Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Blogger: AUG
Nome: Augusta

Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

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martedì, 30 gennaio 2007

Saltellando da un computer all'altro non ho inserito questo diario la cui data reale é trascritta  sotto. Rimedio


16 gennaio

Questa volta ci metto proprio un titolo: Quando qualcuno legge un blog    
      

Dopo aver cercato (con qualche convinto sostegno locale, ma speravo di più) di diffondere l’appello al Presidente della Repubblica (pubblicato il 3 dicembre 2006) per chiedergli che intervenisse perché i coniugi italiani di palestinesi non fossero costretti ad andarsene dalla loro casa in Cisgiordania e a distruggere –contro la loro volontà- la loro famiglia e dopo aver constatato che il peggio non era avvenuto, avevo ritenuto mio dovere pubblicare gli atti parlamentari ricevuti dal presidente della Camera (9 gennaio).
Pensavo così di aver concluso in impegno che mi è costato molto tempo e che mi ha procurato molto disagio: conoscere i volti e le voci ci chi, solo per la colpa di essere e non di aver commesso alcun crimine, subiva la devastazione di una vita già compromessa.
A questo punto ho desiderato descrivere il mio stato d’animo al direttore del sito web
www.ildialogo.it che mi aveva sostenuto pubblicando, con generosa condivisione, il mio appello.

Gli ho scritto così di getto, infilando tra l’altro errori di battuta, che qui correggo riportando la lettera che Giovanni Sarubbi ha scelto di pubblicare oggi … e se lo ha fatto lui, perché non io?

 

Caro Giovanni
il 3 dicembre avete pubblicato un mio appello al Presidente della Repubblica esprimendo la vostra condivisione che mi é stata di conforto in mezzo all’indifferenza e peggio che il mio appello ha incontrato, salvo il sostegno di pochi amici che lo hanno condiviso e a loro volta diffuso.
L’ho comunque spedito a ministri, deputati e senatori e ho ricevuto dal Presidente della Camera una risposta documentata che reputo preziosa.
La trovi nel dossier che allego, ripartita fra due documenti che fanno seguito al mio vecchio appello.
Vedi tu che (e se) uso farne.
A me preme che tu ne sia informato (non ho potuto farlo prima perché il mio PC é reduce da un lungo sciopero)
Durante le mie telefonate di verifica nei Territori ho avuto conferma del risultato raggiunto (evidentemente non da me ma dalle proteste internazionali) e ho anche saputo che una mamma, cittadina di stato europeo diverso dall’Italia e sposa di un palestinese, espulsa non per ciò che avesse fatto ma perché irrimediabilmente sposa e madre é, é stata riammessa alla sua casa e alla sua famiglia. Sempre quale "turista" ma non più divisa dai suoi cari.
Anche alcune amiche, che sarebbero dovute partire con i loro bambini il 17 dicembre, sono ancora nella loro abitazione e hanno potuto celebrare il Natale (se cristiane evidentemente) con la loro famiglia.
Sono ben consapevole che un intervento di questo tipo é assolutamente marginale.
Mi sono volutamente limitata ai cittadini italiani perché di questi il governo deve occuparsi (tra l’altro sono elettori).
Ciò che mi ha impedito il silenzio é stato il pensiero del messaggio oggettivo che i bimbi che avessero seguito le mamme espulse, l’evidenza del loro dolore per essere stati strappati ai papà, agli amici, alla casa, alla scuola, ai loro amatissimi cortei di scout nei tre Natali che si celebrano laggiù (e tutti, mussulmani e cristiani partecipano con entusiasmo a tutti tre), avrebbero portato con il loro coatto trasferimento.
Cosa avrebbe detto -anche senza parole- la loro presenza nelle loro nuove scuole in Italia?
Non sarebbero certo stati -oggettivamente- messaggeri di pace, di quella pace di cui tutti loro (e certamente non escludo i cittadini ebrei di Israele) hanno disperata necessità.
E che ne avrebbero fatto i comuni dove avessero fatto ritorno? Si sarebbero aperte anche per loro le porte dei CPT ... liberandoli dal muro per infilarli fra italiche sbarre?
Per un po’, finché non ho trovato i modi della parola che ho sperato efficace (ma avrei parlato in ogni caso), mi sono sentita come penso dovessero sentirsi le persone per bene, pur se ammutolite, nell’Italia del 1938. Ma oggi parlando non corriamo rischi gravi, emarginazione a prescindere...
Purtroppo alcuni hanno interpretato questo mio interesse come un atteggiamento filo palestinese, quasi che avessi voglia di giocare ai cow boy...!
Grazie per l’attenzione e il tuo lavoro
augusta

Martedì, 16 gennaio 2007
(nota: tutti i documenti citati sono reperibili direttamente –basta un clic!- dal sito il dialogo)

 

Ma è successa un’altra cosa interessante, almeno per me.
Chiacchierando con un giornalista amico che non vedevo da tempo gli ho raccontato la vicenda, per cui sono intervenuta più volte nel mio diario, della scuola materna di Betlemme, millantata (avevo reperito i comunicati della Unicoop di Firenze) per “bambini e bambine” e aperta ai soli maschi. Ne ha capito il significato (atteggiamento che la mia esperienza può testimoniare come straordinario), se ne è interessato e ha potuto pubblicare una breve nota sull’ultimo numero di Diario. Naturalmente l’addetto stampa dell’Unicoop –che aveva ignorato le mie reiterate lettere- a lui ha risposto (ma occorre essere colleghi per ottenere trasparenza?).



Mi limito a riportare l’articolo: sono certa che parli da sé.

