Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

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sabato, 30 settembre 2006

Della notizia che trascrivo di seguito avevo scritto anche il 15 settembre.

Da Il Manifesto -  sabato 30 settembre 2006
Protesta no stop per tornare a casa di Geraldina Colotti

”Vogliamo tornare a casa in Palestina”. La scritta a colori bianco, verde e nero campeggia ancora davanti alla Farnesina a Roma. E’ la richiesta del gruppo folkloristico Sanabel, che dai primi di settembre ha messo la tenda lì, sperando che il governo italiano si adoperi per portarli a casa.
I danzatori palestinesi – nove ventenni inviati in Italia a giugno per un tour artistico-, sono bloccati a Roma per la chiusura dei valichi d’entrata, imposta da Israele dopo l’invasione del Libano. Fanno parte dell’Unione giovani progressisti palestinesi, un’associazione nazionale di giovani a carattere sindacale e solidaristico.
I proventi del loro tour, promosso in Italia dall’Unione democratica arabo-palestinese (UDAP), sarebbero serviti a comprare libri e matite per i bambini dei campi profughi: “ma i soldi sono andati via in pochi giorni per il mantenimento – dice Baha, coordinatore del gruppo- il costo della vita è così alto a Roma”. Tanti problemi per mantenersi, e nessun mezzo per sostenere con dignità questa permanenza forzosa. I ragazzi sono riusciti a rimanere in una casa del Comune, ma per tutto il resto non sanno come fare.
Una piccola emergenza umanitaria in quella drammatica e insostenibile che vivono i palestinesi di Gaza, da cui provengono gli artisti.
“Gaza è una prigione e Israele sembra averne gettato le chiavi”. Parole che il relatore ONU per i diritti umani nei Territori occupati della Palestina, il sudafricano John Dugard, ha pronunciato davanti al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.
Parole che riprende anche l’esponente dell’Udap Chokri, stanco di bussare a tutte le porte, ripetendo con i ragazzi la loro richiesta semplice di tornare in Palestina. Ma come, se il valico di Rafah apre solo per brevi intervalli e se l’Egitto si dichiara indisponibile a “gestire” altri palestinesi venuti da fuori? ”Il nostro popolo muore – dice ancora Baha – i carri armati hanno distrutto anche la centrale del latte costruita dalla cooperazione internazionale”.
Le forze internazionali, ufficialmente garanti del rispetto dei patti da parte di Israele, “dovrebbero imporre l’apertura dei valichi e il nostro rientro da Rafah – continua Baha – ma in tre mesi “sono morte 17 persone, Israele continua ad ignorare il diritto internazionale e noi a rimanere qui”.
Al governo italiano, i ragazzi chiedono almeno un visto per la cittadina egiziana di Al Arish, da cui attendere gli orari di apertura del valico.
Ma nessuno gli ha ancora risposto.


        VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale  29 settembre  /  5 ottobre 2006  n. 661 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 27 settembre 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        4.282     
Israeliani          1.042         
Altre vittime         77         
Totale                5.401        

Internazionale  29 settembre  /  5 ottobre 2006  n. 661 pag.  14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  del  27 settembre  2006
Iracheni              43.494  /  48.286
Americani                    2.708                             
Altre vittime                   235                          

Pagina diario scritta da: AUG a 21:39 | link | commenti | | Torna su
israele palestina, rassegnastampa, vittime di guerra

giovedì, 28 settembre 2006

Rinvio ancora quanto volevo scrivere sulla Lectio Magistralis del papa perché i testi che riporto mi sembrano di maggior urgenza                                                                   augusta


Dal blog. <battelloebbro.splinder.com> mercoledì, 27 settembre 2006

Malkija, dal carcere al Cpt di Ponte Galeria di Michela Bevere Scarcerata per effetto dell’indulto, ora si trova rinchiusa nel Cpt di Ponte Galeria, perché trovata senza passaporto e senza permesso di soggiorno. E rischia l’espulsione. Protagonista di questa storia è Malkija C., una rom di 28 anni, madre di quattro figli, che frequentano regolarmente le scuole romane. Era in carcere da dieci mesi, Malkija, e doveva farsi ancora un anno e mezzo per furto. La recente legge sull’indulto le avrebbe restituito la libertà. Ma non è andata così. All’uscita dal carcere di Rebibbia la giovane rom ha trovato i poliziotti dell’ufficio immigrazione della questura, che ai primi d’agosto controllavano uno per uno gli stranieri liberati con lo sconto di pena, per verificare che fossero in regola con il permesso di soggiorno e con la legge sull’immigrazione Bossi-Fini. Come centinaia di immigrati e di nomadi, Malkija ha ricevuto il decreto prefettizio di espulsione e il 10 agosto il questore l’ha fatta rinchiudere nel Cpt di Ponte Galeria, in attesa di spedirla in Bosnia. Un paese sconosciuto per lei, che vive in Italia da ben 24 anni. Prima a vicolo Savini, mentre ora dovrebbe andare in un campo attrezzato a Castel Romano sulla Pontina. La giovane nomade ha avuto quattro figli e li ha allevati senza il padre, il più piccolo ha tre anni e il più grande nove anni. Tre di loro vanno regolarmente a scuola a Roma, "con buon rendimento" come sottolinea l’assessore alle politiche sociali del Municipio XI, Gianluca Peciola, in una lettera a sindaco, prefetto e questore. I quattro bambini potrebbero adesso lasciare la scuola per seguire la madre in quel paese sconosciuto, altrimenti dovranno separarsi da lei e rimanere a Roma, con i parenti ai quali erano stati temporaneamente affidati dopo l’arresto della donna. Comunque vada, sarebbe una tragedia. L’avvocato Luca Guerra che assiste Malkija ha fatto ricorso al giudice di pace contro l’espulsione. Ma c’è anche un’altra questione. Una specifica norma della legge sull’immigrazione, consente "l’ingresso o la permanenza del familiare per un periodo determinato, anche in deroga" alle norme generali, "per gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico" dei figli minori. Gianluca Peciola ricorda, infatti, il caso di Nevreza Hamidovic, una rom espulsa e allontanata dalla famiglia nel settembre 2005, per il quale l’Italia è stata condannata dalla corte di Strasburgo per violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani che protegge "la vita privata e familiare". Secondo l’assessore del Municipio XI la vicenda di Malkija "dimostra il fallimento non soltanto della Bossi-Fini, ma anche dell’impianto normativo precedente, che ha dato vita ai Centri di permanenza temporanea". "La reclusione amministrativa oltre ad essere umanamente aberrante - dice ancora Peciola - è incostituzionale e deve essere respinta". Intanto la Prefettura ha bloccato l’espulsione, assicurando, per il momento, che i bambini resteranno in Italia. E sono tutti in attesa dell’esito del ricorso al giudice di pace, che dovrebbe risolvere il problema dell’applicazione dell’indulto agli stranieri, che si trasforma nell’inizio di un incubo.
Tratto dal sito: Rivista [ lunedì 25 settembre 2006 ] | pr
 

da La Repubblica sito web   (28 settembre)

