Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Blogger: AUG
Nome: Augusta

Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

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mercoledì, 21 febbraio 2007

La storia dei popoli come bottino fra guerra e mercato.

Lo scorso anno mi sono costantemente interessata al problema dello stoccaggio di armi, proveniente con “anomale” modalità  dall’Iraq, e trovate negli scantinati di una caserma udinese.
Ho semplicemente ricopiato le notizie proposte da un giornale locale non avendo alcun ruolo, né una specifica competenza, che mi consentisse di andare oltre da sola.
Ho cercato di diffonderle  fra alcuni parlamentari senza risultato alcuno: eppure costoro avrebbero i mezzi per indagare e capire. La conoscenza che non sia impedita da formali segreti – e non da chiacchiere su presunti segreti, come spesso avviene - è loro dovuta.
D’altra parte anche l’associazionismo più o meno sedicente pacifista si occupa solo di assoluti
– moralisticamente assunti, gridati più che dichiarati e proclamati emozionante fondamento delle proprie scelte di vita – e non si abbassa a una realtà che richiede la fatica della ricerca e la costanza che sa accettare anche una demotivante continuità.
Comunque oggi -21 febbraio 2007- ho trovato un nuovo articolo che ricopio, indicando le date di tutti i precedenti. 2006: 6, 7, 14, 24 gennaio, 3, 4, 12, 17, 27 febbraio, 21 marzo, 6 luglio e 13 ottobre.
augusta


21 febbraio 2007 Messaggero Veneto –Edizione di Udine pag. V -                          
Traffico d’armi, di nuovo perquisita la Berghinz
I carabinieri sono tornati nella caserma per acquisire altri atti.
Intanto l’inchiesta passa a Roma                       di Alberto Lauber

Una nuova perquisizione nella caserma Berghinz di via San Rocco e il trasferimento dell'inchiesta dalla procura militare di Cagliari a quella di Roma, ritenuta competente per il reato commesso all'estero da militari italiani. Solo le due ultime novità dell'indagine che dal gennaio del 2006 sta cercando di far luce sulla presunta importazione illegale di armi dall'Iraq e che sinora ha fatto finire sotto indagine cinque militari del Terzo reggimento guastatori di stanza nella caserma udinese di via San Rocco.

La nuova perquisizione è stata condotta dai carabinieri del Nucleo operativo del Comando provinciale di Udine, che su disposizione della Procura militare di Cagliari hanno acquisito alcuni documenti utili per ricostruire ulteriormente il percorso delle armi da guerra, dal loro imbarco nel 2004 in Iraq da parte dei militari che avevano preso parte alla missione “Antica Babilonia” al loro arrivo in Italia nei container trasportati dalla nave “Jolly Giallo”. Nave che prima di arrivare nel porto di Monfalcone toccò anche il porto di Cagliari.
L'inchiesta aveva preso avvio dopo il ritrovamento di un centinaio di armi sequestrate agli iracheni: decine di kalashnikov, 15 pistole semiautomatica Berretta, sei lanciarazzi Rpg, 10 fucili da cecchino, una mitragliatrice pesante, due cannoncini. Armi che non dovevano essera alla Berghinz, bensì distrutte a Nassiriya, dove gli uomini del reggimento avevano operato per mesi. Proprio gli atti sequestrati recentemente dai carabinieri in via San Rocco dovrebbero consentire agli inquirenti della Procura militare di capire se effettivamente alcuni militari attestarono falsamente in Iraq smembrata di aver distrutto le armi e compilato i documenti di imbarco dei container senza far cenno all'arsenale trasportato illegalmente.
In seguito alle prime fasi di indagine sono finiti sotto inchiesta l'attuale comandante del Terzo reggimento genio guastatori, colonnello Silvio Zagli di Udine; il suo predecessore colonnello Mario Ruggiero, che guidò gli uomini della Berghinz durante la missione in Iraq dal maggio al settembre 2004; il capitano Stefano Venuti, di Pasian di Prato e il maresciallo capo Bruno Garlant, di Coseano, che avrebbero avuto il compito di trasportare e custodire l’arsenale clandestino dall'Iraq all'Italia. A Cagliari, poi è finito fra gli indagati anche il maresciallo del Terzo reggimento guastatori Alessandro Corbia, 44 anni, di Udine.
La posizione del colonnello Zagli, inizialmente accusato di peculato militare, è stata stralciata: ora il fascicolo che lo riguarda è stato trasferito dalla Procura militare di Padova alla Procura di Udine. Sono accusati di peculato anche Ruggiero (difeso dall'avvocato Cinzia Fuggetti), Venuti (avvocati Andrea Mascherin e Mariarosa Conte) e Garlant (avvocato Alberto Tedeschi), che devono pure rispondere in concorso di introduzione clandestina nel territorio nazionale di armi da guerra. A Zagli era stata contestata anche la detenzione abusiva di armi da guerra.
A Venuti  e Corbia (difeso dall’avvocato cagliaritano Massimo Pacini) é contestato anche il falso ideologico. Venuti  e Garlant hanno anche a carico un’ulteriore accusa di peculato per il possesso di alcuni reperti archeologici presi durante la missione in Iraq e fatti arrivare in Italia.

