Questo diario elettronico ha una storia... (continua)


martedì, 31 luglio 2007

Quel che è troppo è troppo.

NOTA del primo agosto:
Ieri mi è stato possibile leggere la notizia che ho trascritto –e di cui ho indicato la fonte – che era accessibile a partire dal notiziario  “Affari italiani” che compariva nella schermata della pagina di apertura di www.libero.it.
Oggi (1 agosto) non è più accessibile, se non per coloro che sono abbonati a pagamento a Repubblica on line.
Comunque quel che ho trascritto é esatto.

Non avrei parlato di questo squallido gentiluomo se non avessi letto che “era finito in gattabuia a gennaio del 1999 da vicesindaco di Carovigno perché insieme col primo cittadino andavano a giocare al casinò coi soldi delle tangenti. Centinaia di milioni, tra il 1995 e il 1998, per assegnare appalti pubblici o fare assunzioni. Poi la partenza alla volta di Montecarlo per accomodarsi al tavolo verde. Una passione sfrenata, quella per il gioco, che gli costa l'arresto con le accuse di concussione e corruzione. Il processo va avanti”.
Così da Repubblica on line  (e chi volesse leggere tutta la notizia vada a:
http://www.repubblica.it/2007/07/sezioni/cronaca/squillo-parlamentare/guai-giudiziari/guai-giudiziari.html.

Tanto basta perché io mi faccia una disgustata opinione di chi lo ha votato o meglio del partito che ha costruito la lista dei propri candidati condannando gli elettori a un simile voto (legge elettorale!).
Ma ancora non ne avrei parlato se non avessi letto che qualcuno (non so se il gentiluomo in questione o altri simili a lui) ha proposto di trasferire a Roma le mogli a titolo di  “remedium concupiscentiae”, avrebbe detto il vecchio catechismo della chiesa cattolica.
Il nuovo non lo dice più (chi vuole può verificare su Vatican.va) ma la cultura è rimasta.
Per questo aspetto mi fermo qui: dico solo che ho sempre trovato dannatamente offensiva questa farmacopea a senso unico (maschio
àfemmina).


Alcune domande  ai/alle parlamentari interessati/e.
Hanno pensato come applicare nella fattispecie il principio di pari opportunità?
E i figli/e fanno parte dell’indispensabile patrimonio affettivo al seguito di questi signori?
E se sì e non possono essere portati appresso sarà previsto il costo per la/il baby sitter?
Saranno remunerati anche i nonni che volessero farsene carico (l’incrocio con il problema delle pensioni apre scenari contabili affascinanti)?
E se una persona decide di non avere (o non può avere) rapporti sessuali dovrà dichiararlo per non percepire benefit impropri?
Il ministro Padoa Schioppa intende fare qualche conto per monetizzare la proposta (problema che dovrebbero affrontare anche i proponenti della norma perché, signori miei, chi propone una spesa deve prevederne anche le entrate relative)?

Nota per chi non ricordi le sigle:
UDC= (Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro)

Adesso mi posso solo augurare che altri non si produca in queste irrinunciabili amenità perché devo ordinare il mio materiale per il prossimo “diario armeno”
augusta


Leggo su Repubblica on line che si riferisce al disonorevole  Mele dell’UDC (non so se il sullodato fosse in piazza il giorno del family day: il suo comportamento mi fa ritenere  che appartenga a quei cattolici che erano là. Vista la confusione su questa materia ci tengo a precisare che QUEI cattolici  che erano là, vuol dire proprio “quelli”, non TUTTI come un cattivo sistema di informazione spesso vuol far credere).

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sabato, 28 luglio 2007

Un po’ di turismo siriano e un ultimo testo allegato come nella puntata precedente.


Anche un po’ di turismo ……

 

Il viaggio di gennaio in Siria è stato di fatto una corsa da un incontro all’altro (tutti importanti, tutti stimolanti e spero che chi vorrà leggere questo diario se ne potrà rendere conto). Non ci sono mancate però le occasioni di divertimento collettivo (i nostri percorsi in pullman, le cene comuni ci consentivano anche simpatici momenti rilassanti) e qualche –troppo rapida- occasione di interesse turistico.
Io ne ero appagata perché qualche anno fa mi ero concessa un viaggio in Siria in automobile con pochissimi amici, ma non altrettanto erano per chi in Siria non era mai stato. Ci vorrebbero viaggi più lunghi e quindi più costosi, ostacoli oggettivi entrambi per chi lavora.  
Mi permetto però un breve elenco di alcune cose viste e non viste (se non altro come stimolo per andarle a vedere).
Ebla_ lo splendido scavo curato dall’archeologo italiano Paolo Matthiae che non solo è riuscito a trovare e salvare l’archivio dei documenti della reggia ma soprattutto ha coinvolto gli operai siriani che con lui lavorano nell’appropriazione non violenta del loro passato. Non potrò mai dimenticare l’espressione degli operai, con cui nel viaggio precedente ero riuscita a scambiare quattro chiacchiere, quando dicevano “the professor”. E’ allora che mi sono chiesta quanta distruzione materiale e culturale avessero causato gli archeologi civilmente europei che avevano trasportato al British Museum le sculture assire di cui mi ero letteralmente innamorata.
Purtroppo la cultura del furto e della devastazione, nelle sue forme di più abbietto e miserabile mercato, continua, favorita da una guerra di democratica esportazione .
Ne ho scritto qualche notizia in “diariealtro.splinder.com”, reperibile alla voce ‘anticababilonia’.
Aleppo_ne ricordo lo splendido museo, il suk (forse il più elegante che io abbia mai visto), e soprattutto le ore trascorse di fronte alla cittadella, dove in piccoli caffè all’aperto (allora era primavera) si può sorseggiare il caffè arabo. Ma anche qui si inserisce l’immagine dei furti dei colonizzatori. Il colle su cui è stata costruita la cittadella infatti è ricoperto da massi di pietra accuratamente lavorati che, in alcuni tratti mancano: sono stati sottratti dalle abili mani della Francia mandataria nella costruzione delle sue caserme. Non ci credevo e mi hanno portato a vedere i massi sporgenti dagli edifici.
E poi Palmira (gli splendidi resti romani sono una delle “cartoline” della Siria, ma io preferisco il tempio di Baal).
Palmira è stata il luogo più orientale del nostro viaggio; se avessimo proseguito avremmo
incontrato Deir-el-Zor, il centro sull’Eufrate da cui – nel 1915- gli Armeni che erano sopravvissuti alla marcia verso sud venivano cacciati a morire definitivamente nel deserto.
Per me  è stato –oltre le poche notizie storiche diffuse fra non specialisti- il primo vero incontro con il genocidio armeno.
E a Deir-el-Zor avremmo potuto procedere verso sud, fino a Mari
(prossima al confine irakeno), la straordinaria reggia che sorgeva sulla grande carovaniera  che da Ur dei Caldei arrivava al Mediterraneo.  Se c’è stato un uomo chiamato Abramo che è arrivato da Ur in terra Cananea, è passato di lì.
Le statue dei pacifici re di mari si possono vedere nei musei di Aleppo e Damasco.
E poi Hama  e le sue Norie, offerte alla  curiosità dei turisti che non dovrebbero però dimenticare la strage dei fratelli mussulmani operata dal vecchio presidente Assad .
E infine la sontuosità terrificante dei castelli crociati: il più famoso, il Crac des chevalieres ci si è offerto quest’anno in una visione insolita: sotto una straordinaria nevicata.
E’ stata purtroppo quella nevicata che ha impedito al pastore di una chiesa protestante di raggiungerci per un incontro programmato. Avremmo potuto approfondire il tema del rapporto fra islam e modernità, ma è andata così…
Mi auguro che questi pochissimi cenni facciano venir voglia a qualcuno di visitare la Siria; prendetevela con calma perché come in tutto il Medio Oriente le civiltà più diverse e lontane nel tempo si sovrappongono e, a chi troppo corre, fanno girare la testa.
Ma è per questo che il Medio Oriente mi affascina                                       augusta
                                              

N.3 
http://cronologia.leonardo.it/mondo65.htm

http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=4391

Asia News, 8 maggio 2007
Arbil – È un’accusa forte, diretta contro autorità irachene e truppe straniere quella lanciata dal Patriarca dei caldei, Emmanuel III Delly, che chiede un intervento deciso del governo e della comunità internazionale per fermare l’emorragia di cristiani perseguitati in Iraq.

Appena rientrato da un lungo soggiorno negli Stati Uniti, il capo della Chiesa caldea ha denunciato, per la prima volta dall’inizio della guerra, le colpe di politici ed eserciti nei confronti di tutta la popolazione, sottolineando anche la preoccupante condizione dei cristiani, minacciati di estinzione. “I cristiani vengono uccisi, cacciati dalle loro case davanti agli occhi di chi invece sarebbe responsabile della loro sicurezza” – ha tuonato Delly dall’altare della chiesa di Mar Qardagh, ad Arbil, Kurdistan, dove ha celebrato messa il 6 maggio scorso. La campagna di persecuzione ad opera di estremisti islamici in atto nelle grandi città come nei villaggi ha spinto il clero e i vescovi iracheni a lanciare numerosi appelli in questi ultimi mesi: per l’unità del Paese e in favore dei diritti della comunità, da sempre componente fondamentale della società irachena.
Delly raccoglie e rilancia a gran voce quegli stessi appelli: “I cristiani sono oggi perseguitati in un Paese dove tutti lottano per i propri interessi personali. Essi vivono da sempre in Iraq, e nel tempo hanno fatto tutto il possibile per contribuire al suo sviluppo insieme ai loro fratelli musulmani". Ci batteremo, assicura Delly, perché vengano rispettati i nostri diritti di iracheni sia a livello regionale che di governo centrale.