"SONO Mariana Dontcheva, curatrice del museo archeologico di Varna, in Bulgaria. Ho perso per cinque giorni la mia libertà, ho deciso di raccontarvi la mia esperienza al Cpt di Ragusa". Comincia così il diario dell'archeologa finita nell'imbuto nero di un centro di accoglienza italiano. Veniva da Parigi, parla sei lingue, aveva la carta d'identità, ma non il permesso di soggiorno.
Sono Mariana Dontcheva, questa è la storia dei miei cinque giorni senza libertà al Cpt di Ragusa.
Mercoledi, 20 settembre
E' un pomeriggio sereno. Sono a Grosseto a trovare il mio amico che tra qualche giorno dovrà sottoporsi ad un intervento in ospedale. Due carabinieri bussano alla porta di casa e chiedono i nostri passaporti. Li guardano, li sfogliano, poi ci dicono che dobbiamo andare in caserma per firmare dei documenti... Lì mi sottopongono un questionario, chiarisco i motivi del mio arrivo in Italia e compilo i miei dati personali. Firmo anche un altro foglio, mi spiegano che servirà alla questura dove mi dovrò presentare il giorno dopo.
Ci invitano a salire in macchina, partiamo... ma non ci riportano a casa. Chiedo dove stiamo andando, capisco che la destinazione è un'altra caserma . Servono altri accertamenti, i carabinieri dicono che è una procedura standard. Non sono preoccupata, ma un po' sorpresa sì: mi prendono le impronte, mi scattano la fotografia, cose che ho visto fare con i criminali ricercati. Comincio ad essere inquieta, chiedo che cosa sta succedendo. La risposta è sempre la stessa: non si preoccupi, questa è una procedura di identificazione standard, serve per evitare che gli stranieri entrino in Italia con un nome diverso... Sono curiosa, cerco di capire perché, per aver ritardato di qualche giorno la richiesta di un permesso di soggiorno, sono già considerata una persona che tenta di varcare il territorio italiano con un altro nome. Finalmente, dopo otto ore, riusciamo a tornare a casa.

Giovedì, 21 settembre
Mi presento alla Questura la mattina presto. Sono calma, aspetto paziente il mio turno, provo a fare qualche domanda ma non tira aria, fiuto un clima nervoso, mi rassegno. Rispetto il lavoro degli altri, non è sempre facile. Passano le ore e io sono sempre lì, senza che succeda niente, senza che nessuno mi dica niente. A questo punto chiedo che cosa vogliono da me, che cosa ci faccio lì. Mi dicono: lei deve solo aspettare. Sono in un corridoio stretto, vado su e giù, comincio a preoccuparmi. All'una e mezzo, finalmente vengono da me: devo firmare un foglio. Mi comunicano che mi porteranno a Ragusa in un centro d'accoglienza. Adesso ho paura. Alla mia ennesima richiesta di capire quel che mi sta succedendo, arriva la spiegazione: sarò espulsa dall'Italia perché non ho rispettato i tempi previsti dalla legge per richiedere il permesso di soggiorno. Provo a convincerli che sono una persona perbene, che c'è sì un ritardo ma anche la buona fede. Non posso capacitarmi di essere in una situazione del genere. La legge non si interessa dei singoli casi, mi dicono, la legge è una. Piango, mi vergogno. Penso che con tutte le mie esperienze di studiosa, sempre in giro per missioni culturali nella Comunità europea, non sono riuscita a regolare in tempo una richiesta di soggiorno per pochi giorni in Italia... Non mi era mai capitata una cosa così. Mi sembra di vivere un brutto sogno.
Inizia il mio lungo viaggio da Grosseto alla Sicilia. I due carabinieri della scorta sono gentili, fanno di tutto per calmarmi. In piena notte arriviamo davanti alle inferriate del Cpt di Ragusa. Ci aspettano. Vedo donne insonni con gli occhi spaventati. Ricevo lenzuola di carta, un bicchiere con il sapone liquido, un asciugamano. Mi mettono su un letto a castello.
Venerdì, 22 settembre
Non riesco a dormire, mi alzo presto. Il cellulare squilla in continuazione, sto organizzando una mostra, non capiscono dove sono finita, perché non torno. Mi danno una tuta, una maglietta, calze, biancheria intima. Il personale del centro è molto gentile, cerca di capire le storie di ognuna di noi e anche di aiutarci. Mi consigliano di prendermi un avvocato e spiegare quel che mi è successo davanti ad un giudice di pace. Le ragazze detenute nel Centro mi chiedono la mia storia e mi raccontano la loro. Storie diverse con un unico finale: siamo tutte qui, al Cpt. Storie che finiscono sempre con la stessa frase: "Non ho fatto nulla di male". Una madre con cinque figli nati in Italia, laureata in economia, una ragazza che è andata a chiedere aiuto ai carabinieri e loro l'hanno portata al Centro, una donna incinta... Alcune di loro stanno a Ragusa da più di un mese. Io intanto mi leggo le procedure, cerco di capire i dettagli della legge che mi ha portata qua dentro. Sto malissimo, mi sembra di impazzire, i miei amici francesi e italiani mi confortano costantemente.
Sabato, 23 settembre
Dopo qualche minuto di conversazione, il giudice di pace mi spiega che per il mio caso non si può fare niente. L'avvocato Maria Platania è più ottimista, mi dà dei consigli. Io voglio solo andarmene al più presto da qui, voglio andare a casa mia, continuare il mio lavoro, partecipare alla presentazione del mio primo libro di poesie. Il mio Paese, la Bulgaria, entrerà nella Comunità europea tra pochi mesi, nel 2007, ma in tutti questi anni mi sono sentita sempre considerata e accettata come una cittadina europea. Sempre: fino a questa esperienza.
Domenica, 24 settembre
È il giorno più duro, più lungo. Non succede niente, non si muove niente da "fuori". Ascolto le storie delle altre donne, mille volte uguali a se stesse. C'è grande solidarietà tra di loro, si appoggiano le une alle altre, spesso piangono sdraiate sul letto oppure ridono nervosamente. Rumore di cellulari che squillano, un'attesa infinita. L'unico evento è la mensa, aspettando il lunedì.
Lunedì, 25 settembre
I giornali italiani parlano di me! Questo mi aiuta, sono davvero grata alla stampa. Improvvisamente l'incubo finisce: nella notte io e altre cinque donne veniamo scortate fino a Roma. Le autorità italiane mi raccomandano al comandante dell'aereo: "Trattatela bene, è una brava persona". Stringo di nuovo il mio passaporto, per 5 giorni non ho avuto identità. Ora sono libera. Spero che la mia storia faccia riflettere
.

