Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

Eccomi

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Per prelevare l'indirizzo feed di questo Blog, utilizza il mouse con la funzione 'Tasto destro, copia collegamento'. Per leggere i contenuti tramite Feed, puoi scaricare e utilizzare l'aggregatore di Freereader, che trovi all'indirizzo http://download.html.it/recensione.asp?recensione=1489. Questo Feed XML è offerto da www.jelot.net/rss/rssify.php

Blogger: AUG
Nome: Augusta

Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

visitato *loading* volte

 
mercoledì, 28 marzo 2007

Sono Omar, un ragazzo arabo, studente di letterature comparate. Intendo
offrire qualche contributo alla conoscenza della cultura araba. Ho pubblicato in Diariealtro il 30 maggio 2006 "Il delitto d'onore" , il 27 aprile 2006 "Una lettera a Amos Oz" e il 18 aprile dello stesso anno "Musica del deserto". Oggi vi parlerò della traduzione dall’arabo in italiano e dall’italiano in arabo.

Un ponte tra le sponde del Mediterraneo

 Nel periodo di più larga espansione, quando gli arabi iniziarono a diffondere la loro cultura e la loro religione nella penisola arabica settentrionale (l’odierno vicino oriente), conobbero tanti popoli e impararono le loro lingue e le loro scienze. In questo modo la lingua araba si è potuta arricchire di tanti termini aramaici e siriaci  nella prima fase dalla nascita dell’islam. Le prime traduzioni in lingua araba, che riguardavano testi scientifici, iniziarono, però, nel periodo omayyade (661-750). Il primo traduttore dell’epoca fu Khaled Bin Yazid, nipote di Muawiya (m. 704), il primo califfo omayyade. Fu, però, solo nel periodo abbaside (750-1258), specialmente alla corte di Harun Al-Rashid e suo figlio Al–Mamun, che l’attività di traduzione fiorì dando luogo ad un risorgimento scientifico e letterario nel mondo islamico, il quale comprendeva già tanti paesi asiatici, nordafricani ed europei: molti libri di filosofia, logica, medicina, astronomia, matematica, storia, chimica  e anatomia furono tradotti in arabo da lingue diverse, tra le quali il greco, il persiano, il siriaco, il caldeo e l’egizio. Questo rinascimento culturale dette vita ad uno sviluppo nella lingua araba rendendola un idioma scientifico basato sulla logica. Ciò attrasse vari studiosi dall’Europa (Francia e Inghilterra), i quali, con i loro viaggi e le loro letture, contribuirono a trasmettere una consapevolezza in Europa della civiltà islamica, che si estendeva dall’Atlantico al Pacifico, con la lingua araba come lingua franca, l’idioma più diffuso che fosse mai esistito.

Se nel periodo sopra menzionato l’interesse per i testi da tradurre, nel mondo arabo, verteva su materie scientifiche, bisogna aspettare tempi più recenti, tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, perché l’interesse vero e proprio per la letteratura europea, e in particolare per quella italiana, avesse inizio, vale a dire quando i contatti tra mondo arabo e Italia si sono fatti diretti. Infatti, fu proprio durante l’occupazione italiana della Libia che fu tradotta La Divina Commedia in arabo (1930-1933), per la prima volta, dal libanese Abbud Abu Rashed. Questa traduzione è stata criticata per la mancanza di un apparato critico, nonostante ciò bisogna premiare il primo tentativo di far conoscere al pubblico arabo il capolavoro dantesco. Un merito maggiore va all’egiziano Hassan Othman, la cui magnifica traduzione della Commedia è accompagnata da un apparato critico a cui il traduttore ha dedicato tanti anni della sua vita facendo ricerche nelle biblioteche italiane, tedesche e francesi, seguendo le tracce del poeta fiorentino e comparando le varie traduzioni europee.

            Il traduttore più prolifico tra gli arabi che hanno tradotto dalla letteratura italiana è senz’altro l’egiziano Taha Fawzi, il quale ha tradotto trentuno opere, tra cui I promessi sposi di Alessandro Manzoni; Cuore di Edmondo De Amicis.

Mohammad Ismael, un altro traduttore egiziano, si è limitato a tradurre alcuni drammi di Luigi Pirandello tra cui Sei personaggi in cerca d’autore (1967). Il giordano Issa Al Nauri ebbe la fortuna di conoscere molti autori italiani contemporanei e di tradurne alcune opere. Egli ha pubblicato una raccolta di racconti di vari autori dal titolo Atfal wa ‘aja’is (Bambini e anziani, Beirut, 1961); ha inoltre tradotto Fontamara di Ignazio Silone (Beirut, 1963), Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa (Beirut, 1973) e ha curato un’antologia della poesia italiana, che raccoglie centoquattro poesie di venticinque poeti italiani.

Oltre a quelli sopra citati ci sono altri italianisti degni di essere menzionati come Khalifa Al Tellisi, Mustafa Al Ial e Fuoad Ka’bazi. Purtroppo non ci sono molti altri traduttori significativi; è pur vero che sono state tradotte tante altre opere di autori italiani come Moravia o Machiavelli, ma da una terza lingua come il francese o l’inglese.  Ma questo è dovuto alla predominanza culturale, linguistica e politica di Francia e Inghilterra che hanno avuto un contatto diretto, o meglio rapporto (colonizzatore – colonizzato) con i paesi arabi dall’Ottocento fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Questo non vuol dire che lo spazio dedito alla letteratura italiana non possa essere paritario, data la sua ricchezza, il suo importante rapporto storico che ebbe con la poesia araba nel XII secolo e il rilevante contributo che non può altro che arricchire il patrimonio letterario mediterraneo. Una riflessione analoga si potrebbe fare per la ricezione della letteratura araba in Italia.

  E’ opportuno ricordare che esiste un’immensa lacuna nella conoscenza generale degli studi arabi e islamici, perché una percentuale notevolissima e, per definizione, non quantificabile di manoscritti arabi di ogni argomento, fin dai primordi della storia islamica resta non pubblicata e, in alcuni casi, nemmeno catalogata.
 La poesia è sempre stata il genere prediletto nella storia della letteratura araba. Questo, inutile dirlo, rappresenta un ostacolo per molti traduttori che, trovandosi davanti ad una rigida metrica ed una rima fissa che caratterizzano la poesia classica, dove i versi rispettano una struttura predeterminata, sono costretti spesso a trasmettere esclusivamente il contenuto tralasciando il valore stilistico. Nonostante questo, esistono dei tentativi notevoli come quello di F. Gabrieli. Diversa è la situazione per la poesia araba moderna e, di conseguenza, per la traduzione di questa, poiché essa ha abbandonato gli schemi classici dando vita al verso libero, nato con la poesia Unshudat Al Matar  (Ode alla pioggia) dell’iracheno Badr Shaker Al Sayyab (m. 1964). Poeti contemporanei come Nizar Qabbani, Mahmud Darwish e Adonis si sono rifugiati, nei momenti più tragici così frequenti in una terra sconvolta da guerre qual è il Vicino Oriente, in questa nuova forma letteraria che meglio riflette il loro senso identitario e i loro valori storici e culturali, tema e stile che hanno contribuito a farli conoscere in Europa e, specialmente per il poeta Adonis, in Italia.
La traduzione, specialmente quella letteraria, può essere considerata uno degli strumenti essenziali per conoscere le culture altre e per alzare un ponte che le collega. Bisogna riconoscere il merito di tanti personaggi come, per esempio, Fouad Ka’abazi che oltre a pubblicare tanti articoli sulla cultura italiana nei quotidiani libici, ha anche curato una raccolta di poesia araba uscita in Italia nel 1962 (Mondadori, Milano). Eloquente è il titolo del suo libro pubblicato in Libia Melodie arabe su corde occidentali, in cui emerge il nobile concetto di rendere le sponde del Mediterraneo meno lontane.    
 
