Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Blogger: AUG
Nome: Augusta

Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

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domenica, 30 luglio 2006

      Da quando questa mattina ho letto della strage di Cana non riesco a togliermi quel nome dalla testa.
Non oso parlare, né pensare ai morti e ai feriti
. “Più di 54 civili, fra cui almeno 34 bambini, sono morti in Libano nell’ultimo attacco israeliano. … Israele si dispiace ma aggiunge che i civili erano stati avvertiti di lasciare il villaggio. “(Dal notiziario on line della BBC: domenica 30 luglio,  15:44 GMT 16:44 UK”)
Improvvidi e lenti, poco attenti agli annunci finalizzati alla loro sicurezza questi “effetti collaterali” (che sollievo dev’essere per i responsabili dell’eccidio chiamarli così!) non sono più al mondo per rendersi conto che
Olmert è dispiaciuto, ma … "Non ci fermiamo, ci servono altri 15 giorni"
(da Repubblica on line).
Giorni fa l’ex ambasciatore Romano (che spesso interviene alla radio) aveva detto che l’incontro di Roma iniziava con parecchi giorni di ritardo rispetto al precipitare degli avvenimenti per dar modo ad Israele di completare le operazioni prima di un eventuale cessate il fuoco a almeno una tregua.
Non ci sono stati né l’una né l’altro e il macello continua.

Continua per tutti.
Scrive Edna Calò Livné su Repubblica che nel convento salesiano di Beit Jemal sono state ospitate 30 famiglie di arabi cristiani di Haifa (sono i palestinesi, cittadini di Israele) e se ne attendono da Nazareth e Acco, colpite dai razzi degli Hezbollah.  Spero che quel “cristiani” faccia parte delle imprecisioni che ho riscontrato nell’articolo e che i salesiani ospitino semplicemente arabi fra cui, oltre ai cristiani, ci sono i mussulmani. I kibbuzim (solo loro o gli ebrei tutti della zona a rischio?) sono ospitati nei kibbutz.
Durante un mio soggiorno in Israele sono stata a Beit Jemal. Avrei moltissimo da scrivere su un luogo la cui storia è parallela a quella di quel territorio … ma non è il caso ora.
Quel che ricordo è una scena assurda.
Era sabato e nella chiesa, che ricorda il martirio di Stefano (Atti degli Apostoli cap.7), c’erano un mucchio di russi, residenti per lo più in una cittadina vicina (la nuova Beit Jemal post 1948). Era ragionevole pensarli cittadini di Israele, almeno quelli che –dopo l’apertura dei confini di ciò che restava dell’URSS nel 1991- erano arrivati potendo ottenere immediatamente la cittadinanza israeliana in virtù di una nonna o mamma ebrea. Per gli altri c’era stato l’esame condotto dai rabbini.
Tutti cittadini quindi. Un vecchio prete italiano, che viveva lì da moltissimi anni e aveva imparato l’ebraico, parlava loro dei resti archeologici presenti nella località. I russi – cittadini israeliani- non capivano l’ebraico e avevano bisogno dell’interprete.
Era sabato, giorno festivo, la domenica all’inizio della settimana sarebbero tornati ai loro impegni di cittadini di Israele, ma intanto si caricavano di Bibbie e testi religiosi in russo, gratuitamente a disposizione nell’atrio della chiesa.
E così,  trovandomi  a scavare fra i ricordi, ho improvvisamente capito ciò che Cana mi richiamava. Ho voluto verificare sulla preziosa BBC e purtroppo era vero. e non è stato piacevole
.
Qana (secondo la grafia inglese) é stata dieci anni fa il luogo di uno dei più sanguinoso eventi del conflitto arabo-israeliano, il bombardamento di una base delle Nazioni Unite dove si erano rifugiati civili libanesi. Lo sgomento internazionale per quei morti –più di cento e cento feriti – determinò la forte pressione per l’accordo di cessate il fuoco che mise fine all’ultima intensa operazione militare (nome in codice Operation Grapes of Wrath) contro i guerriglieri Hezbollah”  (BBC, domenica 30 luglio, 10:30 GMT 11:30 UK)
L’ordine della strage era venuto dal Peres, allora primo ministro. Si dice che volesse così dimostrare il suo decisionismo militarizzato che lo avrebbe favorito nelle vicine elezioni.
Per protesta gli arabi israeliani si astennero dal voto e il 29 maggio dello stesso anno fu eletto premier Benyamin Netanyahu.                         augusta

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale  28  luglio  /  3 agosto 2006  n. 652 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 26 luglio 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        4.158       
Israeliani          1.041          
Altre vittime         77          
Totale                5.276        

Internazionale  28  luglio  /  3 agosto 2006  n. 652 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  del 26 luglio 2006
Iracheni              39.460  /  43.927
Americani                    2.569                             
Altre vittime                   228                          

Pagina diario scritta da: AUG a 18:48 | link | commenti | | Torna su
israele palestina, rassegnastampa, guerra conflitti e violenze

giovedì, 27 luglio 2006

Ho sottoscritto questa mattina l’appello che riporto di seguito, invitando chi crede a fare altrettanto nonostante le riserve critiche che di seguito esporrò e che si legano alle logiche cui ho cercato sempre di ispirarmi nella scelta dei testi che ho pubblicato in questo mio diario.
Personalizzo? Certamente ma non lo faccio per narcisismo ma perché penso che di fronte alla guerra, e alla guerra guerreggiata, ci si debbano assumere anche responsabilità personali, nel metodo e nel merito dei propri interventi.                                  augusta


“Il PIDIDA – Per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza – è un libero tavolo di confronto e coordinamento aperto a tutte le Associazioni, ONG, e in generale le realtà del Terzo Settore che operano per la promozione e tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia e nel mondo.”   http://www.infanziaediritti.it/
Comunicato del Coordinamento PIDIDA "Per i Diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza"
Dalla parte dei bambini e dei ragazzi coinvolti nel conflitto in Medio Oriente, contro il rischio dell’indifferenza
Roma, 26 luglio 2006 - Come Associazioni e ONG che si occupano di diritti dei bambini e degli adolescenti in Italia e nel mondo, esprimiamo una forte preoccupazione per l’evolversi della situazione nei territori palestinesi, in Israele e in Libano.
Le Agenzie ONU, così come le ONG che operano sul territorio, negli ultimi giorni hanno denunciato come i bambini delle zone del conflitto siano costretti a vivere in un contesto di violenza, d’insicurezza e di paura estrema.
Ancora una volta il diritto dei bambini e degli adolescenti alla vita viene negato sotto gli occhi indifferenti dell’opinione pubblica mondiale.
Appelli e dichiarazioni di Agenzie internazionali, Associazioni, Organizzazioni non Governative e singoli si stanno succedendo in modo incalzante in questi ultimi giorni, a testimoniare la volontà comune di non rimanere inermi rispetto alle tragiche conseguenze di tali episodi di violenza.
Per la tutela dell’infanzia e dell’adolescenza, in osservanza della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia,
per il rispetto del diritto internazionale umanitario e delle risoluzioni internazionali,
affinché i bambini e gli adolescenti non debbano pagare l’incapacità’ degli adulti di costruire un futuro,
ci appelliamo ai partecipanti alla Conferenza Internazionale di Roma sul Libano
ci appelliamo ai parlamentari italiani
ci appelliamo ai parlamentari europei
ci appelliamo ai governi dei G8
ci appelliamo alle Nazioni Unite
a favore di un impegno determinante della Comunità internazionale, affinché i palestinesi e gli israeliani costruttori di pace non vengano lasciati soli, affinché bambine e bambini, ragazze e ragazzi di ambo le parti possano avere un futuro.
Chiediamo ai sindaci, ai consigli comunali, ai presidenti delle regioni, ai consigli regionali, alle associazioni, alle ONG, ai singoli cittadini di sottoscrivere quest’appello.
Appello sottoscritto da:
 Amici dei bambini, Amnesty International Sezione italiana, Anfaa, Associazione Nessun Luogo e’ Lontano, Associazione Osservatorio sui Minori, CIAI, IBFAN Italia, Italia Nostra, La Gabbianella, MAIS, Movimento Laici America Latina - Mlal ProgettoMondo, P.AI.D.E.I.A., Save the Children Italia, Terre des Hommes – Italia, UNICEF Italia, VIS.
Per informazioni e sottoscrizioni Segretariato Coordinamento PIDIDA c/o UNICEF Italia
Via Palestro, 68 – 00185 ROMA
Tel.06 47809212/233 Fax 06 47809273 E-mail:
pidida@unicef.it  -


