Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Nome: Augusta

Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

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domenica, 29 ottobre 2006

Il 6 ottobre ho scritto della grottesca vicenda dei parroci udinesi che invitavano i cattolici a difendere il papa dalle - anche scomposte - proteste del mondo mussulmano per l’inopportuna – e non correttamente proposta- citazione contenuta nella Lectio Magistralis pronunciata all’Università di Ratisbona.

Il 25 ottobre pubblicavo lo splendido diario di p. Mussalam, l’unico parroco cattolico a Gaza e ne inviavo il testo a un giornale locale che il 29 ottobre pubblicava una mia lettera che qui trascrivo.
 
 Noi tutti abitiamo in una grande prigione, Gaza ...in perenne compagnia della penosa sensazione di potersi ritrovare, un giorno o l’altro, senza più nulla da mangiare …come è possibile parlare a una famiglia senza cibo, elettricità, acqua, stipendio? … Oltre a tutto ciò, abbiamo una minaccia dal cielo, i bombardamenti
Così scrive
padre Manuel Musallam, palestinese, unico parroco cattolico di rito latino in Gaza, nonché designato responsabile del Dipartimento per i cristiani del Ministero degli Esteri dell’Autorità nazionale palestinese (fonte: Nella Chiesa e nel mondo, mensile diretto da Giulio Andreotti)
.
A Gaza (più di un milione di abitanti su un territorio di kmq. 365), continua p. Manuel: “…i cristiani sono arabi, e fanno parte della nazione palestinese. E non ci sono differenze tra cristiani e musulmani: viviamo insieme, mangiamo insieme, lavoriamo. …I cristiani non sono molti, circa duecento sono i cattolici, tremila gli ortodossi, più una piccola rappresentanza di battisti…
siamo rispettati, amati dai vicini musulmani, benvenuti nelle loro case…”

Parroci udinesi – in risposta alle anche scomposte reazioni di parte del mondo mussulmano successive alla Lectio magistralis pronunciata dal papa a Ratisbona- hanno proclamato: “i cristiani-cattolici non subiscano, si sveglino, non si comportino come conigli” …e lasciamo perdere le amenità che si sono sprecate il 25 settembre in consiglio comunale.
Si sentono i reverendi parroci di estendere la loro zoomorfa valutazione al fratello che soffre in Gaza con ”
i cristiani … popolo della Palestina”?
P. Musallam afferma: “
Tutta la Chiesa deve aiutare i cristiani di qui a sopravvivere, affinché noi aiutiamo i musulmani a costruire il nostro stato” e ancora …”non basta studiare l’islam in università, bisogna averne esperienza nella vita quotidiana per evitare in futuro ogni tipo di scontro”
Sarebbe opportuno che i parroci udinesi (e non solo) leggessero integralmente lo scritto del loro fratello.                                                                Augusta De Piero


Oggi, anche a Udine, la manifestazione dei mussulmani per chiedere la liberazione di Torsello.
Trascrivo un breve comunicato del consigliere comunale Enrico Pizza che, con molta fatica, cerca di opporsi alla cultura qui diffusa, fra laici religiosamente mobilitabili quando si tratta di aggredire (verbalmente), siano teocon o no, e “credenti”.
Rilevo, dato il carattere che i mussulmani avevano dato alla manifestazione, la totale assenza di appartenenti alle diverse chiese cristiane, movimenti ecumenici ecc. ecc.  presenti a Udine, che temo, nella migliore delle ipotesi, indifferenti al dialogo interreligioso.
Eppure, in questo clima, potrebbero costituire un utile elemento di mediazione per incontri che non mi sembrano più dilazionabili.

Due settimane fa le svastiche sul locale gay, ieri notte gli striscioni contro islam ed ebrei (nel sito trovate la rassegna stampa di oggi).
Alla manifestazione per la liberazione di Torsello, c'era un centinaio di musulmani. Ma quasi solo loro.     C'erano le Donne in nero, c'era la Cgil, c'era Un ponte per...
Non c'erano quelli che dicono che gli islamici sono chiusi, che non si vogliono integrare, che sono pericolosi.
Ok, era domenica per tutti, ma dopo i segnali di questi giorni mi pare preoccupante che, a parte Oria (Ds), Franzil (Prc) e me non ci fosse nessuno di quei politici che non perdono occasione per lanciare queste accuse.
Però c'era un mio studente, e la cosa mi dà speranza perché la strada è lunga.
Enrico


Per chi avesse voglia di continuare nella lettura di questo lungo diario, propongo una riflessione relativa ai temi cui ho fatto cenno sopra.  
Fonte.
www.ildialogo.org                                                      augusta

ROSSO PERMISSIVO  - Pensare a Kakania. Parte terza  di Mario Pancera

Per essere cristiani basta essere atei devoti. Lajolo, Montanelli, i camerieri e i «teocon».  Gli anticlericali voltagabbana e le nuove frontiere del cristianesimo


