Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Blogger: AUG
Nome: Augusta

Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

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venerdì, 30 giugno 2006

 Ho tratto l’articolo che segue dal sito http://www.bethlehemmedia.net, rassegna stampa curata a Betlemme.
Purtroppo non ne era segnalata la fonte, che presumo essere Haaretz di cui però non sono in grado di leggere l’archivio.
Altre volte comunque lo scrittore israeliano Grossman ha espresso opinioni non convenzionali sulla questione palestinese e io ritengo importante testimoniare il dolore e l’orrore “con gli occhi dell’altro”, occhi purtroppo poco noti ai nostri media.
Il presidente del consiglio italiano ha fatto riferimento, nel suo primo discorso, alla questione palestinese. Perché non  invitarlo a sollecitare l’Europa ad un’azione diplomatica su questioni precise, oltre la necessaria, ma generica, deplorazione?
Mi sembrerebbe importante cominciare a verificare – e pretendere il rispetto- della Convenzione di New York sui diritti dei minori, firmata da numerosi stati europei e anche da Israele.                 Ne ho parlato spesso nel mio diario, l’ultima volta il 13 giugno. Comunque tutti gli interventi in proposito sono reperibili evidenziando la categoria “bambini”.
augusta

Dobbiamo svegliarci di David Grossman  - 11 giugno 2006

L’immagine della ragazzina sulla spiaggia di Gaza, la cui vita é stata mandata in pezzi sotto i nostri occhi, deve svegliarci da un ipnotico sonno profondo che dura da anni.
Piuttosto che preoccuparci per “il danno dell’immagine di Israele”, piuttosto che cominciare subito a snocciolare l’automatica conta stereotipata degli argomenti, dovremmo dare un’occhiata a ciò che facciamo.
Abbiamo urgente bisogno di vedere la deriva scivolosa in cui stiamo precipitando e di cominciare a chiederci quale abisso profondo ci aspetta.
E perché e che cosa è tutto questo? Dove siamo arrivati colpendo incessantemente le “rampe di lancio dei missili Qassam” e con “l’arrestare i terroristi ricercati”, cose che accadono notte dopo notte nei Territori Occupati, e con gli “omicidi mirati” che uccidono soprattutto innocenti?
Quanta sicurezza per il nostro futuro ci ha assicurato ognuna di questi azioni? Quanto a lungo resteremo silenziosi e passivi di fronte alla cricca di esperti in “sicurezza” – che risultano del tutto inesperti  e incompetenti anche nel campo della loro supposta specifica abilità! – che continuano a bloccarci con il medesimo “cappio” mortale in cui le nostre vite sono intrappolate da decenni: fra raffiche e rappresaglie, rappresaglie e raffiche.
Oggi è la ragazzina di Gaza. Domani i bambini di Gerusalemme e Tel Aviv possono pagare il prezzo della rappresaglia palestinese.
L’esercito israeliano (n.d.t.: IDF: Forze di Difesa Israeliane), che una volta era un’armata audace piena di idee originali, già da molti anni si muove come una pesante macchina da guerra incapace di pensare – che colpisce ancora e ancora i Palestinesi, e si adopera solo a portarli a sentimenti quanto mai profondi di umiliazione, furia, desiderio di vendetta.
Il Primo Ministro va dichiarando in ogni possibile incontro che Israele “farà ogni sforzo in suo potere” per iniziare negoziati con i Palestinesi, prima di rinunciare a questo sforzo e di trasformare in passi unilaterali la “convergenza” o il “riallineamento”:
Ma la sfida della dichiarazione di Abu Mazen di indire un referendum gli è sottratta perché “completamente priva di senso”. Costantemente e ostinatamente, Olmert ignora ogni tentativo di pace da parte palestinese. E’ certo che egli non ha intenzione di iniziare nessun dialogo o di fare una coraggiosa offerta israeliana per sfidare Hamas.
Non si sta facendo nulla di tutto ciò. Solo la macchina pesante continua ad attaccare meccanicamente i Palestinesi, ma anche noi stessi. Il suo movimento ripetitivo, automatico,e torpido offusca anche il nostro basilare istinto vitale. Noi non badiamo più agli allarmi, ai più piccoli e ai più grandi segnali di danno che ci avvertono di svegliarci dall’intorpidimento in cui in cui stiamo scivolando e sprofondando sempre più.
Il capo dell’esercito che normalmente riposa bene la notte mentre scorre il sangue, in questo periodo ha ordinato di fermare l’artiglieria per una notte. Ma non dovrebbe forse essere messa a tacere per un tempo più lungo?  Forse questo è proprio questo il momento di ordinare un completo cessate il fuoco e chiedere negoziati immediati e incondizionati.
Una simile richiesta sarebbe interpretata come un segno di debolezza, persino come una sconfitta israeliana? Certamente qualcuno vorrà vederla in questo modo:
Ma la bambina che fugge in uno stato di totale paura sulla spiaggia di Gaza è alla fine la più dura e fondamentale sconfitta di Israele.
Una sconfitta dei valori di Israele e dei suoi fondamenti etici: L’infamia della spiaggia è una disfatta molto più importante di una zuffa di Israele con i Palestinesi. E’ una sconfitta nella lotta per la nostra identità di popolo e di esseri umani.

Affido ad alcune citazioni da un articolo di Amira Hass (giornalista israeliana che invito a leggere nella sua rubrica settimanale su Internazionale) alcune considerazioni su ciò che sta accadendo in questi giorni e continuo a chiedermi perché non si dia più rilievo alle voci che nella società civile esprimono desiderio e capacità di dialogo.                                 augusta

Amira Hass .  Qualche dubbio (30 giugno  / 6 luglio 2006  n. 648 pag. 15)

Si dice che la pesante offensiva militare israeliana contro la Striscia di Gaza abbia l’obiettivo di ottenere il rilascio del soldato israeliano rapito. Permettetemi di esprimere qualche dubbio. Una pesante offensiva - che ha fatto fuggire gli abitanti dalle loro case, ha provocato danni deliberati alla principale rete elettrica con inevitabili conseguenze sulle forniture idriche e ha spazzato via ogni parvenza di normalità per quasi un milione e mezzo di persone – è difficile che si fermi qui. Lo stesso esercito parla di “un’operazione progressiva” per far pressione sui rapitori. Ma sarà davvero così?
<…..>
Al contrario, ulteriori pressioni militari su 1.4 milioni di persone mettono ancora più a rischio la vita del soldato.

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale  30 giugno  / 6 luglio 2006  n. 648 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 28 giugno 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        4.003      
Israeliani          1.037         
Altre vittime        77          
Totale                5.117        

Internazionale  30 giugno  /  6 luglio 2006  n. 648 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  del 28 giugno 2006
Iracheni              38.725  /  43.140
Americani                    2.526                             
Altre vittime                   226                          

Pagina diario scritta da: AUG a 17:54 | link | commenti | | Torna su
bambini, rassegnastampa, vittime di guerra

lunedì, 26 giugno 2006

Il 18 giugno ho pubblicato una mia lettera che ho spedito al quotidiano locale “Messaggero Veneto”.
Le lettera è stata correttamente pubblicata con la mia firma
Per comodità di chi voglia leggere questa pagina di diario la riportodi seguito


