Questo diario elettronico ha una storia... (continua)


domenica, 30 luglio 2006

      Da quando questa mattina ho letto della strage di Cana non riesco a togliermi quel nome dalla testa.
Non oso parlare, né pensare ai morti e ai feriti
. “Più di 54 civili, fra cui almeno 34 bambini, sono morti in Libano nell’ultimo attacco israeliano. … Israele si dispiace ma aggiunge che i civili erano stati avvertiti di lasciare il villaggio. “(Dal notiziario on line della BBC: domenica 30 luglio,  15:44 GMT 16:44 UK”)
Improvvidi e lenti, poco attenti agli annunci finalizzati alla loro sicurezza questi “effetti collaterali” (che sollievo dev’essere per i responsabili dell’eccidio chiamarli così!) non sono più al mondo per rendersi conto che
Olmert è dispiaciuto, ma … "Non ci fermiamo, ci servono altri 15 giorni"
(da Repubblica on line).
Giorni fa l’ex ambasciatore Romano (che spesso interviene alla radio) aveva detto che l’incontro di Roma iniziava con parecchi giorni di ritardo rispetto al precipitare degli avvenimenti per dar modo ad Israele di completare le operazioni prima di un eventuale cessate il fuoco a almeno una tregua.
Non ci sono stati né l’una né l’altro e il macello continua.

Continua per tutti.
Scrive Edna Calò Livné su Repubblica che nel convento salesiano di Beit Jemal sono state ospitate 30 famiglie di arabi cristiani di Haifa (sono i palestinesi, cittadini di Israele) e se ne attendono da Nazareth e Acco, colpite dai razzi degli Hezbollah.  Spero che quel “cristiani” faccia parte delle imprecisioni che ho riscontrato nell’articolo e che i salesiani ospitino semplicemente arabi fra cui, oltre ai cristiani, ci sono i mussulmani. I kibbuzim (solo loro o gli ebrei tutti della zona a rischio?) sono ospitati nei kibbutz.
Durante un mio soggiorno in Israele sono stata a Beit Jemal. Avrei moltissimo da scrivere su un luogo la cui storia è parallela a quella di quel territorio … ma non è il caso ora.
Quel che ricordo è una scena assurda.
Era sabato e nella chiesa, che ricorda il martirio di Stefano (Atti degli Apostoli cap.7), c’erano un mucchio di russi, residenti per lo più in una cittadina vicina (la nuova Beit Jemal post 1948). Era ragionevole pensarli cittadini di Israele, almeno quelli che –dopo l’apertura dei confini di ciò che restava dell’URSS nel 1991- erano arrivati potendo ottenere immediatamente la cittadinanza israeliana in virtù di una nonna o mamma ebrea. Per gli altri c’era stato l’esame condotto dai rabbini.
Tutti cittadini quindi. Un vecchio prete italiano, che viveva lì da moltissimi anni e aveva imparato l’ebraico, parlava loro dei resti archeologici presenti nella località. I russi – cittadini israeliani- non capivano l’ebraico e avevano bisogno dell’interprete.
Era sabato, giorno festivo, la domenica all’inizio della settimana sarebbero tornati ai loro impegni di cittadini di Israele, ma intanto si caricavano di Bibbie e testi religiosi in russo, gratuitamente a disposizione nell’atrio della chiesa.
E così,  trovandomi  a scavare fra i ricordi, ho improvvisamente capito ciò che Cana mi richiamava. Ho voluto verificare sulla preziosa BBC e purtroppo era vero. e non è stato piacevole
.
Qana (secondo la grafia inglese) é stata dieci anni fa il luogo di uno dei più sanguinoso eventi del conflitto arabo-israeliano, il bombardamento di una base delle Nazioni Unite dove si erano rifugiati civili libanesi. Lo sgomento internazionale per quei morti –più di cento e cento feriti – determinò la forte pressione per l’accordo di cessate il fuoco che mise fine all’ultima intensa operazione militare (nome in codice Operation Grapes of Wrath) contro i guerriglieri Hezbollah”  (BBC, domenica 30 luglio, 10:30 GMT 11:30 UK)
L’ordine della strage era venuto dal Peres, allora primo ministro. Si dice che volesse così dimostrare il suo decisionismo militarizzato che lo avrebbe favorito nelle vicine elezioni.
Per protesta gli arabi israeliani si astennero dal voto e il 29 maggio dello stesso anno fu eletto premier Benyamin Netanyahu.                         augusta

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale  28  luglio  /  3 agosto 2006  n. 652 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 26 luglio 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        4.158       
Israeliani          1.041          
Altre vittime         77          
Totale                5.276        

Internazionale  28  luglio  /  3 agosto 2006  n. 652 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  del 26 luglio 2006
Iracheni              39.460  /  43.927
Americani                    2.569                             
Altre vittime                   228                          

giovedì, 27 luglio 2006

Ho sottoscritto questa mattina l’appello che riporto di seguito, invitando chi crede a fare altrettanto nonostante le riserve critiche che di seguito esporrò e che si legano alle logiche cui ho cercato sempre di ispirarmi nella scelta dei testi che ho pubblicato in questo mio diario.
Personalizzo? Certamente ma non lo faccio per narcisismo ma perché penso che di fronte alla guerra, e alla guerra guerreggiata, ci si debbano assumere anche responsabilità personali, nel metodo e nel merito dei propri interventi.                                  augusta


“Il PIDIDA – Per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza – è un libero tavolo di confronto e coordinamento aperto a tutte le Associazioni, ONG, e in generale le realtà del Terzo Settore che operano per la promozione e tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia e nel mondo.”   http://www.infanziaediritti.it/
Comunicato del Coordinamento PIDIDA "Per i Diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza"
Dalla parte dei bambini e dei ragazzi coinvolti nel conflitto in Medio Oriente, contro il rischio dell’indifferenza
Roma, 26 luglio 2006 - Come Associazioni e ONG che si occupano di diritti dei bambini e degli adolescenti in Italia e nel mondo, esprimiamo una forte preoccupazione per l’evolversi della situazione nei territori palestinesi, in Israele e in Libano.
Le Agenzie ONU, così come le ONG che operano sul territorio, negli ultimi giorni hanno denunciato come i bambini delle zone del conflitto siano costretti a vivere in un contesto di violenza, d’insicurezza e di paura estrema.
Ancora una volta il diritto dei bambini e degli adolescenti alla vita viene negato sotto gli occhi indifferenti dell’opinione pubblica mondiale.
Appelli e dichiarazioni di Agenzie internazionali, Associazioni, Organizzazioni non Governative e singoli si stanno succedendo in modo incalzante in questi ultimi giorni, a testimoniare la volontà comune di non rimanere inermi rispetto alle tragiche conseguenze di tali episodi di violenza.
Per la tutela dell’infanzia e dell’adolescenza, in osservanza della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia,
per il rispetto del diritto internazionale umanitario e delle risoluzioni internazionali,
affinché i bambini e gli adolescenti non debbano pagare l’incapacità’ degli adulti di costruire un futuro,
ci appelliamo ai partecipanti alla Conferenza Internazionale di Roma sul Libano
ci appelliamo ai parlamentari italiani
ci appelliamo ai parlamentari europei
ci appelliamo ai governi dei G8
ci appelliamo alle Nazioni Unite
a favore di un impegno determinante della Comunità internazionale, affinché i palestinesi e gli israeliani costruttori di pace non vengano lasciati soli, affinché bambine e bambini, ragazze e ragazzi di ambo le parti possano avere un futuro.
Chiediamo ai sindaci, ai consigli comunali, ai presidenti delle regioni, ai consigli regionali, alle associazioni, alle ONG, ai singoli cittadini di sottoscrivere quest’appello.
Appello sottoscritto da:
 Amici dei bambini, Amnesty International Sezione italiana, Anfaa, Associazione Nessun Luogo e’ Lontano, Associazione Osservatorio sui Minori, CIAI, IBFAN Italia, Italia Nostra, La Gabbianella, MAIS, Movimento Laici America Latina - Mlal ProgettoMondo, P.AI.D.E.I.A., Save the Children Italia, Terre des Hommes – Italia, UNICEF Italia, VIS.
Per informazioni e sottoscrizioni Segretariato Coordinamento PIDIDA c/o UNICEF Italia
Via Palestro, 68 – 00185 ROMA
Tel.06 47809212/233 Fax 06 47809273 E-mail:
pidida@unicef.it  -


Le importanti associazioni firmatarie dell’appello intervengono a guerra guerreggiata.
Sembra persino banale dire che ai bambini la guerra  fa male.
Oltre al male può essere banale anche il bene (Hannah Arendt mi perdoni per l’uso estensivo di una sua affermazione!), ma almeno nell’appello si legge un segno di vita per uno scopo intenzionalmente unitario, che comunque parla di futuro e non si limita ad esternazione di facili  emozioni (capita spesso!) di fronte a un presente repellente per orrore, indifferenza, quando non per complicità.
E in questa prospettiva di futuro io leggo anche il richiamo all’ONU che, in questo momento di “autorevole” revival NATO (che mi sembra un segno terribile della volontà diffusa di riportare la politica
internazionale a schemi bellici, estranei alla ricerca di pace se non nell’arcaico “Si vis pacem para bellum”).
Ma l’ONU non è solo forza di interposizione.
Sorvolo dolorosamente sugli osservatori ammazzati dall’IDF (o Tz
ahal)
dopo che avevano chiesto reiteratamente la modifica del tiro delle artiglierie. Aggiungo per lettori maliziosi ( e ce ne sono ma –salvo rare eccezioni - non scrivono nei commenti di questo blog, preferiscono giovarsi  di telefonate e lettere personali) che la mia fonte è la BBC e non il Manifesto!.
L’ONU è anche fonte di indirizzi di politica internazionale, di norma trascurati e su questa trascuratezza si focalizzano le mie critiche per le associazioni di cui sopra (che potevano parlare unitariamente a sostegno dei diritti dei bambini in Medio Oriente anche in assenza di combattimenti in atto) e non solo per quelle.
Mi scuso, ma questo è il diario delle autocitazioni, se riporto la lettera che ho scritto il 3 luglio (e pubblicato in questo diario il 15 e che è –oggi come allora- priva di risposta:

On. Ministro
sono una singola cittadina, non collegata ad alcuna realtà associativa e mi rivolgo a lei per un problema che mi sta a cuore.  Ne sono incoraggiata dall’aver sentito, nel primo discorso del Presidente Prodi, un richiamo preciso alla questione israelo-palestinese, la cui drammaticità, se ve ne fosse stato bisogno, è dimostrata una volta di più da quanto sta accadendo.
Non voglio intervenire in merito alla questione generale, ben conoscendone la complessità ma intrattenerla solo su un problema specifico, che, a mio parere, si connette a quella solidarietà sociale che identifica il suo ministero.
Parlo dei minori palestinesi nelle carceri israeliane che attualmente superano le 380 unità.
Parecchi di loro hanno meno di 14 anni, in alcuni casi si tratta di neonati incarcerati con le madri.
Molti soffrono la cosiddetta “detenzione amministrativa” che esime la giustizia israeliana dal dare alcuna informazione a famiglie ed avvocati (dove sono incarcerati, imputazioni che giustifichino il loro stato di prigionia, se mai un bambino può essere imputato e incarcerato…)
L’Italia è firmataria della Convenzione di New York del 1989 - che nel nostro stato è legge
(LEGGE 27 maggio 1991 n. 176. - pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell'11 giugno 1991, n. 135) - e ne é firmatario anche lo stato di Israele.
I minori sono affidati a tutti noi, a prescindere dalla nazionalità, proprio da quella Convenzione.
Sono vissuta per parecchi mesi in Palestina, ho lavorato (come volontaria) all’International Center di Betlemme, conosco quindi anche direttamente la situazione di quella popolazione ed è quel dolore condiviso che mi spinge a chiederle di impegnarsi perché, in attesa di una pace che –almeno per il futuro - possa assicurare giustizia, ai minori sia risparmiato l’orrore del carcere quando non della tortura o almeno, se ci sono casi per cui la carcerazione risulti inevitabile, ciò avvenga con la trasparenza dovuta e nel rispetto di quelle modalità di vita che devono essere assicurate a minorenni.
Il mio richiamo alla legalità non è distacco: ho paura delle voci che si alzano urlando generalità contro questo o contro quello; spesso suscitano un effetto catartico fine a se stesso che, come tutti i buoni sentimenti, fa presto a rendersi silente.
Secondo me un impegno fondato su una domanda forte, determinata e instancabile di rispetto della legalità, che riconosce e tutela i diritti dei più deboli, potrebbe essere un passo importante (uno dei tanti passi possibili) in una politica di pace che è doveroso praticare anche se la speranza è difficile, ma, come dice un mio amico palestinese, meglio accendere una candela che maledire il buio.
Sperando in una sua risposta porgo cordiali saluti e auguri di buon lavoro. (segue la mia firma)

