Questo diario elettronico ha una storia... (continua)


giovedì, 31 maggio 2007

Ieri ho dato la notizia della rinuncia di Cindy Sheehan alla sua partecipazione al movimento per la pace USA.
Oggi, trovato il relativo testo, lo pubblico.
augusta

Da www.ildialogo.it

No Guerra   Lettera di dimissioni   di Cindy Sheehan (trad. M.G. Di Rienzo )

Ringraziamo Maria G. Di Rienzo[per contatti: sheela59@libero.it]per averci messo a disposizione questa sua traduzione della lettera di dimissioni di Cindy Sheehan del 29.5.2007, che abbandona il movimento per la pace americana. Sono riflessioni amare e riportano esperienze e situazioni simili a quelle italiane su cui invitiamo tutti a discutere.

 

Ho dovuto sopportare un bel po’ di scherno e di odio da quando Casey fu ucciso, e soprattutto da quando divenni il cosiddetto “volto” del movimento statunitense contro la guerra. In special modo da quando ho reciso ogni residuo legame che mi connetteva al partito democratico, sono stata ulteriormente insultata sui blog “liberali” come Democratic Underground. I rimarchi più miti vanno da “meretrice dell’attenzione” a “finalmente ci liberiamo di questa immondizia”.
Sono giunta a tali conclusioni dolorose il mattino del Memorial Day. Non è l’esplodere di riflessioni fatte sul momento, ma cose a cui penso da circa un anno. Le conclusioni a cui sono giunta mi spezzano il cuore.
La prima conclusione è che sono stata cara alla cosiddetta sinistra sino a che ho limitato la mia protesta a George Bush ed al partito repubblicano. Naturalmente, sono stata calunniata come marionetta del partito democratico. L’etichetta serviva a marginalizzare me ed il mio messaggio. Com’era possibile che una donna avesse idee proprie o lavorasse al di fuori del sistema bi-partitico?
Tuttavia, quando ho cominciato a valutare i democratici con gli stessi standard che usavo per i repubblicani, il sostegno alla mia causa ha iniziato ad erodersi, e la “sinistra” ha preso ad etichettarmi con le stesse calunnie della destra.
Credo che nessuno mi abbia prestato attenzione, mentre dicevo che la questione della pace e delle persone che muoiono senza motivo non è una faccenda di “destra/sinistra”, ma di “giusto/sbagliato”. Vengo considerata una radicale perché credo che le politiche di parte vadano accantonate quanto centinaia di migliaia di persone stanno morendo per una guerra basata sulle menzogne, e sostenuta sia dai democratici sia dai repubblicani. Mi sorprende che gente che sa essere affilata e sottile come un raggio laser quando si tratta di bugie, mistificazioni ed espedienti politici provenienti da un partito altrui, rifiuti di riconoscere le stesse magagne nel proprio.
La lealtà cieca ad una parte è pericolosa da qualsiasi lato si situi. Gli altri popoli del mondo guardano a noi americani come a delle barzellette, perché permettiamo ai nostri leader così tanta attitudine sanguinaria, e se non troviamo alternative a questo corrotto sistema a due, la nostra repubblica morirà e sarà rimpiazzata da ciò in cui stiamo rapidamente scivolando senza controllo e bilanciamento: la terra devastata del corporativismo fascista.
Io vengo demonizzata perché non guardo al partito o alla nazionalità, quando ho di fronte una persona: guardo al suo cuore. Se una persona appare, si veste, agisce e parla e vota come un repubblicano, per quale motivo dovrebbe avere sostegno, anche se si fa chiamare “democratico”?
Sono anche giunta alla conclusione che sto facendo quel che sto facendo perché sono una “meretrice dell’attenzione” anziché avere il reale bisogno di impegnarmi. Ho investito tutto quel che avevo nel tentativo di portare pace e giustizia ad un paese che non vuole saperne di entrambe le cose. Se c’è un individuo che vuole entrambe, normalmente non fa nulla di più di partecipare ad una marcia di protesta o di sedere davanti al suo computer a criticare gli altri. Ho speso ogni singolo centesimo del denaro che ho avuto da un paese “grato” quando mio figlio è stato ucciso, ed ogni centesimo che ho ricevuto per le conferenze o i libri. Ho sacrificato 29 anni di matrimonio, ed ho viaggiato per lunghi periodi stando lontana dal fratello e dalle sorelle di Casey, e la mia salute ne ha sofferto, e i conti dell’ospedale si vanno accumulando dalla scorsa estate, quando sono quasi morta.
Ho usato tutto ciò che avevo per tentare di far smettere a questo paese il massacro di innocenti esseri umani. Sono stata chiamata con gli epiteti più deprecabili che menti piccine potessero pensare, e sono stata minacciata di morte moltissime volte.
La più devastante delle conclusioni a cui sono giunta questa mattina eccola: Casey è davvero morto per niente. Il suo sangue prezioso è stato prosciugato in un paese lontano, lontano dalla famiglia che lo amava, e lui è stato ucciso dal suo stesso paese, che si aggrappa e si muove secondo una macchina di guerra che arriva persino a controllare quel che pensiamo.
Ho tentato di tutto, da quando è morto, per dare significato al suo sacrificio. Casey è morto per un paese che si preoccupa di più di sapere chi sarà il nuovo “Idolo Americano” che di quanta gente verrà uccisa nei prossimi mesi, mentre i democratici ed i repubblicani giocano alla politica con vite umane. E’ straziante per me sapere che ho vissuto in questo sistema per così tanti anni, e che Casey ha pagato il prezzo della mia lealtà. Ho mancato verso mio figlio, e questo è ciò che mi fa più male.
Ho anche tentato di lavorare all’interno di un movimento per la pace che spesso mette gli ego personali al di sopra della pace e della vita umana. Il tal gruppo non lavora con il tal altro, il tal tizio non verrà all’iniziativa se ci sarà la tal tizia, e si può sapere perché tutta l’attenzione se la prende Cindy Shehaan? E’ difficile lavorare per la pace se nello stesso momento in cui viene nominata ha alle spalle così tante divisioni.
I nostri coraggiosi giovani uomini e giovani donne in Iraq sono stati colà abbandonati indefinitamente dai loro leader vigliacchi, che li muovono come pedine su una scacchiera di distruzione, e il popolo iracheno è stato destinato alla morte ed a destini peggiori della morte da individui più preoccupati delle elezioni che di loro. Vedrete, in cinque o dieci o quindici anni, le nostre truppe torneranno zoppicando a casa portandosi dietro un’abbietta sconfitta, e i nostri nipoti vedranno i loro genitori morire senza ragione, solo perché i nonni hanno continuato a sostenere questo sistema corrotto. George Bush non verrà mai sottoposto all’impeachment, perché se i democratici scavano troppo profondamente potrebbero portare alla luce un po’ di scheletri dalle loro stesse tombe, ed il sistema si perpetuerà all’infinito.
Io sto per prendermi ciò che mi resta ed andare a casa. Vado a casa a fare la madre dei miei figli sopravvissuti, e a tentare di riguadagnare un po’ di quel che ho perduto. Tenterò di mantenere alcune relazioni positive e buone che ho intrapreso durante il viaggio a cui sono stata forzata dalla morte di Casey, e tenterò di riparare alcune di quelle che si sono spezzate da quando mi sono impegnata totalmente in questa crociata per tentare di cambiare un paradigma che, temo, è scolpito in un marmo immobile, inflessibile, rigido e bugiardo.
“Camp Casey” è servito al suo scopo. E’ in vendita. Qualcuno è interessato a cinque bellissimi acri di terra a Crawford, in Texas? Prenderò in considerazione ogni offerta ragionevole. Ho sentito dire che presto anche George Bush se ne andrà da là, il che rende la proprietà di maggior valore.
Questa è la mia lettera di dimissioni come “volto” del movimento statunitense contro la guerra. Non è il momento del rendiconto, perché non smetterò mai di cercare di aiutare le persone che, nel mondo, vengono ferite dall’impero americano, ma ho finito di lavorare all’interno o all’esterno di questo sistema.
Questo sistema resiste con forza all’aiuto che gli si vuole dare, e divora le persone che tentano di aiutarlo. Io ne esco prima che consumi me o qualche altra persona che amo, nonché il rimanente delle mie risorse. Addio, America. Non sei il paese che amo, ed ho finalmente capito che non ha importanza quanti sacrifici io faccia: nessuno di essi farà di te il paese che desidero, a meno che tu non lo voglia. Adesso tocca a te.