Un grazie all’amico giornalista e al direttore di Diario

augusta

 

Da Diario nr. 1/2007   Un asilo a Betlemme: peccato sia solo per maschi

Dalla coop ai comuni in tanti avevano dato i soldi: ma le bambine nella scuola non possono entrare.

di Max Mauro

Una scuola materna per i bambini e le bambine di Betlemme. Per questo obiettivo nel Natale del 2002 venne avviata una raccolta di fondi con protagonisti Unicoop Firenze, le diocesi toscane, l’Antoniano di Bologna e vari comuni gemellati con la città. Venne reperita la somma di un milione e duecentomila dollari, necessaria alla costruzione dell’edificio all’interno del Terra Santa College, gestito da frati francescani. La scuola materna è stata inaugurata il 24 ottobre 2004 alla presenza del presidente della regione Toscana Claudio Martini e dell’allora deputata o oggi ministro Rosi Bindi. Un successo della solidarietà internazionale, quindi? Non proprio, perché in quella scuola ci vanno solo bambini, bambini maschi s’intende, in barba alla propagandata intenzione “di offrire ai bambini e alle bambine di Betlemme un ambiente accogliente per far crescere una speranza di pace e normalità”, come si può leggere in un comunicato di Unicoop.

A denunciare il fatto è Augusta De Piero, una pensionata che dopo una vita divisa tra la politica – è stata vicepresidente del consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, eletta col Pci – e l’insegnamento, ha deciso di dedicare parte del suo tempo al volontariato. Trascorre alcuni mesi all’anno in Palestina ed è durante uno di questi viaggi che ha avuto modo di visitare il Terra Santa College. “La realtà è ben diversa da come hanno voluto far credere i promotori”, dice. “Quella scuola è frequentata solo da maschi. All’interno del Terra Santa College non esiste un’esperienza di integrazione tra bambini e bambine, quale invece si può trovare alla scuola Dar Al Khalima, gestita da luterani”. La risposta di Unicoop cela qualche imbarazzo. “Noi siamo solo dei sostenitori del progetto”, dice Claudio Vanni dell’ufficio stampa, “abbiamo raccolto 100mila euro per acquistare gli arredi. E’ vero, là maschi e femmine sono separati,  una cosa che io personalmente non condivido, ma è la loro cultura e va rispettata”. Per avere maggiori informazioni Vanni ci rimanda a Angelo Rossi, collaboratore della Conferenza Episcopale Italiana e uno dei promotori del progetto. “Sappiamo di questo problema” dice, “ma i fondi sono stati indirizzati in quella struttura perché c’era il terreno disponibile e un progetto, ora si vorrebbe proseguire, magari aiutando una scuola materna dell’Autorità Palestinese. Farne una per le femmine? E’ difficile raccogliere di nuovo tutti quei soldi”. 

 

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bambini, israele palestina, segnalazioni da altri blog, diari di augusta, culturapace

mercoledì, 24 gennaio 2007

27 gennaio  -  giorno della memoria                                               

E’ destino che l’inizio dei resoconti del mio viaggio in Siria si allontani.

Ma ho deciso di dedicare una pagina al giorno della memoria e, poiché il 27 gennaio sarò fuori città, lo faccio oggi.
Credo che il brano che ricopio di sotto, dopo averlo tradotto, sia il miglior riferimento che oggi potessi trovare nel ricordo della Shoà, fissato come data storica il giorno della liberazione di Auchswitz .

Chi comunque volesse leggerne il testo in inglese può andare a http://www.haaretz.com/hasen/spages/815603.html
E’ consigliabile leggere anche i numerosi commenti che fanno seguito al testo. E’ una lettura spesso sconvolgente, che costringe a pensare alla morte di Rabin. Ma a fronte di un’accozzaglia violenta (che i messaggi di sostegno a Lapid non cancellano) la coraggiosa presa di posizione dell’anziano presidente tanto più dimostra il valore di una memoria che, se fosse collettiva, potrebbe cambiare il mondo.

Joseph (Tommy) Lapid é stato nominato presidente dello Yad Vashem  (il grande museo della Shoà)  lo scorso 16 luglio.

Nato nel 1931 a Novy Sad (Yugoslavia)  è un sopravvissuto all’Olocausto.
E’ stato giornalista radiofonico, parlamentare, vice primo ministro e ministro della giustizia.



Ha’aretz 20/01/2007            Il presidente dello Yad Vashem critica duramente i coloni che molestano i Palestinesi.                Reuters

Sabato il responsabile del principale memoriale dell’Olocausto ha attaccato i coloni ebrei che molestano i Palestinesi in una violenta città della Cisgiordania, dicendo che gli abusi ricordano l’antisemitismo che precedette la seconda guerra mondiale.

L’eccezionalmente duro e pubblico attacco di Yosef Lapid, presidente dello Yad Vashem, è stato provocato da una ripresa della televisione israeliana che mostrava una colona di Hebron mentre sibilava “puttana” a una sua vicina e i bambini dei coloni che tiravano pietre contro le case degli arabi.
La scena ha suscitato lo sdegno dello stato ebraico dove molti considerano i coloni come un movimento che si oppone alla coesistenza con il futuro stato di Palestina in Cisgiordania e nella striscia di Gaza.
Lapid, un sopravvissuto all’Olocausto, che perse suo padre nel genocidio nazista, ha affermato in un commento settimanale a Radio Israele che gli atti di alcuni coloni di hebron gli riportavano alla mente la persecuzione sofferta dagli Ebrei alla vigilia della seconda guerra mondiale, nel suo paese d’origine, la Jugoslavia.
Diceva lapid: “Non c’erano forni crematori o pogroms che rendessero amara la nostra vita in diaspora prima che cominciassero ad ammazzarci, ma le persecuzioni, le molestie, il lancio delle pietre, le difficoltà di sostentamento, le intimidazioni, gli sputi e il disprezzo”
”Avevo paura di andare a scuola perché i piccoli antisemiti erano soliti tenderci agguati lungo la strada e bastonarci.  Che differenza c’è rispetto ai bambini palestinesi di hebron?”
Da più di sei anni Hebron è stata spesso un punto critici nelle lotte israelo-palestinesi.
Vi risiedono circa 400 coloni, sotto pesante controllo israeliano, fra 150.000 palestinesi.
I coloni di Hebron non sono stati subito disponibili a rispondere alle critiche di Lapid, ma nel successivo programma di Radio Israele il portavoce  della comunità. Noam Arnon, ha minimizzato le molestie trasmesse alla televisione come “incidenti di poco conto”.
”In sei anni a Hebron sono stati assassinati 37 Ebrei  e ora si preoccupano per le imprecazioni?” dichiarava Arnon.