Egregio direttore
leggo sul Messaggero Veneto di domenica 18 giugno: “Frecce Tricolori. RC resta sola”.
Non ho mai votato per RC – neppure nelle ultime elezioni per sostenere la sig. Menapace che pure stimo e apprezzo.
Molte posizioni di quel partito me ne dissuadono e, in particolare, me ne dissuade l’aver seguito con attenzione l’ultima iniziativa dell’assessore regionale appartenente a RC in merito ad una legge sulle politiche di pace, legge che posso condividere negli obiettivi ma non nel metodo perseguito per formularne lo schema finale, da cui in parte, per quanto mi è stato possibile conoscerlo, dissento.
Ora sembra che tutti i partiti rappresentati in Regione –esclusa appunto RC – prendano pesantemente le distanza dalle posizioni espresse dalla sen. Menapace e che tale presa di posizione dovrebbe venir formalizzata in un atto comune, se ben leggo il giornale che lei dirige.
Se così sarà ci tengo a precisare che quell’ipotetica unità non rappresenta tutti i cittadini – o almeno non tutte le cittadine – dato che, da parte mia, condivido le opinioni espresse dalla sen. Menapace in merito alle frecce tricolori.
In ogni caso mi duole che da parte delle elette in senato, in parlamento e nella regione non ci sia stata una pubblica, forte espressione a sostegno, se non delle opinioni della sen. Menapace, della sua persona, aggredita con espressioni improprie (quando non incivili) da parecchi deputati e senatori, che non sembrano altrettanto offesi dalla determinazione, recentemente manifestata dal sen. Bossi, di reagire, ad una eventuale vittoria del no nel referendum con metodi non appartenenti ad un sistema di democrazia parlamentare.                                  (firma)

Oggi -26 giugno – ho ricevuto per posta la risposta che trascrivo:

                                                                                                 
Udine 21 giugno 2006

OGGETTO: articolo a Sua firma “IO STO DALLA PARTE DELLA SENATRICE”

                     Egregia signora che Lei stia dalla parte della Menapace non ce ne frega per niente, anche in considerazione che chi esterna il pensiero di quest’ultima, non è riuscito ancora, dopo anni di democrazia a capire la differenza tra COMUNISMO E LIBERTA’.
Fa veramente ribrezzo udire che le “Frecce tricolori” inquinino e costino in tale dismisura da preoccupare i candidi comunisti.
Fa ancora ribrezzo sentire parlare da chi fino all’altro giorno vagheggiava gli idoli del comunismo più abietto e ipocrita, quello che ancora osa parlare di potere del popolo, di lavoratori, di conquiste sociali, ecc. ecc. e quello che ancora gioiva quando il compagno Stalin occupava l’Ungheria o la Cecoslovacchia o il comunismo del compagno Tito, per non dire delle grandi statalizzazioni italiane in nome del risparmio sociale: Ferrovie, Energia elettrica ecc. ecc.
E si osa ancora parlare di risparmi abolendo le frecce tricolori? Vergognatevi sporchi comunisti statalisti che avete vissuto sulle spalle Voi dei veri lavoratori!!
Ma che brava la Menapace che dopo aver fatto la partigiana “dell’ultima ora” invoca la pace.
Sporca feccia comunista.

E queste mediocrità sono la sinistra: La Menapace, i Luxuria, gli altri delinquenti che siedono alla Camera.
Sono stati forse eletti dal Popolo?? Quale popolo è forse solo un aggettivo di comodità usato per convenienza, null’altro.
Brava compagna……., complimenti per le Sue banalità, forse qualche utile idiota di partito ci crede ancora.
Con cordialità.                                (lettera firmata)

Ho replicato con il testo che segue, che invierò anche – per conoscenza- al direttore del Messaggero Veneto   
augusta
                                                                           
                                                                                 
Udine 26-06-06

Egregio signore,
spedirò la lettera che sto scrivendo all’indirizzo che lei indica sul retro della busta anche se non sono in grado di assicurare la corrispondenza di quell’indirizzo al suo nome, dato che la firma manoscritta in calce alla lettera non è leggibile.
Comunque cominciamo a togliere di mezzo i fantasmi, in cui non credo e che ingarbugliano inutilmente il discorso. Lei attribuisce a
Joseph Vissarionovich Djugashvili, noto come Stalin, l’occupazione dell’Ungheria e della Cecoslovacchia. E’ chiaro che a Stalin possono e devono essere attribuiti crimini terribili ma non quelli da lei citati, dato che era morto nel 1953, mentre i fatti di Ungheria avvennero nel 1956 e la primavera di Praga e la sua feroce repressione risalgono al 1968.
Ai vivi e responsabili la colpa dei crimini che appartengono a persone e a regimi, ovunque e in qualsivoglia tempo collocati.
Messi opportunamente da parte i fantasmi torniamo ai terrestri, anzi alle terrestri che in questo caso siamo la sen. Menapace e io, onoratissima per la vicinanza che mi viene attribuita.
La senatrice Menapace ritiene che il costo delle frecce potrebbe essere sostenuto da club, privati e ammiratori mentre il denaro pubblico potrebbe meglio essere speso per altri scopi, ivi compresa la salute dei militari minacciata da parecchi fattori anche all’estero.
Inoltre (e forse è quello che più la turba) la senatrice non si riconosce in simbologie militarizzate.
Per esprimere le diverse opinioni non abbiamo bisogno di vedere nell’altro o nell’altra un nemico o nemica spregevole.
La stampa è libera e libero è il voto in Parlamento dove certamente siedono persone le cui abitudini sessuali lei non condivide (e che non è obbligato ad assumere), ma che, non per questo, appartengono alla categoria dei “delinquenti”, come lei suppone.
(segue la mia firma)

n.b.: Ho pubblicato questa corrispondenza nel mio diario elettronico, garantendo quindi alle sue e mie opinioni il massimo di diffusione di cui sono capace.

Pagina diario scritta da: AUG a 17:30 | link | commenti (3) | | Torna su
diari di augusta

domenica, 25 giugno 2006

Da l’Unità del 24 giugno 2006    Le chiamano "morti bianche": 
                                                               tre vittime al giorno

Tre morti al giorno è il ritmo degli incidenti sul lavoro registrato dall'Inail nel 2005.
Nonostante il calo degli infortuni (-2,8% rispetto al 2004; -10% per quelli mortali), le cosiddette "morti bianche" sono state lo scorso anno quasi 1.200 a fronte di circa 940 mila incidenti.
Gli infortuni si concentrano soprattutto nell'industria e nei servizi, ma è soprattutto nel primo settore che sono più frequenti le cause di morte. Nel 2005 gli addetti all'industria infortunati sono stati 319 mila e tra questi i morti sono stati ben 518 mortali, con un picco nelle costruzioni: 99.837 infortuni dei quali 253 mortali.  Nei servizi gli incidenti complessivi sono stati invece 335.378, 434 dei quali mortali, mentre in agricoltura si sono registrati l'anno scorso 66.220 infortuni, di cui 126 mortali.
Una percentuale più alta della media si registra tra i lavoratori extracomunitari, con 132 morti accertate e oltre 113 mila infortuni complessivi.  Ma ad essere particolarmente penalizzati, sottolinea la Cgil, sono anche i lavoratori atipici, preoccupati innanzitutto di perdere il posto e meno consapevoli dei danni che corrono. Secondo l'Inail, nel 2005, a fronte di un milione di parasubordinati assicurati, gli incidenti complessivi sono stati 7.678, in aumento dell'8%. Sempre in base ai dati Inail, a causa degli incidenti lo scorso anno sono state perse circa 17 milioni di giornate di lavoro, con un danno calcolabile, secondo l'istituto, in circa 28 miliardi di euro.