Nel suo intervento, riportato in arabo dal sito internet del patriarcato di Baghdad (
http://www.st-adday.com/), spiega poi la doppia natura di questa persecuzione: interna ed esterna. “La persecuzione interna è quella operata dagli stessi iracheni che stanno cacciando i cristiani dalle loro case e dalle loro terre, e della quale sono responsabili tutti coloro che, al potere, non hanno fatto e non fanno nulla per fermare questa tragedia. La persecuzione esterna è quella che ha toccato la dignità stessa di tutto il popolo iracheno le cui moschee, chiese ed istituzioni sono state distrutte o occupate, senza alcun rispetto per la fede”. A questo proposito il Patriarca ha ricordato il caso del Babel College, la cui vecchia sede a Baghdad è stata trasformata dalle truppe americane in una base militare, contro il volere del Patriarcato. Quasi a riprova che la comunanza di fede non implica complicità tra le forze straniere e la comunità cristiana, vittima della guerra quanto quella musulmana.

Proprio verso gli Stati Uniti Delly usa parole molto dure: “Gli americani sono entrati senza il nostro consenso in Iraq, Dio non gradisce quello che avete fatto e state facendo al nostro Paese”. “Speriamo che il Signore illumini queste persone - ha aggiunto - affinché smettano di violare i diritti di tutti gli iracheni”.

Una forte presa di posizione del Patriarca, che ha sempre tenuto il profilo basso in questi anni, era attesa da tutta a comunità, che adesso sente di avere una speranza in più. “Ora possiamo anche morire – dice un sacerdote citato dal sito Baghdadhope - ma almeno lo faremo sapendo di star facendo qualcosa, non solo aspettando la fuga dal Paese o la sparizione della nostra comunità”.

FINE  del diario siriano e …. a presto quello armeno

 

Date diari: 3 e 19 febbraio, 4, 14 e 23 marzo,, 18 aprile. 28 maggio, 8 giugno, 3, 14, 22, 25 e 28 luglio,
Reperibili tutte insieme alla categoria viaggio confronto07

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giovedì, 26 luglio 2007

ITALICA INFORMAZIONE a più voci

 

Credevo che questa calda estate sopisse certe discussioni e speravo di concludere molto rapidamente il mio diario siriano (viaggio confronti07). Purtroppo non è così e mi piace raccontare proprio in forma di diario il mio accostamento a una squallida notizia.

Martedì scorso verso le 20 ero in automobile e ho aperto la radio (Radio 1) dove era in corso una nota trasmissione “Alla radio ciò che dice la TV e non solo”. Il responsabile della trasmissione stessa, i suoi ospiti, coloro che via via intervenivano esprimevano  la loro solidarietà al Vicedirettore del Corriere della sera in forme così emozionate da rendersi emozionanti.
Lì per lì ho pensato ad un attentato contro Magdi Allam, ma poco dopo quando i signori hanno cominciato a parlare di raccolta di firme e censura ho pensato a un gruppo di idioti dediti ad attività da MinCulPop. Ma non ne ero convinta .
Arrivata a casa mi sono data da fare e ho scoperto che un giornalista del Corriere  (Pierluigi Battista. La petizione per mettere un libro all’indice) aveva segnalato appunto una raccolta di firme relativamente a qualche cosa  che lo stesso Allam aveva pubblicato in un suo libro, criticando intellettuali italiani e professori universitari.  
(articolo reperibile:
/www.corriere.it/Primo_Piano/

Editoriali/2007/07_Luglio/19/petizione_libro_allam.shtml).
Non mi bastava per capire e per fortuna il prezioso sito
www.ildialogo.org (
http://www.ildialogo.org/islam/reset24072007.htm)  mi consentiva di arrivare alla fonte dello scandalo.    
Riporto il documento che rovescia la notizia.
Magdi Allam non si difendeva da un attacco, ma erano i firmatari  del testo pubblicato su Reset che si difendevano dal suo attacco,  provocando il confuso contrattacco dei suoi estimatori che mi é capitato di ascoltare.

 

RESET (caffeeuropa.it/reset/)                   Luglio-agosto 2007      pag. 10
NO AL GIORNALISMO TIFOSO. 
Un documento con centinaia di firme critica Magdi Allam

 

Nel suo recente libro ‘Viva Israele’ (Mondatori) ma Magdi Allam accusa lo studioso Massimo Campanini non di antisemitismo e di fingere di ignorare il pericolo islamista. Campanini, di cui sono molto conosciuti e apprezzati i saggi che ha pubblicato sul mondo islamico, la filosofia, la cultura e la storia dei paesi arabi, è anche un prezioso collaboratore di questa rivista. Magdi Allam scrive tra l’altro che “il caso del professor Campanini non è l’unico. L’Università italiana pullula di professori cresciuti all’ombra delle moschee dell’Ucoii, simpatizzanti con i fratelli musulmani, consapevolmente o irresponsabilmente collusi con la loro ideologia di morte”.

Abbiamo chiesto a Campanini di replicare personalmente e  liberamente a queste accuse di  Magdi Allam. E nel frattempo nel mondo universitario è circolato un breve documento di solidarietà per i bersagli delle accuse contenute nel libro e di critica per l’autore. Lo hanno sottoscritto docenti, ricercatori, giornalisti, scrittori ed esponenti a vario titolo del mondo culturale.
Il documento.

Senza entrare nel merito delle accuse specifiche rivolte nell’ultimo libro di Magdi Allam a singoli colleghi noti a chiunque si interessi di questioni relative al Medio Oriente e all’islamico non solo come ricercatori seri qualificanti, ma persino come persone coinvolte svariate forme di impegno civile, intendiamo protestare fermamente davanti alla sfrontatezza di chi afferma che le università italiane, “pullulano” di docenti “collusi con un’ideologia di morte profondamente ostile ai valori e ai principi della civiltà occidentale e all’essenza stessa della nostra umanità”.

Ci pare davvero eccessivo che quanti, in sede di dibattito scientifico e civico, esprimono posizioni differenti da una pretesa unica “verità interpretativa” divengano automaticamente estranei a universali valori di civiltà o, addirittura alieni dalla comune umanità. Una tale impostazione non solo è lontanissima dallo spirito e dai valori di una democrazia costituzionale -e molto più in linea con il con ideologie totalitarie - ma si pone anche a siderale distanza dal senso critico che sta alla base della ricerca storica e scientifica e dalla stessa, difficile ma essenziale, missione dell’informazione giornalistica di una società plurale.

Tutto ciò rischia di contribuire, purtroppo, al preoccupante imbarbarimento dell’informazione in un paese come il nostro che già si trova a pagare un prezzo troppo alto alle varie forme di partigianeria che lo travagliano. Già abbiamo visto sentenze discutibili coinvolgere colleghi noti per la  loro serietà ed equilibrio nell’affrontare il tema dell’Islam, con addirittura condanne penali che prevedono una pena detentiva. Il giornalismo rischia di cadere in una logica da tifo calcistico piuttosto che analitica e razionale, soprattutto quando si toccano temi delicati e sensibili come quelli religiosi e, in particolare, relativi all’islam e alle questioni legate all’area medio-orientale.
La libertà di ricerca ne paga il prezzo, schiacciata tra opposti estremismi interpretativi, e non solo. Ci auguriamo che tali tendenze trovino presto voci più equilibrate e meno partigiane a contrastarle, e che queste trovino a loro volta ascolto nel mondo dell’informazione, in quello politico, in quello culturale e in quello religioso.

(Seguono le firme  che chi lo desidera può leggere alla fonte)


Non è finita: da tempo nel sito web http://www.ilcircolo.net/lia  la curatrice scrive di Magdi Allam il quale ha pubblicato sul Corriere corrispondenza privata della signora in questione, senza averne il consenso (chi vuole conoscere anche questa raffinata iniziativa può andare al sito citato e –in data 20 luglio- troverà tutte le indicazioni per poter leggere l’intera storia).
La signora si è quindi rivolta al garante della privacy che ha prodotto un’interessante sentenza di cui riporto solo uno stralcio:

Nel caso di specie, invece, interi stralci della stessa risultano essere stati pubblicati in assenza di un consenso espresso dei diretti interessati.
Dal complesso della documentazione prodotta dalle parti e, in particolare, dalle dichiarazioni rese, in diverse sedi, dalla stessa mittente dell'email, non può inoltre desumersi alcun genere di assenso implicito.

