Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


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sabato, 25 novembre 2006

Copio da Internazionale  24  / 30 novembre 2006  n. 669 pag. 15 - 
Il diario di Amira Hass

Amira Hass

È la corrispondente da Ramallah del quotidiano israeliano Ha'aretz. Nata a Gerusalemme nel 1956, è l'unica giornalista israeliana ad avere mai vissuto nei Territori palestinesi. È l'autrice di Domani andrà peggio, pubblicato da Fusi orari.
Scrive la rubrica Il diario per Internazionale.

APAERTHEID
Lunedì scorso sono stata presa da una sensazione di sconforto. Due sassi sono piombati di prima mattina nello stagno della mia attenzione, provocando rabbia, stanchezza e saturazione; una breve notizia su Ha’aretz
* e un messaggio di posta elettronica.
Ha’aretz rendeva noto che il comando centrale militare ha emesso un nuovo ordine: i cittadini israeliani non potranno più portare in auto dei passeggeri palestinesi in Cisgiordania.
L’e-mail informava che 105 coniugi e bambini con carta di identità palestinese e residenti in Cisgiordania hanno di recente ricevuto dalle autorità israeliane un “ultimo permesso di soggiorno”: entro la fine dell’anno dovranno lasciare casa, lavoro, parenti e amici, oppure trasferirsi con l’intera famiglia. Malgrado il risalto dato alla politica israeliana dell’”ingresso negato” e le proteste di diplomatici statunitensi ed europei contro le discriminazioni di cui sono vittime alcuni loro concittadini, Israele porta avanti la sua silenziosa politica di espulsione.
Il nuovo divieto militare mi colpisce di persona. Vivo in Cisgiordania e spesso do un passaggio a dei palestinesi : amici o conoscenti, o persone -perlopiù anziani e donne- che incontro in strade dove passano poche automobili palestinesi. Ma la severità di questo divieto va oltre la mia angoscia personale, perché colpisce centinaia di attivisti israeliani contrari all’occupazione e tutte quelle persone che qui hanno qualche amico.

Il divieto aggiunge un ulteriore elemento al “doppio sistema stradale” che le autorità di sicurezza israeliane stanno realizzando da sei anni a questa parte: una rete di strade e infrastrutture per gli ebrei e un’altra per i palestinesi della Cisgiordania. Le prime sono ben curate, ampie, illuminate e scorrevoli; le seconde strette, piene di curve, trafficate e pericolose. Ordini militari e ostacoli fisici impediscono ai palestinesi di usare le “strade ebraiche”. Il doppio sistema stradale è stato criticato anche dalla comunità internazionale, ma le proteste, come in altri casi, non hanno avuto alcun effetto.
Il doppio sistema stradale è strettamente collegato alla versione israeliana aggiornata dello “sviluppo separato” : colonie spaziose, ben tenute e in continua espansione, costruite su terreni (privati o pubblici) sottratti ai palestinesi, vere enclave del sistema legale, educativo e sanitario israeliano. E accanto a queste enclave che formano una catena solida e ben collegata, ci sono le comunità palestinesi, separate e impoverite. Un popolo con diritti individuali e nazionali domina un popolo privato dei suoi diritti. Esistono due insiemi di leggi per un solo territorio: uno discrimina la maggioranza, l’altro conserva i privilegi della minoranza.
Separazione, in lingua afrikaans, si dice apartheid. E chi cerca di mettere in guardia contro il suo consolidamento e inasprimento, lunedì scorso ha ricevuto l’ennesimo duro colpo.


*
Ha’aretz (da www.internazionale.it)  Primo giornale pubblicato in ebraico sotto il mandato britannico, nel 1919, è il quotidiano di riferimento per i politici e gli intellettuali israeliani. Ha da sempre posizioni coraggiose sulla pace e i rapporti con i palestinesi.
Ha una versione in inglese: www.haaretz.com

Ritengo che l’articolo di Amira Hass non abbia bisogno di commenti (e comunque su questi argomenti molto ho scritto in questo mio diario e in quello precedente,  betlemme.splinder.com).

Su un punto però mi voglio soffermare (ed è quello che ho evidenziato nel contesto dell’articolo).
Conosco bene il meccanismo dei permessi di soggiorno “concessi” ai coniugi dei palestinesi.
Ci sono cittadini europei che vivono sposati in Cisgiordania, dove sono anche nati i loro figli, da un decennio e più che ancora hanno un permesso di soggiorno turistico, rinnovabile ogni tre mesi pagando una tassa.
Ogni due anni veniva loro consegnato “the last visa” che significava la necessità di tornare al loro paese d’origine e rientrare in Israele (a differenza dei palestinesi autoctoni è loro concesso il transito dall’aeroporto internazionale Ben Gurion a Tel Aviv. Chi è invece palestinese per nascita deve sottoporsi alla trafila di un complicato viaggio via Amman, in Giordania).
Sono sempre vissuti con il terrore di essere respinti al rientro (cosa che di tanto in tanto avveniva) ma ora questo “ultimo visto” è stato inviato a tutti, anche a coloro che avevano pagato la tassa tre mesi prima. Il terrore di essere respinti è quasi paralizzante: ci sono già stati tragici casi.
Non mi sento parlare del diritto a vivere in una propria famiglia, del diritto codificato dei minori ad averne una non divisa da muri e check point (tante volte ho scritto della Convenzione di New York, in Italia legge
27 maggio 1991 n. 176 e non mi ripeto) …
Le mie espressioni, cui non so rinunciare, mi sembrano patetiche, affondate nell’indifferenza diffusa che è il più efficace  consenso alla deresponsabilizzazione a livello politico.
Ma, in questo caso, sono colpiti anche cittadini e cittadine italiani.
Trovo ignobile che il governo italiano (che potrebbe facilmente identificarli tramite i consolati) non se ne faccia carico. A che servono ambasciate e consolati se non a difendere i diritti dei propri cittadini? Meglio sarebbe certamente se lo facesse l’Unione Europea, ma ciò nulla toglie alle responsabilità del governo italiano (e di ogni altro paese i cui cittadini o cittadine siano sottoposti a questa umiliante tortura).
Io invierò questa pagina direttamente ad alcuni amici. Non ho capacità di mobilitare il mondo associativo della società civile (?!): sono consapevole che  associazioni e aggregazioni politiche si muovono ormai solo su parole d’ordine generali,anche condivisibili, ma non si affaticano ad analizzare le situazioni, a stimolare ogni livello istituzionale secondo le specifiche competenze per obiettivi responsabilmente e consapevolmente assunti.
Poi onorano i rappresentanti istituzionali che partecipano a cortei (spesso insozzati da irresponsabili che ignorano il significato della parola pace) e la cui responsabilità si limita talvolta al presenzialismo e non sfiora le responsabilità del proprio ruolo che richiedono competenza, attenzione, studio, concretezza di interventi mirati.
Invierò questo testo, opportunamente modificato (e forse censurato, anche a rappresentanti delle istituzioni a livello locale, regionale e nazionale: dovrei esserne dissuasa dalla mancata risposta (anche solo un cenno formale) del Ministro per la Solidarietà Sociale alla mia lettera del 3 luglio scorso (pubblicata in questo diario il 15) sul problema dei bambini palestinesi in prigione, ma continuo.
Se altri volesse fare altrettanto ne sarei ovviamente felice.
E’ questione che dovrebbe interessare anche il papa, che sembra però più impegnato a classificare (con note di merito e demerito) le famiglie, anziché a sostenerle quando esistono.
augusta

Pagina diario scritta da: AUG a 19:40 | link | commenti (2) | | Torna su
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mercoledì, 15 novembre 2006

15 luglio     Ho pubblicato il testo della legge che ratifica il trattato di cooperazione militare Italia
Israele, e indicato la strada per poter leggere il memorandum ratificato.
Legge 17 maggio 2005, n. 94: "Ratifica ed esecuzione del Memorandum d'intesa tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo dello Stato di Israele in materia di cooperazione nel settore militare e della difesa, fatto a Parigi il 16 giugno 2003" (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 130 del 7 giugno 2005)