Nota: Ho trovato molte interessanti informazioni nel sito web della sezione palestinese dell’onlus  Defence for children (http://www.dci-pal.org)
che, a proposito dei minori in carcere ha pubblicato un’ampia ricerca: Catherine Cook, Adam Hanieh and Adah Kay  - Stolen Youth – The Politics of Israel’s Detention of Palestinian Children. 
Pluto Press. LondonSterling, Virginia (345 Archway Road, London n.6 5AA and 22883 Quicksilver Drive, Sterling, VA 20166-2012, USA)


Il mio era un tentativo di sollecitare un  interesse istituzionale su un problema (per cui offrivo anche documentazione) che è estraneo a qualsiasi accordo-scambio di qualsivoglia natura, anche a quelli che si usano come cause-pretesti per poter far guerre.
L’ho fatto da sola perché ho constatato e continuo a constatare le ambiguità dall’associazionismo
locale che mi sembra più inteso a schierarsi pro questo o quello, a farsi parte esclusiva in gioco dimostrando la propria autorevole bontà e chiedendo –in nome di quella- consenso.
Di norma indifferente all’analisi della documentazione che gli viene offerta, anche per approfondire la conoscenza del proprio settore di riferimento, preferisce giocare sul piano delle emozioni, esibendo le proprie ed emozionando altri al fine di costruire adesioni quantitativamente evidenti, che piacciono ad alcuni rappresentanti istituzionali (fino a diventare -talvolta- strumenti per un consenso da utilmente esibire … e non voglio pensare al voto di scambio).
Non sembrano invece né quell’associazionismo né quei rappresentanti istituzionali altrettanto attenti a formare autonome opinioni e a lavorare per la costruzione di una cultura di pace che ha –nella promozione dei diritti dei soggetti contrattualmente deboli cui spetta l’attenzione internazionale- un fondamento ineludibile.
Riporto due casi che ho segnalato nel mio blog (e che sono ancora leggibili alle date indicate)  che hanno avuto due soluzioni opposte:
Il 18 febbraio 2005 segnalavo l’arrivo di cinque tonnellate di latte all’ospedale pediatrico di Betlemme, problema che, dopo tentativi vari e falliti di coinvolgere il mondo delle associazioni locali per ottenerne una pressione utile, si è risolto positivamente solo per l’intervento del difensore civico regionale.
Il 14 agosto 2005 segnalavo la costruzione di una scuola materna nel complesso francescano di Betlemme, costruita anche con l’intervento dell’Unicoop (Lega cooperative) di Firenze.
La scuola, millantata nella raccolta di fondi in Italia per bambini e bambine, é solo maschile.
Un problema da nulla? Non lo so, quello che so è che il responsabile dell’Ufficio stampa dell’Unicoop – cui ho scritto tre volte- non mi ha mai risposto e che le locali associazioni, pur se interessate alla questione palestinese e ai diritti delle donne (e quindi anche delle bambine), non hanno mai offerto segno di interesse ai documenti che ho loro offerto.
Forse mettere in discussione una menzogna propinata dall’Unicoop a donatori italiani (e un insulto alle bambine di Betlemme) disturbava il loro rapporto con rappresentanti istituzionali e centri di potere altrimenti utili? Non lo so.
Di fatto sembra emergere, più che la curiosità di conoscere e capire, più che la voglia di ragionare assieme (che non significa allinearsi in una mentale uniforme) un atteggiamento del tipo “o sei con me o sei contro di me” dove una finisce per sentirsi strangolata dentro dicotomie di cui nessuno dei due termini opposti le appartiene.
L’esperienza più buffa l’ho avuta pochi giorni fa. Una persona cui parlavo di queste faccende mi ha detto. “Vuoi sinceramente un compromesso di pace oppure credi nella rivoluzione socialista/arabo/musulmana contro l'occupatore sionista?”.
Così ho scoperto che per poter esprimere una volontà di pace avrei dovuto dichiarare la mia estraneità al branco dei suggeritori che sostennero la polizia segreta dello zar di Russia nell’invenzione dei Protocolli dei Savi di Sion.
Nemmeno le evidenti ragioni dell’anagrafe mi hanno difeso. Che fare?        augusta

domenica, 23 luglio 2006

         VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale  21  /  27  luglio 2006  n. 651 pag. 21

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 19 luglio 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        4.116       
Israeliani          1.041          
Altre vittime         77          
Totale                5.234        

Internazionale  21  /  27  luglio 2006  n. 651 pag. 20

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  del 19 luglio 2006
Iracheni              39.178  /  43.635
Americani                    2.554                             
Altre vittime                   227                          

Su l’Unità di oggi (domenica 23 luglio) c’è un lungo editoriale dell’ex direttore Furio Colombo. Ha un titolo un po’ buffo (ma non è il caso di farne carico al giornalista, i titoli sono redazionali): “La fine della pace”. Poiché l’editoriale si riferisce soprattutto alla situazione israelo-palestinese la domanda è un po’ grottesca. Pace quando mai?
Non è il caso che io riprenda il testo di Colombo costruito su interessanti elenchi di fatti (e in ogni caso non potrei farlo perché non è scaricabile da internet). L’ho ricordato perché sono rimasta molto colpita dal finale: “
Forse occorre cercare di rispondere con onestà a una domanda centrandola con onestà su questo preciso, tragico momento: Che cosa fareste voi se foste cittadini di Israele, oggi, stasera. In questo momento?”
La domanda presuppone un ulteriore improbabile fatto, che i cittadini di Israele siano tutti uguali, un blocco quando la patria chiama.
Lascio perdere per tornare al motivo per cui quel finale mi ha colpito.
A Udine si pubblica da quindici anni un mensile, “Ho un sogno” che, nel mese di gennaio 2001 (n. 96) aveva pubblicato una lettera aperta dal pastore betlemita Mitri Raheb all’allora ancora in carico presidente Clinton. 
La seconda intifada era scoppiata da poco e Mitri sarebbe dovuto partire con sua moglie per gli USA dall’aeroporto internazionale Ben Gurion (impresa oggi impossibile per i Palestinesi della West Bank che devono partire da Amman, dopo un lento e spesso difficile passaggio confinario al ponte di Allenby. Ma la partenza gli fu rifiutata. Era la prima volta:
La donna poliziotto. ‘Nessun Palestinese è autorizzato a lasciare il paese. Queste sono le nostre istruzioni”.
E così il dr Raheb scrisse una lettera aperta a Clinton, che l’anno prima aveva visitato Betlemme in occasione del giubileo.…
”Che cosa avrebbe fatto nei miei panni signor Presidente? <…>
Molti Palestinesi, specialmente cristiani, scelgono di emigrare. Vanno a vivere nella Terra Promessa degli USA e così privano la Terra promessa di Palestina delle sue risorse, potenzialità, promesse. Altri diventano estremisti a causa di questo trattamento. Un trattamento inumano costante impedisce loro di immaginare una vita migliore qui ed ora .
Se lei fosse trattato come loro sono trattati credo non agirebbe diversamente, signor presidente.
Ma lei non viene mai trattato così. Fra due settimane lei lascerà il suo ufficio, abbia o non abbia raggiunto un accordo. Ma noi palestinesi restiamo qui. Nel bene o nel male noi dobbiamo vivere con qualsivoglia accordo siglato dal suo paese.
E qui mi chiedo: che cosa farei, io, Mitri Raheb, se fossi nei suoi panni?
Se fossi al suo posto io mi assicurerei che i Palestinesi abbiano un reale potere e controllo sui loro confini, sulle loro strade, sul loro spazio aereo, cosicché domani nessun palestinese sia trattato come io lo sono stato ieri.
Non parlo di lussi ma di vita senza umiliazioni.
Se io fossi nei suoi panni seguirei le orme di Cristo e farei tutto il possibile per portare giustizia, sollievo, speranza nella terra in cui 2000 anni fa Dio diede all’umanità il suo nuovo significato, dignità e promessa.…”
La domanda conclusiva è la stessa dell’articolo de l’Unotà..
Mitri l’anno successivo avrebbe conosciuto la devastazione del suo ufficio, del laboratorio artistico sui cui muri ci sono ancora gli insulti lasciati dal passaggio dei militari, evidentemente usi –dall’antichità ai giorni nostri- al saccheggio. Le porte insozzate sono state cambiate, le pareti ridipinte, salvo là dove la pietra porosa trattiene la vernice.
Si sarebbero fermati solo sulla porta di casa, dove erano chiuse sua moglie e le bambine terrorizzate, perché un ufficiale aveva fermato i troppo diligenti militari che cercavano terroristi oltre lo spazio loro indicato. E se fosse arrivato troppo tardi?
Molte furono le case violate in quei giorni (e non solo) a Betlemme. Nel 2003 i segni neri con cui i soldati avevano segnalato ai loro camerati l’avvenuto passaggio e l’inutilità di una visita successiva erano ancora visibili nelle strade di Betlemme.
I cordoli dei marciapiedi invece sono ancora rosicchiati dai cingoli dei carri armati.
Clinton (e non solo lui) non aveva indossato panni altrui.
E per noi l’unica alternativa è indossare quelli  proposti da Furio Colombo?
E se provassimo a chiederci come cittadini di un mondo violato “Che fare? Quali le nostre responsabilità per il passato e per il futuro? Possiamo far qualche cosa o solo decidere cosa metterci addosso?”

augusta

sabato, 22 luglio 2006

Spesso mi capita di trovare persone che nelle vicende belliche di questi giorni “si schierano” (non per la pace – anche se dicono che tale è la loro scelta- ma di qua o di là). Così quando mi imbatto in qualcuno che spariglia le carte e si fa carico del dolore dell’altra parte non posso non dargli spazio nel mio diario                 augusta

L’articolo che segue è tratto dal sito web www.ildialogo.org che premette alcune informazioni che trascrivo:
Ringraziamo Maria G. Di Rienzo[per contatti:
sheela59@libero.it]per averci messo a disposizione questa sua traduzione.
Michael Lerner, rabbino, è autore di Jewish Renewal: A Path to Healing and Transformation (Harper, 1995), Healing Israel/Palestine (North Atlantic Books, 2003), The Left Hand of God: Taking Back our Country from the Religious Right (Harper San Francisco, 2006). E’ l’editore di “Tikkun Magazine” e rabbino della sinagoga Beyt Tikkun)”


Medio Oriente   Basta sofferenza in Medio Oriente
di Michael Lerner, rabbino (16.7.2006, trad. M.G. Di Rienzo)

 