Il legame fra le due notizie da “La guerra di Piero” di Fabrizio De André
Fermati Piero, fermati adesso, lascia che il vento ti passi un po' addosso, dei morti in battaglia ti porti la voce, chi diede la vita ebbe in cambio una croce.
Ma tu non lo udisti ed il tempo passava con le stagioni a passo di "java" ed arrivasti a varcar la frontiera in un bel giorno di Primavera.
E mentre marciavi con l'anima in spalle vedesti un uomo in fondo alla valle che aveva il tuo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore.
Sparagli Piero, sparagli ora e dopo un colpo sparagli ancora, fino a che tu non lo vedrai esangue cadere in terra a coprire il suo sangue.
"E se gli sparo in fronte o nel cuore soltanto il tempo avrà per morire, ma il tempo a me resterà per vedere, vedere gli occhi d'un uomo che muore".
E mentre gli usi questa premura quello si volta, ti vede, ha paura ed imbracciata l'artiglieria non ti ricambia la cortesia.
Cadesti a terra, senza un lamento e ti accorgesti in un solo momento che il tempo non ti sarebbe bastato a chieder perdono per ogni peccato.

                    
VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale   23  -  29  giugno 2006  n. 647 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 21 giugno 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        4.001      
Israeliani          1.037          
Altre vittime        77          
Totale                5.115        

Internazionale   23  -  29  giugno 2006  n. 647 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  del 21 giugno 2006
Iracheni              38.475  /  42.889
Americani                    2.507                             
Altre vittime                   226         

                                      SEGNALAZIONE

Chi in Friuli -Venezia Giulia volesse conoscere l'incidenza regionale degli incidenti sul lavoro, malattie professionali ecc. -avendo anche attenzione alla situazione dei migranti - può consultare il sito:
http://www.sanita.fvg.it/ars/specializza/progetti/fr_tutela.htm                 

Pagina diario scritta da: AUG a 08:36 | link | commenti | | Torna su
rassegnastampa, vittime di guerra, guerra conflitti e violenze

sabato, 24 giugno 2006

Traggo questo articolo dal prezioso sito www.ildialogo.it  che, a sua volta, lo ha tratto  da Repubblica del 23 giugno 2006.                                  augusta

Referendum del 25-26 giugno 2006
Che popolo immagina la Costituzione della destra di GUSTAVO ZAGREBELSKY

Le costituzioni sono costruzioni, ma queste costruzioni, come anche quella cui tanto volonterosamente e a lungo si è dedicata la nostra ingegneria costituzionale, presentano sempre un aspetto, per così dire, naturalistico che non risulta aver attirato l’attenzione che merita. Eppure, proprio su questo, in ultima analisi, ci pronunceremo tra breve e sarà un pronunciamento che conterrà un giudizio, oltre che sulla costituzione che ci viene proposta, anche su noi stessi.
L´espressione "aspetto naturalistico" si riferisce a quella che i classici denominavano l´indole costituzionale dei popoli. Le costituzioni dei popoli intuitivi e sentimentali non possono essere quelle dei popoli ragionatori e speculativi; le costituzioni dei popoli molli e pigri, non quelle dei forti e laboriosi; dei pessimisti e fatalisti, non quelle degli ottimisti e fieri; degli attivi e coraggiosi, non quelle dei passivi e paurosi; dei dissipatori, non quelle dei parsimoniosi. Un despota, per esempio, è necessario per coloro che, dovendo cogliere una banana, pensano, invece di arrampicarsi, di tagliare il banano alla radice. La democrazia non è adatta ai popoli che cercano favori piuttosto che diritti, che scansano le responsabilità invece che cercarle. Accogliere nei Paesi freddi il lusso e i molli costumi degli Orientali, si è anche detto, significa darsi le loro catene.
Non lasciamoci fuorviare dall’apparente ingenuità di queste contrapposizioni settecentesche. Esse contengono una profonda verità: la più perfetta opera di ingegneria costituzionale potrebbe non valere nulla se ignora o contraddice i caratteri naturali del popolo che si vuole costituzionalizzare. «Le costituzioni sono simili alle vesti: è necessario che ogni individuo, che ogni età di ciascun individuo abbia la sua propria, la quale se tu vorrai dare ad altri, starà male. Non vi è veste, per quanto sia mancante di proporzioni nelle sue parti, la quale non possa trovare un uomo difforme cui sieda bene; ma se vuoi fare una sola veste per tutti gli uomini, ancorché sia misurata sulla statua modellaria di Policlete, troverai sempre che il maggior numero è più alto, più basso, più secco, più grasso, e non potrà fare uso della tua veste».
Parole di Vincenzo Cuoco contro il progetto di costituzione napoletana del 1799 che egli considerava un arbitrario tentativo di trasposizione di astratte idee costituzionali dalla Francia dell’epoca (Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, Bari, 1913, p. 218).
I nostri ingegneri e sarti costituzionali probabilmente non si saranno nemmeno posti il problema. Forse, non saranno neppure stati sfiorati dal dubbio che questo sia un punto importante sul quale saranno giudicati. Più probabilmente ancora, si saranno lasciati condizionare inconsapevolmente dalla presunzione che la nostra indole sia come la loro. Ma noi, nel momento in cui ci viene chiesto di pronunciarci per mezzo del referendum, è proprio questa la domanda che ci poniamo: se siamo o, meglio, se vogliamo essere quello che essi presumono che siamo; se siamo o vogliamo essere come credono loro.

Quali sono dunque le pulsioni profonde che la riforma costituzionale viene a solleticare o lusingare?

a) Innanzitutto la servilità. Un popolo è servile se si rallegra di poter scegliere, ogni cinque anni, un capo al quale conferire poteri illimitati. Non sembri una sintesi esagerata. Questo nuovo capo è denominato "primo ministro", ma il potere personale che questo nome innocente indica è tale da far paura. Egli dispone dei ministri a suo piacimento, nominandoli quando gli sono graditi e revocandoli quando gli diventano sgraditi. A suo piacimento dispone anche dei rappresentanti del popolo perché ogni dissenso nei suoi confronti si può concludere con il loro licenziamento, lo scioglimento della Camera e nuove elezioni: il diritto di critica è dunque ammesso, ma chi lo eserciterebbe, quando il prezzo è il suicidio? Non può invece accadere il contrario, cioè che siano i rappresentanti del popolo a licenziare il capo e a sostituirlo con un altro. Questa ipotesi è bensì prevista, ma come pura ipotesi di fantasia: occorrerebbe un voto a maggioranza assoluta dell’Assemblea, senza l´apporto dell’opposizione, cioè da parte della stessa compatta compagine che fino ad allora è stata al seguito del capo. Il che è quanto dire che non potrebbe realizzarsi mai.
Si dirà: prima di parlare di regime autoritario, si noti almeno che questo capo è pur sempre scelto con un’elezione, ogni cinque anni. Ma ciò significa solo che quel popolo che se ne rallegrasse, lo farebbe perché trova gioia nel ripetersi, cioè nell’insistere nella sua servilità. Varrebbero le parole che Rousseau indirizzava al popolo inglese del suo tempo: «pensa di essere libero, ma si sbaglia di grosso. Non lo è che durante l´elezione dei membri dei Parlamento. Appena sono eletti, è schiavo, non è nulla. Nei brevi momenti della sua libertà, per l’uso che ne fa merita di perderla» (Contratto sociale, libro III, c. XV).