Ora ho trovato il testo di una petizione che è possibile firmare per chiederne la revoca,
per trovarla andare al sito 
www.ildialogo.org

Scendere lungo la colonna centrale, fin oltre l’immagine della bandiera della pace
nel riquadro
No alla guerra, no al genocidio.
Successivamente evidenziare la scritta 
Per la pace in medio oriente
e nell’elenco che compare sotto la voce Notizie e commenti, evidenziare -in data  mercoledì, 08 novembre 2006- la voce
           
Petizione per la revoca della Cooperazione militare Israele-Italia
Comparirà un lungo testo, completo nella documentazione, alla fine del quale è possibile trovare la scheda per la raccolta di firme con l’indicazione di coloro cui deve essere inviata.
Purtroppo è in PDF e quindi non lo so ricopiare nel mio diario.
Mi scuso per questo percorso –indubbiamente rivelatore del mio analfabetismo in fatto di linguaggio informatico- ma è un percorso certo


In merito a questo argomento


22 settembre Ho pubblicato l’interrogazione dei senatori Giannini e Menapace dal titolo Forse occorre rivedere gli accordi militari 


11, 13 e 23 ottobre Ho scritto del DIME (Dense Inert Metal Esplosive), armi che per le loro caratteristiche dovrebbero essere proibite, ma avrebbe detto un ambasciatore, che proibite non possono essere perché nuove e quindi utilizzabili.

Ho scritto inoltre di alcuni esempi di ciò che le armi garantiscono, cui anche l’Italia coopera


8 maggio. Ho pubblicato un articolo di Amira Hass sulle violazioni di alcuni diritti civili imposte ai Palestinesi


26 maggio Ho tradotto una parte di:   Court narrowly upholds 'family reunification' ban By Yuval Yoaz, Haaretz Correspondent, Haaretz Service and agencies

14/05/2006     'Black day for Israel' (Un giorno nero per Israele )


15 luglio     Ho inserito anche la lettera inviata al ministro Ferrero sui minori nelle carceri di Israele.   Non ho mai ricevuto risposta


12 novembre  Ho pubblicato un articolo di Amira Hass del 30 agosto: è un forte richiamo ad Israele (e all’occidente) perché assumano le proprie responsabilità nei confronti dei Palestinesi.

Eccetera, eccetera                                             augusta

 

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domenica, 12 novembre 2006

  VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …

Internazionale  10  / 16 novembre 2006  n. 667 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 dell’8 novembre 2006
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        4.435   N.
664 di Internazionale  4.323 / + 112
Israeliani          1.043    N.
664 di Internazionale 1.042 /  + 1 
Altre vittime         77         
Totale               5.555        


Internazionale  10  / 16  novembre 2006  n. 667 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  dell’8 novembre  2006
Iracheni              46.743  /  51.843
Americani                    2.838                             
Altre vittime                   240                          

Il precedente numero di Internazionale che ho preso in considerazione era il 664, questo è il 667. Avevo lasciato da parte la rubrica vittime perché è difficile reggere la continuità di questi numeri spaventosi.
Ma giorni fa ho sentito miti nonnine (che certamente avevano vissuto in giovane età la seconda guerra mondiale) che parlavano del conflitto israelo-palestinese.
Sono rimasta inorridita da questa vecchiaia moralmente impudica, spietata e teledipendente: per loro l’equazione palestinesi-terroristi era evidente e l’aggressività israeliana solo ed esclusivamente reazione difensiva. Il rifiuto di un discorso che entrasse nella questione, che si interrogasse sulle responsabilità internazionale, era totale. Tanto che, per la prima volta, ho sentito la necessità di misurare il crescendo delle vittime.
Chi le ha  plagiate?                
A loro dedico l’articolo della giornalista Amira Hass; che non leggeranno mai.
augusta

È possibile che non vediate? di Amira Hass, Haaretz 2006 08 30 

Lasciamo perdere gli israeliani la cui ideologia sostiene l’espropriazioni nei confronti del popolo palestinese solo perché "Dio ha scelto noi". Non parliamo dei giudici che nascondono e ripuliscono la politica militare delle uccisioni e della distruzione. Trascuriamo i comandanti militari che consapevolmente imprigionano un’intera nazione in un recinto fatto di mura, torri d’osservazione fortificate, mitragliatrici, filo spinato e fari accecanti. Omettiamo di parlare dei ministri. Tutte queste persone non vengono considerate collaboratori. Queste persone sono autori, pianificatori, analisti, esecutori.
Ma ci sono altri. Storici e matematici, caporedattori anziani, stelle dei media, psicologi e dottori di famiglia, avvocati, gente che non sostiene Gush Emunim e Kadima, insegnanti ed educatori, amanti delle escursioni solitarie in treno, maghi della tecnologia. Dove siete? E voi, studiosi del nazismo, dell’Olocausto e dei Gulag sovietici? Siete tutti a favore di leggi sistematicamente discriminatorie? Leggi che affermano che gli arabi di Galilea non verranno risarciti per i danni provocati dalla guerra nella stessa misura in cui invece lo saranno i vicini ebrei (Aryeh Dayan, Haaretz, 21 Agosto).
Può essere che concordiate tutti con la razzista Legge sulla Cittadinanza che proibisce ad un arabo-israeliano di vivere con la sua famiglia in casa propria? Che approviate ulteriori espropriazioni di terra e demolizioni di frutteti, che permetteranno nuovi insediamenti o strade riservate agli ebrei? Che sosteniate i bombardamenti ed il lancio di missili nella striscia di Gaza?
Può essere che siate tutti concordi all’idea che un terzo della Cisgiordania (la valle del Giordano) debba essere interdetta ai palestinesi? Che siate dalla stessa parte della politica israeliana che proibisce a decine di migliaia di palestinesi che hanno ottenuto la cittadinanza estera di tornare dalle proprie famiglie nei territori occupati?
Il vostro cervello è stato lavato veramente a tal punto con la scusa della sicurezza, al punto di impedire agli studenti di Gaza di studiare terapia occupazionale a Betlemme e medicina ad Abu Dis ed ostacolare le gente malata di Rafah mentre cerca di ricevere un trattamento adatto a Ramallah? 
Anche voi troverete facile nascondervi dietro alla spiegazione "non ne avevamo idea": non avevamo idea della discriminazione praticata nella distribuzione dell’acqua -che viene esclusivamente controllata da Israele- e lascia migliaia di proprietari di casa palestinesi senza rifornimenti idrici durante i mesi caldi estivi. Non avevamo idea che quando l’IDF bloccava gli ingressi ai villaggi, bloccava gli accessi anche alle sorgenti ed ai serbatoi d’acqua. 
Ma non può essere che non vediate i cancelli d’acciaio lungo la statale 344 in Cisgiordania, cancelli che bloccano l’accesso ai e dai villaggi palestinesi. Non può essere che appoggiate il divieto di entrata nelle proprie terre e piantagioni a migliaia di contadini palestinesi o che sosteniate la quarantena su Gaza che blocca l’arrivo delle medicine per gli ospedali, interrompe la corrente elettrica e non rende utilizzabile le fonti idriche per un milione e quattrocento mila persone, chiudendo così per mesi il solo unico sbocco sul mondo. 
Veramente non sapete cosa accade ad appena 15 minuti dalle vostre facoltà ed uffici? E’ plausibile che vediate con favore un sistema nel quale soldati ebrei, ai posti di blocco nel cuore della Cisgiordania, possono lasciare decine di migliaia di persone ad aspettare sotto il sole cocente per ore. E nel mentre decidere: i residenti di Nablus e Tul Karm non possono passare, sotto ai 35 anni, yalla (via), tornate a Jenin, i residenti di Salem non dovrebbero neanche essere qua, una donna malata che ha superato la linea e deve imparare la lezione verrà scientemente detenuta per ore. Il sito Machsom Watch è visibile a tutti: ci sono infinite testimonianze simili o anche peggiori, una routine quotidiana. Ma non può essere che coloro che sono disgustati per ogni svastica disegnata su una tomba in Francia o per i titoli anti-semiti dei giornali locali in Spagna, non può essere che queste persone non sappiano come ottenere tali informazioni, e di conseguenza resteranno spaventati ed oltraggiati.
Come ebrei godiamo tutti del privilegio che Israele ci concede, e questo ci rende tutti collaboratori. Il punto è cosa fa ognuno di noi nelle piccole immediate situazioni quotidiane per minimizzare la cooperazione con un regime che espropria e sopprime e che sembra non averne mai abbastanza. Firmare petizioni e disapprovare non è sufficiente. Israele è una democrazia per gli ebrei. Non sono a rischio le nostre vite, non verremo imprigionati in campi di concentramento, la nostra esistenza non verrà danneggiata e le vacanze in campagna o all’estero non ci verranno negate. 

