Mi scuso se, dopo una lunga interruzione dovuta a una mia assenza, ho ritrovato il mio PC
non funzionante come alla partenza.
Mi giovo di un’ospitalità su altrui computer per proporre una documentazione che ritengo importante.
Il 2 dicembre avevo scritto (e pubblicato) la lettera al Presidente della Repubblica che di seguito trascrivo, insieme alla documentazione/risposta ricevuta dalla Presidenza della Camera.
Questa mattina ho telefonato in Palestina e mi è stato assicurato che il sistema funziona (almeno per ora).
augusta.
Al Presidente della Repubblica
on. Giorgio Napolitano
Palazzo del Quirinale
00187 ROMA Udine 2 dicembre 2006
Signor Presidente,
sono una cittadina italiana e Le scrivo per comunicarLe una situazione drammatica, cui sono soggetti cittadini (e soprattutto cittadine) italiani residenti per matrimonio nei Territori Palestinesi Occupati.
Certamente tale situazione Le è nota ma non riesco negarmi il diritto alla parola per descrivere una realtà che mi turba, anche perché coinvolge mie concittadine e concittadini.
Ha scritto Amira Hass, coraggiosa giornalista israeliana corrispondente da Ramallah del quotidiano israeliano Ha'aretz, "705 coniugi e bambini con carta di identità palestinese e residenti in Cisgiordania hanno di recente ricevuto dalle autorità israeliane un <ultimo permesso di soggiorno>: entro la fine dell'anno dovranno lasciare casa, lavoro, parenti e amici, oppure trasferirsi con l'intera famiglia.
Malgrado il risalto dato alla politica israeliana dell '<ingresso negato> e le proteste di diplomatici statunitensi ed europei contro le discriminazioni di cui sono vittime alcuni loro concittadini, Israele porta avanti la sua silenziosa politica di espulsione".
Non osavo scrivere sulla base delle mie personali conoscenze in quei luoghi – da sola non posso far altro che condividere dolore che spesso amiche palestinesi mi comunicano - ma, confortata ora dalla testimonianza di Amira Hass, mi rivolgo a Lei non per porre alla Sua attenzione una situazione generale (che meriterebbe, a mio parere, l'intervento della comunità internazionale) ma per chiedere il Suo interessamento di persona che, dai discorsi che ho avuto l'opportunità di ascoltare, ho capito essere attenta a garantire anche i diritti individuali, in particolare di coloro la cui contrattualità sociale è debole.
Vorrei poter dire ai cittadini e cittadine italiani residenti in Palestina che il Capo del loro stato li conosce e ne tutela i diritti fondamentali.
Mi spiego: queste persone, anche se sposate da molti anni, non hanno la cittadinanza del paese -inesistente come stato- in cui vivono e ogni tre mesi devono pagare un'imposta allo stato di Israele.
Ogni due anni circa arriva loro "l'ultimo visto", il che finora ha significato il ritorno al loro paese d'origine per rientrare poi in Israele (a differenza di ciò che accade ai Palestinesi autoctoni possono servirsi dell'aeroporto internazionale di Tel Aviv) e ricominciare a versare il trimestrale tributo.
Ora "l'ultimo visto" assume il significato di una condanna senza appello: temono infatti di non poter rientrare.
Molti di loro non dispongono del passaporto perché lo hanno consegnato alle autorità competenti all'atto della richiesta del rinnovo del visto che non hanno (ancora?) ricevuto. Di conseguenza non hanno avuto in restituzione nemmeno il passaporto, ne sanno dove si trovi, sperduto negli uffici (israeliani o palestinesi?), irreperibile al momento a seguito degli scioperi incrociati dei lavoratori delle I pubbliche amministrazioni nello stato di Israele e nei Territori Palestinesi.
E' importante sottolineare che la situazione di queste persone è assimilabile a i quella di "turisti", anche se vivono nei Territori da molti anni. Il passaporto quindi è la loro unica, riconoscibile identità.
