Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

Eccomi

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Per prelevare l'indirizzo feed di questo Blog, utilizza il mouse con la funzione 'Tasto destro, copia collegamento'. Per leggere i contenuti tramite Feed, puoi scaricare e utilizzare l'aggregatore di Freereader, che trovi all'indirizzo http://download.html.it/recensione.asp?recensione=1489. Questo Feed XML è offerto da www.jelot.net/rss/rssify.php

Blogger: AUG
Nome: Augusta

Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

visitato *loading* volte

 
giovedì, 27 aprile 2006

Una lettera ad Amos Oz

 

Ieri sera ho finito di leggere il suo meraviglioso libro Contro il fanatismo, e ora che le scrivo questa lettera di ammirazione, vedo  la sua faccia che decora il frontespizio del libro, e i suoi occhi che osservano la mia penna e le chiedono di essere onesta.

A dire il vero, mentre leggevo le prime quattro pagine del libro, ho pensato che lei non avesse nulla di serio da dire, ma dopo ho capito che si trattava di schremz letterario.

Apprezzo tanto la prescrizione che lei ha suggerito per curare il fanatismo nelle società mediorientali (che è valida per tutte le società del mondo, poiché il fanatismo è universalmente diffuso). Lei si trova di fronte ad almeno tre possibilità di risoluzione del fondamentalismo religioso. Queste tre esplorazioni metaforiche: “sense of humour, Letteratura, Musica” convergono verso l’idea di un sacrificio umano comune ad ognuna di queste opportunità; in questo modo ogni possibilità risulta indipendente dalle altre, anche se esse possono collegarsi tra loro secondo una struttura culturale portatrice di significato spirituale sia nella complessità che nel suo carattere di singolo elemento modulare. Mettersi nei panni degli altri con “sense of humour” o senza  puo’ sicuramente portare risultati positivi. Ognuno di noi poteva nascere nel sud del mondo, ognuno di noi poteva nascere in Palestina o in Israele.

La musica (specialmente quella popolare)è restituzione immediata, è immediata risposta ad avvenimenti estranei, è la consegna di una formula spirituale, la necessità quotidiana di rilasciare una formula nuova nata con la natura, ecco! bisogna capire la natura dell’altro, forse viverla, perché no? La letteratura come dice V. Salamov è il destino, è il risultato di una lunga resistenza spirituale, risultato e al tempo stesso mezzo per resistere. La letteratura è anche esperienza, un’esperienza personale, la piu’ personale che ci sia. Leggere Franz Kafka e Mahmoud Darwish afferma tale esperienza: la necessità di esprimere in modo durevole qualcosa d’importante per noi e soprattutto per gli altri.

Grazie Amos

Omar

 

Pagina diario scritta da: AUG a 20:43 | link | commenti | | Torna su
omar

PARLO ARABO?

 

 

 

Alla proverbiale difficoltà della lingua araba si deve questo nostro modo di dire che si usa rivolgere all’interlocutore quando sembra non capire come se, appunto, chi parla si esprimesse in una lingua incomprensibile.

È vero l’arabo è una lingua molto complessa – a detta degli stessi arabi che, peraltro, ne utilizzano, generalmente, una forma “semplificata” (i dialetti), limitando l’uso dell’arabo classico all’area dell’ufficialità (telegiornali, conferenze, quotidiani, libri…) –, ma questo modo di dire non rende giustizia almeno a due aspetti importanti.

 

In primo luogo alla sua bellezza, ricchezza e musicalità. Se ne avete l’occasione, ascoltate una poesia o una canzone: anche senza capire il significato delle parole, il ritmo vi trasmetterà delle emozioni…

 

In secondo luogo non tiene conto del fatto che, se certamente non si può dire che la lingua italiana e quella araba siano imparentate – in quanto la prima è una lingua romanza facente parte della famiglia delle lingue indoeuropee, mentre la seconda appartiene al ceppo delle lingue semitiche – è innegabile che l’influsso dell’arabo sulla nostra lingua delle origini è stato secondo solo a quello delle lingue germaniche.

 

Moltissime parole che usiamo quotidianamente (Lorenzo Lanteri nel libro Le parole di origine araba nella lingua italiana edito a Padova nel 1991 dalla casa editrice Zanatel Katrib ne indica 600) ci arrivano dall’arabo.

 

Nomi di piante: albicocco, arancia, caffè, carciofo, limone, melanzana, zafferano… Vocaboli relativi al commercio: denaro, dogana, fondaco, gabella, magazzino, tara, tariffa, traffico… Parole legate alle scienze e alle tecniche: alambicco, alchimia, algebra, algoritmo, almanacco, cifra, nadir, zero… Parole di uso comune: azzardo, azzurro (da azraq, mentre celeste è di derivazione latina), bizzeffe, caraffa, cotone, facchino, gatto, giacca, meschino, nafta, quintale, sciroppo, sceriffo, zucchero 

 

A volte, per giungere fino a noi, le parole hanno affrontato un lungo viaggio nel tempo e nello spazio, un viaggio affascinante e spesso meraviglioso.

 

La parola assassino deriva da hashish ed era il nome di una setta, quella degli Assassini appunto, i cui membri, durante il medioevo, in Siria, venivano spinti a commettere omicidi dopo aver assunto droghe.

 

Il termine cerasa, che in alcuni dialetti italiani (ma non solo: si pensi all’inglese cherry) sostituisce la parola ciliegia, deve il suo nome alla città di Jerash, in Giordania, dove i Romani, per la prima volta, incontrarono questo frutto delizioso.

 

La parola ragazzo deriva dal verbo raqasa che significa “correre da un posto all’altro” ed indicava in origine il ragazzo di bottega, il garzone.