NOTA: Quando ne avrà voglia (e se mai l’avrà) la signora
Mariana Dontcheva potrebbe chiedere al papa cosa intende per radici cristiane –ellenisticamente rivisitate, secondo l’edizione più recente - dell’Europa.
Personalmente mi vergogno di essere cittadina di uno stato che, in un blog, non posso aggettivare.                                           augusta

Pagina diario scritta da: AUG a 23:26 | link | commenti | | Torna su
rassegnastampa, segnalazioni da altri blog

mercoledì, 27 settembre 2006

Avevo raccolto da vari siti molti materiali che ritenevo importante diffondere, ma mi sento costretta a dare la priorità ad altre due questioni.
Di una scriverò questa sera, dell’altra (i risvolti locali della Lectio Magistralis del papa- o dovrei dire del prof. Ratzinger?) domani o dopodomani.
La prima è la vicenda della bimba bielorussa “Maria” che non ritengo di dover raccontare perché notissima e propagandata in tutti i programmi radio e TV, nonché dalla stampa.
Mi limito a riportare una essenziale cronologia che ho tratto dal sito web de La Repubblica:


ROMA
(27 settembre) - Con il ritrovamento annunciato dal ministro della Giustizia Clemente Mastella, la storia di Maria, la bambina bielorussa di 10 anni nascosta dai genitori affidatari italiani, sembra essere giunta a un punto di svolta. Ecco la cronologia della vicenda:
9 settembre - Il padre affidatario di Maria rivolge un appello perché la bimba possa restare in Italia. La bambina avrebbe raccontato di aver subito violenze nell'istituto di Vileika, nel quale sarebbe dovuta tornare. La coppia genovese l'ha nascosta per non farla tornare in Bielorussia. Entrambi i coniugi sono indagati dalla procura di Genova per sottrazione di minore.
12 settembre - L'ambasciatore bielorusso in Italia, Alexei Skripko, consegna al procuratore della Repubblica di Genova, Francesco Lalla, una querela per sottrazione di minore firmata dal tutore di Maria, il direttore dell'istituto di Vileika.
14 settembre - L'ambasciatore Skripko annuncia che Maria non tornerà nell'orfanotrofio di Vileika ma in un centro della regione di Minsk. Dichiara anche che non c'è un blocco delle adozioni ma "una pausa per verificare le cose e per coordinare le nostre azioni con il governo italiano".
15 settembre - L'ambasciatore bielorusso chiede "prove e non parole sull'esistenza fisica di Maria e sulla sua salute". Le Associazioni Volontariato Italiano per la Bielorussia criticano i coniugi genovesi e chiedono la restituzione della piccola. Il procuratore capo Francesco Lalla incontra la coppia.
16 settembre - I carabinieri perquisiscono la casa degli affidatari, i coniugi Giusto-Bornacin, e due appartamenti di loro parenti stretti.
20 settembre - Il ministero degli Esteri bielorusso convoca l'ambasciatore italiano a Minsk Ardizzone e consegna una nota che definisce la vicenda un sequestro volontario di persona.
25 settembre - I legali della famiglia Giusto depositano in Procura di Genova un video nel quale Maria garantisce di essere in buona salute e conferma la volontà di non tornare in patria.
26 settembre - Le "nonne" di Maria sarebbero indagate per sottrazione di minore in concorso con i due figli. Le foto delle due donne sono diffuse a televisioni e giornali.
27 settembre - Maria è trovata in una casa di accoglienza in Valle d'Aosta in compagnia delle due "nonne".

Devo confessare un mio iniziale fastidio, quando non avevo ancora valutato la gravità della situazione, nel vedere la stanza che i coniugi che avevano accolto Maria le avevano riservato, colma di giochi, di ninnoli … il trionfo del consumismo offerto all’infanzia.
Ma ora vedo la vicenda sotto un altro aspetto e mi preoccupano non poco le modalità con cui viene presentata (anche l’uso dei termini affido e adozione nella cronologia che ho riportato sopra è piuttosto allegro, se si può essere allegri in questa orribile storia).
Proviamo a dar ordine almeno alla terminologia con cui descrivere la vicenda.
Le modalità con cui un bambino/a può essere accolto in una famiglia italiana di cui non è figlio naturale sono l’adozione e l’affido, istituti che possono riguardare minori sia italiani che stranieri.
Entrambi gli istituti sono regolamentati per legge e, purtroppo di regola solo teoricamente, intesi a promuovere il diritto del bambino ad avere una famiglia.
Ancora esiste la tipologia dei “minori stranieri non accompagnati” per cui è previsto che il comune di residenza garantisca la tutela.
Maria non rientra in nessuno di questi casi.

E’ stata infatti – come migliaia di altri bambini bielorussi dopo Chernobyl – ospitata per un periodo di vacanza da una famiglia italiana nell’ambito di attività di una delle associazioni (non credo che altra possibilità di trasferimento di bambini vi sia) che assicurano il “trasporto” e l’accoglienza familiare ai bambini bielorussi.
La coppia accogliente ha saputo dalla bimba di violenze perpetrate nei suoi confronti nell’istituto da cui proveniva.
A questo punto hanno chiesto che la piccola potesse restare in Italia e la vicenda si è svolta, fino ad oggi, come descritto nella cronologia presentata da La Repubblica.
A questo punto posso fare solo alcune domande e un paio di  constatazioni.
Quale che fosse l’associazione che ha trasferito Maria è stata contattata da chi aveva sentito quell’orrenda storia perché promuovesse subito contatti discreti a verifica del racconto della piccola? Se sì cosa ha fatto? Se no perché non è stata coinvolta?
Maria è stata visitata (sia pur occultamente, in nome del segreto professionale) da competenti che potessero verificare le sue condizioni e la fondatezza dei suoi racconti? Oppure tutto si basa solo sulla testimonianza di chi ha ascoltato il suo racconto?
E ancora perché nessuno (almeno di coloro che io ho ascoltato e di cui ho letto i commenti) ha fatto riferimento al testo della Convenzione della Nazioni Unite sui diritti del bambino? Non so se la Bielorussia l’abbia firmata, ma per l’Italia è legge
(
LEGGE 27 maggio 1991 n. 176. - pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell'11 giugno 1991, n. 135) e poteva essere un terreno oggettivo per i termini di una mediazione che mi sembra si sia giocata fra i buoni sentimenti e un gelido legalismo.
Infine perché – come riferisce La Repubblica “
La notizia del ritrovamento di Maria è stata accolta da un grande applauso e un coro di 'Evviva' dai genitori del Coordinamento delle famiglie adottanti in Bielorussia riuniti da ore davanti al Parlamento per manifestare contro quello che avevano definito "un sequestro di persona”?
E’ vero che la Bielorussia aveva bloccato il trasferimento dei bambini (solo per il periodo di vacanza o anche per eventuali adozioni a norma di legge? Non è chiaro) ma se queste persone avevano documentazione atta a smentire il racconto attribuito a Maria dovevano produrla, se invece si sono disinteressate della sorte di una bambina in nome del loro diritto ad avere un figlio (adottivo, affidato a termini di legge o “temporaneamente presente” – non ne è chiaro lo status) trovo ripugnante quell’applauso.
Una creatura che non può difendersi e subisce violenza (se violenza c’è stata forse non lo sapremo mai) non può essere pesata sulla bilancia di opportunità numericamente più significative, a meno che i bambini non siano da trattarsi come proprietà private da godere a proprio uso e consumo.
augusta