Sanno quindi di non poter uscire e di trovarsi di conseguenza clandestini nel paese in cui sono arrivati per costruire una famiglia, perciò soggetti ad espulsione e quindi condannati al non ritorno, a una sorta di separazione coatta, che potrebbe anche comportare la separazione definitiva dai figli, pur se bambini.
Valga un esempio: una signora, madre di una famiglia numerosa, ha ricevuto "l'ultimo visto".
E' fra i fortunati che hanno rinnovato il passaporto prima degli scioperi, ma il suo ultimo piccolissimo bimbo non vi è registrato (allora non era ancora nato) quindi i non può uscire.
Che deve fare questa signora, mia concittadina? Abbandonare il suo piccolo, che allatta, o farsi clandestina per assicurargli il nutrimento, a rischio di perderlo?
Non posso ignorare il fatto che quel piccolo, dovrebbe essere garantito dalla legge 27 maggio 1991 n. 176 che ratifica la Convenzione di New York del 1989, che tutela i diritti dei minori.
La ringrazio per l'attenzione che vorrà prestarmi e la saluto rispettosamente
(lettera firmata)
Atto Camera Interrogazione a risposta immediata in Commissione 5-00532
presentata da KHALIL RASHID
martedì 19 dicembre 2006 nella seduta n.088
KHALIL, MANTOVANI e SINISCALCHI. - Al Ministro degli affari esteri. - Per sapere - premesso che:
il network di Ong palestinesi PNGO in collaborazione con l'IPCRI - Centro Israele Palestinese per la ricerca e l'informazione - ha lanciato a Gerusalemme il 6 settembre di questo anno in una conferenza stampa una campagna dal titolo «Campagna per il Diritto di Ingresso e Rientro nei Tenitori Occupati Palestinesi» (www.righttoenter.ps), sulla politica israeliana di diniego di visti di entrata di palestinesi con passaporti stranieri, stranieri di origine palestinese, stranieri coniugati con palestinesi, stranieri cooperanti; studenti, imprenditori, lavoratori;
molti di coloro che da anni risiedono e lavorano nei tenitori della Cisgiordania, di Gaza e di Gerusalemme Est hanno visto negare loro il visto senza nessun preavviso;
molti dei cooperanti e volontari delle Ong e delle realtà italiane di solidarietà e volontariato internazionale lavorano ed operano nei tenitori palestinesi da moltissimi anni su progetti di cooperazione allo sviluppo finanziati dal nostro Ministero degli Affari Esteri, dai nostri Enti locali e anche dall'Unione Europea;
persone di nazionalità straniera sposate con coloro in possesso di carta d'identità palestinese devono attenersi ad un visto turistico di tré mesi per legalizzare la loro permanenza perché Israele non rilascia residenze permanenti a coloro che intendono vivere in Cisgiordania e Gaza;
dal settembre 2000 Israele ha sospeso l'esame delle richieste palestinesi per il ricongiungimento familiare in Cisgiordanii e Gaza determinando un sovraccarico di circa 120.000 richieste da esaminare;
la «Campagna per il Diritto di Ingresso e Rientro nei Tenitori Occupati Palestinesi» chiede:
a) la protezione del diritto dei palestinesi in possesso di una carta d'identità a risiedere insieme ai propri coniugi, figli, genitori, custodi che non sono in possesso di tale carta d'identità nei territori palestinesi occupati;
b) garantire permanentemente i diritti di «visita» ai coniugi e mèmbri della famiglia dei palestinesi in possesso di carte d'identità nei territori palestinesi occupati;
e) garantire i diritti di visita agli stranieri, (inclusi palestinesi con passaporti stranieri o stranieri di origine palestinese) includendo i professionisti, testimoni oculari stranieri e attivisti per la pace che solidarizzano con la popolazione palestinese, nei tenitori occupati senza discriminazioni contro la toro origine etnica o affiliazione religiosa;
d) l'immediata cessazione delle interferenze israeliane nello sviluppo dell'economia, educazione, e sistema sanitario palestinese, e della società civile attraverso il diniego da parte degli occupanti a far entrare coloro che intendono contribuire allo sviluppo palestinese;