 

Queste parole (sono solo pochi esempi: l’elenco potrebbe essere molto più lungo) testimoniano come in passato i rapporti con l’altra sponda del Mediterraneo fossero importanti e fitti e come il nostro mare sia stato solcato più spesso da navi mercantili che da navi da guerra e dimostrano quanto importante sia stata l’influenza della lingua araba sull’italiano. Senza dimenticare qual è stato il ruolo che gli Arabi hanno avuto nella trasmissione delle opere greche che sono alla base della cultura occidentale, si pensi all’opera di Aristotele.

 

Dunque la prossima volta che vi diranno “parlo arabo?” non sbaglierete rispondendo “Sì, anche tu parli un po’ arabo…” 

 

Pagina diario scritta da: AUG a 20:00 | link | commenti (1) | | Torna su
monica

venerdì, 21 aprile 2006

Per un paio di setimane sarò impossibilitata a scrivere in questo diario che affido alle cure di Monica e Omar (di cui avete già letto il 18 aprile).
L’articolo di Domenico Gallo, che ho tratto il 14 aprile 2006 dal sito
www.ildialogo.org, richiama l’attenzione su una questione importante, di cui saremo chiamati a decidere in un prossimo referendum, ma si cui poco si è detto nella campagna elettorale (e ancor meno si dice nel post elezioni): la difesa della Costituzione.  Per questo lo trascrivo    augusta

Il dopo voto  Costituzione e democrazia. la posta in gioco   di Domenico Gallo

[Dalla newsletter quotidiana "Aprile on line" del 13 aprile 2006 (nel sito: www.aprileonline.info) riprendiamo il seguente intervento di Domenico Gallo. Domenico Gallo, illustre giurista, é nato ad Avellino nel 1952, magistrato ed acuto saggista, già parlamentare, tra gli animatore dell’Associazione nazionale giuristi democratici; tra i suoi scritti segnaliamo particolarmente: Dal dovere di obbedienza al diritto di resistenza, Edizioni del Movimento Nonviolento, Perugia 1985; Millenovecentonovantacinque, Edizioni Associate, Roma 1999; (a cura di, con Corrado Veneziano), Se dici guerra umanitaria. Guerra e informazione. Guerra all’informazione, Besa, 2005; (a cura di, con Franco Ippolito), Salviamo la Costituzione, Chimienti, 2006. Vari suoi scritti sono disponibili nel sito www.domenicogallo.it]

Lo sviluppo stupefacente dei risultati elettorali delle elezioni del 9 e 10 aprile dimostra che l’Italia é stata sull’orlo del baratro e che il nostro Paese é stato salvato da chi meno ce lo aspettavamo: gli italiani all’estero ed i giovani.
Se il voto degli italiani all’estero ci ha consentito di ribaltare l’effimera maggioranza conquistata al Senato dal centordestra, sono stati i giovani, mutando l’orientamento rispetto alle passate tornate elettorali, che hanno fatto la differenza ed hanno consentito all’Unione di sopravanzare di un soffio il centrodestra, guadagnando quel premio di maggioranza che rende concretamente possibile un governo di centrosinistra per la prossima legislatura.
Se siamo stati ad un passo dalla catastrofe, non possiamo incolpare il fato cinico e baro. Se migliaia o forse milioni di indecisi, all’ultimo momento hanno rotto gli indugi e si sono recati a votare per un governo ed una maggioranza indifendibile, sconfiggendo tutti i sondaggi, i pronostici e gli exit poll, anche questo non é frutto del fato cinico e baro. Adesso che l’orgia dei sondaggi si é placata e le agenzie di manipolazione del consenso hanno spento le luci, le elezioni, con quei voti irriducibili, scolpiti nella schede come sulla pietra, ci parlano dell’Italia come é. Ci dicono un fatto reale, ci raccontano una verità incontrovertibile.
*
La verità é che il popolo italiano é stato chiamato alle elezioni più drammatiche della sua storia, più di quelle del 18 aprile 1948, senza che nessuno lo abbia informato e reso edotto del valore della scelta che abbiamo dovuto compiere e della reale posta in gioco.
Durante tutta la campagna elettorale nessuno dei leader dell’Unione, a cui il sistema dei media ha concesso lo spazio della comunicazione, ha detto nulla che potesse aiutare la gente ad aprire gli occhi sulla natura illiberale, prevaricatrice e fascista del regime berlusconiano. Nessuno ha denunziato il sovversivismo di questa classe dirigente, nessuno ha rivelato il progetto politico di questa destra, scolpito nella cosiddetta Costituzione di Lorenzago e certificato dalla riforma votata dalla due Camere. Nessuno ha detto al popolo italiano che ciò che rendeva profondamente differenti le elezioni del 9-10 aprile 2006, da tutte le altre elezioni del dopoguerra, comprese quelle del 18 aprile del 1948, era il fatto che - per la prima volta - i due schieramenti politici contrapposti non condividevano più gli stessi valori costituzionali, poiché uno dei due schieramenti non si riconosceva nelle istituzioni democratiche. In definitiva nessuno ha detto al popolo italiano che nelle elezioni del 2006 la vera posta in gioco era la Costituzione, col suo patrimonio indisponibile di beni pubblici repubblicani, cioè la democrazia.
Ciò ha consentito a Berlusconi, liberato dell’onere di rendere conto dei misfatti del suo regime, di portare il dibattito politico sul terreno a lui più congeniale. Di dibattere di un Paese immaginario, di lanciare proclami e vendere fumo, come nessuno sa fare meglio di lui. Di far credere a larghi settori della società italiana che il 9-10 aprile si trattava di scegliere se pagare più o meno tasse, o di regolare o meno con i pacs le coppie di fatto.
*
Siamo giunti al paradosso che la verità é stata affidata ai comici. Sono stati i guitti, cioè quelle persone serissime che per mestiere fanno ridere gli altri, da Cornacchione a Paolo Rossi, a Nanni Moretti, gli unici che hanno raccontato al popolo italiano la verità sul berlusconismo. Ma non sono stati presi sul serio perché si trattava di comici, anche se costoro - scherzando - ci raccontavano la nostra storia. Invece i leader politici, che per mestiere non devono far ridere ma devono raccontare della cose serie, ci hanno raccontato un sacco di balle per non farci capire niente della posta in gioco. Insomma i buffoni sono stati serissimi ed hanno fatto supplenza ai politici raccontando la verità al popolo italiano, mentre i politici hanno fatto i buffoni (sia detto senza offesa per nessuno), raccontando barzellette.

