Questo diario elettronico ha una storia... (continua)


mercoledì, 02 agosto 2006

Oggi un lungo diario, l’ultimo fino a settembre: intanto voglio concedermi una pausa e poi ragionare sull’opportunità di andare avanti.
A me diariealtro serve moltissimo perché mi stimola a cercare informazioni, coordinarle, confrontarle, sceglierle.  Ma è una giustificazione sufficiente per tenere aperto un blog?
Comunque oggi, per favore, andate fino in fondo perché là metterò il testo che ritengo più interessante e coinvolgente.                                                      augusta

Da Il Manifesto di ieri traggo un appello che mi piace perché scritto da una persona che mette in gioco se stessa.
Di seguito c’è una citazione che ho ripreso da un’intervista di Moni Ovadia che si trova, sempre in data di oggi, in <battelloebbro.splinder.com>. Merita di essere letta integralmente.

Qualcosa possiamo fare, noi ebrei italiani di Stefania Sinigaglia
Domenica mattina, risveglio davanti alle immagini trasmesse dalla Bbc da Qana, Sud Libano.
«Di fronte agli eserciti e alle superpotenze ci si sente deboli e inermi. Abbiamo dalla nostra parte soltanto la capacità di analisi e raziocinio, la nostra volontà di reagire e di farci ascoltare, e su queste risorse dobbiamo contare. Dobbiamo agire qui ed ora, dal basso, dato che i poteri del mondo dimostrano o connivenza insipiente o colpevole complicità, come organizzazioni e associazioni, ma soprattutto come ebrei singoli quali siamo, insieme alle organizzazioni palestinesi che rifiutano le derive islamiste, dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per evitare una catastrofe comune».
Ho riguardato alcuni miei testi scritti anni fa, come singola ebrea laica già legata al piccolo gruppo «Ebrei contro l'Occupazione», ora libera battitrice grazie alle cesure temporali delle mie peregrinazioni terzomondiste, perfetto cliché dell'ebrea errante del 21esimo secolo. E pour cause: la terra promessa non è in quel lembo di territorio strappato a un altro popolo che da 60 anni ormai lotta per averne la porzione cui il diritto internazionale inascoltato decreta il suo diritto ad accedere. Testi del 2002, pubblicati dal manifesto o usati per riunioni pubbliche, che dicevano: la misura è colma, Israele sta distruggendo se stesso e la sua anima nel distruggere il sogno palestinese di una patria e di un loro ritorno, ossessionato dal miraggio di una impossibile «sicurezza», ottenibile solo al prezzo della rinuncia alla politica di aggressione che dagli anni Ottanta lo ha caratterizzato. Ma questa misura si rivela smisurata, la misura non ha fondo, la follia miope e disastrosa delle dirigenze israeliane (e la cecità di chi le elegge) sfida ogni sforzo di comprensione. Ciascuna nuova compagine governativa supera la precedente in capacità di recare morte e distruzione a popolazioni inermi, perseguendo militarmente un nemico politico che si rivela sempre più ubiquo e inafferrabile, e che come Atlante ad ogni colpo inferto si rialzerà rafforzato, sia in Palestina, a Gaza e in Cisgiordania, sia ora, di nuovo, in Libano, chissà domani in Siria o in Iran. E recando morte e distruzione a civili, e ai civili più poveri e privi di risorse, quelli che non hanno neppure i soldi e la macchina per scappare, addensa su di sé non solo l'obbrobrio di chi ha occhi per vedere ma compatta una nuova più solida resistenza. Invece di distruggere Hezbollah, Israele lo sta rafforzando oltre ogni previsione, in modo perfettamente autolesionista.
Ripensando ai versi del famoso canto pacifista di Bob Dylan di 40 anni fa, quanti morti ci vorranno ancora finchè Israele capisca che non si può esigere il diritto alla propria esistenza finchè non si riconosce il diritto di esistere degli altri? E questi altri sono i loro vicini, i loro, i nostri, cugini. «Degli Ebrei sono cugino», diceva la copertina di un Espresso del giugno del 1967, recante l'immagine di Nasser sconfitto. Già, cugini, e non ci sono lotte peggiori di quelle tra parenti o lontani parenti. Tutti figli in un modo o nell'altro di un Medio Oriente che non smette di sanguinare. Gli Israeliani dicono agli ebrei della diaspora, quei pochi che alzano la voce contro la loro politica distruttiva ed autodistruttiva: voi non siete qui, la pelle è la nostra, noi ci difendiamo. Chiamano traditori o rinnegati i loro dissidenti interni, anche loro una minoranza vocale ma numericamente esigua. Che in questi giorni sono in piazza comunque, come mi ha assicurato una rappresentante di New Profile, una delle organizzazioni che aderiscono alla Coalition of Women for a Just Peace.
La maggioranza, in Israele e anche nella Diaspora, è accecata dal mito del militarismo, che sembra l'unica garanzia di salvezza, perché si hanno negli occhi ancora le immagini degli ebrei buttati come cenci sporchi nei vagoni blindati. Mai più deboli, mai più vilipesi, mai più vittime.
Israele-Faust ha fatto allora un patto con un neo-Mefistofele: mai più vittima, vittime saranno «gli altri». Ma non esisterà nessuna catarsi un questa nuova edizione del Faust, nessun «fermati sei bello». Solo il baratro dell'ignominia di uno Stato che da faro possibile di civiltà e di redenzione si muta in canaglia internazionale.
Che possiamo fare noi ebrei italiani per esprimere il nostro orrore e il nostro rifiuto di fronte a questo nuovo salto di qualità nella discesa agli inferi della politica israeliana? Vogliamo tacere e macinare il nostro disgusto e la nostra rivolta davanti alle immagini di dolore lancinante dei civili libanesi e palestinesi? L'inettitudine della diplomazia è stata finora somma, solo la volontà di pace delle persone di buona volontà ci può forse ancora una volta aiutare ad uscire da questo nuovo carnaio.
Propongo che come singoli e in silenzio, senza alcuna etichetta ci si ritrovi davanti alla Sinagoga di Roma, il venerdì sera prossimo, con un semplice cartello di cartone che ognuno di noi può scriversi a casa, che dica: «Nessuna soluzione militare ai problemi politici in Medio Oriente. Applicazione di tutte le risoluzioni dell'Onu. Solo il negoziato conduce a una pace sostenibile».