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rassegnastampa, guerra conflitti e violenze, antica babilonia

martedì, 20 febbraio 2007

Nell’ultimo numero di Internazionale ho trovato l’articolo di Amira Hass che ho trascritto di seguito.
Non dice molto di più di quanto si può leggere nel mio diario del 9 gennaio, dove ho riportatola risposta del governo all’interrogazione dell’on. Rashid, ma dentro l’articolo della brava giornalista israeliana ci sono nomi e frammenti di vita vissuta che non mi sento di ridurre a “casi”. Sono molto di più.
A questa giornalista che non conosco, unisco la difensore civico del Friuli-Venezia Giulia, di cui ho scritto anche il 7 febbraio. Trovare donne che sanno impegnarsi con competenza nel proprio lavoro e nelle istituzioni a me fa molto piacere.
Ieri ho ricevuto la telefonata di un’amica italiana che era stata in Palestina. Per la strada un bambino italo-palestinese, figlio di coppia mista, l’ha riconosciuta e salutata.
Se sulla storia della legge spaccafamiglie non vi fosse stato un serio impegno internazionale (e istituzionale) quel bambino starebbe cercando con la sua mamma una sistemazione in Italia e non potrebbe avvicinare il suo papà.
 Le famiglie vive e vere e minacciate da violenza bellica e burocratica sembra non meritino il sostegno papi, teocon e pasta Barilla, ma questa volta qualcuno le ha ascoltate.
augusta

Internazionale  16 al 22 febbraio 2007 n. 680 pag. 15

Il diario. Amira Hass  Diritti negati.


“Il caffè a casa mia, come ti avevo promesso", ha detto la voce allegra, senza presentarsi.
Mi ci è voluto un attimo per capire che era Somaida Abbas.  Aveva passato un anno di esilio forzato in Giordania, lontano dalla famiglia, dagli amici, dal lavoro. La settimana scorsa ha finalmente ottenuto il permesso di rientrare. Quando ci eravamo incontrati ad Amman, un paio di mesi fa, avevamo discusso di dove ci sarebbe piaciuto prendere insieme la prossima tazza di caffè.
Abbas è uno dei cittadini occidentali di cui ho parlato spesso negli ultimi sei mesi: molti hanno perso il loro status di residenti per qual arbitraria e discriminatoria decisione israeliana (Abbas perché, prima di tornare a Gerusalemme, aveva vissuto studiato a lungo in Svezia, ottenendo la cittadinanza), altri perché nati all'estero, altri ancora perché sposati con donne o uomini palestinesi. Erano andati a vivere a Gaza o in Cisgiordania, mettendo su famiglia e tornando alle vecchie case. Le autorità israeliane gli hanno negato lo status di residenti, permettendogli di restare solo come “turisti permanenti”: ogni tre mesi dovevano rinnovare il visto d'ingresso. Finché anche questo sistema sia interrotto bruscamente, senza preavviso, le autorità hanno respinto centinaia di occidentali.
Ma loro hanno reagito, denunciando il caso della discriminazione di cui erano vittime, finché il governo israeliano, imbarazzato, ha dovuto promettere di tornare sulla sua decisione. Così, oltre alle decine di persone che si sono visto negare l'ingresso nonostante le promesse, ce ne sono altre - tra cui Abbas -che sono state riammesse, ricevendo una proroga del permesso e liberandosi finalmente dalla paura dell'espulsione.
E’ una vittoria? Molti hanno tirato un sospiro di sollievo, ma resta la arbitrarietà dell'intero processo. Il diritto d'ingresso viene trasformato in un favore, concesso da alcuni, negato ad altri.
E il diritto di residenza, nella loro patria, é totalmente ignorato.                                Mn