Tratto da LA NONVIOLENZA E’ IN CAMMINO
Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza    Direttore responsabile: Peppe Sini.
Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail:
nbawac@tin.it
Numero 1265 del 14 aprile 2006

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

 

 Internazionale   21  /  27 aprile 2006 n. 638 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 19 aprile 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate
le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi       3.918     
Israeliani         1.037         
Altre vittime        75         
Totale               5.030        

Internazionale   21  /  27 aprile 2006 n. 638 pag. 14

 Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 19 aprile 2006
Iracheni              34.511  /  38.660
Americani                    2.377                             
Altre vittime                   209                          

 

 

 

Pagina diario scritta da: AUG a 16:34 | link | commenti | | Torna su
rassegnastampa, vittime di guerra

martedì, 18 aprile 2006

Come potete vedere nei due scritti successivi due giovani amici hanno accettato di collaborare al mio diario. Spero che si inseriscano spesso nelle mie pagine e potrete anche leggerne i contributi raggruppati sotto le categorie che portano i loro nomi, Monica e Omar
augusta

Pagina diario scritta da: AUG a 18:40 | link | commenti | | Torna su

Sono Omar, un ragazzo arabo, studente di letterature comparate. Intendo offrire qualche contributo alla conoscenza della cultura araba.

 


MUSICA DEL DESERTO


Dal cuore del silenzioso deserto, sorge una musica interna che incanta le anime e rende la natura rigida più morbida. Il flauto canta la canzone dell’esistenza, e il suo gemito rimane oltre l’esistenza.
Nel cuore del deserto, l’andatura svelta del cavallo e il passo del cammello ispirano ai poeti arabi bei versi, e con grande sorpresa scopriamo che la metrica di una poesia d’amore corrisponde quasi sempre all’andatura più veloce del cavallo, e la poesia d’elogio funebre corrisponde all’andatura più lenta, mentre nelle poesie filosofiche vi è una musica interna, simile a quella percepita solo dai fedeli quando il Corano viene salmodiato.
La musica è presente anche nel sufismo, è la metafora della “musica interna”, nella sua duplice valenza di ebbrezza paradisiaca e di spirito del pensiero si presenta nelle poesie sufiche, e viene celebrata nella loggia dei dervisci.
La sacralità è una prospettiva di senso che caratterizza il rapporto tra il fedele e la Natura. Un uomo chiese ad al-Ghazali, filosofo arabo del XII, se la musica era vietata secondo la legge islamica. Al-Ghazali gli rispose:
“Se neghi la sacralità della musica,
ti invito a contemplare i cammelli.
Che non seguono il pastore… bensì le sue melodie”.
            Viene il caso di domandarsi se la musica interna romantica sia radicata anche nei posti arabi più verdi, nel Libano? Basti ascoltare Gibran Khalil Gibran cantare:
“Non mi chiedete il nome del mio amoroso.
Temo che cadiate nell’angoscia dei dubbi.
Lo volete vedere?
Lo trovate nel sorriso dei fiumi,
nel ballo della giocosa farfalla,
nel sospiro del prato,
e nelle canzoni dell’usignolo”

Pagina diario scritta da: AUG a 17:21 | link | commenti | | Torna su
omar

Mi chiamo Monica, ho trentun anni e insegno Lettere.
Mi interessa la cultura araba, in particolare quella mediorientale.

 

 