La gente in Medio Oriente sta soffrendo di nuovo mentre militaristi di tutti i fronti, e giornalisti festanti, lanciano missili, bombe, e infinite parole di autogiustificazione per l’ennesimo inutile round di violenza fra Israele ed i suoi vicini. Per coloro fra noi ai quali importa molto della sofferenza umana, questo ultimo episodio di irrazionalità evoca lacrime di tristezza, incredulità per la mancanza di empatia da ogni lato, rabbia per quanto poco si sembri aver appreso dal passato, e momenti di disperazione mentre vediamo di nuovo gli ideali religiosi e democratici subordinati al cinico “realismo” militarista.
I sostenitori di ambo le parti, contenti di ignorare l’umanità dell’Altro, si affrettano ad assicurare ai loro collegi elettorali che la colpa è sempre del nemico. Tutti questi sforzi non hanno senso. Siamo in presenza di un conflitto che si è protratto per oltre un secolo. Ha poca importanza chi abbia accostato l’ultimo cerino alla pietra focaia. Quello che è veramente importante è come rimediare alla situazione. Il gioco del biasimo serve solo a spostare l’attenzione dall’argomento centrale.
Nel gioco del biasimo ce n’è per tutti. Dipende solo da dove fai cominciare la storia. Contando sulla generale mancanza di memoria storica, i partigiani dell’uno o dell’altro fronte scelgono di dar inizio alla narrazione dal luogo in cui essi sono le “vittime che hanno ragione” e gli altri i “malvagi aggressori”.
Ai Palestinesi piace partire dal 1948 e dall’espulsione di migliaia di loro dalle loro case durante la guerra ad Israele, proclamata dai confinanti stati arabi, e dal rifiuto del governo israeliano di permettere il ritorno di queste persone quando le ostilità furono cessate.
Agli Israeliani piace partire da quando gli Ebrei cercavano disperatamente di sfuggire al genocidio che affrontavano in Europa, e una cinica dirigenza araba convinse l’esercito britannico a sostenere i locali Palestinesi che cercavano di impedire a questi rifugiati di raggiungere gli altri Ebrei che vivevano in Palestina a quell’epoca. Io racconto questa storia, e il modo di comprendere ambo le parti nel mio libro Healing Israel/Palestine (“Guarire Israele e la Palestina”)
Oppure si può iniziare da fatti più recenti, dall’escalation di violenza di quest’estate. Ma dove esattamente è cominciato il tutto? Per favore, andate al sito web di B’tselem, organizzazione israeliana per i diritti umani, e osservate come ciascuna parte denuncia gli atti oltraggiosi dell’altra.
Fin dalla morte di Yasser Arafat, e dall’assunzione di potere del Presidente palestinese Mahmoud Abbas, le principali fazioni politiche palestinesi, Fatah e Hamas, hanno osservato l’ “hudna”, cioè il cessate il fuoco.
Eppure Israele, sottolineando il fatto che la polizia di Abbas (decimata dai bombardamenti israeliani durante la seconda Intifada del 2001/2003) era incapace di contenere completamente la violenza di Hamas, della brigata dei martiri di Al-Aqsa e della jihad islamica, ha usato questa debolezza per proclamare che non c’era “nessuno con cui parlare” quando le forze di pace in Israele chiesero prima ad Ariel Sharon e poi a Ehud Olmert che le richieste palestinesi di negoziazione venissero accettate.
Invece, Israele annunciò un ritiro unilaterale da Gaza e dal Nord della West Bank (realizzato nel 2005) e da ulteriori sezioni di quest’ultima (che avrebbe dovuto iniziare quest’estate con la rimozione di insediamenti illegali), il che di fatto creerebbe nuovi confini che incorporano in Israele territori che Israele stessa ha convenuto di lasciare durante gli anni ’90.
“Tikkun magazine” e le forze di pace israeliane avvisarono che un ritiro unilaterale, cui l’Autorità palestinese si opponeva, avrebbe accresciuto la credibilità delle asserzioni di Hamas, cioè che gli sforzi dell’Autorità palestinese verso la nonviolenza non avevano prodotto altro che il rifiuto israeliano di discutere, mentre gli atti di violenza di Hamas e della jihad islamica a Gaza avevano condotto al ritiro dei soldati.
Non dovrebbe essere difficile capire perché Sharon andò avanti con il ritiro unilaterale. La sua intenzione dichiarata era di mantenere quanto più possibile della West Bank, e sarebbe stato molto più facile convincere il mondo che non c’era “nessuno con cui parlare” se Hamas avesse vinto le elezioni, poiché Hamas è universalmente riconosciuto come gruppo terroristico.
Quando i Palestinesi caddero nella trappola, ed elessero un governo guidato da persone che rifiutano di riconoscere ad Israele il diritto ad esistere, è stato semplice per Olmert continuare l’unilateralismo di Sharon ed annunciare piani per il ritiro dalla West Bank che avrebbero coperto l’annessione, da parte di Israele, di porzioni significative dei Territori Occupati.
Hamas ha svolto il ruolo previsto, lanciando missili Qassam su centri popolati israeliani, “provando” una volta di più alla destra israeliana che ogni tipo di ritiro non farebbe che intensificare la vulnerabilità di Israele, e dando ai “duri” le ragioni per opporsi, visto che il ritiro precedente non ha portato pace a Gaza.
Naturalmente, dal punto di vista di Hamas, questo è solo un episodio di una lotta continua per la liberazione di migliaia di Palestinesi che vengono “arrestati” (o dalla prospettiva palestinese “rapiti”), incarcerati senza imputazioni e senza processo per sei mesi in vasti campi di prigionia, spesso soggetti a torture.
Ma Hamas, dovendo fronteggiare un boicottaggio economico (incluso il non versamento ad Hamas delle tasse pagate ad Israele dai Palestinesi, che Israele aveva precedentemente promesso di versare all’Autorità Palestinese) che gli impedisce di far funzionare il governo, fa dichiarazioni che indicano la possibilità di un riconoscimento di Israele in risposta al “Documento dei prigionieri”, che è stato percepito come una minaccia di tagliar fuori tutti, giacché è stato firmato da ogni fazione di Palestinesi trattenuti nelle carceri israeliane.
Per i militaristi israeliani, e per i coloni, il riconoscimento da parte di Hamas sarebbe stato una clamorosa sconfitta propagandistica. Perciò nel giro di pochi giorni gli Israeliani hanno cominciato a cannoneggiare Gaza (ufficialmente per fermare il lancio di missili di Hamas). Uno dei proiettili è atterrato sulla spiaggia, e ha ucciso una famiglia di otto persone che si stava semplicemente godendo il sole e il mare.
Pochi giorni più tardi, un gruppo di Hamas ha catturato il soldato israeliano Gilad Shalit, ed Israele ha usato questo come una scusa per implementare un piano che aveva progettato mesi prima: rientrare a Gaza e distruggere le infrastrutture di Hamas.
A questo punto un’enorme escalation ha preso piede. Invece di concentrarsi sull’effettiva capacità di Hamas di agire la guerra, Israele ha scelto la via della punizione collettiva, una frequente quanto inefficace misura di contrasto per l’insorgenza, usata per eliminare il sostegno pubblico ai movimenti di resistenza. Nel calore oppressivo dell’estate, Israele ha bombardato la rete di distribuzione elettrica, eliminando a Gaza la fornitura di acqua e dell’elettricità necessaria per mantenere i sistemi di refrigerazione, provocando un drammatico calo del cibo disponibile in un’area già sconvolta, in cui vivono più di un milione di persone. Quest’atto è una violazione del diritto internazionale, come lo sono gli arresti di migliaia di individui e i missili di Hamas sui centri abitati.
In risposta, i combattenti di Hezbollah, che hanno occupato le terre abbandonate da Israele quando Israele terminò la sua occupazione del sud del Libano nel 2000, hanno lanciato un attacco alle truppe israeliane, violando gli accordi che si sarebbe mantenuta la pace su quel confine; accordi che avevano reso politicamente possibile il ritiro di Israele dal Libano, senza paura che i suoi cittadini del nord dovessero essere ancora bersagli di missili: cittadini che dal 1982, quando Israele invase il Libano, non avevano fatto altro che entrare ed uscire dai rifugi antibombe.
Dal punto di vista di alcuni nel mondo arabo, l’attacco alle truppe nel nord di Israele è stato un atto di solidarietà islamica in risposta all’escalation perseguita da Israele contro l’intera popolazione di Gaza. Costoro argomentano che non si debba chiedersi perché loro hanno agito così, ma perché il resto del mondo non agisca chiedendo che Israele metta fine all’oltraggiosa punizione di un milione di persone a causa delle azioni di pochi. Quando l’Onu tentò di agire, il governo di destra degli Usa mise il veto ad una risoluzione sostenuta dalla maggioranza del Consiglio di Sicurezza.
Dal punto di vista di Israele, gli attacchi di Hezbollah sono stati una palese violazione degli accordi che avevano tenuto Israele fuori dal Libano negli ultimi sette anni. Ed in effetti, il far subire a civili bombardamenti a casaccio con lo scopo di terrorizzarli, è una violazione del diritto internazionale e dei diritti umani.
Hezbollah si sta mostrando come la forza terrorista che Israele ha sempre sostenuto fosse. La gente che vive ad Haifa o a Tsfat o in dozzine di altri luoghi in Israele sta in questo momento vivendo lo stesso tipo di paura che richiama terrori già sperimentati in precedenza (alcuni sono sopravvissuti all’Olocausto, altri sono i figli dei sopravvissuti, a molti hanno vissuto guerre che erano specificatamente dirette all’annientamento di Israele). Queste paure saranno sfortunatamente assai facili da manovrare per i politici di destra negli anni che verranno.
Ne’ dovremmo sottostimare il comportamento di Iran e Siria nello stimolare disordini e destabilizzazione. Nel mentre vi sono persone in ambo i paesi che si sentono genuinamente oltraggiate dalle azioni di Israele nei confronti dei correligionari musulmani, il record di indifferenza per le cattive condizioni dei Palestinesi nei loro stessi paesi ed il rifiuto di provvedere aiuto materiale alla Palestina affinché essa possa costruire la propria infrastruttura economica, suggerisce che l’assistenza prestata ad Hezbollah viene più dalla ricerca di un vantaggio politico e di dominio in Medio Oriente, che da una vera solidarietà morale con il popolo palestinese. L’Iran, un paese il cui presidente ha più volte negato che vi sia mai stato un Olocausto, e che esplicitamente afferma di avere lo scopo di distruggere lo stato di Israele, dà agli israeliani ragioni reali di temere, quando i suoi vicini Hezbollah o Hamas sviluppano la capacità di sparare missili sui centri abitati del paese.
Cosa avrebbe potuto fare Israele? Bene, se vi fosse stato Ariel Sharon al potere, avendo costui imparato la sua lezione proprio in Libano, è probabile che avrebbe fatto la stessa cosa che fu fatta due anni orsono, quando un uomo d’affari israeliano fu catturato dal “nemico”: uno scambio di prigionieri, in cui centinaia di detenuti vengono rilasciati per un singolo israeliano. Questo scambio è stato chiesto da Hamas, ed implorato dalla famiglia di Gilad Shalit, ma è stato respinto dal governo israeliano. Vi prego di leggere le analisi di questo errore, ed altri articoli che esaminano la situazione attuale su "Current Thinking", www.tikkun.org
Vi è comune convincimento fra i pacifisti israeliani che il Primo Ministro Ehud Olmert ed il suo Ministro della difesa laburista Amir Peretz sentano la necessità politica di mostrare che sono “forti” e perciò l’attacco e l’invasione del Libano sono le loro uniche strategie. Per il bene dei loro ego e della loro futura spendibilità politica, “devono” procedere con la folle escalation contro il popolo libanese, la maggior parte del quale ha esercitato i propri diritti democratici rigettando le promesse elettorali di Hezbollah, e votando un governo che contiene Hezbollah come piccola minoranza.
Cosa potrebbe ormai fare Israele? Potrebbe ridefinire la questione come violazioni minori ai confini, scambiare i prigionieri, annunciare unilateralmente che non terrà più nessuno in detenzione per un periodo superiore a tre giorni senza inoltrare una formale denuncia penale contro coloro che hanno agito violentemente, e rilasciando tutti gli altri. Potrebbe dare inizio a veloci e pubblici processi, e punire chiunque (soldato o ufficiali di Shin Bet ed Aman) abbia usato la tortura, o come la definiscono loro la “moderata pressione”, sui prigionieri.
Potrebbe immediatamente annunciare la propria intenzione di rafforzare la posizione del presidente dell’Autorità palestinese Abbas, consegnandogli i soldi delle tasse, e aprire una negoziazione sullo “status finale” entro due mesi. Nel frattempo, Israele potrebbe cominciare a smantellare il muro di separazione, e promettere di ricostruirlo solo lungo le linee di un confine internazionale su cui siano d’accordo ambo le parti. E Israele potrebbe unilateralmente censurare la propaganda antipalestinese all’interno dei media controllati dal governo, e cominciare a costruire una cultura della nonviolenza, ed istruire gli Israeliani rispetto alla necessità di compensazioni per i Palestinesi rifugiati.
Cosa potrebbero fare i Palestinesi? Il presidente Abbas potrebbe annunciare che invita Israele a formare una forza mista israelo-palestinese di confine, di modo da garantire che non vi siano più aggressioni ai civili israeliani, in cambio dell’immediata apertura dei negoziati sullo “status finale”, prima che si diano ulteriori ritiri dalla West Bank. Ci sono state polizie miste e coordinamento di forze di sicurezza sino al settembre 2000, ed esse contribuivano a mantenere basso il livello di violenza, sino a che Ariel Sharon non compì il suo viaggio provocatorio a Temple Mount.
Abbas potrebbe poi dichiarare che il popolo palestinese che lo ha eletto è impegnato in una lotta nonviolenta (nonviolenta, non passiva) per porre fine all’occupazione, ma che chiunque agisca violentemente contro Israeliani o Palestinesi stessi verrà processato e, se trovato colpevole, perderà la cittadinanza palestinese.
Abbas potrebbe recarsi nella West Bank e a Gaza a discutere di nonviolenza, potrebbe implementare una fine immediata alla retorica anti-semitica ed anti-israeliana della stampa palestinese e nelle scuole palestinesi, e ribadire che è determinato nel voler costruire una cultura nonviolenta in Palestina.
Cosa gli Usa e gli stati occidentali potrebbero fare? Essi potrebbero indire immediatamente una conferenza internazionale, in cui siano rappresentate tutte le nazioni del mondo che sono disposte ad accettare il diritto di Israele ad esistere all’interno dei confini del 1967 ed il diritto dei Palestinesi ad esistere a Gaza e nella West Bank, e favorire un accordo che sia gradito ad ambo le parti e garantisca pace e sicurezza ad entrambe. Ogni paese partecipante sarebbe ammesso alla conferenza dopo aver depositato su una banca internazionale neutrale l’equivalente dello 0,1% del suo PIL, allo scopo di creare un fondo internazionale che serva a riparare i danni come descrivo più sotto.
Come la comunità Tikkun ha già detto nel passato, i termini dell’accordo dovrebbero includere:
1. Confini definiti per ambo gli stati, con aggiustamenti sulle linee decise nell’accordo di Ginevra (Israele incorpora alcuni territori di confine, dando in cambio eguale quantità e qualità di territorio allo stato palestinese);
2. La condivisione di Gerusalemme e dei suoi luoghi sacri, con ambo gli stati legittimati a stabilire in Gerusalemme la propria capitale nazionale, ove Israele controllerebbe i quartieri ebraici ed armeni, più il Muro e i territori adiacenti, e la Palestina avrebbe il controllo su Temple Mount e le sue moschee;
3. Tutti gli stati partecipanti alla conferenza internazionale metteranno almeno lo 0,1% del loro PIL in un fondo internazionale che offra compensazione ai Palestinesi che hanno perduto proprietà, impieghi e residenze nel periodo 1947/1967, ed agli Ebrei che fuggirono dagli stati arabi nel medesimo periodo (la compensazione non verrà data a famiglie arabe od ebree il cui reddito complessivo sia superiore ai 5 milioni di dollari).
4. Una forza di polizia congiunta, israeliana/palestinese/internazionale sarà creata per garantire la sicurezza dei confini ad ambo i paesi. Gli Usa e la Nato stipulerebbero con i due stati un patto di mutua sicurezza, in cui assicurano il proprio intervento ad entrambi in caso di aggressione dall’altro, o di qualsiasi paese terzo al mondo.
5. La creazione di una Commissione per la riparazione e la riconciliazione, che porti alla luce tutte le violazioni dei diritti umani da ambo le parti, che istruisca processi formali a coloro che non vogliano spontaneamente testimoniare sul proprio coinvolgimento in tali violazioni, e supervisioni un nuovo curriculum di studi sulla pace per tutte le scuole e le università, curriculum mirato ad insegnare la riconciliazione e la nonviolenza nell’azione e nella comunicazione. Lo scopo precipuo di tale Commissione sarà il favorire le condizioni per una riconciliazione dei cuori, e per la reciproca comprensione, riconoscendo che ambo i paesi hanno avuto persone crudeli ed insensibili che necessitano di pentirsi, ed entrambe le parti hanno una legittima narrazione degli eventi che deve essere accettata come punto di vista legittimo dall’altra parte.