Il primo Ministro di Israele, Ehud Olmert , la scorsa settimana ha ordinato un’indagine a livello governativo in merito alle accuse dei Palestinesi secondo cui gli abusi dei coloni di Hebron sarebbero norma e costantemente ignorati da  Israele.
Ephraim Sneh, viceministro della difesa, ha detto di sperare in un giro di vite di Israele contro i coloni “provocatori”, ma i funzionari palestinesi hanno richiesto un’azione di più vasta portata.
”Se gli Israeliani sono seriamente a favore della coesistenza devono prendere misure concrete sulle centinaia di violazioni giornaliere contro i Palestinesi nella città vecchia” ha affermato il governatore di Hebron, Arif Jabari.
Lapid, già ministro della giustizia, condivide l’evidente pessimismo di Labari.
“Noi ebrei, cittadini di Israele alziamo al massimo un dito per redarguire – ha detto - peggio ancora ho tollerato tutto ciò in silenzio come ministro della giustizia”.
La Corte Internazionale ha dichiarato illegali gli insediamenti ma molti Ebrei reclamano un diritto biblico di nascita sulla Cisgiordania che Israele sottrasse alla Giordania nella guerra medio orientale del 1967.
Israele ha evacuato i coloni e i soldati da Gaza nel 2005, un cambiamento deciso per sbloccare lo stallo diplomatico con i Palestinesi: Questo blocco è iniziato quando hamas, un gruppo palestinese islamico il cui statuto pretende la distruzione dello stato di Israele, ha rafforzato la determinazione dei coloni a non lasciare al Cisgiordania.
Lapid ha affermato che se non c’è paragone fra l’Olocausto e le sofferenze dei Palestinesi per le politiche di Israele, ciò non significa che Israele non sia colpevole.
Ha concluso: ”E’ inconcepibile che la memoria di Auschwitz consenta di ignorare il fatto che fra noi ci sono Ebrei che si comportano oggi con  i Palestinesi esattamente come Tedeschi, Ungheresi, Polacchi e altri antisemiti si comportarono con gli  Ebrei”.

“Filo spinato
Tu scrivi dell’uomo nel lager
io - del lager nell’uomo
per te il filo spinato è all’esterno
per me si aggroviglia in ciascuno di noi
- Pensi che ci sia tanta differenza?
Sono due facce della stessa pena”.


Ho trovato questi splendidi versi di Ryszard Kapuscinski in un articolo scritto nel ricordo del grande giornalista appena scomparso (don Aldo Antonelli. Kapuscinski e la giornata della memoria -  www.ildialogo.org) e non mi sono potuta/voluta sottrarre al desiderio di rubarli.

 

 

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israele palestina, rassegnastampa, culturapace

domenica, 21 gennaio 2007

Mi scuso per la lunghezza di questo intervento (che si può non leggere), ma la prossima settimana voglio iniziare le relazioni del mio viaggio in Siria (1-8 gennaio) avendo già detto qualcosa sull’allargamento della base di Vicenza                                augusta

 

Analogia con Vicenza?   Io non lo so, ma se i documenti servono (20 gennaio 2007)

Correva l’anno 1997, facevo parte nella mia regione del Comitato Misto paritetico Servitù militari, eletta dal Consiglio Regionale a norma della Legge 24 dicembre 1976, n. 898 che, al comma 1 dell’art.3, così indicava i miei compiti: “In ciascuna regione è costituito un comitato misto paritetico di reciproca consultazione per l'esame, anche con proposte alternative della regione e dell'autorità militare, dei problemi connessi all'armonizzazione tra i piani di assetto territoriale e di sviluppo economico e sociale della regione e delle aree subregionali ed i programmi delle installazioni militari e delle conseguenti limitazioni
”.
E’ opportuno ricordare che i pareri dei CoMiPar sono obbligatori, anche se non vincolanti, e vengono espressi sulla base di una documentazione che, se richiesta in modo adeguato e pertinente, può essere molto ricca (e utile per chi si metta in grado di leggere anche fra le righe) e che i pareri vengono sempre espressi “sentiti i sindaci”. Certamente se i lavori si svolgono in maniera sciatta e frettolosa il risultato è inutile e comunque ignoto e ignorato se non si trova il modo di farlo uscire. I nostri mezzi di informazione preferiscono dar spazio al taglio dei nastri, ma questo si sa. Perciò non credo agli strilli di ostentata, innocente sorpresa che ci vengono ammanniti a proposito della base di Vicenza.
Il punto di maggior interesse, negli anni in cui facevo parte del CoMiPar, era la base USAF di Aviano (quella che in anni più recenti ha assicurato un passaggio sicuro per recarsi nei luoghi della tortura all’Iman Abu Omar, mentre allora vi si applicava il piano Aviano 2000) dove mio compito era esprimermi con serietà e consapevolezza (avevo un valido gruppo di tecnici amici che mi aiutavano a valutare i documenti prima delle sedute).
Ovviamente non potevo discutere le decisioni militari, ma quelle riguardanti il territorio e l’ambiente sì, e ne davo regolare descrizione all’associazionismo pacifista regionale che, mi illudevo, potesse concentrarsi su singoli elementi affrontabili per la difesa del territorio, che è il primo luogo per costruire pace. Informavo anche una signora, allora speaker dell’Associazione per la pace e ora parlamentare europeo.
Il silenzio era totale.
Così il 6 o 7 di dicembre (non ricordo esattamente il giorno) del 1997 mi presentavo, invitata e avendo informato i responsabili sul tema del mio intervento, a un convegno regionale pacifista e dicevo, con incosciente ingenuità, di non voler ripetere le argomentazioni antinucleari di chi mi aveva preceduto ma di voler focalizzare il mio intervento sul ruolo (e le funzioni) degli enti locali.
Il documento che ho ricopiato per riportarlo di seguito era la parte centrale del mio intervento relativo al comune di Aviano (sindaco “di sinistra” e giunta con significativa presenza di Rifondazione Comunista).