b) In secondo luogo, l’insicurezza e l’aggressività, degli uni verso gli altri. Ogni elezione di capo dai poteri illimitati tramite un´investitura popolare trasformerebbe l’elezione in conflitto in cui ciascuno avrebbe tutto da sperare ma anche tutto da temere, a seconda dell’esito. La propria sopravvivenza sarebbe legata alla soccombenza degli avversari e così l´insicurezza si esprimerebbe in aggressione. L’ultima tornata elettorale cui abbiamo assistito sgomenti già ci ammonisce come una sia pur parziale primizia. Gli strumenti dello scontro sarebbero i più rozzi, irrazionali e semplicistici: amore-odio, bene-male, amici-nemici. Ecrasez l´infame! potrebbe diventare la parola d’ordine dei due schieramenti che si demonizzano reciprocamente.
Né potrebbe farsi troppo conto sulle istituzioni di controllo, per mitigare i poteri del vincitore e, con ciò stesso, l’asprezza del confronto. Questo accade in effetti in diversi regimi, dove pure i cittadini eleggono il capo del loro governo. Ma lì esistono pesi e contrappesi, tradizioni e cultura politica che ne bilanciano il potere. E da noi? Il Presidente della Repubblica è reso dalla riforma una figura marginale. La Corte costituzionale, con una modifica della sua composizione, viene allineata alla maggioranza politica. La magistratura, al di là delle riforme che la riguardano, sarebbe intimorita da una concentrazione di potere politico, collegata all’investitura popolare diretta, sconosciuta negli altri Paesi che si dicono democratici. L’uguaglianza di fronte alla legge, che già non è propriamente il punto di forza delle nostre istituzioni, si ridurrebbe a principio-beffa. Il Parlamento, infine, abbiamo già visto essere reso nullo nella sua funzione, che è sempre stata la sua essenziale, di garanzia contro gli abusi del governo. Quando gli assurdi rapporti tra Camera e Senato previsti dalla riforma glielo consentissero, legifererebbe, ma sempre e solo agli ordini del capo del governo. Ogni appuntamento elettorale, data l’enormità della posta in gioco, si risolverebbe in dramma o in tragedia. Più che la Gran Bretagna, la Francia o la Spagna, ci darebbero il benvenuto taluni Paesi del Sud America o dell’ex-blocco sovietico.

c) Lo spirito cortigiano. La riforma promette un’alternanza tra lo scontro elettorale e il ruere in servitium, a cose fatte. Si potrà deplorare la disposizione a cambiare casacca a seconda del momento ma, d’altra parte, che cosa si può pretendere quando il vincitore può tutto, da lui dipendono la fortuna o la rovina della tua azienda, della tua banca, del tuo giornale, della tua casa editrice, della tua carriera? Se e fino a quando sei nelle sue mani, cercherai di ingraziartelo, almeno fino al momento in cui, pensando che stia per cadere in disgrazia, non hai più nulla da ottenere o da temere da lui. Quando nuovi capi sono all’orizzonte, i cortigiani che ti hanno adulato diventano serpenti velenosi.

d) L’atteggiamento impolitico e qualunquista. Nessun Parlamento al mondo è tanto umiliato quanto quello che deriverebbe dalla riforma. Non controlla ma è controllato; se legifera, lo fa per conto altrui; se si permette di dissentire, è sciolto. Data la sua marginalità, potrebbe anche essere soppresso o sostituito da un’astratta attribuzione di millesimi, come nei condomini, a ciascuna delle parti in campo. Se non lo è, forse è perché esso rappresenta ancora un’immagine potente e carica di storia della libertà politica ed eliminarlo sarebbe stato un po’ troppo forte; o, forse, è anche perché, ridotto in questa umiliazione, simboleggia come un trofeo la vittoria delle forze e delle mentalità antiparlamentari: quella vittoria già iscritta nell’attuale, recente legge elettorale, che ha trasformato in molti casi i rappresentanti del popolo in ignote propaggini di dosaggi di potere, clientele e familismi di partito. Non sono pochi, del resto, coloro che intendono l’annunciata diminuzione del numero dei parlamentari, operativa – se mai lo sarà – solo tra molti anni, come un ammiccamento all’eterno qualunquismo latente nel nostro Paese.

e) Il provincialismo pessimista e ripiegato su se stesso. "A casa mia": è il motto di chi crede a quella cosa che la riforma definisce federalismo (il federalismo è l’apertura della piccola patria a una patria più grande) ed è invece ripiegamento su se stessi, timore per l´ignoto, aggressività verso chi viene creduto diverso, comunitarismo organico: l’esatto contrario del federalismo. I giuristi hanno ripetutamente spiegato che nelle norme della cosiddetta devolution c’è molto più centralismo che non federalismo. Diverse competenze sono state ritrasferite al centro e il "federalismo fiscale" è reso una beffa dalla norma che vieta "in tutti i casi" all’autonomia impositiva delle Regioni (e degli enti locali) di determinare incrementi della pressione fiscale complessiva. Anche le competenze regionali "esclusive" - assistenza e organizzazione sanitaria, organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e di formazione, definizione dei programmi scolastici e formativi di interesse specifico della Regione e polizia amministrativa regionale e locale - devono pur sempre coesistere con le competenze statali, anch’esse "esclusive", circa i livelli essenziali delle prestazioni in campo sanitario, le norme generali sull’istruzione e la tutela della salute, nonché l´ordine pubblico e la sicurezza.
Ma, evidentemente, quello che conta, in questo caso, non è la realtà giuridica ma è il messaggio "culturale" di chiusura e ostilità verso il diverso. Della nostra salute, della istruzione dei nostri figli, della nostra sicurezza ci occupiamo noi perché, per l’appunto sono cose di casa nostra. La violenza concreta di questo atteggiamento, tuttavia, non tarderebbe poi a farsi sentire, ben al di là di quel che le norme costituzionali (per ora) contengono.

Riassumiamo. L’indole costituzionale che la riforma solletica, lusinga, blandisce è questa: servilità, insicurezza e aggressività, spirito cortigiano, antipolitica e qualunquismo, provincialismo ripiegato su se stesso. Occorrerebbero troppe parole, ma sarebbero del tutto superflue, per mostrare come questi spiriti, politicamente molto ben definiti, siano agli antipodi rispetto a quelli su cui si fonda la Costituzione che viene dall’Assemblea costituente del 1946-1947. Ma riprendiamo la domanda iniziale: siamo disposti a riconoscerci in questa nuova, o forse antica indole che vogliono attribuirci? Il referendum ci interpella su questo, dunque su noi stessi, molto prima che sui contenuti giuridici. Posta così la questione, si può sperare che in molti si avverta la necessità di una reazione a una proposta che è un tentativo di seduzione dei lati peggiori del nostro carattere e di oltraggio ai suoi lati migliori.
I cittadini hanno il diritto di esprimersi su questa domanda e la nostra classe politica ha il dovere di non alterare la loro risposta. Da più parti si insiste invece sul fatto che, quale che sia il risultato del referendum, le due parti dovranno subito dopo trovare l´accordo "per una riforma condivisa", per esempio in una Assemblea o una Convenzione costituenti. Il sì e il no conterrebbero entrambi una clausola sottintesa: poi ci si metterà d’accordo. Ma su che cosa? Questo è un parlare ambiguo. Su quale terreno ci si vorrà muovere? in base a quale spirito? Una cosa è lavorare per la Costituzione che abbiamo; una cosa opposta è lavorare per la Costituzione che non vogliamo avere. Si tratta di promuovere due spiriti pubblici, due indoli costituzionali del tutto incompatibili. La condivisione, in questa situazione, nasconderebbe inganni. Anche i tentativi di puro miglioramento tecnico cascano davanti a questa alternativa.
Venerdì, 23 giugno 2006

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rassegnastampa

giovedì, 22 giugno 2006

Quando penso che domenica siamo chiamati a votare per il referendum per impedire uno stravolgimento della costituzione, mi ricordo sempre dell’appello all’irresponsabilità del non voto lanciato dal card. Ruini poco più di un anno fa, quando si votò per la legge sulla fecondazione assistita.
Quel referendum fallì per assenza del quorum e i fuggiaschi dal voto, in obbedienza a cardinalizia intrusione, vengono spesso chiamati, con impropria esclusività, “i cattolici”.
E’ vero che nel referendum confermativo non c’è il quorum, ma desidero comunque segnalare l’appello che segue dove la presenza di pubblicazioni vicine al mondo cattolico –che non pretende di essere in forma esclusiva cristiano- si accompagna ad altre vicine a confessioni protestanti.
Mi sembra una assunzione di responsabilità che non è giusto trascurare e comunque vi ritrovo parecchie delle ragioni del mio NO.
Io ho trovato l’appello sia nel sito dell’agenzia Adista (
www.adista.it), che nel sito (www.ildialogo.org).       augusta

     Per la Costituzione Appello di riviste di ispirazione cristiana

Anche per i cristiani del nostro Paese si avvicina un momento di grande responsabilità.