Mercoledì, 30 maggio 2007

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mercoledì, 30 maggio 2007

Da quasi due mesi trascuro la rubrica VITTIME, continuo a leggere settimanalmente i dati e il loro incremento continuo mi ossessiona.
Contemporaneamente leggo che Cindy Sheehan, la madre americana che era diventata l’icona del movimento per la pace negli USA, lascia. Torna a casa: suo figlio è morto per niente.    augusta


VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale 25/31 maggio 2007  n.694,  pag. 14
Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 23 maggio 2007
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.

Palestinesi        4.589        
Israeliani          1.049        
Altre vittime         77         
Totale               5.715        

Internazionale
25/31 maggio 2007  n.694, pag. 14
Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  del 23 maggio  2007

Iracheni              64.183   /  70.243
Soldati statunitensi               3.0431                           
Soldati di altre nazionalità     276         

Intermezzo siriano:

Vi proporrò (o almeno proporrò a me stessa) quanto prima mi sarà possibile la seconda parte dell’incontro con il ministro Bilal.
Intanto qualche dato sulla Siria, tratto dal Calendario Atlante De Agostini 2007, che propongo in parallelo con dati relativi all’Italia, presi dalla stessa fonte. Ho scoperto che a me questo tipo di confronto consente di dare “visibilità” ai numeri, di far sì insomma che non restino astratti, ma mi consentano di tradurli in qualche cosa di percepibile.

Credo che un minimo di conoscenza geografica renda più comprensibili molti riferimenti, soprattutto nel discorso del  dr. Bilal.

 

    

Siria

Italia

Confini.        N:Turchia;  E/SE: Iraq;
                     S: Giordania.  W: Israele

 

SUPERFICIE:         180.180 kmq

  301.338  kmq

POPOLAZIONE: 13.782.315  ab (cens 1994)
                              18.136.000     (stima 2005)
                     

56.995.744  (cens. 2001)
58.551.711  (stima  2005)

DENSITA’            98 ab./kmq

 

195 ab/kmq

CAPITALE    Damasco:  1.568.000  (2005)

Roma: 2.547.677  (2005)

 

 

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lunedì, 28 maggio 2007

SIRIA PUNTATA N. 7 (prima parte)

 

 

Premessa:  Inizio questa puntata più di un mese dopo la chiusura della precedente, non tanto perché avessi altro da fare (anzi questo ripensamento del viaggio di  gennaio per me è molto importante, mi aiuta a fissare ricordi che non voglio lasciar svanire e a non perderne il significato) ma per la preoccupazione legata alla comunicazione.
Vivere in una città provinciale a cultura tradizionale costringe, quando si vogliano confrontare conoscenze e notizie, a mettersi in contraddizione –pur se non intenzionalmente- col senso comune (che nasce dalla cattiva informazione diffusa) e con piccoli giochi di potere locale che il diverso (anzi Dio mi perdoni!) la diversa non riesce a rispettare in devoto e/o ammirato silenzio. E ciò non è perdonato.
Nelle tristi terre friulane lo spirito critico deve essere soffocato. Giusta o meno che sia,  la critica non è oggetto di dialogo, ma di condanna, a meno che non si appartenga a qualche gruppo dove il pensiero più o meno apparentemente critico si è fatto dogma e chi vi consente è appagato “ad uso interno”.

Sarebbe ancora la cosa meno grave se la reazione “reazionaria” (o localmente forte, il che è lo stesso) non svilisse l’attitudine a capire e pensare.
Comunque ci provo. Pensare (bene o male) a me non fa danno               
28 maggio


Informazione:  Sul numero 4 (aprile)  di Confronti si trova una relazione di David Gabrielli relativa ad alcuni aspetti del  viaggio in Siria e  un’intervista a Paolo Dall’Oglio a cura di Laura  Clemente. Sul n 10  del 2006 si può leggere una relazione (sempre firmata da David Gabrielli) sul viaggio di Confronti dell’agosto 2006.