Le importanti associazioni firmatarie dell’appello intervengono a guerra guerreggiata.
Sembra persino banale dire che ai bambini la guerra  fa male.
Oltre al male può essere banale anche il bene (Hannah Arendt mi perdoni per l’uso estensivo di una sua affermazione!), ma almeno nell’appello si legge un segno di vita per uno scopo intenzionalmente unitario, che comunque parla di futuro e non si limita ad esternazione di facili  emozioni (capita spesso!) di fronte a un presente repellente per orrore, indifferenza, quando non per complicità.
E in questa prospettiva di futuro io leggo anche il richiamo all’ONU che, in questo momento di “autorevole” revival NATO (che mi sembra un segno terribile della volontà diffusa di riportare la politica
internazionale a schemi bellici, estranei alla ricerca di pace se non nell’arcaico “Si vis pacem para bellum”).
Ma l’ONU non è solo forza di interposizione.
Sorvolo dolorosamente sugli osservatori ammazzati dall’IDF (o Tz
ahal)
dopo che avevano chiesto reiteratamente la modifica del tiro delle artiglierie. Aggiungo per lettori maliziosi ( e ce ne sono ma –salvo rare eccezioni - non scrivono nei commenti di questo blog, preferiscono giovarsi  di telefonate e lettere personali) che la mia fonte è la BBC e non il Manifesto!.
L’ONU è anche fonte di indirizzi di politica internazionale, di norma trascurati e su questa trascuratezza si focalizzano le mie critiche per le associazioni di cui sopra (che potevano parlare unitariamente a sostegno dei diritti dei bambini in Medio Oriente anche in assenza di combattimenti in atto) e non solo per quelle.
Mi scuso, ma questo è il diario delle autocitazioni, se riporto la lettera che ho scritto il 3 luglio (e pubblicato in questo diario il 15 e che è –oggi come allora- priva di risposta:

On. Ministro
sono una singola cittadina, non collegata ad alcuna realtà associativa e mi rivolgo a lei per un problema che mi sta a cuore.  Ne sono incoraggiata dall’aver sentito, nel primo discorso del Presidente Prodi, un richiamo preciso alla questione israelo-palestinese, la cui drammaticità, se ve ne fosse stato bisogno, è dimostrata una volta di più da quanto sta accadendo.
Non voglio intervenire in merito alla questione generale, ben conoscendone la complessità ma intrattenerla solo su un problema specifico, che, a mio parere, si connette a quella solidarietà sociale che identifica il suo ministero.
Parlo dei minori palestinesi nelle carceri israeliane che attualmente superano le 380 unità.
Parecchi di loro hanno meno di 14 anni, in alcuni casi si tratta di neonati incarcerati con le madri.
Molti soffrono la cosiddetta “detenzione amministrativa” che esime la giustizia israeliana dal dare alcuna informazione a famiglie ed avvocati (dove sono incarcerati, imputazioni che giustifichino il loro stato di prigionia, se mai un bambino può essere imputato e incarcerato…)
L’Italia è firmataria della Convenzione di New York del 1989 - che nel nostro stato è legge
(LEGGE 27 maggio 1991 n. 176. - pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell'11 giugno 1991, n. 135) - e ne é firmatario anche lo stato di Israele.
I minori sono affidati a tutti noi, a prescindere dalla nazionalità, proprio da quella Convenzione.
Sono vissuta per parecchi mesi in Palestina, ho lavorato (come volontaria) all’International Center di Betlemme, conosco quindi anche direttamente la situazione di quella popolazione ed è quel dolore condiviso che mi spinge a chiederle di impegnarsi perché, in attesa di una pace che –almeno per il futuro - possa assicurare giustizia, ai minori sia risparmiato l’orrore del carcere quando non della tortura o almeno, se ci sono casi per cui la carcerazione risulti inevitabile, ciò avvenga con la trasparenza dovuta e nel rispetto di quelle modalità di vita che devono essere assicurate a minorenni.
Il mio richiamo alla legalità non è distacco: ho paura delle voci che si alzano urlando generalità contro questo o contro quello; spesso suscitano un effetto catartico fine a se stesso che, come tutti i buoni sentimenti, fa presto a rendersi silente.
Secondo me un impegno fondato su una domanda forte, determinata e instancabile di rispetto della legalità, che riconosce e tutela i diritti dei più deboli, potrebbe essere un passo importante (uno dei tanti passi possibili) in una politica di pace che è doveroso praticare anche se la speranza è difficile, ma, come dice un mio amico palestinese, meglio accendere una candela che maledire il buio.
Sperando in una sua risposta porgo cordiali saluti e auguri di buon lavoro. (segue la mia firma)

Nota: Ho trovato molte interessanti informazioni nel sito web della sezione palestinese dell’onlus  Defence for children (http://www.dci-pal.org)
che, a proposito dei minori in carcere ha pubblicato un’ampia ricerca: Catherine Cook, Adam Hanieh and Adah Kay  - Stolen Youth – The Politics of Israel’s Detention of Palestinian Children. 
Pluto Press. LondonSterling, Virginia (345 Archway Road, London n.6 5AA and 22883 Quicksilver Drive, Sterling, VA 20166-2012, USA)


Il mio era un tentativo di sollecitare un  interesse istituzionale su un problema (per cui offrivo anche documentazione) che è estraneo a qualsiasi accordo-scambio di qualsivoglia natura, anche a quelli che si usano come cause-pretesti per poter far guerre.
L’ho fatto da sola perché ho constatato e continuo a constatare le ambiguità dall’associazionismo
locale che mi sembra più inteso a schierarsi pro questo o quello, a farsi parte esclusiva in gioco dimostrando la propria autorevole bontà e chiedendo –in nome di quella- consenso.
Di norma indifferente all’analisi della documentazione che gli viene offerta, anche per approfondire la conoscenza del proprio settore di riferimento, preferisce giocare sul piano delle emozioni, esibendo le proprie ed emozionando altri al fine di costruire adesioni quantitativamente evidenti, che piacciono ad alcuni rappresentanti istituzionali (fino a diventare -talvolta- strumenti per un consenso da utilmente esibire … e non voglio pensare al voto di scambio).
Non sembrano invece né quell’associazionismo né quei rappresentanti istituzionali altrettanto attenti a formare autonome opinioni e a lavorare per la costruzione di una cultura di pace che ha –nella promozione dei diritti dei soggetti contrattualmente deboli cui spetta l’attenzione internazionale- un fondamento ineludibile.
Riporto due casi che ho segnalato nel mio blog (e che sono ancora leggibili alle date indicate)  che hanno avuto due soluzioni opposte:
Il 18 febbraio 2005 segnalavo l’arrivo di cinque tonnellate di latte all’ospedale pediatrico di Betlemme, problema che, dopo tentativi vari e falliti di coinvolgere il mondo delle associazioni locali per ottenerne una pressione utile, si è risolto positivamente solo per l’intervento del difensore civico regionale.
Il 14 agosto 2005 segnalavo la costruzione di una scuola materna nel complesso francescano di Betlemme, costruita anche con l’intervento dell’Unicoop (Lega cooperative) di Firenze.
La scuola, millantata nella raccolta di fondi in Italia per bambini e bambine, é solo maschile.
Un problema da nulla? Non lo so, quello che so è che il responsabile dell’Ufficio stampa dell’Unicoop – cui ho scritto tre volte- non mi ha mai risposto e che le locali associazioni, pur se interessate alla questione palestinese e ai diritti delle donne (e quindi anche delle bambine), non hanno mai offerto segno di interesse ai documenti che ho loro offerto.
Forse mettere in discussione una menzogna propinata dall’Unicoop a donatori italiani (e un insulto alle bambine di Betlemme) disturbava il loro rapporto con rappresentanti istituzionali e centri di potere altrimenti utili? Non lo so.
Di fatto sembra emergere, più che la curiosità di conoscere e capire, più che la voglia di ragionare assieme (che non significa allinearsi in una mentale uniforme) un atteggiamento del tipo “o sei con me o sei contro di me” dove una finisce per sentirsi strangolata dentro dicotomie di cui nessuno dei due termini opposti le appartiene.
L’esperienza più buffa l’ho avuta pochi giorni fa. Una persona cui parlavo di queste faccende mi ha detto. “Vuoi sinceramente un compromesso di pace oppure credi nella rivoluzione socialista/arabo/musulmana contro l'occupatore sionista?”.
Così ho scoperto che per poter esprimere una volontà di pace avrei dovuto dichiarare la mia estraneità al branco dei suggeritori che sostennero la polizia segreta dello zar di Russia nell’invenzione dei Protocolli dei Savi di Sion.
Nemmeno le evidenti ragioni dell’anagrafe mi hanno difeso. Che fare?        augusta