IL CHADOR E L’ETA’ DELL’IGNORANZA

Ho sempre pensato che sia buona regola nelle conversazioni e, a maggior ragione, quando si parla in pubblico astenersi dal discutere di ciò che non si conosce per evitare di commettere delle gaffes o, peggio, di urtare la sensibilità di qualcuno che, più di noi, padroneggia l’argomento della discussione.
Se a “straparlare” di qualcosa è una persona comune, l’errore è veniale perché resta circoscritto ad una cerchia limitata; se, invece, è commesso da un personaggio pubblico o da chi ha, per mestiere, il compito di informare la gente, diventa – ahi me! – quasi imperdonabile.
Se questo è vero in generale, lo diventa tanto più quando il tema è la religione, terreno quanto mai delicato specie quando non si tratta della religione cattolica sulla quale, molto spesso, già non siamo molto ferrati: figuriamoci quelle altrui!
L’Islam sembra essere oggi argomento molto “alla moda” sul quale tanti (troppi) si sentono autorizzati a parlare. Fin qui nessun problema: siamo in democrazia e ognuno può, liberamente, esprimere la propria opinione. Questa, però, dovrebbe partire da presupposti esatti e non da pregiudizi e falsità che certamente non facilitano il dialogo tra le religioni.
Le parole sono importanti e vanno usate con attenzione.
È ormai invalso l’uso di chiamare chador il velo col quale le donne musulmane si coprono il capo. In realtà chador è una parola persiana che indica il mantello, prevalentemente di colore nero, usato dalle donne soprattutto in Iran, dove è obbligatorio. Il fazzoletto o foulard indossato comunemente dalle musulmane (ce ne sono in realtà molti tipi, ma consideriamo qui quello più diffuso) viene chiamato in arabo hijab parola che deriva dal verbo hajaba “nascondere”, appunto come in italiano “velo” da “velare”. Perché non usare dunque il termine corretto, velo?
Le traduzioni dall’arabo non sembrano decisamente il punto forte dei nostri giornalisti anche quando si tratta di poche parole e verificabili in modo semplicissimo.
Tutti i quotidiani (o la stragrande maggioranza di essi) riportano della frase Allahu akbar la traduzione “Allah è grande” e lo stesso fanno, alla televisione, solerti giornalisti commentando immagini che mostrano folle di uomini che scandiscono le due parole, spesso in tono minaccioso. La traduzione corretta è “Dio è il più grande”.
Apro qui una parentesi: io preferisco tradurre Allah e non è per inutile pignoleria. Credo infatti che chiamarlo Dio contribuisca a far capire che si tratta dello stesso Dio degli ebrei e dei cristiani (tra l’altro i cristiani arabi – palestinesi, libanesi, iracheni, egiziani… – usano appunto la stessa parola, Allah, per indicare Dio). Il fatto di usare in un contesto italiano la parola araba Allah, quando si potrebbe tranquillamente tradurre, mantenendone inalterato il significato, mi sembra nasconda, molte volte, la volontà di farlo apparire come una divinità lontana, “esotica”, passatemi l’infelice espressione che spero non urterà la sensibilità di nessuno. Perché infatti tradurre tutto tranne questa parola? Chi, riportando in italiano un discorso di Bush, direbbe “God benedica gli Stati Uniti”? Non vi pare la stessa cosa? Se conosciamo il significato di una parola, capiamo quello che ci sta dietro e, forse, ci farà meno paura.
Tornando all’espressione “incriminata”, l’impressione che se ne ricava dalle immagini mostrate alla televisione è quella di un grido marziale, guerresco. In realtà non è affatto così. Recentemente ho avuto la fortuna di assistere ad un incontro al quale era stata invitata la scrittrice Hoda Barakat, libanese cristiana, che ne ha spiegato in maniera semplice ed efficacissima il vero significato. Riporto, non le sue testuali parole, ma il senso del suo discorso e l’esempio da lei utilizzato. “Le donne palestinesi che gridano contro i soldati israeliani Allahu akbar vogliono metterli in guardia dal compiere un’ingiustizia. La loro è l’invocazione del più debole contro le angherie del prepotente. È come se li avvertissero di fare attenzione perché un giorno Qualcuno più potente di loro chiederà conto di quell’atto, di quella prepotenza. È come se volessero dire Fermatevi finché siete in tempo perché Dio è più potente anche di voi, Dio è il più grande”.
Sono solo due tra i molti esempi che si potrebbero fare, ma mi sembrano particolarmente significativi.
Mi piace pensare alla lingua come alla chiave d’accesso ad una cultura, non la sola, ma certamente una delle più importanti. Se, comprensibilmente, è difficile pensare di possedere tutte le chiavi necessarie, perché non chiedere aiuto o consiglio a chi ne sa più di noi? Perché non bussare e domandare, cortesemente, di essere lasciati entrare? Sarà sicuramente meglio che restare fuori, in balia dei pregiudizi e dell’ignoranza.

Pagina diario scritta da: AUG a 17:05 | link | commenti (1) | | Torna su
donne, monica

lunedì, 17 aprile 2006

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

 

 Internazionale   14 / 20  aprile 2006 n. 637 pag. 25

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 12 aprile 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate
le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi       3.916     
Israeliani         1.028         
Altre vittime        75         
Totale               5.019         

Internazionale   14 / 20  aprile 2006 n. 637 pag. 24

 Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 12 aprile 2006
Iracheni              34.030  /  38.164
Americani                    2.363                              
Altre vittime                   208                          

 

Israele - Palestina - Ramallah - 10.4.2006    
Nascere nella polvere    Una madre costretta a partorire a un checkpoint .
Scritto per
www.peacereporter.it  da Grazia Careccia