 

Che dire? Evviva Radio 1 (si veda anche la lettera che ho pubblicato il  23 luglio, questa relativa a Rai 1 - TV) e un plauso a Lia che si difende in forma pubblica e trasparente, quella forma che può farsi tutela dei diritti di tutti e non solo protezione di sé.
augusta

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mercoledì, 25 luglio 2007

Alla decima e ultima puntata del mio diario siriano (pubblicata il 22 luglio e reperibile insieme alle precedenti alla voce viaggioconfronti07) faccio seguire la pubblicazione di alcuni articoli, relativi a quegli aspetti che la stampa  "affidabile" non pubblica,  spesso abbandonando l'informazione al pregiudizio.
Ho evidenziato io, per comprensibili ragioni, le frasi in grassetto del primo articolo.
Ce ne sarà anche per un'altra puntata                                             augusta

N1.    
http://www.30giorni.it/it/articolo.asp?id=13016 
Chi paga “l’esportazione della democrazia”  di Gianni Valente  (- febbraio 1007)
      L’agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr) descrive quello causato dalla crisi irachena come «il più massiccio spostamento di popolazione in Medio Oriente dall’esodo dei palestinesi che fece seguito alla creazione dello Stato d’Israele nel 1948». Su una popolazione di 26 milioni di persone, circa 1,8 milioni di iracheni sono sfollati all’interno del proprio Paese, numero che potrebbe crescere fino a 2,3 milioni entro la fine dell’anno. Altri 2 milioni sono i rifugiati fuoriusciti dall’Iraq. Oltre al milione di profughi in Siria, di cui si parla in queste pagine, 750mila
sono espatriati in Giordania. E a preoccupare è soprattutto lo scenario realistico di un aumento esponenziale dell’esodo da un Paese dilaniato dalla guerra civile. Se fino al 2004 tra la popolazione fuggita a causa della guerra si registrava anche un consistente flusso di rientro in Iraq (300mila nel 2003, 200mila nel 2004), nel 2006 i rifugiati ritornati stabilmente nel proprio Paese sono stati solo 500 (mentre ormai la media dei fuoriusciti si aggira sui 40mila al mese).
      Le risorse. Nel gennaio 2007 l’Unhcr ha lanciato un appello per la raccolta di 60 milioni di dollari necessari a sostenere i programmi di protezione e assistenza dei rifugiati iracheni nel 2007. A metà febbraio, le offerte messe a disposizione dai donatori coprivano solo la metà della cifra necessaria, con i contributi più consistenti messi a disposizione dagli Stati Uniti (18 milioni) e dall’Australia (2,2 milioni), nella generale latitanza dei Paesi europei (con le eccezioni significative di Svezia e Danimarca).
      L’Unhcr ha convocato a Ginevra per i prossimi 17 e 18 aprile una Conferenza internazionale sui rifugiati e sfollati iracheni. Ha anche rivolto un appello affinché la comunità internazionale «alleggerisca l’onere umanitario» che grava sui Paesi ospitanti, dove i governi «stanno riscontrando difficoltà crescenti nel tentativo di gestire un così ampio numero di rifugiati».
      Porte chiuse. I governi occidentali non aprono le frontiere agli iracheni con lo status di rifugiati. Solo gli Usa hanno dichiarato la disponibilità a accoglierne 7mila entro settembre. Nel generale disinteresse della comunità internazionale fa eccezione la Svezia, dove 9mila iracheni hanno chiesto asilo nel 2006.
      Palestinesi senza patria.
Tra coloro che più hanno sofferto il caos e la violenza esplosi nell’Iraq post Saddam ci sono i palestinesi, che avevano trovato rifugio nel Paese fuggendo dalle loro terre a causa del conflitto israelo-palestinese già a partire dal 1948. Prima del 2003 erano 34mila. Oggi, nella barbarie che si accanisce contro di loro (omicidi mirati, rapimenti, torture), trova sfogo anche il risentimento e l’invidia nei confronti dell’assistenza materiale – cibo, alloggio, assistenza sanitaria e istruzione garantiti – di cui godevano sotto il vecchio regime baathista. Nessuno dei Paesi dell’area – neanche la Siria – apre le frontiere per offrire loro asilo e sicurezza. Simbolo di questo blackout umanitario è il caso dei 700 palestinesi che si trovano da mesi accampati in condizioni di vita ai limiti della sopravvivenza ad al-Waleed, nella terra di nessuno tra Iraq e Siria.
Le autorità siriane hanno cominciato a registrare i rifugiati iracheni per consentire loro di usufruire dei servizi sanitari nazionali. Secondo dati non ufficiali, attualmente sarebbero ospitati in Siria circa due milioni di profughi provenienti dall'Iraq, mentre le statistiche dell'Onu fissano tale numero a 1,4 milioni. Questa ingente presenza ha causato notevoli problemi alle strutture pubbliche siriane, come quelle scolastiche e della sanità. La Siria è insieme alla Giordania il paese che ospita il maggior numero di profughi iracheni. Alla conferenza internazionale dello scorso aprile a Ginevra, il governo di Baghdad e altre nazioni occidentali si sono impegnate a fornire aiuti a Damasco e Amman per affrontare il problema dei rifugiati. In tale sede l'Iraq ha promesso di avviare un programma da 25 milioni di dollari per sostenere l'apertura di uffici nei paesi ospitanti addetti ad assistere i rifugiati proprio nei campi sanitario ed educativo.

 

N. 2 -  http://www.30giorni.it/it/sommario.asp?id=331
Fuggono sapendo di non tornare più» intervista con Antoine Audo di Gianni Valente

Il gesuita Antoine Audo, 61 anni, vescovo caldeo di Aleppo dal 1992, si trova in maniera inattesa a dover fare i conti con l’assistenza e la cura pastorale dei quarantamila caldei iracheni rifugiati in Siria. Un’emergenza affrontata con buona volontà, ma con pochi mezzi.
      Cosa le raccontano i cristiani che scappano dall’Iraq?
ANTOINE AUDO: Il primo scopo di chi li aggredisce è quasi sempre rubare il denaro e magari costringerli alla fuga per appropriarsi della casa. Poi ci sono i rapimenti. Prendono sacerdoti, ragazzi e ragazze. E anche un solo rapimento basta a scatenare il panico nell’intero quartiere e a mettere in fuga cinquanta, cento famiglie… A tutto ciò si intreccia il dilagare senza freni del fanatismo musulmano. Minacciano le ragazze costringendole a mettere il velo a scuola o all’università. Fanno telefonate di minaccia o scrivono lettere minatorie: se non partite tutti – dicono – vi ammazziamo...
     
I cristiani vengono bersagliati più degli altri?
AUDO: Gli episodi di violenza colpiscono tutti. Ma nelle società tribali, quando ci sono problemi ognuno cerca la difesa del proprio gruppo. E i cristiani sono privi di questo tipo di protezione. Adesso che lì non c’è più un potere statale che possa garantire la sicurezza delle strade, dei mercati, della notte, loro sono i più esposti.
     
Cosa la colpisce, nella situazione dei rifugiati?
AUDO: Mi fanno pena soprattutto le donne. Da noi, soprattutto nelle classi più povere, gli uomini generalmente non mostrano grande senso di responsabilità. Nelle nostre famiglie sono spesso le donne che devono portare tutto il peso. E mi accorgo di quanto adesso tante di loro siano stanche, inaridite, disorientate davanti a quello che è successo. Invecchiano in fretta sotto un accumulo di dolori, malattie, povertà. Vivevano in una società tradizionale, dentro un sistema tribale dove ci si aiutava. Adesso questo tessuto si è disintegrato, sono tutti scappati di qua e di là, in pochi mesi hanno perso tutto: case, sicurezza, affetti. A Damasco arrivano così: e nella grande città è facile perdersi.
     
Allude al fenomeno della prostituzione.
AUDO: Nei grandi agglomerati urbani capita anche questo, per la povertà e il disorientamento. Come anche lo sfruttamento del lavoro dei bambini. Fenomeni a cui nessuno qui era abituato.
     
Che giudizio prevale rispetto alla guerra che ha causato tutto questo?
AUDO: L’amministrazione Usa per vendere la sua guerra ha usato la terminologia della democrazia e della libertà. Hanno attaccato l’Iraq come anello debole, ma puntavano a tutta l’area, e c’era chi cercava vittorie a livelli diversi, interni e internazionali. Ho visto cristiani mettersi a piangere mentre ricordavano i tempi di Saddam. Si è arrivati a questo. Lui era un dittatore, ma il discorso che adesso fanno tutti è: se la libertà e la democrazia sono questo, non le vogliamo.
     
Ci sono differenze tra l’attuale situazione dei profughi e quanto successe nel ’91?
AUDO: Allora a scappare erano soprattutto disertori dell’esercito. Era meno forte la percezione di essere colpiti in quanto cristiani. E poi stavolta è chiaro che quasi tutti scappano sapendo di non tornare più.
     
La Chiesa caldea ha organizzato degli aiuti?
AUDO: Nel ’91 ci eravamo trovati impreparati. Questa volta, prima ancora che iniziasse la guerra, ho proposto ai patriarchi e ai vescovi di chiedere alla Caritas di soccorrere i profughi iracheni che sarebbero arrivati. Ma il flusso consistente è iniziato solo un anno dopo la guerra. A quel punto abbiamo avuto collaborazione da Aiuto alla Chiesa che soffre, da Missio, dall’Associazione Amici di Raoul Follerau.
Ogni 2 o 3 mesi distribuiamo generi di prima sussistenza alle famiglie più povere. Cerchiamo di dare un contributo di 200 dollari a chi deve affrontare spese sanitarie per operazioni e cure specialistiche. Sono poche cose, ma tutti le cercano, anche per una sorta di sollievo psicologico, per avere la conferma che non sono stati abbandonati. Adesso ogni venerdì il Patriarcato greco-cattolico a Damasco ci mette a disposizione dei locali per fare catechismo a più di mille ragazzi scappati dall’Iraq. E le chiese sono sempre piene. Messe, preghiere del mattino, preghiere della sera… Ogni domenica mattina colpisce vedere i diaconi anziani che arrivano coi libri di preghiera e cominciano a cantare gli inni di lode. È una cosa straordinaria, bella da vedere, dentro tante difficoltà e preoccupazioni.

