Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

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martedì, 30 maggio 2006

Il delitto d’onore.

Nel mese di dicembre del 2001 il governo giordano ha abolito un articolo del codice penale che garantiva la quasi impunità ai reo confessi di delitti d’onore. Gli articoli 340 e 341, infatti, permettevano la drastica riduzione della pena prevista per l’assassino e sostenevano che “l’atto di uccidere un’altra persona è giustificato in difesa della vita, dell’onore della vita e dell’onore di qualcun’altro”.

Nel suo libro molto controverso “Forbidden Love”, Norma Khouri, scrittrice giordana residente all’estero, racconta la storia della sua amica Dalia, musulmana, uccisa dal padre per aver espresso l’intenzione di sposare un giovane cristiano. La Khouri è accusata dalle autorità giordane di aver fabbricato tutta la storia per i propri interessi ed è considerata nel paese una vera e propria fuorilegge.

  Al di là della veridicità o meno dei fatti raccontati dalla Khouri, il fenomeno esiste ed i delitti d’onore sono quasi all’ordine del giorno in un paese che vorrebbe dare di sé un’immagine di progresso. Una realtà scomoda certamente, che le statistiche ufficiali riportano molto ridimensionata.

  Nel 1998 le Nazioni Unite stimavano che 5.000 donne venivano uccise ogni anno nell’area compresa tra il Pakistan e l’Egitto: circa la metà di loro sarebbero palestinesi e giordane!

  Per meritare la morte, talvolta basta essere uscite di casa senza il permesso dei genitori, avere amicizie maschili, aver subito uno stupro, oltre che, naturalmente, avere una relazione segreta. L’onore, in quest’ultimo caso, può essere riguardagnato dalla famiglia o con un matrimonio riparatore o con l’eliminazione fisica della donna.

  La famiglia reale sostiene l’iniziativa dei gruppi impegnati nella battaglia contro il delitto d’onore, ma pare che i delitti non tendano a diminuire affatto. Probabilmente, una responsabilità grava anche sul parlamento giordano, dominato, da rappresentanti dei gruppi tribali che si oppongono persino alla volontà reale di far comminare pene più severe agli assassini.

Come accade anche in altri ambiti, si cerca di coprire tali pratiche col mantello della religione. Eppure, tutto ciò non ha niente a che fare con la religione, il Corano indica ben altre soluzioni che la morte per gli adulteri, maschi e femmine (sura IV, 19-20). Al contrario, le radici del delitto d’onore stanno solo nell’ignoranza, nella barbarie e nella volontà di annullare l’identità femminile.

Pagina diario scritta da: AUG a 17:57 | link | commenti (1) | | Torna su
donne, omar

sabato, 27 maggio 2006

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

 Internazionale   26 maggio / 1 giugno  n. 643 pag. 17

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 24 maggio 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate
le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi       3.950      
Israeliani         1.037          
Altre vittime        76          
Totale               5.063         

 Internazionale   26 maggio / 1 giugno  n. 643 pag. 16

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 24 maggio 2006
Iracheni               37.848  /  42.216
Americani                    2.457                              
Altre vittime                   222                          


                                                           segnalazione

             Referendum del 25-26 Giugno 2006


Sono un po’ inorridita dal fatto che del referendum di giugno nei media non si parli, mentre ci si dilunga sulle schifezze calcistiche.

Torno a segnalare il volume                 Salviamo la Costituzione

(a cura di Domenico Gallo e Franco Ippolito )
Chimienti editore  23-05-2006

Inoltre nel sito 
www.ildialogo.org
alla voce “
Dossier Costituzione italiana
è possibile trovare parecchio materiale.

Pagina diario scritta da: AUG a 18:34 | link | commenti | | Torna su
rassegnastampa, vittime di guerra, segnalazioni da altri blog

venerdì, 26 maggio 2006

Traduco due ampi passaggi di un editoriale di Haaretz, attendibile fonte Israeliana

Court narrowly upholds 'family reunification' ban
By
Yuval Yoaz, Haaretz Correspondent, Haaretz Service and agencies  14/05/2006
'Black day for Israel' (ungiorno nero per Israele )