COMUNE di AVIANO

PROT. 17955                                                          li, 20.08.1997
  
Oggetto: Ampliamento Base USAF di Aviano   

                                                  Egregio Signor
                                                  mario puiatti

                                                  Assessore Regionale
                                                  alla Pianificazione territoriale
                                                  Via Giulia 75/1
                                                 34100  TRIESTE

                               Ai componenti la Commissione regionale
                                                 per le Servitù Militari
                                                 Via Giulia 75/1
                                                 34100  TRIESTE

     I sindaci dei Comuni di Aviano, Budoia, Cordenons; Fontanafredda, maniago, Montereale Valcellina, Polcenigo, Porcia, Rovereto in Piano, Sacile e S. Quirino prendono atto che la vertenza avviata nel Novembre 1995 con il Governo Italiano sulla necessità di adeguamenti infrastrutturali nel territorio interessato dall’ampliamento in oggetto è giunta a soluzione, per quanto riguarda gli interventi necessari sulla viabilità.
     Ciò è accaduto dopo una serie di incontri e riunioni in sede tecnica, in data 16 luglio 1997, quando il Presidente del Consiglio, on.le Romano Prodi, ha comunicatola Presidente della Giunta Regionale Giancarlo Cruder lo stanziamento di 20 miliardi finalizzato alla realizzazione delle opere concordate.
     Nell’esprimere soddisfazione per il risultato raggiunto, i sunnominati Sindaci desiderano ringraziare gli Organismi regionali che hanno fattivamente contribuito a tale esito ed in particolare la Commissione per le Servitù Militari che, recependo e facendo proprie ragioni e motivazioni che li avevano indotti in passato (vedi nota del 19/8/96, Prot.17999*) a mettere in opera quanto in proprio potere per ostacolare gli interventi di ampliamento della base di Aviano.

                                                     Per il Coordinamento dei Sindaci:
                                                     Gianluigi Rellini, Sindaco di Aviano

*Nota di aug.: allora erano stati riscontrati i seguenti “punti di crisi”:
strutturali (una tantum): - viabilità, -edilizia residenziale. –reti tecnologiche, -arredo urbano;
ambientali (continuativi: - trasferimenti ordinari, -risanamento edilizio, - provvedimenti per l’imprenditoria locale, -tutela ambientale e sanitaria. 


Un muchietto di asfalto (destinato ad essere massacrato in poco tempo dai gipponi USA) può stornare l'interesse dei sindaci dalla salute dei propri cittadini!

Comunque, a conclusione del mio intervento, un autorevole esponente dell’Associazione nazionale per la pace mi insultava pubblicamente segnalando una mia colpevole  indifferenza all’armamento atomico e io, poiché ritengo che non si possa ricoprire un ruolo istituzionale in una condizione di delegittimazione totale, tornavo a casa e davo le dimissioni dal comitato e dalle associazioni. Essendo io eletta “di secondo grado” non potevo dire “cacciatemi alle prossime elezioni”,
Il locale pacifismo ha da allora concentrato le sue energie non sulla conoscenza del territorio, sui problemi della salute e sulle contraddizioni insanabili che una pesante presenza militare impone ad ogni ambiente (contraddizioni che, se affrontate ad una ad una possono aiutare a infilare dei cunei fastidiosi nei monoliti in armi) ma su marce pasquali (e non solo) attorno alla Base, marce caratterizzate da forti presenza simboliche.
Io non capisco chi sia –data la generica globalizzazione del problema- il loro interlocutore.
Dovrebbe essere una specie di signore dell’universo che non conosco.
Né so cosa abbiano a dire i marciatori sulle successive operazioni di vendita di parti importanti dell’area per consentire l’allargamento delle piste di volo.
Ma ciò è avvenuto dopo che io ero fuori gioco e non ne possiedo la documentazione.
So di una formale denuncia per i danni che la Base procura e sono curiosa di vedere che accadrà. Se ben organizzata potrebbe essere una novità positiva, ma se parlassi di tutto ciò lo farei per sentito dire e lettura di poco raccomandabili quotidiani locali.

Ma non ci sono solo i sindaci …..
Comitato Misto Paritetico significa diviso a metà fra civili e militari (in caso di voto paritario prevale il parere del presidente, che è, per legge, un generale italiano). I militari che ho conosciuto io adoperavano (ogni volta che facevo qualche domanda che irritava gli statunitensi) una buffa espressione. Dicevano: “
Gli americani hanno norme ambientali migliori delle nostre e le applicano anche meglio
”. Non sono mai riuscita a far capire che sul territorio italiano si applicano le leggi italiane, anche se non sono così ammirevoli come quelle degli Stati Uniti.
Comunque avevo saputo che esisteva un Memorandum d’Intesa fra il Governo italiano e quello statunitense non coperto da segreto. L’ho chiesto e l’ho ottenuto. Accanto alle firme la data: 2 febbraio 1995
Su questo documento si è svolta poi una vicenda che, se non fosse connessa ad una tragedia, sarebbe buffa. L’allora presidente del Consiglio D’Alema lo “rivelò” al Parlamento come novità assoluta dopo la strage del Cermis.
Stupita ne confrontai il testo in mio possesso con quello pubblicato dal Corriere della sera ed erano identici. Ah essere capaci di rivelazioni! Ma io sono capace solo di documentazioni

Dice l’annesso al Memorandum
:              
1. L’installazione è posta sotto Comando Italiano… 3. Il Comandante Usa esercita il comando pieno sul personale, l’equipaggiamento e le operazioni statunitensi. Egli deve preventivamente informare il Comandante italiano in merito a tutte le attività USA di rilievo, con particolare riferimento all’attività operativa e addestrativa, ai movimenti di materiali, armamenti, personale militare e civile, nonché agli avvenimenti o inconvenienti che dovessero verificarsi. Analogamente il Comandante italiano tiene informato il Comandante USA su tutte le attività nazionali di rilievo.
Nel caso ritenga che le attività  USA non rispettino le leggi italiane vigenti, il Comandante italiano informerà il Comandante USA e si rivolgerà alle autorità italiane superiori per un parere.
Le divergenze tra i Comandanti, in merito all’opportunità di intraprendere una particolare operazione, che non possono essere risolte localmente, saranno prontamente sottoposte alle rispettive Superiori Autorità. L’avvio delle attività contestate è subordinato alla risoluzione della controversia.