Chi sono gli amici di Israele e del popolo ebraico? Coloro che sostengono la via verso la pace e la riconciliazione. Chi sono i loro nemici? Coloro che li incoraggiano a persistere nella fantasia di poter “vincere” militarmente o politicamente. Proprio come i nemici oggettivi dell’America negli anni ’60 erano coloro che insistevano nel voler continuare la guerra in Vietnam, e gli amici oggettivi erano i cittadini che vi si opponevano, così oggi gli amici del popolo ebraico sono quelli che fanno tutto il possibile per impedire gli entusiasmi sulle avventure militari israeliane, e per scalzare il rifiuto di trattare i Palestinesi come aventi diritto alla libertà ed all’autodeterminazione tanto quanto il popolo ebraico.
Chi sono gli amici dei Palestinesi? Coloro che li incoraggiano su un sentiero di nonviolenza, e ad abbandonare la fantasia che la lotta armata, accoppiata all’isolamento politico di Israele, condurrà ad un buon risultato per i Palestinesi.
Chi sono i loro nemici? Coloro che predicano l’idea di uno “stato unico”, o il boicottaggio economico globale, senza capire che il non offrire una stato sicuro agli Ebrei in Palestina non produrrà mai nulla di positivo, ma solo resistenza continua da Israele e dal mondo ebraico.
Noi della comunità Tikkun, che siamo amici di ambo le parti, abbiamo chiaro il nostro orientamento. Il nostro scopo è dire la verità, sia ai potenti in Israele, sia agli spossessati in Palestina, e cioè di dire ad entrambi che senza un rovesciamento radicale delle direttive strategiche che stanno seguendo non si arriverà a nessun risultato.
Questa verità potrebbe certamente venire ascoltata, la questione è se verrà ascoltata prima che un’altra generazione di arabi e israeliani perda la vita. Poiché a noi importa molto dell’umana sofferenza che c’è da ambo le parti, preghiamo affinché tale verità venga udita, e che i nostri suggerimenti per una risoluzione del conflitto vengano implementati.
E faremo di più che pregare: manifesteremo contro i governi degli Usa, di Israele e della Palestina sino a che non cambieranno direzione. Ci organizzeremo ed informeremo, ed intraprenderemo passi nonviolenti per far arrivare loro il nostro messaggio.

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martedì, 18 luglio 2006

Ho ricevuto questo testo da Daniela Birsa (che ringrazio) - della segreteria del gruppo consiliare regionale (Friuli-Venezia Giulia) del PdCI (*)-  che ha inviato il rapporto allo scopo di ampliare e approfondire quanto più possibile il dibattito sulla situazione in Afghanistan.
Daniela Birsa collabora anche con il Coordinamento italiano sostegno donne afghane (CISDA - e-mail:
cristina.cattafesta@msn.com) che ha anche curato la traduzione del rapporto di HRW.  Indirizzo e-mail: daniela.birsa@gmail.com
E' possibile l'accesso alle fonti che vengono indicate alla fine.
(*) Il dato è solo biografico, fa parte dell’autopresentazione di DB; questo blog non appartiene ad alcuna forza politica.
 augusta

Afganistan: Bombe e minacce provocano la chiusura delle scuole La rivolta e una debole reazione internazionale colpiscono l'educazione femminile

(Londra, 11 Luglio, 2006) -In un report rilasciato oggi, Human Rights Watch ha denunciato che un'escalation di attacchi da parte dei Talebani e di altri gruppi armati contro insegnanti, studenti ed istituti scolastici sta provocando la chiusura delle scuole e privando di istruzione un'altra generazione in Afganistan. Sono state colpite in particolar modo le scuole femminili, il che rischia di vanificare i miglioramenti .ottenuti a partire dalla caduta dei Talebani nel 2001.

In un report lungo 142 pagine ed intitolato "Lezioni nel terrore: attacchi all'educazione in Afganistan," ("Lessons in Terror: Attacks on Education in Afghanistan"), Human Rights Watch ha documentato 204 casi di attacchi contro insegnanti, studenti e scuole a partire dal gennaio 2005. Questa cifra, che sottostima la gravità della crisi a causa della difficoltà di raccogliere informazioni in Afganistan, riflette un netto aumento degli attacchi dovuto al deterioramento delle condizioni di sicurezza in molte parti del paese.
Sembra che ci siano stati più attacchi contro il sistema educativo nella prima metà del 2006 che in tutto il 2005. La minaccia più grave si è presentata nell'Afganistan meridionale e sudorientale, ma anche le scuole degli altri distretti hanno subito attacchi.

"Bombe e minacce stanno provocando la chiusura delle scuole e stanno privando un'altra generazione di ragazze afgane dell'educazione e di una chance di vita migliore", ha detto Zama Coursen-Neff, co-autore del report.
"Gli attacchi contro le scuole perpetrati dai Talebani e da altri gruppi e mirati a terrorizzare la popolazione civile sono crimini di guerra e mettono a rischio il futuro dell'Afganistan."

Human Rights Watch ha scoperto interi distretti dell'Afganistan in cui gli attacchi hanno provocato la chiusura delle scuole e l'abbandono da parte di insegnanti e organizzazioni non governative che si occupano di educazione.
Nonostante i progressi registrati negli ultimi anni, la mancanza di sicurezza, la mancanza di risorse e la diffidenza della società nei confronti della parità di accesso all'istruzione, specialmente in alcune zone, fanno sì che molte ragazze siano tagliate fuori dall'istruzione. Quasi un terzo dei distretti non hanno scuole femminili.

L'attacco al sistema educativo in Afganistan rientra nel quadro di una drammatica rinascita dell'opposiozione armata al governo centrale ed ai suoi sostenitori internazionali, verificatasi durante lo scorso anno. Oltre ad attaccare le strutture scolastiche, i Talebani ed altri gruppi armati hanno utilizzato tattiche finora rare in Afganistan, quali attacchi suicidi contro i civili e contro i cooperanti. Messaggi minatori, - conosciuti come "night letters" - nei confronti di insegnanti, studenti ed impiegati governativi sono molto più frequenti di un tempo.

I Talebani ed altri gruppi armati, quail il Hezb-e Islami di Gulbuddin Hekmatyar, sono responsabili della maggior parte, anche se non tutti, gli attacchi alle scuole ed agli insegnanti registrati da Human Rights Watch. In altri casi, sono stati i signori della guerra locali a portare a termine tali attacchi, per rafforzare il loro controllo sul terriorio. Anche le reti criminali emergenti in Afganistan, molte delle quali legate alla produzione ed al commercio di narcotici, attaccano le scuole, poichè queste ultime rappresentano in molte zone l'unico simbolo dell'autorità governativa.

"I Talebani, assieme ai signori della guerra locali ed ai gruppi criminali, ora hanno l'obiettivo comune di indebolire il governo centrale, creando una perfetta escalation della violenza che minaccia la ripresa e la ricostruzione dell'Afganistan," ha dichiarato Sam Zarifi, co-autore del report. "Questi gruppi stanno sfruttando il fallimento delle politiche di sicurezza da parte delle forze internazionali per alienare le simpatie degli Afgani nei confronti di un governo centrale che non è in grado di proteggerli".

L'Afganistan ha ricevuto solo una frazione dei fondi e dell'appoggio di peacekeeping fornito a situazioni post-belliche recenti quali i Balcani e Timor Est, ha dichiarato Human Rights Watch. Le truppe NATO, che operano sotto il mandato dell' International Security Assistance Force (ISAF), solo recentemente hanno iniziato a spingersi nell'Afganistan meridionale, dove la minaccia principale è costituita dall'insicurezza e dall'insurrezione armata; tali truppe sostituiscono quelle statunitensi, il cui mandato riguardava operazioni militari contro i Talebani, e non la sicurezza della popolazione locale.