Domenica (n.d.t.: 14 maggio) l’Alta Corte di giustizia ha salvato con un minimo margine di voti la discussa legge che di fatto impedisce ai Palestinesi di Cisgiordania di vivere con il coniuge e i figli in Israele. Il caso è considerato una delle più importanti questioni che l’Alta Corte abbia affrontato negli ultimi anni, avendo accolto petizioni che chiedevano l’annullamento di un emendamento della Legge sulla Cittadinanza che impedisce l’unificazione delle famiglie di Palestinesi sposati con Arabi israeliani.
Un’ampia commissione di 11 magistrati ha votato a maggioranza (6 a 5) rigettando le petizioni che chiedevano il capovolgimento della legge, approvata dalla Knesset (n.d.t.: parlamento israeliano) nel 2002 e fortemente influenzata dalla violenza dell’intifada, allora al suo culmine (n.d.t.: si riferisce alla seconda intifada scoppiata il 28 settembre del 2000).
Respingendo i ricorsi la corte ha considerato certo il diritto di Israele di impedire ai Palestinesi della Cisgiordania di trasferirsi in Israele per riunirsi alle loro famiglie.
La legge stabilisce che solo le donne palestinesi sopra i 25 anni e gli uomini sopra i 35 possono unirsi alle loro famiglie in Israele ed eventualmente ricevere la cittadinanza.
I critici della legge l’hanno bollata come razzista e discriminatoria e Amnesty International ha chiesto che sia abrogata.
………………….
“E’ un brutto giorno per lo stato di Israele e anche per la mia famiglia e per le altre famiglie che soffrono come noi” diceva Muad-el-Sana un avvocato arabo israeliano, sposato a una palestinese di Betlemme (Cisgiordania). ”Il governo impedisce al popolo di condurre una normale vita familiare a causa della nazionalità” continuava el-Sana alla radio Israeliana pochi minuti dopo che la decisione (dell’Alta Corte) era stata annunciata.
La corte aveva garantito ad Abir, moglie di el-Sana, un’ingiunzione temporanea per evitare la sua deportazione. Ma el-Sana affermava che la dichiarazione dell’alta corte rendeva praticamente impossibile per la coppia e per i loro due figli (di due anni e cinque mesi) di continuare a vivere insieme.

Il 14 maggio usciva anche un comunicato della BBC secondo il quale  uno dei gruppi che contestano la legge avrebbe affermato che migliaia di famiglie ne sono colpite e sono costrette ad emigrare o a vivere separate.
Della questione ho scritto più volte e, in particolare l’8 maggio ho riportato un articolo di Amira Hass, giornalista israeliana, corrispondente di Haaretz a Ramallah, che offre un esempio di “emigrazione forzata” per salvare l’unità familiare.
In tutto questo trovo grottesco il silenzio del papa che, pur affermando di avere un compito universale, in Italia parla e in Israele –sempre a proposito di famiglie- tace.
Forse in Italia, rassicurato dal silenzio (e dagli applausi) di credenti acquiescenti e di opportunistici non credenti fa il moralista e in Israele il diplomatico.
Mi sembra incoerente: comunque è soltanto una mia ipotesi.
augusta

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bambini, israele palestina, rassegnastampa

lunedì, 22 maggio 2006

LA MIA SIRIA


Questo periodo dell’anno mi ricorda la Siria. Non perché ci sia mai andata in questa stagione – gli impegni scolastici mi costringono sempre a partire nei mesi estivi –, ma perché questo è il momento in cui il viaggio prende forma nella mia mente e si concretizza nel disbrigo delle pratiche necessarie: la richiesta del visto, la prenotazione dei biglietti…
Sul modulo per la richiesta del visto alla voce “motivo del viaggio” scrivo “turismo”, ma se potessi essere sincera direi “amore per questo paese incantevole, per la sua storia, la sua cultura, amicizia con persone meravigliose…”. Mi chiedo se l’ambasciatore capirebbe o mi giudicherebbe una con qualche rotella in meno.
La verità è che per me la Siria è tutto questo e molto altro ancora.
È Aleppo, la città del mio cuore, troppo bella per poterla descrivere per me che non sono un poeta; ma forse posso prendere in prestito le parole che Nizar Qabbani, grandissimo poeta siriano (1923-1998), dedicò alla sua amata Damasco:

Non posso parlare di Damasco
senza che s’intrecci sulle mie dita il gelsomino.
Non posso pronunciare il suo nome
senza che sulle mie labbra
s’addensi il nettare
dell’albicocca, del melograno, della mora e del cotogno
Non posso ricordarla
senza che su un muretto della memoria
si posino mille colombe
… e mille colombe volano.

