Il 6 ottobre ho scritto della grottesca vicenda dei parroci udinesi che invitavano i cattolici a difendere il papa dalle - anche scomposte - proteste del mondo mussulmano per l’inopportuna – e non correttamente proposta- citazione contenuta nella Lectio Magistralis pronunciata all’Università di Ratisbona.
Il 25 ottobre pubblicavo lo splendido diario di p. Mussalam, l’unico parroco cattolico a Gaza e ne inviavo il testo a un giornale locale che il 29 ottobre pubblicava una mia lettera che qui trascrivo.
“Noi tutti abitiamo in una grande prigione, Gaza ...in perenne compagnia della penosa sensazione di potersi ritrovare, un giorno o l’altro, senza più nulla da mangiare …come è possibile parlare a una famiglia senza cibo, elettricità, acqua, stipendio? … Oltre a tutto ciò, abbiamo una minaccia dal cielo, i bombardamenti…”
Così scrive padre Manuel Musallam, palestinese, unico parroco cattolico di rito latino in Gaza, nonché designato responsabile del Dipartimento per i cristiani del Ministero degli Esteri dell’Autorità nazionale palestinese (fonte: Nella Chiesa e nel mondo, mensile diretto da Giulio Andreotti).
A Gaza (più di un milione di abitanti su un territorio di kmq. 365), continua p. Manuel: “…i cristiani sono arabi, e fanno parte della nazione palestinese. E non ci sono differenze tra cristiani e musulmani: viviamo insieme, mangiamo insieme, lavoriamo. …I cristiani non sono molti, circa duecento sono i cattolici, tremila gli ortodossi, più una piccola rappresentanza di battisti… siamo rispettati, amati dai vicini musulmani, benvenuti nelle loro case…”
Parroci udinesi – in risposta alle anche scomposte reazioni di parte del mondo mussulmano successive alla Lectio magistralis pronunciata dal papa a Ratisbona- hanno proclamato: “i cristiani-cattolici non subiscano, si sveglino, non si comportino come conigli” …e lasciamo perdere le amenità che si sono sprecate il 25 settembre in consiglio comunale.
Si sentono i reverendi parroci di estendere la loro zoomorfa valutazione al fratello che soffre in Gaza con ”i cristiani … popolo della Palestina”?
P. Musallam afferma: “Tutta la Chiesa deve aiutare i cristiani di qui a sopravvivere, affinché noi aiutiamo i musulmani a costruire il nostro stato” e ancora …”non basta studiare l’islam in università, bisogna averne esperienza nella vita quotidiana per evitare in futuro ogni tipo di scontro”
Sarebbe opportuno che i parroci udinesi (e non solo) leggessero integralmente lo scritto del loro fratello. Augusta De Piero
Oggi, anche a Udine, la manifestazione dei mussulmani per chiedere la liberazione di Torsello.
Trascrivo un breve comunicato del consigliere comunale Enrico Pizza che, con molta fatica, cerca di opporsi alla cultura qui diffusa, fra laici religiosamente mobilitabili quando si tratta di aggredire (verbalmente), siano teocon o no, e “credenti”.
Rilevo, dato il carattere che i mussulmani avevano dato alla manifestazione, la totale assenza di appartenenti alle diverse chiese cristiane, movimenti ecumenici ecc. ecc. presenti a Udine, che temo, nella migliore delle ipotesi, indifferenti al dialogo interreligioso.
Eppure, in questo clima, potrebbero costituire un utile elemento di mediazione per incontri che non mi sembrano più dilazionabili.
Due settimane fa le svastiche sul locale gay, ieri notte gli striscioni contro islam ed ebrei (nel sito trovate la rassegna stampa di oggi).
Alla manifestazione per la liberazione di Torsello, c'era un centinaio di musulmani. Ma quasi solo loro. C'erano le Donne in nero, c'era la Cgil, c'era Un ponte per...