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lunedì, 23 luglio 2007

Pensavo di concludere il diario sul viaggio in Siria con materiali già predisposti ma l'articolo che riporto (reperibile in www.adista.it) mi sembra importante e perciò interrompo ancora un lavoro già interrotto non so più quante altre volte.                                                        augusta

Adista Notizie n.55/2007

UN TG1 A "SOVRANITÀ LIMITATA".
LETTERA DI ABBONATI RAI SULLA CATTIVA INFORMAZIONE RELIGIOSA

 

33996. ROMA-ADISTA. A fronte del clamore suscitato dal caso di Los Angeles (v. articolo precedente), raccontato con evidenza anche dai media vaticani, singolare è stata la scelta della rete ammiraglia del servizio pubblico italiano, Rai 1, di non dedicare alla notizia un servizio ma solo poche scarne righe nel telegiornale delle 20 del 15 luglio, mentre ampio spazio veniva dato alle vacanze di papa Benedetto XVI a Lorenzago di Cadore. Il 'buco' informativo del Tg1 è l'oggetto di una lettera aperta firmata da oltre 80 attenti telespettatori, tra cui Giovanni Franzoni, Maria Immacolata Macioti, Giulio Girardi, don Aldo Antonelli, Vittorio Bellavite e Luigi Sandri, e inviata al direttore del Tg1 Gianni Riotta. "Potrebbe dirci", chiedono, "se Lei sia sottoposto a censura, o se si autocensuri, preventivamente, su argomenti 'caldi' per il Vaticano; il risultato, comunque, per la gente, non cambia: il Tg1, nel campo dell'informazione religiosa, è a sovranità limitata". Di seguito, il testo della lettera e l'elenco dei firmatari. (alessandro speciale
Lettera aperta a Gianni Riotta, direttore del TG1
Caro direttore,
come utenti del TG1 della Rai, e come paganti il canone, crediamo di avere il diritto di avere dal nostro telegiornale un'informazione corretta. Ci rendiamo ben conto come, in una realtà tanto complessa come l'attuale, fare informazione sia difficile, malgrado la buona volontà dei giornalisti e la perizia del direttore; ma, certamente, se è arduo chiedere la perfezione, è facile notare scelte del tutto inammissibili, eticamente e professionalmente.Nel pomeriggio di domenica 15 luglio tutte le agenzie del mondo informavano che l'arcidiocesi cattolica di Los Angeles aveva accettato di pagare la cifra record di 660 milioni di dollari a 508 vittime di molestie sessuali da parte di membri del clero, per bambini abusati dal 1940 ad oggi; un indennizzo stipulato in un accordo extragiudiziale, per evitare una causa che sarebbe dovuta iniziare proprio oggi, con il "pericolo" che il cardinale Roger Michael Mahony, guida della diocesi, fosse chiamato a deporre in tribunale, mettendo così in enorme imbarazzo lui, l'intera gerarchia cattolica statunitense e, forse, la stessa Santa Sede.La notizia era davvero "notizia". Come l'ha data, ieri, il TG1 delle 20? Mentre il TG3 delle 19 già nei "titoli" di copertina annunciava la vicenda, il TG1 nei "titoli" parlava delle vacanze del papa in Cadore e dei suoi prossimi viaggi (nessuno dei quali "clamoroso"), ma taceva su Los Angeles. Ora, lo sanno anche i sassi, è evidente che una notizia sparata in copertina acquista maggior peso e visibilità. Nel corso del TG, tuttavia, la notizia era data, seguita subito da un più corposo servizio sul papa in ferie.Questa mattina, poi, il TG1 delle 8,00 di nuovo ha parlato del pontefice in vacanza (che notizia importante!), ripetendo sostanzialmente il servizio della sera precedente; ma, guarda caso, nessuna parola sulla gravissima vicenda di Los Angeles.Già in passato avevamo avuto molte perplessità a proposito dell'informazione "vaticana" data dal TG1; dubbi che, dopo i fatti appena narrati, diventano certezze. Infatti, l'esempio riportato ci conferma come Lei si "autocensuri" nel dare notizie spiacenti al Vaticano o spiacenti, Lei forse ritiene, a un certo mondo politico ossequioso oltre ogni dire verso desiderata di Oltretevere, e le sue attese vere o supposte.Di grazia, infatti, vorrebbe spiegare a noi - e a milioni di utenti - la "filosofia" che, a proposito dei fatti di Los Angeles, ha guidato la sua scelta del TG1 di ieri, e poi quella di stamani? Saremmo curiosi di saperlo; e chissà che Lei non ci dia delle motivazioni per cambiare l'opinione che abbiamo maturato: e, cioè, che le Sue scelte di ieri, e di stamani, screditano la dignità professionale di chi, alla RAI, tenta di minimizzare, o occultare, notizie su fatti che pur fanno gridare le pietre.Potrebbe dirci se Lei sia sottoposto a censura, o se si autocensuri, preventivamente, su argomenti "caldi" per il Vaticano; il risultato, comunque, per la gente, non cambia: il TG1, nel campo dell'informazione religiosa, è a sovranità limitata. Stiamo meditando se e come adire le massime Autorità della Rai, e anche i Tribunali dello Stato italiano, per difendere il nostro (e di tutti) diritto di essere correttamente informati, dal TG1, anche sulle questioni che toccano le Chiese e le Religioni.
Distinti saluti.                                                 Roma, 16 luglio 2007

Massimo Collino, Torino; Raffaella Dispenza, Torino; Emanuela Savelli, Roma; Chiara Sibona, Bologna; Salvatore Gentile, Formia; Paola Collodi, Livorno; Antonio Guagliumi, Roma; Maria Antonietta Comand, Roma; Jole Rosetta Miele, Formia; Stefano Toppi, Roma; Dea Santonico, Roma; Sabrina Zennaro, Rovigo; Anna Maria Capocasale, Roma; Claudio Giambelli, Roma; Luigi Sandri, Roma; Aldo Antonelli, Avezzano; Giulio Girardi, Roma; Bruno Liverani, Roma; Antonia Mastrandrea, Roma; Mariangela Franch, Trento; Paolo Veronese, Colognola ai Colli (Verona); Chiara Veronese, Colognola ai Colli (Verona); Augusta De Piero, Udine; Elisa Veronese, Colognola ai Colli (Verona); Bice Orlandi, Roma; Graziella Bonomi, Colognola ai Colli (Verona); Riccardo Gullotta, Guidonia (Roma); Lorenzo Tommaselli, Napoli; Rita Maglietta, Roma; Vittorio Bellavite, Milano; Giuliano Bianco, Ferrara; Gianni Geraci, Milano; Carmine Miccoli, Lanciano (Chieti); Angelo Cifatte, Genova; Maria Edoarda Trillò, Roma; Vittorio Zambaldo, Verona; Lorenzo Dani, Verona; Claudia Padiglione, Roma; Nino Lisi, Roma; Stefania Salomone, Roma; Giovanni Sarubbi, Monteforte Irpino (Avellino); Mario Campli, Roma; Edda Luperini, Colognola ai Colli (Verona); Adriana Cancellieri, Roma; Patrizia Guido, Roma; Antonella Garofalo, Roma; Giovanni Panettiere, Bologna; Mimmo Schiattone, Roma; Paolo Ferrari, Verona; Francesco Liazza, Accumoli (Rieti); Maria Immacolata Macioti, Roma; Giovanni Franzoni, Roma; Rosa Pia Bonomi, Sommacampagna (Verona); Lidia Marinconz, Bolzano; Giampaolo Giannini, Roma; Silvano Nicoletto, Verona; Fausto Marinetti, Senigallia (An); Sergio Castioni, Sommacampagna (Vr); Clara Cordioli, Sommacampagna (Vr); Lia Beghini, San Martino B.A.(Vr); Maria Beghini, San Martino B.A.(Vr); Giuseppe Zanon, Leno (Bs); Massimo Modesti, Illasi (Vr); Marco Luchi, Romallo (Tn); Lucia Busetti, Romallo (Tn); Silvana Busetti, Tuenno (Tn); Marisa Busetti, Tassullo (Tn); Gianni Martini, Revò (Tn); Corrado Gentilini, Trento; Sergio Turri, Cloz (Trento); Laura Grandi, Cloz (Tn); Sergio Pettinò, Revò (Tn); Gian Basilio Angeli, Cloz (Tn); Sara, Teresa e Piergiorgio Rauzi, Trento; Paolo Ayubi, Faenza (Ra); Sara Manzoni, Monghidoro (Bo); Giuseppe Sollazzo, Bologna; Emanuele Preda, Sasso Marconi (Bo)

 

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domenica, 22 luglio 2007

 

                       SIRIA PUNTATA N. 10

 