28 settembre

Mi sento in  dovere di una precisazione.
Ho ascoltato a Prima Pagina (radio3) una sconvolgente telefonata di una delle “nonne” di “Maria” da cui risulterebbe (non sta a me dare per certo ciò che sento e non posso giudicare) che ci sono riscontri oggettivi alle denunce di Maria.
Se così è due domande:
- che dire della posizione collettiva degli ospiti dei bambini bielorussi? Sono disposti a distruggere
  una bambina per non creare danni agli altri?.
- dove stavano e stanno gli enti di tutela dei minori che potrebbero almeno dare pubblica
  informazione sui diritti dei bambini (e cercare così di salvarne la dignità comunque violata)?
A tale proposito mi sento in dovere di segnalare un’affermazione della “nonna di Maria”: gli ospiti temporanei della piccola avrebbero rinunciato ad avere un proprio figlio biologico (il che sarebbe per loro possibile) per “facilitare l’adozione” della piccola.
Qualcuno a tanto li avrebbe consigliati. Mi sembra tutto una follia perché la presenza di figli non ostacola le adozioni a norma di legge. Se a tanto fossero stati indotti da una situazione particolare della piccola, bisognava dirlo: questa vicenda è servita a far passare un sacco di stupidaggini che i bambini offesi non possono smentire.                                                            augusta

 

Pagina diario scritta da: AUG a 21:47 | link | commenti (2) | | Torna su
bambini

domenica, 24 settembre 2006

Poiché oggi voglio scrivere qualche cosa di mio, oltre la raccolta di documenti che vado scovando qua e là, sarei tentata di recitare al telefono, a un qualsiasi interlocutore-vittima, il tutto poiché alla diffusione ci tengo e i lunghi orecchi degli spioni sembrano essere il modo migliore per far girare ciò che uno vuole o non vuole far sapere.
Non credo però che qualcuno si prenderebbe la briga di registrare i miei brontolii, quindi resto al blog.
Riporto da la Stampa on line di ieri (ne parlano tutti i giornali, ma questa breve cronaca mi sembra la più chiara):
AGRIGENTO. Per due giorni un rumeno è rimasto seppellito dalle macerie di una palazzina di quattro piani crollata a Torre di Gaffe, frazione di Licata, a una decina di chilometri da Agrigento. Ma è morto dopo essere stato estratto dai vigili del fuoco, e per tirarlo fuori i medici gli avevano amputato i piedi.
<…> I sindacati sostengono che veniva pagato «in nero» dall’impresa che stava ristrutturando l’edificio con dodici appartamenti. Per la ditta «non esisteva» nella contabilità ufficiale e i responsabili del cantiere hanno anche dimenticato di segnalarlo ai vigili del fuoco dopo il crollo avvenuto mercoledì scorso. Nessuno si è preoccupato di sapere che fine avesse fatto Mircea Spiridon. Nessuno aveva detto che sotto quella montagna di detriti e sbarre di ferro ci poteva essere qualcuno. E’ stata la moglie a denunciare la scomparsa del rumeno dopo che la sera non lo aveva visto rincasare. <…>
E’ noto che per molti in Italia gli immigrati sono percepiti di regola come minacciosi “clandestini”, però – quando lavorano- cessano di essere clandestini e diventano “lavoratori in nero”. Ma morti, mutilati, moribondi non servono più e si possono dimenticare come si fa in treno con i giornali già letti. Possono diventare però anche i capri espiatori del cattivo-comune buon senso.
Infatti (e questa volta cito dal Corriere on line):
BOLOGNA - Un'invenzione completa, per vergogna, per paura che la madre sapesse che era stata vista in atteggiamenti intimi con un ragazzo. È la confessione che, nel cuore della notte, ha fatto ai carabinieri la dodicenne che giovedì pomeriggio aveva denunciato uno stupro di gruppo in un parco ad Anzola Emilia (Bologna)”.
Mentre la ragazzina si pentiva, il marocchino, identificato come uno degli stupratori, veniva sottoposto ad umilianti ricerche sulla sua persona.
Non credo che qualcuno vorrà imporre alla denunciatrice il dovere di chiedere pubblicamente perdono, dopo averle negato evidentemente anche quell’educazione che la potesse rendere consapevole degli stimoli che appartengono agli adolescenti e che vengono gestiti con tutta l’incertezza di quell’età.
Eppure sarebbe l’unica cosa giusta da fare non solo nei confronti del denunciato ma anche  nei confronti di quella poveraccia, vittima lei stessa dell’ignoranza che arricchisce il pregiudizio.
Che dire dell’ambiente familiare, scolastico o… dove tanta incoscienza è maturata?
augusta



       VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale  22  / 28  settembre   2006  n. 660 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 20 settembre 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        4.276      
Israeliani          1.042         
Altre vittime         77         
Totale                5.395        

Internazionale  22  / 28  settembre   2006  n. 660 pag.  14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  del  20 settembre  2006
Iracheni              43.269  /  48.046
Americani                    2.690                             
Altre vittime                   233                          