 
 
VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale  16  /  22  febbraio  2007  n. 680 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 14 febbraio 2007
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        4.511        
Israeliani          1.048        
Altre vittime         77         
Totale               5.636        

Internazionale 16  /  22  febbraio  2007  n. 680 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  del  14 febbraio 2007
Iracheni                                56.256  /  61.974
Soldati statunitensi               3.125                            
Soldati di altre nazionalità     256        

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donne, bambini, israele palestina, rassegnastampa, culturapace

lunedì, 19 febbraio 2007

Viaggio in Siria  -  II puntata

 

Dopo aver pubblicato il 3 febbraio la premessa a questo particolare diario – il viaggio organizzato da Confronti in gennaio – mi sono incastrata in una serie di impegni che mi hanno tolto il tempo (e soprattutto la tranquillità) necessari per scrivere.
Ora finalmente riprendo contando sull’intervento, nei commenti aperti ad ognuno, dei miei compagni di viaggio,

2 gennaioDamasco:  incontro con Sua Beatitudine Ignazio IV  Hazim, Patriarca di 
Antiochia. .

Il patriarca della chiesa ortodossa antiochena, risiede, come altri patriarchi di altre chiese, a Damasco. Non ho trovato, per quanto l’abbia cercata, la data che segna il trasferimento della sede e quale ne fu la ragione nel corso di una storia tragica di guerre e conquiste.
Ignazio IV ci riceve nel suo palazzo in modo fortunatamente poco solenne nell’abbigliamento ma con un atteggiamento estremamente austero.
E’ una personalità che non lascia indifferenti.
E’ quello stesso personaggio che nel 1983 si incontrò con il papa a Roma, quando i due dialogarono, dichiarando di voler interrompere le conseguenze delle reciproche scomuniche che, da secoli, dividevano e dividono le due chiese. Ma non è questo processo (che non mi sembra poi così veloce) che mi intriga in questo primo momento.
Antiochia, sede formale del patriarcato (anzi, come vedremo, di vari patriarcati), città importante durante l’impero bizantino, diviso dall’impero d’occidente nel 380 per volontà dell’imperatore Teodosio, era stata la città dove per la prima volta fu pronunciata la parola cristiani  [#1] e Damasco, la città dove Saulo/Paolo aveva iniziato la sua predicazione [#2]; solo più tardi sarebbe andato a Roma.
Il rimescolamento di vecchi ricordi, frammenti geografici che riemergono mi dicono che qui siamo dall’altra parte. Abituati a guardare storia, fatti politici, testimonianze religiose da occidente, ora dovremo accettare lo sguardo dell’oriente: è una prima riflessione che, nei successivi incontri si farà più convinta.
Il patriarca inizia affermando (e sarà un’affermazione che sentiremo spesso) che c’é un reale sforzo ecumenico che lega le confessioni cristiane e insiste sulla positiva convivenza fra cristiani e mussulmani, affermando anche l’esistenza in Siria della piena libertà di parola.
Libertà di parola non significa però possibilità di fare proselitismo (mi riesce utile a questo punto ripensare al concetto di millet, di cui ho scritto il 3 febbraio). Il proselitismo, precisa il nostro ospite, è affermazione di divisione fra cristiani, divisione nociva, intromissione in altre comunità per distruggerle
La presenza cristiana è più importante della trasmissione delle idee. I cristiani pregano e lavorano insieme, condividono le feste e  hanno condiviso la festa di Natale con i rappresentanti di tutte le chiese, i mussulmani e  lo stesso presidente della Repubblica Araba di Siria (questo il nome ufficiale).
Ignazio IV ci riferisce di avere ricordato al presidente
Bashar Al Assad che il cristianesimo delle origini si sviluppò in Siria, non costituisce quindi una religione tardivamente aggiunta ma rappresenta un dono che la Siria ha fatto all’Europa
E l’Europa dice, caratterizzata da un complesso di superiorità, non solo ha dimenticato quel dono ricevuto ma si dimostra anche ingiusta nei confronti dei mussulmani, che non conosce perché non ne ha studiato seriamente il pensiero e, secondo il patriarca, lo deve fare.
“l’Islam è più serio di ciò che si pensa” precisa. Le persone c i guardano, non ci leggono come fossimo libri –insiste “Il libro di teologia che Dio ha scritto siamo noi”.
I cristiani sono cittadini come tutti gli altri – sembrano risuonare le parole della lettera a Diogneto- appartenenti a un gruppo minoritario, non a una tribù, la logica dell’occidente ne  ha diviso le chiese e, non senza un’affermazione che sembra essere un passaggio critico “Non dobbiamo vivere come se fossimo a Roma, noi viviamo qui”. Qualunque cosa sia accaduta in passato (e questo passaggio, che è rifiuto di una continuità che potrebbe rafforzare inimicizie, risuona più volte) dobbiamo vivere il presente. “Roma” ha cercato – afferma- di distruggere gli ortodossi, “noi non abbiamo fatto nulla del genere”.
“Non siamo qui per correggere gli altri. Lasciate questo compito a Dio!” E’ interessante notare che l’uomo che ha cercato di dirci cosa significhi essere cristiani in Siria, diventa esortativo. Di quel che accade da noi ne sa di più di quanto voglia dire.  
Afferma e lo ripete, usando anche un linguaggio che rappresenta un passaggio significativo nella formazione del moderno concetto di democrazia in Europa, che lo statuto personale dei cristiani (all’interno del loro millet, negoziato non imposto)  è stato definito “par les
chrétien
s”, non “pour”.
Interrogato a questo proposito sui matrimoni misti è drastico “Le nostre comunità non li accettano. Chi si converte all’Islam non può tornare indietro”. E’ naturalmente il parere di un religioso, ma a me si riaffacciano alla mente alcune affermazioni iniziali sulla donna, cui teologicamente il patriarca riconosceva una dignità altissima (“Dio ha voluto nascere da una donna, non da un miracolo”) ma di cui aveva detto che é fatta per fare bambini.
A questo punto avrei voluto chiedergli quante donne facevano parte di quei cristiani che non avevano ricevuto i diritti della loro comunità come dono, ma avevano negoziato l’accordo con lo stato per se stessi. Non lo faccio perché ricordo quanto impegno, quanto tempo e quanta fatica ha impiegato la mia generazione per poter formulare pacificamente una domanda del genere e non vorrei sentirmi rispondere che alle donne va bene così (per interposta persona).
augusta