Anni fa, durante un’intervista, il senatore comunista Davide Lajolo, giornalista, già direttore dell’«Unità», ma studente fascista durante il ventennio mussoliniano, mi spiegò come era diventato un voltagabbana, tema sul quale aveva scritto anche un libro che aveva fatto rumore. Piemontese delle Langhe, da ragazzo aveva trovato le firme di intellettuali che considerava importanti sotto articoli di giornale in qualche modo inneggianti al fascismo o in suo sostegno.
«Se collaboravano loro ai giornali…». Come poteva, mi disse Lajolo, la gente di campagna, lontana dalla cultura, non credere a quegli intellettuali, non seguire i loro insegnamenti? Più che la propaganda diretta, quei nomi facevano presa su chi non aveva altri strumenti di confronto: erano una garanzia, un modello. Così Lajolo fu fascista; solo dopo l’8 settembre 1943 si rese conto di un’altra realtà e «cambiò gabbana», divenne partigiano comunista.
Più tardi avrebbe pure contribuito a tentare un dialogo, difficilissimo, con i cattolici.
Durante il periodo in cui fu presidente della Repubblica, Francesco Cossiga avrebbe voluto nominare senatore a vita il giornalista Indro Montanelli. Questi ringraziò, ma declinò l’onore affermando (vado a memoria) che se fosse diventato senatore non si sarebbe più sentito libero nel fare il suo mestiere. Questo esempio completa, almeno in parte, il precedente.
Oggi più di un giornalista entra ed esce dalla politica; a volte scrive nello stesso tempo di qua e di là. La moglie di uno dei due vice premier del governo di centrosinistra entra nel libro paga di un network televisivo, che appartiene al leader del centrodestra, il quale grida nelle piazze: «Il governo vada a casa». Nel libro paga entra chi lavora, naturalmente; non si tratta di un regalo alla signora, ma è l’esempio che conta. Che direbbe il ragazzo Lajolo? Si tratta di questo: il marito si batte – sembra – per liberare l’Italia dall’eredità fascistica del passato, la moglie lavora per chi la ripropone.
Tutti conoscono giornalisti un tempo attivissimi nei gruppi a sinistra dell’estrema sinistra: negli anni Settanta ne aveva paura perfino il Partito comunista. Questi giovanotti scendevano nelle strade insieme con i disoccupati, i diseredati, i lavoratori con poche speranze nel futuro. Più d’uno ha rapidamente cambiato idea: invece della piazza ha trovato redazioni, direzioni di giornali stampati e televisivi, uffici di corrispondenza in varie parti del mondo, qualcuno è addirittura proprietario di giornali. Non di sinistra, ma di destra: in affari con quegli stessi imprenditori contro cui inveiva. E sostenuto dai finanziamenti di quello Stato che fino all’altro ieri contestava con slogan, ingiurie e sassi.
Ci furono anche morti, qualcuno trasformato in targa stradale. Tutto dimenticato, il denaro non ha né odore né memoria. Allora gridavano «Vietato vietare», oggi scrivono il contrario o navigano sempre pronti (non ho alcun dubbio) a riciclarsi per tornare a fare i centurioni nell’esercito vincitore. Da atei a devoti, da anticlericali al matrimonio in chiesa, da socialisti o comunisti a neoliberisti. Tra di loro si chiamano liberal. Questi sono i furbi.
Se, da destra, un giorno volessero rientrare a sinistra troverebbero i compagni di strada vecchi e nuovi pronti a riaprir loro le braccia: tutti d’accordo per il denaro e il potere. Dove sono finiti i cortei di protesta, i disoccupati, gli emarginati? Di fronte a questi casi, che cosa farebbe oggi il giovane Lajolo? Crederebbe che la destra è uguale alla sinistra, che ognuno pensa giustamente per sé, che il lavoro è lavoro e non c’entra con la politica, e così via. Il rosso è un po’ meno rosso, è un «rosso permissivo» come quello presentato al pubblico dalle Ferrovie italiane per giustificare un disastro. Il rosso, con cui la chiesa ricorda i santi e i martiri, può essere un colore di gloria, il «rosso permissivo» è un indice di morte morale.
Nessuno si vergogna di fronte al paese. Naturalmente lo stesso fenomeno si verifica –sto con quello che scrivono i giornali – anche altrove, ovvero con politici della sponda opposta che si sono trovati a passare da destra a sinistra. Di qua o di là erano noti come i gruppi extraparlamentari. Allora se la prendevano anche con la chiesa e con il clero, oggi sono diventati «atei devoti» oppure «teodem» e «teocon», inventando simili banalità vuoi per restare a galla vuoi per tenere aperta una scappatoia. Non si sa mai, il futuro può sempre presentare sorprese.
Questi personaggi, sempre richiesti o accolti senza guardare dove hanno già messo le mani, si servono anche della religione. Si muovono tra i salotti e le anticamere dei cosiddetti sacri palazzi. Senza dignità. Sembrano pere in bella vista. Ai preti fanno più inchini loro dei contadini del Seicento. Spesso vantano la frequentazione di vescovi e cardinali sperando, come è avvenuto l’anno scorso, che uno di questi diventi papa per aggiungere un nuovo nastrino alla gabbana. Che cosa se ne fanno? Lo utilizzano per sé e per la loro comitiva. Ai cittadini – atei o credenti sinceri - non serve.
Qualche anno dopo la fine della guerra, l’onorevole Giorgio Almirante, segretario del Movimento sociale italiano, Msi, diretto erede della Rsi, cioè la Repubblica sociale italiana in cui si era raccolto l’estremismo fascista tra il 1943 e il 1945, durante un viaggio in autostrada si fermò con il suo seguito all’autogrill Cantagallo di Bologna. Il gruppo intendeva sedersi al ristorante. Sembra tutto naturale. Ma gli inservienti antifascisti si rifiutarono di servirlo e, infatti, non lo servirono. Almirante – che aveva militato nella Rsi - e i suoi sostenitori se ne andarono. Nacquero vivaci polemiche giornalistiche e ognuno giudicò secondo i propri convincimenti.
Allo stesso modo dobbiamo fare oggi, senza preconcetti: c’è chi sta da una parte e chi dall’altra, chi dà un esempio e chi ne dà un altro. I nomi e i gesti, però, sono fondamentali perché indirizzano l’opinione pubblica e, se provocano confusione, la disorientano e ne indeboliscono la carica civile. A mio parere, se cuochi e camerieri hanno la forza di esprimere con dignità una loro opinione (qualunque essa sia) secondo i loro mezzi, perché non devono averla coloro che, come i giornalisti e i politici, si definiscono intellettuali?
Si chiude il cerchio su cui riflettere: dall’ingannato Lajolo, che aveva creduto alle «grandi firme», al leale «no» di Montanelli, che rivendicava la sua dignità di essere libero.
Mario Pancera

Mercoledì, 25 ottobre 2006

Pagina diario scritta da: AUG a 20:00 | link | commenti | | Torna su
diari di augusta, culturapace

mercoledì, 25 ottobre 2006

Prima del testo del diario di p. Manuel Mussalam (che ho conosciuto a Gaza durante i viaggi organizzati dalla rivista Confronti e di cui ho grandissima stima) c’è la presentazione di chi ne ha raccolto il diario.
Al termine, indicando la fonte, piuttosto inusuale fra quelle di cui normalmente mi giovo, descriverò anche le modalità di lettura per chi voglia vedere le fotografie che illustrano l’articolo nell’originale.                                          augusta

PALESTINA. Lo Stato che ancora non c’è  -
Cronache dalla prigione
«Qui cristiani e musulmani sono un solo popolo». Incontro con padre Manuel Musallam, l’unico sacerdote cattolico di rito latino a Gaza      di padre Manuel Musallam

      È lì con le Rosary Sisters, le Piccole Sorelle di Gesù, le suorine di Madre Teresa, e basta. Di sacerdote cattolico, di rito latino, a Gaza c’è solo lui, padre Manuel Musallam. Nato a Birzeit nel 1938, vicino a Gerusalemme, lo hanno visto crescere al seminario di Beit Jalla e diventare sacerdote nel 1963. È stato in parrocchia in Giordania, poi a Jenin e infine, dal 1993, a Gaza – dove c’è una parrocchia, l’unica, appunto, che risale al 1747, la Sacra Famiglia, The Holy Family Church. Padre Manuel gira armato solo della sua energia di prete di frontiera, diremmo qui, e della sua pazienza molto attiva. Ma dopo la chiusura delle frontiere con Israele e ancor più dopo la guerra in Libano e le azioni militari – mai terminate – nei Territori occupati, non si sbaglia a dire che chi vive a Gaza, innocente o colpevole, è già  vicino all’inferno, dove si muore alla giornata.
      Padre Musallam combatte la sua battaglia descrivendo ogni volta a migliaia di persone per posta elettronica quello che sta succedendo, senza censure. Quello che segue è invece quanto ha consegnato a noi, dopo un lungo colloquio.
      È un punto di vista autenticamente palestinese, espresso con spontaneità, che serve a capire meglio.
      Giovanni Cubeddu