Omar
 
Ringrazio Omar per il suo rientro nel blog.
A lui ho fatto conoscere la chiave per un accesso diretto al blog stesso e l'ho invitato ad entrare autonomamente proprio per l'alterità che la sua voce può rappresentare.
I commenti comunque sono a disposizione di tutti
augusta

Pagina diario scritta da: AUG a 15:21 | link | commenti (3) | | Torna su
omar

lunedì, 26 marzo 2007

Sulla homepage di peace reporter (www.peacereporter.it )  potete

trovare la connessione per  aderire 

                                                       all'appello per la liberazione di

                     Rahmatullah Hanefi
                                                     e
                  
  Adjmal Nashkbandi

giovedì 29 marzo  ore 8 -      82.753   firme 

venerdì 30 marzo ore 9.30   100.000   firme

domenica 1 aprile ore 8.30  116.481   firme   

30 marzo

Ho ripreso da Repubblica di ieri (29 marzo 2007) la lettera di Mastrogiacomo

 

Sono preoccupato, angosciato, afflitto per le sorti di Adjmal Naqeshbandi e di Rahmatullah Hanefy. Sono due persone amiche, due uomini ai quali mi lega un vincolo indissolubile. Adjmal mi ha fatto da interprete e ha diviso con me, per due settimane, una prigonìa che ci ha logorato psicologicamente e fisicamente e che continua a subire. Ha assistito, come me, all'assassinio del nostro autista Sayed Agha. L'ho visto liberarsi dalle sue catene, l'ho visto imbarcarsi su un altro convoglio. Adesso scopro, con amarezza, che è ancora in mano ai Taliban. L'accordo raggiunto, ci avevano detto i nostri sequestratori, prevedeva la libertà di entrambi. Nello stesso modo e negli stessi tempi. Non è stato così.

Rahmatullah è stato la persona che mi ha salvato, che mi è venuto a prendere, materialmente, nel profondo sud dell'Afghanistan. E' un uomo di pace, lavora per Emergency, un'organizzazione umanitaria. Ha svolto un ruolo che era sopra le parti, è un mediatore. Sappiamo che è trattenuto da qualche struttura della polizia afgana, che viene interrogato, che nessuna organizzazione indipendente, nessuna autorità ufficiale, lo ha potuto incontrare. Non abbiamo notizie sulle sue condizioni. Non sappiamo dove sia recluso.

E' una tragica, ingiusta realtà che mi angoscia. Ramatullah e Adjmal devono tornare subito liberi. Mi appello al governo e al parlamento afgano, al presidente Hamid Karzai, alle Nazioni unite, all'Unama, al tutte le ambasciate occidentali presenti a Kabul, alle organizzazioni non governative da anni impegnate in Afghanistan, alla comunità internazionale, affinché si mobilitino, usino ogni loro influenza, agiscano in ogni sede, per riportare a casa Adjmal e Ramatullah.
La loro libertà è la mia.
Daniele Mastrogiacomo

 

 

Pagina diario scritta da: AUG a 12:44 | link | commenti | | Torna su
rassegnastampa, culturapace

domenica, 25 marzo 2007

 

Vado sul sito on line di repubblica e trovo questo titolo:

Prodi sull'Afghanistan "Non sono preoccupato"
sotto, in piccolo due sottotitoli. Il secondo dice
LA LETTERA Aiutate Rahmat, è solo  un uomo di Emergency
di GINO STRADA

Sarà la casualità dell’accostamento, ma mi è difficile sopportarlo: un uomo sgozzato, un bambino abortito per lo choc della sua mamma, due uomini spariti, uno dei quali manager dell’ospedale di emergency in mano ai talebani. Capisco che Prodi parlava del voto al Senato però … mi chiedo cosa avrebbero fatto quando sono state arrestate in Iraq quattro guardie del corpo (di cui un poveraccio è stato ucciso) e ogni espressione che non fosse elogiativa veniva tacciata come antipatriottica ecc. ecc.

Comunque ricopio la lettera di Strada

Caro direttore, la prima telefonata fu tua per chiedere - ma penso immaginassi già la risposta - se in Afghanistan potevamo fare qualcosa per aiutare Daniele. "Ci proviamo" ti dissi da Khartoum a nome di Emergency. Poco dopo il Presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri italiani hanno chiesto a Emergency di occuparsi della vicenda. Abbiamo raccolto l'invito, e da allora si è lavorato insieme, con la moglie di Daniele, con te, con Elisabetta Belloni che dirige l'unità di crisi della Farnesina, e con Ettore Sequi, ambasciatore d'Italia a Kabul. Abbiamo condiviso, tutti insieme, passo dopo passo, i problemi e gli sviluppi di una impresa non semplice.

Il ruolo fondamentale di Emergency era quello di contattare i taliban - e questo non è difficile in Afghanistan, tantomeno nella provincia di Helmand - e convincerli a non usare violenza contro gli ostaggi. Era ed è stata questa la cosa più difficile.

Per molte ragioni. Innanzitutto perché Daniele si trovava nelle mani del "più feroce capo taliban", che già in passato aveva mostrato di non avere problemi ad usare il coltello. In secondo luogo perché lo stesso Mullah Dadullah considerava Daniele - cittadino di uno dei Paesi che hanno militari in Afghanistan - una spia al servizio delle forze della coalizione. Perché, infine, dovevamo "placare" un capo taliban proprio mentre le forze della Nato (le "forze di pace" come loro piace definirsi) stavano e stanno bombardando e sparando nella regione da cui proviene e dove vive. Ogni giorno in Afghanistan si perdono molte vite per la disumanità della guerra, per le bombe e per le autobombe, per i razzi e per i coltelli: in questo contesto bisognava chiedere di risparmiare vite umane.

Emergency lo ha fatto, ha supplicato il Mullah Dadullah di rispettare la vita degli ostaggi, sperando di trovare ascolto. Una speranza basata sul milione e quattrocentomila pazienti curati da Emergency in Afghanistan dal 1999 a oggi, e sulla assistenza fornita ai prigionieri. Emergency gli ha ricordato le cliniche nell'infame carcere di Sheberghan, nelle prigioni di Kabul e della valle del Pansheer. E i milleduecento prigionieri - di tutte le parti in conflitto - fatti liberare nel corso degli anni in Afghanistan, perché troppo malati per sostenere il carcere.