7 gennaio  Ci riceve Mons. Antoine Audo,  Vescovo di Aleppo,
                 diocesi dei caldei di  Siria.  
Mons Audo fortunatamente parla italiano e tanto più importante è il colloquio con lui se si tiene presente che il patriarcato da cui dipende la sua diocesi (cattolica) si trova a Bagdad. Il suo approccio al problema si fa garanzia di informazione corretta da quella terra, non asservita a pregiudizi, da noi tanto comuni, siano di matrice laicista o religiosa.
Ci dichiara che in Siria c’è libertà di religione e la convivenza fra cristiani e musulmani è tranquilla mentre  in Iraq si è avviato un processo per cui i cristiani si sentono in pericolo.
I cristiani (caldei e assiri) quindi fuggono dall’Iraq e il numero dei rifugiati si fa sempre più significativo.
Quelli di origine curda vanno nelle province del Kurdistan, altri verso il Medio Oriente, molti scelgono la Siria perché non richiede visto d’ingresso, la vita non è troppo costosa ed è territorio omogeneo per lingua
[1]. Altri vanno negli USA in Canada e a Damasco le ambasciate dispongono di appositi uffici.
Se la situazione non cambia l’emigrazione continuerà ed è molto triste –a parere del vescovo- che la presenza cristiana perda in Iraq la sua importanza.
Prima della guerra del 1991 i cristiani erano circa un milione, ora sono circa 800.000, ma vanno sempre diminuendo.
La Siria accoglie i profughi e sostiene le iniziative di ospitalità. I bambini vanno a scuola.
 Le famiglie dei caldei irakeni si fanno carico dei loro parenti (e sappiamo che il concetto di parentela fra questi popoli è molto ampio). La Caritas ha organizzato un programma di aiuti a Damasco e ad Aleppo: offrono cibi base, aiuti ai malati  e organizzano programmi di sostegno per bambini e giovani. Anche la chiesa locale (pur se formata da piccole parrocchie) assicura aiuti e mons. Audo  si è recato in Germania dove ha avuto garanzie di sostegno dalla Merkel.
Il vescovo sottolinea le difficoltà particolari  dei mussulmani in occidente dove incontrano la modernità di fronte alla quale si sentono minacciati.
Il Vaticano II ha consentito alla chiesa di distinguersi dalla politica
[2] mentre per i mussulmani la distinzione fra religione e politica è difficile da accettare. E’ necessario avere un atteggiamento di rispetto verso i mussulmani, aiutarli a vivere il confronto con la modernità in modo positivo, sostenere i “moderati”, aiutarli a realizzare la separazione fra religione e politica.  Il confronto duro crea violenza.
Non a caso mons. Audo pone il problema palestinese, attribuendone la violenza (ed eravamo in gennaio!) anche al rapporto con Israele che si presenta come teocrazia ai mussulmani che pure teorizzano una loro teocrazia. La teocrazia israeliana non è riferita al rapporto del popolo ebreo con l’Antico Testamento ma al sionismo che ha creato uno stato fondamentalista, cui i mussulmani  rispondono con speculare fondamentalismo.
Il discorso passa naturalmente all’intervento di Benedetto 16mo a Ratisbona e mons. Audo afferma che per i vescovi d’oriente si è trattato di una sorpresa che ha creato molto imbarazzo e una gran pena. Non esista ad affermare che quella citazione è stata un errore.
Lo spiega con la particolare collocazione del prof. Ratzinger a Tubinga, ma ora è papa e deve parlare con attenzione e coraggio, non aver paura di dire la verità.
[3]
Il Gran Mufti di Siria è saggio e ha contribuito a mettere pace e saggio è anche il governo siriano che ha saputo non esagerare nella reazione: mons. Audo ne è molto ammirato.
Anche lui stigmatizza pesantemente i modi dell’esecuzione di Saddam (ma di ciò ho detto già parecchio nei precedenti diari e le valutazioni sono tutte convergenti).
Ad una mia specifica domanda mons. Audo risponde che non si sa dove si trovi Tariq Aziz (il caldeo già ministro di Saddam); si sa solo che è malato e che la moglie e le figlie sono rifugiate in Giordania.


NOTE: La chiesa caldea di Siria

Il termine caldei si riferisce ad un antico popolo aramaico, penetrato in Babilonia nel II millennio a.e.v. e non ad un’attuale etnia.

Genesi 11:31 Poi Terah prese suo figlio Abramo e Lot, figlio di Haran, cioè il figlio di suo figlio, e Sarai sua nuora, moglie di Abramo suo figlio, e uscirono insieme da Ur dei Caldei per andare nel paese di Canaan; ma giunti a Haran, vi si stabilirono. 
 32 E il tempo che Terah visse fu di duecentocinque anni; poi Terah morì in Haran.

Genesi 12:1 Or l'Eterno disse ad Abramo: «Vattene dal tuo paese, dal tuo parentado e dalla casa di tuo padre, nel paese che io ti mostrerò.

2 Io farò di te una grande nazione e ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai una benedizione.

3 E benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà; e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra».

4 Allora Abramo partì come l'Eterno gli aveva detto, e Lot andò con lui. Abramo aveva settantacinque anni quando partì da Haran.

5 E Abramo prese Sarai sua moglie e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano accumulato e le persone che avevano acquistate in Haran, e partirono per andarsene nel paese di Canaan. Così essi giunsero nel paese di Canaan.

Oggi il patriarca “di Babilonia dei Caldei con sede a Baghdad” è Emmanuel III Delly
nominato nel 2003. 
La chiesa cattolica caldea nacque nel
1830 (PioVIII) con la creazione di un patriarcato cattolico o caldeo quando anche i "cristiani di San Tommaso" entrarono nell’orbita del cattolicesimo.
L’uso a chiamare “caldea” la chiesa siro-orientale obbediente al papa è invalso per distinguerla dall’antica chiesa assira.

Gli appartenenti alla chiesa caldea, sono circa un milione e mezzo in tutto il mondo.
La maggior parte, circa mezzo milione, risiede in Iraq dove si trova il Patriarcato. Di origini apostoliche – trae le sue origini dalla predicazione di «Tommaso, uno dei Dodici» – la Chiesa caldea si è estesa in tutto il Medio Oriente. Oggi infatti ci sono eparchie (diocesi) in Egitto (Il Cairo), Siria (Aleppo), Iran (Teheran e Urmya), Libano (Beirut), Turchia (Diarbekir con sede a Istanbul). Esiste poi la Chiesa caldea della diaspora, nata in seguito all’emigrazione: circa 200mila fedeli sono presenti in Nord America (con due diocesi, a Detroit e a San Diego), 15mila in Oceania, 60mila in Europa (con il vescovo del Cairo come visitatore apostolico).
 (Le cifre riportate sono state diffuse dal notiziario della Radio vaticana del 4 dicembre)

 

Precedenti puntate: 3 e 19 febbraio, 4, 14 e 23 marzo,, 18 aprile. 28 maggio, 8 giugno, 3, 14 luglio,
Reperibili tutte insieme alla categoria viaggio confronto07

 

Questa decima puntata è anche l’ultima relativa alla descrizione degli incontri in Siria, ma l’aver contattato un vescovo, direttamente collegato al patriarca caldeo residente a Bagdad, mi ha stimolato a trovare materiali relativi all’Iraq, pur se nei limiti che il colloquio con mons. Audo poteva suggerire. Pubblicherò quindi, come codicillo al mio diario, alcuni articoli e interviste che mi sono sembrati importanti.
Ci tengo a precisare che mons. Audo è cattolico, non perché ritenga i vescovi cattolici più affidabili di quelli di altre confessioni, ma perché la politica del papa (a mio parere infelicemente) regnante tende a soffocare – e molti, anche in malafede, cadono nel tranello- il pluralismo interno alla realtà di quel popolo di Dio che il Concilio Vaticano II a rischio distruzione aveva chiamato “chiesa
                                                   augusta



[1]  Nei prossimi giorni pubblicherò articoli “anomali”  -da quelle fonti che non vengono usate dai media pià diffusi e ci saranno anche cifre relative ai migranti.

[2]  Correttamente il vescovo si riferisce ai documenti. La prassi oggi è purtroppo altra cosa.

[3]  Ne ho parlato nel mio “diariealtro.splinder.com” l’1, il 3, 6 e 29, ottobre 2006

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giovedì, 19 luglio 2007

Come si può spendere l’8 per mille

 

COMUNICATO STAMPA

 

“Fiori di pace”: ragazzi israeliani e palestinesi si incontreranno a Poppi (Arezzo) per la terza volta.