      Noi tutti abitiamo in una grande prigione, Gaza. Potete immaginare lo stato d’animo di una nazione tenuta in catene. E non solo in senso figurato: circa la metà della popolazione palestinese è passata per le carceri israeliane. Le frontiere sono chiuse da tantissimo. E ancora, in qualunque momento l’arrivo di cibo può essere bloccato al check point, e si vive in perenne compagnia della penosa sensazione di potersi ritrovare, un giorno o l’altro, senza più nulla da mangiare. Ci manca l’energia elettrica. Vivere un giorno senza elettricità è già un problema, immaginate per mesi e mesi, giorno e notte, case, scuole, negozi, ospedali… In una vita normale, alla fine di una giornata di lavoro, una famiglia può ritrovarsi, mangiare insieme, magari ricevere gli amici. Qui no. I bambini, ad esempio, che come sapete temono il buio, non si muovono più liberamente da una stanza all’altra, e a ogni rumore dall’esterno si mettono a correre, e possono urtare un muro nell’oscurità, farsi male. È successo e succede che si rompano anche un braccio o una gamba. Di tanto in tanto, nelle case di Gaza si sentono bimbi urlare e piangere, senza un motivo apparente, e senza che noi possiamo capire veramente cosa succede dentro di loro.
      Nella nostra mentalità il buio è il luogo del demonio, dei fantasmi, delle paure.
      E quando l’elettricità arriva, magari per tre o quattro ore, ci sorvolano questi aeroplani israeliani pilotati automaticamente, che tra l’altro disturbano le trasmissioni televisive, e con esse la possibilità almeno di “evadere” un po’. È una continua esasperazione, che provoca un malumore costante, profondo. A Gaza si avverte che tutti sono arrabbiati, spesso urlano invece di parlare, diventano facilmente violenti tra loro.
      C’è mancanza d’acqua corrente. Noi siamo abituati ad attingere l’acqua dai pozzi,  per bere, lavarci, per quanto è possibile…
      E ora anche gli scioperi. Tutti gli impiegati pubblici da sei mesi non ricevono stipendi, solo piccoli acconti, e non ce la fanno più a vivere. Abbiamo così avuto lo sciopero degli insegnanti, e così i ragazzi non vanno a scuola. E poi, quando anche un alunno può frequentare, normalmente non ha i soldi necessari per comprarsi i libri,  pagare i mezzi di trasporto, e così è costretto a camminare per tre o quattro chilometri prima di raggiungere la classe. E di certo non ha nemmeno i soldi per comprarsi una merendina a scuola, un dolcetto. Come si può insegnare a un bambino con queste difficoltà?
      E come è possibile parlare a una famiglia senza cibo, elettricità, acqua, stipendio? Oggi le famiglie di Gaza sono costrette a mendicare. Ma mendicare da chi? Non ci sono persone in grado di dare qualcosa. Nei negozi si acquista cibo a credito. E il negoziante può anche accettare di riavere il suo denaro tra qualche giorno, anche qualche settimana, ma non può aspettare sei mesi…  
      Questo dramma a Gaza è generale.
      Oltre a tutto ciò, abbiamo una minaccia dal cielo, i bombardamenti. Uno qui, un altro là, oggi hanno ucciso uno, ieri un altro. Immaginatevi come tante famiglie si ritrovino insieme ormai solo nei cimiteri, e molto spesso… perché ogni famiglia ha un martire. Come può una nazione vivere a lungo in una situazione del genere? Un certo momento esploderà, e sentiamo avvicinarsi questo momento. La violenza ha raggiunto perfino l’animo dei bambini, ha già  invaso quello delle famiglie ed è presente nei libri di scuola.
      Oggi, quando un bambino legge qualcosa, prima di tutto cerca di trovare i passaggi dove si raccontano sfide, combattimenti, uccisioni. Pochi giorni fa un alunno della mia scuola è venuto da me portando alcune poesie che aveva scritto in arabo e in inglese. Me le ha regalate: «Padre, per piacere le legga». Mi sta molto a cuore seguire questo ragazzino a scuola, è simpatico, intelligente, è in terza media. Ma tutto ciò che ha scritto è pessimismo, paura e desiderio di morte, di farla finita con questa vita. Morire finalmente… per lui non c’è più amore, bellezza, la vita non ha più senso. Non sono riuscito a trovare una sola parola felice in quelle pagine. Le ho passate agli insegnanti perché le fotocopiassero. Vogliono che  richiami il ragazzo per parlargli.
      Lui non è l’unico, tutti i suoi coetanei attraversano tali difficoltà. Sono solo dei ragazzini, dei bambini… perché dobbiamo assistere a questo dramma, all’occupazione, ancora? Il mondo non è
abbastanza convinto che ridurre una nazione alla fame, alla violenza, alla prigionia sia un crimine di guerra? Non lo comprende? Lo capiranno quando riesploderà una guerra, che i palestinesi non vogliono (anche quando vanno incontro alla morte lo fanno per liberare sé stessi).
      Vi racconto una storia vera accaduta a Gaza, non lontano dalla mia parrocchia. Un ragazzo di sedici anni, che viveva in una famiglia numerosa senza lavoro, un giorno, uscendo di casa, aveva visto sua sorella chiedere l’elemosina all’entrata di una moschea. È tornato a casa, ha scritto una breve lettera al padre e alla madre, poi è andato ad attaccare una postazione di soldati israeliani al confine. È andato incontro alla morte. Tre ore dopo è stato riportato su una barella, morto. Allora hanno scoperto la lettera che lui aveva scritto: «Padre, madre, vi voglio bene. Volevo vivere per la Palestina, ma vi ho vendicato. Ho esposto al pericolo la mia vita, mi sono ucciso per farvi risparmiare un pezzo di pane per uno dei miei fratelli. Ora non siete più dieci, siete nove. Ora potete dar da mangiare a tutti in famiglia». Questa non è la storia di uno solo, ce ne sono altre, ogni giorno.
      Quel giovane ha fatto del terrorismo? Nei Territori occupati siamo di fronte a un crimine storico contro un intero popolo, la maggior parte sono bambini, donne, anziani, tutti innocenti e puniti perché vivono a Gaza. Chi ha la responsabilità di proteggerli, di fronte a una reclusione imposta oggi dallo Stato d’Israele? Tanti palestinesi ormai non percepiscono più altra alternativa che quella tra la schiavitù e la morte.
      Io sono stato educato alla pace, vivo per la pace, predico la pace, e mai posso essere violento, per quanto di bello ho ricevuto dalla mia famiglia e dalla mia fede.  Ma quando ho davanti la mia gente, i miei fedeli in chiesa, che cosa posso dire loro? Continuo a chiedere di sopportare. La sofferenza noi cristiani la possiamo accettare con l’aiuto del Signore. Ma se questa sofferenza supera il limite, in una situazione come questa… anche a un sacerdote talvolta mancano le parole. Pazienza, accettazione… tutta la comunità, anche le suore presenti, mi chiede: «Fino a quando?». Non abbiamo davanti a noi una luce, seppure lontanissima, che ci faccia dire: «Lì c’è la terra ferma per essere salvi».
      I palestinesi vedono che la comunità internazionale si rifiuta di parlare con loro. Non noi abbiamo minacciato Israele, anzi. Oggi c’è purtroppo un soldato israeliano, Gilad Shalit, tenuto in ostaggio, prigioniero, mentre Israele detiene diecimila palestinesi, tra cui ministri, parlamentari... In Israele c’è chi parla di Shalit come se dovesse scoppiare una guerra mondiale. Questo è quello che hanno fatto in Libano. Per due soldati hanno distrutto il Libano. Se due soldati sono così cari al popolo d’Israele, perché non dovrebbero esserlo tutte queste persone per i palestinesi? Tutti noi siamo persone come quei soldati.
      Ho paura che in Israele non stiano preparando un periodo di pace. Non la si prepara con questi mezzi, ma con lo sviluppo, la beneficenza, il lavoro, il benessere. La guerra invece la si può decidere sulla carta: basta chiudere le frontiere, mandare gli aeroplani.  Per la guerra basta un attimo. La pace è come un bambino che prima deve essere concepito nel grembo della madre, nel cuore di una nazione, poi deve essere messo al mondo e seguito ogni momento, altrimenti muore.
      Sono nato in Palestina nel 1938, e da allora non ho mai visto qui un giorno di pace, uno solo.
     