È Palmira, la città della regina Zenobia, che sorge nel deserto sulla strada verso l’Iraq e che, per le sue magnifiche rovine romane, ha poche eguali nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo.
È Ma’aloula, paesino cristiano a pochi chilometri da Damasco, tra le cui case color malva e sabbia, si parla ancora l’aramaico, la lingua di Gesù.
È i suoi molti castelli: il Krak dei Cavalieri, il castello di Saladino – quello che in Occidente viene soprannominato “feroce” e che, invece, gli Arabi ricordano per la sua magnanimità e saggezza – …
Ma è soprattutto il legame con amici stupendi il cui affetto, la cui disponibilità e la cui ospitalità mi è impossibile descrivere a parole.
Ricordo che tre anni fa – era appena scoppiata la guerra in Iraq –, quando mi invitarono ad andare a trovarli, mi dissero: “Vieni adesso, la situazione è ancora tranquilla. Noi saremo i prossimi, ma per ora non c’è alcun pericolo”.
Provai una stretta al cuore al sentire quelle parole. La guerra è una cosa assurda e orrenda, qualunque popolo colpisca, ma quando si abbatte su un paese vicino al proprio cuore è, se possibile, ancora più terribile.
Quando ai telegiornali italiani sento definire la Siria uno “Stato canaglia”, uno dei paesi dell’“asse del male” da politici ignoranti che credono o fingono di credere alla guerra come strumento di pace, riprovo quel dolore misto a rabbia.
Vorrei che quelle persone potessero vedere la bellezza che la Siria ha espresso nel corso dei millenni, conoscerne la gente, sentire il profumo delle spezie mentre si cammina nella penombra dei suoi bellissimi suq… La conoscenza reciproca sarebbe il miglior modo per prevenire le guerre (ed evitare quelle “preventive”, crudelmente indifferenti alla vita e al dolore di un popolo sconosciuto).
Può sembrare un’utopia, ma io mi auguro di no.

Puoi dire che sono un sognatore, ma non sono l’unico.
Spero che un giorno ti unirai a noi e che il mondo sarà una cosa sola.

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monica

domenica, 21 maggio 2006

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

 Internazionale   19/25 maggio n. 642 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 17 maggio 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate
le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        3.942      
Israeliani         1.037         
Altre vittime        76         
Totale               5.055        

Internazionale   19/ 25 maggio n. 642 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 10 maggio 2006
Iracheni               35.161  /  38.344
Americani                    2.450                              
Altre vittime                   222                          