è stato presentato da Antigona Shkar di B'Tselem una testimonianza video di un rapporto dal titolo «II Limbo perpetuo:
Israele congela i ricongiungimenti familiari palestinesi nei territori occupati» pubblicato ad agosto;
secondo fonti del Jerusalem Legal Aid e Human Rights Center (JLAC) Israele stima una cifra di 60.000 residenti palestinesi illegali nei territori occupati;
la legge denominata «Nationality and Entry into Israel Law» nega la cittadinanza, la residenza permanente, lo status di residente temporaneo in Israele e Gerusalemme Est ai coniugi di israeliani dei territori palestinesi e ai loro figli se sono nati nei territori occupati;
il Dipartimento di Stato Usa ha presentato una protesta presso l'Ambasciata israeliana di Washington -:
quali azioni il Governo intenda adottare al fine di garantire la permanenza dei cittadini italiani che si trovano nei territori palestinesi occupati per motivi familiari e di lavoro. (5-00532)
Mercoledì 20 dicembre 2006 Commissione III
ALLEGATO 5
Interrogazione n. 5-00532 Ali Khalil detto Ali Rashid:
Tutela dei cittadini italiani presenti nei territori palestinesi.
TESTO DELLA RISPOSTA
Il Governo è ben consapevole del problema sollevato dall'Onorevole interrogante.
I dinieghi all'ingresso da parte delle Autorità israeliane sono andati aumentante
negli ultimi mesi e riguardano principalmente tre tipi di casi: cittadini europei sposati con palestinesi residenti nei Territori, cittadini europei di origini palestinesi e personale internazionale attivo nel settore della Cooperazione allo Sviluppo.
Il nostro Consolato Generale a Gerusalemme è sinora venuto incontro, alle necessità di ingresso del personale delle organizzazioni non governative rilasciando lettere di agevolazione e tesserini personali di riconoscimento (per quanto tali documenti non diano piena garanzia), mentre ha sostenuto i cittadini italiani sposati con palestinesi e di origini palestinesi notificandoli attraverso Note Verbali alle Autorità israeliane.
Il problema investe in realtà i cittadini di tutti gli Stati mèmbri dell'Unione Europea ed è stato posto dalla Presidenza finlandese dell'UE, con passo formale, all'attenzione delle competenti Autorità di Israele (il COGAT).
Il COGAT ha fatto presente che l'irrigidimento nel rilascio dei visti verificatosi a partire da qualche mese a questa parte è dovuto ad una decisione del Ministero dell'interno derivante dalla constatazione che dall'anno 2000 in poi circa 65.000 palestinesi risiedono illegalmente nei Territori per mezzo di un visto turistico. Come conseguenza, tre mesi fa, il Ministero dell'interno aveva deciso di modificare la politica dei visti, interrompendo l'emissione di quelli per turismo validi tre mesi che in precedenza, attraverso un'uscita temporanea dal paese, ne consentiva il rinnovo per ulteriori tre mesi.
Le pressioni internazionali hanno comunque portato ad una recente decisione israeliana secondo cui:
a) è stato dato ordine alla polizia di frontiera di non apporre più il timbro con la dicitura
« ultimo permesso » sui passaporti;
b) i visti possono essere rinnovati anche in presenza di tale timbro sul passaporto;
c) sarà inoltre reintrodotta la vecchia prassi di concedere visti per turismo validi tre mesi. Un funzionario di collegamento del COGAT è già stato dislocato al Ponte di Allenby per agevolare la soluzione di casi individuali ed un secondo verrà a breve assegnato presso l'Aeroporto « Ben Gurion » di Tel Aviv.
Secondo le ultime disposizioni, i cittadini dell'UE possono muoversi liberamente anche avendo il timbro « ultimo permesso » sul passaporto e fare domanda per i visti di 3 mesi.
Il COGAT, sta inoltre cercando un sistema per gestire la procedura di emissione dei visti in maniera centralizzata, in modo che i singoli individui non siano costretti a recarsi individualmente presso l'ufficio unico responsabile per l'emissione dei visti.