Qui i cristiani sono arabi, e fanno parte della nazione palestinese. E non ci sono differenze tra cristiani e musulmani: viviamo insieme, mangiamo insieme, lavoriamo insieme. Nelle due scuole cattoliche di Gaza, di cui sono il direttore, ci sono milleduecento studenti e più di ottanta insegnanti. Sono scuole miste, con cristiani e musulmani, maschi e femmine. Abbiamo solo 143 cristiani, tutti gli altri sono musulmani. Ieri ho assistito a un matrimonio tra musulmani vicino alla nostra scuola, ho offerto loro la nostra elettricità per la festa, in cui erano presenti anche alcuni cristiani. Così pure i musulmani vengono ai nostri matrimoni, ai nostri battesimi, vengono in chiesa nelle occasioni particolari. Quando sua beatitudine il patriarca di Gerusalemme, Michel Sabbah, è venuto a Gaza, i musulmani gli hanno riservato la loro sincera accoglienza e abbiamo pranzato tutti insieme. Quando il delegato apostolico monsignor Antonio Franco è venuto a Gaza – come delegato speciale di Sua Santità – per portare sostegno e far saper che il Papa ci è vicino e prega per noi, il 20 agosto scorso, è stato accolto da tutti, c’erano pure ministri del governo di Hamas, parlamentari, musulmani e cristiani. Alcuni di loro sono venuti anche in chiesa, come il governatore di Gaza. Il delegato monsignor Franco è stato ricevuto dai capi religiosi musulmani e ha potuto visitare la grande moschea di Gaza, che in origine era una chiesa.
      Qui a Gaza ci rifiutiamo di distinguere tra musulmani e cristiani. Oggi, l’intera nazione e il popolo della Palestina, tutti soffrono insieme, condividono le medesime paure.  
      Lasciatemi dire qualcosa della vita di fede, la cosa che più conta.  
      Ci sono stati quest’anno incontri speciali di preghiera: durante l’estate, dall’inizio di maggio fino a metà agosto, per tre mesi e mezzo, ogni giorno abbiamo celebrato la messa alla presenza di circa cinquanta persone e abbiamo spiegato ogni volta un salmo, fino al Salmo 74. I cristiani non sono molti, circa duecento sono i cattolici, tremila gli ortodossi, più una piccola rappresentanza di battisti.
      È una piccola comunità, ma siamo rispettati, amati dai vicini musulmani, benvenuti nelle loro case. Non ci sono mai state minacce contro di noi, siamo amici, io lo sono pure del primo ministro. Non chiediamo alcun aiuto esterno per essere protetti, siamo protetti dal nostro stesso popolo, che è uno solo. Questa è la situazione. Se abbiamo paura, come tutti gli altri, è perché la polizia non riesce ancora a gestire la situazione. Noi viviamo tutti insieme a Gaza come in una prigione, come se fossimo in punizione, ma finora non abbiamo perso la nostra fede, la nostra speranza, la nostra carità.
      La domenica la chiesa è piena: alla nostra gente piace pregare, piace ascoltare la Parola di Dio,  ne è desiderosa. Ai cristiani basta sentir dire che c’è un incontro alla chiesa ortodossa, o che altrove un sacerdote cattolico predicherà, e tutti vanno. Ci seguono.
      Sono stato designato dal presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmud Abbas, a capo del Dipartimento per i  cristiani del Ministero degli Esteri – dove esistono pure i dipartimenti per gli ebrei e per i musulmani. Così ogni due settimane scrivo una breve nota, e la spedisco per posta elettronica a circa diecimila indirizzi di persone, parrocchie, ecc., in tutto il mondo.  Chi la riceve può usare i testi e tutto ciò che invio, e se vi sono domande, rispondiamo. Possono aiutarci in moltissimi modi: parlando di noi, pregando per noi, contribuendo a costruire scuole, a organizzare corsi per gli studenti, adottando uno studente o una famiglia: se tre o quattro persone all’estero si mettono insieme e donano magari un centinaio di dollari al mese, cioè ottanta euro, una famiglia a Gaza avrà di che vivere. Anche con soli dieci dollari si può far cambiare volto per un giorno a una classe di bambini, farli felici, seminare gioia, incoraggiare ragazzi e famiglie a vivere. Tutta la Chiesa deve aiutare i cristiani di qui a sopravvivere, affinché noi aiutiamo i musulmani a costruire il nostro Stato.
      Il numero dei cristiani non cresce, nemmeno con le nuove nascite, perché molti lasciano il Paese. I cristiani in Palestina, se non riceveranno aiuto, si ridurranno fino a scomparire. Prendete Gerusalemme: nel 1967 i cristiani erano circa 60mila, ora sono settemila. È cruciale. Ringrazio Dio che mi abbiano messo a capo di questo Dipartimento per gli affari cristiani, perché mi rende libero di parlare ufficialmente a nome della mia gente, e invocare giustizia, pace, cibo e libertà.
      Ora c’è questa polemica contro le parole del Papa sull’islam.
      I cristiani a Gaza sono il popolo della Palestina. E non temono di essere aggrediti dai musulmani, la cui maggioranza è del tutto contraria ad azioni contro i cristiani. Ci conoscono molto bene, e abbiamo amici pure in Hamas. Il 18 settembre, nel pieno della virulenta diatriba sul discorso del Papa, ho fatto visita al muftì di Gaza insieme a un gruppo di cristiani e abbiamo parlato per due ore. Siamo usciti contenti, perché lui ci ha promesso di ricondurre alla calma tutti quelli che nelle moschee provano a dir male dei cristiani. Il governo, il primo ministro, il partito Fatah e il governatore di Gaza già più di una volta si sono espressi per calmare le acque. Il governatore di Gaza, accompagnato dai responsabili di diverse parti politiche e numerosi membri del Parlamento palestinese, è venuto in parrocchia a darci sostegno. Il 19 settembre abbiamo reso la visita al governatore, lieti di ascoltarlo e di sapere quante volte ha già scritto sui giornali in nostro favore. Lo stesso giorno ho chiamato l’ufficio del primo ministro Hanyieh, e mi hanno garantito appoggio. Il ministro dell’Interno aveva già inviato dei poliziotti a tutela di chiese e scuole fin dal primo momento, ventiquattr’ore al giorno, ma nessuno ha provato a danneggiare la nostra chiesa o le scuole (alcuni ragazzi hanno invece lanciato sulla chiesa ortodossa bombe “sonore” fatte in casa, senza conseguenze).
      C’è calma. La polizia garantisce la sorveglianza dei luoghi di culto e delle scuole, non c’è pericolo per i cristiani, anche se leggiamo qui e là di minacce, ma senza alcun fondamento. Come cristiani, avvertiamo che il Santo Padre ha affrontato un tema che ci ha esposto a dei pericoli, ma siamo convinti che sia innocente rispetto alle accuse mossegli, lui ha espresso un giusto punto di vista della Chiesa, ma per i musulmani è sembrato chiaramente che  egli attaccasse il Corano e la loro fede. Come cristiani di questo difficile Paese, noi sosteniamo la nostra gente contro le strumentalizzazioni sul Papa, e al Papa chiediamo di tenere accanto a sé qualcuno che lo consigli e provenga da questo Paese, perché non basta studiare l’islam in università, bisogna averne esperienza nella vita quotidiana per evitare in futuro ogni tipo di scontro. Chiediamo al Signore di aiutarci in questa situazione, e preghiamo per il Papa.
      Si dice che Benedetto XVI potrebbe visitare Israele l’anno prossimo, nel 2007.  Ho già scritto al Papa una lettera su questo punto e l’ho invitato a nome di musulmani e cristiani. E lui il 20 agosto scorso ha mandato, appunto, un delegato speciale a visitare Gaza, e in questo modo ci ha incoraggiati.  Saremo molto felici di trovare qualcuno che si unisca a noi in questo invito.
      Sarebbe davvero bello avere il Papa a Gaza.                  

Fonte:   Nella Chiesa e nel mondo. Mensile internazionale
            diretto da Giulio Andreotti        
Estratto del N. 9 - 2006
NOTA: Per vedere l’originale andate a <www.30giorni.it>, poi evidenziate "sommario di questo numero (clicca qui)" e successivamente in "attualità", "cronache dalla prigione".