Pagina diario scritta da: AUG a 18:33 | link | commenti | | Torna su
bambini, israele palestina, guerra conflitti e violenze, diari di augusta, culturapace

domenica, 23 luglio 2006

         VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale  21  /  27  luglio 2006  n. 651 pag. 21

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 19 luglio 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        4.116       
Israeliani          1.041          
Altre vittime         77          
Totale                5.234        

Internazionale  21  /  27  luglio 2006  n. 651 pag. 20

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  del 19 luglio 2006
Iracheni              39.178  /  43.635
Americani                    2.554                             
Altre vittime                   227                          

Su l’Unità di oggi (domenica 23 luglio) c’è un lungo editoriale dell’ex direttore Furio Colombo. Ha un titolo un po’ buffo (ma non è il caso di farne carico al giornalista, i titoli sono redazionali): “La fine della pace”. Poiché l’editoriale si riferisce soprattutto alla situazione israelo-palestinese la domanda è un po’ grottesca. Pace quando mai?
Non è il caso che io riprenda il testo di Colombo costruito su interessanti elenchi di fatti (e in ogni caso non potrei farlo perché non è scaricabile da internet). L’ho ricordato perché sono rimasta molto colpita dal finale: “
Forse occorre cercare di rispondere con onestà a una domanda centrandola con onestà su questo preciso, tragico momento: Che cosa fareste voi se foste cittadini di Israele, oggi, stasera. In questo momento?”
La domanda presuppone un ulteriore improbabile fatto, che i cittadini di Israele siano tutti uguali, un blocco quando la patria chiama.
Lascio perdere per tornare al motivo per cui quel finale mi ha colpito.
A Udine si pubblica da quindici anni un mensile, “Ho un sogno” che, nel mese di gennaio 2001 (n. 96) aveva pubblicato una lettera aperta dal pastore betlemita Mitri Raheb all’allora ancora in carico presidente Clinton. 
La seconda intifada era scoppiata da poco e Mitri sarebbe dovuto partire con sua moglie per gli USA dall’aeroporto internazionale Ben Gurion (impresa oggi impossibile per i Palestinesi della West Bank che devono partire da Amman, dopo un lento e spesso difficile passaggio confinario al ponte di Allenby. Ma la partenza gli fu rifiutata. Era la prima volta:
La donna poliziotto. ‘Nessun Palestinese è autorizzato a lasciare il paese. Queste sono le nostre istruzioni”.
E così il dr Raheb scrisse una lettera aperta a Clinton, che l’anno prima aveva visitato Betlemme in occasione del giubileo.…
”Che cosa avrebbe fatto nei miei panni signor Presidente? <…>
Molti Palestinesi, specialmente cristiani, scelgono di emigrare. Vanno a vivere nella Terra Promessa degli USA e così privano la Terra promessa di Palestina delle sue risorse, potenzialità, promesse. Altri diventano estremisti a causa di questo trattamento. Un trattamento inumano costante impedisce loro di immaginare una vita migliore qui ed ora .
Se lei fosse trattato come loro sono trattati credo non agirebbe diversamente, signor presidente.
Ma lei non viene mai trattato così. Fra due settimane lei lascerà il suo ufficio, abbia o non abbia raggiunto un accordo. Ma noi palestinesi restiamo qui. Nel bene o nel male noi dobbiamo vivere con qualsivoglia accordo siglato dal suo paese.
E qui mi chiedo: che cosa farei, io, Mitri Raheb, se fossi nei suoi panni?
Se fossi al suo posto io mi assicurerei che i Palestinesi abbiano un reale potere e controllo sui loro confini, sulle loro strade, sul loro spazio aereo, cosicché domani nessun palestinese sia trattato come io lo sono stato ieri.
Non parlo di lussi ma di vita senza umiliazioni.
Se io fossi nei suoi panni seguirei le orme di Cristo e farei tutto il possibile per portare giustizia, sollievo, speranza nella terra in cui 2000 anni fa Dio diede all’umanità il suo nuovo significato, dignità e promessa.…”
La domanda conclusiva è la stessa dell’articolo de l’Unotà..
Mitri l’anno successivo avrebbe conosciuto la devastazione del suo ufficio, del laboratorio artistico sui cui muri ci sono ancora gli insulti lasciati dal passaggio dei militari, evidentemente usi –dall’antichità ai giorni nostri- al saccheggio. Le porte insozzate sono state cambiate, le pareti ridipinte, salvo là dove la pietra porosa trattiene la vernice.
Si sarebbero fermati solo sulla porta di casa, dove erano chiuse sua moglie e le bambine terrorizzate, perché un ufficiale aveva fermato i troppo diligenti militari che cercavano terroristi oltre lo spazio loro indicato. E se fosse arrivato troppo tardi?
Molte furono le case violate in quei giorni (e non solo) a Betlemme. Nel 2003 i segni neri con cui i soldati avevano segnalato ai loro camerati l’avvenuto passaggio e l’inutilità di una visita successiva erano ancora visibili nelle strade di Betlemme.
I cordoli dei marciapiedi invece sono ancora rosicchiati dai cingoli dei carri armati.
Clinton (e non solo lui) non aveva indossato panni altrui.
E per noi l’unica alternativa è indossare quelli  proposti da Furio Colombo?
E se provassimo a chiederci come cittadini di un mondo violato “Che fare? Quali le nostre responsabilità per il passato e per il futuro? Possiamo far qualche cosa o solo decidere cosa metterci addosso?”

augusta

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israele palestina, rassegnastampa, vittime di guerra, guerra conflitti e violenze

sabato, 22 luglio 2006

Spesso mi capita di trovare persone che nelle vicende belliche di questi giorni “si schierano” (non per la pace – anche se dicono che tale è la loro scelta- ma di qua o di là). Così quando mi imbatto in qualcuno che spariglia le carte e si fa carico del dolore dell’altra parte non posso non dargli spazio nel mio diario                 augusta

L’articolo che segue è tratto dal sito web www.ildialogo.org che premette alcune informazioni che trascrivo:
Ringraziamo Maria G. Di Rienzo[per contatti:
sheela59@libero.it]per averci messo a disposizione questa sua traduzione.
Michael Lerner, rabbino, è autore di Jewish Renewal: A Path to Healing and Transformation (Harper, 1995), Healing Israel/Palestine (North Atlantic Books, 2003), The Left Hand of God: Taking Back our Country from the Religious Right (Harper San Francisco, 2006). E’ l’editore di “Tikkun Magazine” e rabbino della sinagoga Beyt Tikkun)”