In nome di questo abbiamo chiesto che non venisse usata violenza. La risposta non è mai un si o un no, bisogna dialogare, capire, anche nei momenti di grande tensione e di paura. Bisogna insistere, ricominciare, a volte correre contro il tempo, perché in zona di guerra e in tempo di guerra umori e stati d'animo, rabbia e tensioni mutano di continuo. Abbiamo continuato a provarci, a crederci, anche dopo l'orrore dell'assassinio di Sayed Agha. Abbiamo insistito con tutti, perché la strada della violenza non venisse percorsa fino in fondo.

Non è stato facile ottenere e mantenere un ascolto e una disponibilità. Nel fare questo l'impegno di Rahmatullah Hanefy è stato straordinario. Rahmat, come lo chiamiamo noi, non è un mediatore, né è stato solo un interprete. Rahmat è uno di Emergency: avesse fallito nel suo appello, altri non avrebbero potuto giocare il proprio ruolo, condurre una trattativa e arrivare alla liberazione, e la storia sarebbe finita lì. A lui dovremmo un "grazie" speciale per avere messo a rischio la propria vita e la sicurezza della sua famiglia per salvare un giornalista straniero. Mentre scrivo Rahmatullah Hanefy, manager dell'ospedale di Emergency a Lashkargah dedicato a Tiziano Terzani, è ancora nelle mani dei servizi di sicurezza afgani. È stato arrestato all'alba del 20 marzo, davanti alla casa di Emergency nella quale Daniele stava di nuovo dormendo da uomo libero.           (24 marzo 2007)

E ora ricopio la lettera della presidente di Emergency. Se mi venisse in mente qualche cosa da fare la farei. Mi riesce solo di pubblicare questi appelli … se qualcuno volesse suggerirmi altro: Non so dare risposte, ma almeno so farmi domande mentre  il facile giochino che sta facendo Berlusconi (i numeri in Senato sono quello che sono e se uno ha il pelo sullo stomaco che gli impedisce di vedere priorità che vanno ben oltre lo schieramento chiamato partito), lo schematismo irresponsabile di altri ovunque collocati (penso al ministro della difesa – da cui non vorrei essere difesa in qualunque circostanza – e non solo a lui) mi obbligano anche a chiedermi fin dove arrivino gli ordini della signora Rice che  non legge nemmeno i giornali
                                                                                                                  augusta

 

Da www.peacereporter.it                   Afghanistan - 25.3.2007
Rahmatullah torturato: il governo italiano deve agire
Dalla presidente di Emergency un accorato appello al Presidente del Consiglio Prodi
Siamo angosciati per la sorte di Rahmatullah Hanefi. Il responsabile afgano dell'ospedale di Emergency a Lashkargah è stato prelevato all'alba di martedì 20 dai servizi di sicurezza afgani.

Da allora nessuno ha potuto vederlo o parlargli, nemmeno i suoi famigliari. Non è stata formulata nessuna accusa, non esiste alcun documento che comprovi la sua detenzione. Alcuni afgani, che lavorano nel posto in cui Rahmatullah Hanefi è rinchiuso, ci hanno detto però che lo stanno interrogando e torturando “con i cavi elettrici”.
Rahmatullah Hanefi è stato determinante nella liberazione di Daniele Mastrogiacomo, semplicemente facendo tutto e solo ciò che il governo italiano, attraverso Emergency, gli chiedeva di fare. Il suo aiuto potrebbe essere determinante anche per la sorte di Adjmal Nashkbandi, l'interprete di Mastrogiacomo, che non è ancora tornato dalla sua famiglia.

Oggi, domenica 25, il Ministro della sanità afgano ci ha informato che in un “alto meeting sulla sicurezza nazionale” presieduto da Hamid Karzai, è stato deciso di non rilasciare Rahmatullah Hanefi. Ci hanno fatto capire che non ci sono accuse contro di lui, ma che sono pronti a fabbricare false prove.
Non è accettabile che il prezzo della liberazione del cittadino italiano Daniele Mastrogiacomo venga pagato da un coraggioso cittadino afgano e da Emergency. Abbiamo ripetutamente chiesto al Governo italiano, negli ultimi cinque giorni, di impegnarsi per l’immediato rilascio di Rahmatullah Hanefi e il governo ci ha assicurato che l’avrebbe fatto. Chiediamo con forza al Governo italiano di rispettare le parola data. 
                    Teresa Sarti Strada          Presidente di Emergency

Pagina diario scritta da: AUG a 23:30 | link | commenti | | Torna su
rassegnastampa, guerra conflitti e violenze, diari di augusta

venerdì, 23 marzo 2007

SIRIA PUNTATA N. 5

  