Dai ragazzi, vittime dimenticate del conflitto israelo-palestinese,

una testimonianza di speranza e di convivenza pacifica

 

 

Roma, 18 luglio 2007 – “Fiori di pace”: dieci ragazzi palestinesi e dieci ragazzi israeliani arriveranno  in Italia il 22  luglio per incontrarsi, conoscersi e svolgere delle attività insieme ad un gruppo di coetanei italiani. Il progetto a sostegno del dialogo per la pace e la convivenza nell’area mediorientale è giunto alla sua terza edizione.  E' promosso dal mensile di dialogo interreligioso Confronti e finanziato con i fondi Otto per mille dell'Unione italiana delle chiese cristiane avventiste del 7° giorno (UICCA).  Qust'anno il progetto, che prevede l'inserimento delle due delegazioni nell'ambito di campi scout dell'Associazione italiana scout avventisti (AISA) , avrà luogo fino al 7 agosto, la delegazione sarà fino al 26 luglio in Italia presso il centro avventista “Casuccia Visani” a Poppi (Arezzo)  e poi parteciperà al Camporee internazionale che si terrà a Fointanebleau (Francia), campo scout avventista  promosso dalla Euro Africa Division e che vedrà la partecipazione di circa 2000  giovani provenienti da molti paesi europei

“I ragazzi israeliani e palestinesi sono le vittime dimenticate del conflitto israelo-palestinese, ne subiscono le conseguenze senza avere la possibilità di cambiare la propria situazione di vita. Con il progetto “Fiori di pace “  noi vogliamo offrire loro,  per il terzo anno,  una scuola di pace”, ha dichiarato il pastore Daniele Calà, responsabile Giovani dell'UICCA  che ha aggiunto: “‘Fiori di pace’ è un’occasione importante, perché questi ragazzi possano conoscere i coetanei che stanno dall’altra parte del muro ma è una occasione altrettanto importante per i nostri giovani che con la loro presenza ricevono e offrono una profonda testimonianza cristiana”

La delegazione sarà ricevuta dal sindaco di Poppi (Arezzo) Graziano Agostini e dalla giunta comunale  presso il Castello di Poppi il 24 luglio alle ore 11. Sarà presente anche il presidente dell'Unione delle chiese cristiane avventiste del 7° giorno (UICCA) pastore Daniele Benini

I ragazzi palestinesi che partecipano all'iniziativa provengono da Jenin nei Territori palestinesi e sono coordinati dall'associazione di consulenza psicologica “Nafs” di Nazareth, mentre i ragazzi israeliani (ebrei e arabi) vengono da una scuola bilingue della Galilea che fa capo all'organizzazione “Hand in Hand”. I due gruppi sono guidati da quattro accompagnatori e un consulente psicologico.

 

Nei giorni di permanenza in Italia sono previsti incontri con enti ed istituzioni locali. Per informazioni ed interviste contattare Lucia Cuocci al numero 335 5902338

 

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mercoledì, 18 luglio 2007

Questa mattina ricevo da Adriana Mascoli – pianista, insegnante di musica di cui ho un carissimo ricordo per la contemporaneità del nostro soggiorno a Betlemme-  Un articolo si Gideon Levy, tratto dal quotidiano israeliano Haaretz (6 luglio 2007).
Chi volesse verificarne l’edizione inglese può andare a
www.haaretz.com/hasen/spages/878844.html
L’ho scritto tante volte ma lo ripeto: non si tratta di “pretestuose” traduzioni dall’arabo ma dell’edizione ufficiale del sito on line di Haaretz che la rivista Internazionale così definisce;
Ha'aretz
-www.haaretz.co.il Primo giornale pubblicato in ebraico sotto il mandato britannico, nel 1919, è il quotidiano di riferimento per i politici e gli intellettuali israeliani. Ha da sempre posizioni coraggiose sulla pace e i rapporti con i palestinesi. Ha una versione in inglese: www.haaretz.com
(www.internazionale.it)
L’articolo è firmato dal coraggioso e bravo giornalista Gideon Levy, cui il testo inviatomi da Adriana aggiunge il nome di Miki Kratsman (cui presumo si debba la traduzione in italiano).
Di Gideon Levy avevo tradotto e pubblicato due articoli (il primo nel mio vecchio diario betlemme.splinder.com  20 ottobre 2004- e il secondo in questo diario l’8 novembre 2006).

Dal sito http://www.dci-pal.org/ traggo (e non traduco) alcuni dati:

Since: 28 September 2000  Until: 18 July 2007
Total children

                            -death                                  883

                            -currently in  detention       384

augusta 


Twilight Zone / 'Mowing the grass' in Nablus   By Gideon Levy
Cosa fanno per 21 ore, imprigionate in una sola stanza, 28 persone tra cui numerosi bambini, alcuni molto piccoli? Come passano il tempo che si trascina? Come calmano i