 

3 gennaio    La sera del 3 gennaio ci incontriamo con  il Dr. Muhsen Bilal, Ministro  dell’informazione. Il ministro ci riceve nella sua sede ma l’ambiente quando arriviamo evoca un’atmosfere folcloristica.
All’ingresso della sala c’è il personaggio in costume che nei mercati - preceduto dal suono  dei campanelli attaccati al vestito che anche qui non mancano- serve una bibita calda, spillandola da una grande cuccuma che appende sulla schiena. Per trasferire il liquido nei bicchieri  deve fare un movimento preciso che consenta allo zampillo di cadere al posto giusto e non sul pavimento.
Non so come ma ci riescono sempre. Cerco di sfuggire perché non amo le bibite dolci e so che quella, dolcissima, mi provocherebbe nausea. Implacabilmente il colorito personaggio mi mette in mano un bicchiere pieno. Mi guardo in giro cercando un angolino dove occultare il bicchiere ma mi trovo sotto stretta sorveglianza di signori in grigio che volteggiano di qua e di là, sostituendo bicchieri vuoti con altri pieni e che osservano come falchi il livello del mio liquido. Per fortuna Roberto che siede vicino a me viene preso da pietà per il mio imbarazzo e scola il mio bicchiere.
Osservo stupita le sedie, disposte di fronte alla scrivania in maniera frontale e così mi rendo conto che siamo accolti per la prima volta con questa sistemazione “occidentale”.
Di norma veniamo ricevuti in grandi sale rettangolari, dove l’ospite siede lungo il lato corto opposto all’ingresso e noi ci distribuiamo su poltroncine lungo le pareti. Illuminazione improvvisa …. quella è la distribuzione dello spazio delle tende beduine, dove però ci si siede a terra, su cuscini (con il solito problema. Dove metto le gambe? Le allungo? Tiro su le ginocchia?  Ma un po’ alla volta si trova una sistemazione rispettosa della schiena.).

Giornalisti e operatori televisivi si affannano (questi italiani vagabondi devono far notizia).
Il giorno dopo sapremo che siamo stati esibiti alla TV a potremo anche vederci in prima pagina su un quotidiano. I bicchieri continuano a girare e dopo un po’ i signori in grigio servono anche tazze del loro meraviglioso caffè con il cardamomo.
Quella non me la lascio sfuggire e i grigiolini continuano a servirmene.
A un tratto il movimento si calma e arriva il ministro.

E’ un bell’uomo anziano, disinvolto, vestito all’occidentale.

Felice sorpresa: parla un ottimo italiano con un riconoscibile accento spagnolo (è stato ambasciatore in Spagna.). L’atteggiamento è cordiale e disinvolto, dialoga
Riferirò domani quel che ha detto: oggi sono turbata dalle elezioni siriane di tipo plebiscitario,

Naturalmente il presidente ereditario  il cui volto ci ha dominato nelle sale dei patriarchi ha vinto.

Si dirà che è popolare. Certamente nelle varie meccaniche elettorali il sistema plebiscitario (che non può esser detto democratico, bensì populista e demagogico) è quanto di peggio si possa immaginare  ma anche noi ne sappiamo qualche cosa.
Un’italiana ha poco da criticare. Plebiscitario fu il voto che fece di Vittorio Emanuele II il re d’Italia e i Savoia ce li siamo tenuti finché sono eroicamente scappati all’arrivo dei Tedeschi a Roma dopo l’8 settembre 1943.

Oggi un giovane Savoia, ultimo della dinastia che il suo papà ha contribuito a disonorare se mai ce ne fosse stato bisogno, gira per l’Italia e quando è venuto a Udine il presidente della provincia e docente universitario (ohinoi Udine!) l’ha invitato a pranzo e chiamato col titolo di Altezza Reale. Puah!

 

 

Ringrazio Salvatore Campo (uno dei viaggiatori) che poco dopo il nostro ritorno mi ha inviato una notizia  (datata 15 gennaio) che riporto tradotta:
Muhsen Bilal, ministro dell’informazione, mercoledì 3 gennaio ha dichiarato che la Siria cerca di realizzare una pace giusta e di vasta portata secondo le pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite e secondo la formula “terra in cambio di pace”, una pace che  garantisca  la restituzione delle terre del Golan  e delle altre terre arabe occupate.

Il ministro Bilal, incontrando una delegazione di giornalisti e intellettuali italiani condotta dal sig. Luigi Sandri, ha aggiunto che le popolazioni del Medio Oriente, che hanno offerto all’umanità le tre grandi religioni monoteistiche,, hanno il diritto di vivere in pace e sicurezza.
Ha discusso con la delegazione a proposito degli ultimi sviluppi nella regione e delle posizioni della Siria nei loro confronti e anche della necessità del dialogo per ridurre la distanza fra i paesi del Mediterraneo.
Da parte sua il sig. Sandri ha richiamato la necessità del raggiungimento della pace nella regione sottolineando che la giustizia ne è la chiave.
(da: International Copyright© 2006, SANA  web by B.O.C )

 

Precedenti puntate: 3 e 19 febbraio, 4 -14 e 23 marzo,, 18 aprile

Reperibili tutte insieme alla categoria viaggio confronto07

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categoria:diari di augusta, viaggioconfronti07
venerdì, 18 maggio 2007

Cari amici.
credo che i testi che pubblico di sotto parlino proprio da sé (e ringrazio l’amico giornalista che mi ha inviato il primo).
Aggiungo solo una considerazione: attenzione ai messaggio dove  l’antirazzismo viene dato come sentimento (che può coprire l’assenza di ragionevolezza: non è un caso che il papa ce l’abbia con l’illuminismo e  la sua voce, anche nella critica storica, diventi  fonte di opinioni diffuse); è uno dei sistemi per travisare il significato di messaggi in cui il razzismo si traveste da ovvietà  (non ne parlo per la prima volta. Se volete un esempio leggete i miei diari del 7 e 16 febbraio 2006, dove ho tentato l’analisi di un singolo episodio).
Ciò che più mi preoccupa è che tali messaggi abbiano spesso fonti del tutto inconsapevoli, in buona fede e normalmente ragionevoli e  responsabili.     
augusta          


Razzismo, la ricerca perenne del capro espiatorio

Dopo aver pubblicato in prima pagina una lettera intitolata "Aiuto, sono di sinistra ma sto diventando razzista" e la risposta acquiescente di Corrado Augias, il quotidiano "La Repubblica" ha avviato il 7 maggio un forum on line, inaugurato da una domanda faziosa e fuorviante: "E´ razzismo chiedere di rispettare le leggi?". Si tratta, in realtà, dell´avvio di una campagna che sovrappone artificiosamente temi e questioni indipendenti fra loro e il cui fine sembra essere il sostegno
alla cultura sicuritaria del nascente partito democratico. Come cittadini e cittadine di sinistra, respingiamo l´assioma, sostenuto dal Ministro Amato in un´intervista pubblicata lo stesso giorno dal medesimo quotidiano, secondo il quale per accrescere il consenso dell´opinione pubblica la sinistra italiana avrebbe di fronte a sé una sola strada: far proprio l´approccio sicuritario e poliziesco proposto dalle destre in Italia ed esemplificato dalla vittoria in Francia di Sarkozy, il quale avrebbe vinto perché "ha affermato l´esigenza di una grande difesa dalla criminalità e dalle invasioni straniere".