Medio Oriente   Basta sofferenza in Medio Oriente
di Michael Lerner, rabbino (16.7.2006, trad. M.G. Di Rienzo)

 

La gente in Medio Oriente sta soffrendo di nuovo mentre militaristi di tutti i fronti, e giornalisti festanti, lanciano missili, bombe, e infinite parole di autogiustificazione per l’ennesimo inutile round di violenza fra Israele ed i suoi vicini. Per coloro fra noi ai quali importa molto della sofferenza umana, questo ultimo episodio di irrazionalità evoca lacrime di tristezza, incredulità per la mancanza di empatia da ogni lato, rabbia per quanto poco si sembri aver appreso dal passato, e momenti di disperazione mentre vediamo di nuovo gli ideali religiosi e democratici subordinati al cinico “realismo” militarista.
I sostenitori di ambo le parti, contenti di ignorare l’umanità dell’Altro, si affrettano ad assicurare ai loro collegi elettorali che la colpa è sempre del nemico. Tutti questi sforzi non hanno senso. Siamo in presenza di un conflitto che si è protratto per oltre un secolo. Ha poca importanza chi abbia accostato l’ultimo cerino alla pietra focaia. Quello che è veramente importante è come rimediare alla situazione. Il gioco del biasimo serve solo a spostare l’attenzione dall’argomento centrale.
Nel gioco del biasimo ce n’è per tutti. Dipende solo da dove fai cominciare la storia. Contando sulla generale mancanza di memoria storica, i partigiani dell’uno o dell’altro fronte scelgono di dar inizio alla narrazione dal luogo in cui essi sono le “vittime che hanno ragione” e gli altri i “malvagi aggressori”.
Ai Palestinesi piace partire dal 1948 e dall’espulsione di migliaia di loro dalle loro case durante la guerra ad Israele, proclamata dai confinanti stati arabi, e dal rifiuto del governo israeliano di permettere il ritorno di queste persone quando le ostilità furono cessate.
Agli Israeliani piace partire da quando gli Ebrei cercavano disperatamente di sfuggire al genocidio che affrontavano in Europa, e una cinica dirigenza araba convinse l’esercito britannico a sostenere i locali Palestinesi che cercavano di impedire a questi rifugiati di raggiungere gli altri Ebrei che vivevano in Palestina a quell’epoca. Io racconto questa storia, e il modo di comprendere ambo le parti nel mio libro Healing Israel/Palestine (“Guarire Israele e la Palestina”)
Oppure si può iniziare da fatti più recenti, dall’escalation di violenza di quest’estate. Ma dove esattamente è cominciato il tutto? Per favore, andate al sito web di B’tselem, organizzazione israeliana per i diritti umani, e osservate come ciascuna parte denuncia gli atti oltraggiosi dell’altra.
Fin dalla morte di Yasser Arafat, e dall’assunzione di potere del Presidente palestinese Mahmoud Abbas, le principali fazioni politiche palestinesi, Fatah e Hamas, hanno osservato l’ “hudna”, cioè il cessate il fuoco.
Eppure Israele, sottolineando il fatto che la polizia di Abbas (decimata dai bombardamenti israeliani durante la seconda Intifada del 2001/2003) era incapace di contenere completamente la violenza di Hamas, della brigata dei martiri di Al-Aqsa e della jihad islamica, ha usato questa debolezza per proclamare che non c’era “nessuno con cui parlare” quando le forze di pace in Israele chiesero prima ad Ariel Sharon e poi a Ehud Olmert che le richieste palestinesi di negoziazione venissero accettate.
Invece, Israele annunciò un ritiro unilaterale da Gaza e dal Nord della West Bank (realizzato nel 2005) e da ulteriori sezioni di quest’ultima (che avrebbe dovuto iniziare quest’estate con la rimozione di insediamenti illegali), il che di fatto creerebbe nuovi confini che incorporano in Israele territori che Israele stessa ha convenuto di lasciare durante gli anni ’90.
“Tikkun magazine” e le forze di pace israeliane avvisarono che un ritiro unilaterale, cui l’Autorità palestinese si opponeva, avrebbe accresciuto la credibilità delle asserzioni di Hamas, cioè che gli sforzi dell’Autorità palestinese verso la nonviolenza non avevano prodotto altro che il rifiuto israeliano di discutere, mentre gli atti di violenza di Hamas e della jihad islamica a Gaza avevano condotto al ritiro dei soldati.
Non dovrebbe essere difficile capire perché Sharon andò avanti con il ritiro unilaterale. La sua intenzione dichiarata era di mantenere quanto più possibile della West Bank, e sarebbe stato molto più facile convincere il mondo che non c’era “nessuno con cui parlare” se Hamas avesse vinto le elezioni, poiché Hamas è universalmente riconosciuto come gruppo terroristico.
Quando i Palestinesi caddero nella trappola, ed elessero un governo guidato da persone che rifiutano di riconoscere ad Israele il diritto ad esistere, è stato semplice per Olmert continuare l’unilateralismo di Sharon ed annunciare piani per il ritiro dalla West Bank che avrebbero coperto l’annessione, da parte di Israele, di porzioni significative dei Territori Occupati.
Hamas ha svolto il ruolo previsto, lanciando missili Qassam su centri popolati israeliani, “provando” una volta di più alla destra israeliana che ogni tipo di ritiro non farebbe che intensificare la vulnerabilità di Israele, e dando ai “duri” le ragioni per opporsi, visto che il ritiro precedente non ha portato pace a Gaza.
Naturalmente, dal punto di vista di Hamas, questo è solo un episodio di una lotta continua per la liberazione di migliaia di Palestinesi che vengono “arrestati” (o dalla prospettiva palestinese “rapiti”), incarcerati senza imputazioni e senza processo per sei mesi in vasti campi di prigionia, spesso soggetti a torture.
Ma Hamas, dovendo fronteggiare un boicottaggio economico (incluso il non versamento ad Hamas delle tasse pagate ad Israele dai Palestinesi, che Israele aveva precedentemente promesso di versare all’Autorità Palestinese) che gli impedisce di far funzionare il governo, fa dichiarazioni che indicano la possibilità di un riconoscimento di Israele in risposta al “Documento dei prigionieri”, che è stato percepito come una minaccia di tagliar fuori tutti, giacché è stato firmato da ogni fazione di Palestinesi trattenuti nelle carceri israeliane.
Per i militaristi israeliani, e per i coloni, il riconoscimento da parte di Hamas sarebbe stato una clamorosa sconfitta propagandistica. Perciò nel giro di pochi giorni gli Israeliani hanno cominciato a cannoneggiare Gaza (ufficialmente per fermare il lancio di missili di Hamas). Uno dei proiettili è atterrato sulla spiaggia, e ha ucciso una famiglia di otto persone che si stava semplicemente godendo il sole e il mare.
Pochi giorni più tardi, un gruppo di Hamas ha catturato il soldato israeliano Gilad Shalit, ed Israele ha usato questo come una scusa per implementare un piano che aveva progettato mesi prima: rientrare a Gaza e distruggere le infrastrutture di Hamas.
A questo punto un’enorme escalation ha preso piede. Invece di concentrarsi sull’effettiva capacità di Hamas di agire la guerra, Israele ha scelto la via della punizione collettiva, una frequente quanto inefficace misura di contrasto per l’insorgenza, usata per eliminare il sostegno pubblico ai movimenti di resistenza. Nel calore oppressivo dell’estate, Israele ha bombardato la rete di distribuzione elettrica, eliminando a Gaza la fornitura di acqua e dell’elettricità necessaria per mantenere i sistemi di refrigerazione, provocando un drammatico calo del cibo disponibile in un’area già sconvolta, in cui vivono più di un milione di persone. Quest’atto è una violazione del diritto internazionale, come lo sono gli arresti di migliaia di individui e i missili di Hamas sui centri abitati.
In risposta, i combattenti di Hezbollah, che hanno occupato le terre abbandonate da Israele quando Israele terminò la sua occupazione del sud del Libano nel 2000, hanno lanciato un attacco alle truppe israeliane, violando gli accordi che si sarebbe mantenuta la pace su quel confine; accordi che avevano reso politicamente possibile il ritiro di Israele dal Libano, senza paura che i suoi cittadini del nord dovessero essere ancora bersagli di missili: cittadini che dal 1982, quando Israele invase il Libano, non avevano fatto altro che entrare ed uscire dai rifugi antibombe.
Dal punto di vista di alcuni nel mondo arabo, l’attacco alle truppe nel nord di Israele è stato un atto di solidarietà islamica in risposta all’escalation perseguita da Israele contro l’intera popolazione di Gaza. Costoro argomentano che non si debba chiedersi perché loro hanno agito così, ma perché il resto del mondo non agisca chiedendo che Israele metta fine all’oltraggiosa punizione di un milione di persone a causa delle azioni di pochi. Quando l’Onu tentò di agire, il governo di destra degli Usa mise il veto ad una risoluzione sostenuta dalla maggioranza del Consiglio di Sicurezza.