 

Provo a costruire una specie di nota che, per me, sostiene il diario (e sapeste quanto ho dovuto leggere per formularla!) ma forse ad altri può risultare noiosa:.
Io vi ho avvertiti …basta non leggere

A. Citazioni bibliche

[#1] Atti apostoli 1,26 ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati Cristiani

[#2] Atti apostoli cap. 9
[8]Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damasco,
[9] dove rimase tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né bevanda.
[10] Ora c'era a Damasco un discepolo di nome Anania e il Signore in una visione gli disse: "Anania!". Rispose: "Eccomi, Signore!".
[11] E il Signore a lui: "Su, và sulla strada chiamata Diritta, e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Saulo, di Tarso ……


B, Una minima cronologia:

La Chiesa post apostolica si organizzò , lentamente  attorno ai cinque patriarcati di
Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme.
Il riconoscimento di questa pentarchia appartiene al Concilio di Calcedonia (451), nel cui Canone 28 (che riporto in fondo [#3]) emergono come primaziali le realtà di Roma e Costantinopoli, nuova Roma.
Ma presto il papa reclamò la propria autorità sui quattro patriarchi orientali, non solo come titolo d’onore che i quattro patriarcati orientali gli riconoscevano.
Le tensioni fra i patriarchi d’occidente e quelli d’oriente nei secoli successivi furono molto forti, sia sul piano teologico che politico, e divennero esplosive nello scontro fra il patriarca di Costantinopoli, Michele Cerulario, e il papa Leone IX che si scomunicarono a vicenda (1054).
La reciproca scomunica fu «cancellata dalla memoria» il 7 dicembre 1965, a conclusione del Concilio Vaticano II .Furono protagonisti dell’evento papa Paolo VI e il patriarca di Costantinopoli (Atenagora I).
Nota di aug.; no so chi abbia detto, e se sia un’espressione ufficiale o una trovata giornalistica, la frase «cancellata dalla memoria».
A me sembra un po’ ridicola: le memorie non si sottomettono ai colpi di spugna!