 

Pagina diario scritta da: AUG a 08:26 | link | commenti | | Torna su
israele palestina, rassegnastampa

lunedì, 23 ottobre 2006

Negli anni ’50 abbiamo imparato a conoscere il "Comma 22" ("Catch 22" di Joseph Heller. 1923-1999), praticato in una base aerea nel Mediterraneo durante la seconda guerra mondiale.

Lo stato di Israele, attraverso un suo ambasciatore, ne ripropone una versione aggiornata:
“Israele non fa uso di armi proibite. Ma le armi nuove non possono essere proibite perché nuove”.
(Si veda il mio diario del 13 ottobre)  
Le informazioni però cominciano ad arrivare               augusta


L’Unità 23 ottobre 2006  Israele confessa: in Libano abbiamo usato armi al fosforo
Umberto De Giovannangeli


Israele ha ammesso per la prima volta di avere usato bombe al fosforo nei 34 giorni di guerra in Libano. A rivelarlo è il ministro Yaakov Edri (Kadima, rapporti con il parlamento) in risposta alla interpellanza della capogruppo del Meretz (la sinistra pacifista) Zahava Galon.
«Le Forze di Difesa hanno utilizzato munizioni al fosforo in diverse forme in diverse fasi», afferma Edri. «Le Forze di Difesa - aggiunge il ministro - hanno fatto uso delle bombe al fosforo durante la guerra contro Hezbollah in attacchi sferrati contro obiettivi militari in campo aperto». Edri ha sottolineato che la legge internazionale non vieta l´uso delle armi al fosforo e che le «Forze di Difesa hanno usato questo tipo di munizioni in conformità delle disposizioni del diritto internazionale». Il ministro non ha specificato dove e contro quali tipi di obiettivi sono state utilizzate le bombe al fosforo. Il terzo protocollo della Convenzione di Ginevra sulle armi convenzionali che prevede restrizioni nell´uso di speciali tipi di armi non è stato siglato da Israele e Stati Uniti.
Durante la «guerra dei 34 giorni» diversi media internazionali, tra cui l´Unità, avevano resocontato di civili libanesi ricoverati in ospedale - molti poi deceduti - con ferite caratteristiche di attacchi con bombe al fosforo, sostanza che brucia quando viene a contatto con l´aria. Il Libano come il Vietnam. Racconta il dottor Hussein Hamud al-Shal, che lavora al Dar al-Amal Hospital di Baalbek, una delle città più colpite dai raid aerei israeliani nella valle della Bekaa, di aver ricevuto tre corpi «totalmente raggrinziti, con la pelle nero-verde», caratteristiche di ferite proprie delle bombe al fosforo. Le bombe al fosforo provocano ustioni dolorose e distruggono completamente i tessuti organici. Il colpo diretto di una bomba al fosforo determina ustioni serie e una morte lenta.
Il diritto internazionale vieta l´uso di armi che provocano «ferite eccessive e sofferenze non necessarie, e molti esperti ritengono che le bombe al fosforo rientrino direttamente in tale categoria. La Croce Rossa Internazionale ha stabilito che la legge internazionale vieta l´uso di bombe al fosforo e di altre armi infiammabili contro le persone, siano esse civili o militari. «L´uso di queste armi in un conflitto che ha colpito pesantemente la popolazione civile libanese, è un fatto estremamente grave, su cui occorre un supplemento di indagini. Ed è ciò che mi appresto a chiedere al ministro della Difesa Amir Peretz», dice a l´Unità la deputata Galon.
Le ammissioni del governo israeliano sull´uso delle bombe al fosforo nella guerra in Libano hanno provocato la protesta delle più importanti associazioni israeliani per i diritti umani israeliane, come B´Tselem, e di Peace Now: «Sono troppe e documentate le denunce sull´uso di "armi sporche" sia in Libano che a Gaza da poter essere liquidate come propaganda anti-israeliana. Dobbiamo fare piena luce su questa pratica», ci dice Yaariv Oppenheimer, segretario generale di «Peace Now» e parlamentare laburista. Dal Libano a Gaza. Altro teatro di guerra e di sperimentazione di «armi sporche». Indicativa in proposito è la testimonianza rilasciata al sito Peace Reporter dal dottor Joma al Saqqa, chirurgo allo Shifa Hospital di Gaza City. «I corpi di molte vittime dei bombardamenti israeliani - racconta il dottor al Saqqa - sono giunti allo Shifa hospital completamente fusi. Al punto di assumere un coloro scuro come il carbone. Spesso erano letteralmente spezzati. I feriti, invece, presentavano delle zone del corpo gravemente ustionate, con bruciature che avanzavano all´interno fino alle ossa distruggendo muscoli e organi. Alcuni dei feriti avevano le ossa degli arti completamente esposte e bruciate, senza più tessuti sopra...».
«Il solo contatto con le schegge di queste munizioni - prosegue il dottor al Saqqa - con il viso o altre parti del corpo produce bruciature che, quando colpiscono il volto, rendono le persone completamente irriconoscibili anche alle proprie famiglie. Le persone ferite da queste armi hanno raccontato di aver cercato di fermare il fuoco con acqua o sabbia, tutti riferiscono che "le fiamme tornavano ancora e ancora più alte"». «Le ferite che ci troviamo davanti, così come i corpi deformati dei morti - conclude il responsabile del reparto chirurgico dell´ospedale centrale di Gaza City - ci fanno pensare all´uso di armi al fosforo bianco e con sostanze batteriologiche che di fatto "avvelenano" il corpo».


L’Unità 23 0tt0bre 2006-10-23
Domenico Gallo: «Armi al fosforo vietate dalle Convenzioni di Ginevra» di Maura Gualco


Israele ha ammesso di aver usato il fosforo bianco durante la guerra in Libano, nonostante già da tempo media internazionali,organizzazioni umanitarie e il governo libanese, ne avessero documentato il suo utilizzo. L´esecutivo israeliano si giustifica affermando di non aver nessun divieto in merito in quanto non avrebbe mai sottoscritto il Terzo Protocollo della Convenzione di Ginevra che ne vieta l´uso. Non è, tuttavia, soltanto il Terzo Protocollo che proibisce l´uso di fosforo bianco. Ne parliamo con Domenico Gallo, magistrato esperto in diritto internazionale ed ex senatore.
Come sono considerate dal diritto internazionale le armi al fosforo?
«Non sono contemplate espressamente dalle norme internazionali. Salvo il fatto che il fosforo è un precursore delle armi chimiche e quindi bandito come tutte le armi chimiche. Ciò, non vuol dire, tuttavia, che l´uso delle armi al fosforo sia libero e il diritto internazionale sia indifferente al suo uso. In realtà c´è un principio consuetudinario che è stato ribadito nel Primo Protocollo allegato alle Convenzioni di Ginevra. E che stabilisce l´impiego di armi o sostanze o metodi di guerra capaci di causare mali superflui o sofferenze inutili. Così come sono vietati gli attacchi indiscriminati e l´uso di quelle armi nei confronti di civili e di forze militari nemiche. Il fosforo bianco per le sue conseguenze è una sostanza chimica che viene usata come sostanza incendiaria ma essendo chimica produce sofferenze particolari. Questo metodo di guerra, contemplato nell´articolo 35 del primo Protocollo, è inaccettabile perché produce mali superflui. E riflette un principio consuetudinario a cui sono vincolati anche gli Stati che non hanno firmato il Primo Protocollo».
Distinzione normativa nell´uso del fosforo bianco tra obiettivi civili e militari?
«C´è una Convenzione del 1980 che vieta uso di armi che causano sofferenze superflue o indiscriminate. A questa Convenzione è stato aggiunto un Protocollo, il Terzo, che vieta l´uso di armi incendiarie nei confronti della popolazione civile. Quindi ne autorizza l´uso nei confronti dei militari. Ma il fosforo bianco non è una semplice arma incendiaria. La bottiglia molotov è una semplice arma incendiaria. Ma è anche un´arma chimica che produce effetti ulteriori. Dunque la disciplina ricade nel Primo Protocollo e non nel Terzo».
Israele ha ammesso di aver usato il fosforo bianco. Ha ha violato il diritto internazionale?
«Sì, ha usato un´arma inammissibile dal punto di vista del diritto bellico e che pone dei limiti all´uso della violenza».
Gerusalemme si giustifica sostenendo di non aver sottoscritto il Terzo Protocollo.
«Questi protocolli sia il Primo che la Convenzione dell´80 ribadiscono principi già vigenti del diritto internazionale quindi principi che appartengono al diritto internazionale generale non a quello pattizio e che nasce dai trattati».
In molti casi Stati Uniti, Israele, Russia e altri Paesi giustificano comportamenti contrari al diritto internazionale con il fatto che non hanno sottoscritto determinati trattati. Che strumenti hanno le Nazioni Unite davanti a certi comportamenti che considera illegittimi?
«Questi comportamenti dovrebbero essere censurati dall´opinione pubblica e considerati illegittimi dai governi e dalle classi dirigenti».