Da battelloebbro.splinder.com  giovedì, 21 settembre 2006
Argentina: storica sentenza contro un ex ufficiale
"Delitti commessi nell'ambito del genocidio". Questo la storica dicitura contenuta nella sentenza emessa mercoledì 20 settembre in Argentina contro Miguel Osvaldo Etchecolatz, ex ufficiale della dittatura militare processato per crimini commessi durante il regime. E' la prima volta che la parola genocidio viene accostata alle violazioni dei diritti umani perpetuate in Argentina tra il 1976 e il 1983.
Giudicato colpevole  di omicidio, privazione illegale della libertà e torture ai danni di detenuti Etchecolatz è stato condannato all'ergastolo a 77 anni di età.
Etchecolatz è l'ex responsabile di 21 campi di detenzione clandestini nella provincia di Buenos Aires ed ex-braccio destro del temuto capo della ‘Policía Bonaerense’ Ramón Camps. La sua condanna giunge dopo quella emessa ai danni di un altro esponente della dittatura, Julio Simón, più noto come ‘el turco Julián’, giudicato, per il sequestro e la scomparsa della studentessa Gertrudis Hlaczik, del cileno José Liborio Poblete e della piccola Claudia Poblete.
Entrambi i processi sono stati resi possibili dopo l'abrogazione nel 2005 delle leggi che garantivano l'impunità agli ex militari responsabili di crimini contro l'umanità
fonte:
http://www.amisnet.org/it/4909


SEGNALAZIONE


Oggi, 24 settembre, è, per i mussulmani,  l’inizio del mese di Ramadan dell’anno 1427.
Della conclusione del Ramadan ho scritto il 20 settembre.
Ieri ricorreva Rosh ha-Shanà, primo giorno delle celebrazioni del capodanno ebraico, che apre l’anno 5767 per gli ebrei.

Pagina diario scritta da: AUG a 18:31 | link | commenti | | Torna su
vittime di guerra, guerra conflitti e violenze, stranieri in italia, diari di augusta

venerdì, 22 settembre 2006

Avevo scritto della legge che ratifica il memorandum fra i governi italiano e israeliano il 15 luglio. Per quanto avessi cercato di diffondere quella notizia, di cui non si parlava, non ho avuto riscontri fino ad oggi quando ho trovato, nel sito www.ildialogo.org, il testo di un’interrogazione presentata in senato che mi ripaga delle tante indifferenze.
Ora aspetto con ansia la risposta.
Impegnarsi per la pace non significa soltanto partecipare ad appaganti manifestazioni
augusta


Missione in Libano Forse occorre rivedere gli accordi militari 
di Fosco Giannini e Lidia Brisca Menapace Interrogazione dei due senatori del PRC


I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro della difesa, il ministro degli affari esteri, per sapere

premesso che:
con il decreto legge 28 agosto 2006, 253 è stato autorizzata dal Governo Italiano la partecipazione del contingente militare italiano alla missione delle Nazioni Unite in Libano, denominata United Nations Interim Force in Lebanon (UNIFIL), di cui alla risoluzione 1701 (2006), adottata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite l’11 agosto 2006;

l’invio del contingente internazionale si è reso necessario al fine di porre termine alle operazioni militari intraprese dal Governo Israeliano nel territorio Libanese che hanno determinato una escaltion di morte (anche e soprattutto fra i civili Libanesi) e distruzione;

tra gli obiettivi che la comunità internazionale si è dato c’è quello di far rispettare il cessate il fuoco e di collaborare alla ripresa di negoziati di pace che siano rispettosi del diritto internazionale;

nelle parole del Ministro degli Esteri Massimo D’Alema emerge con chiarezza la volontà di addivenire ad una soluzione definitiva dell’intera “questione medio orientale” a cominciare dalla soluzione, ormai non più procrastinabile, della “questione palestinese”;

per compiere nella maniera più egregia possibile il compito assegnato alle forze di interposizione è necessario che tale forza internazionale sia realmente sentita come una forza “terza” da tutti i contendenti dell’area;

è evidente che il presupposto di “terzietà” (richiamato anche dal diritto internazionale) può effettivamente realizzarsi solo se del contingente internazionale non ne facciano parte militari di un paese che non sia rigorosamente equidistante tra i due belligeranti;

nel caso italiano tale equidistanza (richiamata negli ultimi mesi anche dal Ministro D’Alema) può essere seriamente messa in pericolo in forza degli accordi militari sottoscritti nella scorsa legislatura (legge n. 94 del 3 maggio 2005) che istituzionalizzano la cooperazione nel settore militare della Difesa tra Italia ed Israele. Si tratta di un accordo quadro che regola la cooperazione tra le parti, nel cui ambito potranno essere conclusi accordi tecnici specifici. I campi di cooperazione comprendono, tra l’altro, l’interscambio di materiale di armamento, l’organizzazione delle forze armate, la formazione e l’addestramento del personale militare, la ricerca e sviluppo in campo militare;

questo potrebbe determinare sia il venir meno della funzione assegnata al nostro contingente, sia la possibilità di esporre i nostri militari a pericoli maggiori rispetto a quelli gia molto alti che tale tipo di missione richiede;

- se il ruolo che l’Italia ha assunto, in relazione alla missione internazionale in Libano, non ponga la necessità di rivedere gli accordi militari sottoscritti nella scorsa legislatura (legge n. 94 del 3 maggio 2005) che istituzionalizzano la cooperazione nel settore militare della Difesa tra Italia ed Israele, come garanzia di neutralità del nostro Paese se il nostro Paese non possa costituire un elemento importante per facilitare la risoluzione della questione mediorientale.

Senatore Fosco Giannini             
Senatrice Lidia Brisca Menapace


Venerdì, 22 settembre 2006

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rassegnastampa, guerra conflitti e violenze

mercoledì, 20 settembre 2006

Il 4 settembre avevo già segnalato l’iniziativa della celebrazione della Quinta giornata del dialogo cristiano-islamico, pubblicando anche il documento che ne indica le finalità
Non era mia intenzione riprendere l’argomento ma quanto è accaduto a Ratisbona me ne obbliga soprattutto per dimostrare che all’interno del mondo cristiano –e specificatamente anche cattolico – le posizioni sono diverse e la presenza dei teocon è ben lungi dall’essere esclusiva.
Vorrei fosse un contributo a scelte di pace e non di conflitti imprudentemente solleticati.

augusta

 

Da www.ildialogo.org

Quinta Giornata ecumenica del dialogo cristianoislamico  del 20 ottobre 2005
Auguri ai musulmani per l'inizio del Ramadân 
Comunicato stampa n. 2 del 19 settembre 2006

A TUTTI I MUSULMANI D'ITALIA
Cari Amici, Care Amiche, il 24 settembre prossimo inizierà il mese di Ramadân, durante il quale il credente musulmano si impegna a liberare il proprio cuore da ogni sentimento negativo e a mettere in atto un'opera di purificazione e cambiamento della propria vita. Questo vostro encomiabile sforzo è di stimolo anche per noi cristiani che abbiamo da imparare da voi la costanza e la tenacia nel praticare un lungo digiuno che è innanzitutto digiuno dal male e dalle sue opere.