«C´è in gioco la sensibilità particolare di un popolo che ha rischiato l´estinzione dalla faccia della terra per scelta chirurgica. Da qui si attivano meccanismi di reazione che possono apparire e che possono essere inaccettabili. Ma questa ipersensibilità è, lo dicevo, un boomerang. Devono fermarsi, riflettere su quel stanno facendo e sull´impatto anche visivo delle loro azioni. Forse è venuto il momento di smetterla anche l´unilateralismo, si torni alla strada indicata da Rabin, non ce ne sono altre».    (Moni Ovadia)

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E ora lo spazio di Monica

monica

INTERVENTO  N.  5
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                                                                             “BEIRUT ’75”

In questi giorni ho riletto alcune pagine di questo libro, spietato quanto bello, di Ghada Samman, scrittrice nata a Damasco e ora residente a Parigi, che è stato pubblicato in Italia nel 1995 da Jouvence con il titolo Un taxi per Beirut.
“Tutte le donne e tutti gli uomini sognano Beirut”
dice uno dei protagonisti all’inizio del romanzo nel quale, come in una tragedia greca, non è ammesso alcun miracolo e del quale tutti i personaggi sono destinati inevitabilmente ad una fine crudele, inghiottiti da quella città che da sogno collettivo si trasforma in una divoratrice di sogni e di vite.
Prima della presentazione, a cura di Carmen Llera Moravia, si legge:
Questo romanzo rivela il potere della letteratura nel prevedere il futuro. Ghada Samman ha scritto questo libro e lo ha pubblicato nel 1974, quando Beirut era ancora nel pieno del suo benessere. Nel romanzo la veggente Fa’iza profetizza la tragedia imminente quando dice al bey che è venuto a consultarla: “Vedo un grande dolore. Vedo sangue, molto sangue”. Pochi mesi dopo l’uscita del libro scoppiò effettivamente la guerra del Libano, confermando questo vaticinio, nella data che compare nel titolo: 1975.
Beirut 2006. Da ormai due settimane il paese dei cedri è ripiombato nell’incubo della guerra.
Non sono mai stata in Libano – non ancora, come mi piace dire dei posti che vorrei visitare –, ma mi ha sempre incuriosita. Perché da grande appassionata di musica e letteratura araba non posso non rimanere colpita dal “miracolo libanese”: l’incredibile numero di cantanti, scrittori e poeti che quella terra stretta tra le montagne e il mare, la cui superficie è di poco più grande di quella del Friuli Venezia Giulia, ha visto nascere nel corso della sua storia.
Accanto al dolore e alla rabbia per quanto sta accadendo in questi giorni nutro la speranza che, auspicabilmente con il sostegno, non solo economico, dell’Occidente e del mondo arabo – entrambi, secondo me, ugualmente colpevoli e assenti in questo dramma, tranne poche eccezioni –, il Libano possa mostrarsi capace di un altro “miracolo” e tornare ad essere il paese che ha ispirato tanti artisti. 
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E infine una poesia scritta da una adolescente malata terminale di cancro in un ospedale di New York, che riesce a dirci parole di saggezza (e paradossalmente di speranza) che non sembrano appartenere alle pazzie che siamo costretti a vedere tutti i giorni
(ringrazio Alda che me l’ha inviata)

DANZA LENTA
 Hai mai guardato I bambini
 In un girotondo?
 O ascoltato il rumore della pioggia
 Quando cade a terra?
 O seguito mai lo svolazzare irregolare di una farfalla?
 O osservato il sole allo svanire della notte?
 Faresti meglio a rallentare.
 Non danzare cosi veloce.
 Il tempo è breve.
 La musica non durerà.
 Percorri ogni giorno
 In volo?
 Quando dici "Come stai"?"
 Ascolti la risposta?
 Quando la giornata è finita
 Ti stendi sul tuo letto
 Con centinaia di questioni successive
 Che ti passano per la testa?
 Faresti meglio a rallentare.
 Non danzare cosi veloce
 Il tempo è breve.
 La musica non durerà
 Mai detto a tuo figlio,
 lo faremo domani?
 Senza notare nella fretta,
 Il suo dispiacere?
 Mai perso il contatto,
 Con una buona amicizia che poi è finita
 Perché tu non avevi mai avuto tempo
 Di chiamare e dire "Ciao"?
 Faresti meglio a rallentare.
 Non danzare cosi veloce
 Il tempo è breve.
 La musica non durerà
 Quando corri cosi veloce per giungere da qualche parte
 Ti perdi la metà del piacere di andarci.
 Quando ti preoccupi e corri tutto il giorno,
 E´ come un regalo mai aperto . . . Gettato via.
 La vita non è una corsa.
 Prendila più piano
 Ascolta la musica
 Prima che la canzone sia finita.


NOTA DELL'8 LUGLIO 2007
LA NOTIZIA DELLA BAMBINA MALATA TERMINALE SI é DIMOSTRATA UNA BUFALA

Ho pubblicato altre poesie di bambini il 19 e  il 22 febbraio 2005   
Arrivederci a settembre
Se qualcuno vuole aggiornare il blog, lo spazio dei commenti è a disposizione.           augusta