[#3]    XXVIII. Voto sui Privilegi della sede di Costantinopoli.
Seguendo in tutto le disposizioni dei santi padri, preso atto del canone [III] or ora letto, dei 150 vescovi cari a Dio, che sotto Teodosio il Grande, di pia memoria, allora imperatore si riunirono nella città imperiale di Costantinopoli, nuova Roma, stabiliamo anche noi e decretiamo le stesse cose riguardo ai privilegi della stessa santissima chiesa di Costantinopoli, nuova Roma. Giustamente i padri concessero privilegi alla sede dell'antica Roma, perché la città era città imperiale. Per lo stesso motivo i 150 vescovi diletti da Dio concessero alla sede della santissima nuova Roma, onorata di avere l'imperatore e il senato, e che gode di privilegi uguali a quelli dell'antica città imperiale di Roma, eguali privilegi anche nel campo ecclesiastico e che fosse seconda dopo di quella. Di conseguenza, i soli metropoliti delle diocesi del Ponto, dell'Asia, della Tracia, ed inoltre i vescovi delle parti di queste diocesi poste in territorio barbaro saranno consacrati dalla sacratissima sede della santissima chiesa di Costantinopoli. E’ chiaro che ciascun metropolita delle diocesi sopraddette potrà, con i vescovi della sua provincia, ordinare i vescovi della sua provincia, come prescrivono i sacri canoni; e che i metropoliti delle diocesi che abbiamo sopra elencato, dovranno essere consacrati dall'arcivescovo di Costantinopoli, a condizione, naturalmente, che siano stati eletti con voti concordi, secondo l'uso, e presentati a lui.

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diari di augusta, viaggioconfronti07

giovedì, 15 febbraio 2007

 

 

“Dico” che mi ero fermamente riproposta di non parlare dei pacs e dei loro derivati.
Per quanto conosca bene l’importanza dell’argomento, sono troppo sfiduciata per guardare con ottimismo il risultato legislativo prevedibile dalla –pur minimale – bozza attuale. Anni fa avrei pensato che una nuova esperienza nella direzione giusta può essere una garanzia di sicurezza per non rendersi ciecamente succubi di chi vede nel rispetto dei diritti della persona - in situazioni che già costituiscono realtà cui fare attenzione- una devastazione della convivenza.
C’è stato però un fatto che mi ha indotto a proporre l’appello (che si può trovare nella colonna a destra della homepage del sito
www.ildialogo.org e anche firmare).
Lunedì sera, non so se per curiosità o masochismo, ho ascoltato una TV locale dove era in corso un DICO-dibattito. Uno o due dei presenti cercavano di rispondere alle confuse domande del conduttore con ragionevole dignità, che il clima rendeva difficile da praticare.
Non potendone più di un coacervo di indicazioni in cui si diceva di tutto su un argomento affrontato usando aggettivazioni che, non so se per scarsa conoscenza o per scelta, portavano necessariamente a un errore funzionale al “teo con” o “atei devoti” pensiero ho telefonato. Ho detto che l’uso singolare della parola chiesa, senza l’aggettivo “cattolica” può indurre a pensare che in Italia la pluralità delle chiese cristiane si riduca a quella cattolica e che poi, quando si dice “radici cristiane”, la pesantezza di quel singolare tolga ogni significato alla pluralità dell’aggettivo “cristiane” che si riduce così ad un accompagnamento grammaticale del plurale “radici”.
Un intervenuto ha ripreso il concetto, ma c’era poco da fare con un conduttore che non ha fatto mancare un paio di battute sarcastiche a seguito della mia telefonata.
A riprova che i cattolici (come altri cristiani) non mancano di pluralità anche al loro interno, riporto da La Repubblica di oggi una citazione di un’intervista dell’ex presidente Scalfaro e l’appello di un cattolico che, al tempo del Concilio Vaticano II, fu un punto di riferimento per molti di noi.


”La Chiesa, pure nella fermezza dei suoi principi, non ha mai compiuto in sessant'anni interventi che ponessero a un bivio obbligato i parlamentari cattolici. Io confido che interventi del genere non ci saranno. Se dovessero invece avvenire, distruggerebbero la possibilità stessa di una presenza dei cattolici in Parlamento in condizioni di dignità e libertà, quella libertà che consente l'assunzione individuale delle responsabilità. Ma a chi serve, oggi e domani, un gruppo di parlamentari che si limitano a eseguire gli ordini?”