Auguriamo di cuore che ognuno di voi, seguendo gli insegnamenti del profeta Muhammad, possa trasformare se stesso ed aiutare tutta lo società a migliorare.

Quest'anno abbiamo proposto come base comune di riflessione per la celebrazione della quinta giornata del dialogo cristianoislamico, un documento in dieci punti, un vero e proprio "decalogo per il dialogo", sia per indicare che sono molte le cose possibili da fare per rendere concreto il dialogo, sia che sono molte le cose che possono vederci uniti nel miglioramento complessivo della società nella quale insieme viviamo. Ma è anche un modo - abbiamo scritto nel primo comunicato stampa di questo quinto appuntamento di dialogo - per cercare di costruire, tutti insieme, un'etica comune che abbia come elemento fondamentale il rispetto integrale dell'altro/a, che corrisponde al comandamento del "non uccidere" comune a tutte le religioni.

Purtroppo dallo scorso Ramadan ad oggi, la situazione del mondo nel suo complesso non è migliorata. Altre sanguinose guerre si sono sviluppate in questo anno ed altre se ne intravedono all'orizzonte. Continua, con intensità ancora crescente, una campagna antiislamica che rende tutto più duro e difficile. C'è ancora chi spudoratamente si impegna a diffondere paura e violenza, razzismo e xenofobia, odio del diverso, di chi ha un diverso colore della pelle o una diversa religione o cultura.

Anche quest'anno dobbiamo così rinnovare l'appello a non avere paura e a non perdere la speranza. Serve un impegno costante per la pace che sappia realizzare l'incontro con l'altro/a, qualsiasi sia la religione che ognuno professa. Il dialogo è necessario, come l'acqua o l'aria per vivere. Non ne possiamo fare a meno, pena la morte della umana società.

Se le nostre religioni non sapranno "essere misericordia" per il creato, se non sapranno essere "costruttrici di pace", se non sapranno praticare la giustizia, esse nei fatti proclameranno il loro fallimento ed il tradimento del Dio che a parole proclamano di adorare.

Se i nostri rispettivi teologi o filosofi o studiosi delle nostre scritture o scienziati non ci avranno aiutato a crescere armoniosamente tutt'insieme e ad amare e rispettare il creato nel quale viviamo, in tutta la sua complessità e diversità, sarà vana ed inutile la loro teologia o filosofia o cultura o scienza perché essa sarà foriera di morte e non di vita, di odio e non di amore, di violenza e non di giustizia.

Abbiamo bisogno di liberarci dei nostri reciproci fondamentalismi, di coloro che usano le nostre rispettive religioni per promuovere guerre che sono sempre momenti di immani carneficine e di distruzione del creato. Abbiamo bisogno di negare ai violenti e ai propugnatori della guerra qualsiasi legittimità religiosa. Il Dio unico, nel quale insieme crediamo, è un Dio di pace, di amore, di misericordia, di giustizia.

E allora auguri di buon Ramadân, buona misericordia, buona pace, buona fratellanza, buon amore.

Ci auguriamo che, come negli altri anni, le moschee e le chiese d'Italia possano essere luoghi aperti all'incontro fra credenti di fede diversa ed in particolare fra cristiani e musulmani, che non hanno alcun motivo per odiarsi ma che hanno anzi molti motivi per essere uniti contro chi strumentalizza le rispettive religioni per perpetuare il proprio potere oppressivo.
Buon Ramadan. Shalom - Salaam - Pace Il comitato organizzatore

Sottoscrivono e promuovono l'appello le seguenti riviste e associazioni (in ordine alfabetico)
ADISTA Via Acciaioli n.7 - 00186 Roma Telefono +39 06 686.86.92 +39 06 68- 8.019.24; Fax +39 06 686.58.98 E-mail
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il dialogo - Periodico di Monteforte Irpino Via Nazionale, 51 83024 Monteforte Irpino (Avellino) tel. 3337043384 Sito: http://www.ildialogo.org/ Email: redazione@ildialogo.org
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Martedì 19 settembre 2006

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rassegnastampa, culturapace

domenica, 17 settembre 2006

Ci sono pagine trascritte che vorrei restassero in testa –per una più facile lettura- per qualche giorno. Immagino infatti che i miei lettori –così compattamente non amanti dei commenti- trovino più facile la lettura del primo testo e noiosa la discesa verso diari precedenti. Ma trovo questa pagina della senatrice Lidia Menapace troppo importante per ritardarne la pubblicazione 
augusta

La mastodontica residualità
                     di Lidia Menapace
Si è aperta non più che una crepa nel compatto universo bellico militare e violento che compone il nostro orizzonte politico. Tuttavia per la prima volta una tregua viene contrattata e stipulata e mantenuta -rischiosamente- dall’intervento politico-diplomatico, dalla presenza delle N.U. e dei paesi d’Europa e le armi mostrano, in un quadrante geopolitico da decenni solo insanguinato, tutta la loro risibile fastidiosa pericolosissima inutilità. Infatti ciò che ora si deve temere di più è l’errore, il gesto folle, un intervento esterno di terroristi o una provocazione di qualche pezzo di esercito coinvolto nello scontro, insomma un putsch militare contro la tregua, che mandi tutto di nuovo e forse definitivamente all’aria.
In questo contesto, da osservare, accompagnare favorire con un attivo consenso politico e di intervento nonviolento e di pace, le armi mostrano -come dicevo- la loro terribile costosa rischiosissima e inaccettabile inutilità. Il segno più vistoso ne è stata l’impossibilità di una famosissima costosissima pesantissima portaerei di accompagnare a terra i soldati italiani (che in veste di caschi blu e con altri di molti eserciti debbono garantire la tregua e non fare altro) attraccando al porto di Tiro, impedita dalla sua stessa mole e -nonostante tutta la sua potenza- da una smorfia di Nettuno che -adiratosi- ne ha impedito il funzionamento.
Da questo simbolo prendiamo il via per continuare e rendere efficace l’operazione di disarmo, riduzione continua delle armi, sostituzione delle stesse con strumenti di politica, confronto diplomatico, rapporto economico e civile, cooperazione internazionale, e così via. Una complessa operazione di cultura politica di pace, che noi donne appoggiamo particolarmente. Abbiamo infatti chiesto, già durante il dibattito sull’Afganistan, tutte le senatrici dell’Unione, con un ordine del giorno approvato dall’aula, di predisporre al più presto un convegno internazionale a Roma con le parlamentari afgane per discutere di che cosa hanno bisogno: vogliamo continuare ad essere presenti nei luoghi difficili con proposte di dialogo confronto dibattito e non armi.
A una situazione siffatta ho dato il nome, intervenendo in Senato, di "mastodontica residualità": infatti la guerra è una residualità, non risolve più alcun problema, se mai lo ha fatto: oggi lo aggrava, come si vede dalla sorte dell’infelice Afganistan dopo cinque anni di guerra e la decuplicazione della coltivazione e vendita del papavero da oppio, a tacer d’altro, ma non della insopportabile situazione delle donne, che davvero non si può sottacere. Residuale dunque, e tuttavia mastodontica, come si vede da ogni parte e luogo: spese folli che fiaccano qualsiasi economia, rischi mortali e diffusi anche per le popolazioni civili direttamente fatte obiettivo della guerra, e colpite dalle radiazioni, e la natura sconvolta e le città e ogni segno della umana storia cancellato distrutto inquinato.
Impegnarsi per rendere visibile tale mastodontica residualità, ridurla di continuo, studiare trasformazioni delle industrie che vivono fabbricando e vendendo strumenti di morte e renderle capaci di produrre strumenti di vita e di progresso, costruire accanto a questa operazione una cultura della gestione nonviolenta dei conflitti è una grande impresa che non ha invece nulla di residuale, anzi si affaccia su un futuro di pace, né di mastodontico, ma si giova delle dimensioni umane delle azioni quotidiane, ovvie, utili per migliorare la sorte delle persone, donne e infanzia comprese.
Sabato, 16 settembre 2006