3 gennaio  Ci riceve Salah Eddin Kuftaro, direttore generale del centro islamico   “Sheikh Ahmed  Kuftaro”, che porta il nome del padre, già gran mufti di Siria (una delle nostre ultime visite sarà per l’attuale Gran Mufti).
Il locale del centro islamico (un centro di studi di livello superiore, penso paragonabile a un’università) è decisamente sontuoso e l’accoglienza gentile e generosa.
Il mio imbarazzo cresce: vorrei riuscire a capire (ho continuamente presente la convinzione di vivere un’esperienza privilegiata e di non avere sufficienti strumenti per trarne tutti gli elementi di conoscenza possibili).
Salah Eddin Kuftaro ci porge un saluto di benvenuto che al momento mi sorprende: “Benvenuti a tutti i figli di Gesù Cristo” e si affretta a precisare che il Corano ordina la convivenza con tutti i “figli di Abramo”. Aggiunge poi che padri dell’Islam sono Mohammad, Gesù e Mosé e che possiamo convivere come figli coerenti dei tre profeti.
Sostiene reiteratamente con decisione l’unità delle tre religioni del libro, affermando che i gruppi che contrastano la convivenza e non vogliono la pace sono pochi, di piccola dimensione e di natura politica.
Per lui è importante sedere insieme per l’ascolto e il dialogo.
Dice che i terroristi vengono in Siria dall’Afghanistan, vivono nel mondo islamico ma non ne sono parte, hanno lavorato contro se stessi: il vero mussulmano desidera per gli altri ciò che desidera per sé.
Ricorda l’11 settembre per affermare un concetto che riprenderà più volte: i terroristi non sono mussulmani, anche se non trascura, pur limitandosi a sfiorarlo, il concetto di resistenza.
Poi torna al problema religioso che evidentemente è per lui categoria per ogni valutazione: Dio ha creato tre religioni per sostenere la convivenza, non per dividere e l’uomo sulla terra è come Dio.
Non mi è chiaro se parli della grandezza dell’essere creato, affermata anche nel Corano, o della responsabilità dell’uomo nel governare i rapporti con i suoi simili.
Insiste sul fatto che la convivenza fra cristiani mussulmani in Siria è buona, e che si rispecchia anche negli alti livelli politici e militari: ci sono infatti ministri e generali cristiani. La religione quindi non divide neppure il governo; a suo parere sono i giornalisti che ne creano il coinvolgimento nei problemi politici.
Ancora una volta la radice del consenso e della convivenza è posta alla comune appartenenza religiosa: mi chiedo (religione, quale che sia, a parte) come vengono garantiti i diritti delle cittadine e dei cittadini perché possano convivere in pace e giustizia?  Già … il millet.
E’ evidente che Salah Eddin Kuftaro vuol presentarci un’immagine positiva del suo paese: l’insistenza nel farne un luogo “senza macchie” rafforza il mio desiderio di incontrarmi con gli studenti. So che non posso chiederlo e non lo farò.
Mi piacerebbe anche chiedergli delle carceri “speciali” ma, inopportunità dell’argomento a parte, non posso dimenticare che a poco più di 40 chilometri da casa mia c’è l’aeroporto di Aviano dove –tra l’altro- l’imam Abu Omar, rapito dai servizi, avrebbe subito le prime sevizie. Per il momento deve bastare così: in futuro – se mai mi ritroverò in una situazione del genere- si vedrà.
L’idillio si attenua quando l’intervento sfiora temi più concreti. Il nostro interlocutore ricorda che la Giordania e l’Egitto hanno fatto la pace con Israele, quella pace però non ha ancora prodotto condizioni di convivenza possibile fra le popolazioni.
I capi religiosi chiedono ai politici una pace che consenta la convivenza con Israele.
Quali capi religiosi? Tutti? Almeno in Siria sembra di sì, se ci ricordiamo che ci è stato detto, con i modi di chi si riferisce ad una convinzione propria del senso comune, che coloro che vogliono la violenza non sono veri mussulmani.
Ricorda la morte di Saddam Hussein (secondo lo schema diffuso che ho descritto nella prima puntata) e, pur nella ferma presa di distanza dai modi e dai tempi dell’esecuzione, precisa che il rais non è un martire. Il giudizio sembra trasferirsi finalmente al piano politico.
Chi ha difeso i curdi –si chiede- quando Saddam li perseguitava?
Oggi in Siria il gran mufti’ è di origine curda.
Gli USA vogliono solo creare problemi fra sciiti e sunniti per dividerli e si sono posti su questa deriva quando ne era evidente la sconfitta militare.
Se più volte compare il giudizio negativo nei confronti degli USA, l’atteggiamento nei confronti dell’Italia è diverso: esprime rispetto per Romano Prodi, conosciuto quando era presidente della UE. Anche ai nostri incontri viene data un’importanza che mi sembra sopra le righe: saremo ripresi sulla prima pagina di un quotidiano nazionale e alla televisione.
Finalmente dice qualche cosa sui giovani. Fa cenno anche ad elementi quantitativi, in relazione per esempio agli studi universitari (su questo punto non sono certissima delle cifre trascritte nei miei appunti e lo trascuro: se qualcuno dei miei compagni di viaggio vorrà colmare la lacuna, c’è lo spazio dei commenti a disposizione).
Afferma che i giovani mussulmani (non mi è chiaro se parli in generale o faccia riferimento ai giovani del suo centro) sono aperti al dialogo e hanno contatti con i giovani cristiani.
Solo la coscienza del sistema del millet mi aiuta a capire questa insistenza.
I giovani – dice- sono contrari agli americani e alla guerra, pensano che l’islam aiuti le loro vite. E’ importante quindi assicurare loro un corretto insegnamento della religione perché non cadano nel terrorismo.
Forse fra molto tempo si porrà anche in Siria il problema della laicità dello stato, ma allora chissà cosa sarà di noi che stiamo, a mio parere, devastando un faticoso cammino di più di due secoli. Non è un’ipotesi consolante, ma il rapporto reciprocamente strumentale che si è creato in Italia fra gerarchia cattolica (confusamente identificata con la chiesa cattolica) e gruppi politici, mi rende pessimista.
Siamo alla fine (e fra poco potremo gustare tartine e dolcetti che ci vengono gentilmente proposti) ma Salah Eddin Kuftaro non trascura il problema femminile e conclude con affettuoso omaggio (non privo di termini poetici) alla moglie presente.
Concludendo ci presenta un religioso appena entrato: è il responsabile degli studi islamici in Giappone. Non c’è che dire: in questi incontri ogni ipotesi eurocentrica viene ribaltata in una serie di relazioni internazionali che non avevo immaginato e che la rendono inaccettabile. Mi sembra un buon risultato.

Mi spiace che questo diario si sia trasformato in una specie di immaginario dialogo silente fra me e Kuftaro; sono stata attenda a distinguere e comunque … di  un diario si tratta.          augusta

 

NOTE PUNTATA 5

Ho tratto le definizioni che seguono dal Piccolo dizionario dell’Islam- Einaudi tascabili.

Mufti  Colui che emette un parere legale (fatwa)

Fatwa: Termine arabo che indica il parere legale con cui il mufti risolve un determinato problema applicando il diritto islamico. Il peso di tale parere dipende sostanzialmente dall’autorità personale di chi lo emette. Perciò l’interpretazione di un diritto, a differenza della sentenza di un tribunale, è vincolante solo per chi riconosce questa autorità.  Oggi le f. vengono emesse in molte situazioni come consigli di vita pratica. Sono anche pubblicate su apposite colonne di giornali con orientamento religioso, oppure trasmesse alla radio o in televisione. L’istigazione a uccidere lo scrittore Salman Rushdie fu formulata come una f. dall’ayatollah Khomeini. La grande risonanza di questo appello fu determinata dalla forte autorità di Khomeini nell’islam sciita.
Ayatollah “segno di Dio “. Titolo onorifico che nell’uso comune viene attribuito ai maggiori giuristi sciiti.
   Il titolo di a. indica in chi lo porta devozione ed erudizioni tali da esprimere le intenzioni di Dio nella sua  creazione.

 

Per l’elenco dei vari gruppi che rappresentano in parte la complessità della società islamica mi sono servita invece della collaborazione di Omar, un giovane amico mussulmano, già intervenuto in passato in questo blog.  Non avrei saputo cavarmela da sola con l’elenco.
Inizio con i due gruppi più significativi, cui faccio seguire gli altri che mi sono stati indicati:
 

Sunniti (sunna): orientamento maggioritario dell’islam, cui appartiene circa il 90% dell'intero mondo islamico, che prende il suo nome dal termine arabo "Sunna" (consuetudine), riferita al profeta dell'islam e ai suoi Sahaba (compagni)


Sciiti
(scī’a): presenti massicciamente in Iran (dove rappresentano quasi la totalità dei musulmani) e in comunità più o meno numerose in Libano, in Iraq, nello Yemen, in Afghanistan, il nome deriva da “shì’ache in arabo significa “fazione, partito” e indica coloro che, nelle lotte per la successione seguite alla morte di Maometto, appoggiarono ‘Ali, cugino e genero del Profeta, affermando che egli era il più meritevole di essere il capo (imam) della comunità dei fedeli.