Questo settimanale sgranarsi di cifre mi è quasi insopportabile. Credo che morire in guerra –o in un conflitto armato quale che sia il nome che gli vogliamo dare- sia la fine più innaturale che si possa immaginare.
E alla percezione continua di questa assurdità (da quando le guerre –con una particolare attenzione a quelle preventive- vengono dichiarate e pubblicamente esibite senza vergogna) il linguaggio si è modificato e complessivamente ne esce un’immagine chirurgicamente pulita (dire “gli effetti collaterali possono essere anche presenze accidentali accanto a chi è oggetto di un’esecuzione extragiudiziale mirata” suona molto più rassicurante della frase “avevamo deciso di ammazzare Caio ed è morto anche Tizio, ma non ci interessa.
La guerra e la guerra”. E forse qualcuno riesce ad aggiungere che Dio (comunque denominato) la vuole.
Da quando sono tornata dall’ultimo rapido giro in Israele e Palestina ho motivo di continui fastidi.
Incontro una conoscente che mi guarda meravigliata: “Ma tu stai bene!”. Chi arriva da un indeterminato “da là” (ho sentito confondere la Cisgiordania con il Sinai e avvicinarla traumaticamente a Bagdad) dovrebbe (in omaggio ad Oriana Fallaci, ai leganordisti suoi fidi seguaci?) presentarsi un po’ sforacchiato.
Io sono integra e forse la cosa sembra indecentemente contraria al senso comune.
Ne incontro un’altra. Cerco di parlare di politiche di pace. Mi dice “Non farlo. Non interessano a nessuno” Anche se da quello sconsolato “nessuno” esclude se stessa la frase resta sospesa fra noi.
Sbotto: “Concordo che agli indifferenti per costituzione o per scelta non importa nulla dei morti, dei mutilati, degli affamati … di coloro che vivono di paura ma non gli interessa nulla nemmeno dell’aumento del petrolio?”. Mi sento una che non vola basso, ma striscia. Risposta: “Questa considerazione richiede un collegamento”.
Giorni fa ho scoperto un altro che non fa collegamenti. Mi dispiace perché era una persona che stimavo.
Lo scrittore Erri De Luca in un articolo su Il manifesto – prendendo le distanza da un paragone proposto da un quotidiano fra la Shoà e la condizione dei palestinesi nei Territori- ha puntigliosamente elencato molte delle condizioni che rendono la vita dei palestinesi insostenibile e per ognuna ha detto che quella specifica situazione non significa la distruzione di un popolo. Una per una è vero. Ma tutte insieme?
In una recente intervista
pubblicata il 17 maggio da Le Figaro, <<mons. Michel Sabbah, patriarca latino di Gerusalemme, attualmente in visita in Francia, ha dichiarato che Hamas "non mischia politica e religione: il movimento si è avvicinato ai cristiani, sostiene che esiste un'uguaglianza fra tutti i cittadini, i quali condividono stessi doveri e uguali diritti. Non ci sono al momento problemi di carattere religioso. La situazione è particolare in Palestina: cristiani e musulmani formano un unico popolo". 
Rispondendo alla domanda se l'ascesa di Hamas al potere abbia spinto i cristiani a emigrare, mons Sabbah ha risposto: "No, l'emigrazione è la conseguenze piuttosto dell'instabilità politica, è quella che fa soffrire la gente ... i palestinesi  vivono in delle prigioni che rendono la loro vita insopportabile".>>
(da
Arab Monitor  Agenzia di informazione dal medio oriente e mondo arabo)
augusta

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israele palestina, vittime di guerra, guerra conflitti e violenze, diari di augusta

martedì, 16 maggio 2006

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

 Internazionale   12/18 maggio n. 641 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 10 maggio 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate
le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi       3.932      
Israeliani         1.037         
Altre vittime        75         
Totale               5.044        

Internazionale   12/18 maggio n. 641 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 10 maggio 2006
Iracheni               35.101  /  38.258
Americani                    2.418                              
Altre vittime                   219                          

Ricopio l’appello seguente come l’ho trascritto dal sito www.ildialogo.org  (Lunedì, 15 maggio 2006)                                                                                                   augusta 

Riceviamo, dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo e molto volentieri aderiamo, il seguente appello al Presidente della Repubblica "Affinché il 2 giugno sia festa della Costituzione senza parata militare".

UN APPELLO AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA AFFINCHE’ IL 2 GIUGNO SIA FESTA DELLA COSTITUZIONE. SENZA PARATA MILITARE

Signor Presidente della Repubblica,
insieme ai nostri vivi auguri per il Suo alto compito, Le rivolgiamo una calda richiesta, che viene dal popolo della pace, di festeggiare il prossimo 2 giugno come vera festa della Costituzione, come festa del voto popolare che ha voluto la Repubblica e eletto la Costituente, e niente affatto come festa militare.
Ammessa, per amore di dialogo, e non concessa la necessità dell’esercito - che noi come tale discutiamo (tra esercito e polizia democratica la differenza é essenziale, come tra la violenza e la forza, la forza omicida e la forza non omicida) - esso non é assolutamente il simbolo più bello e vero della patria, non é l’esibizione giusta per il giorno della festa della Repubblica: nell’ipotesi più benevola, é soltanto una triste necessità.
La parata militare é brutta tristezza e non é festa. La parata delle armi non festeggia la vita e le istituzioni civili del popolo, non dimostra amicizia verso gli altri popoli, non é saggezza politica. Non é neppure un vero rispetto per chi, sotto le armi, ha perso la vita.
Rispettando le diverse opinioni, é un fatto inoppugnabile che l’esercito non ha avuto alcuna parte nell’evento storico del 2 giugno 1946, quando unico protagonista é stato il popolo sovrano e l’azione democratica disarmata: il voto.
Nella festa del 2 giugno l’esercito é fuori luogo, occupa un posto che non é suo.