Dal punto di vista di Israele, gli attacchi di Hezbollah sono stati una palese violazione degli accordi che avevano tenuto Israele fuori dal Libano negli ultimi sette anni. Ed in effetti, il far subire a civili bombardamenti a casaccio con lo scopo di terrorizzarli, è una violazione del diritto internazionale e dei diritti umani.
Hezbollah si sta mostrando come la forza terrorista che Israele ha sempre sostenuto fosse. La gente che vive ad Haifa o a Tsfat o in dozzine di altri luoghi in Israele sta in questo momento vivendo lo stesso tipo di paura che richiama terrori già sperimentati in precedenza (alcuni sono sopravvissuti all’Olocausto, altri sono i figli dei sopravvissuti, a molti hanno vissuto guerre che erano specificatamente dirette all’annientamento di Israele). Queste paure saranno sfortunatamente assai facili da manovrare per i politici di destra negli anni che verranno.
Ne’ dovremmo sottostimare il comportamento di Iran e Siria nello stimolare disordini e destabilizzazione. Nel mentre vi sono persone in ambo i paesi che si sentono genuinamente oltraggiate dalle azioni di Israele nei confronti dei correligionari musulmani, il record di indifferenza per le cattive condizioni dei Palestinesi nei loro stessi paesi ed il rifiuto di provvedere aiuto materiale alla Palestina affinché essa possa costruire la propria infrastruttura economica, suggerisce che l’assistenza prestata ad Hezbollah viene più dalla ricerca di un vantaggio politico e di dominio in Medio Oriente, che da una vera solidarietà morale con il popolo palestinese. L’Iran, un paese il cui presidente ha più volte negato che vi sia mai stato un Olocausto, e che esplicitamente afferma di avere lo scopo di distruggere lo stato di Israele, dà agli israeliani ragioni reali di temere, quando i suoi vicini Hezbollah o Hamas sviluppano la capacità di sparare missili sui centri abitati del paese.
Cosa avrebbe potuto fare Israele? Bene, se vi fosse stato Ariel Sharon al potere, avendo costui imparato la sua lezione proprio in Libano, è probabile che avrebbe fatto la stessa cosa che fu fatta due anni orsono, quando un uomo d’affari israeliano fu catturato dal “nemico”: uno scambio di prigionieri, in cui centinaia di detenuti vengono rilasciati per un singolo israeliano. Questo scambio è stato chiesto da Hamas, ed implorato dalla famiglia di Gilad Shalit, ma è stato respinto dal governo israeliano. Vi prego di leggere le analisi di questo errore, ed altri articoli che esaminano la situazione attuale su "Current Thinking", www.tikkun.org
Vi è comune convincimento fra i pacifisti israeliani che il Primo Ministro Ehud Olmert ed il suo Ministro della difesa laburista Amir Peretz sentano la necessità politica di mostrare che sono “forti” e perciò l’attacco e l’invasione del Libano sono le loro uniche strategie. Per il bene dei loro ego e della loro futura spendibilità politica, “devono” procedere con la folle escalation contro il popolo libanese, la maggior parte del quale ha esercitato i propri diritti democratici rigettando le promesse elettorali di Hezbollah, e votando un governo che contiene Hezbollah come piccola minoranza.
Cosa potrebbe ormai fare Israele? Potrebbe ridefinire la questione come violazioni minori ai confini, scambiare i prigionieri, annunciare unilateralmente che non terrà più nessuno in detenzione per un periodo superiore a tre giorni senza inoltrare una formale denuncia penale contro coloro che hanno agito violentemente, e rilasciando tutti gli altri. Potrebbe dare inizio a veloci e pubblici processi, e punire chiunque (soldato o ufficiali di Shin Bet ed Aman) abbia usato la tortura, o come la definiscono loro la “moderata pressione”, sui prigionieri.
Potrebbe immediatamente annunciare la propria intenzione di rafforzare la posizione del presidente dell’Autorità palestinese Abbas, consegnandogli i soldi delle tasse, e aprire una negoziazione sullo “status finale” entro due mesi. Nel frattempo, Israele potrebbe cominciare a smantellare il muro di separazione, e promettere di ricostruirlo solo lungo le linee di un confine internazionale su cui siano d’accordo ambo le parti. E Israele potrebbe unilateralmente censurare la propaganda antipalestinese all’interno dei media controllati dal governo, e cominciare a costruire una cultura della nonviolenza, ed istruire gli Israeliani rispetto alla necessità di compensazioni per i Palestinesi rifugiati.
Cosa potrebbero fare i Palestinesi? Il presidente Abbas potrebbe annunciare che invita Israele a formare una forza mista israelo-palestinese di confine, di modo da garantire che non vi siano più aggressioni ai civili israeliani, in cambio dell’immediata apertura dei negoziati sullo “status finale”, prima che si diano ulteriori ritiri dalla West Bank. Ci sono state polizie miste e coordinamento di forze di sicurezza sino al settembre 2000, ed esse contribuivano a mantenere basso il livello di violenza, sino a che Ariel Sharon non compì il suo viaggio provocatorio a Temple Mount.
Abbas potrebbe poi dichiarare che il popolo palestinese che lo ha eletto è impegnato in una lotta nonviolenta (nonviolenta, non passiva) per porre fine all’occupazione, ma che chiunque agisca violentemente contro Israeliani o Palestinesi stessi verrà processato e, se trovato colpevole, perderà la cittadinanza palestinese.
Abbas potrebbe recarsi nella West Bank e a Gaza a discutere di nonviolenza, potrebbe implementare una fine immediata alla retorica anti-semitica ed anti-israeliana della stampa palestinese e nelle scuole palestinesi, e ribadire che è determinato nel voler costruire una cultura nonviolenta in Palestina.
Cosa gli Usa e gli stati occidentali potrebbero fare? Essi potrebbero indire immediatamente una conferenza internazionale, in cui siano rappresentate tutte le nazioni del mondo che sono disposte ad accettare il diritto di Israele ad esistere all’interno dei confini del 1967 ed il diritto dei Palestinesi ad esistere a Gaza e nella West Bank, e favorire un accordo che sia gradito ad ambo le parti e garantisca pace e sicurezza ad entrambe. Ogni paese partecipante sarebbe ammesso alla conferenza dopo aver depositato su una banca internazionale neutrale l’equivalente dello 0,1% del suo PIL, allo scopo di creare un fondo internazionale che serva a riparare i danni come descrivo più sotto.
Come la comunità Tikkun ha già detto nel passato, i termini dell’accordo dovrebbero includere:
1. Confini definiti per ambo gli stati, con aggiustamenti sulle linee decise nell’accordo di Ginevra (Israele incorpora alcuni territori di confine, dando in cambio eguale quantità e qualità di territorio allo stato palestinese);
2. La condivisione di Gerusalemme e dei suoi luoghi sacri, con ambo gli stati legittimati a stabilire in Gerusalemme la propria capitale nazionale, ove Israele controllerebbe i quartieri ebraici ed armeni, più il Muro e i territori adiacenti, e la Palestina avrebbe il controllo su Temple Mount e le sue moschee;
3. Tutti gli stati partecipanti alla conferenza internazionale metteranno almeno lo 0,1% del loro PIL in un fondo internazionale che offra compensazione ai Palestinesi che hanno perduto proprietà, impieghi e residenze nel periodo 1947/1967, ed agli Ebrei che fuggirono dagli stati arabi nel medesimo periodo (la compensazione non verrà data a famiglie arabe od ebree il cui reddito complessivo sia superiore ai 5 milioni di dollari).
4. Una forza di polizia congiunta, israeliana/palestinese/internazionale sarà creata per garantire la sicurezza dei confini ad ambo i paesi. Gli Usa e la Nato stipulerebbero con i due stati un patto di mutua sicurezza, in cui assicurano il proprio intervento ad entrambi in caso di aggressione dall’altro, o di qualsiasi paese terzo al mondo.
5. La creazione di una Commissione per la riparazione e la riconciliazione, che porti alla luce tutte le violazioni dei diritti umani da ambo le parti, che istruisca processi formali a coloro che non vogliano spontaneamente testimoniare sul proprio coinvolgimento in tali violazioni, e supervisioni un nuovo curriculum di studi sulla pace per tutte le scuole e le università, curriculum mirato ad insegnare la riconciliazione e la nonviolenza nell’azione e nella comunicazione. Lo scopo precipuo di tale Commissione sarà il favorire le condizioni per una riconciliazione dei cuori, e per la reciproca comprensione, riconoscendo che ambo i paesi hanno avuto persone crudeli ed insensibili che necessitano di pentirsi, ed entrambe le parti hanno una legittima narrazione degli eventi che deve essere accettata come punto di vista legittimo dall’altra parte.