Amira Hass  é la corrispondente da Ramallah del quotidiano israeliano Ha'aretz. Nata a Gerusalemme nel 1956, è l'unica giornalista israeliana ad avere mai vissuto nei Territori palestinesi. È l'autrice di Domani andrà peggio, pubblicato da Fusi orari.
Scrive la rubrica Il diario per Internazionale.

 

segnalazione

Della quinta Giornata Ecumenica del dialogo cristiano-islamico del 20 ottobre 2006 ho scritto più volte, l’ultima il 19 Ottobre
Conclusa brillantemente la quinta giornata, gli organizzatori annunciano già la sesta che si terrà, sempre l’ultimo venerdì di Ramadan, il prossimo 12 ottobre 2007.
Ci ricordano che "La necessità del dialogo è forte"  e che “la festa e l'incontro fra cristiani e musulmani continua nonostante le accresciute tensioni interne ed internazionali”.

Pagina diario scritta da: AUG a 21:46 | link | commenti | | Torna su
donne, israele palestina, vittime di guerra, guerra conflitti e violenze

venerdì, 10 novembre 2006

Ho tradotto immediatamente l’articolo da Haaretz.
Mi impegno a correggere la forma della mia traduzione, se riuscirò a migliorarla, ma credo sia importante diffondere subito  questa notizia.
Secondo la presentazione che ne fa Internazionale Haaretz è il
“primo giornale pubblicato in ebraico sotto il mandato britannico, nel 1919, è il quotidiano di riferimento per i politici e gli intellettuali israeliani. Ha da sempre posizioni coraggiose sulla pace e i rapporti con i palestinesi.

 

Haaretz, venerdì 10 Novembre 2006  Cheshvan 19. 5767. 
Ultimo aggiornamento alle 8:16  (http://www.haaretz.com/hasen/spages/786191.html)
La polizia alza l’allarme al più alto livello possibile per la manifestazione del “gay pride”  
Yuval Yoaz e Jonathan Lis,               Corrispondenti di Haaretz

Venerdì (n.d.t.: oggi 10 novembre)la polizia ha portato lo stato di allarme al suo livello più alto in seguito alle crescenti minacce terroristiche ovunque nel paese e all’alta tensione a Gerusalemme prima della manifestazione dell’orgoglio gay prevista per le undici del mattino.
Giovedì la polizia aveva approvato la proposta di Open House* di Gerusalemme di sostituire il corteo del “gay pride” con una manifestazione nello stadio dell’università ebrea di Givat Ram. Gli organizzatori del corteo avevano proposto un luogo alternativo nella capitale in seguito all’alto livello di allarme dichiarato dopo il bombardamento che a Gaza aveva ucciso 19 Palestinesi.
La polizia schiererà 3.000 poliziotti per garantire la sicurezza della manifestazione anziché i 12.000 precedentemente previsti.
Venerdì mattina la radio dell’esercito ha informato che le forze di polizia rimanenti saranno schierate ovunque nel paese per prevenire possibili attacchi terroristici.
I leader degli ultra-ortodossi si erano accordati per una proposta di compromesso a seguito di un incontro tenuto giovedì fra il comandante della polizia di Gerusalemme Ilan Franco e una delegazione di capi ultra ortodossi capeggiati dal rabbino
Yitzhak Tuvia Weiss.
I capi degli ultra ortodossi avevano chiesto chiarimenti circa i criteri della manifestazione e richiesto a Franco assicurazioni perché l’evento si tenesse in un’area chiusa e definita dove i partecipanti non avrebbero esibito alcun simbolo di orgoglio gay fuori dell’area dell’evento.
Inoltre la delegazione aveva chiesto che fossero rilasciati tutti gli oppositori della parata che erano stati arrestati nei giorni precedenti.
Secondo i portavoce della comunità degli ultra ortodossi, le parti avevano raggiunto un accordo su tutti gli argomenti fatta accezione per il rilascio di coloro che avevano protestato e per la cancellazione delle accuse contro di loro. Le fonti dicevano che gli accordi non erano stati ancora conclusi.
La delegazione aveva tenuto i contatti dal principio alla fine con il rabbino Ovadia Yosef, guida spirituale dello Shas (n.d.t.: partito religioso ultraortodosso sefardita) e con il rabbino Yosef Shalom Eliashiv, guida della comunità ultra ortodossa lituana per raggiungere, con l’appoggio di entrambi, un compromesso su tali punti.
In seguito a questo compromesso, giovedì l’Alta corte di Giustizia rigettate le petizioni che chiedevano la cancellazione del corteo, autorizzava la manifestazione..
I rappresentanti di Open House avevano promesso alla corte che non avrebbero tenuto alcuna forma di corteo. Giovedì pomeriggio le guide degli ultra ortodossi avevano cominciato a distribuire ovunque volantini che chiedevano la fine delle manifestazioni contro la marcia.
Tuttavia la polizia avvisa che ci saranno proteste e attentati per interrompere la manifestazione.
Gli estremisti di destra, condotti da Baruch Marzel, stanno organizzando la protesta contro la manifestazione. Inoltre alcuni ultra ortodossi ebrei, che non sono seguaci dei rabbini che si sono impegnati nel compromesso protesteranno comunque.
L’organizzazione “Open House” suggeriva di tenere la manifestazione in risposta al rifiuto della polizia  a che il corteo attraversasse le strade della capitale.
Eran Ettinger, rappresentante dell’Ufficio della procura di stato, riferiva ai giudici che durante un’udienza dell’Alta Corte di Giustizia il procuratore di stato (che era stato ascoltato dalla polizia a proposito dell’innalzamento dello stato di allarme) aveva detto che i militanti avrebbero tentato di organizzare attacchi in Israele.
Diceva che la procura non avrebbe preso una decisione in proposito prima di una consultazione congiunta con le forze di sicurezza giovedì mattina.
Contemporaneamente il Vaticano diceva che avrebbe chiesto al suo inviato in Israele (n.d.t.: il Nunzio Apostolico?) di rappresentare il suo disappunto a proposito della decisione di consentire la realizzazione del corteo.
Il Vaticano diceva: ”La Santa Sede ha ripetuto in molte occasioni che il diritto alla libertà di espressione è soggetto a giusti limiti, in particolare quando l’esercizio di questo diritto potrebbe offendere i sentimenti religiosi dei credenti.
E’ chiaro che il corteo gay, per cui era stabilito che sarebbe avvenuto a Gerusalemme, risulterà offensivo per  Ebrei, Cristiani i Mussulmani, dato il carattere sacro della città di Gerusalemme.”


*
Jerusalem Open House (IOH) è una organizzazione popolare formata da lesbiche, gay, bisessuali e transessuali cha si identifica nella causa della tolleranza.

 

Il parlamentare, rappresentante del partito Meretz  si è congratulato con gli organizzatori della manifestazione cui hanno partecipato, secondo la polizia, 2.000 persone (10.000 per gli organizzatori)

Circa 30 manifestanti, che cercavano di organizzare spontaneamente un corteo sono stati arrestati e sono stati fermati anche cinque religiosi trovati con bastoni, coltelli e pistole
Più tardi circa 250 studenti scuole religiose hanno sfilato per protestare contro la manifestazione del gay pride.
.

