppo. I guasti rischiano di essere irrimediabili per altri decenni, secoli. Non possiamo tacere.
Rossana Rossanda

 

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rassegnastampa, culturapace

sabato, 18 marzo 2006

                                                          Segnalazione:
Ringrazio l’amico che ha voluto ricordare il terzo anniversario della morte di Rachel Corrie
Lo ha fatto scrivendo il suo commento nel mio diario del 5 marzo.
Chi volesse andarlo a leggere potrebbe anche collegarsi al sito del gentile interlocutore.
augusta

             VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta )

 Internazionale   17 / 23 marzo n. 633 pag. 17

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 dell’ 15 marzo 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate
le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi       3.880      
Israeliani         1.023         
Altre vittime        75         
Totale               4.978        

Internazionale   17 / 23 marzo n. 633 pag. 16

 Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 15 marzo 2006
Iracheni              33.638  /  37.754
Americani                    2.311                              
Altre vittime                   206                          

 

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vittime di guerra, segnalazioni da altri blog, culturapace

mercoledì, 15 marzo 2006

Spero di aver modo e tempo per riportare nei prossimi giorni qualche articolo in merito alla vicenda, che non ho parole per definire, del raid israeliano a Gerico.
Ricordo che Gerico è stata una delle primissime città che, dopo l’approvazione del trattato di Oslo, furono dichiarate “zona A”, cioè totalmente affidate all’Autorità Palestinese.
Ora però…. (riporto dalla rassegna internazionale la nota riassuntiva di
THE NEW YORK TIMES, Stati Uniti”)
Assedio alla prigione di Gerico.

Usando carri armati, bulldozer ed elicotteri, l'esercito israeliano ha assediato per dieci ore la prigione di Gerico in Cisgiordania per farsi consegnare sei detenuti palestinesi. I militanti palestinesi hanno reagito al raid rapendo alcuni occidentali nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, anche se molti degli ostaggi sono già stati liberati. Le forze armate israeliane hanno attaccato il carcere di Gerico subito dopo la partenza degli osservatori britannici e statunitensi che dal 2002 sorvegliavano sei prigionieri palestinesi, cinque dei quali coinvolti nell'assassinio del ministro del turismo israeliano Rehavam Zeevi nel 2001. Tra loro anche Ahmed Saadat, il leader storico del Fronte popolare per la liberazione della Palestina.

Sappiamo che l’operazione ha raggiunto il suo scopo,
Eccone la descrizione del Corriere della sera on line:

GERICO (Cisgiordania) - Alla fine Ahmed Saadat si è arreso ai militari israeliani che avevano assediato il carcere di Gerico, in Cisgiordania, dove il leader del Fronte popolare per la liberazione della Palestina era detenuto. Saadat, accusato di essere il mandante nel 2001 dell'omicidio del ministro israeliano per il Turismo, Rehavam Zeevi, aveva minacciato di farsi uccidere piuttosto che arrendersi: invece in serata si è consegnato ai militari israeliani uscendo dal centro di detenzione con le mani alzate. L'esercito ha voluto prenderlo in consegna insieme a quattro suoi compagni di militanza - oltre all'ex consigliere di Yasser Arafat, Fuad Shobaki - per evitare che le autorità palestinesi li potessero liberare, come ventilato nelle settimane scorse

E ancora il Corriere della sera ci offre una precisazione importante

«Sappiamo che i soldati americani e britannici responsabili della difesa del carcere si sono ritirati 15 minuti prima dell'assalto - ha affermato il funzionario - Hanno quindi una responsabilità morale e giuridica per le vittime di questo attacco, perché loro sono in contatto continuo con i soldati israeliani e quindi sapevano cosa stava accadendo».