"Per quattro anni, la comunità internazionale ha truffato l'Afganistan riguardo alla sicurezza, e così i Talebani ed altri gruppi armati stanno riempiendo il vuoto", ha dichiarato Zarifi, direttore della ricerca per l'Asia di Human Rights Watch. "Ma la situazione non è ancora irrimediabile.
Gli Stati Uniti e la NATO devono mostrare che possono e sono intenzionati a migliorare le condizioni di vita e di sicurezza degli Afgani".

Human Rights Watch ha lanciato un appello ai gruppi armati, inclusi i Talebani e l'Hezb-e Islami, affinchè cessino immediatamente gli attacchi contro i civili e le infrastrutture civili, e in particolare contro gli insegnanti, gli studenti e le scuole. L'organizzazione ha inoltre esortato il governo afgano, la NATO e la coalizione guidata dagli USA affinché rafforzino la sicurezza, che è strettamente connessa alle necessità di sviluppo del popolo afgano. Il governo afgano, con il supporto internazionale, ha bisogno di una strategia volta a monitorare, prevenire e rispondere agli attacchi contro l'educazione. Come minimo, esso dovrebbe mantenersi al corrente degli attacchi, identificare e proteggere le scuole più a rischio, e rafforzare la debole forza di polizia afgana affinché essa possa investigare, arrestare e condannare i responsabili.

"Una chiave per misurare il successo della comunità internazionale in Afganistan deve essere la sicurezza dei cittadini", ha dichiarato Coursen-Neff, ricercatore senior nella divisione diritti dei bambini di Human Rights Watch. "L'accesso all'educazione è un parametro di riferimento importante. Se mandare i bambini a scuola risulta troppo pericoloso, non si può parlare di vera sicurezza e nemmeno di vero sviluppo".

Selezione di testimonianze tratte da "Lezioni nel terrore":

"Durante il primo anno c'erano molte studentesse - tutti volevano mandare le figlie a scuola. Per esempio, nel distretto di Argandob [un'area conservatrice], le ragazze erano pronte; le insegnanti erano pronte. Ma dopo che due o tre scuole sono state bruciate, nessuno ha più voluto mandare le proprie figlie a scuola".
-Consigliere donna del consiglio provinciale di Kandahar, 11 dicembre 2005.

"I Talebani entrarono in ogni aula, tirarono fuori i loro lunghi coltelli...chiusero i bambini in due stanze, [dove li] picchiarono selvaggiamente con dei bastoni e poi chiesero 'verrete ancora a scuola adesso?''Le maestre dissero di essere state fatte uscire dalla scuola. I Talebani chiesero a ciascuna di loro, 'Perchè lavorate per Bush e Karzai?' Esse risposero, 'Stiamo educando i nostri figli con i libri - non ne sappiamo nulla di Bush o Karzai, stiamo solo educando i nostri bambini.' Dopo ciò, esse furono selvaggiamente picchiate e poi lasciate andare."
- Funzionario dell'educazione del distretto di Maruf, provincia di Kandahar, che nel corso di un colloquio con Human Rights Watch avvenuto il 9 dicembre 2005 descrive come i Talebani abbiano chiuso la sua scuola nel giugno 2004. Tutte le scuole del distretto chiusero quell'anno.

"Ho visto questi due uomini...uno dei due ha scaricato un intero caricatore nel petto di Laghmani...Io temevo per la mia vita e mi sono nascosto in un angolo. Non sapevo chi fosse la vittima. Dopo che i killer se ne furono andati, andai alla porta e vidi Laghmani steso a terra morto...Fu terribile....Abbiamo ricevuto delle night letters, ma nessuno pensava che avrebbero veramente ucciso un insegnante!"
- Testimone oculare che il 21 dicembre 2005 riferisce a Human Rights Watch come il 14 dicembre 2005 due uomini in moto abbiano sparato ed ucciso un insegnante sulla porta della scuola dove insegnava, nel villaggio di Zarghon, distretto di Nad Ali, provincia di Helmand.

"Ero un'insegnante della scuola elementare femminile di [nome omesso]... Nel novembre scorso [2004], stavo dirigendomi verso la scuola con le bambine e sulla nostra strada ho trovato una lettera...Era una esplicita minaccia rivolta a me e a tutte le studentesse che frequentavano quella scuola.
Diceva [in Pashto]: 'A tutte le studentesse e le maestre che insegnano nelle scuole femminili, vi avvertiamo di non andare più a scuola, poiché essa è un centro creato dagli americani. Chiunque voglia andare a scuola sarà fatto saltare in aria. Se volete evitare una morte simile, vi consigliamo di non andare a scuola'.
"Dopo aver letto questa lettera, io, insieme con la mia famiglia, ho deciso di non andare più a scuola, perché quelli che ci hanno minacciato sono piuttosto potenti e forti. Noi siamo gente semplice e non possiamo sfidarli.
Ho anche chiesto alle ragazze del mio villaggio di non tornare più a scuola...Tutte loro vorrebbero molto partecipare alle lezioni...ma il problema è la sicurezza - cosa accadrebbe se facessero davvero esplodere una bomba sulla nostra strada? Questa è la ragione".
- Ex-insegnante, provincia di Laghman, 7 giugno 2005.

"Ho detto: 'Per favore, lasciate fuori la provincia di Helmand dalla vostra lista di obiettivi, perché altrimenti saremo costretti ad assumere il nostro staff due volte: noi invieremo il personale e loro saranno uccisi.' Questo non è uno scherzo. Non possiamo assumerci la responsabilità di lavorare là.
Quella è la zona principale in cui operano i Taleban".
- Membro dello staff di una ONG afgana che ha incontrato seri problemi di sicurezza, che parlando con Human Rights Watch il 15 dicembre 2005 spiega perché ha esortato il coordinatore del programma di una ONG affiliata a non espandere il programma ad Helmand.

"Sebbene la cultura sia una questione da affrontare, la sicurezza è più importante, poichè anche le persone che vogliono rompere con la tradizione non sono in grado di farlo."
- Membro di un gruppo femminile nella città di Kandahar, 8 dicembre 2005..

Per ascoltare le interviste con gli autori di questo report, Sam Zarifi and
Zama Coursen-Neff, visitate:
http://www.hrw.org/campaigns/Afganistan/2006/education/audio.htm

Per leggere il report, "Lessons in Terror: Attacks on Education in
Afganistan," visitare:
http://hrw.org/reports/2006/Afganistan0706/

Per maggiori informazioni, contattare:
A Londra, Sam Zarifi (Inglese, Persiano, Dari): +1-646-662-7750 (mobile)
A New York, Zama Coursen-Neff (Inglese, Spagnolo): +1-212-216-1826; or
+1-347-401-3645
A Bruxel, Juliette Le Doré (Francese, Inglese): +32-2-737-1490
A Berlino, Marianne Heuwagen (Tedesco, Inglese): +49-30-259-3060
A Londra, Urmi Shah (Inglese): +44-20-7713-2788

                              VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale  14  /  20  luglio 2006  n. 650 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 12 luglio 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        4.089      
Israeliani          1.048         
Altre vittime         80         
Totale                5.217        

Internazionale  14  /  20  luglio 2006  n. 650 pag.  14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  del 12 luglio 2006
Iracheni              38.960  /  43.397
Americani                    2.543                             
Altre vittime                   226                          

sabato, 15 luglio 2006

Questo diario sarà troppo lungo, anche se scriverò una parte minima delle cose che vorrei dire, ma i documenti su cui ragionare si affollano, la situazione internazionale in genere e mediorientale in particolare è agghiacciante ed è impossibile – almeno per me- allontanarmene anche solo col pensiero.
Provo ad andare per ordine (se ordine-  in una situazione di guerra sempre più diffusa - ci può essere).

                                                   
primo capitolo

Una decina di giorni fa ho scritto al ministro per la Solidarietà Sociale; trascrivo la lettera cui non ho ancora ricevuto risposta.

All’On. Ministro
Paolo Ferrero
        SUA SEDE

On. Ministro
sono una singola cittadina, non collegata ad alcuna realtà associativa e mi rivolgo a lei per un problema che mi sta a cuore.  Ne sono incoraggiata dall’aver sentito, nel primo discorso del Presidente Prodi, un richiamo preciso alla questione israelo-palestinese, la cui drammaticità, se ve ne fosse stato bisogno, è dimostrata una volta di più da quanto sta accadendo.
Non voglio intervenire in merito alla questione generale, ben conoscendone la complessità ma intrattenerla solo su un problema specifico, che, a mio parere, si connette a quella solidarietà sociale che identifica il suo ministero.
Parlo dei minori palestinesi nelle carceri israeliane che attualmente superano le 380 unità.
Parecchi di loro hanno meno di 14 anni, in alcuni casi si tratta di neonati incarcerati con le madri.
Molti soffrono la cosiddetta “detenzione amministrativa” che esime la giustizia israeliana dal dare alcuna informazione a famiglie ed avvocati (dove sono incarcerati, imputazioni che giustifichino il loro stato di prigionia, se mai un bambino può essere imputato e incarcerato…)
L’Italia è firmataria della Convenzione di New York del 1989 - che nel nostro stato è legge
(LEGGE 27 maggio 1991 n. 176. - pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell'11 giugno 1991, n. 135) - e ne é firmatario anche lo stato di Israele.
I minori sono affidati a tutti noi, a prescindere dalla nazionalità, proprio da quella Convenzione.
Sono vissuta per parecchi mesi in Palestina, ho lavorato (come volontaria) all’International Center di Betlemme, conosco quindi anche direttamente la situazione di quella popolazione ed è quel dolore condiviso che mi spinge a chiederle di impegnarsi perché, in attesa di una pace che –almeno per il futuro - possa assicurare giustizia, ai minori sia risparmiato l’orrore del carcere quando non della tortura o almeno, se ci sono casi per cui la carcerazione risulti inevitabile, ciò avvenga con la trasparenza dovuta e nel rispetto di quelle modalità di vita che devono essere assicurate a minorenni.
Il mio richiamo alla legalità non è distacco: ho paura delle voci che si alzano urlando generalità contro questo o contro quello; spesso suscitano un effetto catartico fine a se stesso che, come tutti i buoni sentimenti, fa presto a rendersi silente.
Secondo me un impegno fondato su una domanda forte, determinata e instancabile di
rispetto della legalità, che riconosce e tutela i diritti dei più deboli, potrebbe essere un passo importante (uno dei tanti passi possibili) in una politica di pace che è doveroso praticare anche se la speranza è difficile, ma, come dice un mio amico palestinese, meglio accendere una candela che maledire il buio.
Sperando in una sua risposta porgo
cordiali saluti e auguri di buon lavoro.          (firma)

Nota:
Ho trovato molte interessanti informazioni nel sito web della sezione palestinese dell’onlus  Defence for children (
http://www.dci-pal.org) che, a proposito dei minori in carcere ha pubblicato un’ampia ricerca:
Catherine Cook, Adam Hanieh and Adah Kay  - Stolen Youth – The Politics of Israel’s Detention of Palestinian Children.  Pluto Press. London – Sterling, Virginia (345 Archway Road, London n.6 5AA and 22883 Quicksilver Drive, Sterling, VA 20166-2012, USA)

Purtroppo mi sono resa conto, parlando con altri che pur condividono la mia preoccupazione per i bambini in carcere, che non riesco a far chiarezza sul significato della mia lettera.

Mi sono rivolta ad un ministro della repubblica nel totale disinteresse per la parte politica cui appartiene a livello di partito, come cittadina italiana che chiede ad un proprio rappresentante di farsi garante della legalità internazionale.
La Convenzione sui diritti del fanciullo (mi spiace di dover usare questa orribile traduzione deamicisiana, ma tant’è; comunque il termine ufficiale è
Convention on the Rights of the Child.
Per chi volesse leggerla nella traduzione italiana: http://www.infoleges.it/NewsLetter/Articoli/Scheda.aspx?IDArticolo=59#))
impegna i firmatari nei confronti di ogni essere umano, tanto più nel caso di minori.
Non si tratta quindi di chiedere al ministro di darsi da fare per offrire un contributo ad un possibile scambio di prigionieri (la tutela dei minori in carcere appartiene a norme internazionali, valide al di là e prima di ogni strumentalizzazione bellicista) né corrispondere (con un improbabile gesto efficace di significato globale) ad un desiderio totale di pace, ma gli si chiede di impegnarsi per un singolo soggetto secondo principi affermati per legge.