Non c'erano quelli che dicono che gli islamici sono chiusi, che non si vogliono integrare, che sono pericolosi.
Ok, era domenica per tutti, ma dopo i segnali di questi giorni mi pare preoccupante che, a parte Oria (Ds), Franzil (Prc) e me non ci fosse nessuno di quei politici che non perdono occasione per lanciare queste accuse.
Però c'era un mio studente, e la cosa mi dà speranza perché la strada è lunga.
Enrico
Per chi avesse voglia di continuare nella lettura di questo lungo diario, propongo una riflessione relativa ai temi cui ho fatto cenno sopra.
Fonte. www.ildialogo.org augusta
ROSSO PERMISSIVO - Pensare a Kakania. Parte terza di Mario Pancera
Per essere cristiani basta essere atei devoti. Lajolo, Montanelli, i camerieri e i «teocon». Gli anticlericali voltagabbana e le nuove frontiere del cristianesimo
Anni fa, durante un’intervista, il senatore comunista Davide Lajolo, giornalista, già direttore dell’«Unità», ma studente fascista durante il ventennio mussoliniano, mi spiegò come era diventato un voltagabbana, tema sul quale aveva scritto anche un libro che aveva fatto rumore. Piemontese delle Langhe, da ragazzo aveva trovato le firme di intellettuali che considerava importanti sotto articoli di giornale in qualche modo inneggianti al fascismo o in suo sostegno.
«Se collaboravano loro ai giornali…». Come poteva, mi disse Lajolo, la gente di campagna, lontana dalla cultura, non credere a quegli intellettuali, non seguire i loro insegnamenti? Più che la propaganda diretta, quei nomi facevano presa su chi non aveva altri strumenti di confronto: erano una garanzia, un modello. Così Lajolo fu fascista; solo dopo l’8 settembre 1943 si rese conto di un’altra realtà e «cambiò gabbana», divenne partigiano comunista.
Più tardi avrebbe pure contribuito a tentare un dialogo, difficilissimo, con i cattolici.
Durante il periodo in cui fu presidente della Repubblica, Francesco Cossiga avrebbe voluto nominare senatore a vita il giornalista Indro Montanelli. Questi ringraziò, ma declinò l’onore affermando (vado a memoria) che se fosse diventato senatore non si sarebbe più sentito libero nel fare il suo mestiere. Questo esempio completa, almeno in parte, il precedente.
Oggi più di un giornalista entra ed esce dalla politica; a volte scrive nello stesso tempo di qua e di là. La moglie di uno dei due vice premier del governo di centrosinistra entra nel libro paga di un network televisivo, che appartiene al leader del centrodestra, il quale grida nelle piazze: «Il governo vada a casa». Nel libro paga entra chi lavora, naturalmente; non si tratta di un regalo alla signora, ma è l’esempio che conta. Che direbbe il ragazzo Lajolo? Si tratta di questo: il marito si batte – sembra – per liberare l’Italia dall’eredità fascistica del passato, la moglie lavora per chi la ripropone.
Tutti conoscono giornalisti un tempo attivissimi nei gruppi a sinistra dell’estrema sinistra: negli anni Settanta ne aveva paura perfino il Partito comunista. Questi giovanotti scendevano nelle strade insieme con i disoccupati, i diseredati, i lavoratori con poche speranze nel futuro. Più d’uno ha rapidamente cambiato idea: invece della piazza ha trovato redazioni, direzioni di giornali stampati e televisivi, uffici di corrispondenza in varie parti del mondo, qualcuno è addirittura proprietario di giornali. Non di sinistra, ma di destra: in affari con quegli stessi imprenditori contro cui inveiva. E sostenuto dai finanziamenti di quello Stato che fino all’altro ieri contestava con slogan, ingiurie e sassi.