La Stampa di oggi 15 marzo  precisa: che il raid non aveva “scopi elettorali”.
Quali gli scopi che “non c’erano”? Eccoli
:

GERUSALEMME. Il ministro della Difesa israeliano Shaul Mofaz ha detto oggi che l'operazione militare di ieri nel carcere di Gerico, in Cisgiordania, non è stata motivata da nessuna considerazione di ordine elettorale. «Non siamo intervenuti a Gerico per ragioni elettorali. Non avevamo altra scelta che intervenire, perché nessuno Stato responsabile avrebbe permesso che gli assassini di un suo ministro fossero rimessi in libertà», ha detto Mofaz ai microfoni della radio pubblica israeliana.
Le elezioni israeliane si svolgono il 28 marzo prossimo. 'Colombe e 'falchì dello schieramento politico israeliano hanno accusato il partito Kadima centrista del premier ad interim Ehud Olmert per aver appositamente condotto l'operazione a Gerico per calcoli elettoralistici. Anche i palestinesi hanno accusato il governo israeliano di aver dato una prova di forza in vista delle elezioni.

Prima delle elezioni tutti diventano, ovunque, pazzi?
Pare di sì.  Ne ho trovato un altro che – per ripugnanza verso il simbolo arboreo dell’Unione -  ha rifiutato di far uso di un simbolo profondo e significativo in quella che dovrebbe essere la sua tradizione:

Da Repubblica on line. 15 marzo 2006
Domenica delle Palme senza ulivo  "Piccole croci per la par condicio"
ROMA - Niente ulivo benedetto. Don Paolo Perla, parroco della chiesa di Ss. Maria Assunta a Castelnuovo Di Porto, vicino Roma, preferisce celebrare la Domenica delle Palme senza dare adito a malintesi: la festività religiosa che precede di una settimana la Pasqua cade il 9 aprile, giorno di elezioni. L'ulivo, per quanto benedetto, richiama troppo l'Unione.E così il sacerdote ha deciso di bandirlo sostituendolo con piccole croci in nome "della par condicio". Un'iniziativa che è piaciuta poco a fedeli e abitanti del paesone alle porte di Roma che conta più di settemila abitanti.
In una lettera ai parrocchiani distribuita ieri dopo la messa delle 11:30, don Paolo ha spiegato che si rifiuterà di benedire i rametti di ulivo "in nome della par condicio", così come i rami di palme "per non dare l'idea che ci stiamo convertendo agli arabi" e che farà deviare la tradizionale processione per le vie del paese "per non farla passare di fronte ai seggi elettorali".
Una lettera che, nelle intenzioni del parroco romano, "vuole essere una denuncia e una provocazione per gli uomini politici italiani di oggi che senza colpo ferire ci hanno dissacrato la Settimana Santa e anche per tutti noi cristiani, vescovi compresi, che sonnolenti non ci accorgiamo più di niente. I musulmani per un fatto del genere avrebbero incendiato il Quirinale".

Adesso mi lascio andare a un gioco di associazioni e lascio a chi legge la voglia di spiegarle che io non ho.
Perché, scrivendo le notizie che ho riportato, mi è venuto in mente un annuncio che trascrivo dalla stessa pagina di Haaretz di oggi da cui ho ricopiato un articolo che sto traducendo?
 Nella colonna di destra di Haaretz on line ci sono gli annunci.
Copio quello che mi si è imposto:
”Advertisement. Israel Military products: Israel Army Surplus and online Store”
 
E ancora mi viene in mente un annuncio visto due anni fa a Cracovia in una di quelle offerte di sé  appese al muro con le striscioline da stappare che contengono i numeri di telefono (ne ho strappata una e la tengo sulla mia scrivania nel caso mi venisse il sospetto di avere le allucinazioni).
Era un’offerta –con numero di telefono, fax e cellulare - di un tale che si offriva come bodyguard.
Ci penso sempre come simbolo della Polonia che entrava in Europa… o meglio nel belligerante occidente e in quel Medio Oriente dove la guerra è stata importata                                 augusta

 

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domenica, 12 marzo 2006

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

 