Primi firmatari:
Enrico Peyretti, insegnante
Lidia Menapace, senatrice
Anna Bravo, storica, docente
Giancarla Codrignani, già parlamentare, saggista
Angela Dogliotti Marasso, insegnante
Alberto L’Abate, docente, sociologo
Marco Revelli, docente, saggista
Luigi Sonnenfeld, prete operaio

Per aderire: scrivere al Presidente della Repubblica (all’indirizzo di posta elettronica:
presidenza.repubblica@quirinale.it, ricordando che si deve firmare con il proprio nome, cognome e indirizzo completo, altrimenti le lettere non vengono prese in considerazione) e comunicando a "La nonviolenza é in cammino" (e=mail: nbawac@tin.it) di avere scritto al Presidente.
Il Centro di ricerca per la pace di Viterbo
Viterbo, 13 maggio 2006

Mittente: Centro di ricerca per la pace strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo
tel. 0761353532, e-mail:
nbawac@tin.it


Leggo da l’ Unità di martedì 16 maggio 2006 e sono lieta di poter riportare un parere tanto autorevole su una questione più volte denunciata senza esito alcuno. :                                                augusta

In Italia troppi ostacoli al diritto d'asilo

L'Italia non rispetta gli impegni assunti a livello internazionale, è l'unico Paese dell'Unione europea senza una legge organica in materia d'asilo e «richiedenti asilo e rifugiati, persone in fuga da guerre e persecuzioni, trovano all'arrivo nel nostro Paese ostacoli e barriere spesso insormontabili e poste deliberatamente al riconoscimento dei loro diritti». La denuncia è di Medici Senza Frontiere (Msf), l'organizzazione umanitaria internazionale che ha monitorato la situazione del diritto d'asilo in Italia.
Nel rapporto presentato lunedì dall´organizzazione internazionale Medici Senza Frontiere (Msf), nato dal monitoraggio ad un anno di distanza dall´entrata in vigore delle nuove norme, risulta che «richiedenti asilo e rifugiati, persone in fuga da guerre e persecuzioni, trovano all'arrivo nel nostro Paese ostacoli e barriere spesso insormontabili e poste deliberatamente al riconoscimento dei loro diritti»
Nell'ultimo anno, denuncia il rapporto di Msf, le domande di asilo sono più che dimezzate, passando dalle 16187 del 2003 alle 7960 dell'ultimo anno. Si tratterebbe, dicono gli estensori del documento, del sintomo della cattiva gestione degli arrivi in Italia, con trattenimenti troppo lunghi nei centri di identificazione (ben oltre i 20 giorni previsti dalla legge) che sono appena tre contro i sette previsti dalla stessa legge. tuttavia a oggi sono attivi, quelli di Crotone, Foggia e Trapani. Altre due strutture, pur non essendo configurate come CdI (centri di identificazione), quelle di Bari e di Cassibile in provincia di Siracusa, sono accusati di trattenere i rifugiati troppo a lungo: 50 giorni sono i tempi di trattenimento di Bari e 42 per il centro di Foggia. Nel Centro di permanenza temporanea di Ponte Galeria, a Roma, sono stati monitorati casi di rilascio dopo il 60 giorno di permanenza (termine massimo previsto dalla legge).
Un´altro dei capi d´accusa che risultano dall´analisi di Medici Senza Frontiere riguarda le audizioni poco tutelate. Secondo le testimonianze raccolte, infatti, il 60% degli stranieri dichiara che la durata del colloquio previsto all´arrivo nei Centri di Identificazione è inferiore ai 30 minuti, tra l'altro spesso senza l'assistenza di un valido interprete, così che gli stranieri denunciano anche una cattiva comprensione durante i colloqui. Inoltre solo il 6% di questi dichiara di essere stato assistito da un legale durante le audizioni con la Commissione.
Il dato più eclatante riguarda le decisioni finali della Commissione territoriale: il 51% dei richiedenti asilo riceve un no come risposta, solo il 5% ha avuto il riconoscimento dello status di rifugiato, il 44% ha ottenuto la protezione umanitaria. Lo stato di protezione umanitaria è cresciuto così rispetto ai tre anni precedenti superando il numero delle concessioni di asilo richieste all´Italia soprattutto dai Paesi dell´Africa Sub-Sahariana ovvero Eritrea, Liberia, Somalia, Etiopia, Costa D´Avorio, Sudan e Togo. Oltre all´Africa i Paesi maggiormente rappresentati nei nostri centri sono il Pakistan, l´Iraq e l´Iran.