Chi vuol divertirsi provi a leggere gli avvenimenti che ci sono noti con il filtro del Memorandum e a chiedersi quante organizzazioni, persone, istituzioni sarebbe necessario verificare per arrivare con consapevolezza dell’iter (e magari con qualche maggior e più definito sospetto sui punti caldi della strada percorsa ) al Capo del Governo (le cui responsabilità non sono evidentemente eludibili).
Ma questo richiede lavoro e fatica … meglio un solo colpevole e una bella marcia, sperando che l’allargamento delle Basi non la renda troppo lunga.
 augusta


   VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale 19 / 25  gennaio  2007  n. 676 pag.15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 17 gennaio 2007
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        4.503        
Israeliani          1.045        
Altre vittime         77         
Totale               5.625        

Internazionale  19  /  25  gennaio  2007  n. 676 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  del 17 gennaio 2007
Iracheni              53.954  /  59.571
Soldati statunitensi               3.024                            
Soldati di altre nazionalità     252         

SEGNALAZIONE

 

Il Manifesto di ieri, pag 10, contiene un interessante articolo che però potrebbe indurre a qualche confusione. E’ facilmente reperibile e si intitola  Spose arabe, Tel Aviv: respingere anche quelle di «stati nemici»” di Michelangelo Cocco.
Se qualcuno, leggendolo, lo avesse confrontato con quanto ho scritto fra il 2 dicembre e il 16 gennaio (nota per i pigri: esattamente il
2, 9, e 16 dicembre e il 9 gennaio) potrebbe preoccuparsi e pensare che la modifica della situazione più disperata elle famiglie palestinesi con un coniuge straniero fosse già tornata al peggio.
Non è così: l’articolo parla, con giusta preoccupazione dei coniugi stranieri di arabi-israeliani, cioè di palestinesi cittadini (pur se di serie B) residenti nello stato di Israele e a Gerusalemme est.
Io non ne avevo scritto e mi ero limitata ai coniugi dei Palestinesi residenti in Cisgiordania- perché volevo concentrare l’attenzione (e la conseguente operatività) su un problema definito, pur se non il solo.
Dobbiamo però ricordare quanto ha scritto il rappresentante del governo sul futuro delle norme spaccafamiglie: “
L'Italia, come ha sempre fatto in passato, e più di recente in occasione dei colloqui a Roma con il Primo Ministro Olmert, nonché in occasione di numerosi contatti in Israele a livello di Alti Funzionari, intende continuare, anche nell'ambito dell'Unione Europea, a tenere la questione in piena evidenza, preparandosi ad ulteriori passi a livello politico appropriato, fino a quando il problema, di cui siamo perfettamente consci, non sarà risolto” (vedi 9 gennaio)

 

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lunedì, 15 gennaio 2007

Appello Urgente   dal sito   www.ildialogo.org   14 gennaio 2007
 Ancora carcere per Hadas Amit, 19 anni, obiettrice di coscienza israeliana  
di Dino Barberini

Hadas Amit doveva uscire di prigione ieri l’altro, 9 c. m., dalla prigione militare n° 400, ma è stata condannata per la terza volta, e i tempi della sua liberazione sono stati allungati al 23 gennaio prossimo ( più 7 giorni di libertà vigilata). É difficile prevedere cosa succederà il 23 gennaio. Certamente Hadas Amit non tradirà i suoi principi così espressi davanti alla corte militare: "/A essere reclutata nell’esercito, sarebbe da tutti i punti di vista in assoluto contrasto con le mie convinzioni e la mia maniera di vivere, poiché la violenza, l’uccidere, il nazionalismo e il vandalismo non ne fanno parte. Ogni stato, e quello di Israele compreso, deve impegnarsi ad agire solo con mezzi pacifici e, anche se attaccato, a non rispondere al fuoco. In ogni situazione, non esclusa quella di Israele, è errato sostenere una forza militare addestrata per la guerra e a uccidere - questo è fondamentalmente contrario al perseguimento della pace e della coesistenza con i nostri vicini in Medio Oriente/".
Del suo caso si è anche interessata, tra gli altri, Amnesty International
http://web.amnesty.org/pages/isr-action-co
Per la legge internazionale (*Patto internazionale sui diritti civili e politici*, firmato da Israele il 18 dicembre 1966 e e ratificato il 3 ottobre 1991) è obiettore di coscienza chi si rifiuta di svolgere il servizio militare obbligatorio, sia in tempo di pace che, soprattutto, in tempo di guerra, in quanto l’assolvimento del servizio può comportare l’uccisione di altre persone in battaglia.
Il sostegno a Hadas Amit è quindi sia l’aiuto a una persona illegalmente sottoposta a violenza, sia un contributo perché sia garantito anche in Israele un diritto umano fondamentale come l’obiezione di coscienza alla guerra - e termini l’attuale stato di ricatto violento nei confronti di tutta la popolazione di quel paese. Non si tratta di schierarsi da una parte o dall’altra. É una questione di civiltà giuridica, che massimamente deve interessare uno Stato (assurdamente! quello non è territorio appartenente in alcun modo all’Europa) candidato a entrare nella UE.
New Profile, l’organizzazione umanitaria israeliana che segnala il caso, suggerisce:
- di mandarle messaggi di solidarietà e incoraggiamento con l’ email della famiglia
amitdrch@gmail.com che provvederà a darli a Hadas in occasione delle visite in carcere. Il messaggio può essere semplicemente così concepito. OGGETTO: All my [/our/ in caso di più firmatari] support and solidarity.
TESTO: Dear Hadar, I [we] are near you writing to the Israelian authorities for your immediate liberation. Ciao [Cara Hadar, ti siamo vicini e abbiamo scritto alle autorità israeliane per la tua immediata liberazione. Ciao];
- mandare preferibilmente lettere di protesta [allegati testi inglese e italiano], soprattutto via fax a