Avrei molte cose da scrivere su questa vicenda che parla da sé
Nei campi di sterminio l’essere condannati accomunava ebrei e gay. Solo il colore del triangolo li distingueva. E’ una constatazione che mi turba moltissimo.
Mi limito ancora ad osservare che sul rifiuto dell’omosessualità il papa si ritiene (o realmente è?) in accordo generalizzato con ebrei e mussulmani, che non smentiscono (sono consenzienti?).
Dire qualche cosa di forte, non ambiguo e soprattutto efficace insieme sulla pace sembra evidentemente al pontefice, agli ultra ortodossi e –temo- ai mussulmani (e a molti schiavi del pregiudizio) meno importante o addirittura non praticabile.
Che squallore!.

augusta

 

Pagina diario scritta da: AUG a 23:42 | link | commenti | | Torna su
varie, rassegnastampa

mercoledì, 08 novembre 2006

Un amico mi ha inviato questo articolo del giornalista israeliano Gideon Levy: è comparso su Haaretz (risale al 30 settembre: se ne può verificarne l’autenticità tramite l’indicazione del sito web riportata al termine di questa pagina). Certamente la libertà di stampa è un segno importante di democrazia   un segno necessario, ma non sufficiente.                           augusta

Gaza è stata rioccupata. Il mondo deve saperlo e anche gli Israeliani devono saperlo. Gaza si trova nella peggiore situazione della sua storia. Dalla cattura di Gilad Shalit, e ancor più dallo scoppio della guerra al Libano, le Forze di Difesa Israeliane [FDI] saccheggiano tutto a Gaza - non c'è altra parola per descriverlo - uccidono, demoliscono, bombardano e martellano indiscriminatamente. Nessuno pensa a istituire una commissione d'inchiesta, la questione non è nemmeno all'ordine del
giorno. Nessuno chiede perché ciò accade e chi l'ha ordinato. Ma, al riparo delle tenebre della guerra al Libano, le FDI sono tornate alle loro vecchie pratiche a Gaza come se non ci fosse mai stato nessun ritiro. Quindi, bisogna dirlo senza tante storie: il ritiro è morto.
A parte gli insediamenti che non sono che un mucchio di macerie, non resta niente del ritiro e delle sue promesse. Quanto tutto questo bla bla sublime e assurdo su "la fine dell'occupazione" e "la divisione della terra" sembra ora spregevole! Gaza è occupata e con una brutalità più grande di prima. Il fatto che sia più pratico per l'occupante controllarla da fuori non ha niente a che vedere con le condizioni di vita intollerabili dell'occupato. In questi ultimi tempi, in gran parte di Gaza, non c'è più elettricità. Israele ha bombardato l'unica centrale elettrica di Gaza e più della metà della fornitura di elettricità sarà tagliata per ancora almeno un anno. Non c'è praticamente acqua. Poiché
non c'è più elettricità, rifornire le abitazioni di acqua è praticamente impossibile. Gaza è più sporca e più nauseabonda che mai: a causa dell'embargo che Israele e il mondo hanno imposto sull'autorità eletta, nessun salario è stato pagato e gli spazzini sono entrati in sciopero
nelle ultime settimane. Mucchi di detriti e nuvole di fetore soffocano la striscia costiera,
facendola somigliare a Calcutta.
Più che mai Gaza è una prigione. Il valico di Erez è vuoto, quello di Karni è stato aperto solo qualche giorno negli ultimi mesi e la stessa cosa vale per quello di Rafah. Circa 15.000 persone hanno atteso per due mesi per entrare in Egitto, alcuni attendono ancora, compreso un gran
numero di persone malate e ferite. Altre 5.000 persone attendevano dall'altro lato per tornare a casa. Alcuni sono morti nell'attesa. Bisogna vedere le scene a Rafah per capire quanto sia profonda la
tragedia umana che vi si svolge. Un valico, che non doveva avere una presenza israeliana, continua ad essere un mezzo per Israele per fare pressione su un milione e mezzo di abitanti. E' una punizione collettiva scandalosa e scioccante.
Anche gli Stati Uniti e l'Europa, che controllano il passaggio di Rafah, sono responsabili di questa situazione.
Gaza è anche più povera e più affamata di quanto sia mai stata. Non c'è praticamente nessuna merce che entri o che esca. Pescare è proibito. Decine di migliaia di dipendenti dell'AP non ricevono più alcun salario e la possibilità di lavorare in Israele è fuori questione. E non abbiamo ancora parlato della morte, della distruzione e dell'orrore. Negli ultimi due mesi, Israele ha ucciso 224 Palestinesi, di cui 62 bambini e 25 donne.
Israele ha bombardato e assassinato, distrutto e picchiato, e nessuno l'ha fermata. Nessuna cellula di lanciatori di Qassam e nessun tunnel di contrabbandieri può giustificare un massacro così grande. Non c'è un solo giorno senza morti, in maggioranza civili palestinesi innocenti.
Dove sono andati i giorni in cui c'era ancora un dibattito in Israele sugli omicidi? Oggi, Israele lancia innumerevoli missili, obici e bombe sulle case e uccide intere famiglie. Gli ospedali collassano con più di 900 persone che devono subire degli interventi.
All'ospedale di Shifa, la sola struttura di Gaza che si può ancora chiamare ospedale, ho visto scene strazianti la settimana scorsa.
Bambini smembrati, con il respiratore, paralizzati, invalidi per il resto della loro vita. Delle famiglie sono state uccise nel sonno o mentre si spostavano a dorso d'asino o lavoravano nei campi. Bambini
spaventati, traumatizzati da quel che hanno visto, rannicchiati nelle loro case con un orrore negli occhi che è difficile descrivere a parole.
Un giornalista spagnolo che ha trascorso recentemente del tempo a Gaza, esperto di zone di guerra e di disastri in tutto il mondo, ha detto che non aveva mai visto scene così orribili come quelle che ha visto e descritto in questi ultimi due mesi.
E' difficile stabilire chi ha deciso tutto ciò. Si può dubitare che i ministri abbiano coscienza della realtà di Gaza. Ma ne sono responsabili, a cominciare dalla pessima decisione sull'embargo, fino ai
bombardamenti dei ponti di Gaza e della centrale elettrica e agli omicidi di massa. Israele è responsabile ancora una volta di tutto quel che accade a Gaza.
Gli avvenimenti di Gaza evidenziano il grande imbroglio di Kadima: è arrivato al potere approfittando del successo visibile del ritiro, che ormai è storia vecchia. Ed ha promesso la 'convergenza', una promessa che il Primo ministro ha già annullato. Quelli che pensano che Kadima
sia un partito di centro dovrebbero ormai sapere che non è altro che un partito di occupazione di destra.
La stessa cosa è vera per il partito laburista. Il ministro della difesa, Amir Peretz non è meno responsabile di quel che accade a Gaza del Primo ministro e le sue mani sono piene di sangue come quelle di Olmert. Non può mai più presentarsi come un "uomo di pace".
Le invasioni terrestri tutte le settimane, ogni volta in luoghi diversi, le operazioni di assassinio e distruzione per via marittima, aerea e terrestre hanno tutte dei nomi che tentano di cancellare la realtà, come "Pioggie d'Estate" o "Giardino d'infanzia chiuso a chiave". Nessun pretesto in nome della sicurezza può spiegare questo ciclo di follia e nessuna ragione civica può scusare il nostro scandaloso silenzio.
Gilad Shalit non sarà liberato e i Qassam non si fermeranno. Al contrario, l'orrore cresce a Gaza e, se ciò potrebbe impedire qualche attacco terrorista a breve termine, darà vita senz'altro a un più grande terrorismo omicida. Israele dirà allora con la sua solita autosoddisfazione: "Ma noi abbiamo restituito loro Gaza".
Gideon Lévy, Haaretz, 3 settembre 2006 -
www.haaretz.com/hasen/spages/757768.html


Avevo tradotto un precedente articolo di Levy e, il 20 ottobre 2004, lo avevo pubblicato nel mio vecchio diario (Betlemme.splinder.com). Il titolo ci indica la costante attualità dell’argomento
Uccidere i bambini non è più una faccenda tanto importante  di Gideon Levy.
Ne consiglio la lettura perché uccidere i bambini è sempre meno importante.
Sono inorridita dal vertiginoso aumento dei morti (20 oggi a Gaza, oltre ai feriti) ma soprattutto sono inorridita quando sento persone adulte (di recente nonne) che mi obiettano contrapponendo agli omicidi militari gli omicidi dei terroristi.  Sono certamente deprecabili ma perché gli uccisi dall’esercito non contano? Forse perché è saggezza militare scegliere il nemico debole?
E chi è più debole dei bambini?