Per la prima volta dal 1946 il potere costituente torna al popolo. La Costituzione che ci governa dal 1948 è stata ripudiata da una parte del mondo politico italiano e dalla maggioranza delle vecchie Camere, e sulla “Gazzetta Ufficiale” è stata già pubblicata la nuova Costituzione, che se non è ancora entrata in vigore è solo perché il popolo si è riservato il diritto di respingerla col “no” nel referendum convocato per il 25 e 26 giugno. Questa chiamata alle urne non è pertanto una prova elettorale come le altre; si tratta di un referendum assolutamente eccezionale in cui i cittadini, divenuti essi stessi costituenti, devono decidere di nuovo dell’identità e del futuro della Repubblica.

Ciò che fu stabilito dall’Assemblea Costituente nel 1947 è infatti oggi rimesso in questione. Allora confluirono in quella decisione le tre grandi culture del Paese, quella cattolica, quella comunista e socialista allora strettamente unite, e quella laico-liberale; ma l’incontro e la sintesi di quelle tre culture fu talmente felice che non un pezzo della Costituzione per ciascuna, ma l’intera Costituzione è risultata perfettamente coerente a ciascuna delle tre ispirazioni. Perciò essa, scritta (e sottoscritta) da tutti, è anche la Costituzione di tutti ed ha compiuto il miracolo di unificare l’Italia e di permetterle di passare dalla arretratezza alla modernità, dalla miseria diffusa alla diffusa abbondanza di beni pur nelle sussistenti disparità, dalla dittatura alla democrazia e dalla guerra a una lunga pace. Con essa la guerra fu ripudiata; le filosofie e le dottrine politiche che avevano fondato la società sulla ineguaglianza per natura degli esseri umani furono rigettate e sostituite da una antropologia della pari dignità umana, per costruire un ordinamento di giustizia e di pace.

Se la Costituzione è di tutti, i cristiani hanno delle particolari ragioni per rivendicarne i contenuti e difenderla. Non solo perché vi concorsero nel sacrificio che la precedette e nella elaborazione che ne fissò i principi e le norme nell’Assemblea Costituente, ma perché il patrimonio che vi è rappresentato evoca i più alti valori della vita cristiana: dal fondamento del lavoro su cui è stabilita la Repubblica alla centralità della parola che si esprime nel Parlamento, dal primato della pace alla conversione dei poteri in “funzioni” e servizi per il bene comune, dalla pacificazione con la Chiesa cattolica alla laicità e alla libertà religiosa. Nell’enciclica “Pacem in terris” di Giovanni XXIII la Costituzione, come carta dei diritti e regola dei rapporti tra cittadini e poteri pubblici fu celebrata come un “segno dei tempi”, cioè come una delle conquiste storiche in cui costruzione umana e ordine voluto da Dio si parlano e si incontrano.

Se nella ordinaria vita politica i cristiani sono presenti e agiscono senza esibire la loro peculiare identità, vi sono circostanze che possono esigere un atteggiamento diverso. Quando, come in occasione di questo referendum, sono in gioco e per un lungo tempo futuro i fondamenti stessi e i valori supremi della convivenza civile, non c’è ragione per cui dei cristiani non debbano assumere a viso aperto le difese della Costituzione, impegnandovi tutta la loro responsabilità. Del resto, se nella storia del nostro Paese hanno svolto, in diverse forme, un ruolo di rilievo le tradizioni del cristianesimo democratico e del cristianesimo sociale, oggi sembra del tutto opportuno e necessario che emerga un’iniziativa di “cristiani per la Costituzione”, per salvarla nel momento in cui è “aggredita”.

Vero è che tale aggressione viene negata, perché quella che viene rimossa e sostituita dal testo di Calderoli e degli altri quadrunviri riunitisi a Lorenzago è solo la seconda parte della Costituzione, e quindi sarebbero fatti salvi i principi e i diritti fondamentali della prima. Ma le due parti della Costituzione sono speculari e necessarie l’una all’altra: la prima parte è una struttura a piramide rovesciata, avente al primo posto i diritti e i doveri del cittadino nella sua individualità, e poi via via del cittadino in rapporto alla famiglia e alla scuola, quindi in rapporto alla sfera economica e infine in rapporto a quella più ampia del mondo politico; la seconda parte, in base allo stesso schema, comincia col Parlamento, in corrispondenza al primo articolo proclamante la sovranità popolare, per svilupparsi poi nella definizione degli altri istituti in cui coerentemente doveva concretarsi l’organizzazione statale unitaria della società. In tal modo la seconda parte risulta attuazione, strumento e garanzia della prima. Ora nella riforma promossa dalla Lega e varata da tutto il centrodestra sotto il nome riduttivo e fuorviante di “devolution”, questo rapporto viene rotto. Il Parlamento è travolto, la vita della Camera è condizionata a quella del governo, la rappresentanza popolare è smembrata in una maggioranza dotata di tutti i poteri e una minoranza senza diritti, i cui voti nemmeno verrebbero contati nelle votazioni di “sfiducia costruttiva”, l’unità nazionale che comporta pari opportunità per tutte le regioni è compromessa e gli istituti di garanzia sono snaturati e mortificati. In particolare il Presidente della Repubblica non avrebbe neanche il potere di salvare la Camera dallo scioglimento che il Primo Ministro potrebbe decretare in ogni momento mandando a casa i deputati a suo piacimento; verrebbe istituita la figura sovrana e incondizionata del capo del governo, vero padrone “determinante” della politica nazionale e del Paese intero. Tutto ciò di cui si è discusso in queste settimane per l’attribuzione dei nuovi ruoli istituzionali e di governo, diverrebbe con la nuova Costituzione privo di senso, perché un solo potere personale sarebbe instaurato e garantito e nessuna vera opposizione potrebbe essere esercitata in corso di legislatura. L’identità dell’Italia e il suo ruolo nel mondo sarebbero decisi da una persona sola, e il popolo non potrebbe influirvi facendo valere le sue radici, la sua civiltà e la sua cultura.

La difesa della Costituzione vigente non vuol dire peraltro che singole sue disposizioni o istituti non possano essere modificati se necessario; ma in ogni caso deve essere salvaguardato il costituzionalismo interno e internazionale nelle sue acquisizioni irrinunciabili.

Perciò noi riteniamo che sia necessaria una forte mobilitazione dei cristiani contro questa riforma, anche attraverso la partecipazione a una grande manifestazione nazionale unitaria di tutto il fronte democratico per il “NO” al referendum del 25 giugno. E dopo il referendum pensiamo che debba restare alta l’attenzione dei credenti perché ai valori della Costituzione non sia inferta alcuna ferita, e perché l’amore della pace, dell’unità, della libertà e dei diritti torni sempre a rinascere.