Mr. Amir Peretz,
Minister of Defence,
Ministry of Defence,
37 Kaplan St.,
Tel-Aviv 61909,  Israel
Fax: ++972-3-696-27-57 / ++972-3-691-69-40 / ++972-3-691-79-15

altrimenti agli indirizzi di posta elettronica
sar@mod.gov.il sar@mod.gov.il or pniot@mod.gov.il.
 É anche possibile sottoscrivere un appello a
http://www.wri-irg.org/co/alerts/20061218a.html .
L’appello ricalca il testo della lettera.
Altre forme di intervento a 
http://www.newprofile.org/showdata.asp?pid=1174 .

Cordialmente, Dino Barberini

Allegato

Mr. Amir Peretz,
Israeli Minister of Defence

Dear Mr. Peretz,
It has come to my [our] attention that Hadas Amit, Military ID 6175691, a conscientious objector, has been imprisoned for her refusal to perform military service, and is held in Military Prison No. 400.

The imprisonment of conscientious objectors such as Hadas Amit is a violation of international law, of basic human rights and of plain morals. The repeated imprisonment of conscientious objectors is an especially grave offence, as it means sentencing a person more than once for the same offence, and has been judged by the UN Working Group on Arbitrary Detention to constitute a clear case arbitrary detention.

Moreover, Hadas Amit’s imprisonment comes after she had to undergo a degrading and unfair hearing procedure by a military committee, naturally biased against her as a conscientious objector, and doubly biased against her as a woman conscientious objector. Enacting such a procedure is in its own right a violation of the basic standards of fairness.

I [we] therefore call for the immediate and unconditional release from prison of Hadas Amit, without threat of further imprisonment in the future, and urge you and the system you are heading to respect the dignity and person of conscientious objectors, indeed of all human beings, in the future.
Sincerely,

Sig. Amir Peretz,
Ministro della Difesa di Israele

Caro Signor Peretz,
Sono [Siamo] venuto [i] a conoscenza che Hamas Amit , matricola militare 6175691, obiettrice di coscienza, è stata imprigionata per il suo rifiuto di prestare servizio militare, ed è tenuta nella prigione militare n° 400.
L’imprigionamento di obiettori di coscienza come Hadas Amit è una violazione della legge internazionale, ed è fondamentalmente immorale dal punto di vista dei diritti umani basilari. Il ripetuto imprigionamento di obiettori di coscienza è un reato particolarmente grave, poiché significa condannare una persona più di una volta per lo stesso reato, ed è stato giudicato dal Gruppo di lavoro dell’Onu sulla Detenzione arbitraria un evidente caso di detenzione arbitraria.
Per di più, l’imprigionamento di Hadas Amit è venuto dopo essere stata sottoposta a un degradante giudizio viziato da una scorretta procedura, doppiamente influenzata negativamente contro di lei come donna e come obiettrice di coscienza. Una tale procedura rappresenta una violazione degli standard basilari di imparzialità della legge.
Mi appello [ci appelliamo] perciò a lei per la liberazione immediata e incondizionale di Hadas Amit, senza rischio di ulteriori inprigionamenti nel futuro, e la sollecito [sollecitiamo] a rispettare nel futuro la dignità e la persona degli obiettori di coscienza, al pari di tutti gli esseri umani.
Sinceramente,
[nome/i, cognome/i, Cap, Città, Nazione]


Domenica, 14 gennaio 2007

 

Anni fa mi sono costantemente interessata al problema dei refusnik di Israele.
Avevo allora contatto con una persona che si dedicava a queste ricerche, fornendo notizie che cercavo di rilanciare. Poi questa persona ha smesso e io mi sono dedicata ad altre ricerche (ultima quella stranieri, sposi di palestinesi cacciati/e “legalmente” dalla loro terra).
Purtroppo queste ricerche, date le “lacune volontarie” (posso dire così?), dei nostri mezzi di informazione richiedono moltissimo tempo per trovare, verificare e spesso tradurre le notizie.
Ho trovato questo appello sul ricco sito citato in premessa e la riporto con molta convinzione, tanto più che correttamente viene citata l’organizzazione israeliana che lo ha diffuso (alla faccia di chi, ovunque collocato, ama giocare ai cow boy buoni da una parte e specularmente cattivi dall’altra).

Chi volesse conoscere la fonte originaria può andare a http://www.newprofile.org/
augusta

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domenica, 14 gennaio 2007

 

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale  12  /  18  gennaio 2007  n. 675 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 10 gennaio 2007
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        4.501        
Israeliani          1.045        
Altre vittime         77         
Totale               5.623        

Internazionale  12  /  18  gennaio 2007  n. 675 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  del  10 gennaio  2007
Iracheni              53.101  /  58.704
Soldati statunitensi               3.015                            
Soldati di altre nazionalità     251         


Per quanto detesti la rubrica vittime  continuo a pubblicarla perché forse l’impatto quantitativo con la guerra può darle più visibilità di quanto le nostre evasioni consentano normalmente.

La prossima settimana comincerò a dare relazione di un mio recente viaggio in Siria (realizzato giovandomi dell’ottima organizzazione assicurata dalla rivista Confronti).
Spero che i miei compagni di viaggio, se mi leggono, intervengano.
Il 21 dicembre avevo pubblicato un testo sull’argomento dello scrittore israeliano Amos Oz.
Continuo a giovarmi di ottime fonti israeliane per prevenire (ma spesso non ci riesco) la collocazione “filopalestinese” che mi viene attribuita.
Per molti è causa di improprio, non condivisibile, schieramento.
Avessi mai voglia di giocare ai cow boy!

augusta

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vittime di guerra

sabato, 13 gennaio 2007

Lo scorso anno aprivo i mesi con un saluto della saggia Mafalda (la creatura di Quino), tratto dal calendario 2006, “Quest’anno mordo”. Ecco il suo saluto all’anno trascorso:

 

Allora perché in questo momento non iniziare la costruzione tante volte rimandata di un mondo  migliore, eh! O qualche deficiente ha smarrito i progetti?