E´ un´operazione politica e culturale che conosciamo bene. Da tempo le destre, per calcolo o vocazione, cavalcano in modo demagogico il tema della sicurezza sovrapponendolo a quello delle politiche migratorie.
Spesso la sinistra ha cercato d´imitarle o se ne è fatta ricattare, mostrando così la propria subalternità culturale. Il tema della sicurezza sociale sembra scomparso dall´agenda politica in favore di altre priorità: non riduzione delle disuguaglianze sociali, non politiche sociali, di redistribuzione del reddito, di risoluzione del disagio abitativo, di riqualificazione delle periferie urbane, di miglioramento della legislazione sul lavoro, ma l´irrigidimento delle politiche migratorie, l´aumento delle forze di pubblica sicurezza, l´incremento del ricorso alla repressione. In questo contesto, la figura dello straniero è scelta deliberatamente come capro espiatorio su cui
proiettare le contraddizioni sociali. I mass media assecondano l´operazione: i titoli allarmistici su episodi di cronaca nera che hanno come protagonisti cittadini stranieri fanno vendere molto di più di quelli che segnalano i casi -nella realtà ben più numerosi- in cui gli stranieri sono vittime. Noi non ci stiamo: la presenza di cittadini stranieri nel nostro paese non è la causa del peggioramento delle nostre condizioni di vita; la sicurezza delle nostre città dipende molto più dalle condizioni sociali ed economiche dei cittadini e dalle politiche promosse per migliorarle che dal numero di operatori di pubblica sicurezza sul territorio.

Sollecitiamo i membri del Governo, i rappresentanti delle istituzioni, gli intellettuali a prendere le distanze da campagne di tal fatta, venate da demagogia e intolleranza. Invitiamo i cittadini e le cittadine democratiche a discutere e a contrastare in ogni occasione la logica del capro espiatorio, nemica della pacifica convivenza fra cittadini di diversa origine. Chiediamo ai media democratici di non prestare il fianco a campagne di stampo xenofobo e razzista e di avviare su questi temi una riflessione d´ampio respiro culturale.

- Annamaria Rivera, antropologa, Università di Bari
- Maria I. Macisti, sociologa, Università degli studi di Roma "La Sapienza"
- Goffredo Fofi, Rivista Lo straniero Roma
- Enrico Pugliese, Direttore Istituto per le ricerche sulla popolazione e le politiche   sociali   (IRPPS-CNR)
- Marcello Maneri, Università Milano Bicocca
- Fabio Quassoli, Università Milano Bicocca
- Walter Peruzzi, direttore "Guerre&pace"
- Gigi Perrone, Università di Lecce
- Sandro Mezzadra, Università di Bologna, Dipartimento di Politica, Istituzioni, Storia
- Gigi Sullo, Carta
- Paolo Nori, scrittore
- Luca Queirolo Palmas, Docente di sociologia delle migrazioni,  Università di Genova
- Franco Ferrarotti, Adriano Prosperi, Scuola Normale Superiore di Pisa
- Ivan Della Mea, giornalista, scrittore e cantautore
- Grazia Naletto, Lunaria
- Virginia Valente, Progetto diritti
- Alessia Montuori, Senzaconfine
- Daniela Consoli, Avvocato A.S.G.I.
- Mercedes Frias, Parlamentare R.C.
- Luciana Menna, Roma
- Giuseppe Faso, Centro Interculturale Empolese Valdelsa
- Filippo Miraglia, Arci
- Udo Enweurezor, Firenze
- Moreno Biagioni, Anci Toscana

- A.S.G.I., Associazione per gli studi giuridici sull´immigrazione
- Gianfranco Schiavone, Ics
- Fabio Laurenzi, COSPE
- Luciano Scagliotti, Enar
- Carlo Cartocci, Responsabile Dipartimento Italiani nel mondo Prc
- Andres Barreto, Ass. Riva Sinistra
- Stefano Galieni, Coordinatore Dipartimento Immigrazione PRC
- Fabio Marcelli, Alessandro Messina, Roma, Associazione Giuristi Democratici
- Elena Spinelli, assistente sociale,
- Carlo Postiglione Sindacalista CGIL
- Giulio Marcon, Lunaria,
- Marco Capecchi Direttore Generale Comune Lastra a Signa


Per adesioni: antirazzismo@lunaria.org   Grazia Naletto 3492330284



 

Teniamoci cari i nostri blog finché ci è possibile!

 

Da Repubblica on line (15 maggio 2007)

Usa, un premio letterario a soldato Usa  In un libro-blog ha raccontato la guerra in Iraq