                    VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale  20  / 26 ottobre 2006  n. 664 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 18 ottobre 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        4.323     
Israeliani          1.042         
Altre vittime         77         
Totale                5.442        


Internazionale  20  / 26 ottobre 2006  n. 664 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  del  18 ottobre  2006
Iracheni              43.937  /  48.783
Americani                    2.782                             
Altre vittime                   237                          


Avrei voluto scrivere qualche cosa sulla giornata del dialogo cristiano-islamico.    (Si veda il mio diario del 19 ottobre)
Mi sono recata a Roma per assistere all’incontro alla moschea di Monte Antenne ma un leggero incidente me ne ha impedito la partecipazione.
Se troverò qualche cosa da poter utilmente scaricare provvederò a darne informazione, purtroppo per me, indiretta
augusta

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israele palestina, rassegnastampa, vittime di guerra, guerra conflitti e violenze

giovedì, 19 ottobre 2006

V giornata del dialogo cristiano islamico
venerdì 20 ottobre 2006                         28 Ramadan 1427

La Giornata del dialogo cristiano islamico giunge alla quinta edizione. Quest’anno l’evento verrà celebrato il 20 ottobre, ultimo venerdì del mese di Ramadan.

La Giornata fu ideata nel 2001, all’indomani della strage dell’ 11 settembre, come iniziativa tesa a contrastare il clima di incomprensione e talvolta di contrapposizione che si era determinato tra le due comunità. Da allora ogni anno si sono realizzati centinaia di eventi in tutta Italia, ciascuno organizzato secondo specifiche modalità locali.

La Giornata del 2006 cade in un periodo particolarmente difficile, talvolta caratterizzato da un clima di tensione tra cristiani e musulmani in alcune parti del mondo.

I promotori della Giornata invitano istituzioni politiche e religiose, società civile e cittadini ad impegnarsi affinché la logica e la pratica del dialogo prevalgano sullo scontro tra le culture.

In questo quadro il 20 ottobre, a Roma, è prevista una visita guidata alla Grande Moschea, nella cui sala congressi si svolgerà una tavola rotonda:
La sfida della convivenza e il dialogo tra le fedi
.

Programma della Giornata

Ore 15,30: Visita guidata della Moschea
(la tradizione islamica prevede che le donne che entrano in moschea abbiano il capo velato)

Ore 16,30: Tavola rotonda: La sfida della convivenza e il dialogo tra le fedi
Intervengono:
dott. Abdellah Redouane, segretario generale del Centro islamico culturale d’Italia
mons. Vincenzo Paglia, presidente del Consiglio della Cei per l’ecumenismo e il dialogo
past. Maria Bonafede, moderatora della Tavola valdese
mons Piero Coda, Università Lateranense, presidente dell’Associazione teologica italiana
prof. Paolo Naso, direttore di Confronti
on. Paolo Ferrero, ministro per la Solidarietà sociale

Con l’adesione di:
Pax Christi, gruppo di Roma              
CIPAX (Centro interconfessionale per la pace)
Comunità cristiana di base di San Paolo, Roma
SAE (Segretariato attività ecumeniche, gruppo di Roma),
Commissioni giustizia e pace dei domenicani e dei carmelitani,
Conferenza mondiale delle religioni per la pace

Per partecipare all’iniziativa è necessario iscriversi telefonando o inviando una email:
Tel: 06 4820503 – 06 48903241   Fax: 06 4827901
redazione@confronti.net       programmi@confronti.net

Per raggiungere la Grande Moschea dalla stazione Termini:
prendere la metro A in direzione Battistini e scendere a Flaminio (quarta fermata)
alla stazione della Ferrovia Roma-Viterbo di piazzale Flaminio prendere il treno per Sacrofano (ogni 12 minuti) per due fermate e scendere ad Acqua Acetosa, che si trova a 100 metri dalla Moschea.

Confronti è una pubblicazione mensile di “fede, politica e vita quotidiana”. Al tempo stesso è un centro culturale impegnato sui temi del dialogo tra le fedi e le culture, del pluralismo e dell’educazione alla pace.

Per saperne di più  (soprattutto in merito alle adesioni, ma non solo) andate al sito www.ildialogo.org.
Alla prossima settimana    augusta

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lunedì, 16 ottobre 2006


E’ una vicenda di cui ho già scritto il 27 settembre ma più il tempo passa e più mi turba perché ho l’impressione che stia calando un improprio silenzio, qualunque sia la “verità” della storia di “Maria”, la bimba bielorussa che trascorreva le sue vacanze a Cogoleto e che è stata riportata nella terra da cui proveniva.
Voglio aggiungere che la condizione di Maria, e degli altri bambini post Chernobyl come lei. non è e non può essere né di adozione, né di affido, né quella di un minore “non accompagnato” (tutte categorie per cui è prevista una regolare, definita procedura).
Nessun giornalista fra quelli da me letti e ascoltati ha usato correttamente la terminologia relativa al caso (e necessaria per provare a capirlo con un minimo di rigore intellettuale) e nessuno sembra essersi turbato. Che sarebbe accaduto se avessero detto caporale a un generale o viceversa? E mozzo a un ammiraglio?

Ah… mi ero distratta caporali, generali, e ammiragli sono militari e quindi persone degne di rispetto, cui è dovuta una difesa da parte delle autorità preposte e dell’incivile società civile, Maria invece  è una bambina che, come tutti i soggetti a debole contrattualità, deve arrangiarsi, dimostrando obbedienza e gratitudine (a chi altri decide debba essere grata).
Gli affetti si riservano per le famiglie stile Mulino Bianco o pasta Barilla, di cui evidentemente Maria –come tutti coloro che vivono abbandonati in un istituto- non dispone.
Sembra quindi che Maria e i suoi compagni siano affidati all’arbitrio del “buon cuore” che, a quanto è stato confusamente detto, sarebbe - nel caso specifico - sostenuto da un trattato fra due stati, Italia e Bielorussia (segreto? E se sì perché? E se no perché le chiacchiere non vengono smentite
?).
Dovrebbero esserne al corrente almeno le organizzazioni che si occupano di questi bambini perché se la loro attività non fosse –sia pure in un anomalo modo- riconosciuta non potrebbero portarli in Italia. Se li portassero senza autorizzazione sarebbero come gli scafisti che trasportano richiedenti asilo o persone in cerca di lavoro (impropriamente detti clandestini).
Ma le associazioni sono uno degli elementi che più mi ha turbato in questa vicenda … e di ciò dirò più avanti.