 

Sono stata fortunatamente fornita anche del calendario 2007, “Che stress” dove Mafalda si esibisce in un fumetto a due voci. Eccola in gennaio

 

Mafalda:     Sono finite la fame e la povertà nel mondo? Soppresse le armi nucleari?
Il suo papà  Be’ veramente mi sembra di no, cara!
Mafalda       E allora perché cavolo abbiamo cambiato ann0?

 

 

Uno dei problemi che il mio PC ha posto in questo fine anno di rivendicazioni diffuse si è risolto, altri – spero - faranno altrettanto la prossima settimana, ma sono finalmente  in grado di riprendere un’attività di scrittura quasi normale.
Spero di poter concludere gli interventi sulla legge spaccafamiglie dello stato di Israele, di cui ho scritto il  2, 9, e 16 dicembre e il 9 gennaio.

Il punto di partenza era stato un articolo della giornalista israeliana Amira Hass , integralmente riportato il 25 novembre da Internazionale:

La giornalista, oltre a porre la questione delle famiglie coattivamente divise, faceva riferimento al sistema dei trasporti, pur questi divisi.
Nel sito
www.ildialogo.org ho trovato –in data 8 gennaio - un articolo di Shulamit Aloni, pubblicato nel giornale israeliano Yediot Ahanoroth . L’autrice è una delle fondatrici  del  partito Meretz ed è stata ministra dell’ istruzione durante il governo Rabin.
Leggiamone un solo passo: “
Come se non bastasse il divieto ai palestinesi di percorrere, sulla loro terra, le strade asfaltate “solo per ebrei”, l’attuale generale in capo ha trovato necessario appioppare, con una “proposta ingegnosa”, un altro colpo a chi è nato lì.
Nemmeno gli attivisti umanitari possono trasportare palestinesi
Il maggiore Naveh, famoso per il suo grande patriottismo, ha emanato un nuovo ordine – che, a partire dal 19 gennaio, proibisce di trasportare palestinesi senza un permesso. L’ordine sancisce che gli israeliani non possono trasportare palestinesi in un veicolo israeliano (vale a dire uno registrato in Israele, indipendentemente dal tipo di targa), se non ne hanno ricevuto il permesso esplicito; l’autorizzazione riguarda sia il guidatore, sia il passeggero palestinese. Ovviamente nulla di tutto ciò si applica ai lavoratori che servono ai coloni: questi, ed i loro datori di lavoro, riceveranno naturalmente i permessi necessari, in modo da poter continuare a servire i padroni del territorio, i coloni medesimi
augusta

 

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israele palestina, rassegnastampa, guerra conflitti e violenze, diari di augusta, culturapace

martedì, 09 gennaio 2007

Mi scuso se, dopo una lunga interruzione dovuta a una mia assenza, ho ritrovato il mio PC

non funzionante come alla partenza.
Mi giovo di un’ospitalità su altrui computer per proporre una documentazione che ritengo importante.

Il 2 dicembre avevo scritto (e pubblicato) la lettera al Presidente della Repubblica che di seguito trascrivo, insieme alla documentazione/risposta ricevuta dalla Presidenza della Camera.
Questa mattina ho telefonato in  Palestina e mi è stato assicurato che il sistema  funziona (almeno per ora).

augusta.

 

Al Presidente della Repubblica

on. Giorgio Napolitano

Palazzo del Quirinale

00187             ROMA                     Udine 2 dicembre 2006

Signor Presidente,

sono una cittadina italiana e Le scrivo per comunicarLe una situazione drammatica, cui sono soggetti cittadini (e soprattutto cittadine) italiani residenti per matrimonio nei Territori Palestinesi Occupati.

Certamente tale situazione Le è nota ma non riesco negarmi il diritto alla parola per descrivere una realtà che mi turba, anche perché coinvolge mie concittadine e concittadini.

Ha scritto Amira Hass, coraggiosa giornalista israeliana corrispondente da Ramallah del quotidiano israeliano Ha'aretz, "705 coniugi e bambini con carta di identità palestinese e residenti in Cisgiordania hanno di recente ricevuto dalle autorità israeliane un <ultimo permesso di soggiorno>: entro la fine dell'anno dovranno lasciare casa, lavoro, parenti e amici, oppure trasferirsi con l'intera famiglia.

Malgrado il risalto dato alla politica israeliana dell '<ingresso negato> e le proteste di diplomatici statunitensi ed europei contro le discriminazioni di cui sono vittime alcuni loro concittadini, Israele porta avanti la sua silenziosa politica di espulsione".

Non osavo scrivere sulla base delle mie personali conoscenze in quei luoghi – da sola non posso far altro che condividere dolore che spesso amiche palestinesi mi comunicano - ma, confortata ora dalla testimonianza di Amira Hass, mi rivolgo a Lei non per porre alla Sua attenzione una situazione generale (che meriterebbe, a mio parere, l'intervento della comunità internazionale) ma per chiedere il Suo interessamento di persona che, dai discorsi che ho avuto l'opportunità di ascoltare, ho capito essere attenta a garantire anche i diritti individuali, in particolare di coloro la cui contrattualità sociale è debole.

Vorrei poter dire ai cittadini e cittadine italiani residenti in Palestina che il Capo del loro stato li conosce e ne tutela i diritti fondamentali.


Mi spiego: queste persone, anche se sposate da molti anni, non hanno la cittadinanza del paese -inesistente come stato- in cui vivono e ogni tre mesi devono pagare un'imposta allo stato di Israele.
Ogni due anni circa arriva loro "l'ultimo visto", il che finora ha significato il ritorno al loro paese d'origine per rientrare poi in Israele (a differenza di ciò che accade ai Palestinesi autoctoni possono servirsi dell'aeroporto internazionale di Tel Aviv) e ricominciare a versare il trimestrale tributo.