Promuovono l’Appello: 
(in ordine alfabetico)
 Adista (agenzia di informazione su religione e politica), Aggiornamenti Sociali (mensile dei gesuiti del Centro Culturale San Fedele - Milano), Appunti di Cultura e Politica (rivista dell’associazione “Città dell’Uomo”), Cem Mondialità (mensile di educazione interculturale dei Missionari Saveriani), Cercasi un fine (periodico di cultura e politica fondato da organizzazioni del volontariato pugliese), Club3 (mensile di attualità dei Religiosi Paolini), Confronti (mensile di dialogo interreligioso), Coscienza (mensile del Meic – Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale dell’Azione Cattolica), Cristiano sociali news (quindicinale del movimento dei Cristiano Sociali), Gioventù Evangelica (trimestrale della Fgei - Federazione Giovanile Evangelica Italiana), GO - Gioventù Operaia (mensile della Gioc), Il Dialogo (periodico politico-religioso irpino), il foglio (mensile di cristiani torinesi), Il Gallo (rivista di cristiani genovesi), Il Margine (mensile dell’associazione Oscar Romero), Il Tetto (bimestrale politico religioso fondato a Napoli nel 1964), Jesus (mensile di cultura e attualità religiosa dei Religiosi Paolini), Koinonia (rivista di formazione comunitaria cristiana promossa a Pistoia da Religiosi Domenicani e da laici), La Voce Alessandrina (settimanale della Diocesi di Alessandria), L’invito (trimestrale di cristiani trentini), Misna (Agenzia dei 4 Istituti Missionari: Comboniani, Saveriani, Pime e Missioni della Consolata), Missione Oggi (mensile dei Missionari Saveriani), Missioni Consolata (rivista dei Missionari della Consolata in Italia), Mosaico di Pace (rivista mensile promossa dalla sezione italiana di Pax Christi), Mo.VI informazione (rivista del Movimento del Volontariato Italiano), Narcomafie (Mensile del Gruppo Abele di Torino), Nigrizia (mensile dei Missionari Comboniani), Notiziario Cdb (periodico delle Comunità Cristiane di Base), Oreundici (rivista dell’associazione cristiana “Ore undici”), Polis duemila (periodico Associazione culturale di impegno sociale e politico), Politicamente (periodico delĺassociazione cattolico-democratica “Agire politicamente”), Popoli (mensile internazionale e missionario dei gesuiti italiani), Preti Operai (rivista dei preti operai italiani), Proposta educativa (rivista del Mieac – Movimento di Impegno Educativo di Azione Cattolica), Qol (rivista di dialogo ebraico-cristiano), Ricerca (mensile della Fuci – Federazione Universitaria Cattolica Italiana), Riforma (settimanale delle Chiese Evangeliche Battiste, Metodiste e Valdesi), Rocca (quindicinale della “Pro Civitate Christiana” di Assisi), Segno (mensile di cultura e politica di laici e Religiosi Redentoristi di Palermo), Settimana (settimanale di attualità per operatori pastorali dei Religiosi Dehoniani), Tempi di Fraternità (mensile piemontese di cristiani di base), Testimonianze (rivista fondata da padre Ernesto Balducci), Viottoli (mensile della Comunità cristiana di base di Pinerolo), Vita monastica (rivista dei monaci camaldolesi) Vita pastorale (mensile per operatori pastorali dei Religiosi Paolini)

È possibile sottoscrivere questo appello inviando una mail (specificando nome cognome e città) all’indirizzo costituzione@mclink.it

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rassegnastampa, diari di augusta

martedì, 20 giugno 2006

Ho scritto del Referendum di domenica prossima in questo diario il 21 aprile e il 5 maggio e forse anche prima, quando quasi nulla si poteva leggere sui giornali e nulla si poteva vedere alla TV. Secondo me la complessità del problema richiedeva una attenzione tempestiva per farsene consapevolmente responsabili.
Ora sarebbe il momento della sintesi, ma non è questa la strada seguita dai media.
Una sintesi – che spero non sia efficace – è stata realizzata dall’on. Berlusconi che ha umiliato la decisione sui fondamenti cui potrebbe ispirarsi la nostra società a un dispetto per l’avversario.
Mi chiedo che accadrebbe se un politico statunitense dichiarasse che i padri costituenti di quello stato non si erano dati una costituzione per chiudere il regime oppressivo del regno di sua maestà britannica e dichiarare le norme fondanti della loro convivenza, ma per fare un dispetto al medesimo sovrano che non li aveva invitati alla sua festa di compleanno.
Ho trovato una sintesi, che per me è condivisibile - e che ha il vantaggio di essere semplice e ragionevolmente breve - in un notiziario che mi viene inviato (fonte citata per esteso in calce).
La pubblico, nell’intento do contribuire alla scelta di un meditato “NO”:                augusta


REFERENDUM: LE RAGIONI DEL "NO"


Voci autorevoli e competenti hanno cercato nelle ultime settimane di chiarire i contenuti dell’ampia revisione costituzionale sottoposta al prossimo referendum e delle conseguenze del voto in quanto tale. Per tutti esemplare il sempre puntuale e documentato fondo di Giovanni Sartori sul “Corriere” di martedì 13. Purtroppo la complessità obiettiva dei problemi da una parte, la motivata disaffezione popolare alla politica dall’altra, a cui si aggiungono l’incomprensibile gestione della televisione pubblica e quella comprensibilissima delle reti Mediaset rischiano di confermare una stravolgente revisione della carta fondamentale, senza che neppure il cittadino elettore sovrano se ne accorga. Tento qualche sintesi, premesso tuttavia che anche i maggiori costituzionalisti ritengono difficile valutare appieno le conseguenze sulla gestione dello stato  dell’applicazione della riforma nei suoi  molteplici aspetti.

1.  Non dimentichiamo che la revisione costituzionale di cui stiamo dicendo è stata voluta dalla Lega per la parte sul federalismo e da Forza Italia, cioè dal suo capo, per la parte che riguarda il potere del Primo Ministro, mentre AN, che non ha certo il federalismo nella sua storia, e UDC sono state trascinate al voto obtorto o obtortissimo collo.

2. Merita una nota anche il linguaggio della riscrittura: il numero di caratteri della seconda parte della carta, quella oggetto della revisione, passa dagli originali 36.264 agli attuali 63.689; e, per dire di singoli articoli,  il 60 (durata legislatura) passa da 190 a 662; il 70 (formazione delle leggi) da 103 a 3.869 e l’88 (scioglimento Camera deputati) da 278 a 1.068. La dilatazione del testo non è per sé indicazione di peggioramento, ma la pesantezza del nuovo testo  lo rende meno leggibile e indubbiamente più oscuro non solo per i cittadini sprovveduti.

3. Nel merito, i punti essenziali mi sembrano tre:
  a.  la modifica del sistema legislativo, non più riservato solo al parlamento, ma esteso, per una lunga  serie di materie, alle regioni, che nel contempo acquistano competenze esclusive in nuovi ambiti;
  b.  lo sbilanciamento nel rapporto fra le tre funzioni dello stato sull’esecutivo, cioè sul governo e sul  suo presidente -denominato con  termine inglese Primo ministro- e il conseguente indebolimento  del ruolo del presidente della repubblica;
  c.  la differenziazione nei compiti legislativi delle due camere, la camera dei deputati e il senato federale della repubblica.
Oltre a molto altro, fra cui la composizione della corte costituzionale e del consiglio superiore della magistratura.