 

 Internazionale   10 / 16 marzo 2006 n. 632 pag. 17

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 delL’8 marzo 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate
le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi       3.878      
Israeliani         1.023         
Altre vittime        75         
Totale               4.976         

 Internazionale   10 / 16 marzo 2006 n. 632 pag. 16

 Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 1 marzo 2006
Iracheni              28.864  /  32.506
Americani                    2.303                              
Altre vittime                   206                          

 

 

Mi sono più volte occupata di elezioni in Palestina (e precisamente: 25 e 27 gennaio, 6, 10, 20 e 28 febbraio) ma un comunicato di Pax Christi, che mi è stato segnalato e che trascrivo, mi pone una nuova, curiosa interrogazione: come la mettono Pera, Calderoli (e tutta la raffinata compagnia di neocrociati) con l’identità cristiana e le radici europee della stessa, come espresse dai patriarchi di Gerusalemme e dal custode di Terra Santa?     augusta

14 febbraio 2006  GERUSALEMME: i leaders cristiani inviano un messaggio comune ad Hamas dopo la vittoria elettorale
"BEATI GLI OPERATORI DI PACE": I LEADER CRISTIANI DI GERUSALEMME SCRIVONO AD HAMAS
33234. GERUSALEMME-ADISTA. "Esprimiamo il nostro rispetto e sostegno alla volontà del popolo manifestata in queste elezioni. Ci congratuliamo con tutti coloro che sono stati eletti". Così recita un comunicato congiunto, firmato dai patriarchi e dai capi delle Chiese di Gerusalemme - fra cui il patriarca greco-orotodosso Theophilos II, il patriarca latino Michel Sabbah, il patriarca armeno-ortodosso Torkom II, il patriarca copto-ortodosso Anba Abraham, il Custode di Terra Santa padre Pierbattista Pizzaballa - all'indomani delle elezioni che hanno visto trionfare il movimento di Hamas.
"Molti saranno preoccupati o turbati a causa di questa nuova fase", si legge nel documento, ma "il nostro messaggio al governo di Hamas, ai membri e ai leader, è il messaggio di Nostro Signore Gesù Cristo nel Discorso della Montagna: 'Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio'". Si aggiunge inoltre: "Preghiamo per tutti coloro che governeranno in questo periodo difficile e garantiamo loro la nostra cooperazione al bene comune e per rispondere alle aspirazioni nazionali palestinesi, insieme alla causa della giustizia e della pace, in modo non violento, tenendo conto dei rapporti internazionali, del diritto e della piena libertà religiosa, soprattutto nel settore sociale e in quello dell'istruzione".
In un'intervista rilasciata all'agenzia AsiaNews, Anwar Zbouan, eletto a Betlemme nelle file di Hamas, ha dichiarato: "I fratelli cristiani sono nostri compagni nelle sofferenze e sono vicini ed amici. L'occupazione israeliana nella sua brutalità non ha fatto differenze tra cristiani e musulmani e tra di loro, come fra noi, ci sono martiri, feriti, prigionieri. Vi assicuro che i cristiani sono cittadini con tutti i diritti e doveri e con la loro libertà di pensiero e di religione nella vita quotidiana". Sulla questione dell'introduzione della Sharia, Zbouan ha inoltre garantito che "il movimento islamico di Hamas mira a stabilire un governo civile e non uno religioso. Un governo civile basato sulla libertà; come dice l'Altissimo: 'non si forza alla fede' e dunque noi non forzeremo nessuno ad aderire ai principi religiosi, perché questo è legato all'appagamento della persona e al mantenimento delle convinzioni religiose, specialmente per i fratelli cristiani".
Pax Christi - Segreteria Nazionale - tel: 055 2020375 - fax: 055 2020608 - e-mail: info@paxchristi.it
Per chi volesse verificare ecco il nome del file:   italy.peacelink.org/paxchristi/articles/art_15454.html 

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