E’ la mattina del 14 Marzo 2006. Dopo nove mesi di attesa, Naima sente che si avvicina l’ora in cui il suo quinto figlio verrà alla luce. Naima non ha ancora trent’anni e vive a Hizma, un piccolo villaggio a una manciata di chilometri da Gerusalemme, che vede dalle finestre di casa, così vicina eppure così lontana visto che il muro, con il suo cupo grigiore, separa il suo villaggio dalla città.
Gerusalemme è irraggiungibile per quelli che, come Naima, non possiedono la carta di identità di Gerusalemme. Appena Naima sente i primi dolori che preannunciano la nascita di suo figlio, decide, come ha fatto le altre volte, di prendere un taxi e dirigersi verso Ramallah: suo figlio non potrà nascere a Gerusalemme, così vicina eppure così lontana. Il tragitto per raggiungere Ramallah, distante una decina di chilometri, è di circa tre quarti d’ora, considerando i vari ostacoli, le strade che i Palestinesi non possono percorrere e i checkpoints. Ma non è un giorno come gli altri, è in corso l’assedio israeliano alla prigione di Gerico e la tensione è più alta del solito: i controlli delle forze d’occupazione israeliane sono più intensi, tanto da rendere quasi impossibile spostarsi.  Ma Naima non può aspettare, suo figlio sta per nascere e, accompagnata dalla madre, sale sul primo taxi disponibile, che dopo poche centinaia di metri viene fermato da una pattuglia di militari israeliani. Il veicolo blindato sbarra loro la strada, è un cosiddetto ‘flying checkpoint’, in qualsiasi istante i militari possono bloccare il flusso di mezzi e persone sulle strade della Cisgiordania. I documenti dei passeggeri del taxi vengono scrupolosamente controllati e dopo circa un quarto d’ora l’auto viene lasciata passare.
Ma dopo pochi chilometri il taxi deve nuovamente fermarsi, c’è coda, le auto sono incolonnate e non sembrano destinate a muoversi rapidamente. I dolori sono ancora sopportabili e dopo aver atteso mezz’ora Naima e la madre decidono di scendere e proseguire a piedi, superano la colonna di vetture e raggiungono un altro ‘flying checkpoint’, mostrano i loro documenti ai militari e chiedono di essere lasciate passare in fretta visto che c’è una nuova vita in attesa di venire alla luce, non può aspettare. Dopo il secondo controllo Naima e la madre prendono un altro taxi, mentre i dolori si fanno più intensi e le contrazioni più frequenti. L’auto percorre la strada dissestata e ogni buca è una pugnalata per Naima, che sente il parto avvicinarsi e la paura di non raggiungere l’ospedale crescere, ma gli ostacoli non sono finiti. Il taxi si ferma davanti alla sbarra che chiude la strada per accedere a Ramallah, ma ci sono ancora più di 300 metri prima che Naima possa raggiungere a piedi i cancelli di ferro del ‘terminal’ di Atarot (Qalandia) e successivamente proseguire per Ramallah con un altro taxi.
Mentre cammina i dolori diventano insopportabili, il tempo non è abbastanza e sente le forze scemare, fa in tempo a raggiungere il muro in prossimità del checkpoint e si accascia al suolo: suo figlio sta nascendo ai piedi del muro della “hafrada” (separazione in ebraico).  Un medico di passaggio le presta soccorso e così fanno i passanti, i militari israeliani di servizio al checkpoint si avvicinano, guardano e rapidamente si allontanano senza prestarle alcun soccorso. E’ una bimba e si chiamerà Hanadea, nata lì ai piedi del muro che separa la Cisgiordania dalla Cisgiordania, lacerandola. Il medico chiama un’ambulanza della Mezzaluna Rossa, mentre Naima inizia a perdere molto sangue, questo parto è stato particolarmente difficile e giacere sul selciato lo ha reso ancora più doloroso. La paura è stata molta e l’umiliazione di dover condividere un momento così intimo con la folla di passanti, in mezzo alla polvere, lo ha reso particolarmente traumatico. Trascorre mezz’ora prima che l’ambulanza arrivi, poi Naima e sua figlia possano finalmente avviarsi verso l’ospedale di Ramallah, ma c’è ancora un altro checkpoint da passare. Questa volta, visto che si tratta di un’ambulanza i militari sono meno esigenti e dopo un breve controllo lasciano passare il mezzo. Naima non aveva potuto chiamare l’ambulanza da casa perché non ha il telefono ed era sicura, visto le precedenti esperienze, di avere il tempo sufficiente per dare alla luce sua figlia in ospedale. Ma anche il tempo in Palestina non è patrimonio dei Palestinesi, è alla totale mercé delle forze di occupazione israeliane.  Quando incontro Naima, ha un sorriso velato dalla tristezza, la gioia di dare alla luce sua figlia è stata offuscata dalla polvere del checkpoint, dalla paura e dall’umiliazione. Hanadea è piccolissima, ha circa due settimane, ma ha già vissuto abbastanza per provare la durezza del regime di occupazione militare, illegale e umiliante, che opprime la sua terra e il suo popolo.

Grazia Careccia lavora in Palestina per l'organizzazione non governativa al-Haq che si occupa della tutela dei diritti umani

 

 

 

 

Pagina diario scritta da: AUG a 11:44 | link | commenti | | Torna su
bambini, israele palestina, vittime di guerra

giovedì, 13 aprile 2006

Riporto dal Corriere della sera di mercoledì 12 aprile 2006  

Castelli: no a mandato cattura agenti CIA. Il ministro della Giustizia ha deciso di non presentare domanda di estradizione agli Usa per il rapimento di Abu Omar
ROMA - Il Ministro della Giustizia, Roberto Castelli, ha comunicato al procuratore generale di Milano, Mario Blandini, la sua decisione di non presentare la domanda di estradizione dagli Stati Uniti d'America e di diffusione delle ricerche all'estero formulata dalla Procura della Repubblica di Milano, relativa al procedimento penale che vede indagati 22 agenti della Cia per il rapimento di Abu Omar. Il ministro, a cinque mesi dalla presentazione della richiesta, «d'intesa con la Presidenza del Consiglio», ha quindi comunicato al pg di Milano Blandini che non invierà la domanda alle autorità di Washington: «Non me la sento di mandare agli Stati Uniti il segnale che lasciamo liberi i terroristi assolti dai magistrati e ci occupiamo di arrestare i cacciatori di terroristi».
LA PROCURA: «RINNOVEREMO LA RICHIESTA» -La Procura di Milano «reitererà la richiesta di estradizione non appena sarà formato il nuovo governo nella convinzione di poter ottenere una diversa valutazione». Lo ha detto il procuratore aggiunto Armando Spataro, titolare dell'inchiesta sul rapimento di Abu Omar, relativamente al no del ministro Castelli alla richiesta di estradizione degli agenti Cia indagati

Poiché responsabile della Base è un colonnello italiano (il generale americano è responsabile della flotta aerea, mi chiedo se non sarebbe il caso di verificare a) se il colonnello sapeva e ha consentito; b) se non sapeva e in questo caso se il volo in questione fosse conforme agli accordi internazionali o meno.
Tralascio ogni altra considerazione                

Riporto anche una notizia inviatami il 30 marzo da
centropaceivrea@fastwebnet.it

Leggere per credere: una ballerina classica, ebrea, cittadina israeliana ed un operaio palestinese, musulmano, privo di cittadinanza, non possono convivere nonostante siano legalmente sposati.
Anzi, il governo dell'unica-democrazia-in-Medio-Oriente si rifiuta di trascrivere nella carta d'identità della donna lo stato di maritata. Rifiuta al marito di potere vivere con la moglie alla residenza di quest'ultima, a Gerusalemme, dove la donna insegna danza classica ed è un'affermata professionista oltreché riconosciuta artista. Ma nega anche alla donna l'opzione alternativa, cioè, di mettere su casa con il marito a Ramallah, in quanto ai cittadini israeliani è vietato risiedere nei Territori Occupati eccezione fatta, naturalmente, per le colonie illegali.
Fonte della notizia è un ampio articolo di Haaretz, che si può leggere in:
http://www.haaretz.com/hasen/spages/697907.html

E’ bene ricordare che non si tratta di un caso isolato ma della conseguenza di una legge intesa ad impedire la convivenza di Palestinesi dei Territori con Palestinesi cittadini di Israele (i cosiddetti arabi-israeliani)
 Ne avevo diffusamente parlato nel mio diario del 31 maggio 2005, quando la legge fu votata dalla Knesset                                                                                                     augusta

                                                             SEGNALAZIONE

Chi visitasse  il sito http://ecumenici.altervista.org/ potrebbe imbattersi in fotografie che ho scattato in Palestina e che non sono capace di pubblicare in questo mio diario.
Ringraziando per la cortesia fattami da “ecumenici”,faccio presente che il sito merita comunque una visita per la ricchezza di materiale presentato.