4.  La potestà legislativa sarà esercitata dalle due camere e dai consigli regionali a seconda della materia in discussione: l’art. 117 definisce le materie di competenza esclusiva dello stato, quelle di competenza esclusiva delle regioni e quelle di legislazione concorrente: le attribuzioni sono discutibili; ma, anche accettando quanto disposto dalla nuova carta, molti costituzionalisti osservano che  continui contenziosi metteranno in discussione l’attribuzione delle materie, tali da bloccare una gran parte dell’attività legislativa in attesa dei responsi sulla legittimità emessi dalla corte costituzionale.

5.  La camera  si rinnoverà, come ora, ogni cinque anni, salvo scioglimento anticipato;  mentre al  senato ogni regione rinnoverà la propria rappresentanza in contemporanea all’elezione del consiglio regionale alle rispettive scadenze.  Camera e senato saranno composti da un numero di membri ridotti di qualche decina rispetto all’attuale: indubbiamente una buona idea, ma se il fine della riduzione è il contenimento della spesa,  sarebbe più tempestivo ed efficace ridurre da subito l’indennità dei parlamentari e il numero dei loro portaborse. All’attività del senato parteciperanno, senza diritto di voto, altri rappresentanti delle regioni e delle autonomie locali e non è facile prevedere che cosa ne possa nascere.

6.  Nel testo ancora vigente il parlamento bicamerale è posto al centro del sistema di potere: due camere con uguale funzione e formazione politica simile  hanno nella pratica dei decenni repubblicani rallentato l’attività legislativa, ma anche assicurato al paese un  maggiore  controllo sulle leggi e sul governo. Il parlamento, nei due rami, rappresenta nelle proporzioni scelte dagli elettori, tutte le posizioni presenti nel paese: si tratta quindi di una scelta consapevole da parte dei costituenti che nell’Italia appena “liberata da un regime funesto di servitù”, in cui l’esecutivo aveva annullato il legislativo, hanno individuato nella centralità del parlamento  lo strumento per evitare future regressioni autoritarie.

7.  Verrà meno l’istituto della fiducia parlamentare come approvazione del parlamento alla formazione e alla linea politica del governo nel suo complesso. Il primo ministro, eletto dal popolo, acquista il potere di nominare e revocare i  ministri e  l’esclusiva responsabilità nello scioglimento della Camera: questo gli attribuisce di fatto un potere di ricatto sul parlamento, che, qualora si opponesse alle scelte del governo, verrebbe sciolto. Mentre il presidente della repubblica viene privato dei poteri di nomina del capo del governo e di scioglimento delle camere che i costituenti gli hanno attribuito per affidarli a una carica meno sottoposta alle temperie politiche.  

8.  L’allargamento delle materie che diventano di competenza esclusiva delle regioni comporterà nuovi oneri per i cittadini: è difficile immaginare una riduzione delle spese centrali, mentre l’istituzione, per esempio, della nuova polizia regionale richiederà sicuri costi. Si affiancheranno regioni più ricche a regioni più povere, ma con un’inevitabile lesione del principio affermato dall’art. 2 della costituzione di “solidarietà politica, economica e sociale”,  con la conseguenza però che anche un cittadino piemontese o lombardo fuori dalla propria regione potrà godere, per esempio in ambito sanitario,  di condizioni diverse e che i titoli di studio conseguiti in regioni diverse riceveranno di fatto apprezzamenti ancora più disuguali di quanto accade oggi. 

9.  Per le ragioni che ho cercato di esporre, ritengo da cancellare nel suo complesso la modifica sottoposta al prossimo referendum, ma che la stessa mette in rilievo alcune questioni sulle quali sarà necessario studiare e ripensare. E ancora che la vittoria dei no ripristina senz’altro il testo originale della carta per quanto riguarda il governo, il parlamento, il presidente della repubblica, la corte costituzionale e il consiglio superiore della magistratura; mentre sul regionalismo  rimette  in vigore quella più limitata, ma non entusiasmante riforma del titolo quinto, varata rapidamente alla vigilia delle elezioni del 2001 dal governo Amato e confermata da un referendum nell’autunno dello stesso anno che si riproponeva, invano, di evitare il peggio.

10. Ritengo infine mistificante il lancio ripetuto negli ultimi tempi dai comitati per il SI del referendum come  plebiscito contro il governo, indipendentemente dai contenuti della riforma: questo invito distoglie l’attenzione  dai complessi problemi che comunque l’approvazione della revisione introdurrà e accentua la spaccatura del paese, cosa che temo Berlusconi espressamente  cerchi quando grida che il popolo del SI deve opporsi al popolo del NO. E, ancora più  inquietante la minaccia di Bossi di ricorrere a strumenti diversi da quelli della democrazia se vincessero i no. Mi auguro che non sia di questa natura eversiva la spallata che è nell’aria perseguita da Berlusconi, dai moderati che dice di rappresentare e da quella consistente parte del mondo cattolico che si riconosce nella CdL.  
                         
          
                  Ugo Basso

da Notam        Lettera agli Anici del Gruppo del Gallo di Milano
Corrispondenza: Giorgio Chiaffarino  -  Via Alciati, 11 -  20146  MILANO
e-mail: 
notam@sacam.it     -     web:  www.ildialogo.org/notam
Pro manuscripto


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segnalazioni da altri blog

domenica, 18 giugno 2006

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

 Internazionale   16  /  22  giugno  n. 646 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 14 giugno 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate
le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi       4.006      
Israeliani         1.024       
Altre vittime        75         
Totale               5.105     

Internazionale  16  /  22  giugno  n. 646 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 14 giugno 2006
Iracheni               38.355  42.747
Americani                    2.497                              
Altre vittime                   226                          



Le dichiarazioni della sen. Menapace in merito alle frecce tricolori hanno scatenato una bufera in Friuli-Venezia Giulia, regione in cui sembra doveroso gloriarsi della presenza degli aerei acrobatici.
Devono essere qualche cosa di “sacro” … non so bene … dato che non condivido tanta emozione per tanta gloria.
Ho inviato la lettera che trascrivo al quotidiano locale Messaggero Veneto.
L’ho debitamente firmata. Non so se verrà pubblicata.
Chissà che qualche udinese non la legge da questa fonte!
augusta

Egregio direttore

leggo sul Messaggero Veneto di domenica 18 giugno: “Frecce Tricolori. RC resta sola”.
Non ho mai votato per RC – neppure nelle ultime elezioni per sostenere la sig. Menapace che pure stimo e apprezzo.
Molte posizioni di quel partito me ne dissuadono e, in particolare, me ne dissuade l’aver seguito con attenzione l’ultima iniziativa dell’assessore regionale appartenente a RC in merito ad una legge sulle politiche di pace, legge che posso condividere negli obiettivi ma non nel metodo perseguito per formularne lo schema finale, da cui in parte, per quanto mi è stato possibile conoscerlo, dissento.
Ora sembra che tutti i partiti rappresentati in Regione –esclusa appunto RC – prendano pesantemente le distanza dalle posizioni espresse dalla sen. Menapace e che tale presa di posizione dovrebbe venir formalizzata in un atto comune, se ben leggo il giornale che lei dirige.
Se così sarà ci tengo a precisare che quell’ipotetica unità non rappresenta tutti i cittadini – o almeno non tutte le cittadine – dato che, da parte mia, condivido le opinioni espresse dalla sen. Menapace in merito alle frecce tricolori.
In ogni caso mi duole che da parte delle elette in senato, in parlamento e nella regione non ci sia stata una pubblica, forte espressione a sostegno, se non delle opinioni della sen. Menapace, della sua persona, aggredita con espressioni improprie (quando non incivili) da parecchi deputati e senatori, che non sembrano altrettanto offesi dalla determinazione, recentemente manifestata dal sen. Bossi, di reagire, ad una eventuale vittoria del no nel referendum con metodi non appartenenti ad un sistema di democrazia parlamentare.