NEW YORK - Non ha vinto, ha trionfato. My War: Killing Time in Iraq (La mia guerra: come ammazzare il tempo in Iraq) giudicato il miglior libro basato su un blog si è aggiudicato un premio letterario di 10.000 dollari e sta portando al suo autore, Colby Buzzell, una fama planetaria.
Il Lulu Blooker Prize è il primo premio letterario destinato ad autori di "blooks", libri nati da un blog o da un sito web. Per l'edizione 2007 erano stati selezionati 110 partecipanti, di 15 diversi paesi del globo e la giuria, costituita da giornalisti, filosofi ed esperti della rete, ha incoronato blook dell'anno il diario di guerra di Colby, originario di San Francisco e, a 30 anni, già veterano dell'Iraq.
E' proprio da Mosul, nel nord del paese, dove era di stanza tra il 2003 e il 2004, che Colby ha iniziato a scrivere un blog: "Un modo come un altro per ammazzare il tempo - dice - per tenere un diario, per essere collegato con cose stupide e divertenti". Messaggi spediti da una tenda-internet, piantata in un campo del triangolo sunnita, dove Colby tornava dopo gli scontri: "Arrivavo che le orecchie mi ronzavano ancora per i combattimenti a fuoco, mi sedevo e ne scrivevo. Sono tornato da due anni. Se qualcuno mi dicesse di scrivere un libro sull'Iraq adesso, non saprei da dove cominciare."
Ne è nato un reportage di guerra fondato sulla rappresentazione immediata di esperienze, sensazioni e sentimenti. Ma anche informazioni su missioni e spostamenti, sul clima che si respira fra i soldati e sui sistemi dell'esercito: materiale che ha dato molto fastidio ai vertici militari che nel giro di sei settimane - il tempo che ci era voluto perchè il sito del soldato-scrittore diventasse uno dei più cliccati della rete - avevano ordinato a Colby di chiudere il blog.
Ma Colby ha continuato, dalla sua tenda, a scrivere l'abbrutimento della guerra: "A un certo punto ho visto un uomo, vestito di bianco, che non aveva armi, che correva e cercava di mettersi in salvo. Era proprio di fronte al nostro mezzo, allora ho puntato dritto contro di lui. Ho fallito per tre volte mentre altri gli sparavano addosso. Ma l'abbiamo perso e il bastardo ce l'ha fatta a scappare".
Episodi che raccontano il lato oscuro dell'essere umano e che hanno catturato l'attenzione di lettori di tutto il mondo. Tra questi lo scomparso Kurt Vonnegut, l'autore di Mattatoio n. 5, che inviò a Colby una cartolina. Diceva: "Da uno scrittore veterano a un altro".
I vertici militari, intanto, fanno sapere che 13 tra i più frequentati siti-web che ospitano blogs (tra cui YouTube e Myspace) sono stati oscurati ai militari americani presenti sul territorio iracheno e che le comunicazioni via-blog saranno soggette a controlli di sicurezza.
Colby ha lasciato la periferia di San Francisco, vive a Los Angeles dove collabora con qualche rivista ed è tornato alla sua passione, lo skateboard. Ascolta hard rock, quegli stessi brani dei Cure e degli Smith che, registrati nel suo Ipod, hanno fatto da colonna sonora alla sua guerra.


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sabato, 12 maggio 2007

Purtroppo mi ero dimenticata di Mafalda, ma eccola in maggio nel suo calendario 2007
                                         “CHE STRESS!”

Mafalda e la sua amica Susanna passano davanti a un mendicante.
Mafalda: Mi fa una pena enorme vedere i poveri” 
Susanna: “Anche a me"

Mafalda:  “Bisognerebbe dare pane, alloggio, protezione e benessere ai poveri!”
Susanna: “Perché tante cose? Basterebbe nasconderli!”


Giovedì scorso ascoltavo pigramente la rassegna stampa del mattino quando ho sentito una citazione da un’intervista di Andreotti che mi sembrava così folle e incredibile da indurmi a vestirmi in velocità e scendere a comperare il Corriere della sera (10 maggio pag.6). Era vero.
Copio quella che a me è sembrata la maggior sciocchezza in un’intervista che non ce ne risparmia nemmeno da parte dell’intervistatrice, concentrata in maniera così esclusiva  sul fatto che il papa ha condannato recentemente l’aborto, sulla connessa scomunica dei vescovi brasiliani da ignorare ogni contestualizzazione e persino il titolo della legge che a tanto l’avrebbe obbligata. Lo ripeto io perché sono stanca della sciatteria dei nostri media, sostenitori e promotori di pregiudizi: “
Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza. Legge 194/78”.
Comunque la legge fu firmata dal senatore Andreotti quale presidente del consiglio.
Rispondendo alle domande della giornalista il senatore ci ricorda che erano i giorni terribili del rapimento dell’on. Moro e aggiunge: “…fummo anche costretti ad affrontare il dibattito sulla legge che avrebbe poi introdotto in Italia la pratica dell’aborto”. La giornalista smemorata (non credo invece smemorato lo scafatissimo Andreotti) non coglie la bestialità e prosegue imperterrita.
Io sono disgustata da entrambi.
Introdusse la pratica.!!?? Ma l’aborto si praticava in patria e fuori, da medici compiacenti, in cliniche svizzere e da mammane! La legge 194 introduceva misure contro l’aborto clandestino e avrebbe dovuto assicurare l’accessibilità alle pratiche contraccettive e l’informazione in merito.
L’interruzione volontaria di gravidanza doveva essere l’estrema ratio e se così non è stato lo si deve ai poveri  finanziamenti e alla scarsa determinazione nel promuoverne la conoscenza, quindi a precise scelte politiche e culturali.
Di ciò il papa non si è interessato e quindi in quella penosa intervista non se ne parla, nemmeno per ricordare l’Africa dove il rifiuto della contraccezione e la conseguente negazione del preservativo, anche da parte di sua santità, è uno degli elementi che portano alla diffusione dell’AIDS e alla morte, dato che il costo dei farmaci deve essere rispettoso non della salute ma delle sacre leggi di mercato.
Mentre ragionavo sul rifiuto della realtà che sembra accomunare i signori che ho citato poco fa, ho avuto l’illuminazione: “sono come Susanna”.
Devo quindi ammettere che se Mafalda vi è simpatica questo mese potete ringraziare il senatore a vita per non averne perso le battute.
augusta

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categoria:donne, rassegnastampa, diari di augusta
giovedì, 03 maggio 2007

Trascrivo un mio articolo pubblicato sul n.159 (aprile 2007) del mensile Ho un sogno (a cura di Proiezione Peters – Udine- assPP@iol.it), strumento di informazione sulle risorse e sulle attività presenti in Friuli nel campo della pace e della cooperazione internazionale.          augusta

 

Giuliana, Marisa, Gabriella Cardosi. La giustizia negata
Una testimonianza vissuta tra guerra e dopoguerra 1938-1953
Edizioni Arterigere/Essezeta – Collana “La memoria” Varese 2005   Euro 12

Sul confine. La questione dei ‘matrimoni misti’ durante la persecuzione antiebraica
in Italia e in Europa . 1935-1945 Silvio Zamorani editore. Torino 1998

 