                                                   
secondo capitolo

Se i governi italiano e israeliano si sono accordati per scambi in materia militare (riporto di seguito la relativa legge) perché non lo dovrebbero fare per la tutela dei minori?

Legge 17 maggio 2005, n. 94
: "Ratifica ed esecuzione del Memorandum d'intesa tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo dello Stato di Israele in materia di cooperazione nel settore militare e della difesa, fatto a Parigi il 16 giugno 2003" (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 130 del 7 giugno 2005)
ART. 1. (Autorizzazione alla ratifica).
1. Il Presidente della Repubblica è autorizzato a ratificare il Memorandum d'intesa fra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo dello Stato di Israele in materia di cooperazione nel settore militare e della difesa, fatto a Parigi il 16 giugno 2003.
ART. 2.
(Ordine di esecuzione).
1. Piena ed intera esecuzione è data al Memorandum di cui all'articolo 1, a decorrere dalla data della sua entrata in vigore, in conformità a quanto disposto dall'articolo 9 del Memorandum stesso.
ART. 3. (Copertura finanziaria).
1. Per l'attuazione della presente legge è autorizzata la spesa di euro 11.390 annui ad anni alterni a decorrere dall'anno 2005. Al relativo onere si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2005-2007, nell'ambito dell'unità previsionale di base di parte corrente «Fondo speciale» dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2005, allo scopo parzialmente utilizzando l'accantonamento relativo al Ministero degli affari esteri.
2. Il Ministro dell'economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.
ART. 4. (Entrata in vigore).1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
(Si omette il testo del Memorandum)

nota di  augusta. P
er leggere il testo del Memorandum, che è in formato PDF e quindi non posso riportare, andare  a: http://dex1.tsd.unifi.it/juragentium/it/surveys/palestin/ItIsr.pdf.       
Merita lo “sforzo”.

Sarebbe interessante conoscere i modi di applicazione della legge su cui sopra, la sua incidenza sul bilancio, i progetti messi concretamente in atto e finanziati e capire infine se se ne fa riferimento nel Documento di programmazione economico-finanziaria e le ricadute sulla recente manovra (se ci sono)..
Purtroppo ho trovato una nota informativa secondo cui
Dopo essere stato ratificato al senato nel febbraio 2005 (grazie ai voti del gruppo Democratici di sinistra-Ulivo schieratosi con il centro-destra) e alla camera in maggio, il memorandum d'intesa è divenuto la legge 17 maggio 2005 n. 94, entrata in vigore l'8 giugno. La cooperazione tra i ministeri della difesa e le forze armate dei due paesi riguarda «l'importazione, esportazione e transito di materiali militari», «l'organizzazione delle forze armate», la «formazione/addestramento». Sono previste a tale scopo «riunioni dei ministri della difesa e dei comandanti in capo» dei due paesi, «scambio di esperienze fra gli esperti», «organizzazione delle attività di addestramento e delle esercitazioni», «partecipazione di osservatori alle esercitazioni militari». La legge prevede anche la «cooperazione nella ricerca, nello sviluppo e nella produzione» di tecnologie militari tramite «lo scambio di dati tecnici, informazioni e hardware». Vengono inoltre incoraggiate «le rispettive industrie nella ricerca di progetti e materiali» di interesse comune” (fonte :
http://www.agorapisa.it/ da un articolo di Manlio Dinucci)
Vorrei non fosse vero, ma temo lo sia.

                                                    terzo capitolo

La voce che chiede pace in Israele/Palestina è spesso abbandonata a chi si schiera di qui o di là e si esaurisce nelle manifestazioni di emozioni che, per alcuni, si trasformano in passioni durevoli, per i più si riducono ad emozioni volatili.
Purtroppo chi si schiera da una sola parte ignora le voci che nella società civile di quei paesi (ma possiamo usare il plurale quando ad uno dei due popoli è negata anche la dignità di riferimento ad un proprio stato?) cercano –nonostante tutto- di lavorare insieme.
So che sarò beffata per questa mia insistenza mentre una guerra con più fronti è in corso, una guerra che coinvolge popoli con stati e popoli senza stati, ma io continuo perché per me è necessario (se altre giustificazioni non ho nei miei vaniloqui valga almeno questa).
Mi limito ad un esempio che trovo in un elemento rivelatore presente ossessivamente nel linguaggio dei mezzi di disinformante informazione. perché i Palestinesi in genere e persino bambini in carcere sono “prigionieri” e i soldati dello stato di Israele sono “rapiti”?
E’ chiaro che per me dovrebbero essere liberati gli uni e gli altri, ma la sconnessione linguistica rappresenta un elemento che potrebbe essere utile approfondire.
Purtroppo i segnali che vengono dalla società cosiddetta-civile italiana non sono incoraggianti.
Perché la società civile italiana (uso l’aggettivo civile tanto per chiarezza, pur trovandolo improprio) ha scelto di identificarsi in un ambiente di anche corrotti pallonari, onorati dai ghirigori e sbuffi delle acrobatiche Frecce Tricolori, e ai responsabili istituzionali del più alto livello non è sembrato vero rincorrere questa emozione nazional-popolare (??!) forse per non perdere un consenso di piazza?
E’ davvero utile questa dismissione di chiarezza e responsabilità?
O è un modo per coprire l’assenza di esercizio della ragione giocando sulle emozioni dei giochi, cui una volta seguiva il nutrimento (panem et circenses) e che ora probabilmente servono solo ad oscurare il senso della decenza e che  circenses senza panem sono?
E’ evidente (spero) che il fatto che io parli dei minori palestinesi in carcere è uno dei problemi possibili ,con cui cerco di reagire all’effetto soporifero del buon senso, ma un’attenzione puntuale alla Convenzione per i diritti dei minori è un elemento di civiltà che riterrei doveroso promuovere, al di sopra e prima dei nostri più o meno esibiti e credibili  buoni sentimenti.
augusta

Il direttore del sito ww.ildialogo.org – che pubblica regolarmente ciò che segnalo (e persino le mie elucubrazioni e di tutto ciò sono molto grata) mi ha inviato questa poesia di Bertold Brecht:e, anche da qui, lo ringrazio                                       augusta

Quando la guerra comincia
forse i vostri fratelli si trasformeranno
e i loro volti saranno irriconoscibili.
Ma voi dovete rimanere eguali.

Andranno in guerra, non
come ad un massacro, ma
ad un serio lavoro. Tutto
avranno dimenticato.
Ma voi nulla dovete dimenticare.

Vi verseranno grappa nella gola
come a tutti gli altri.
Ma voi dovete rimanere lucidi.

(E' tutto quello che per il momento riesco a dirti. Mala tempora currunt.
Ciao  Giovanni)

 

Ma poiché i mala tempora sono tali anche fuori dai teatri di guerra traduco e riporto la notizia che ho appena tratto da “Ecumenical News International  - “News Highlights  14 July 2006” (owner-eni-summary@wccx.wcc-coe.org <owner-eni-summary@wccx.wcc-coe.org>)

Ebrei ortodossi aggrediscono un gruppo di turisti a Gerusalemme, riconoscibili come “pro Cristiani di Israele”

E’ stata gettata un’ombra  sulla crescente familiarità fra Ebrei e Cristiani sostenitori di Israele dopo l’aggressione di un gruppo di turisti “pro Cristiani israeliani” in visita al quartiere degli ebrei ultraortodossi a Gerusalemme.
I visitatori cristiani indossavano T-shirts color arancio con la scritta “Ama il tuo prossimo come te stesso” durante la loro visita al quartiere di Mea Shearim, nel cuore di Gerusalemme.
Un gruppo di circa 100 uomini ultra-ortodossi si mise a sputare contro i circa 50 turisti, a spingerli, cacciarli, picchiarli nel corso di un incidente che ebbe luogo alla fine di giugno.
Secondo una fonte di polizia tre dei turisti e un poliziotto che tentava di frenare l’aggressione furono leggermente feriti..

nota: l’arancione è il colore dei coloni, fortemente sostenuti dagli ultraortodossi, quindi non può essere stato quello a stimolare l’aggressione. La scritta?
Anche in passato ci sono state aggressioni a cristiani (in un caso, che parecchio tempo fa ho riferito nel mio diario,  si trattava di una processione di Armeni)

giovedì, 13 luglio 2006

La Stampa _ L'Iran scende in campo  di Igor Man -13/7/2006

IL blitz dei guerriglieri di Hezbollah, il «partito di Dio» di impronta sciita che in Libano ha corso legale, ha preso in contropiede Israele, che pure era in allarme. I guerriglieri hanno repentinamente centrato sulla cosiddetta «linea blu», che divide il Libano da Israele, un carro armato di Tsahal - più grave: i miliziani si sono ritirati con due soldati israeliani, presi in ostaggio come, a Gaza, lo fu il caporale Shalit il 24 di maggio.
Israele ha reagito (finora) secondo routine e sul piano militare e sul piano politico. Il fragore delle armi squassa il cielo fatale del Medio Oriente investendo il disgraziato «paese dei cedri», quel Libano che costringendo i siriani al ritiro, in forza di una astuta concertazione politica, sperava, pensava d’aver recuperato la sospirata normalità-sovranità.
Secondo un rituale copione ipocrita, le cancellerie internazionali raccomandano «moderazione» a Israele, «ammoniscono» il governo fantasma palestinese, «auspicano» l’uso della ragione per scongiurare il peggio, cioè una guerra. Ma la guerra c’è già. Una guerra anomala dove, finora almeno, ci sono state più tregue che scontri dopo il ritiro dall’inferno di Gaza dell’esercito d’Israele e lo sgombero (forzato) dei coloni.
Una guerra d’attrito, anomala perché controllata e usata da un soldataccio geniale che negli ultimi suoi anni di vita attiva (oramai è un morto che respira, un generale in coma) manifestò inimmaginabile fantasia politica servendo una mistura di pragmatismo e di appeasement, garantita e dalla superiorità militare e dal conforto degli Stati Uniti dove la saldatura fra le lobbies ebraiche e le più forti sette protestanti garantisce la protezione e l’indulgenza della Casa Bianca.
La differenza fra ieri e oggi è tutta nel j’accuse di Washington alla Siria e al Libano coinvolti (non importa se volontariamente o no) nel blitz di Hezbollah. Olmert, il poco fortunato successore di Sharon, parla di «atti di guerra», lo dice a ragione, rafforzando la nostra (amara) convinzione.
Cosa avverrà, dopo le decisioni del consiglio di sicurezza del governo di Gerusalemme che, per inciso, ha accolto con un’alzata di spalle la minaccia del povero Abu Mazen, presidente («de che?») della cosiddetta Autorità palestinese? Me ne vado, sciolgo la Anp se non ci verrà resa giustizia, proclama Abu Mazen fingendo di ignorare che per i governanti di Israele egli «non esiste».
E questo perché lui ha in fatto deluso quei politici israeliani che cancellando Arafat e promuovendo il ricco palazzinaro contavano di farne un quisling truccato da nazionalista palestinese.
Ora Abu Mazen non sarà un genio, e nemmeno quell’abile animale politico che fu Arafat, l’Arafat degli accordi di Oslo per la precisione, ma certamente non coltiva l’idea del suicidio. Che avverrà dunque, sin dove si spingerà questa guerra a rate, e di che vastità sarà la rata a venire? Ma l’ora è grave non tanto perché la guerra è comunque una disgrazia. L’ora è grave perché in codesta guerra anomala è sceso in campo l’Iran.
Questa la «novità». Tragica.
Vediamo. Hezbollah, il «partito di Dio», nasce dalla costola di Khomeini, il corrucciato ayatollah che scacciò lo Scià fondando la Repubblica islamica dell’Iran così imponendo il turbante a un paese in T-shirt. Povero militarmente, ricco di petrolio e di ortodossia sciita (lo Sciismo è religione di protesta). Nella primavera del 1979, un plotone di pasdaran (miliziani ascetici) capeggiato dal figlio dell’ayatollah Montazeri, ribattezzato Ringo da noi giornalisti, noleggia uno scassato DC3 e atterra a Beirut.
Quelle autorità, allarmate, cercano invano di far fare dietrofront ai pasdaran.
Infine cedono alla prepotenza di Teheran. Trasferiti nella Valle della Bekaa, a un passo dalle sontuose rovine di Baalbek, i pasdaran si organizzano: fondano il «partito di Dio» (Hezbollah) grazie anche al supporto degli sciiti che sono, in Libano, una maggioranza miserabile ma animosa. Giorno dopo giorno gli Hezbollah allargano la presa: sono loro a inaugurare la cattura degli ostaggi (perlopiù americani), arma infame proprio ieri rispolverata col blitz.
Oggi si sentono potenti perché sono un partito legale e in fatto la longa manus di Teheran.
Sappiamo che il neopresidente iraniano non si stanca di gridare che Israele deve scomparire dalla faccia della terra. Adesso, dopo gli accadimenti bellici, dopo il blitz-provocazione e le dichiarazioni supponenti del vertice del partito di Dio, possiamo concludere che l’Iran del bombastico Ahmadinejad è in guerra contro Israele. Ancorché per interposto combattente. Patti ufficiali e segreti (oltre a forniture di greggio a prezzi stracciati) fanno di quella fra Iran e Siria una alleanza inquietante.
Il problema è come evitare che la guerra, questa guerra anomala ma sempre guerra, non incendi tutta l’area della crisi, quel luogo dei mille pericoli e della manipolazione religiosa ch’è il Vicino Levante. Un vicino ricco di petrolio ma soprattutto di odio: per l’Occidente cristiano reo, come accusa Ahmadinejad, di occupare al Quds, Gerusalemme, in combutta con Israele.