Che si dovesse esercitare il proprio eroismo armato sui deboli lo sapevano anche i militari italiani a Nassiryia, di cui avevo scritto l’11 dicembre scorso ricopiando le parole tratte da un servizio di Rainews 24:
”E’ ancora vivo quello?”.   “Guarda come si muove ‘sto bastardo”.   “Guarda com’è bellino per terra”.    “Alza la testa …  ma dev’essere ferito di brutto”      ”Luca, annichiliscilo”
Sono le voci dei soldati italiani (da cui neppure l’ignoranza delle lingue straniere protegge), impegnati nell’agosto del 2004 a difendere i ponti sull’Eufrate, già conquistati e minacciati dagli attacchi dei miliziani di al Sadr.
”Ce n’è uno che corre!”   “Annichiliscilo!... segue virile bestemmia    Luca ce la fa:  “Annichilito!”.   Seguono risate e grida di “Bravo Luca!”.
Non sappiamo se l’annichilito sia militare o civile, uomo o donna, vecchio o giovane ma ci è di conforto la precisazione, contestualmente trasmessa, che Luca non dovrà pagare da bere ai suoi camerati: appunto, ce l’ha fatta.

Gideon Levy, lo sottolineo, è un giornalista israeliano ebreo e se c’è un luogo che riesce a trasmettere in qualche modo la tragedia infinita della morte dei bambini è il padiglione loro dedicato nel museo della Shoà a Gerusalemme. In quel luogo, secondo me, quella sofferenza assume un valore universale che va oltre la memoria della specificità della tragedia ebraica.
L’ho ricordato per questo non per contrapporre (o peggio per quantificare) un orrore e l’altro.

Spero che questo ricordo non mi giovi una nuova nota nei commenti, analoga a quella che mi è stata inviata il
19 giugno 2005    15,23

tu sei davvero inumana - tu continua la tradizione razzista, piena di bugie, dopo 2000 mila anni, verso gli Ebrei, dell'Europa. Per te, non abbiamo diritti, ma la Terra di Israele e la nostra. E stata usurpata dagli Arabi al medioevo.Gli Arabi sempre opprimevano perche eravamo dhimmi. E tui crociati hanno fatto strage degli Ebrei in ISRAELE. Piu recentemente, gli Arabi colaboravano con tu duce, Mussolini, e con Hitler. Il duce degli Arabi abitanti nostra Terra, il "Mufti di Gerusalemme," Hadgi Amin el-Husseini, ha incoraggiato l'Olocausto, partecipava nell'Olocausto. Era peggiore dei Nazis stessi. Anche, il Mufti era il favorito degli Britannici. Tutti che neganno nostri diritti e nostra sovranita in nostra Terra non hanno il diritto di soggiorno qui. Tu sei criminale, assassina. Tu sei agente dell'UE, una entita criminale di guerrafondai.
utente anonimo - IP: 80.230.65.20

Questa mattina, quando ho sentito i risultati delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti come prima reazione mi è venuto da ridere. Mi sono chiesta che faranno ora i suoi amichetti europei, dal trasformista Blair al servile Berlusconi e tanti altri.
Poi mi sono chiesta se questa novità influirà sulle condizioni dei Territori Palestinesi … e ho perso la voglia di ridere.
Riporto una lettera (ne potrete capire la fondatezza dalla firma), destinata alla senatrice Hillary Rodham Clinton,  che ho tradotto e pubblicato il 27 dicembre del 2005.                        augusta   

”La saluto da Betlemme, luogo della nascita di nostro signore Gesù Cristo, centro del mondo per miliardi di Cristiani per 2000 anni - da quando la parola si fece carne - e patria della popolazione cristiana palestinese che ora diminuisce che -nonostante lo stress della pressione continua della politica israeliana di occupazione e segregazione - si mantiene dignitosa e ferma nella propria terra.
L’incontro con suo marito qui a Betlemme nel 1999, durante la preparazione delle celebrazioni per il 2000 mi aveva dato coraggio. Me lo aveva dato lei stessa quando nel 1998 aveva detto “appartiene ai futuri interessi del Medio Oriente che la Palestina divenga uno stato”, una affermazione oggi condivisa dalla comunità internazionale e da molti israeliani.
La scorsa settimana, quando vidi la sua fotografia su Haaretz (15 novembre 2005), ne rimasi sorpreso: lei era infatti ritratta vicino al muro, appena fuori dalla nostra città. So che molti Palestinesi avrebbero desiderato darle il benvenuto a Betlemme, nelle loro case, ma lei non ci ha visitati. Forse non aveva semplicemente tempo di fermarsi a salutare la popolazione che sarebbe l’altra metà di qualsiasi accordo che consentisse ad Israele di vivere in sicurezza e pace. O forse mentre aveva Betlemme a sfondo delle fotografie pubblicitarie lei pensava prima di ogni altra cosa al suo collegio elettorale a New York.
Fra un mese lei canterà “O
Little Town of Bethlehem.” E io mi chiedo come canterà quest’anno, dopo aver dichiarato il suo appoggio alla trasformazione della nostra “piccola città” in una grande prigione all’aria aperta, priva di ogni spazio verde dove i nostri bambini possano giocare e i nostri olivi crescere.
Il suo commento a proposito del Muro che “non è contro il popolo palestinese…è contro i terroristi!” è profondamente dannoso per la sua ignoranza e per la  descrizione che oscura gli effetti della politica di Israele nella West Bank. Vorremmo che lei sapesse che il Muro interessa la vita quotidiana di ogni palestinese, non solo nella nostra città ma ovunque nella West Bank.
Il Muro non riguarda tanto la sicurezza quanto la colonizzazione della terra e il controllo della popolazione locale. E’ progettato per consentire la massima espansione agli insediamenti israeliani (che sono inequivocabilmente illegali secondo la legislazione internazionale) e uno spazio minimo alle città e villaggi palestinesi per crescere e persino per assicurarsi i mezzi di sussistenza.
Il Muro chiude Betlemme in un’area di circa 6 miglia quadrate, mentre gli insediamenti che ci circondano continuano ad espandersi e a sottrarre terra palestinese.
Dopo aver assunto nel 1998 un coraggioso punto di vista, perché improvvisamente si è disinteressata della legge internazionale, del consenso della comunità internazionale , dei concetti cristiani di giustizia e riconciliazione e dei valori americani di libertà e dignità che ha giurato di sostenere?
La prego, non cerchi di guadagnare sostegno politico a spese del popolo palestinese.
Noi ringraziamo Dio per tutti i nostri amici americani che ci visitano, lavorano con noi, ci sostengono e ci aiutano a costruire ponti non muri
Lei sarà sentita da alcuni di loro, da quelli che sono suoi elettori a New York, e noi speriamo che ascolterà quello che loro hanno da dirle.
Noi non chiediamo la sua pietà bensì di rivedere la sua posizione a sostegno del Muro che è illegale e viola il nostro diritto alla terra, al lavoro, alla famiglia, alla libertà di movimento, alla dignità, all’autodeterminazione. Questi sono valori americani e noi semplicemente la preghiamo di assicurare che siano sostenuti anche qui.
Sinceramente   
Rev. Dr. Mitri Raheb Pastore della chiesa luterana del Natale
Direttore generale dell’International Center of Bethlehem & dell’Accademia Dar al-Kalima”.