bambini che piangono e sono terrorizzati? Come curano la nonna dalla salute fragile? Proibito accendere la luce, proibito accendere la tivù, proibito parlare. Soldati armati all’entrata della camera. I cellulari confiscati. Provate ad immaginare la scena. E’ permesso andare alla toilette ma solo dopo aver avuto l’autorizzazione, I pannolini usati si ammucchiano in un angolo della stanza. Due donne sono state autorizzate ad andare a cucinare, ma solo dopo lunghe trattative.
Perché bisogna imprigionare così 6 famiglie innocenti? Se l’esercito israeliano ha bisogno della loro casa a più piani per le esigenze dell’operazione, perché non autorizzarli a recarsi dai vicini? E perché proprio questa casa, quando lì a fianco c’è un immobile a più piani in costruzione, vuoto? Si tratta di una specie di scudo umano costituito di bambini e neonati per i soldati? E che traumi seminano i soldati nelle anime dei bambini piccoli che hanno vissuto questa esperienza dura e incomprensibile, in un luogo dove non ci sono mai dei «traumatizzati» [come a Sdérot - NdT]?
Ho sentito la spiegazione alla radio: bisogna «tosare l’erba». E’ così che nel loro linguaggio immaginifico, le fonti militari hanno spiegato l’attività dell’esercito israeliano a Nablus. Ecco perchè l’esercito penetra nella città quasi ogni notte. Ecco perchè, quasi tutte le settimane, lancia delle operazioni di grande ampiezza, come quest’ultima, alla fine della settimana scorsa – un’operazione che non ha, questa volta, nessun nome. Due ufficiali dell’esercito israeliano sono stati gravemente feriti, due soldati feriti lievemente, un passante ucciso – e la famiglia allargata Adalay, una famiglia numerosa, è stata rinchiusa senza essere colpevole di niente.
E’ una stanza spaziosa la camera da letto di Raaf Adalay e della sua famiglia. Si scendono alcuni scalini verso un seminterrato. Un immenso letto matrimoniale, una culla, un comò, un divano, un guardaroba, uno specchio, una piccola finestra a sbarre che da sull’esterno. Per la coppia e i suoi bambini piccoli, questa camera è sufficiente ma per accogliere 28 persone per un giorno e una notte, versione familiare di una prova di selezione da parte di un’unità d’elite?
Fa caldo nella camera. Un vecchio ventilatore tenta di dare un po’ di sollievo, era così quando siamo passati domenica scorsa, dopo la fine del grande caldo. Ma giovedì il caldo era ancora più forte. La notte precedente, quella tra mercoledì e giovedì, verso le 3 del mattino, la famiglia si era svegliata per il rumore di pietre lanciate contro la porta di casa. 6 famiglie abitano i 4 piani della casa, 6 fratelli, le loro mogli, i loro figli e la nonna. I soldati che avevano lanciato le pietre hanno ordinato a tutti di uscire immediatamente. I 4 piani si sono svuotati rapidamente – l’esercito israeliano era lì – e qualche minuto dopo, tutti, uomini, donne e bambini, molti bambini, erano in strada, mezzo addormentati. Fuori, stazionavano delle jeep. «E’ rimasto qualcuno in casa? Se trovo qualcuno, gli sparo e lo ammazzo», ha detto uno dei soldati con gran delicatezza. Il gruppo di soldati è entrato in casa per ispezionarla, piano dopo piano. I 28 occupanti della casa sono stati ammassati nel seminterrato. Prima nella camera dei bambini, e un’ora dopo,  per un gesto umanitario, nella camera da letto, più spaziosa. 6 soldati sono rimasti con loro, per sorvegliarli: 4 nella camera dei bambini e 2 seduti in permanenza all’entrata della stanza. «E’ solo per mezzora, un’ora», hanno assicurato i soldati all’inizio. Ma l’operazione si è prolungata.
I soldati hanno tagliato i telefoni della casa e confiscato i cellulari e le carte d’identità. Tuttavia i membri della famiglia sono riusciti a tenere di nascosto un cellulare. Era ancora notte, i soldati avevano permesso di tenere acceso solo un debole lumino rosso da notte che diffondeva un vago bagliore. 28 persone in una stanza quasi buia. Vietato muoversi nella camera. Quando un bambine ha cominciato a piangere, i soldati hanno ordinato di farlo tacere. Per andare alla toilette ci voleva il permesso che non era sempre accordato immediatamente. Il latte per i neonati bisognava andare a prenderlo di sopra, sotto scorta. C’è voluta un’ora circa, secondo i membri della famiglia, prima di ottenere il permesso per il latte. I soldati hanno anche portato 3 ventilatori dai piani superiori, ma non sono stati molto utili. I soldati, col volto dipinto di nero, facevano una paura terribile ai bambini.
La casa dà sulla via di Gerusalemme, uno degli assi principali della città, ed ha anche vista sull’ingresso del campo profughi di Balata, di fronte, a fianco della valle. Nablus agonizza. La città più rigidamente chiusa di Cisgiordania non evoca per niente i suoi bei tempi. Il sindaco è in una prigione israeliana. Malgrado ciò la città è relativamente in ordine, forse per il suo stesso letargo. Nel quartiere di Rafidiya, all’interno del ristorante «La tavola d’oro», una volta il più fiorente della città, solo due coppie di persone anziane pranzano. Che Guevara danza ancora sullo schermo della cassa, ma il ristorante è come la città: abbandonato, vuoto, decrepito.
Nel pomeriggio dei vicini inquieti del vicino villaggio di Roujib hanno telefonato dopo aver visto dei soldati sul tetto della casa degli Adalay. Temevano che gli occupanti della casa fossero rinchiusi. Uno dei membri della famiglia detenuta è riuscito a far scivolare 2 parole sul cellulare nascosto: «l’esercito è qui». Poi aveva chiuso. I vicini hanno telefonato a delle organizzazioni di difesa dei diritti umani, in particolare a «Medical Relief». Negli uffici dell’organizzazione situati nel centro della città, il direttore medico, il Dr Ghassan Hamdan, ci precisa gli avvenimenti di quel fine settimana. Spiega che questa volta l’incursione è stata particolarmente dura, perché l’esercito ha assediato i 2 principali ospedali della città, al-Watani e Rafidiya. Il Dr Hamdan dice che delle jeep dell’esercito hanno sbarrato l’accesso ai 2 ospedali. Lui stesso è stato trattenuto circa 3 quarti d’ora con un malato che era nell’ambulanza della sua organizzazione, prima di essere autorizzato a entrare in ospedale. Solo dopo aver telefonato a varie organizzazioni di diritti umani i soldati l’hanno autorizzato ad entrare in ospedale con 11 abitanti feriti nell’operazione. Ogni ambulanza che si avvicinava all’ospedale era fermata e i soldati chiedevano a tutti gli occupanti di uscire per essere controllati. I volontari del «Medical Relief» hanno ugualmente tentato di far passare provviste e medicine nella casbah sotto coprifuooco. Uno dei volontari è stato arrestato e condotto per interrogatorio a Hawara. «E’ così che si comportano con le equipe mediche», dice il Dr Hamdan, mentre un incaricato dell’associazione «Medici per i Diritti Umani», Salah Haj Yihia, registra le sue parole. Il Dr Hamdan dice ancora di aver cercato, invano, di liberare un vecchio di 83 anni  la cui casa vicina alla sua era stata distrutta. Il vecchio è sopravvissuto benché non si sia riusciti a tirarlo fuori di casa.
«Gli Israeliani dicono che era un’operazione di routine», aggiunge il Dr Hamadan, «Non so se ci fossero delle manovre o se l’esercito israeliano volesse che ci ricordassimo di loro. Era proprio dopo l’incontro di Sciarm al-Sceikh. Forse avevano deciso di dirci che tuttti questi negoziati non interessavano l’esercito. Era anche l’ultimo giorno degli esami di maturità e abbiamo dovuto tirare fuori 15 studenti dal quartiere di Yasmina, nella città vecchia, perché potessero andare a fare gli esami. Loro attaccano la città tutte le notti. Personalmente non capisco la loro strategia. Non vogliono negoziare con Abu Mazen  Vogliono di nuovo solo indebolirlo? Non vogliono negoziati, ne sono convinto». Il Dr Hamdan ha anche tentato di entrare dagli Adalay imprigionati. I vicini avevano richiesto assistenza medica per la nonna di 60 anni, Kawtar, che soffre di diabete ed ha bisogno d’insulina. Il Dr Hamdan è andato da loro con la sua ambulanza e i farmaci necessari. Si è rivolto ai soldati con l’alto-parlante dell’ambulanza ma nessuno ha risposto. Ha telefonato all’organizzazione della Croce Rossa perché intervenisse per farlo entrare nella casa. L’autorizzazione gli è stata data, secondo lui, solo 2 ore più tardi. Il Dr Hamdan ha provato a convincere i soldati che erano dentro la casa, a liberare Kawtar e a permetterle, viste le sue condizioni, di andare in una camera meno affollata. «Sono io che decido e non tu», gli ha detto il soldato, «Non tornare qui». Solo più tardi i soldati hanno autorizzato Kawtar e una delle sue nuore a salire in un altro appartamento della casa.
Il pomeriggio avanzava e il caldo aumentava. Rafat Adalay, sua moglie e i loro 5 figli; Ra’af Adalay, sua moglie e i loro 4 figli; Nafez Adalay, sua moglie e i loro 2 figli; Rafa Adalay, sua moglie e i loro 2 figli; Ramez Adalay, sua moglie e il loro figlio; Ala Adalay, sua moglie e il loro figlio; e Kawtar Adalay. Nella stanza assediata ci sono bombole di gas – la famiglia dirige un’impresa di fornitura di gas. Uno dei fratelli è insegnante, un altro consegna bombole di gas, il terzo è ingegnere, il quarto è autista di taxi, il quinto è operaio e il sesto lavora nell’impresa familiare. Grazie al gas, la famiglia Adalay è una famiglia conosciuta in città.
Per quanto riguarda i pasti: al mattino hanno tentato di scaldare delle pite surgelate, ma i soldati hanno portato via il fornello che si trovava nella camera. A mezzogiorno hanno detto ai soldati che avevano fame. Secondo i membri della famiglia, la trattativa è durata un’ora. I soldati alla fine hanno autorizzato 2 donne, Amira e Muntaha, a recarsi in cucina. Sotto scorta, naturalmente. Le 2 donne hanno cucinato, sotto lo sguardo dei soldati che, dalla porta, vigilavano che non bruciassero la casseruola. Cos’hanno preparato? Quel che c’era nel frigorifero. Hanno fatto friggere degli ortaggi e preparato da mangiare per tutti. Gli adulti dicono di non aver mangiato niente. Nel pomeriggio hanno chiesto di poter traslocare in un ambiente più spazioso della casa, perché l’affollamento diventava sempre più intollerabile, ma i soldati non hanno accettato. «Andrà tutto bene», gli ha detto uno dei soldati dall’accento russo.
Il televisore, nel corridoio che va alla camera da letto, è rimasto spento. Proibito accenderlo. Perché poi? I soldati hanno riunito le bottiglie d’acqua di tutti i frigoriferi di tutti gli appartamenti per portarle nella camera assediata. Un soldato ha ordinato loro di non bere troppo, per non dover «andare troppo spesso alla toilette». Una delle madri è andata a cercare dei pannolini nel suo appartamento. I pannolini usati e maleodoranti s’accumulavano in un angolo della camera. Un bambino aveva la diarrea. Islam, un bambino di 9 anno con un berretto da baseball portato alla rovescia, ripensa alla sua confusione e, facendo ruotare il berretto tra le dita,: «Ho avuto molta paura dei soldati... Sono uscito una volta con papà per andare alla toilette, una volta con mio zio e una volta mi hanno permesso di andare solo». Sua cugina, la figlia di Rafat, da allora dorme con i genitori, in camera con loro. Ha paura.
Il portavoce dell’esercito israeliano ha spiegato questa settimana, in risposta alle nostre domande, che «nel quadro della sua operazione mirante a combattere il terrorismo e a proteggere i cittadini israeliani, l’esercito  ha seguito vie diverse, in particolare occupando degli edifici per necessità operative. L’esercito israeliano bada a preservare i beni degli abitanti e a limitare i danni alle loro vite».
Alle 11 di sera,  nella notte tra giovedì e venerdì, quasi un’intera giornata dopo che i soldati hanno invaso la casa, il rumore di un veicolo è arrivato improvvisamente dalla strada. I soldati avevano deposto le carte d’identità, in mucchio, a fianco della porta della camera e i cellulari, che avevano confiscato, in uno degli appartamenti, e avevano lasciato la casa in fretta. «Nemmeno arrivederci hanno detto», si lamentano gli Adalay.

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categoria:bambini, israele palestina, vittime di guerra
lunedì, 16 luglio 2007

Nella notizia che riporto dalla rivista Carta (dalla cui edizione on line si può leggere direttamente http://db.carta.org/tools/print.php?url=articoli/articles/art_12657.html&lang=1)
c’è un riferimento al Mittelfest di Cividale, diretto da Moni Ovadia.
Il filo conduttore dell’evento sono i diritti, elencati su cartelloni sparsi per tutta la città.
A volte purtroppo ai cartelli si antepongono cestini traboccanti di rifiuti.
Certo sarebbe bello se indigeni e turisti avessero più cura del territorio urbano (e se il comune si fosse fatto carico di una maggior tutela della cittadina in giornate in cui la curiosità dei turisti può essere soddisfatta e stimolata dall’ambiente oltre che dal festival) ma non è di questo che voglio scrivere.
Il primo dei dibattiti, che per qualche giorno fanno di Cividale “la capitale dei diritti”, ha avuto come protagonista il presidente Scalfaro, cui hanno fatto seguito – in giornate diverse- altri relatori.
Ieri, domenica 15, è stato possibile ascoltare il giudice Piercamillo Davigo e l’ex sindaco Leoluca Orlando. Oratori appassionati, chiari e competenti hanno ottenuto applausi “a scena aperta” e a conclusione dei loro interventi.
E’ mancata del tutto qualsiasi voce locale istituzionale e non.
E’ possibile parlare di diritti (e creare le condizioni per assicurarne il dovuto godimento) se l’ente locale si gioca fuori?
Ma soprattutto perché negare la parola alle voci che avrebbero potuto sottolineare la necessità di farsene carico, conoscendo la situazione del Friuli?
Le domande (che vorrebbero essere filo conduttore del dialogo fra i relatori) sono affidate a un giornalista di un locale quotidiano, quotidiano che non brilla certo per l’attenzione consapevole al problema. I presenti ascoltano e le parole alte dei relatori rischiano di assumere (e temo spesso assumano) una funzione catartica, al Mittelfest e in molte altre occasioni.
Non è un gran risultato                                                                           augusta