 

Alawiti (Alawiyya): un gruppo religioso mediorientale diffuso principalmente in Siria e in Libano.  La famiglia del presidente siriano appartiene agli Alawiti

Baha’i: (Bahá'í): non è più un gruppo islamico, bensì una religione monoteista nata nel XIX secolo i cui membri seguono gli insegnamenti di Bahá'u'lláh.

Drusi (Drūz): Questo gruppo è sorto in Egitto nell'XI secolo, poi si è trasferito in Siria e in Libano. Deriva il nome dall'egiziano ad-Darazi che ne fu propagatore

Ismailiti (al-ismāīliyyūn): è una corrente dell’islam sciita.

Kharijiti (Khawàrij): (uscenti) in origine partigiani di 'Ali, lo abbandonarono allorché egli, in occasione della battaglia di Siffin (giugno 657), scese a patti con Mu’awiyya, fondatore degli Ommayyadi (658).

Mu’tazili: ( al-mu`tazilah) la cui teologia è stata profondamente influenzata dal pensiero aristotelico. 

Sufi (tasawwuf) : è particolarmente diffuso nel sunnismo e assai meno nello sciismo.

Wahhabbiti (wahhabia): Gruppo islamico fondato nel XVIII secolo da Muhammad ibn Abd al-Wahhab (1703-1792) in Arabia Saudita.

Zaiditi (az-zaydiyyoun) : è un’altra corrente sciita; dal punto di vista teologico aderiscono al  Mu'tazili.

 

Pagina diario scritta da: AUG a 09:25 | link | commenti | | Torna su
diari di augusta, viaggioconfronti07

mercoledì, 21 marzo 2007

                                                                             APPELLO

Ho sentito della proposta di far partecipare i talebani al tavolo della pace.
Condivido, nella speranza che esista qualcuno, riconosciuto, che li rappresenta, altrimenti potremmo fare un giochino con Tizio poco dopo smentito da Caio e da Sempronio, pure in disaccordo fra loro su qualche surrettizia opinione religiosa.
I talebani però non sono solo guerrieri o guerriglieri che dir si voglia, ma anche distruttori dei diritti umani non solo occasionali (come capita nei rapimenti).
I talebani sono soprattutto programmatori della negazione dei diritti nei confronti delle donne.
Io ricordo donne afgane in Italia che molti anni fa chiedevano di esserne liberate perché era loro negata non solo ogni visibilità fisica (attenzione il burqa non è il velo islamico!) ma soprattutto era negato lo studio, l’esercizio delle professioni, la cura della propria salute, la tutela della maternità …
Ora le donne sono le prime vittime – consapevoli - della “politica talebana”.
Perché non identificarne un gruppo, un’associazione o altro che abbia una qualche visibilità e rappresentatività e proporne una presenza alle trattative di pace, come detentrici di un diritto primario ad autorevolmente interloquire con i talebani?
Forse che l’Italia non è andata militarmente in Afghanistan per difendere i diritti umani (che non sono oggetto di beneficenza, militarizzata o no che sia)?
Il diritto di parola non può e non deve essere fondato solo sulla consuetudine all'uso delle armi, né la pace può essere umiliata a una non-guerra.
augusta

Non credo che la partecipazione –che non si risolva in omaggio- trovi molto ascolto.
Comunque ci tengo a ricordare che, tornato a casa e al lavoro Daniele Mastrogiacomo, sono “sotto controllo della polizia afgana” (non so come definire la loro posizione)
Rahmatullah Hanefi, capo del personale afgano e responsabile della sicurezza dell’ospedale di Emergency, e Adjmal Nashkbandi, l’interprete che Mastrogiacomo ha visto "andare via libero" e di cui poi si sono perse le tracce.
Possiamo dire che in un paese sotto occupazione militare (anche se dispone di un proprio governo il cui limite di autonomia non è noto) è eroe chi si prende libera parola e/o offre ad altri la stessa opportunità?
Non dimentichiamo neppure la moglie dell’autista Sayed Agha, decapitato dai talebani e il bambino che ha perso (chissà se qualcuno/a si ricorderà di lui durante il family day: penso di no).
Non dimentichiamo infine che il nostro paese ha ospitato spie straniere per rapire (sorry:arrestare) Abu Omar e abbandoniamo quindi ogni supponente spocchia quando esprimiamo giudizi.
 
Avviso: poiché ho già avuto richieste in merito segnalo che sul mio blog non si raccolgono firme; si offrono idee che, se accettate ed elaborate possono mettere in moto un’operatività responsabile, se rigettate possono essere lasciate lì e non faranno male a nessuno.

 24 marzo. Ho trovato questa mattina nel sito ildialogo.org un bell'articolo di Floriana Lipparini che chiarisce molti punti del mio sbrigativo appello.
Mi scuso con l'autrice per averlo riportato di mia iniziativa nei commenti.    augusta

 

Pagina diario scritta da: AUG a 14:29 | link | commenti (2) | | Torna su
bambini, diari di augusta, ostaggi

lunedì, 19 marzo 2007

Pensare a rovescio


Lo scorso venerdì cercavo di scrivere qualche cosa sullo squallore della discussione post dico/pacs e non riuscivo a venirne fuori finché non mi sono resa conto che, avvoltolandomi negli argomenti che volevano promotori attivi il papa & la sua corte e recettori passivi i “politici”, non era possibile se non indulgere ad atteggiamenti di compassione (spesso non benevola per i secondi) e a sbalordimento nei confronti del primo, incapace non dico di capire, ma di vedere il mondo in cui vive.  Attenzione al nuovo “non expedit”!
Bastava rivoltare la frittata e considerare elementi doverosamente e autonomamente attivi i politici  per cominciare a ragionare.
E così mi sono lasciata andare al divertente esercizio mentale di rovesciare le argomentazioni che sostengono molte comuni opinioni e ho scoperto che in questo modo si svuotano (le comuni opinioni) di ogni significato.
Faccio un esempio: la mattina ho il vizio di sentire la rassegna stampa di radio3e di reagire non tanto a ciò che dicono i giornalisti quanto a ciò che sento dalle telefonate dagli ascoltatori. e così oggi, mentre provavo un fastidio che non riuscivo a definire bene a fronte delle telefonate in cui persone molto assennate si chiedevano preoccupate il costo della liberazioni di Mastrogiacomo (per fortuna avvenuta); ho rovesciato l’argomentazione e mi sono chiesta qual sia il costo di un morto in guerra anziché di un vivo.