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martedì, 07 novembre 2006

Il 25 settembre avevo pubblicato lo straordinario  discorso pronunciato da David Grossman in occasione della morte in guerra del figlio Uri.
Domenica ho letto su La Repubblica l’intervento dello scrittore ebreo, cittadino di Israele,  in occasione del ricordo dell’assassinio di Rabin (ucciso nel 1995 dall’ebreo ortodosso Ygal Amir , che oggi può godere in carcere di incontri intimi e protetti da assoluta riservatezza con la moglie, al fine di procreare un figlio).
Non riuscendo a scaricare il discorso dal quotidiano italiano (e scoraggiata da un’ipotesi di traduzione da Haaretz per la lunghezza del testo) ho chiesto al sito Il dialogo se potevano eseguire l’operazione di inserimento del discorso, che reputo importantissimo.  Lo hanno fatto e li ringrazio.
Hanno pubblicato anche il testo inglese facendo una scelta, a mio parere opportuna, che  dimostra –anche a chi non accetta quest’ipotesi- che  la popolazione di Israele non è tutta appiattita  sulla politica dell’attuale governo, e che se la pace fosse affidata a persone che, da entrambe le parti, vogliono realmente la pace nella giustizia, ci sarebbero possibilità di trattare.
Non ricordo chi  aveva detto –in occasione dell’uscita dal carcere di Nelson Mandela, che i veri profeti oggi sono i laici e, aggiungo io, che le religioni –come tali, soprattutto quando indulgono all’esclusivismo e al fanatismo-  non sanno garantire la pace.
E non viviamo in tempi che ci permettano di ridurre la pace ad uno stato interiore, spesso molto comodo
Certamente leggere qualche cosa di diverso dalle volgarità della politica Bush-dipendente e dai pregiudizi, spesso e da molte parti sostenuti, prendere la distanza da chi non sa essere se stesso senza crearsi un nemico, è una boccata d’ossigeno.
augusta


Dal sito www.ildialogo.org  (7 – 11- 2006)
DOVERE DI ISRAELE SCEGLIERE LA PACE   di DAVID GROSSMAN
Intervento del 4 novembre 2006 in occasione del ricordo di Yitzhak Rabin

Riprendiamo dal quotidiano La Repubblica del 5 novembre e dal sito del quotidiano israeliano haaretz, per il testo originale in inglese, il discorso che lo scrittore David Grossman ha pronunciato il 4 novembre scorso a Tel Aviv in occasione del ricordo di Yitzhak Rabin

la Repubblica 5 novembre

Pubblichiamo il discorso pronunciato ieri in piazza a Tel Aviv dallo scrittore israeliano.
Il ricordo diventa una riflessione  - Pubblico e privato si incrociano
L´attacco ai leader senza valori    -  Angoscia per un paese sperduto