lunedì, 10 luglio 2006

In questi giorni il papa è a Valencia a parlare di famiglia (intesa esclusivamente come coppia procreativa unita da “regolare” matrimonio). Di là ha parlato anche all’Italia.
E io insisto: perché non ha nulla da dire sulle coppie procreative unite da regolare matrimonio e che vengono forzatamente divise e impedite ad incontrarsi in Israele e Palestina?
Non pretendo parli di diritti umani, se non lo crede opportuno, ma vorrei fosse coerente almeno per quanto concerne le coppie di sua competenza, cioè quelle cattoliche, su cui è tenuto ad esercitare, oltre che autorità (che in questa circostanza mi riesce difficile pensare assuma il calore dell’autorevolezza) tutela e, se non ne ha la capacità, almeno solidarietà.
A me l’incoerenza suscita sempre poco simpatici dubbi
Ne ho parlato tante volte in questo diario, anche dando voce ad autorevoli giornalisti israeliani, comunque torno a riassumere il funzionamento della legge israeliana di settore:
- ci sono Palestinesi che vivono nei Territori Occupati e Palestinesi cittadini israeliani (i cd. arabi-israeliani).
- Se fra loro interviene matrimonio il coniuge palestinese dei Territori,che viva insieme al coniuge arabo-israeliano (anche con figli) in Israele e la cui età sia al di sotto dei 25 anni per le donne e dei 35 per gli uomini, ne viene cacciato.
 - Se il coniuge cittadino israeliano volesse trasferirsi nei Territori (per rispettare l’unità familiare) compie un illecito e non può rientrare in Israele e di conseguenza perde il lavoro.
Alla messa papale di Valencia non c’era il capo del governo spagnolo.
Il portavoce vaticano (dimostrando di pensare alla messa come una cerimonia spettacolare .. il che per essere portavoce vaticano… meglio non commentare) ha fatto un elenco di cattivoni che pur essendo tali alla messa papale hanno presenziato. Il più cattivo di tutti Zapatero che non c’è andato, il meno cattivo Pinochet, cui il precedente pontefice servì la messa a domicilio, che non è stato neppure inserito nell’elenco. I massacri cileni giovano al benessere familiare più delle leggi spagnole? Mah!
 
E infine ancora una testimonianza su di un argomento che mi sta molto a cuore.
Penso che, dato il trasferimento del processo da Padova a Cagliari, questo sarà l’ultimo articolo che posso trarre dalla cronaca locale in merito al risvolto locale della operazione Antica Babilonia.
Spero di sapere come andrà a finire.
Ne ho scritto finora il 6, 7, 14 e 24 gennaio, il 3, 4, 12, 17 e 27 febbraio,  il 21 marzo e il 6 luglio.
augusta

 

8 luglio _ Messaggero Veneto – Cronaca di Udine -  pag.VII
Armi alla Berghinz:competenza trasferita da Padova a Cagliari

Sarà il tribunale militare di Cagliari a occuparsi del processo relativo all’indagine “Antica Babilonia”, avviata dal procuratore militare di Padova Sergio Dini dopo il ritrovamento di armi da guerra irachene nella caserma Berghinz di via San Rocco a Udine. I giudici padovani ieri hanno accolto l’istanza di competenza territoriale avanzata dagli avvocati difensori Alberto Tedeschi, Maria RosaConte, Andrea mascheri e Annamaria Fugetti. In questo procedimento sono imputati tre militari 8due ufficiali e un sottufficiale) in servizio alla Berghinz che hanno partecipato alla missione in Iraq.
Sotto accusa sono finiti il colonnello Mario Ruggiero, 46 anni, di Fiumicino (Roma), già comandante del terzo reggimento guastatori della “Berghinz”, che guidò i militari friulani durante la missione in Iraq dal maggio al settembre 2004; il capitano Stefano Venuti, 40 anni, di Colloredodi Prato e il maresciallo capo Bruno Garlant di 38 anni, di Coseano, che avrebbero avuto il compito di trasportare e custodire l’arsenale clandestino dall’Iraq all’Italia. A tutti è contestato il peculato militare e l’introduzione clandestina nel territorio nazionale di armi da guerra. A Venuti e Garlant è anche contestata una ulteriore ipotesi di peculato relativa non alle armi, bensì alla presunta appropriazione di reperti archeologici iracheni durante la missione Antica Babilonia.
I legali hanno presentato una eccezione di incompetenza territoriale indicando però Roma come sede naturale del procedimento. Proprio la Procura militare della capitale – hanno sostenuto gli avvocati – sarebbe competente secondo quanto dispone la legge che disciplina i casi di reati commessi da personale militare italiano impiegato in missioni all’estero.
In via subordinata i legali avevano poi indicato Cagliari come sede competente, cercando così di rispondere alla tesi del Pm Dini, che aveva individuato come reato comune (e non militare) l’introduzione clandestina di armi. I difensori hanno infatti sostenuto che dai documenti risulta che i materiali trasportati dall’esercito di ritorno da Nassiriya erano stati caricati su una nave commerciale utilizzata dal Ministero della Difesa, partita da Kuwait City e arrivata in Italia appunto a Cagliari. Nella città sarda sarebbe avvenuto lo sdoganamento dei container con tutti i materiali. Poi un’altra nave avrebbe trasportato fino a Monfalcone ciò che riguardava il Terzo reggimento Guastatori di Udine. Un’ulteriore imbarcazione avrebbe invece fatto rotta verso Livorno. Una terza parte del carico proveniente da Kuwait City sarebbe infine rimasta in Sardegna. Non è escluso che nelle prossime fasi del processo gli avvocati chiedano nuovamente di trasportare la competenza a Roma.
I tre attuali imputati sono stati portati a giudizio con decreto immediato. C’è inoltre una quarta persona coinvolta nelle indagini: l’attuale comandante del terzo reggimento guastatori, colonnello Silvio Zagli, di Udine.


sabato, 08 luglio 2006

Mi sto chiedendo se questo far scomparire ogni testo al di sotto di un altro, secondo il modello implacabile dei blog, non neghi ad alcuni degli scritti che riporto la possibilità di una lettura nei giorni successivi alla pubblicazione. Non so…
Mi ero proposta fin da principio di rendere un piccolo servizio a chi non ha tempo per navigare, tempo che a me la pensione concede.
Però non mi sento di negar immediata voce, per quel poco di spazio che posso garantire, ad Igor Man, un giornalista che stimo per serietà professionale e grande conoscenza del mondo arabo                            augusta


La Stampa
7/7/2006 - Piove sangue di Igor Man

A Gaza piove. Sangue. «Pioggia d’estate», così dannunzianamente, Israele ha battezzato l’offensiva contro i «miliziani di Hamas» per punirli delle continue «provocazioni mortali». Piove sangue a Gaza ma si ha l’impressione che questo sia soltanto il prologo d’una più vasta tragedia, più volte annunciata.
«La corda pazza» è uno dei libri più lucidi di Leonardo Sciascia: il rimpianto scrittore siciliano vuol dirci che quando ogni equilibrio si spezza è perché chi dovrebbe mantenerlo, coltivarlo siccome delicata pianta, se ne astiene ovvero tira troppo la corda e questa giustappunto impazzisce. La crisi esplosa nell’area di crisi per eccellenza, il Medio Oriente, con la cattura del caporale Gilad Shalit dell’esercito israeliano da parte di «miliziani vicini ad Hamas», è l’ennesima corda pazza che secondo una turpe logica rovinosa s’avvita su se stessa. Proprio quando un «documento» palestinese partorito non senza fatica dalla cosiddetta «ala moderata» lasciava intendere l’intenzione di Hamas di riconoscere «implicitamente» Israele. Quel «documento» non poteva ovviamente soddisfare Israele ma in politica, si sa, ogni segnale anche il più ambiguo, appunto, va raccolto se non altro per essere vagliato con cura mediante una particolare decriptazione.
Codesto principio, tuttavia, sembra valere, e da sempre, in tutto il mondo - con una eccezione: la Palestina, dove lo Stato di Israele e la cosiddetta Autorità palestinese malamente convivono. Di più: ogni volta che in quella cruciale area di crisi compare una briciola non di veleno bensì di speranza, puntualmente irrompe la corda pazza. Alla quale, secondo un tragico copione, finisce impiccata qualsiasi «schiarita». Una volta ancora così è stato: il 24 di maggio un commando palestinese, dopo aver percorso un tunnel di 800 metri, scavato a una profondità di 6 metri all’incirca, un vero e proprio reticolo sotterraneo, opera di talpe umane sul modulo dei vietcong, in Vietnam, è emerso all’altezza di Kerem Shalom (vigneto della pace), una comunità di israeliani pacifisti.
Fra le talpe palestinesi in versione vietnamita e i soldati a guardia del kibbutz è stato subito scontro. Due degli incursori vengono freddati e due sono i soldati uccisi, sei «miliziani» sono tornati a Gaza. Con un bottino prezioso: il caporale Gilat Shalit, diciannove anni, una spiccata rassomiglianza con Harry Potter. Colto in contropiede, il primo ministro Ehud Olmert reagisce. Con «Pioggia d’Estate». Respinge la pretesa dei rapitori di scambiare il caporale con le 95 donne palestinesi e i 313 prigionieri sotto i 18 anni, in mano israeliana. Attacca obiettivi strategici nella Striscia di Gaza, ammonisce, minaccia chiunque (da parte palestinese) osi mettersi di traverso, sorvola il palazzo del raìss siriano. Sbatte in galera mezzo governo palestinese. La consegna è «salvate il caporale Shalit». Truppe scelte, carri armati, arresti eccellenti (leggi Hamas), centrali elettriche colpite, case passate a setaccio - tutto questo tremendo ambaradan per salvare il caporale? Secondo fonti israeliane l’azione era stata pianificata da tempo e mirava giustappunto a decapitare il governo espressione di Hamas (vincitore però di regolari elezioni che han visto la disfatta della «Autorità» di Al Fatah presieduta da Abu Mazen, già compagno di strada di Arafat). Tanta mobilitazione di forze, minacce di castighi «estremi», pressioni manu militari in tutta Gaza per salvare soltanto un caporale, solo per questa nobile ragione?
La grande stampa israeliana, con in testa Ha’aretz, avanza seri dubbi in proposito ma è anche vero come in Israele ogni soldatino abbia nome cognome e indirizzo. Potenza atomica sin dal 1969, con una aviazione superiore del 40%, almeno, a quella della Nato, all’avanguardia nella tecnologia più avanzata e nella ricerca tecnoscientifica, Israele che vanta nella sola Tel Aviv più gallerie d’arte di Torino, è pur sempre rimasta una «piccola città» dove tutti in qualche modo si conoscono, dove come accade in certe nostre province del Sud tutti si spartiscono gioie e dolori, sacrifici e speranze. In fondo, a ben guardare, è per queste sue caratteristiche che Israele riesce a coniugare il sacrificio con la speranza, nello sforzo perenne di essere e sentirsi un paese come gli altri. Raccontano che quando Israele era da poco Stato, il capo della polizia di Tel Aviv piangendo dicesse a Ben Gurion che avevano arrestato, in Ben Yehuda, una prostituta. Sorridendo, quel mezzo Cavour e mezzo Garibaldi che fu il padre della
Patria di tutti gli ebrei, così confortò il poliziotto in lacrime: «E’ segno che Israele è un paese come gli altri».
Dopo gli accordi di Oslo (abborracciati finché si vuole ma effettualmente creativi) che portarono alla storica stretta di mano fra Peres, Rabin e Arafat (sollecitato da una eloquente gomitata di Clinton), si pensò e si credette in Israele che esisteva se non una avenida certamente un sentiero che «prima o poi» avrebbe portato alla sospirata pace. Che comportava un alto prezzo da pagare come lealmente Rabin disse ai suoi compatrioti. Rabin aveva capito che in consonanza con il negoziato era imperativo dissodare l’arida terra del sospetto, era soprattutto indispensabile educare israeliani e palestinesi alla difficile convivenza. «Per voi cristiani la pace è amore, fratellanza e tant’altri luoghi comuni, per noi israeliani la pace è il contrario della guerra. Le pare poco?», mi disse Rabin, ospite di D’Alema a Villa Madama. Ma per spianare il possibile viottolo verso la pace, aggiunse, Israele doveva rassegnarsi a un «grosso sacrificio».
Se vuole spuntare il fanatismo calcolato dei terroristi truccati da ascetici ulema, Israele dovrà riflettere su quanto ha scritto Dan Segre, un israeliano-doc, un patriota pragmatico e per di più credente-praticante, nel suo poderoso libro «Le metamorfosi di Israele», pubblicato in Italia dalla Utet. E cioè: «I nodi da sciogliere non sono gli stessi di prima della comparsa del terrorismo internazionale e del ruolo ch’esso svolge nel più complesso e generale conflitto tra l’integralismo islamico e l’Occidente giudaicocristiano. Israele, suo malgrado, è diventato il crocevia di tale conflitto (...) ma è diventato altresì il paese che ha più necessità di riformare le sue strutture politiche e militari per adeguarsi alle nuove sfide». Rabin lo aveva capito ma l’hanno ammazzato e oggi Israele è, in fatto, conteso da generali che si piccano di far politica e politici che altro non sognano se non di indossare la divisa militare, ignorando che politici si diventa ma soldati si nasce. Israele è «il solo Stato menscevico riuscito della Storia», diceva Golda Meir. In disparte, aggiungeva che «bisogna uccidere il passato per liberare il presente dalla benda che impedisce una visione chiara del futuro». Ma a Gaza la benda, zuppa di sangue, non cade. E il presente brancola nel buio dell’incertezza.