Ci siamo già occupati di questi testi i cui contenuti offrono stimoli di conoscenza, e di comprensione che superano il pudore, probabile ragione del linguaggio scarno, ma non per questo meno comunicativo, che le autrici  hanno scelto.
Ricordiamo “La giustizia negata” in un mese in cui eventi passati e presenti ne fanno strumento di lettura che al libro si lega e insieme può trascenderlo.
L’11 aprile di vent’anni fa si uccideva Primo Levi, si dice schiacciato dalla sensazione di non riuscire a comunicare l’orrore di cui era stato e voleva continuare ad essere, testimone, l’orrore le cui dimensioni travalicano il senso comune. Credo che neppure la cura e l’intelligente, ma esclusiva, attenzione che lo stato di Israele ha posto nell’edificazione dello Yad Vashem (il museo della Shoà) possano esprimere la sofferenza di chi  dai lager è uscito.
Si è scritto “esclusivo” a proposito dello Yad Vashem perché nulla vi è detto, o almeno nulla che si imponga alla vista anche durante visite accurate, degli zingari, degli omosessuali, dei politici che nei lager si distinguevano dagli ebrei solo per il colore di un triangolino di stoffa. E c’è chi quell’orrore ha vissuto e proprio per questo si fa testimone di un’altra devastazione.
 C’è un luogo - a mio parere- che in quel museo rappresenta fino in fondo la sofferenza dei perseguitati e dei deportati e che, nel rappresentarla, la rende indicibile: ed è il museo dei bambini.
Ho visto tante persone emergere dal percorso oscuro, dove avevano ascoltato una voce elencare nomi, età e il lager della morte di ognuno di loro, e avevano visto tremolare in un cielo nero miriadi di piccole stelle che non danno luce e non possono darla: rappresentano bimbi massacrati, il cui futuro venne spento perché avevano commesso il peccato di esistere.
Tutti avevano il volto pallido e stravolto, molti piangevano, pochi parlavano, e cosa potevano dire?
Non occorrere ricorrere al nazismo per misurare la colpa assoluta di chi ha costruito le vie della distruzione. Diceva l’articolo 1 del decreto legge 1938-XVII, n.1728 Provvedimenti per la difesa della razza italiana che “Il matrimonio del cittadino italiano di razza ariana con persona appartenente ad altra razza è proibito. Il matrimonio celebrato in contrasto con tale divieto è nullo”.
E a quel provvedimento si agganciava il “Manifesto programmatico” del Partito fascista repubblicano”, approvato nel corso del Congresso Costituente di Verona (17 novembre 1943), che al punto 7 dichiarava “Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri . Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica”.
E la “nemica Clara Pirani Cardosi” (cui solo all’inizio di quest’anno la città dove visse e fu arrestata ha dedicato una targa commemorativa) non poteva rimediare alla sua condizione di figlia di genitori ebrei, anche se cattolica e moglie di un “ariano” con rito celebrato prima dell’avvento delle leggi razziali, che ne determinarono, come iniziale misura punitiva, il licenziamento dall’insegnamento.
I due volumi pubblicati delle sorelle Cardosi, sono il frutto non solo di una storia, ma di una rigorosa ricerca sui matrimoni misti in epoca fascista
 
 e di una successiva sul percorso giudiziario in cui speravano –attraverso l’identificazione certa dei responsabili e la sanzione conseguente – di avere giustizia, una giustizia che fu totalmente negata.
Nel loro scrupolo di ricercatrici si erano rivolte, ancora giovanissime, all’archivio di stato per sentirsi rispondere “Potrete tornare fra 50 anni” e quando si ripresentarono, fedeli all’appuntamento lontano, fu loro detto a proposito dei documenti per loro significativi “Devono passare 70 anni” (Sul Confine pag. XXV).
Le autrici, con singolare umiltà così spiegano l’esito dell’impegno di una vita “Noi siamo sempre rimaste al di sotto dei giochi della politica e degli imprevisti della storia. In quella zona inferiore, destinata a soccombere. Siamo rimaste, ostinatamente sole, in quell’aula di giustizia ad attendere l’esito di una lotta ineguale.”
La testimonianza del loro dolore (ignorato perché persone “destinate a soccombere”) può diventare invece – se vi si attribuisce l’attenzione dovuta senza staccare lo sguardo dagli avvenimenti che nell’esperienza dell’oggi ci sconvolgono- una linea di interpretazione che si estende nel tempo.
Se un tempo la burocrazia bastò a cancellare il senso delle loro richieste di giustizia e conoscenza non tanto è avvenuto per l’americana Cindy Sheehan che ha perso il figlio, proprio in questo mese d’aprile, tre anni fa. I media, e l’attenzione altrui, ne hanno fatto una mobile icona.
” Oggi sono tre anni. Tre anni fa io ero una “normale” madre americana con quattro figli, un matrimonio che durava da 27 anni ed un lavoro noioso dalle 8 alle 5. Il 3 aprile 2004 sono andata ad un supermercato vicino casa ed ho comprato un abito per il lavoro e due CD: Evanescence e White Stripes. Ero terribilmente preoccupata per Casey, ma non sapevo che il mio mondo stava per essere messo sottosopra”
Ma anche lei è stata rifiutata. Colui, che non trovando neppure i pretesti di cui la storia ci dà ampia documentazione per iniziare una guerra di cui non si intravede la fine già dichiarata, ne ha inventato le cause, non ha osato guardarla in faccia, pur continuando a presiedere gli Stati Uniti e a pretendere il governo del mondo. “Durante il passaggio davanti alla sede presidenziale, un gruppo di un centinaio di persone, tra le quali anche la Sheehan, si sono dirette verso l’ingresso nord-ovest della Casa Bianca, quello più vicino alle postazioni dei grandi network televisivi americani. Qui, la donna ha detto di parlare "a nome di altri genitori che hanno perso figli in Iraq", e ha chiesto di poter incontrare Bush (26 settembre 2005)” Bush le rispose con l’arresto.
Questa non è solitudine obbligata dall’abbandono (quella che le sorelle Cardosi conobbero) ma paura: cosa poteva temere il presidente degli USA da una mamma privata del figlio?
Eppure nel loro percorso le sorelle Cardosi hanno conosciuto un uomo che aveva saputo rompere il cerchio terribile della solitudine.
”Dal 13 maggio all’8 giugno 1944, periodo in cui la mamma era detenuta in quel luogo (n.d.r. il carcere di San Vittore a Milano) prima di essere trasportata al “campo di Polizia e di Transito” di Fossoli presso Carpi e quindi deportata ad
Auschwitz  da cui non fece più ritorno, ogni settimana io incontravo Andrea Schivo a Milano, nella sua abitazione di via Savona, per consegnargli dei pacchi con cibo ed indumenti per la mamma e per ricevere e inviarle nostre notizie. Ancora mi rivedo (n.d.r.: scrive Giuliana Cardosi la maggiore delle tre sorelle), proprio in quei giorni compivo 18 anni; salivo verso sera, prima del coprifuoco, sul vecchio tram della circonvallazione 29-30 e scendevo alla fermata di Porta Ticinese; poi, oltrepassati i Navigli, percorrevo in fretta il breve cammino che mi separava dal caseggiato popolare ove abitava il secondino. Lo incontravo per pochi minuti…nel piccolo pianerottolo sulle scale, solo il tempo di consegnare i fagotti che portavo, mentre da lui ricevevo i biglietti che la mamma ci scriveva, ripiegati più volte per poter essere passati di mano in mano  senza essere scoperti. ….Con l’aiuto di quella guardia carceraria si apriva per noi uno spiraglio tra le mura invalicabili del carcere. … “ E un giorno la mamma scrisse: “ Vi prego di non abusare della cortesia del latore del presente. Egli è soggetto a continui rischi”.
Aveva ragione. Solo dopo la guerra 19 suoi colleghi poterono dar testimonianza della vicenda tragica di Schivo.
” 15 giugno 1945  Gli agenti di custodia delle  carceri giudiziarie di Milano testimoniamo quanto segue: verso la fine di giugno dell’anno 1944, l’agente Schivo Andrea fu tratto in arresto dalla SS tedesca per motivo che venne scoperto di aver agevolato degli ebrei politici con i loro bambini che si  trovavano rinchiusi in queste carceri, soccorrendoli con delle uova, marmellate, frutta, di tutto quanto poteva essere possibile e utile.
Cosicché l’agente Schivo, dopo una breve permanenza in queste carceri non più come guardia ma come detenuto, venne deportato in Germania dove ora abbiamo appreso per mezzo di un compagno dello stesso campo che l’agente Andrea Schivo è morto in seguito a maltrattamenti percosse e sevizie da parte della SS tedesca di sorveglianza, lasciando la famiglia addolorata e piena di miseria
.
*
Di recente una mera casualità ha messo le sorelle Cardosi nuovamente in contatto con il nome di  Schivo (cui avevano dedicato “la giustizia negata”) e sono venute sapere che avrebbe meritato il riconoscimento di “Giusto fra le Nazioni”
I “Giusti fra le Nazioni” sono “i non ebrei che durante l’olocausto salvarono uno o più ebrei dalla deportazione e dalla morte rischiando la propria vita senza trarne vantaggio personale”.
Ad ogni ‘Giusto tra le Nazioni´ è dedicata la piantumazione di un albero alla cui base si trova una lapide su cui ne viene inciso il nome, - poiché nella tradizione ebraica mettere a dimora un albero per una persona cara ne indica il desiderio di ricordo eterno - ed è conferita la cittadinanza onoraria dello Stato di Israele. La cerimonia dell´onorificenza si svolge, solitamente, nel museo Yad Vashem, alla presenza delle massime cariche istituzionali israeliane, ma si può tenere anche nel paese di residenza del ‘Giusto´.