Chi sono gli amici di Israele e del popolo ebraico? Coloro che sostengono la via verso la pace e la riconciliazione. Chi sono i loro nemici? Coloro che li incoraggiano a persistere nella fantasia di poter “vincere” militarmente o politicamente. Proprio come i nemici oggettivi dell’America negli anni ’60 erano coloro che insistevano nel voler continuare la guerra in Vietnam, e gli amici oggettivi erano i cittadini che vi si opponevano, così oggi gli amici del popolo ebraico sono quelli che fanno tutto il possibile per impedire gli entusiasmi sulle avventure militari israeliane, e per scalzare il rifiuto di trattare i Palestinesi come aventi diritto alla libertà ed all’autodeterminazione tanto quanto il popolo ebraico.
Chi sono gli amici dei Palestinesi? Coloro che li incoraggiano su un sentiero di nonviolenza, e ad abbandonare la fantasia che la lotta armata, accoppiata all’isolamento politico di Israele, condurrà ad un buon risultato per i Palestinesi.
Chi sono i loro nemici? Coloro che predicano l’idea di uno “stato unico”, o il boicottaggio economico globale, senza capire che il non offrire una stato sicuro agli Ebrei in Palestina non produrrà mai nulla di positivo, ma solo resistenza continua da Israele e dal mondo ebraico.
Noi della comunità Tikkun, che siamo amici di ambo le parti, abbiamo chiaro il nostro orientamento. Il nostro scopo è dire la verità, sia ai potenti in Israele, sia agli spossessati in Palestina, e cioè di dire ad entrambi che senza un rovesciamento radicale delle direttive strategiche che stanno seguendo non si arriverà a nessun risultato.
Questa verità potrebbe certamente venire ascoltata, la questione è se verrà ascoltata prima che un’altra generazione di arabi e israeliani perda la vita. Poiché a noi importa molto dell’umana sofferenza che c’è da ambo le parti, preghiamo affinché tale verità venga udita, e che i nostri suggerimenti per una risoluzione del conflitto vengano implementati.
E faremo di più che pregare: manifesteremo contro i governi degli Usa, di Israele e della Palestina sino a che non cambieranno direzione. Ci organizzeremo ed informeremo, ed intraprenderemo passi nonviolenti per far arrivare loro il nostro messaggio.

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israele palestina, rassegnastampa, culturapace

martedì, 18 luglio 2006

Ho ricevuto questo testo da Daniela Birsa (che ringrazio) - della segreteria del gruppo consiliare regionale (Friuli-Venezia Giulia) del PdCI (*)-  che ha inviato il rapporto allo scopo di ampliare e approfondire quanto più possibile il dibattito sulla situazione in Afghanistan.
Daniela Birsa collabora anche con il Coordinamento italiano sostegno donne afghane (CISDA - e-mail:
cristina.cattafesta@msn.com) che ha anche curato la traduzione del rapporto di HRW.  Indirizzo e-mail: daniela.birsa@gmail.com
E' possibile l'accesso alle fonti che vengono indicate alla fine.
(*) Il dato è solo biografico, fa parte dell’autopresentazione di DB; questo blog non appartiene ad alcuna forza politica.
 augusta

Afganistan: Bombe e minacce provocano la chiusura delle scuole La rivolta e una debole reazione internazionale colpiscono l'educazione femminile

(Londra, 11 Luglio, 2006) -In un report rilasciato oggi, Human Rights Watch ha denunciato che un'escalation di attacchi da parte dei Talebani e di altri gruppi armati contro insegnanti, studenti ed istituti scolastici sta provocando la chiusura delle scuole e privando di istruzione un'altra generazione in Afganistan. Sono state colpite in particolar modo le scuole femminili, il che rischia di vanificare i miglioramenti .ottenuti a partire dalla caduta dei Talebani nel 2001.

In un report lungo 142 pagine ed intitolato "Lezioni nel terrore: attacchi all'educazione in Afganistan," ("Lessons in Terror: Attacks on Education in Afghanistan"), Human Rights Watch ha documentato 204 casi di attacchi contro insegnanti, studenti e scuole a partire dal gennaio 2005. Questa cifra, che sottostima la gravità della crisi a causa della difficoltà di raccogliere informazioni in Afganistan, riflette un netto aumento degli attacchi dovuto al deterioramento delle condizioni di sicurezza in molte parti del paese.
Sembra che ci siano stati più attacchi contro il sistema educativo nella prima metà del 2006 che in tutto il 2005. La minaccia più grave si è presentata nell'Afganistan meridionale e sudorientale, ma anche le scuole degli altri distretti hanno subito attacchi.

"Bombe e minacce stanno provocando la chiusura delle scuole e stanno privando un'altra generazione di ragazze afgane dell'educazione e di una chance di vita migliore", ha detto Zama Coursen-Neff, co-autore del report.
"Gli attacchi contro le scuole perpetrati dai Talebani e da altri gruppi e mirati a terrorizzare la popolazione civile sono crimini di guerra e mettono a rischio il futuro dell'Afganistan."

Human Rights Watch ha scoperto interi distretti dell'Afganistan in cui gli attacchi hanno provocato la chiusura delle scuole e l'abbandono da parte di insegnanti e organizzazioni non governative che si occupano di educazione.
Nonostante i progressi registrati negli ultimi anni, la mancanza di sicurezza, la mancanza di risorse e la diffidenza della società nei confronti della parità di accesso all'istruzione, specialmente in alcune zone, fanno sì che molte ragazze siano tagliate fuori dall'istruzione. Quasi un terzo dei distretti non hanno scuole femminili.

L'attacco al sistema educativo in Afganistan rientra nel quadro di una drammatica rinascita dell'opposiozione armata al governo centrale ed ai suoi sostenitori internazionali, verificatasi durante lo scorso anno. Oltre ad attaccare le strutture scolastiche, i Talebani ed altri gruppi armati hanno utilizzato tattiche finora rare in Afganistan, quali attacchi suicidi contro i civili e contro i cooperanti. Messaggi minatori, - conosciuti come "night letters" - nei confronti di insegnanti, studenti ed impiegati governativi sono molto più frequenti di un tempo.