Un appello di Giuseppe Alberigo

 

La chiesa italiana, malgrado sia ricca di tante energie e fermenti, sta subendo un’immeritata involuzione.
L’annunciato intervento della Presidenza della Conferenza Episcopale, che imporrebbe ai parlamentari cattolici di rifiutare il progetto di legge sui "diritti delle convivenze" é di inaudita gravità.
Con un atto di questa natura l’Italia ricadrebbe nella deprecata condizione di conflitto tra la condizione di credente e quella di cittadino. Condizione insorta dopo l’unificazione del Paese e il "non expedit" della S.Sede e superata definitivamente solo con gli accordi concordatari.
Denunciamo con dolore, ma con fermezza, questo rischio e supplichiamo i Pastori di prenderne coscienza e di evitare tanta sciagura, che porterebbe la nostra Chiesa e il nostro Paese fuori dalla storia.
Si può pensare che il progetto di legge in discussione non sia ottimale, ma è anche indispensabile distinguere tra ciò che per i credenti é obbligo, non solo di coscienza ma anche canonico, e quanto deve essere regolato dallo stato laico per tutti i cittadini.
Invitiamo la Conferenza Episcopale a equilibrare le sue prese di posizione e i parlamentari cattolici a restare fedeli al loro obbligo costituzionale di legislatori per tutti.
Giuseppe Alberigo, Bologna

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rassegnastampa, diari di augusta

mercoledì, 07 febbraio 2007

Ho inserito la nota che segue nel diario del 9 gennaio, a seguito della documentazione parlamentare sulla vicenda dei coniugi stranieri, minacciati di venir cacciati dalla Palestina.
Ci tengo a segnalare, a chi non avesse voglia di cercare un diario sepolto sotto i suoi successori, una iniziativa istituzionale corretta e solidale.
Il seguito del diario del viaggio in Siria.... prossimamente
augusta

Dopo aver scritto la lettera al Presidente della Repubblica (e averla diffusa – vedi 1 dicembre 06) ho avuto un colloquio con il difensore civico della regione, l’avvocata Caterina Dolcher, e ho saputo che le italiane in Palestina, cui avevo inviato il suo indirizzo, le avevano scritto e lei aveva UFFICIALMENTE inviato i loro scritti al Ministro degli esteri.
Ritengo doveroso citarla perché trovo importante segnalare gli interventi istituzionali (pur se a livello regionale) che rappresentano una piena dignità del ruolo di chi se ne fa carico.
Purtroppo non posso pubblicare quei documenti (di cui le mie amiche, “turiste per convivenza familiare” in Palestina, mi avevano informato) perché vi sono nomi e riferimenti personali identificabili e quelle persone, anche se per il momento è terminato l’incubo dell’esodo coatto immediato, vivono nell’assoluto terrore e non vogliono esporsi. Avendo conosciuto la situazione, rispetto e condivido.
Non vorrei che mi fosse detto che le Donne in Nero a Gerusalemme vanno in piazza (il che -ohinoi - mi è stato detto, rivelando un disperato bisogno di informazione geopolitica sui confini di e in Israele).
Certamente vanno regolarmente in piazza a Gerusalemme ovest, ma sono cittadine di Israele, non abitanti nei Territori, e organizzano la loro protesta, cui ho partecipato, con modalità che le rendono impunibili dal loro stato, anche se esposte al dileggio pesante dei loro concittadini (che però talvolta si fermano a esprimere solidarietà).
Spero che venga considerata la situazione grottesca che verrebbe a crearsi se un’abitante dei Territori chiedesse un permesso d’uscita per manifestare contro Israele.
Vorrei che il mondo dell’associazionismo si dedicasse anche all’analisi di questi spazi e a trarne le conseguenze operative che non possono ridursi a manifestare collettivamente il loro desiderio condivisibile, ma difficilmente operativo, di pace.
La pace si fa certamente chiedendola con forza ma anche (e a mio parere soprattutto) costruendola ad ogni livello possibile.