Io non so venirne a capo aritmeticamente ma proviamo a considerare costo complessivo della guerra, non solo la mostruosa organizzazione che viene spedita altrove o costruita per difesa, ma anche quello degli infortunati sopravvissuti, la perdita di reddito per le famiglie, gli edifici distrutti, le pensioni da pagare agli eredi e aggiungiamo anche il costo delle armi distrutte da sostituire ecc. ecc. e immaginiamo il capitale che uno stato deve mettere assieme per mandare un esercito ad ammazzare qualcuno o a far ammazzare qualcuno dei suoi.
Poi dividiamo quel capitale per il numero dei morti e chiediamoci quanto costa ammazzare una persona in guerra: quanto il prezzo di un fucile? di più? di meno?
Non lo so. ma credo che per questa strada l’opposizione alla guerra per i benpensanti diventi più convincente di quanto non sia quando si sente dire che la “vita è sacra”.
Se poi ci si chiede: quando è sacra, come, se ci sono eccezioni… il ragionamento si complica e io mi fermo qui, anche se mi sto mentalmente divertendo.
Provateci!


comportamenti accettabili e no

Poiché in questi giorni c’è tutto un chiacchiericcio su chi chiacchierava, anche qui ho provato a rovesciare i termini della questione. Un signore è stato esposto al pubblico ludibrio perché parlava con un’altra persona in automobile. Nessuno ha detto che quel signore compisse atti osceni in luogo pubblico, che passasse una bomboletta spray a un naziskin pronto a disegnare svastiche da qualche parte, che pagasse il pizzo a qualcuno.
Il fatto che molti giudicavano era il dialogo inascoltato (almeno così è stato dichiarato) con persona in automobile la cui intimità era nota ai più.
Io non ho l’abitudine di chiedere alle persone che conosco quali siano le loro abitudini sessuali, o informazioni sulla vita privata … perché non sono argomenti dirimenti.
Parlo se ne ho voglia; sto in casa se ho voglia di star zitta.
Ma c’è un caso ancora più complesso: se una persona mi si avvicina con l’automobile per chiedermi un’informazione (e io mi accosto al finestrino per non strillare) dovrei, per accontentare il prossimo guardone: 1) chiedere la carta d’identità; 2) se è persona coniugata o convivente (ancora no ma presto accadrà); 3) quali sono le sue tendenze e abitudini sessuali, per concludere prenda la prima a destra e la terza a sinistra; pochi metri avanti e troverà l’ufficio postale.                        
Ma sono tutti matti?                                                                                      augusta

APPELLO & altro

E dopo tante chiacchiere faccio seguito all’appello del prof. Alberigo che avevo pubblicato il 15 febbraio con questo commento dello stesso professore che traggo da ADISTA del 17 marzo pg. 4:
33789. ROMA-ADISTA. "Nei suoi sedici anni di presidenza la Cei è in gran parte divenuta una scuola con un maestro e tanti allievi, e la Chiesa si è ridotta al silenzio";"se parla solo Ruini, tanto meglio". È aspro il giudizio del prof. Giuseppe Alberigo sul lungo "regno" del card. Camillo Ruini. Il professore è stato intervistato, il 5/3, dal Corriere della Sera, contemporaneamente all'ex presidente del Senato, Marcello Pera che, invece, ha difeso e lodato l'opera del porporato.
Alla domanda sul perché Ruini abbia invitato i cattolici a "svegliarsi", a "evitare il pericolo dell'irrilevanza", Alberigo ha risposto: "Questo è il nodo cruciale: il bisogno del nemico. Prima c'era il nemico, ma ora non è più in commercio. E allora l'avversario è diventato la cultura e la società laica, il ‘laicismo', la modernità". Ma perché darsi un nemico? "Perché è più semplice raccogliere le file quando si può dire: attenzione, dobbiamo reagire. Ruini denuncia la società contemporanea come ostile, e allora è chiaro che si debba chiamare la Chiesa alle armi, difendersi e se possibile contrattaccare. Come poi questo si connetta con il Vangelo io, francamente, non so dirlo. Ma parlare di un poveretto che duemila anni fa è morto in croce e ha predicato la salvezza, il privilegio dei poveri, è più scomodo, non c'è alcun dubbio".
E ancora: "L'atteggiamento che ha guidato la presidenza Ruini non solo ha portato la Chiesa ad essere un fattore di divisione nella società italiana, ma ha diviso la stessa Chiesa. Il che è altrettanto grave ed allarmante. I vescovi non osano parlare chiaro e forte, ma quando si sono fatte le consultazioni ha prevalso chi rappresentava una linea diversa. La maggioranza non ne può più". Ma se i vescovi non parlano, è colpa di Ruini? "Il clima della Chiesa in Italia va forse al di là delle responsabilità di Ruini. C'è una sorta di mortificazione, come se l'episcopato fosse un po' orfano della fine delle ideologie, dell'ostilità netta contro il comunismo, della Dc. Bisogna dare atto al cardinale Ruini di averci provato, a rimediare. Il progetto culturale è questa cosa qui. Mi pare che l'esito sia stato catastrofico". Perciò, "ora speriamo si volti pagina".
(www.adista.it)

E infine la rubrica purtroppo consueta:

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale 16  /  22  marzo 2007  n. 684 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 14 marzo 2007
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        4.5022        
Israeliani          1.048        
Altre vittime         77         
Totale               5.647        

Internazionale 16  /  22  marzo 2007  n. 684 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  del  14  marzo 2007
Iracheni              58.637 /  64.444
Soldati statunitensi               3.197                            
Soldati di altre nazionalità     258         

Pagina diario scritta da: AUG a 21:59 | link | commenti | | Torna su
rassegnastampa, vittime di guerra, diaricarola

sabato, 17 marzo 2007

                                        Democrazia sotto tutela

 