Ho deciso di superare il senso di difficoltà e distacco di cui ho scritto nel mio precedente diario e di riprendere il mio notiziario-miscellanea.                                               

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lunedì, 08 maggio 2006

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

 Internazionale   5/11 maggio n. 640 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 3 maggio 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate
le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi       3.923      
Israeliani         1.037         
Altre vittime        75          
Totale               5.035        

Internazionale   5/11 maggio n. 640 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 3 maggio 2006
Iracheni               34.711  /  38.861
Americani                    2.406                             
Altre vittime                   214                          

Da Il diario – Amira Hass Internazionale n.640 pag.15 -                  JIHAD  E’ PARTITO.

Jihad, il mio miglior amico a Ramallah, è stato costretto a lasciare il paese. In questa rubrica l’ho sempre indicato come J.: nato in un campo profughi di Gaza, figlio di una famiglia povera, ha lavorato e si è mantenuto da solo agli studi da quando aveva dodici anni.
Ha sposato una palestinese israeliana, e da 18 anni viveva a Ramallah. Negli ultimi sei anni la coppia e il figlio erano diventati “residenti temporanei illegali”: Jihad in quanto originario di Gaza (Israele non gli ha concesso il cambio di residenza, l’unico modo perché potesse mettersi in regola), la moglie e il figlio in quanto israeliani.
Jihad ha studiato matematica all’università di Bir Zeit e di recente è stato accettato all’università di Haifa per un dottorato sull’insegnamento della matematica, con il miglior relatore che avrebbe mai potuto immaginare. Israele, però, si è rifiutato di concedergli il permesso di ingresso, non riconoscendo lo stato civile dei due coniugi e quindi il loro diritto di vivere insieme là dove decidono di andare. “Vietato per motivi di sicurezza”, è stata la ragione avanzata davanti alla corte suprema , che ha subito accettato questa assurdità.
Jihad ha dovuto rinunciare al dottorato ad Haifa e due settimane fa si è trasferito a Londra con la stessa borsa di studio statunitense che avrebbe dovuto sovvenzionarlo in Cisgiordania. In estate la moglie e il figlio lo raggiungeranno in Gran Bretagna. Gli studi ad Haifa gli avrebbero permesso di condurre la ricerca dove c’è più bisogno del suo lavoro: nelle scuole palestinesi. Migliorare i contenuti e gli standard dell’istruzione palestinese è il suo obiettivo da anni. Gli studi ad Haifa avrebbero anche permesso alla moglie di proseguire il suo lavoro, in un programma educativo speciale all’università ebraica. E, infine, avrebbero permesso a Jihad di far visita alla sua famiglia a Gaza, che non vede da nove anni.
Non è certo che Israele permetterà a Jihad di tornare in Cisgiordania, dato che ufficialmente è residente a Gaza. Sua moglie e suo figlio sicuramente non potranno vivere qui con lui. Gaza, con le restrizioni sugli spostamenti che di fatto l’hanno trasformata in una prigione, isolata sia da Israele sia dalla Cisgiordania, non è un’alternativa. Gli studi a Londra aprono le porte del mondo, ma sbarrano la via di casa.


Riprendo il mio diario. dopo averlo affidato (e sono felicissima della mia decisione) ai miei giovani amici Omar e Monica nel corso di una mia assenza abbastanza lunga.
Ho viaggiato infatti attraverso Israele e alcune zone dei Territori occupati della Cisgiordania. Lontana da quelle zone da un anno ho potuto constatare il peggioramento della situazione (l’articolo di Amira Hass, che ho riportato sopra è la testimonianza non solo di un caso di violenza ma di una legislazione violenta).
La delusione mi ha colpito però al mio ritorno: molti degli amici che ho contattato telefonicamente per un saluto si sono compiaciuti per lo scampato pericolo (mio!) e nulla mi hanno chiesto su ciò che avevo visto e sentito.
In Italia il desiderio di capire e comunicare sembra uno spazio che molti si precludono. Comunque nei prossimi giorni cercherò di scrivere quel che posso testimoniare, pur con il peso della delusione che sta diventando sconforto                                     augusta.

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