Tuttavia le Autorità israeliane appaiono ancora restie a rilasciare permessi di soggiorno definitivi per i circa 250.000 stranieri coniugati con palestinesi, intendendo tale questione connessa a quella più generale relativa ai profughi palestinesi.
In teoria, costoro potrebbero ovviare provvisoriamente a questo problema richiedendo dei visti trimestrali. Ed a tal proposito il COGAT sta anche considerando la possibilità di emettere visti con validità di 8 mesi e non di tre come gli attuali.
Va però tenuto presente che, sulla base della legislazione israeliana in vigore, non è possibile ottenere un nuovo visto dopo aver goduto di visti trimestrali consecutivi per 27 mesi (pari a 9 periodi).
Il COGAT ha intenzione di affrontare il problema, anche se non ha ancora preso una decisione definitiva al riguardo ed una delle ipotesi è che a tali persone possa essere concesso un ulteriore periodo complessivo di 27 mesi articolati nei consueti 9 periodi.
L'Italia, come ha sempre fatto in passato, e più di recente in occasione dei colloqui a Roma con il Primo Ministro Olmert, nonché in occasione di numerosi contatti in Israele a livello di Alti Funzionari, intende continuare, anche nell'ambito dell'Unione Europea, a tenere la questione in piena evidenza, preparandosi ad ulteriori passi a livello politico appropriato, fino a quando il problema, di cui siamo perfettamente consci, non sarà risolto.
NOTA (inserita il 30 gennaio): Dopo aver scritto la lettera che apre questo diario ho avuto un colloquio con il difensore civico della regione, l’avvocata Caterina Dolcher, e ho saputo che le italiane in Palestina, cui avevo inviato il suo indirizzo, le avevano scritto e lei aveva UFFICIALMENTE inviato i loro scritti al Ministro degli esteri.
Ritengo doveroso citarla perché trovo importante segnalare gli interventi istituzionali (pur se a livello regionale) che rappresentano una piena dignità del proprio ruolo.
Purtroppo non posso pubblicare quei documenti (di cui le mie amiche, “turiste per convivenza familiare” in Palestina, mi avevano informato) perché vi sono nomi e riferimenti personali identificabili e quelle persone, anche se per il momento è terminato l’incubo dell’esodo coatto immediato, vivono nell’assoluto terrore e non vogliono esporsi. Avendo conosciuto la situazione, rispetto e condivido.
Non vorrei che mi fosse detto che le Donne in Nero vanno in piazza (il che -ohinoi - mi è stato detto, rivelando un disperato bisogno di informazione geopolitica sui confini di e in Israele.
Certamente vanno regolarmente in piazza a Gerusalemme ovest, ma sono cittadine di Israele, non abitanti nei Territori, e organizzano la loro protesta, cui ho partecipato, con modalità che le rendono impunibili dal loro stato, anche se esposte al dileggio pesante dei loro concittadini (che però talvolta si fermano a esprimere solidarietà).
Spero che venga considerata la situazione grottesca che verrebbe a crearsi se una abitante dei Territori chiedesse un permesso d’uscita per manifestare contro Israele.
Vorrei che il mondo dell’associazionismo si dedicasse anche all’analisi di questi spazi e a trarne le conseguenze operative che non possono ridursi a manifestare collettivamente il loro desiderio condivisibile ma difficilmente operativo di pace.
La pace si fa certamente chiedendola con forza ma anche (e a mio parere soprattutto) costruendola ad ogni livello possibile.
A tale proposito voglio ricordare che la stessa avvocata Dolcher mi ha aiutato (uso la prima persona perché altri appoggi su cui contavo e che avevo sollecitato a livello locale e regionale … lasciamo perdere) a risolvere positivamente la vicenda del latte pediatrico sottratto ai bambini del territorio betlemita.
Si veda a tale proposito le pagine del mio vecchio diario (Betlemme.splinder.com) del 30 agosto 2004 e quella del 18 febbraio 2005 su questo diario