A tale proposito voglio ricordare che la stessa avvocata Dolcher mi ha aiutato (uso la prima persona perché altri appoggi su cui contavo e che avevo sollecitato  a livello locale e regionale … lasciamo perdere) a risolvere positivamente la vicenda del latte pediatrico sottratto ai bambini del territorio betlemita.
Si veda a tale proposito le pagine del mio vecchio diario (Betlemme.splinder.com) del 30 agosto 2004 e quella del 18 febbraio 2005 su questo diario

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale  2  /  8  febbraio 2007  n. 678 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 31 gennaio 2007
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.

Palestinesi        4.508        
Israeliani          1.048        
Altre vittime         77         
Totale               5.633        

Internazionale  2  /  8  febbraio 2007  n. 678 pag. 1

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  del  31 gennaio 2007
Iracheni              55.305   /  60.991
Soldati statunitensi               3.084                            
Soldati di altre nazionalità     253         

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donne, vittime di guerra

sabato, 03 febbraio 2007

ECCO LA MAFALDA DI FEBBRAIO NEL SUO CALENDARIO 2007
                                          “CHE STRESS!”

La bambina che sa vedere il mondo parla nei fumetti che non è bello descrivere, ma non posso fare diversamente

Nella prima immagine si guarda il dito indice della mano sinistra che tiene verticale

”E’ incredibile l’importanza dell’indice!”

Poi stende il braccio e col dito in orizzontale dichiara:


”Un padrone mette l’indice così … e tremila operai restano senza lavoro!”

 

Nella terza vignetta lancia una specie di grugnito e tiene l’indice ben fermo nella sua posizione minacciosa.
Infine conclude: 
“Deve essere proprio questo quel maledetto indice di disoccupazione che tirano sempre in ballo!”

 

Viaggio in Siria  -  I puntata

 

Ho scritto più volte dello sciopero del mio PC che è uno, ma non il solo, freno alla mia scrittura.
Da quando ho tentato di scrivere questo diario c’è una parola che mi gira per la testa: millet. Certamente ne avevo parlato a scuola negli anni lontani della mia attività di insegnante, ma poi era rimasta lì; era ricomparsa (solo nella mia testa perché nessuno mai l’aveva pronunciata) nei miei viaggi in Palestina e in Israele e invece in Siria non c’era incontro che non la spiattellasse come ovvia.
Così ho deciso di provare a scriverne in questa premessa ai resoconti, che cercherò di proporre poi interlocutore per interlocutore, senza riprendere questa costante e abbastanza omogenea presenza.
E’ necessario precisare che il viaggio (1-8 gennaio) organizzato da Confronti non era “turistico”, né il tempo lo consentiva, ma funzionale alla conoscenza della realtà siriana attraverso le persone che abbiamo avuto l’opportunità di incontrare.
Certo passare attraverso una terra splendida, sapere che ci sono musei favolosi senza vedere né l’una né gli altri é quasi è uno strazio … ma gli obiettivi erano chiari e Nicoletta –che conoscevo dolcissima- talvolta diventava un cerbero, sostenuta da qualche “pesante” esclamazione di Luigi.
Ma torniamo al mio ossessivo millet, che io collegavo ad un’antica consuetudine istituzionale politico religiosa, impensabile – pensavo- in uno stato nato da una rivoluzione, a quanto ne so, priva di connotazioni religiose e governato di recente da Hafiz al-Assad, un dittatore che non si atteggiava a leader religioso, né sembra essere tale il figlio Bashar al-Assad, al potere dal 2000
.