"Padre, in questa casa non si respira più” diceva molti anni fa don Mazzolari.
Se allora non si respirava oggi si soffoca, con maggior dolore da che le speranze del concilio vengono brutalmente soffocate una ad una.
Ma se la fonte della soffocazione sono le grida papali e curiali, prodotte forse dal (probabilmente mal cantato) gregoriano di massa e dall’affaticamento del latino obbligatorio o quasi (scarsamente comprensibile e perciò immiserito da errori e cattiva pronuncia), ancor meno comprensibile è l’atteggiamento di chi soggetto curiale non é.
Lasciamo perdere gli effetti dell’insegnamento della religione monoconfessionale (se si fa una buona didattica si crea una buona, coerente dialettica che non si vede).  E non parliamo degli insegnanti di storia, per non dire dell’obsoleta educazione civica. Talvolta si sente evocare l’educazione tout court che non è la stessa cosa.….
Ignoriamo anche il livello di coerenza personale (non abbiamo –ancora?- le telecamere in casa…)
Restiamo a chi può proporre delle leggi che possono venir rispettate o eluse e il cui risultato è verificabile. Abbiamo avuto e avremo ancora la ventura di eleggerli con un  voto che è la base di ogni nostro diritto di cittadine e cittadini.
Finché la regola non cadrà in disuso queste non sempre gentili signore e spesso tutt’altro che rispettabili signori continueranno a giurare fedeltà alla Costituzione italiana che non delinea –ancora?- uno stato monoconfessionale e, conseguentemente, devono comportarsi –nel rappresentarci- senza vincolo di mandato, il che significa anche senza l’ossequio quotidiano a poteri così forti da sembrare autorevoli o tali che avendo dimesso l’autorevolezza che nasce dalla coerenza, dalla competenza e dal rigore usano la forza dei media compiacenti.
Come potremo fidarci di persone che, se faranno del papa (o di qualsiasi altro potere estraneo a quelli costituzionalmente riconosciuti), la fonte dichiarata delle loro decisioni – o almeno si serviranno della costante evocazione dell’autorità vaticana per giustificarle – violano quel giuramento che qualifica il loro ruolo e che dovrebbe garantirci tutti, confessione religiosa o assenza di religione tout court a prescindere?
Se hanno dei problemi a comporre la loro qualifica di cattolici e di rappresentanti di un popolo plurale o eliminano il pluralismo (potremmo tornare alla migrazioni conseguenti il “cuius regio eius religio”) o evitano i turbamenti della loro animuccia turbata e tornano  a casa. Facendolo tempestivamente e singolarmente metteranno in discussione solo la loro pensione.
Non sono i primi ad affrontare questo problema: altri lo hanno fatto e risolto senza clamori e piagnistei.
Si obietta ad un ordine, a qualche cosa di cogente non al dovere di creare uno spazio umano per una libera scelta conforme ai fondamenti della Costituzione e dei principi internazionali.
E’ grottesco dover ricordare che la vera obiezione di coscienza penalizza chi la esercita mentre questi trepidi fanciulli e piamente obbedienti fanciulle se ne giovano e la fanno pagare agli altri. E’ un argomento che non ho mai sentito richiamare: evidentemente la scomoda ipotesi di danno personale è esclusa a priori.
Chi mi legge, se è arrivato fin qui, pensi a cosa significa la proposta di obiezione di coscienza, così formulata (e con la riserva di comodo: “resto dove sono e soddisfo chi poi mi elogerà pubblicamente”) proposta persino a magistrati.
”Brindo prima alla mia coscienza e poi al papa” esclamava Antonio Rosmini, certo non un grande filosofo, ma tale da sopravanzare fino a renderlo invisibile un ex ministro che di tale ruolo si fregiava.
Naturalmente uno schieramento rigido e impermeabile e chiuso ad ogni capacità di colloquio alla pari ne produce un altro altrettanto rigido, altrettanto impermeabile altrettanto inconsapevole del suo apparire grottesco.
Sere fa alla radio veniva commentato senza ironia un saggio dichiarato scientifico (di cui non ricordo né l’autore né il titolo) in cui un certo signore sosteneva giulive condanne di ogni e qualunque religione in generale e del cristianesimo nello specifico. Affermava (giovandosi della parola in francese) che il termine cristiani viene da cretini (e insisteva nel proporre la correttezza semantica di tale dichiarazione).
E’ questa la dialettica che ci verrà propinata negli anni a venire?
E se lo facessero apposta? Due gruppi che si scannano e stimolano l’opinione pubblica a giocare ai cow boy (con un arbitro poco affidabile) creano il polverone capace di nascondere molte cose scomode.

augusta

Pagina diario scritta da: AUG a 19:29 | link | commenti (1) | | Torna su
diari di augusta

mercoledì, 14 marzo 2007

SIRIA PUNTATA N.4

 

Dopo il precedente viaggio organizzato da Confronti in Siria attendevo con ansia la visita a Deir Mar Musa, che David Gabrielli aveva così descritto nella sua bella relazione:

“Poi, attraversando scoscese vallate praticamente desertiche, arriviamo ai piedi di Deir Mar Musa, un monastero appollaiato tra le rocce, come nido d’aquila. Per raggiungerlo occorre fare un tratto a piedi, in salita sotto un sole implacabile, e quindi 340 scalini. Ma, arrivati lassù, il panorama che si contempla, il monastero stesso, e soprattutto la cordialità di chi lo abita, compensa la fatica compiuta.
La comunità – legata alla Chiesa siriaca cattolica – è guidata dal gesuita italiano padre Paolo Dall’Oglio; è composta da uomini e donne convinti e convinte dell’assoluta gratuità della vita spirituale, che non dipende da nessun programma rigido; della necessità di inculturarsi nella mistica orientale e musulmana; dell’importanza del lavoro manuale e della semplicità evangelica. Mar Musa (San Mosè) vorrebbe essere inserita nel «cammino di Abramo», una serie di tappe che, attraverso gli attuali Iraq, Turchia, Siria, Israele e Palestina ripercorre l’itinerario del patriarca Abramo
A Mar Musa – spesso visitato da famiglie musulmane – ci si confronta sul serio anche con quei musulmani che teorizzano la violenza, «cercando di farci carico delle radici del loro grido, pur ribadendo francamente che, secondo noi, la violenza non risolve nulla. Il dialogo cristiano-musulmano si impone nella nostra epoca con particolare urgenza, e non deve escludere nessuno… Dio – conclude Paolo – avviene nella tragicità della nostra esistenza”.
(Confronti ottobre 2006 pag. 15. David Gabrielli: Tra storia, drammi e religioni)

Chi volesse anche vedere un’immagine del monastero, potrà trovare molti materiali su Internet: l’immagine migliore che io abbia trovato si può vedere cliccando:
http://www.flickr.mud.yahoo.com/photos/200000/169469458/in/pool-history/
Il sito web fornisce anche informazioni sul monastero.
A me ho ricordato, pur nell’enorme diversità, la chiesta fortificata di Monrupino vicino a Trieste e la piccola, deliziosamente affrescata chiesetta di Hrastovlje in Slovenia, dove lo spazio fra la chiesa stessa e l’alto muro di cinta che la circonda era luogo di rifugio per la popolazione in caso di invasioni.
Tutt’altra cosa la solennità dell’enorme  monastero di Deir Mar Musa, ma la funzione protettrice è probabilmente la stessa.
Purtroppo quel pomeriggio, un po’ frastornata dagli incontri e dalla complessità dei nuovo temi non avevo portato con me il mio quaderno di appunti e mi sono quindi dispersa nella ricerca di informazioni adeguate da fonti diverse, perché l’esperienza di p. Dall’Oglio non può essere ignorata.

2 gennaio   Non mi soffermo sul fascino del paesaggio che rende meno pesante la salita al monastero  e, per evitare pasticci, trascrivo una intervista rilasciata da p. Dall’Oglio lo scorso anno a Sara Ferretti (fonte. www2.unicatt.it/pls/catnews/consultazione.mostra_pagina?id_pagina=11599 - 20k)

«Vedo troppa facilità nel considerare nemici i musulmani. Se l'Islam fosse Satana sarebbe irrealistico pensare che i cattolici vi convivessero in buon vicinato per quattordici secoli»: è racchiusa in queste parole la scelta del dialogo di padre Paolo Dall'Oglio, gesuita da anni in medioriente  <…..>  La comunità monastica da cui proviene padre Dall'Oglio è raccolta intorno all'antico monastero siriano di San Mosè l'Abissino, situato sulle montagne di Deir Mar Musa el-Habashi, a est della piccola Nebek e a circa 85 Km a nord di Damasco  <…..>
Il monastero di San Mosè, dopo secoli di attività, fu completamente abbandonato nella prima metà del 1800, e cadde in rovina; tuttavia rimase di proprietà della diocesi siriano-cattolica di Homs, Hama e Nebek e continuò a essere meta delle visite devote degli abitanti di Nebek fino a quando, nel 1982, l'allora giovane gesuita Paolo Dall'Oglio vi si recò in ritiro spirituale in un momento di gravi sofferenze per la regione.