Il ricordo di Yitzhak Rabin è un momento di pausa in cui riflettiamo anche su noi stessi. Quest´anno la riflessione non è per noi facile. C´è stata una guerra. Israele ha messo in mostra una possente muscolatura militare dietro la quale ha però rivelato debolezza e fragilità. Abbiamo capito che la potenza militare in mano nostra non può, in fin dei conti, garantire da sola la nostra esistenza. Abbiamo soprattutto scoperto che Israele sta attraversando una crisi profonda, molto più profonda di quanto immaginassimo, una crisi che investe quasi tutti gli aspetti della nostra esistenza.
Parlo qui, stasera, in veste di chi prova per questa terra un amore difficile e complicato, e tuttavia indiscutibile. Come chi ha visto trasformarsi in tragedia, in patto di sangue, il patto che aveva sempre mantenuto con essa. Io sono laico, eppure ai miei occhi la creazione e l´esistenza stessa di Israele sono una sorta di miracolo per il nostro popolo, un miracolo politico, nazionale e umano; e io non lo dimentico neppure per un istante. Anche quando molti episodi della nostra realtà suscitano in me indignazione e sconforto, anche quando il miracolo si frantuma in briciole di quotidianità, di miseria e di corruzione, anche quando la realtà appare una brutta parodia del miracolo, esso per me rimane tale.
‘Guarda o terra, quanto abbiamo sprecato´ scriveva il poeta Shaul Tchernikovsky nel 1938 lamentandosi del fatto che nel suolo della terra di Israele venivano seppelliti, ragazzi nel fiore degli anni. La morte di giovani è uno spreco terribile, lancinante. Ma non meno terribile è che Israele sprechi in modo criminale non solo le vite dei suoi figli ma anche il miracolo di cui è stato protagonista, l´opportunità grande e rara offertagli dalla storia, quella di creare uno stato illuminato, civile, democratico, governato da valori ebraici e universali. Uno stato che sia dimora nazionale, rifugio e anche luogo che infonda un nuovo senso all´esistenza ebraica. Uno stato in cui una parte importante e sostanziale della sua identità ebraica, della sua etica ebraica, sia mantenere rapporti di completa uguaglianza e di rispetto con i suoi cittadini non ebrei. E guardate cosa è successo.
Guardate cosa è successo a una nazione giovane, audace, piena di entusiasmo. Guardate come, quasi in un processo di invecchiamento accelerato, Israele è passato da una fase di infanzia e di giovinezza, a uno stato di costante lamentela, di fiacchezza, alla sensazione di aver perso un´occasione. Com´è successo? Quando abbiamo perso la speranza di poter vivere un giorno una vita migliore? E come possiamo oggi rimanere a guardare, come ipnotizzati, il dilagare della follia, della rozzezza, della violenza e del razzismo in casa nostra?
Com´è possibile che un popolo dotato di energie creative e inventive come il nostro, che ha saputo risollevarsi più volte dalle ceneri, si ritrovi oggi, proprio quando possiede una forza militare tanto grande, in una situazione di inerzia e di impotenza? Situazione in cui è nuovamente vittima, ma questa volta di sé stesso, dei suoi timori, della sua disperazione e della sua miopia.
Uno degli aspetti più gravi messi in luce dalla guerra è che attualmente non esiste un leader in Israele. Che la nostra dirigenza politica e militare è vuota di contenuto. E non mi riferisco agli evidenti errori commessi nella conduzione della guerra o all´abbandono delle retrovie a se stesse. Non mi riferisco nemmeno agli episodi di corruzione, grandi e piccoli, agli scandali, alle commissioni di inchiesta. Mi riferisco al fatto che chi ci governa oggi non è in grado di far sì che gli israeliani si rapportino alla loro identità e tanto meno agli aspetti più sani, vitali e fecondi di essa; non agli elementi della loro memoria storica che possano infondere in loro forza e speranza, che li incoraggino ad assumersi responsabilità gli uni nei confronti degli altri e diano un qualsiasi significato alla sconfortante e spossante lotta per l´esistenza.
La maggior parte dei leader odierni non è in grado di risvegliare negli israeliani un senso di continuità storica e culturale. O di appartenenza a uno schema di valori chiaro, coerente e consolidato negli anni. I contenuti principali di cui l´odierna dirigenza israeliana riempie il guscio del suo governo sono la paura da un lato e la creazione di ansie dall´altro, il miraggio della forza, l´ammiccamento al raggiro, il misero commercio di tutto ciò che ci è più caro. In questo senso non sono dei veri leader. Certo non i leader di cui un popolo tanto disorientato e in una situazione tanto complessa come quella israeliana ha bisogno. Talvolta pare che l´eco del pensiero dei nostri leader, la loro memoria storica, i loro ideali, tutto quello che è veramente importante per loro, non oltrepassi il minuscolo spazio esistente tra due titoli di giornale. O le pareti dell´ufficio del procuratore generale dello Stato. Osservate chi ci governa. Non tutti, naturalmente, ma troppi fra loro. Osservate il loro modo di agire, spaventato, sospettoso, affannato; il loro comportamento viscido e intrigante. Quando è stata l´ultima volta che il Primo Ministro ha espresso un´idea o compiuto un passo in grado di spalancare un nuovo orizzonte agli israeliani? Di prospettare loro un futuro migliore? Quando mai ha intrapreso un´iniziativa sociale, culturale, morale, senza limitarsi a reagire scompostamente a iniziative altrui?
Signor Primo Ministro. Non parlo spinto da un sentimento di rabbia o di vendetta. Ho aspettato abbastanza per non reagire mosso dall´impulso del momento. Questa sera lei non potrà ignorare le mie parole sostenendo che: "Non si giudica una persona nel momento della tragedia". È ovvio che sto vivendo una tragedia. Ma più di quanto io provi rabbia, provo dolore. Provo dolore per questa terra, per quello che lei e i suoi colleghi state facendo. Mi creda, il suo successo è importante per me perché il futuro di noi tutti dipende dalla sua capacità di agire. Yitzhak Rabin aveva imboccato il cammino della pace non perché provasse grande simpatia per i palestinesi o per i loro leader. Anche allora, come ricordiamo, era opinione generale che non avessimo un partner e che non ci fosse nulla da discutere con i palestinesi. Rabin si risolse ad agire perché capì, con molta saggezza, che la società israeliana non avrebbe potuto resistere a lungo in uno stato di conflitto irrisolto. Capì, prima di molti altri, che la vita in un clima costante di violenza, di occupazione, di terrore, di ansia e di mancanza di speranza, esigeva un prezzo che Israele non avrebbe potuto sostenere.
Tutto questo è vero anche oggi, ed è ancora più impellente. Da più di un secolo ormai viviamo in uno stato di conflitto. Noi, cittadini di questo conflitto, siamo nati nella guerra, siamo stati educati nella guerra e, in un certo senso, siamo stati programmati per la guerra. Forse per questo pensiamo talvolta che questa follia in cui viviamo ormai da cento anni sia l´unica, vera realtà. L´unica vita destinata a noi e che non abbiamo la possibilità, o forse neppure il diritto, di aspirare a una vita diversa: vivremo e moriremo con la spada e combatteremo per l´eternità.
Forse per questo siamo così indifferenti al totale ristagno del processo di pace. Forse per questo la maggior parte di noi ha accettato con indifferenza il rozzo calcio sferrato alla democrazia dalla nomina di Avigdor Lieberman a ministro, un potenziale piromane posto a capo dei servizi statali responsabili di spegnere gli incendi. Questi sono anche, in parte, i motivi per cui, in tempi brevissimi, Israele è precipitato nell´insensibilità, nella crudeltà, nell´indifferenza verso i deboli, verso i poveri, verso chi soffre, verso chi ha fame, verso i vecchi, i malati, gli invalidi, il commercio di donne, lo sfruttamento e le condizioni di schiavitù in cui vivono i lavoratori stranieri e verso il razzismo radicato, istituzionale, nei confronti della minoranza araba. Quando tutto questo accade con totale naturalezza, senza suscitare scandali né proteste, io comincio a pensare che anche se la pace giungerà domani, anche se un giorno torneremo a una situazione di normalità, abbiamo forse già perso l´opportunità di guarire.
La tragedia che ha colpito me e la mia famiglia non mi concede privilegi nel dibattito politico ma ho l´impressione che il dover affrontare la morte e la perdita di una persona cara comporti anche una certa lucidità e chiarezza di vedute, per lo meno per quanto riguarda la distinzione tra ciò che è importante e ciò che è secondario, tra ciò che è possibile ottenere e ciò che è impossibile. Tra la realtà e il miraggio.
Ogni persona di buon senso in Israele – e aggiungo, anche in Palestina – sa esattamente quale sarà, a grandi linee, la soluzione del conflitto tra i due popoli. Ogni persona di buon senso è anche consapevole in cuor suo della differenza tra sogno e aspirazione e ciò che è possibile ottenere alla fine di un negoziato. Chi non lo sa, arabo o ebreo che sia, non è già più un possibile interlocutore, è prigioniero di un fanatismo ermetico e non è quindi un possibile partner. Consideriamo un attimo il nostro partner. I palestinesi hanno scelto come loro guida Hamas che rifiuta di negoziare con noi e di riconoscerci. Cosa si può fare in una situazione simile? Cos´altro ci rimane da fare? Continuare a soffocarli? A uccidere centinaia di palestinesi a Gaza, per la maggior parte semplici cittadini come noi?
Si rivolga ai palestinesi, Signor Olmert. Si rivolga a loro al di sopra delle teste di Hamas. Si appelli ai moderati, a chi si oppone, come lei e me, a Hamas e alla sua strada. Si appelli al popolo palestinese. Non si ritragga dinanzi alla sua ferita profonda, riconosca la sua continua sofferenza. Lei non perderà nulla, e neppure Israele, in un futuro negoziato. Solo i cuori si apriranno un poco gli uni agli altri, e questa apertura racchiuderà in sé una forza enorme. In una simile situazione di immobilità e di ostilità la semplice compassione umana possiede la forza di una cataclisma naturale.
Per una volta tanto guardi i palestinesi non attraverso il mirino di un fucile o da dietro le sbarre chiuse di un check point. Vedrà un popolo martoriato non meno di noi. Un popolo conquistato, oppresso e senza speranza. È ovvio che anche i palestinesi sono colpevoli del vicolo cieco in cui ci troviamo. È ovvio che anche loro sono ampiamente responsabili del fallimento del processo di pace. Ma li guardi un momento con occhi diversi. Non solo gli estremisti fra loro. Non solo chi ha stretto un patto di interesse con i nostri estremisti. Guardi la maggior parte di questo povero popolo il cui destino è legato al nostro, che lo si voglia o no.
Si rivolga ai palestinesi, signor Olmert, non continui a cercare ragioni per non dialogare con loro. Ha rinunciato all´idea di un nuovo ritiro unilaterale, e ha fatto bene. Ma non lasci un vuoto che verrebbe immediatamente colmato dalla violenza e dalla distruzione. Intavoli un dialogo. Avanzi una proposta che i moderati (e fra loro sono più di quanto i media ci mostrino) non possano rifiutare. Lo faccia, in modo che i palestinesi possano decidere se accettarla o se rimanere ostaggi dell´Islam fanatico. Presenti loro il piano più coraggioso e serio che Israele è in grado di proporre. La proposta che agli occhi di ogni israeliano e palestinese sensato contenga il massimo delle concessioni, nostre e loro. Non stia a discutere di bazzecole. Non c´è tempo. Se tentennerà, fra poco avremo nostalgia del dilettantismo del terrorismo palestinese. Ci batteremo il capo urlando: come abbiamo potuto non fare ricorso a tutta la nostra elasticità di pensiero, a tutta la creatività israeliana, per strappare i nostri nemici dalla trappola in cui si sono lasciati cadere?
Proprio come ci sono guerre combattute per mancanza di scelta, c´è anche una pace che si rincorre per "mancanza di scelta". Non abbiamo scelta, né noi né loro. E dobbiamo aspirare a questa pace forzosa con la stessa determinazione e creatività con cui partiamo per una guerra forzosa. Perché non c´è scelta e chi ritiene che ci sia, che il tempo giochi a nostro favore, non capisce i processi pericolosi in cui già ci troviamo.
E più in generale, signor Primo Ministro, forse dovremmo rammentarle che se un qualsiasi leader arabo invia segnali di pace – anche impercettibili e titubanti – lei ha il dovere morale di rispondere. Ha il dovere di verificare immediatamente l´onestà e la serietà di quel leader. Deve farlo per coloro ai quali chiede di sacrificare la vita nel caso scoppi una nuova guerra. E quindi, se il presidente Assad dice che la Siria vuole la pace – per quanto lei non gli creda e tutti noi nutriamo sospetti nei suoi confronti – deve offrirgli di incontrarlo subito. Senza aspettare nemmeno un giorno. In fondo, non ha aspettato nemmeno un´ora a dare inizio all´ultima guerra. Si è lanciato nell´offensiva con tutte le sue forze. Con tutte le armi a disposizione e tutta la loro potenza distruttiva. Allora perché quando c´è un segnale di pace lei si affretta a respingerlo, a lasciarlo svanire? Cos´ha da perdere? Nutre forse dei sospetti nei confronti del presidente siriano? Allora gli presenti delle condizioni tali da rivelare la sua macchinazione. Gli proponga un processo di pace che duri qualche anno e alla fine del quale, se tutte le condizioni e le restrizioni verranno rispettate, gli verranno restituite le alture del Golan. Lo costringa al dialogo. Agisca in modo che nella coscienza del popolo siriano si delinei anche questa possibilità. Dia una mano ai moderati, che sicuramente esistono anche lassù. Cerchi di plasmare la realtà, non di esserne solo un collaborazionista. È stato eletto per questo.
Esattamente per questo.
E in conclusione. È ovvio che non tutto dipende da noi e ci sono forze grandi e potenti che agiscono in questa regione e nel mondo e alcune di loro – come l´Iran e come l´Islam radicale – non hanno buone intenzioni nei nostri confronti. Eppure molto dipende da come agiremo noi, da ciò che saremo. Attualmente non esiste grande disparità tra la sinistra e la destra. La stragrande maggioranza degli israeliani capisce ormai – per quanto alcuni senza troppo entusiasmo – quale sarà a grandi linee la soluzione del conflitto: questa terra verrà divisa, sorgerà uno stato palestinese. Perché, quindi, continuare a sfibrarci in una querelle intestina che dura da quasi quarant´anni?! Perché la dirigenza politica continua a rispecchiare le posizioni dei radicali e non quelle della maggior parte degli elettori? Dopo tutto la nostra situazione sarebbe migliore se raggiungessimo un´intesa nazionale prima che le circostanze – pressioni esterne, una nuova Intifada o una nuova guerra – ci costringano a farlo. Se lo faremo risparmieremo anni di versamenti di sangue e di spreco di vite umane. Anni di terribili errori.
Mi appello a tutti, ai reduci dalla guerra che sanno che dovranno pagare il prezzo del prossimo scontro armato, ai sostenitori della destra, della sinistra, ai religiosi e ai laici: fermatevi un momento, guardate l´orlo del baratro, pensate a quanto siamo vicini a perdere quello che abbiamo creato. Domandatevi se non sia arrivata l´ora di riscuoterci dalla paralisi, di fare una distinzione tra ciò che è possibile ottenere e ciò che non lo è, di esigere da noi stessi, finalmente, la vita che meritiamo di vivere.
(Traduzione di Alessandra Shomroni)