Non posso permettermi naturalmente di scrivere la storia della Siria, né saprei farlo, mi limito a citare qui ciò che ci è stato detto dal dr. Muhsen Bilal, Ministro dell’informazione, a proposito dell’impero ottomano di cui la Siria era parte, “L’impero ottomano ha giocato il ruolo di congelare il progresso della Siria”.
E ha avuto parole di elogio per la laicità degli attuali partiti siriani.
Eppure non riuscivo a liberarmi dal millet.
Certamente nell’impero turco era stato, attraverso il potere riconosciuto ai patriarchi delle diverse confessioni cristiane, ma anche ai responsabili della comunità ebraica, un sistema di governo in qualche modo, ma non secondo i nostri criteri odierni, decentrato. Le comunità avevano una giurisdizione indipendente in materia di status personale. Gli appartenenti ad ogni comunità, cui fosse riconosciuto il millet,  dovevano versare una tassa che li faceva sudditi protetti dalla Sublime Porta (certamente uno degli obblighi più mostruosi era quello di dover fornire al protettore i giannizzeri, cioè militari che – presi da bambini quale “tassa di sangue”- diventavano la guardia personale del sultano. Non posso non ricordare a questo proposito una bellissima pagina di Ivo Andric ne Il ponte sulla Drina sui piccoli bosniaci portati ad Istanbul).
La comunità diventava così attore principale e punto di riferimento assoluto dell’individuo e i membri erano dhimmi, sudditi dell’impero inferiori ai mussulmani i cui leader esercitavano diritti limitati ma da capo di stato senza territorio perché comandavano ai membri della loro comunità ovunque fossero e ne rispondevano alla Sublime Porta.
Le comunità riconosciute potevano essere solo quelle cristiane (la più importante era la chiesa ortodossa) e quella ebraica, formate cioè da “gente del libro” come i mussulmani.
Ma oggi?
Oggi le varie confessioni cristiane (la presenza ebraica è ormai irrisoria e non per propria libera scelta di trasferimento) stipulano accordi con il governo che riconosce loro particolari diritti: primo fra questi la libertà religiosa (che appartiene alla comunità, non alle persone) e una reale podestà (ognuna secondo le proprie tradizioni e norme) su tutta la materia concernente la famiglia; matrimoni, divorzi ecc. ecc.. ora estesa anche alle adozioni, vietate ai mussulmani.
Mentre le comunità cristiane cercano una certa unità (ma su questo tornerò più avanti) il matrimonio fra cristiani e mussulmani è impossibile: la donna che voglia sposare un mussulmano deve farsi mussulmana e mussulmani saranno i figli.
Sposarsi civilmente è altrettanto impossibile perché il matrimonio civile non esiste.
Però, a detta dei capi (purtroppo non abbiamo incontrato organizzazioni di giovani) il sistema regge e anche la nostra guida (mussulmano, sposato e giovane padre) sembrava accettarlo senza difficoltà. Ecco perché in Israele avevo spesso in testa la parola millet: anche là non c’è il matrimonio civile.
In Siria mi sono accorta di quanto sia sciocco giudicare quella realtà sulla base della nostra idea di democrazia: noi non possiamo prescindere dall’individuo come soggetto di diritti e il mondo mediorientale non ha conosciuto l’Illuminismo…
Sarebbe affascinante affrontare con competente serietà questo argomento per trovare i punti di possibile contatto.
Mi piacerebbe saperne di più, ad esempio, sui giovani iraniani che hanno contestato Ahmadinejad ….
Un altro argomento che è stato toccato da tutti i nostri interlocutori è stata l’esecuzione della condanna a morte di Saddam. Ho scritto non a caso esecuzione della condanna a morte perché non sembravano tanto impressionati da un principio di contrarietà alle esecuzioni capitali quanto dalle modalità dell’esecuzione stessa (e mentre parlavano io ho ricordato l’immediato, incivile giubilo del presidente degli Stati Uniti, solo successivamente ridimensionato).
Saddam è stato impiccato il 30 dicembre dello scorso anno, durante i giorni della festa del sacrificio, alle 5 del mattino, l’ora della preghiera,  fra le urla di gioia degli sciiti, nel disprezzo voluto della tradizione islamica.
Il ministro Bilal ha dichiarato il gesto barbaro, feroce e incivile.
Si è chiesto se il governo irakeno abbia un qualche potere e ha sollevato il sospetto che la procedura fosse stata artatamente studiata per approfondire le divisioni fra sciiti e sunniti.

 

Mons. Antoine Odo,  Vescovo di tutti i caldei di Siria (cattolico) ha confermato che uccidere Saddam durante la festa del sacrificio è stato un grave errore, un atto barbaro, tanto più grave se vi sono connivenze americane. Ha aggiunto che la rabbia dei sunniti in Siria è molto forte anche se Saddam era un criminale. E’ stata una voluta umiliazione che i mussulmani non tollerano.

Prometto che i prossimi diari saranno più brevi: l’aver chiarito questi due argomenti ricorrenti mi aiuterà a non ripetermi (e sciogliere almeno un po’ il rovello del millet lo dovevo a me stessa).

Prego i miei compagni di viaggio di intervenire alla voce commenti, alla fine di ogni diario, per precisare, integrare, correggere, criticare (ma non distruggere per favore
augusta

 

 

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