Cito per esteso la fonte che considero una preziosa risorsa a fronte dei silenzi dei più diffusi mezzi di informazione:
«Il Dialogo - Periodico di Monteforte Irpino»  Prima Pagina/Home Page: www.ildialogo.org 
Direttore Responsabile:
Giovanni Sarubbi
Registrazione Tribunale di Avellino n.337 del 5.3.1996


SEGNALAZIONE: Nel blog <maurobiani.splinder.com> potete leggere in data di oggi l’articolo con cui il compianto giornalista Tiziano Terzani rispose alla prima invettiva della signora Fallaci, come pubblicata dal Corriere della sera.

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donne, rassegnastampa, culturapace

sabato, 16 settembre 2006

Riporto il documento approvato dal Sinodo della chiesa valdese e metodista in materia di Medioriente e la lettera che ho inviato al settimanale che l’ha pubblicato.                  augusta


Sperare contro speranza
Il Sinodo, guardando all'escalation ed alla perdurante instabilità geopolitica dell'area mediorientale, sente la vocazione a “sperare contro speranza”, a credere cioè nella possibilità della pace, della giustizia e della riconciliazione nell'area;
accoglie con grande sollievo la tregua delle azioni militari tra Libano ed Israele e guarda con speranza all'intervento di peacekeeping deliberato dalle Nazioni Unite.

Rilevando la grave complessità della situazione nell'area mediorientale e la specifica situazione determinatasi tra Israele e Libano, invita le istituzioni, la società civile, gli operatori della comunicazione di massa ed anche le chiese a un responsabile discernimento nell'analisi dei fatti recenti e remoti, respingendo logiche pregiudiziali di schieramento che non aiutano le parti a trovare un terreno di mediazione e di incontro,

nella convinzione che, pure nella coscienza della modesta consistenza dei propri mezzi, le Chiese Evangeliche metodiste e valdesi possono contribuire a sostenere politiche e programmi di pace, invita la Tavola a:

-rispondere positivamente agli appelli umanitari lanciati dalle organizzazioni ecumeniche internazionali a sostegno della ricostruzione del Libano;

-sostenere attivamente programmi di “pace dal basso” che favoriscano l'incontro “people to people”;

-aderire alle iniziative per la pace in Libano promosse dagli organismi ecumenici internazionali, avendo cura di evidenziare in queste sedi l'analisi e le particolari preoccupazioni delle nostre chiese riguardo alla complessiva situazione mediorientale;

-esprimere la nostra fraterna solidarietà alle comunità cristiane libanesi e mediorientali che, anche a

causa dei conflitti, vivono la seria minaccia di scomparire dalla regione;

-incoraggiare e sostenere le chiese nella partecipazione a iniziative ecumeniche e interreligiose che favoriscano la comprensione e il dialogo tra comunità di fede nella prospettiva di un comune impegno contro l'antisemitismo, l'islamofobia ed ogni forma di intolleranza e di violenza giustificata nel nome di Dio,

-sollecitare il Governo Italiano affinché, a copertura dei costi della missione di peacekeeping, utilizzi i fondi iscritti al bilancio della Difesa, a tutela degli investimenti per lo stato sociale.


Egregio direttore

ho letto con iniziale interesse e finale preoccupazione il documento sinodale “Sperare contro speranza” (Riforma 8 settembre 2006 pag. 10).

Premetto che non sono valdese né appartenente ad altra chiesa protestante ma ho scelto di destinare l’8Xmille della mia dichiarazione dei redditi proprio alla chiesa valdese e metodista nel riconoscimento della trasparenza dei rendiconti (che per me è un valore etico fondante ogni convivenza democratica).

Purtroppo non posso estendere la mia stima al documento che ho citato e la mia presa di distanza si è aggravata dalla lettura dell’articolo di Davide Rosso “Complessità del conflitto mediorientale”
che descrive le procedure di votazione.

Nel documento sinodale si citano, in riferimento al Medio Oriente, Nazioni Unite, Libano, Israele, Governo italiano ma non si cita la questione palestinese, né si fa alcun cenno ai Territori che, pur con più evidenza a Gaza che in Cisgiordania, sono soggetti ad una pesante occupazione, che significa morte, assenza di lavoro, prigionia e distruzione delle abitazioni (dall’inizio della seconda intifada al 13 settembre si contano 4.272 vittime palestinesi e 1.042 vittime israeliane).
Sono Gaza e Cisgiordania compresi nella generica dizione di Medio Oriente?
Certamente sì, ma a mio parere il non citarle esplicitamente indica già una posizione di schieramento, di allineamento con coloro che considerano la questione palestinese come un elemento estraneo alla ricerca di un equilibrio post guerra del Libano, fondato sulla garanzia di assicurare internazionalmente il confine israelo-libanese.
E che schieramento vi sia stato nel dibattito di Torre Pellice me lo conferma la lettura dell’articolo che ho citato.
Con questo metodo i “terzi” che si inseriscano nel conflitto –ora aperto ora latente- fra Israele e Palestina a mio parere negano il proprio ruolo di pacificatori che può essere espresso solo nel farsi ponte fra i contendenti.