Ora "l'ultimo visto" assume il significato di una condanna senza appello: temono infatti di non poter rientrare.
Molti di loro non dispongono del passaporto perché lo hanno consegnato alle autorità competenti all'atto della richiesta del rinnovo del visto che non hanno  (ancora?) ricevuto. Di conseguenza non hanno avuto in restituzione nemmeno il  passaporto, ne sanno dove si trovi, sperduto negli uffici (israeliani o palestinesi?), irreperibile al momento a seguito degli scioperi incrociati dei lavoratori delle I pubbliche amministrazioni nello stato di Israele e nei Territori Palestinesi.

E' importante sottolineare che la situazione di queste persone è assimilabile a i quella di "turisti", anche se vivono nei Territori da molti anni. Il passaporto quindi è la loro unica, riconoscibile identità.
Sanno quindi di non poter uscire e di trovarsi di conseguenza clandestini nel paese in cui sono arrivati per costruire una famiglia, perciò soggetti ad espulsione e quindi condannati al non ritorno, a una sorta di separazione coatta, che potrebbe anche comportare la separazione definitiva dai figli, pur se bambini.
Valga un esempio: una signora, madre di una famiglia numerosa, ha ricevuto  "l'ultimo visto".
E' fra i fortunati che hanno rinnovato il passaporto prima degli scioperi, ma il suo ultimo piccolissimo bimbo non vi è registrato (allora non era ancora nato) quindi i non può uscire.

Che deve fare questa signora, mia concittadina? Abbandonare il suo piccolo, che allatta, o farsi clandestina per assicurargli il nutrimento, a rischio di perderlo? 
Non posso ignorare il fatto che quel piccolo, dovrebbe essere garantito dalla legge 27 maggio 1991 n. 176 che ratifica la Convenzione di New York del 1989, che tutela i diritti dei minori.

La ringrazio per l'attenzione che vorrà prestarmi e la saluto rispettosamente

(lettera firmata)

 

 

Atto Camera   Interrogazione a risposta immediata in Commissione 5-00532

presentata da KHALIL RASHID

martedì 19 dicembre 2006 nella seduta n.088

 

KHALIL, MANTOVANI e SINISCALCHI. - Al Ministro degli affari esteri. - Per sapere - premesso che:

il network di Ong palestinesi PNGO in collaborazione con l'IPCRI - Centro Israele Palestinese per la ricerca e l'informazione - ha lanciato a Gerusalemme il 6 settembre di questo anno in una conferenza stampa una campagna dal titolo «Campagna per il Diritto di Ingresso e Rientro nei Tenitori Occupati Palestinesi» (www.righttoenter.ps), sulla politica israeliana di diniego di visti di entrata di palestinesi con passaporti stranieri, stranieri di origine palestinese, stranieri coniugati con palestinesi, stranieri cooperanti; studenti, imprenditori, lavoratori;

molti di coloro che da anni risiedono e lavorano nei tenitori della Cisgiordania, di Gaza e di Gerusalemme Est hanno visto negare loro il visto senza nessun preavviso;

molti dei cooperanti e volontari delle Ong e delle realtà italiane di solidarietà e volontariato internazionale lavorano ed operano nei tenitori palestinesi da moltissimi anni su progetti di cooperazione allo sviluppo finanziati dal nostro Ministero degli Affari Esteri, dai nostri Enti locali e anche dall'Unione Europea;

persone di nazionalità straniera sposate con coloro in possesso di carta d'identità palestinese devono attenersi ad un  visto turistico di tré mesi per legalizzare la loro permanenza perché Israele non rilascia residenze permanenti a coloro che intendono vivere in Cisgiordania e Gaza;

dal settembre 2000 Israele ha sospeso l'esame delle richieste palestinesi per il ricongiungimento familiare in Cisgiordanii e Gaza determinando un sovraccarico di circa 120.000 richieste da esaminare;

la «Campagna per il Diritto di Ingresso e Rientro nei Tenitori Occupati Palestinesi» chiede:

a) la protezione del diritto dei palestinesi in possesso di una carta d'identità a risiedere insieme ai propri coniugi, figli, genitori, custodi che non sono in possesso di tale carta d'identità nei territori palestinesi occupati;

b) garantire permanentemente i diritti di «visita» ai coniugi e mèmbri della famiglia dei palestinesi in possesso di carte d'identità nei territori palestinesi occupati;

e) garantire i diritti di visita agli stranieri, (inclusi palestinesi con passaporti stranieri o stranieri di origine palestinese) includendo i professionisti, testimoni oculari stranieri e attivisti per la pace che solidarizzano con la popolazione palestinese, nei tenitori occupati senza discriminazioni contro la toro origine etnica o affiliazione religiosa;

d) l'immediata cessazione delle interferenze israeliane nello sviluppo dell'economia, educazione, e sistema sanitario palestinese, e della società civile attraverso il diniego da parte degli occupanti a far entrare coloro che intendono contribuire allo sviluppo palestinese;

è stato presentato da Antigona Shkar di B'Tselem una testimonianza video di un rapporto dal titolo «II Limbo perpetuo:

Israele congela i ricongiungimenti familiari palestinesi nei territori occupati» pubblicato ad agosto;

secondo fonti del Jerusalem Legal Aid e Human Rights Center (JLAC) Israele stima una cifra di 60.000 residenti palestinesi illegali nei territori occupati;

la legge denominata «Nationality and Entry into Israel Law» nega la cittadinanza, la residenza permanente, lo status di residente temporaneo in Israele e Gerusalemme Est ai coniugi di israeliani dei territori palestinesi e ai loro figli se sono nati nei territori occupati;

il Dipartimento di Stato Usa ha presentato una protesta presso l'Ambasciata israeliana di Washington -:

quali azioni il Governo intenda adottare al fine di garantire la permanenza dei cittadini italiani che si trovano nei territori palestinesi occupati per motivi familiari e di lavoro. (5-00532)