Ciò che è noto sono le parole della coppia che aveva ospitato Maria, delle madri di uno o l’altro dei coniugi ospitanti e si sa ancora che entrambi i coniugi sono indagati dalla procura di Genova per sottrazione di minore e che sono stati querelati, ancora per sottrazione di minore, con un atto firmato dal tutore di Maria, il direttore dell'istituto di Vileika, dove la bambina avrebbe dichiarato di aver subito violenze.
Fra sussurri e verbi al condizionale, opinionisti che confondono un soggiorno di vacanza con un affido, se non un’adozione … proviamo a fare ipotesi che collochino la vicenda in un contesto logico.

Partiamo dall’ipotesi peggiore.
Maria ha mentito per garantirsi una famiglia (e questo non sarebbe nulla di male. I bambini hanno bisogno di affetto e si difendono con i mezzi di cui dizpongono) e i coniugi ospitanti, pur sapendolo, hanno sostento la sua menzogna  per mettere le autorità competenti di fronte a una situazione di fatto che li aiutasse a superare le lentezze burocratiche relative a un procedimento di adozione.
Sembra che avessero fatto domanda in proposito ma che la carta si sia dispersa nei meandri degli uffici.
Oppure:

Maria ha mentito (ma chi le ha descritto le condizioni in cui si manifestano le molestie sessuali perché ne potesse parlare?) ma i coniugi non lo sapevano, le hanno  creduto e hanno cercato di proteggerla, se non di adottarla (vedi sopra).

Maria non ha mentito e la protezione le è “oggettivamente”e comunque  dovuta, anche se i coniugi ospitanti non si ritengono persone adatte a proteggerla e occorre trovare una soluzione diversa dalla loro accoglienza e dal rimandarla dal “lupo cattivo”, dove sembra ora si trovi.
Quale che sia valida di queste ipotesi si apre una voragine:
perché Maria non è stata ascoltata dall’organo giudiziario competente?


Trascrivo dalla a Convenzione di New York del 1989 - che nel nostro stato è legge -
(
LEGGE 27 maggio 1991 n. 176 - pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell'11 giugno 1991, n. 135) gli articoli che mi sembrano pertinenti a questo caso:

Articolo 2

1. Gli Stati parti s'impegnano a rispettare i diritti che sono enunciati nella presente Convenzione ed a garantirli ad ogni fanciullo nel proprio ambito giurisdizionale, senza distinzione alcuna per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere del fanciullo o dei suoi genitori o tutori, della loro origine nazionale, etnica o sociale, della loro ricchezza, della loro invalidità, della loro nascita o di qualunque altra condizione.
2. Gli Stati parti devono adottare ogni misura appropriata per assicurare che il fanciullo sia protetto contro ogni forma di discriminazione o di sanzione motivata dallo status, le attività, le opinioni espresse o il credo dei suoi genitori, dei suoi tutori o di membri della sua famiglia.
Articolo 3

1. In tutte le decisioni riguardanti i fanciulli che scaturiscano da istituzioni di assistenza sociale, private o pubbliche, tribunali, autorità amministrative o organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve costituire oggetto di primaria considerazione.
2. Gli Stati parti s'impegnano ad assicurare al fanciullo la protezione e le cure necessarie al suo benessere, tenuto conto dei diritti e dei doveri dei suoi genitori, dei tutori legali o di qualsiasi altra persona legalmente responsabile di esso, e, a tal fine, prenderanno ogni misura appropriata di carattere legislativo e amministrativo
3. Gli Stati parti si impegnano ad assicurare che le istituzioni, i servizi e le strutture responsabili della cura e della protezione dei fanciulli siano conformi ai criteri normativi fissati dalle autorità competenti, particolarmente nei campi della sicurezza e dell'igiene r per quanto concerne la consistenza e la qualificazione del loro personale nonché l'esistenza di un adeguato controllo
Articolo 4

Gli Stati parti si impegnano ad adottare ogni misura appropriata di natura legislativa, amministrativa e d'altro genere per dare attuazione ai diritti riconosciuti in questa Convenzione. Per quanto attiene i diritti economici, sociali e culturali, gli Stati parti adottano tali misure in tutta la gamma delle risorse di cui dispongono e, all'occorrenza, nel quadro della cooperazione internazionale.
Articolo 11
1. Gli Stati parti devono adottare le misure appropriate per lottare contro i trasferimenti illeciti all' estero di fanciulli ed il loro mancato rientro (nei paesi d' origine)
2. A tal fine gli Stati parti promuoveranno la conclusione di accordi bilaterali o multilaterali o l' adesione agli accordi esistenti.
Articolo 12

 1. Gli Stati parti devono assicurare al fanciullo capace di formarsi una propria opinione il diritto di esprimerla liberamente ed in qualsiasi materia, dando alle opinioni del fanciullo il giusto peso in relazione alla sua età ed al suo grado di maturità
2. A tal fine, verrà in particolare offerta al fanciullo la possibilità di essere ascoltato in qualunque procedimento giudiziario o amministrativo che lo riguardi, sia direttamente, sia tramite un rappresentante o un'apposita istituzione, in conformità con le regole di procedura della legislazione nazionale.


I giornali hanno scritto che la notizia del ritrovamento di Maria, dopo circa 20 giorni dalla sua “scomparsa”, è stata accolta da un grande applauso e un coro di 'Evviva' dai genitori del Coordinamento delle famiglie adottanti in Bielorussia riuniti da ore davanti al Parlamento per manifestare contro quello che avevano definito "un sequestro di persona”?

Mi sembra ovvio che Maria non potesse essere rappresentata da chi l’aveva ospitata e ancor meno dal direttore dell’istituto da cui proveniva. Mi sembra fosse necessario sentirla e mi sembra ancora  le sia stato tolto il diritto di parola nel disinteresse generale.
Non parlo di servizi sociali, ma di giustizia.
E se l’hanno sentita lo dicano, non occorre violino la sua privacy raccontando ciò che ha detto.


Domande:
Poiché è improbabile che i genitori del Coordinamento passassero per caso e tutti insieme davanti al Parlamento, chi li ha convocati?
E’ stata una manifestazione spontanea, casualmente occorsa nel giorno e nell’ora del ritrovamento della bambina nascosta in Val d’Aosta? 
Una risposta positiva mi sembra improbabile e allora: Chi era il regista? Perché?
Alcuni giornalisti ne hanno parlato come se di fronte alla minaccia bielorussa di bloccare i trasferimenti di bambini o le pratiche di adozione (si è detto questo e quello) fosse ragionevole mercanteggiare il corpo, la mente, la dignità di una bambina a rischio violenza.
O i genitori del Coordinamento erano certi che tale rischio non sussistesse e che tutto il caso fosse una bufala (sarebbe un’ipotesi ottimista ma chi li aveva, convocandoli nel luogo proprio e nel momento esatto, rassicurati su questo punto? E se così è stato è stata rispettata la privacy della bambina?)
Ed era proprio necessario quell’applauso che i soliti giornalisti hanno giustificato con “il bene comune” e la legge implacabile dei numeri, opponendo la singolarità di Maria al numero di bambini che dalle minacce della Bielorussia avrebbero tratto danni)?

Ho fatto uno sforzo notevole per mantenere un linguaggio distaccato: appartengo a coloro che negli ’60 si sono impegnati perché fosse approvata una legge sull’adozione – fondandola proprio sul diritto del minore a una famiglia - e che avevano scoperto e documentato gli orrori di molti, anche apprezzati, stimati e finanziati, istituti.   
Avevamo anche conosciuto i danni che i bambini ricevevano dagli istituti “buoni” dove molto era dato loro, escluso l’affetto di cui hanno bisogno. Sono cose che non si dimenticano.