Quindi il 27 marzo, nella casa circondariale di San Vittore, la medaglia in memoria di Andrea Schivo è stata consegnata ai pronipoti Giacomo Schivo e Elisa Isolica e alla nipote della moglie di Schivo, Carla Sala.
Particolare significato ha avuto la testimonianza delle sorelle Cardosi e la cura amorosa nella conservazione dei bigliettini trasportati dall‘agente carcerario e ormai  “dopo tanto tempo quasi illeggibili”.
Forse è inutile chiedersi  perché l’Italia non ha saputo celebrare autonomamente la memoria di Schivo: ma le sorelle Cardesi, che mai hanno  avuto giustizia, l’hanno potuta rendere a un Giusto che anche per loro aveva rotto per un momento le mura invalicabili del carcere.

*
(Documento pubblicato dal Centro di Documentazione ebraica di Milano e citato dal Corriere della sera il 28 marzo 2007).

 

ANONIMI

 

La scorsa notte qualcuno ha pensato di prendersi cura del mio blog, scrivendo due commenti  a una mia pagina del 26 giugno dello scorso anno il cui solidarizzavo con la neoeletta senatrice Menapace a proposito di una sua dichiarazione sulle Frecce Tricolori                          
Eccone i testi, uno espositivo e uno di consenso al precedente

03 Maggio 2007 - 00:57

 

Cara Signora,la Sua espressione mi fa tenerezza,rispetto la Sua appassionata attivita' in internet ma da italiano Le devo precisare che per le magagne giornaliere che denigrano il nostro Paese l'attacco della "nostra" "cara" senatrice (esse minuscola) Menapace ai ragazzi dell'Aeronautica,e' semplicemente DISGUSTOSO!!!! Ella e la schiera di sostenitori farebbero BENE a fare tali dichiarazioni offensive nonche' deleterie,RINUNCIANDO quantomeno al loro compenso da Parlamentari,facendo VERAMENTE RISPARMIARE una NOTEVOLISSIMA quantita' di denaro pubblico!!! e cosi facendo ne uscirebbero sicuramente dignitosi.

 

#3   03 Maggio 2007 - 01:02

 

la finestra del sito non me lo ha permesso,ma volevo firmare la dichiarazione sopra: da PONYANGELS.

 

Sarei molto curiosa di capire perché i miei interlocutori, cui posso rivolgermi solo genericamente perché sono senza nome, si siano presi cura di registrare i loro messaggi a seguito di un testo dell’estate scorsa.
Per esprimere il loro legittimo dissenso non occorreva fare questa capriola: potevano tranquillamente farlo in data odierna.
augusta

In riferimento al commento in calce

egregio anonimo

mi sono rivolta a lei per segnalarle che un commento su un testo vecchio difficilmente viene letto, mentre su un testo contemporaneo si impone alla curiosità dei lettori.   augusra

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categoria:rassegnastampa, diari di augusta
mercoledì, 02 maggio 2007