Certamente non appartengono a una chiesa ruoli politici protagonisti nelle trattative diplomatiche fra governi, ma appartiene, secondo me, a una chiesa il farsi parte in causa nelle sofferenze di una società civile dove, nonostante tutto, esistono forze che lavorano insieme per la pace.

Un esempio per tutti (e sarebbero numerosi, ma non voglio allungare questa lettera): l’associazione Parents’ Circle-Families Forum (www.theparentscircle.com) dove familiari e parenti delle vittime di entrambe le parti elaborano insieme il lutto che le vorrebbe altrimenti nemiche.
E’ piccola cosa? Sono, quelle che non scrivo ma vi sono certamente note, piccole cose?
E’ evidente… ma una speranza che si connette alla fede (a una fede che rifiuta in radice il concetto di nemico) non credo si fondi sulle entità protagoniste delle diplomazie.

A me quella realtà (che ho scelto volutamente fra le tante) ricorda un lavoro di base che potrebbe supportare una scelta analoga a quella della Commissione per la Verità e la Riconciliazione che contribuì decisamente a pacificare in Sudafrica, fondando il suo lavoro su un concetto di perdono che ritengo appartenga di necessità alle scelte della fede che non può giocarsi nella contrapposizione, definita e lineare, fra “buoni e cattivi”, quasi che popoli dolenti fossero cow boy da spettacolo cinematografico di basso ordine.

Inoltre in Palestina esistono numerose (forse troppo numerose) chiese cristiane i cui membri (e lo dico per conoscenza personale) non considerano minaccia prioritaria la storica presenza mussulmana ma l’occupazione. Pur consapevole che a fronte della pace i distinguo in nome delle diverse appartenenze religiose perdono il loro significato, mi chiedo se i cristiani di Palestina, sepolti nella generica dizione di medioriente, possano trovare conforto in quella solidarietà che avete dichiarato ma che li rende anonimi.
Cordialmente
Augusta De Piero

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israele palestina, rassegnastampa, culturapace

venerdì, 15 settembre 2006

                VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale  15  / 21  settembre   2006  n. 659 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 13 settembre 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        4.272       
Israeliani          1.042          
Altre vittime         77          
Totale                5.391        

Internazionale  15  / 21  settembre   2006  n. 659 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  del  13 settembre  2006
Iracheni              41.860  /  46.537
Americani                    2.672                             
Altre vittime                   233                          

 

Ho ricevuto la notizia che trascrivo da Adriana Mascoli. Ho conosciuto Adriana nel 2005 a Betlemme. Insegnava pianoforte al Conservatorio; poi è tornata in Italia e ha cercato di mantenere un rapporto con i suoi studenti che vogliono praticare la musica come qualsiasi altro giovane nel mondo, conoscere, confrontarsi…
Non ho trovato informazioni su come sia finita, se è finita, la segregazione dei musicisti palestinesi, impediti a tornare. Ecco la loro protesta                                                   augusta

PROTESTA DEI MUSICISTI PALESTINESI "SANABEL" ANCORA BLOCCATI IN ITALIA
CONFERENZA STAMPA ORE 12.00 E TENDA PERMANENTE DAVANTI ALLA FARNESINA LUNEDI’ 4 SETTEMBRE

 Per rendere la situazione visibile all’opinione pubblica e per manifestare il diritto di denunciare i crimini dello stato israeliano nei confronti della popolazione, il gruppo palestinese Sanabel ha pensato di installare una tenda permanente di protesta a Roma, di fronte al Ministero degli Esteri a partire da lunedì 04 -09-2006 con conferenza stampa alle ore 12.00.

VOGLIAMO TORNARE A CASA  E SUBITO!    CI SENTIAMO OSTAGGI A ROMA!

Dal 24 luglio  la compagnia folkloristica palestinese Sanabel, è bloccata a Roma  ed i suoi componenti, giovani palestinesi di Gaza,  non possono tornare nelle loro case a causa della chiusura del valico di Rafah da parte dell’esercito israeliano.

Sanabel è venuto in Italia per un tour di interscambio culturale, promuovendo più di venti spettacoli in tutta l’Italia.
Il 24 luglio, il giorno della partenza da Fiumicino per rientrare a Gaza, sono stati bloccati e da quel momento sono stati vani tutti gli sforzi di contattare chi può fare pressioni per il loro rientro.
Purtroppo Sanabel oggi vive nel dimenticatoio dal punto di vista mediatico.
Nonostante i nostri appelli, siamo stati oscurati , si è parlato poco o niente di noi nella stampa.

Per rendere la nostra situazione visibile all’opinione pubblica e per manifestare il nostro diritto di denunciare i crimini dello stato israeliano nei confronti nostri e della nostra popolazione, abbiamo pensato di installare una tenda permanente di protesta qui a Roma, di fronte al ministero degli esteri a partire da lunedì 04 -09-2006 con conferenza stampa alle ore 12.00.

à      Ci appelliamo all’ONU affinché faccia rispettare le convenzioni di Ginevra per garantire il libero movimento della popolazione civile nella Palestina occupata e affinché condanni le punizioni collettive messe in atto da Israele nei confronti di un popolo intero.
à      Ci appelliamo alla Comunità europea e soprattutto ai paesi che hanno osservatori sul valico di Rafah, affinché esercitino il ruolo di garanti assunto come Forza europea EUBAM (European Union Border Aid Monitor) per l’apertura e il funzionamento del valico e non cedano al ricatto israeliano.
à     Ci appelliamo a tutte le forze progressiste e a tutto il movimento contro la guerra in Italia, affinché manifestino la loro solidarietà a Sanabel e alla nostra popolazione per esercitare un diritto elementare: poter tornare alle proprie case.
à      Chiediamo un incontro urgente al ministro degli esteri, Massimo D’Alema, affinché intervenga per sbloccare la situazione

NO ALLE POLITICHE DI DEPORTAZIONE E DI GUERRA  ISRAELIANE
NO ALL’OCCUPAZIONE ISRAELIANA DELLA NOSTRA TERRA PALESTINA
PER UN NOSTRO RIENTRO IMMEDIATO A GAZA
Comunità Palestinese di Roma e del Lazio
U.D.A.P. (Unione Democratica Arabo-Palestinese) Nazionale
Mezza Luna Rossa Palestinese – Italia               
Comitato Palestina nel cuore
Associazione Wael Zueiter

 Per contatti: Shokri  tel. 338/4718844  e-mail: shokri@libero.it