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vittime di guerra, culturapace

martedì, 13 giugno 2006

Qualche sera fa parlavo a un piccolo gruppo - più o meno di amici - dei minori palestinesi nelle carceri israeliane. Mi ero documentata e avevo portato documentazione, mi sforzavo di usare un tono il più piano possibile per non suscitare reazioni emotive che – l’esperienza me lo ha fatto constatare – lasciano il tempo che trovano e producono come effetto, se non unico significativo, un catartico, pacioso stato d’animo in chi si compiace di emozioni davanti al dolore altrui
(A proposito a chi fosse interessato al problema dei minori in carcere suggerisco la lettura di : Catherine Cook, Adam Hanieh and Adah Kay  - Stolen Youth – The Politics of Israel’s Detention of Palestinian Children.  Pluto Press.
London – Sterling, Virginia (345 Archway Road, London n.6 5AA and 22883 Quicksilver Drive, Sterling, VA 20166-2012, USA.
Alla lettura del volume si può unire la visione del DVD -o CD che sia- col medesimo titolo –e la piacevole presenza di sottotitoli in italiano – curato, come il libro, da Defence for children, www.dci-pal.org).
Purtroppo la cattiva abitudine, mantenuta dai tempo dell’insegnamento, di leggere sulle labbra altrui mi obbligava a prendere atto dei mormorii di una persona in prima fila che continuava a patrocinare il diritto di Israele alla sicurezza.
E io pensavo a quella bambina che sulla spiaggia di Gaza urlava la morte del papà senza sapere che la stessa sorte era capitata alla mamma e ai fratellini, poco più in là. Tanto più strazianti erano quelle immagini perché conoscevo quella spiaggia, che in passato ho sempre visto vuota perché inaccessibile ai giochi dei bimbi palestinesi (e ovviamente agli abitanti di Gaza tutti) e aperta alla vita (e anche alla morte) solo dalla recente evacuazione dei coloni.
Sicurezza per chi? Assicurata da chi? Un bombardamento su una spiaggia è una misura di sicurezza? Perché? In quali condizioni?
Se mai avessi avuto fiducia nelle armi (e non ne ho avuta mai, se non altro per aver conosciuto la guerra negli anni dell’infanzia) l’incancrenirsi della questione israelo-palestinese (e di parecchie altre a trattamento militare) me l’avrebbe spenta del tutto.
L’unico fondamento di speranza mi sembra venga ora dagli ergastolani palestinesi nelle carceri di Israele, che invitano AlFatah e Hamas a trattare sulla base del ritorno ai confini del 1967 (che non sono quelli segnati dal muro, interno ai Territori palestinesi).
Tra l’altro fondare una trattativa su questo presupposto potrebbe significare l’inizio di un, almeno implicito, riconoscimento da parte di Hamas dei confini dello stato di Israele: sarà una considerazione semplificatoria, ma, se confini ci sono, devono pur confinare con qualche cosa.
Ho osservato spesso che esiste un precedente storico da considerare, dato che Nelson Mandela iniziò il suo processo di liberazione del Sud Africa dal carcere. Mi è stato replicato più volte che la situazione del Sud Africa ha dato luogo ad uno stato economicamente non brillante e che quindi Mandela avrebbe fallito. Sembra che la soppressione della legislazione razzista, la fine dell’apartheid, lo straordinario lavoro della Commissione per la verità e la riconciliazione (il superamento della logica del processo di Norimberga dove il vincitore è giudice e il vinto il solo giudicato!) non contino nulla!.
E proprio con il grigiore di questo nulla nella mente ho affrontato un incontro (indetto da un assessore regionale) in cui si discuteva della formazione di una legge regionale per la pace.
E qui credo di aver riscontrato (ancora una volta!) l’identificazione – anche opportunistica per i politici che si affidano al consenso strillato - fra pacifismo e movimenti.
C’è un momento per ogni cosa –e uno spazio - per ogni cosa.
Lo spazio della legge non è quello dell’esternazione dei propri (pur nobilissimi e condivisibili sentimenti) ma lo spazio duro della realtà con cui ci si deve confrontare, ragionando realisticamente in termini di possibilità praticabili e di risorse finanziarie disponibili.
Ho sentito parlare della presenza di armi nucleari ad Aviano (che, se ci sono – e sembra certo) non potranno essere rimosse a norma di legge regionale, ho sentito esprimere valutazioni negative in merito ai voli delle frecce tricolori con gli aerei AMX. Tutto, almeno per me, condivisibile ma, anche in questo caso, che può fare una legge regionale? Finanziare comunicati stampa contro gli AMX? Certamente può affidarsi – sui tempi lunghi- alla promozione di una cultura che faccia affidamento anche ad una sicurezza non militare … ma questi saranno, appunto, tempi lunghi.
Non ho sentito invece ricordare adeguatamente lo sconcio del trasferimento via Aviano dell’Iman Abu Omar ad attrezzati luoghi di tortura.
Eppure il controllo della Base è affidato anche ad un ufficiale italiano.
E la regione è un livello riconosciuto dell’ordinamento repubblicano.
Non mi sembra che localmente sia emerso nulla di politicamente significativo in proposito.
Eppure, rendersi complici di arresti illegali e torture, dovrebbe essere vissuto come un vulnus essenziale alla convivenza democratica e alla pace.
Ma torniamo alla proposta di legge: vorrei dire tante cose; mi limito a segnalare il fatto che la pace –in quella proposta- sembra essere considerata prevalentemente un bene rifugio, un valore da viversi entro nicchie. Un esempio?
Si riconosce l’importanza del “legame fra pace e attività economica”, per far poi esclusivo riferimento ad un’attività, certamente nobile e significativa come quella del “commercio equo e solidale e del consumo critico”, ma si ignorano le funzioni della regione in materia di economia. Esiste un assessorato regionale per le relazioni internazionali, comunitarie e autonomie locali, cui si devono attività di cooperazione già in atto. Questo assessorato fa capo a persona diversa dall’assessore che intende promuovere una norma intersa a realizzare politiche di pace. Ma che pace è quella in cui ognuno, nello stesso organismo di governo, si fa i fatti suoi?
E nulla si dice sulla tutela della salute di chi è esposto ai maggiori rischi. Forse che non attiene alla sicurezza (e quindi a compiti specifici della regione) la salute dei lavoratori italiani nella Base di Aviano?
A questo punto riesce molto difficile pensare a un obiettivo-pace (sia pur a piccoli passi) all’interno dei contratti di lavoro. Forse che il termine “riconversione” non riguarda più i contratti ed è estraneo alla cultura del pacifismo?
Siamo davvero affogati all’interno di una cultura in cui l’unico atto di protesta possibile – quella contro se stessi – diventa atto di guerra come il suicidio di tre detenuti (due sauditi e uno yemenita) nella base di Guantanamo, secondo il Bush-pensiero? Di questo passo, nell’imperversante clima di revisionismo storico, Gandhi potrà diventare un terrorista dalla nonviolenza attiva e la sua marcia del sale un atto vile di guerra contro l’impero di Sua Maestà britannica, ai tempi in cui era anche imperatrice delle Indie. Spero che qualcuno non suggerisca l’idea a mr. Blair.                         augusta