Pagina diario scritta da: AUG a 18:12 | link | commenti | | Torna su
israele palestina, rassegnastampa, guerra conflitti e violenze, segnalazioni da altri blog

lunedì, 10 aprile 2006

Riporto una lettera che ho appena scritto a un candidato alle elezioni politiche
Lo faccio volutamente prima di conoscere i risultati e ad urne chiuse
Ricordo anche quanto ho scritto il 7 e il 16 febbraio che a questa lettera si connette      augusta

Caro XY                                                                                      lunedì 10 aprile 2006
Ti ho votato, e lo avrei fatto anche se avessi potuto scegliere,: il che mi è stato in ogni caso impedito dalla sciagurata legge elettorale in vigore. Scegliere i candidati era un modo per segnalare ai partiti obiettivi, desideri, dubbi …e anche questo ci è stato negato. Spero che il prossimo Parlamento potrà e vorrà cambiare questa norma … una fra le tante orribili che ci hanno condizionato durante la legislatura che si chiude. 
In ogni caso resta il diritto/dovere alla parola, anche se mancano i luoghi idonei ad un dialogo non opportunistico. Il silenzio però non è impedimento allo scrivere.
E allora eccomi qui, consapevole di tutto il fastidio che può dare una persona che non ama ripetere espressioni generiche ma è solita occuparsi di ciò che conosce (o almeno spera di conoscere).
La propaganda elettorale appena finita mi ha in parte disgustato, in parte annoiato.
Con tutta la buona volontà non mi interessa né ciò che Berlusconi & C. pensano di Prodi, né ciò che Prodi pensa di Berlusconi.
Così ti scriverò della pace, una grande questione quasi assente dai discorsi prelettorali..
Non mi interessa che si sia strillato pace … Si usa e troppi si appagano di strilli (più o meno nobili). Io chiedo invece a chi fa politica di non strillare, tanto più che, mentre militari italiani partecipano a una guerra d’aggressione, è meglio che ci assicuriamo almeno la decenza della discrezione.
A chi fa politica vorrei trovare ancora la forza di chiedere (e aver la forza di saper ancora sperare che questa domanda incontri l’onestà e il coraggio della risposta) come gli eletti nelle istituzioni intendono declinare la pace nel quadro delle proprie funzioni, responsabilità e competenze.
Ricordi? Negli anni in cui si discusse la riforma degli enti locali –e i comuni si dotavano di uno statuto- vi fu un vasto movimento per assicurare che vi fosse indicato un proprio obiettivo di pace.
E non chiedevamo certamente a sindaci e assessori di strillare pace, ma di dare ad ogni livello istituzionale la dignità di esprimere la propria funzione, rendendo quel concetto norma operante.
Era l’inizio degli anni novanta e presto venne la crisi balcanica.
Si manifestò allora da parte di molti rappresentanti istituzionali di ogni livello l’atteggiamento che adesso è regola. All’interesse efficace per assicurare il rispetto della Costituzione, e, nella fattispecie, dell’articolo 11, si sostituì la presenza enfatizzata ad attività di movimento in cui non era –e non è – chiaro come la domanda di pace e giustizia potesse e possa assicurarsi lo strumento di norme e comportamenti certi, trasparenti e condivise (il raggiungimento delle quali è il compito delle istituzioni per le proprie competenze).
Non è cosa che possa accadere automaticamente. Occorre tanto e duro lavoro, competenza, determinazione consapevole e anche passione ma la passione per la realizzazione di un’etica pubblica e condivisa fu sostituita allora (e la deriva continua) dallo scambio di emozioni. Non c’è sforzo di progettazione, ogni evento è considerato per sé, commuove o meno secondo la campagna orchestrata dai media, per ogni evento si versano lagrime catartiche … da cui trarre il conforto per ripartire con una ricostruita, impotente, smemorata innocenza.
Nei primi anni della crisi balcanica un gruppetto di parlamentari – trasversalmente attenti alle tematiche della pace- riuscì a porre qualche freno alla deriva. Si deve a loro l’invenzione del concetto di “rifugio umanitario” che, in carenza di una legge articolata per attuare convenientemente l’istituto del rifugio politico, previsto dalle Nazioni Unite, consentì l’accoglienza dei profughi dal territorio della ex Jugoslavia.
Per un breve spazio di tempo eletti nelle regioni e nei comuni collaborarono a questa politica e ciò fino alle elezioni del 1994, che -a mio parere- costituiscono lo spartiacque da cui mosse la deriva che oggi si è fatta angosciante, perché è diventata cultura diffusa nelle istituzioni e nella società detta, spesso impropriamente, civile..
Vogliamo un esempio? Poche settimane fa è stato concesso, con procedura d’urgenza, il rifugio politico ad un afgano convertito parecchi anni fa al cristianesimo (credo alla confessione cattolica ma ciò non è stato chiaro), minacciato di morte nel suo paese dove la conversione è apostasia e l’apostasia reato.
Il rifugio era suo diritto e nostro dovere (così come quello di ogni paese europeo firmatario della convenzione di Ginevra) concederlo. Ma quel poveretto, nel momento in cui il suo diritto veniva rispettato, è stato brutalmente strumentalizzato per costruire l’immagine di un paese accogliente per un ‘martire’ dell’Islam.
Non mi ha meravigliato il silenzio di comodo di chi era occupato a ripetere i temi dominanti nello squallido periodo prelettorale appena finito. Ma speravo ancora (e mi sbagliavo) in qualche precisazione da parte delle associazioni di settore che finalmente ponessero i problemi dell’informazione (spesso negata) a chi richieda asilo, dell’assistenza al confine, della rapida efficacia della risposta alle domande per ottenere lo status di rifugiato (quando dovuto).