I curatori di Bocche scucite mi hanno inviato il n.32 – 1 maggio 2007 un interessante notiziario. Ne riporto, dopo aver vinto molte mie perplessità , questa pagina di Amira Hass, corrispondente del quotidiano israeliano Haaretz..
Poiché le cause dell’Olocausto si trovano in Europa e anche in Italia (e secondo me, soprattutto in Italia per quanto ne so, vengono vergognosamente ignorate, se non occultate, il che ci impedisce di analizzarle, aiutandoci così a sorvolare sulle radici nostre di nuovi razzismi) è un argomento che mi crea sempre difficoltà.
E le difficoltà aumentano quando la connessione fra Shoà (preferisco questo termine ad Olocausto), razzismo antisemita e storia europea viene trasformata in Shoà, Palestinesi, senso di precarietà dei cittadini di Israele che si sentono minacciati dagli autoctoni.
Forse non avrei trasferito questo articolo se non avessi sentito riproporre una serie di considerazioni  basate sull’equivoco appena accennato in una recente pubblica riunione nella mia città.  Spero che nessuno mi accusi di negazionismo: ma tale è la malafede che devo constatare da varie parti che ormai dubito di tutto….
Chi fosse infastidito da Amira Hass rilegga per favore l’articolo di Haaretz con l’intervista al Presidente dello Yad Vashem che ho tradotto e pubblicato in questo blog il 24 gennaio 2007.
augusta

 

L'Olocausto come risorsa politica  di Amira Hass

Il cinismo inerente all'atteggiamento delle istituzioni dello stato ebraico verso i sopravvissuti all'Olocausto non costituisce una rivelazione, per coloro che sono nati e vivono fra loro.  Siamo cresciuti sbadigliando di fronte al gap fra la presentazione dello stato di Israele come il luogo della rinascita del popolo ebraico ed il vuoto esistente per ogni sopravvissuto all'Olocausto, e per la sua famiglia. La 'riabilitazione' personale dipendeva dalle circostanze di ciascuno: i più forti verso gli altri, che non trovavano sostegno dalle istituzioni statali. Negli anni '50 e '60 abbiamo visto il disprezzo verso i nostri genitori 'per essere andati come pecore al macello' e la vergogna dei nuovi ebrei, i sabra, per i loro parenti sfortunati della diaspora.
Si può sostenere che nei primi due decenni gran parte di questo atteggiamento potesse essere attribuito alla mancanza di informazione ed all'incapacità, estremamente umana, di comprendere il pieno significato del genocidio industriale perpetrato dalla Germania. Ma la consapevolezza degli aspetti materiali dell'Olocausto è iniziata molto presto; le istituzioni ebraiche e sioniste hanno iniziato, nei primi anni '40, a discutere la possibilità di richiedere riparazioni. Nel '52 è stato firmato con la Germania l'accordo per le riparazioni, in base al quale questa acconsentiva a pagare centinaia di milioni di dollari ad Israele, onde coprire i costi per assorbire i sopravvissuti e pagare perché fossero riabilitati. L'accordo obbligava la Germania pure a compensare i sopravvissuti individualmente, ma la legge tedesca differenziava fra coloro che appartenevano alla 'cerchia culturale tedesca' e gli altri. Coloro che erano in grado di provare un rapporto con la cerchia superiore hanno ricevuto somme più alte, anche se erano emigrati dalla Germania in tempo. I sopravvissuti ai campi di concentramento, esterni alla 'cerchia', hanno ricevuto la ridicola somma di 5 marchi al giorno. I rappresentanti israeliani hanno mandato giù la distorsione.
Questo fa parte delle radici del cinismo finanziario esposto oggi ai media, a causa di motivi motivi: l'età avanzata ed il declino della salute dei sopravvissuti, il voluto indebolimento del welfare, la presenza di sopravvissuti dell'ex Unione Sovietica che non sono inclusi nell'accordo sulle riparazioni, l'attivismo mediatico di organizzazioni assistenziali non governative, il gradito arruolamento di giornalisti che si occupano di questioni sociali.
Questi sono turbati dal divario fra l'appropriazione ufficiale dell'Olocausto, percepita in Israele come  comprensibile e giustificata, e l'abbandono dei sopravvissuti. Trasformare l'Olocausto in una risorsa politica serve ad Israele in primo luogo nella lotta contro i palestinesi. Quando su un piatto della bilancia c'è l'Olocausto, insieme alla coscienza (giustamente) colpevole dell'Occidente, l'espulsione dei palestinesi dalla loro terra, nel '48, è minimizzata ed offuscata. L'espressione 'sicurezza per gli ebrei' è stata consacrata come sinonimo esclusivo di 'lezione dell'Olocausto'. È ciò che permette ad Israele di discriminare in modo sistematico contro i cittadini arabi. Da 40 anni, è la 'sicurezza' a giustificare il controllo della Cisgiordania e di Gaza, nonché di coloro che sono stati privati del diritto di vivere insieme agli abitanti ebrei, cittadini israeliani carichi di privilegi.
La sicurezza serve a creare un regime di separazione e discriminazione su base etnica, di stile israeliano, sotto gli auspici di 'colloqui di pace' che vanno avanti in eterno. Trasformare l'Olocausto in una risorsa permette ad Israele di presentare tutti i metodi palestinesi di lotta - persino quelli disarmati - come un altro anello nella catena antisemita che culmina ad Auschwitz. Israele ottiene per sé la licenza di presentare un numero sempre maggiore di tipi di barriere, muri e torri di guardia militari intorno alle enclave palestinesi.
Separare il genocidio del popolo ebraico dal contesto storico del nazismo e dal suo scopo di uccidere e soggiogare, e dalla serie di genocidi perpetrati dall'uomo bianco fuori d'Europa, ha creato una gerarchia fra le vittime, in cima alle quali stiamo noi. I ricercatori sull'Olocausto e l'antisemitismo cercano balbettando le parole, quando a Hebron lo stato porta avanti la pulizia etnica tramite i propri emissari, i coloni, e ignorano le enclave ed il regime di separazione che sta instaurando. Si denuncia come antisemita, se non come negatore dell'Olocausto, chiunque critica le politiche israeliane verso i palestinesi. Assurdamente, il delegittimare ogni critica ad Israele rende solo più difficile respingere le futili equazioni fra la macchina omicida nazista ed il regime israeliano, che discrimina ed occupa. A ragione, la denuncia dell'abbandono istituzionale dei sopravvissuti è trasversale. La trasformazione dell'Olocausto in una risorsa politica, da usare nella lotta contro i palestinesi, è nutrita dal medesimo cinismo ufficiale, ma su questo vi è consenso.                                                     (traduzione di Paola Canarutto)

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