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale  7 / 13 luglio 2006  n. 649 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 5 luglio 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        4.014       
Israeliani          1.040         
Altre vittime        77         
Totale                5.131        

Internazionale  7 / 13 luglio 2006  n. 649 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  del 5 luglio 2006
Iracheni              38.839  /  43.269
Americani                    2.538                             
Altre vittime                   227                          

 

giovedì, 06 luglio 2006

Riprendo le ormai lontane cronache dell’operazione Antica Babilonia, sempre dal Messaggero Veneto e sempre, implacabilmente e inspiegabilmente, in cronaca di Udine (pag. IV – 23 giugno)
Ne ho scritto finora il 6, 7, 14 e 24 gennaio, il 3, 4, 12, 17 e 27 febbraio e il 21 marzo
Ne scrivo di nuovo oggi perché domani, come si legge dall’articolo che trascrivo, riprenderà il processo relativo al trasporto clandestino e alla detenzione abusiva di armi(in caserma)
Speriamo non finisca con i capri espiatori.
La responsabilità dei crimini è certamente personale, ma ad OGNI livello              augusta   

A Padova udienza rinviata al 7 luglio. Due ufficiali e un sottoufficiale accusati di introduzione e detenzione clandestina 
Armi da guerra alla Berghinz: via al processo per tre militari

Via al processo e subito un rinvio al 7 luglio, al tribunale collegiale militare di Padova, per i tre militari (due uffciali e un sottufficiale) del Terzo reggimento guastatori, che ha sede nella caserma Berghinz di via San Rocco a Udine. I tre, che hanno partecipato a missioni in Iraq, sono accusati a vario titolo di introduzione clandestina e detenzione abusiva di armi da guerra e peculato.

Il “viaggio” del container pieno di armi clandestine, partito da base Mittica a Nassyria e sbarcato a Monfalcone senza essere stato mai sottoposto a un controllo doganale, ha sollevato non poche perplessità in seno al tribunale militare padovano che – di fronte alle spiegazioni fornita dalle parti – ha disposto, dopo un’ora e mezza di camera di consiglio, che il pubblico ministero Sergio Dini e il collegio della difesa degli imputati compiano entrambi una nuova serie di accertamenti e ne riferiscano ai giudici.
Ieri pomeriggio s’era aperta la prima udienza Dapprima sono state prese in esame proprio le sorti del processo. Va a Roma? Resta a Padova? La difesa degli imputati appare subito certa che il dossier delle armi clandestine rinvenute in uno stanzone della caserma Berghinz di Udine, sede del Terzo Reggimento Genio Guastatori, sia di competenza del tribunale militare capitolino che ha giurisdizione sui reati commessi dai militari all’estero. Per il collegio dei legali questa tesi ha sostenuto l’avvocato Cinzia Fuggetti illustrando come il container partito dalla base Mittica (territorio italiano) per essere poi caricato su navi (italiane) che lo avevano scaricato a Cagliari e quindi – su altro natante- a Livorno e infine a Monfalcone. In questa situazione la competenza nel giudizio nei confronti del colonnello Mario Ruggero, già comandante del Terzo Reggimento in occasione della operazione “Antica Babilonia”, del capitano Stefano Venuti (entrambi presenti in aula) e del maresciallo Bruno Garlant (unico assente) appare pertanto attribuibile – ha sostenuto l’avvocato Fuggetti- al collegio militare di Roma.
Nella sua replica il pm Sergio Dini ha invece ribadito come a suo avviso la competenza nel giudizio spetti al tribunale padovano e ciò per una circostanza assolutamente indiscutibile e cioè che solo a Monfalcone il container, sfuggito nei porti al controllo doganale, era stato aperto e pertanto si era potuto conoscere  quale in realtà fosse il contenuto (clandestino) del quale –prima- nessuno s’era accorto.

Versioni che evidentemente non  hanno convinto fino in fondo il presidente Massimo Bocchini (giudice “a latere” Andrea Crociati) che ha invitato le parti a fornire al collegio ulteriori precisazioni.
Antonio Garzotto

 

La mia precedente pagina di diario ha meritato un commento da parte di Barone Rosso (che ringrazio). Lo trascrivo per comodità dei lettori perché lo ritengo importante:

“Pagina molto bene documentata ed articolata. Per quanto riguarda il Sismi non sono d'accordo con la prioristica presa di posizione condannevole.Tante volte avrà sbagliato e tantissime altre volte avrà operato bene, come tutte le Intelligences del mondo civilizzato. Tante volte ha "salvato" e noi neppure lo sappiamo...”

Probabilmente il mio interlocutore è rimasto irritato dalla frase: “attività sciagurate del Sismi infanghino ogni dignità di cittadinanza, anche mia”.
Riconosco che era poco chiara e allora cerco di spiegarmi meglio
A prescindere dal fatto che fattori anagrafici e non ideologici mi obbligano a ricordare i servizi deviati degli anni ’60 (cito solo per nomi: Sifar, De Lorenzo, P2, Gelli..) veniamo al rapimento di Abu Omar.

I servizi segreti (se non sono deviati) non sono attività di silente beneficenza ma parti dell’organizzazione dello stato che, nel caso nostro, dovrebbe manifestarsi ad ogni livello come democratico.
Anche in democrazia è previsto il segreto, che però deve essere garantito da decreti di secretazione.

Nel sito web (che ho citato nel mio precedente diario) sta scritto che il Sismi:.
comunica al Ministro della Difesa e al CESIS tutte le informazioni ricevute o comunque in suo possesso, le analisi e le situazioni elaborate, le operazioni compiute e tutto ciò che attiene alla sua attività”.

Quindi, se nell’operazione rapimento di Abu Omar il Sismi ha fatto tutto quanto dovuto, il governo sapeva e, se l’operazione era legittima, poteva secretarla. Io non ho sentito parlare di nulla di tutto questo con l’aggravante di quanto mi ha insegnato un’esperienza personale.
Dal 1994 al 1997 sono stata componente del Comitato Misto Paritetico Servitù Militari (eletta dal consiglio regionale sulla base della legge
Legge 24 dicembre 1976 n.898 e successive modifiche) e ho avuto l’opportunità di conoscere aspetti dell’ufficialità delle forze armate italiane e anche di visitare, per regolare incontri dovuti, la base di Aviano, dove ho constatato la scarsa autorevolezza dei militari italiani nei confronti degli statunitensi.
Quando ho chiesto di conoscere le norme che ne regolano i rapporti (e che, per l’aspetto non secretato appartengono al Memorandum da cui ho riportato una citazione nel mio diario di ieri) mi è stato risposto che erano segrete. Allora ho chiesto –ed era mio diritto dovere- di conoscere il decreto di secretazione … e ho ricevuto immediatamente il documento.
Spero che tutto questo spieghi l’eccesso rilevato nella mia affermazione
Grazie comunque a “Barone Rosso”  per l’opportunità di dialogo               augusta

 

 

7 luglio

Una velocissima risposta al nuovo commento di "Barone Rosso" (di seguito a questo blog).

Mi fa piacere che abbia potuto esprimere liberamente il suo pensiero, dato che ho creato questo blog per esprimere liberamente il mio. Il fatto che ha me quella parola "aiutino" metta i brividi nulla toglie al piacere di avergli offerto uno spazio.
Quanto ad Antica Babilonia non alludevo, ma dichiaratamente mi riferivo.

Non posso credere a che tre persone in divisa (la responsabilità dei crimini, ancorché ordinati da superiori autorità, é pur sempre personale) si possa far carico della totale responsabilità del viaggio di un container pieno d'armi attraverso i porti del Mediterraneo.

Inoltre le armi si trovavano nei magazzini di una caserma non a casa loro come i reperti archeologici trafugati, pare, privatamente. E se così é, quest'ultimo - a differenza dell'altro che valuto molto più grave per quanto ho potuto leggere- sarebbe "solo" un furto. Un furto che mi offende come essere civile inserito nella storia umana e mi addolora per la rozzezza di chi lo ha compiuto (se lo ha fatto a titolo personale).
Non ho mai fantasticato di conseguenze e connessioni strane sulla strage di Petano (in quel caso ha parlato la magistratura) né, men che meno, sull'11 settembre e stragi successive. La fantasia non é il mio forte e non mi permetterei di esercitarla di fronte alla sofferenza, a nessuna sofferenza.

Quanto a Cossiga ... per ciò che personalmente mi riguarda, il gladiator-pensiero non  fa parte della mia visione della realtà, fermo restando il diritto dell'ex presidente di dire ciò che crede, senza che si debba addolorare per la mia indifferenza.

Cordialmente                    augusta