Il sacerdote trovò in Deir Mar Musa un luogo simbolico che permetteva «di perseguire obiettivi realistici per i discepoli degli Apostoli», e così diede inizio nel 1984, attraverso campi di lavoro e di preghiera, all'attività di restauro; la rifondazione stabile della comunità monastica fu un percorso che padre Dall'Oglio intraprese poi, a partire dal 1991, assieme al diacono aleppino Jak Murad. < ….>
L'atipico contesto religioso e sociale in cui il monastero di San Mosè è inserito ha concorso a determinarne la vocazione storica al dialogo, all'incontro e alla comunione con l'altro. A Deir Mar Musa musulmani e cristiani hanno convissuto nella stessa valle arida per 14 secoli: «In tutto questo tempo, la realtà musulmana è stata dunque verificata come un contesto di vera crescita. Il misticismo musulmano è autentico - spiega padre Paolo - e l'orizzonte della nostra comunità monastica è quello della relazione islamo-cristiana costruita sul dialogo».
«I Cristiani del monastero, da sempre in minoranza, hanno avuto un incontro molto precoce con l'Islam - ha ricordato - e la nostra presenza in quel contesto non è ingenua: vogliamo ritrovare il rispetto, la frequentazione, la protezione che esistevano un tempo tra le due comunità».
< ….>  Il medioriente di cui parla il gesuita è fatto di cristiani cui capita spesso di varcare l'ingresso di una moschea per il matrimonio o il funerale di un amico islamico, e di musulmani che ricambiano presentandosi in chiesa: «È un medioriente comune a due religioni».
Sulla base di questa convinzione e ispirato dal pensiero del grande islamologo cristiano Louis Massignon, discepolo di Charles de Foucauld, padre Paolo ha intrapreso la strada di un dialogo con l'Islam «mirato ad attraversare la diversità»: nel lontano monastero siriano di Deir Mar Musa i monaci e le monache, che hanno scelto la lingua araba per la vita sociale e liturgica, tengono regolarmente seminari di discussione intellettuale con «amici musulmani dalle idee moderate, i quali scelgono di loro iniziativa il confronto con noi». Il dialogo con il vicino Islam si costruisce sopra temi non facili quali la necessità di impegno per la riforma sociale, la democrazia, l'emancipazione femminile, il principio della libertà di coscienza («non ancora recepito dal mondo musulmano») e l'esistenza di diritti umani intangibili che «tutti, immediatamente, debbono accettare».
«Apparteniamo tutti a una civiltà arabo-islamo-cristiano-ebraica, che ha le medesime radici e che si è sviluppata intorno al Mediterraneo. Qualsiasi visione che intenda separare l'Oriente del Mediterraneo dall'Occidente è anacronistica, provinciale, ignorante e ingiusta» ha sostenuto il sacerdote.  <……>

Scendendo da mar Musa mi affianco a una giovane donna che avevo visto durante il pranzo sotto la “tenda di Abramo” e vengo coinvolta in un incontro irripetibile che da solo vale la fatica del viaggio. Fa parte di un gruppo di donne irakene, religiosamente misto (il millet, di cui ho scritto nella prima puntata, giustifica il significato della collocazione religiosa come criterio primario di distinzione) che hanno deciso di incontrarsi per costruire un percorso di pace nella società irakena. Nella tenda non hanno voluto parlare perché il loro gruppo è ancora in fase di formazione e la ricerca del percorso di pace è appena iniziata, ma negli incontri con singole persona sono aperte al dialogo. Mi dice della sua disperazione, della tragedia irakena che la indurrebbe al silenzio se non fosse per i figli: non vuole, per loro, rifiutarsi alla responsabilità della ricerca di un cambiamento. .conclude: “Avevamo un dittatore terribile; ora ne abbiamo molti, forse peggiori”.

_____________________________________________________


NOTE PUNTATA 4

 

 La comunità di p. Dall’Oglio fa riferimento alla Chiesa siriaco-cattolica, una chiesa  fondata nel XVII secolo. (chiesa greco-cattolica)).
Il capo della chiesa porta il titolo di
patriarca dei Siriani di Antiochia, con residenza a Beirut in Libano. 
Tutti i patriarchi in Siria (cinque) fanno riferimento ad Antiochia e precisamente:

1.       Patriarcato di Antiochia dei Siri Ortodossi con sede a Damasco (Siria).
Questa chiesa riconosce i primi due concili ecumenici e precisamente
Nicea I (325) Costantinopoli I (381).
.
Fa parte del Consiglio ecumenico delle chiese dal 1961 (assemblea di Nuova Dehli)
Incontro con il patriarca,Sua Santità  Ignatius Zakka I IVAS, 3 gennaio

2.       Patriarcato di Antiochia dei Greci Ortodossi con sede a Damasco (Siria)
Questa chiesa riconosce i primi quattro concili ecumenici e precisamente
Nicea I (325) Costantinopoli I (381), Efeso (431), Calcedonia (451) 
Fa parte del Consiglio Ecumenico delle chiese
Incontro con il patriarca, Sua beatitudine Ignazio IV  Hazim, 2 gennaio

3.       Patriarcato di Antiochia dei Greci Melkiti con sede a Damasco (Siria)
Incontro con il patriarca,
Sua Eminenza Joseph Absi , 2 gennaio.

4.       Patriarcato di Antiochia dei Maroniti con sede a Bkerke (Libano)

5.       Patriarcato di Antiochia dei Siri Cattolici con sede a Beirut (Libano)

Non ho la minima intenzione di addentrarmi in una storia della teologia cristiana dei primi secoli né di quelli successivi. Mi limiterò a qualche indizio. Poiché i primi concili si concludevano con la formulazione di un simbolo o credo, riporterò, a fronte, il credo apostolico e quello di Nicea (non ho trovato il testo italiano del credo di Calcedonia, di cui ho riportato il n. 28 nella seconda puntata
Se lo troverò aggiungerò.

 

 

Io credo in Dio,  padre onnipotente, creatore del cielo e della terra.
E in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro signore,
il quale fu concepito di Spirito santo,  nacque da Maria Vergine,
patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto;
discese agli inferi;  il terzo giorno risuscitò da morte, alì al cielo,
siede alla destra di Dio Padre onnipotente;
di là verrà a giudicare i vivi e i morti.

Cre nello Spirito Santo,
la santa Chiesa cattolica,
la comunione dei santi,
la remissione dei peccati,
la risurrezione della carne,
la vita eterna.

Credo niceno-costantinopolitano

Credo in un solo Dio, Padre onnipotente,creatore del cielo e della terra,

di tutte le cose visibili ed invisibili.

Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio,

nato dal Padre prima di tutti i secoli:Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero,

generato, non creato, della stessa sostanza del Padre;

per mezzo di lui tutte le cose sono state create.

Per noi uomini e per la nostra salvezza   <