 

Testo originale   Dal sito : http://www.haaretz.com/

David Grossman speaking at the memorial for Yitzhak Rabin in Tel Aviv on Saturday night. (Dan Keinan)    Last update - 10:42 06/11/2006
David Grossman’s speech at the Rabin memorial

The annual memorial ceremony for Yitzhak Rabin is the moment when we pause for a while to remember Rabin the man, the leader. And we also take a look at ourselves, at Israeli society, its leadership, the national mood, the state of the peace process, at ourselves as individuals in the face of national events.
It is not easy to take a look at ourselves this year. There was a war, and
Israel flexed its massive military muscle, but also exposed Israel’s fragility. We discovered that our military might ultimately cannot be the only guarantee of our existence. Primarily, we have found that the crisis Israel
is experiencing is far deeper than we had feared, in almost every way.
I am speaking here tonight as a person whose love for the land is overwhelming and complex, and yet it is unequivocal, and as one whose continuous covenant with the land has turned his personal calamity into a covenant of blood.

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I am totally secular, and yet in my eyes the establishment and the very existence of the State of Israel is a miracle of sorts that happened to us as a nation - a political, national, human miracle.
I do not forget this for a single moment. Even when many things in the reality of our lives enrage and depress me, even when the miracle is broken down to routine and wretchedness, to corruption and cynicism, even when reality seems like nothing but a poor parody of this miracle, I always remember. And with these feelings, I address you tonight.
"Behold land, for we hath squandered," wrote the poet Saul Tchernikovsky in Tel Aviv in 1938. He lamented the burial of our young again and again in the soil of the
Land of Israel
. The death of young people is a horrible, ghastly waste.
But no less dreadful is the sense that for many years, the State of Israel has been squandering, not only the lives of its sons, but also its miracle; that grand and rare opportunity that history bestowed upon it, the opportunity to establish here a state that is efficient, democratic, which abides by Jewish and universal values; a state that would be a national home and haven, but not only a haven, also a place that would offer a new meaning to Jewish existence; a state that holds as an integral and essential part of its Jewish identity and its Jewish ethos, the observance of full equality and respect for its non-Jewish citizens.
Look at what befell us. Look what befell the young, bold, passionate country we had here, and how, as if it had undergone a quickened ageing process,
Israel
lurched from infancy and youth to a perpetual state of gripe, weakness and sourness.
How did this happen? When did we lose even the hope that we would eventually be able to live a different, better life? Moreover, how do we continue to watch from the side as though hypnotized by the insanity, rudeness, violence and racism that has overtaken our home?
And I ask you: How could it be that a people with such powers of creativity, renewal and vivacity as ours, a people that knew how to rise from the ashes time and again, finds itself today, despite its great military might, at such a state of laxity and inanity, a state where it is the victim once more, but this time its own victim, of its anxieties, its short-sightedness.
One of the most difficult outcomes of the recent war is the heightened realization that at this time there is no king in
Israel
, that our leadership is hollow. Our military and political leadership is hollow. I am not even talking about the obvious blunders in running the war, of the collapse of the home front, nor of the large-scale and small-time corruption.
I am talking about the fact that the people leading
Israel
today are unable to connect Israelis to their identity. Certainly not with the healthy, vitalizing and productive areas of this identity, with those areas of identity and memory and fundamental values that would give us hope and strength, that would be the antidote to the waning of mutual trust, of the bonds to the land, that would give some meaning to the exhausting and despairing struggle for existence.
The fundamental characteristics of the current Israeli leadership are primarily anxiety and intimidation, of the charade of power, the wink of the dirty deal, of selling out our most prized possessions. In this sense they are not true leaders, certainly they are not the leaders of a people in such a complicated position that has lost the way it so desperately needs. Sometimes it seems that the sound box of their self-importance, of their memories of history, of their vision, of what they really care for, exist only in the miniscule space between two headlines of a newspaper or between two investigations by the attorney general.
Look at those who lead us. Not all of them, of course, but many among them. Behold their petrified, suspicious, sweaty conduct. The conduct of advocates and scoundrels. It is preposterous to expect to hear wisdom emerge from them, that some vision or even just an original, truly creative, bold and ingenuous idea would emanate from them.
When was the last time a prime minister formulated or took a step that could open up a new horizon for Israelis, for a better future? When did he initiate a social or cultural or ideological move, instead of merely reacting feverishly to moves forced upon him by others?
Mister Prime Minister, I am not saying these words out of feelings of rage or revenge. I have waited long enough to avoid responding on impulse. You will not be able to dismiss my words tonight by saying a grieving man cannot be judged. Certainly I am grieving, but I am more pained than angry. This country and what you and your friends are doing to it pains me.
Trust me, your success is important to me, because the future of all of us depends on our ability to act. Yitzhak Rabin took the road of peace with the Palestinians, not because he possessed great affection for them or their leaders. Even then, as you recall, common belief was that we had no partner and we had nothing to discuss with them.
Rabin decided to act, because he discerned very wisely that Israeli society would not be able to sustain itself endlessly in a state of an unresolved conflict. He realized long before many others that life in a climate of violence, occupation, terror, anxiety and hopelessness, extracts a price
Israel
cannot afford. This is all relevant today, even more so. We will soon talk about the partner that we do or do not have, but before that, let us take a look at ourselves.
We have been living in this struggle for more than 100 years. We, the citizens of this conflict, have been born into war and raised in it, and in a certain sense indoctrinated by it. Maybe this is why we sometimes think that this madness in which we live for over 100 years is the only real thing, the only life for us, and that we do not have the option or even the right to aspire for a diffe