E infine una considerazione. I miei richiami alle Nazioni Unite hanno indotto molte persone a ricordarmi che tutte le Convenzioni, le raccomandazioni ecc. sono regolarmente disattese e che e quindi non è il caso di farne memoria.
Ma se nessuno se ne fa carico perché dovrebbero essere rispettate là dove non c’è la volontà di farlo?
Non ho mai sentito parlare degli atti delle NU come e quanto delle tasse, eppure sono uno dei fondamenti del nostro contratto sociale.
Vogliamo proprio ridurle a un belletto che si invoca per cercar di dare una parvenza di legalità anche alle  guerre le cui cause sono notoriamente un falso e altro non ci interessa?

augusta

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bambini, guerra conflitti e violenze, diari di augusta

venerdì, 13 ottobre 2006

Dense Inert Metal Esplosive  (DIME)
Non mi sento di commentare la lista delle notizie che pubblicherò di seguito: parlano da sé.
A quanto ho constatato quello che ho scritto mercoledì 11, riprendendolo da il sito web www.ildialogo.it, in merito al DIME non suscita interesse nella “grande” stampa.
Ne ha parlato Il Manifesto del 12 settembre (reperibile via Internet) e c’era una notizia su l’Unità.
Il 15 luglio avevo  pubblicato il testo della
Legge 17 maggio 2005, n. 94: "Ratifica ed esecuzione del Memorandum d'intesa tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo dello Stato di Israele in materia di cooperazione nel settore militare e della difesa, fatto a Parigi il 16 giugno 2003".
Il Memorandum ratificato prevede tra l’altro la cooperazione nella ricerca, nello sviluppo e nella produzione di tecnologie militari anche tramite lo scambio di dati tecnici, informazioni e hardware. Vi si incoraggiano inoltre «le rispettive industrie nella ricerca di progetti e materiali» di interesse comune”
Chi volesse leggerne il testo
, che è in formato PDF e quindi non posso riportare può  andare  a: http://dex1.tsd.unifi.it/juragentium/it/surveys/palestin/ItIsr.pdf.       

Il 22 settembre ho pubblicato l’interrogazione dei senatori Giannini e Menapace interrogazione relativa alla legge 94.

Chissà se nella risposta il governo verranno rivelerà operosi scambi intervenuti fra responsabili (?!)  militari di Italia e Israele anche in merito al DIME

E, a proposito di armi trascrivo di seguito una notizia ripresa da un quotidiano locale.
Chi volesse vederne i precedenti può consultare i diari del 6, 7, 14 e 24 gennaio, del 3, 4, 12, 17 e 27 febbraio del 21 marzo e del 6 luglio, tratte sempre dal Messaggero Veneto e pubblicate sempre, implacabilmente e inspiegabilmente, nella cronaca cittadina.   augusta


Messaggero Veneto   10 ottobre 2006   
Cronaca di Udine
BERGHINZ:  DISPOSTA UNA PERIZIA SULLE ARMI PROVENIENTI DALL’IRAQ.
Continuano sotto la direzione della procura militare di Cagliari le indagini sul traffico di armi da guerra e reperti archeologici dall’Iraq di cui sono accusati i tre militari del terzo reggimento Genio guastatori di Udine. Ricevuti gli atti da Padova, i magistrati cagliaritani hanno chiesto un incidente probatorio per affidare a esperti la perizia sulla merce oggetto del presunto contrabbando, oltre ad aver esteso l’inchiesta a un quarto militare, attualmente impegnato in una missione di peacekeeping all’estero.
A gennaio tre militari, due ufficiali e un maresciallo, sono stati accusati di peculato militare e importazione clandestina di armi da guerra, dopo il ritrovamento di fucili e kalashnikov con matricola abrasa all’interno della caserma Berghinz di via San Rocco.
La nave battente bandiera italiana Jolly Giallo sulla quale era imbarcato il container sigillato con le armi, salpata dal Golfo Persico, nell’aprile 2004 fece scalo nel capoluogo sardo. Tanto è bastato al giudice per l’udienza preliminare del tribunale militare di Padova per chiedere la trasmissione degli atti: gli ultimi falconi sono arrivati nel capoluogo sardo la scorsa settimana. Nel frattempo, il procuratore capo Mauro Rosella e il sostituto Enrico Lussu hanno già avviato alcune indagini integrative e a breve il gip incaricherà due periti per analizzare le armi e i beni archeologici e stabilirne il valore.


                     VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)


Da Limes- Rivista italiana di geopolica  -  Supplemento al n.4-2006
      Fabio Mini. Tsahal, una sconfitta da manuale pag. 40-41

”Le perdite subite dal Libano sono assolutamente coerenti con il genere e il numero degli interventi israeliani: 1.130 morti e 3.300 feriti, oltre un milione di rifugiati di cui 850mila senza più casa.”  <…..>
“Israele ha avuto 134 morti di cui ben 117 soldati. Le perdite civili (37 morti e 422 feriti) ”

      Gabriele Cavaglion. C’è ancora uno stato di Israele?   pag.145

In Israele ”Più di un milione di civili ha sofferto i bombardamenti indiscriminato dei miliziani di Hezbollah. Più della metà dei civili residenti in prossimità della frontiera – circa 96mila persone – ha dovuto evacuare le sue case già nei primi giorni del conflitto.
Le ultime cifre parlano di un trasferimento totale di 250mila persone.”


Da Internazionale 13/19  ottobre   2006  n. 662-3 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 dell’11 ottobre 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        4.293      
Israeliani          1.042         
Altre vittime         77         
Totale                5.412         

Da Internazionale  13/19  ottobre   2006  n. 662-3 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  del’11 ottobre 2006
Iracheni              43.850  /  48.693
Americani                    2.753                             
Altre vittime                   237                          

Fonti: Iraqbodycount.net   lunaville.com

 

Da La stampa 12 ottobre

Sono 650.000 i morti civili della guerra in Iraq (n.d.r: nel titolo di prima pagina sono 654.965, poi il numero è stato “arrotondato)
L’invasione dell’Iraq è costata la vita a quasi 655.000 persone, cioé più del totale dei morti e feriti nella Guerra Civile americana. Sono cifre contenute in uno studio della Johns Hopkins University, che il presidente Bush contesta. La ricerca è stata condotta dal professor Gilbert Burnham, della Bloomberg School of Public Health, in collaborazione con l’università Al Mustansiriya di Baghdad. Non si tratta di una conta dei corpi, ma di uno studio epidemiologico, compilato con criteri statistici simili a quelli dei sondaggi. Burnham e i suoi colleghi hanno scelto 47 località sparse in tutto il paese, e sono andati a trovare 1.849 famiglie in cui vivono 12.801 iracheni. Quindi hanno raccolto i dati su quante persone sono morte, e come, dal 18 marzo 2003 ad oggi, e li hanno confrontati con i livelli di mortalità precedenti alla guerra. Hanno scoperto che nei gruppi selezionati sono avvenuti 629 decessi, che rappresentano un aumento di circa due volte e mezzo rispetto al passato

(fonte) DAILY MAIL, Gran Bretagna  http://www.dailymail.co.uk

Il capo delle forze armate britanniche chiede il ritiro dall'Iraq.
Il generale Richard Dannatt, capo delle forze armate britannniche, ha affermato in un'intervista che la Gran Bretagna deve ritirarsi "presto" dall'Iraq per evitare delle conseguenze catastrofiche per la società irachena e q