Ci furono anche morti, qualcuno trasformato in targa stradale. Tutto dimenticato, il denaro non ha né odore né memoria. Allora gridavano «Vietato vietare», oggi scrivono il contrario o navigano sempre pronti (non ho alcun dubbio) a riciclarsi per tornare a fare i centurioni nell’esercito vincitore. Da atei a devoti, da anticlericali al matrimonio in chiesa, da socialisti o comunisti a neoliberisti. Tra di loro si chiamano liberal. Questi sono i furbi.
Se, da destra, un giorno volessero rientrare a sinistra troverebbero i compagni di strada vecchi e nuovi pronti a riaprir loro le braccia: tutti d’accordo per il denaro e il potere. Dove sono finiti i cortei di protesta, i disoccupati, gli emarginati? Di fronte a questi casi, che cosa farebbe oggi il giovane Lajolo? Crederebbe che la destra è uguale alla sinistra, che ognuno pensa giustamente per sé, che il lavoro è lavoro e non c’entra con la politica, e così via. Il rosso è un po’ meno rosso, è un «rosso permissivo» come quello presentato al pubblico dalle Ferrovie italiane per giustificare un disastro. Il rosso, con cui la chiesa ricorda i santi e i martiri, può essere un colore di gloria, il «rosso permissivo» è un indice di morte morale.
Nessuno si vergogna di fronte al paese. Naturalmente lo stesso fenomeno si verifica –sto con quello che scrivono i giornali – anche altrove, ovvero con politici della sponda opposta che si sono trovati a passare da destra a sinistra. Di qua o di là erano noti come i gruppi extraparlamentari. Allora se la prendevano anche con la chiesa e con il clero, oggi sono diventati «atei devoti» oppure «teodem» e «teocon», inventando simili banalità vuoi per restare a galla vuoi per tenere aperta una scappatoia. Non si sa mai, il futuro può sempre presentare sorprese.
Questi personaggi, sempre richiesti o accolti senza guardare dove hanno già messo le mani, si servono anche della religione. Si muovono tra i salotti e le anticamere dei cosiddetti sacri palazzi. Senza dignità. Sembrano pere in bella vista. Ai preti fanno più inchini loro dei contadini del Seicento. Spesso vantano la frequentazione di vescovi e cardinali sperando, come è avvenuto l’anno scorso, che uno di questi diventi papa per aggiungere un nuovo nastrino alla gabbana. Che cosa se ne fanno? Lo utilizzano per sé e per la loro comitiva. Ai cittadini – atei o credenti sinceri - non serve.
Qualche anno dopo la fine della guerra, l’onorevole Giorgio Almirante, segretario del Movimento sociale italiano, Msi, diretto erede della Rsi, cioè la Repubblica sociale italiana in cui si era raccolto l’estremismo fascista tra il 1943 e il 1945, durante un viaggio in autostrada si fermò con il suo seguito all’autogrill Cantagallo di Bologna. Il gruppo intendeva sedersi al ristorante. Sembra tutto naturale. Ma gli inservienti antifascisti si rifiutarono di servirlo e, infatti, non lo servirono. Almirante – che aveva militato nella Rsi - e i suoi sostenitori se ne andarono. Nacquero vivaci polemiche giornalistiche e ognuno giudicò secondo i propri convincimenti.
Allo stesso modo dobbiamo fare oggi, senza preconcetti: c’è chi sta da una parte e chi dall’altra, chi dà un esempio e chi ne dà un altro. I nomi e i gesti, però, sono fondamentali perché indirizzano l’opinione pubblica e, se provocano confusione, la disorientano e ne indeboliscono la carica civile. A mio parere, se cuochi e camerieri hanno la forza di esprimere con dignità una loro opinione (qualunque essa sia) secondo i loro mezzi, perché non devono averla coloro che, come i giornalisti e i politici, si definiscono intellettuali?
Si chiude il cerchio su cui riflettere: dall’ingannato Lajolo, che aveva creduto alle «grandi firme», al leale «no» di Montanelli, che rivendicava la sua dignità di essere libero.
Mario Pancera
Mercoledì, 25 ottobre 2006