I Talebani ed altri gruppi armati, quail il Hezb-e Islami di Gulbuddin Hekmatyar, sono responsabili della maggior parte, anche se non tutti, gli attacchi alle scuole ed agli insegnanti registrati da Human Rights Watch. In altri casi, sono stati i signori della guerra locali a portare a termine tali attacchi, per rafforzare il loro controllo sul terriorio. Anche le reti criminali emergenti in Afganistan, molte delle quali legate alla produzione ed al commercio di narcotici, attaccano le scuole, poichè queste ultime rappresentano in molte zone l'unico simbolo dell'autorità governativa.

"I Talebani, assieme ai signori della guerra locali ed ai gruppi criminali, ora hanno l'obiettivo comune di indebolire il governo centrale, creando una perfetta escalation della violenza che minaccia la ripresa e la ricostruzione dell'Afganistan," ha dichiarato Sam Zarifi, co-autore del report. "Questi gruppi stanno sfruttando il fallimento delle politiche di sicurezza da parte delle forze internazionali per alienare le simpatie degli Afgani nei confronti di un governo centrale che non è in grado di proteggerli".

L'Afganistan ha ricevuto solo una frazione dei fondi e dell'appoggio di peacekeeping fornito a situazioni post-belliche recenti quali i Balcani e Timor Est, ha dichiarato Human Rights Watch. Le truppe NATO, che operano sotto il mandato dell' International Security Assistance Force (ISAF), solo recentemente hanno iniziato a spingersi nell'Afganistan meridionale, dove la minaccia principale è costituita dall'insicurezza e dall'insurrezione armata; tali truppe sostituiscono quelle statunitensi, il cui mandato riguardava operazioni militari contro i Talebani, e non la sicurezza della popolazione locale.

"Per quattro anni, la comunità internazionale ha truffato l'Afganistan riguardo alla sicurezza, e così i Talebani ed altri gruppi armati stanno riempiendo il vuoto", ha dichiarato Zarifi, direttore della ricerca per l'Asia di Human Rights Watch. "Ma la situazione non è ancora irrimediabile.
Gli Stati Uniti e la NATO devono mostrare che possono e sono intenzionati a migliorare le condizioni di vita e di sicurezza degli Afgani".

Human Rights Watch ha lanciato un appello ai gruppi armati, inclusi i Talebani e l'Hezb-e Islami, affinchè cessino immediatamente gli attacchi contro i civili e le infrastrutture civili, e in particolare contro gli insegnanti, gli studenti e le scuole. L'organizzazione ha inoltre esortato il governo afgano, la NATO e la coalizione guidata dagli USA affinché rafforzino la sicurezza, che è strettamente connessa alle necessità di sviluppo del popolo afgano. Il governo afgano, con il supporto internazionale, ha bisogno di una strategia volta a monitorare, prevenire e rispondere agli attacchi contro l'educazione. Come minimo, esso dovrebbe mantenersi al corrente degli attacchi, identificare e proteggere le scuole più a rischio, e rafforzare la debole forza di polizia afgana affinché essa possa investigare, arrestare e condannare i responsabili.

"Una chiave per misurare il successo della comunità internazionale in Afganistan deve essere la sicurezza dei cittadini", ha dichiarato Coursen-Neff, ricercatore senior nella divisione diritti dei bambini di Human Rights Watch. "L'accesso all'educazione è un parametro di riferimento importante. Se mandare i bambini a scuola risulta troppo pericoloso, non si può parlare di vera sicurezza e nemmeno di vero sviluppo".

Selezione di testimonianze tratte da "Lezioni nel terrore":

"Durante il primo anno c'erano molte studentesse - tutti volevano mandare le figlie a scuola. Per esempio, nel distretto di Argandob [un'area conservatrice], le ragazze erano pronte; le insegnanti erano pronte. Ma dopo che due o tre scuole sono state bruciate, nessuno ha più voluto mandare le proprie figlie a scuola".
-Consigliere donna del consiglio provinciale di Kandahar, 11 dicembre 2005.

"I Talebani entrarono in ogni aula, tirarono fuori i loro lunghi coltelli...chiusero i bambini in due stanze, [dove li] picchiarono selvaggiamente con dei bastoni e poi chiesero 'verrete ancora a scuola adesso?''Le maestre dissero di essere state fatte uscire dalla scuola. I Talebani chiesero a ciascuna di loro, 'Perchè lavorate per Bush e Karzai?' Esse risposero, 'Stiamo educando i nostri figli con i libri - non ne sappiamo nulla di Bush o Karzai, stiamo solo educando i nostri bambini.' Dopo ciò, esse furono selvaggiamente picchiate e poi lasciate andare."
- Funzionario dell'educazione del distretto di Maruf, provincia di Kandahar, che nel corso di un colloquio con Human Rights Watch avvenuto il 9 dicembre 2005 descrive come i Talebani abbiano chiuso la sua scuola nel giugno 2004. Tutte le scuole del distretto chiusero quell'anno.

"Ho visto questi due uomini...uno dei due ha scaricato un intero caricatore nel petto di Laghmani...Io temevo per la mia vita e mi sono nascosto in un angolo. Non sapevo chi fosse la vittima. Dopo che i killer se ne furono andati, andai alla porta e vidi Laghmani steso a terra morto...Fu terribile....Abbiamo ricevuto delle night letters, ma nessuno pensava che avrebbero veramente ucciso un insegnante!"
- Testimone oculare che il 21 dicembre 2005 riferisce a Human Rights Watch come il 14 dicembre 2005 due uomini in moto abbiano sparato ed ucciso un insegnante sulla porta della scuola dove insegnava, nel villaggio di Zarghon, distretto di Nad Ali, provincia di Helmand.

"Ero un'insegnante della scuola elementare femminile di [nome omesso]... Nel novembre scorso [2004], stavo dirigendomi verso la scuola con le bambine e sulla nostra strada ho trovato una lettera...Era una esplicita minaccia rivolta a me e a tutte le studentesse che frequentavano quella scuola.
Diceva [in Pashto]: 'A tutte le studentesse e le maestre che insegnano nelle scuole femminili, vi avvertiamo di non andare più a scuola, poiché essa è un centro creato dagli americani. Chiunque voglia andare a scuola sarà fatto saltare in aria. Se volete evitare una morte simile, vi consigliamo di non andare a scuola'.
"Dopo aver letto questa lettera, io, insieme con la mia famiglia, ho deciso di non andare più a scuola, perché quelli che ci hanno minacciato sono piuttosto potenti e forti. Noi siamo gente semplice e non possiamo sfidarli.
Ho anche chiesto alle ragazze del mio villaggio di non tornare più a scuola...Tutte loro vorrebbero molto partecipare alle lezioni...ma il problema è la sicurezza - cosa accadrebbe se facessero davvero esplodere una bomba sulla nostra strada? Questa è la ragione".
- Ex-insegnante, provincia di Laghman, 7 giugno 2005.

"Ho detto: 'Per favore, lasciate fuori la provincia di Helmand dalla vostra lista di obiettivi, perché altrimenti saremo costretti ad assumere il nostro staff due volte: noi invieremo il personale e loro saranno uccisi.' Questo non è uno scherzo. Non possiamo assumerci la responsabilità di lavorare là.
Quella è la zona principale in cui operano i Taleban".
- Membro dello staff di una ONG afgana che ha incontrato seri problemi di sicurezza, che parlando con Human Rights Watch il 15 dicembre 2005 spiega perché ha esortato il coordinatore del programma di una ONG affiliata a non espandere il programma ad Helmand.

"Sebbene la cultura sia una questione da affrontare, la sicurezza è più importante, poichè anche le persone che vogliono rompere con la tradizione non sono in grado di farlo."
- Membro di un gruppo femminile nella città di Kandahar, 8 dicembre 2005..