Il silenzio, almeno per quanto abbiamo potuto capire dai media, è stato totale.
Così io ho tirato fuori la documentazione di uno dei casi più orrendi di negato rifugio di cui ho memoria (e sono tanti): Te lo ricordo perché non mi consento né voglio consentire ad altri il lusso dell’innocenza smemorata (traggo le parti virgolettate della descrizione del caso da un’interrogazione parlamentare di cui fu prima firmataria l’on. Russo Jervolino, allora presidente della Commissione Affari Costituzionali). Era il 1997
” Il 7 marzo è stato rimpatriato coattivamente da Trieste in Turchia, a bordo della stessa nave turca ‘Und Marmara’, che lo aveva sbarcato in Italia il 3 marzo insieme ad un gruppo di connazionali immigrati clandestini, il minorenne Serdar Agal, nato il 23 .10.1979° a Bingol nel Kurdistan turco;”
” L’ambasciata italiana in Turchia  .. ha confermato l’arrivo del giovane a Istambul, dove è stato arrestato e processato per immigrazione clandestina;”
“Il caso di Serdar Agal riveste particolare gravità poiché il minore era stato ricoverato presso il reparto neurologico dell’ospedale Cattinara a Trieste per una crisi epilettica, la cui origine poteva essere ascritta –come dichiarato dal medico dell’ospedale all’operatore T.B. del centro Acli-Caritas di Trieste- a traumi cranici collegabili con percosse e violenza dei quali il giovane portava ancora visibile segni (cicatrici di ferite da taglio sul collo e sul petto) e che aveva subito, secondo quanto dichiarato da lui stesso al T.B., in occasione di due arresti con successiva tortura da parte della polizia turca;”
”nonostante tale circostanza, e pur essendo il giovane ormai all’interno del territorio nazionale ed avendo il Comune di Trieste manifestato disponibilità all’accoglienza umanitaria, egli è stato prelevato dall’ospedale e caricato sulla nave in partenza senza la formalizzazione del necessario provvedimento di espulsione, previo semplice colloquio con due ispettrici di polizia, senza la presenza di un interprete e senza essere sentito dal Tribunale dei Minori o da altro ufficio Giudiziario”.
In quel caso (che è emblematico di un atteggiamento che continua) si ribadì la natura del confine come luogo di difesa contro le diversità che spaventano e irritano (certamente un minore torturato, appartenente ad una popolazione perseguitata, non può essere assimilato alla categoria di chi “fa i lavori che gli italiani rifiutano”!).
Oggi, ad aggravare la situazione, si è costruito – non lontano da quel confine - un carcere chiamato Centro di prima accoglienza (CPT) che esemplifica con chiarezza cosa sono gli stranieri non comunitari (nei quali si confondono immigrati e richiedenti asilo) all’interno di quel quadro di riferimento che –per captatio benevolentiae, ma dovrei dire malevolentiae- viene chiamato sicurezza.
Luogo di pace sarebbe stato il confine accanto a cui viviamo se vi si fossero rispettate (come regola e non a seguito dello scambio di opportunistiche emozioni) le norme internazionali.
Alla politica come tale spetta farsi alternativa alla guerra senza attuare processi di delega al mondo associativo che si occupa di pace (e riesce a trovare ormai solo la piazza per dire la propria volontà) e di accoglienza degli stranieri, compito per cui sa trovare anche espressioni di alto livello nella manifestazione delle proprie capacità di solidarietà, che tra l’altro la Costituzione prevede.
Ma l’incapacità della politica di farsi carico delle norme internazionali, di caratterizzare un confine (e nella nostra regione, ripeto, ne siamo a ridosso) come luogo di scambi e non come uno dei tanti muri che umiliano l’umanità, di far sintesi fra i diversi livelli di necessario intervento riduce spesso quella solidarietà a beneficenza e comunque non sfiora il diritto fondante (e purtroppo aleatoriamente gestito) all’ingresso. Spesso la risposta opportunistica, incline a corrispondere emozionalmente ad un’emozione, crea un processo di non sempre nobile scambio fra consenso e sostegno (che le istituzioni ancora assicurano ad alcune realtà associative), scambio  che allontana sempre più l’obiettivo della costruzione di una politica di pace. La possibilità di appassionarsi alla costruzione di una pubblica etica condivisa così si allontana e ci si affida alla precarietà dei buoni sentimenti, perdendo la risorsa della forza della ragione responsabile.
Credo sia un tema da affrontare nella prossima legislatura e, se governare è meglio che essere all’opposizione, anche dall’opposizione è possibile darsi da fare.                     augusta

Pagina diario scritta da: AUG a 15:38 | link | commenti (1) | | Torna su
varie, stranieri in italia, diari di augusta

domenica, 09 aprile 2006

Riporto la nota che ho trascritto ieri da Internazionale, cui unisco un richiamo a una precedente pagina del mio diario (22 maggio 2005) con la relazione di un incontro con un deputato russofono della Knesset.
Ecco l’incipit di quel diario: “Yuri Stern, deputato dello Ihud Leumi (Unione Nazionale, cartello che include diverse correnti della destra nazionalista) e la cui lista nella precedente legislatura si chiamava Israel Beitenu (Israele, la nostra casa)….”. Chi volesse leggere quella pagina potrà raggiungerla evidenziando il mese “maggio 2005” o la categoria, “viaggio confronti 05”.
Seguono la –purtroppo- irrimediabilmente settimanale conta dei morti in Israele/Palestina e in Iraq e un articolo di Rossana Rossanda, una dei pochi giornalisti che ancora fanno uso dello strumento della ragionevolezza sostenuta dalla competenza.                         augusta
 
Internazionale 6 aprile HA'ARETZ, Israele  
http://www.haaretzdaily.com
Israele, incarico a Olmert.
Il presidente israeliano Moshe Katzav conferirà oggi al primo ministro ad interim Ehud Olmert l'incarico di formare il nuovo governo, dopo la vittoria del partito di centro Kadima nelle elezioni del 28 maggio. Kadima (29 seggi) e il Partito laburista (19) hanno raggiunto un accordo per
formare un governo di coalizione, che comprenderà anche il partito ortodosso Shas (12) e il Partito dei pensionati (7). La coalizione conterebbe quindi su una maggioranza alla Knesset di 67 deputati su 120, ma Olmert non ha escluso un accordo anche con il partito russofono d'estrema destra Israel Beiteinu. Nel frattempo lo Shin Bet, il servizio segreto interno, ha arrestato il ministro palestinese per gli affari di Gerusalemme ed esponente di Hamas Khaled Abu Arfa.

 

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

 

 Internazionale   7  /  13 aprile 2006 n. 636 pag. 17

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 5 aprile 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate
le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi       3.894      
Israeliani         1.028         
Altre vittime        75         
Totale               4.997        

Internazionale   7  /  13 aprile 2006 n. 636 pag.  16

 Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 5 aprile 2006
Iracheni              33.821  /  37.943
Americani                    2.343                             
Altre vittime                   208                          

 

Da Il Manifesto 8 aprile  Siamo ciechi ROSSANA ROSSANDA
La decisione della Ue di sospendere ogni aiuto finanziario alla Palestina è cieca se non provocatoria. Vogliamo sperare che sia soltanto cieca, perché nel secondo caso vorrebbe dire che quel tanto che esiste di Europa è in mano a dirigenti pericolosi, determinati ad aggravare senza fine il conflitto nel Medio oriente. Ma anche la cecità fa paura. Che ci si attende dal fatto di affamare un piccolo paese, già distrutto nelle poche infrastrutture che l'Anp aveva cercato di costruire, dai colpi mirati del governo israeliano, un paese privo di risorse, o come la striscia di Gaza ridotto all'estrema miseria per avere votato maggioritariamente per Hamas? E con la motivazione, ribadita dalla Ue, che Hamas non ha dichiarato di rinunciare in linea di principio alla violenza e di riconoscere l'esistenza dello stato di Israele? In primo luogo, Hamas checché ne pensi il dipartimento di Stato, è sicuramente un movimento armato, ma che non ha nulla a che vedere con Al Qaeda e varie jihad che spuntano nei paesi a bersaglio degli Stati uniti, ma agisce esclusivamente nei territori palestinesi, al fine di liberarli dall'occupazione. Si può discutere se sia stata la maniera giusta. Ma Hamas va visto per quel che è, un movimento di liberazione nazionale e sarebbe elementarmente ragionevole chiedersi come mai è arrivato ad avere il voto maggioritario della sola nazione mediorientale che fino a dieci anni fa era assolutamente laica. Come non vedere che la risposta è nella esasperazione di un popolo spinto agli estremi, dopo un'occupazione di trentacinque anni, il solo a pagare il rifiuto dei paesi arabi a riconoscere Israele, a sua volta insediata in una terra araba senza consultazione alcuna con gli abitanti che ne venivano estromessi? Come non vedere nella politica di Ariel Sharon, di cui egli forse stava sia pur tardivamente dubitando, un elemento che ha facilitato l'insediamento di Hamas, sola organizzazione che tentava e riusciva a sostenere un paese distrutto in tutte le sue infrastrutture? E come non rendersi conto che le politiche repressive non hanno mai ragione, salvo andare al vero e proprio sterminio, di una opposizione nazionale? Anzi, la esacerbano, e in presenza di un così smisurato rapporto di forze, la spingono verso l'azione armata anche terrorista? Come non ammettere che la linea di Ariel Sharon è stata folle, come quella di Bush con l'Iraq? Come non chiedersi che cosa ha significato rifiutare un dialogo su basi serie e accettabili, che non è mai stato - neppure a Taba - esplicitamente e perfino unilateralmente avanzato? Come non riconoscere che, se tarda un riconoscimento dell'esistenza di Israele da parte dei paesi arabi fino alle ultime elezioni ha continuato a dominare a Tel Aviv il progetto di una grande Israele? Mantenersi su questa strada è di una criminale stupidità. Ci possiamo augurare soltanto che la «transitorietà» di questa misura porti alla sua abrogazione nel più breve tempo possibile. E' una ben scarsa soddisfazione da parte di chi non ha mai creduto che la democrazia si potesse esportare o imporre con le armi, senza che ne esistano o ne siano saggiamente alimentate le basi, constatare che essa non consiste soltanto in «libere elezioni». Che siano state libere quelle palestinesi nessuno ha messo in dubbio. Che una repubblica islamica possa essere democratica nel senso pieno che noi diamo alla parola, non è possibile. Ma che cosa è successo in Algeria quando il voto maggioritario ottenuto dal Fis è stato negato dalla messa fuorilegge del medesimo? Ne è seguita una guerra civile atroce, della quale nessuno parla perché il gas algerino serve ai paesi dirimpettai del mediterraneo. Domani si vota. La politica internazionale è stata del tutto assente da questa campagna elettorale, segno di un pericoloso provincialismo. Fuori di noi il mondo è in fibrillazione. La vittoria del centro sinistra dovrà anche allargare, fra i suoi compiti primari, l'attenzione di un paese che Berlusconi ha rinchiuso in se stesso o nel servaggio verso gli Stati Uniti
.

Pagina diario scritta da: AUG a 08:31 | link | commenti | | Torna su
israele palestina, rassegnastampa, vittime di guerra