Per ascoltare le interviste con gli autori di questo report, Sam Zarifi and
Zama Coursen-Neff, visitate:
http://www.hrw.org/campaigns/Afganistan/2006/education/audio.htm

Per leggere il report, "Lessons in Terror: Attacks on Education in
Afganistan," visitare:
http://hrw.org/reports/2006/Afganistan0706/

Per maggiori informazioni, contattare:
A Londra, Sam Zarifi (Inglese, Persiano, Dari): +1-646-662-7750 (mobile)
A New York, Zama Coursen-Neff (Inglese, Spagnolo): +1-212-216-1826; or
+1-347-401-3645
A Bruxel, Juliette Le Doré (Francese, Inglese): +32-2-737-1490
A Berlino, Marianne Heuwagen (Tedesco, Inglese): +49-30-259-3060
A Londra, Urmi Shah (Inglese): +44-20-7713-2788

                              VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale  14  /  20  luglio 2006  n. 650 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 12 luglio 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        4.089      
Israeliani          1.048         
Altre vittime         80         
Totale                5.217        

Internazionale  14  /  20  luglio 2006  n. 650 pag.  14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  del 12 luglio 2006
Iracheni              38.960  /  43.397
Americani                    2.543                             
Altre vittime                   226                          

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donne, rassegnastampa, vittime di guerra, guerra conflitti e violenze

sabato, 15 luglio 2006

Questo diario sarà troppo lungo, anche se scriverò una parte minima delle cose che vorrei dire, ma i documenti su cui ragionare si affollano, la situazione internazionale in genere e mediorientale in particolare è agghiacciante ed è impossibile – almeno per me- allontanarmene anche solo col pensiero.
Provo ad andare per ordine (se ordine-  in una situazione di guerra sempre più diffusa - ci può essere).

                                                   
primo capitolo

Una decina di giorni fa ho scritto al ministro per la Solidarietà Sociale; trascrivo la lettera cui non ho ancora ricevuto risposta.

All’On. Ministro
Paolo Ferrero
        SUA SEDE

On. Ministro
sono una singola cittadina, non collegata ad alcuna realtà associativa e mi rivolgo a lei per un problema che mi sta a cuore.  Ne sono incoraggiata dall’aver sentito, nel primo discorso del Presidente Prodi, un richiamo preciso alla questione israelo-palestinese, la cui drammaticità, se ve ne fosse stato bisogno, è dimostrata una volta di più da quanto sta accadendo.
Non voglio intervenire in merito alla questione generale, ben conoscendone la complessità ma intrattenerla solo su un problema specifico, che, a mio parere, si connette a quella solidarietà sociale che identifica il suo ministero.
Parlo dei minori palestinesi nelle carceri israeliane che attualmente superano le 380 unità.
Parecchi di loro hanno meno di 14 anni, in alcuni casi si tratta di neonati incarcerati con le madri.
Molti soffrono la cosiddetta “detenzione amministrativa” che esime la giustizia israeliana dal dare alcuna informazione a famiglie ed avvocati (dove sono incarcerati, imputazioni che giustifichino il loro stato di prigionia, se mai un bambino può essere imputato e incarcerato…)
L’Italia è firmataria della Convenzione di New York del 1989 - che nel nostro stato è legge
(LEGGE 27 maggio 1991 n. 176. - pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell'11 giugno 1991, n. 135) - e ne é firmatario anche lo stato di Israele.
I minori sono affidati a tutti noi, a prescindere dalla nazionalità, proprio da quella Convenzione.
Sono vissuta per parecchi mesi in Palestina, ho lavorato (come volontaria) all’International Center di Betlemme, conosco quindi anche direttamente la situazione di quella popolazione ed è quel dolore condiviso che mi spinge a chiederle di impegnarsi perché, in attesa di una pace che –almeno per il futuro - possa assicurare giustizia, ai minori sia risparmiato l’orrore del carcere quando non della tortura o almeno, se ci sono casi per cui la carcerazione risulti inevitabile, ciò avvenga con la trasparenza dovuta e nel rispetto di quelle modalità di vita che devono essere assicurate a minorenni.
Il mio richiamo alla legalità non è distacco: ho paura delle voci che si alzano urlando generalità contro questo o contro quello; spesso suscitano un effetto catartico fine a se stesso che, come tutti i buoni sentimenti, fa presto a rendersi silente.
Secondo me un impegno fondato su una domanda forte, determinata e instancabile di
rispetto della legalità, che riconosce e tutela i diritti dei più deboli, potrebbe essere un passo importante (uno dei tanti passi possibili) in una politica di pace che è doveroso praticare anche se la speranza è difficile, ma, come dice un mio amico palestinese, meglio accendere una candela che maledire il buio.
Sperando in una sua risposta porgo
cordiali saluti e auguri di buon lavoro.          (firma)

Nota:
Ho trovato molte interessanti informazioni nel sito web della sezione palestinese dell’onlus  Defence for children (
http://www.dci-pal.org) che, a proposito dei minori in carcere ha pubblicato un’ampia ricerca:
Catherine Cook, Adam Hanieh and Adah Kay  - Stolen Youth – The Politics of Israel’s Detention of Palestinian Children.  Pluto Press. London – Sterling, Virginia (345 Archway Road, London n.6 5AA and 22883 Quicksilver Drive, Sterling, VA 20166-2012, USA)

Purtroppo mi sono resa conto, parlando con altri che pur condividono la mia preoccupazione per i bambini in carcere, che non riesco a far chiarezza sul significato della mia lettera.

Mi sono rivolta ad un ministro della repubblica nel totale disinteresse per la parte politica cui appartiene a livello di partito, come cittadina italiana che chiede ad un proprio rappresentante di farsi garante della legalità internazionale.
La Convenzione sui diritti del fanciullo (mi spiace di dover usare questa orribile traduzione deamicisiana, ma tant’è; comunque il termine ufficiale è
Convention on the Rights of the Child.
Per chi volesse leggerla nella traduzione italiana: http://www.infoleges.it/NewsLetter/Articoli/Scheda.aspx?IDArticolo=59#))
impegna i firmatari nei confronti di ogni essere umano, tanto più nel caso di minori.
Non si tratta quindi di chiedere al ministro di darsi da fare per offrire un contributo ad un possibile scambio di prigionieri (la tutela dei minori in carcere appartiene a norme internazionali, valide al di là e prima di ogni strumentalizzazione bellicista) né corrispondere (con un improbabile gesto efficace di significato globale) ad un desiderio totale di pace, ma gli si chiede di impegnarsi per un singolo soggetto secondo principi affermati per legge.

                                                   
secondo capitolo

Se i governi italiano e israeliano si sono accordati per scambi in materia militare (riporto di seguito la relativa legge) perché non lo dovrebbero fare per la tutela dei minori?

Legge 17 maggio 2005, n. 94
: "Ratifica ed esecuzione del Memorandum d'intesa tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo dello Stato di Israele in materia di cooperazione nel settore militare e della difesa, fatto a Parigi il 16 giugno 2003" (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 130 del 7 giugno 2005)
ART. 1. (Autorizzazione alla ratifica).
1. Il Presidente della Repubblica è autorizzato a ratificare il Memorandum d'intesa fra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo dello Stato di Israele in materia di cooperazione nel settore militare e della difesa, fatto a Parigi il 16 giugno 2003.
ART. 2.
(Ordine di esecuzione).
1. Piena ed intera esecuzione è data al Memorandum di cui all'articolo 1, a decorrere dalla data della sua entrata in vigore, in conformità a quanto disposto dall'articolo 9 del Memorandum stesso.
ART. 3. (Copertura finanziaria).
1. Per l'attuazione della presente legge è autorizzata la spesa di euro 11.390 annui ad anni alterni a decorrere dall'anno 2005. Al relativo onere si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2005-2007, nell'ambito dell'unità previsionale di base di parte corrente «Fondo speciale» dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2005, allo scopo parzialmente utilizzando l'accantonamento relativo al Ministero degli affari esteri.
2. Il Ministro dell'economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.
ART. 4. (Entrata in vigore).1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
(Si omette il testo del Memorandum)

nota di  augusta.