La piccola Cividale si scopre razzista  
Max Mauro    12 luglio 2007

La scorsa settimana a Cividale del Friuli, cittadina della provincia di Udine che in questi giorni ospita il Mittelfest diretto da Moni Ovadia, è stato inaugurato un ristorante per asporto dove si cucina pizza e kebab. Il proprietario è un marocchino di 38 anni che da circa 20 anni risiede in Italia. Ha chiamato la sua attività "Primo amore". "Ormai sono quasi più italiano che marocchino", dice scherzando. Hilali, questo il suo nome, fino a pochi mesi fa lavorava nel distretto della sedia: era un verniciatore esperto in una fabbrica di San Giovanni al Natisone. A gennaio la ditta è fallita e lui non ha perso tempo per cercarsi un altro lavoro. A dire il vero, Hilali è stato previdente: anni fa ha seguito un corso per pizzaioli pensando che per come vanno le cose di questi tempi è meglio saper fare bene più di un mestiere. L'anno scorso ha aperto il primo locale per pizza e kebab a Corno di Rosazzo e ha messo a condurlo suo fratello minore e la moglie. Fintanto che la fabbrica di sedie era in attività, lui ci andava ogni giorno alla fine del turno e ci lavorava nei fine settimana. In pratica la sua settimana lavorativa non aveva soste: dal lunedì alla domenica, dalle 7 del mattino a mezzanotte. Il locale di Corno funziona bene, i clienti sono la gente del paese e i ragazzi che frequentano i pub della zona. Ordinano la pizza e la portano a casa, oppure si fermano ad assaggiare il kebab. Hilali è soddisfatto ma un locale solo non basta per mantenere la sua famiglia, moglie e due figlie, e quella del fratello. Così, perso il lavoro di verniciatore, si è gettato in una nuova impresa.
All'inaugurazione del locale di Cividale, per gestire il quale Hilali ha chiesto l'aiuto di un cognato, sono arrivati molti amici. Vecchi colleghi di fabbrica, genitori dei compagni di asilo delle bambine, c'era persino il dentista, il dott. Natali, che ha sostenuto Hilali con qualche consiglio nei suoi passi di imprenditore. C'erano donne, uomini, in gran parte friulani, che conoscono Hilali da anni. Alcuni ne hanno letto la storia nel libro "La mia casa è dove sono felice", ma questi ultimi eventi nel libro non c'erano. All'inaugurazione è venuta anche una signora minuta che gestisce una fioreria a Corno di Rosazzo. Ha conosciuto Hilali perché ha aperto il pizza-kebab accanto al suo negozio e hanno fatto amicizia.
Tutto bene, quindi? No. All'inaugurazione sono arrivati anche i carabinieri. Nessuno dei presenti li aveva invitati. Sono arrivati a chiedere di abbassare la musica, anche se il permesso di due ore dato dal Comune consentiva ancora mezz'ora di "festa". Per celebrare l'evento Hilali aveva ingaggiato una ballerina di danza del ventre, una ragazza bionda dalle origini plausibilmente poco arabe ma molto preparata. "Abbiamo ricevuto una decina di telefonate", ha detto il brigadiere, forse un po' imbarazzato per il fatto che accanto al locale di Hilali ci sono tre bar, uno vicino all'altro, messi lì a vivacizzare un angolo storico della cittadina longobarda. Di chi è la colpa per il rumore, quindi?
In realtà, a chiamare i carabinieri sono stati alcuni vicini che non gradiscono la presenza di un "ristorante arabo", anche se meticciato con la italianissima pizza, nella friulanissima Cividale.
Gli stessi che i giorni precedenti l'apertura avevano fatto presente a Hilali il loro pensiero: "Perché non vai a cucinare questa roba a casa tua?", aveva detto uno di loro. "Ti faremo chiudere", ha minacciato un altro. Gli autori di queste frasi apertamente razziste sono persone "per bene", professionisti ben conosciuti, non delle teste rasate con la svastica tatuata sul collo. Gente che potrebbe essere denunciata e subire condanne per nulla risibili. Hilali lo sa, ma non vuole sporgere denuncia. Per ora. Crede nel suo lavoro, è testardo. Vuole guadagnarsi la stima della gente di Cividale come ha fatto in tutti i paesi in cui ha lavorato. All'inaugurazione del suo ristorante per asporto era stata invitato anche il sindaco ma né lui ne altri rappresentanti dell'amministrazione comunale si sono fatti vedere.

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venerdì, 13 luglio 2007

Siamo alla penultima puntata!

SIRIA PUNTATA 9

 7 gennaio      Mons. Butros Marayaty, vescovo della Chiesa cattolica armena ad Aleppo, che ci accoglie prima della celebrazione della messa (cui poi assisteremo), non appartiene all’antica chiesa apostolica, gregoriana armena [1], ma alla chiesa cattolica armena.
Una nota per me spiacevole: a fianco dell’altare ci sono la bandiera armena e vaticana: la vista delle bandiere mi infastidisce sempre, quali che siano; solleticano il mio rifiuto di nazionalismo e militarismi che associo alle bandiere, soprattutto se le vedo in un luogo improprio..
Mi riprendo quando alla preghiera per la pace il celebrante (o il diacono: non ricordo chi fosse) non si rifanno, come spesso da noi accade, alla retorica dei buoni sentimenti ma nominano gli stati in guerra o minacciati dalla violenza bellica.
Il rito non ha la pesantezza dei riti ortodossi, è seguito dai fedeli che non si fanno i fatti loro (come è uso nelle chiese orientali che mi richiamano i tempi in cui durante la messa si recitava il rosario, cosa che mi ha sempre infastidito). Non è una questione di devozione, che ognuno può esprimere come gli pare, ma di fastidio per la distanza fra il rito e i presenti, e non apprezzo il continuo andirivieni per l’accensione di candele, pur se di piccola misura, come accade nelle chiese d’oriente..
Molta attenzione viene data alle scritture e la Bibbia viene presentata ai fedeli con solennità.

Dopo la celebrazione della messa mons. Marayaty (che fortunatamente parla italiano) ci presenta la sua diocesi.
Aleppo era una regione con popolazione arabo-mussulmana molto aperta; già territorio di passaggio di carovane di commercianti armeni e di pellegrini che si recavano a Gerusalemme; nel 1915 accolse con generosità gli scampati al genocidio tanto che la comunità armena aumentò considerevolmente.(da un punto di vista religioso gli armeni di Aleppo appartengono alle chiese gregoriana –e sono i più numerosi – cattolica e protestante. Il vescovo lascia l’indicazione generica e non so quindi a quale specifica chiesa si riferisca. A me è capitato di vedere una chiesa metodista). Complessivamente comunque ad Aleppo ci sono 11 comunità cristiane di diversa denominazione.
Un tempo la popolazione armena era caratterizzata anche secondo una specifica divisone nell’attività lavorativa: orafi, macchinisti … una rigida distinzione che non esiste più.
Oggi non ci sono frizioni fra cristiani e mussulmani. L’appartenenza alla comunità determina la vita dei fedeli: tutti sono in qualche modo credenti..
I cristiani in Siria sono di origine orientale, antichi figli della loro terra.
L’islam si è presentato in oriente ben più tardi del cristianesimo.
Oggi ad Aleppo ci sono 120.000 cristiani e di questi 60.000 sono armeni (40.000 appartengono alla chiesa armena ortodossa gregoriana
[2]  

Molte questioni di diritto privato sono affidate alla giurisdizione delle chiese; allo stato appartengono in forma esclusiva la politica estera, interna e la gestione del servizio militare.
Il millet in definitiva garantisce un modo di vivere e operare che gli immigrati in Europa non ritrovano: e ciò li rende disorientati e confusi. Così non è in oriente:
La registrazione dei nuovi nati viene automaticamente trascritta nei registri dello stato e .. naturalmente (il mio solito rovello!) non esiste il matrimonio civile.
Fra cristiani esistono i matrimoni interconfessionali, non esistono invece fra mussulmani e cristiani … purtroppo (il purtroppo non è mio, è di mons. Butros Marayaty e lo segnalo con profonda condivisione e rispetto).
Infatti  a un mussulmano è vietato diventare cristiano e, se una ragazza cristiana sposa un mussulmano personalmente può seguire la sua religione, ma i figli devono allinearsi a quella del padre. Se una ragazza mussulmana sposa un cristiano costui, perché il matrimonio venga registrato, deve “convertirsi”.
Un tempo era vietato cambiare comunità religiosa: ora non lo è più; tutti comunque devono essere iscritti ad una comunità per l’esercizio di molti aspetti della loro vita civile.
I testimoni di Geova, che non riconoscono né la chiesa né il matrimonio, si iscrivono, senza appartenervi, ad una chiesa (credo quella cattolica ma i miei appunti non me ne danno certezza) che chiede loro un patto reciproco per la registrazione del matrimonio.
Ci sono 400/500 matrimoni cristiani l’anno, ma l’arrivo di profughi dai paesi circostanti ha determinato l’aumento della popolazione mussulmana.
Per loro interna decisione i cattolici non cambiano comunità, ma dopo il Concilio Vaticano II evitano il proselitismo che tutte le chiese cristiane si sono impegnate a non praticare.
Lo fanno solo tre nuove chiese protestanti: pentecostali, battisti e le assemblee di Dio.
 Il millet ammette l’esistenza di tribunali religiosi per i matrimoni (le sei chiese cattoliche esistenti in Siria ne hanno uno solo): In pratica alle comunità religiose appartiene tutto ciò che riguarda al famiglia , dalle registrazione dei nuovi nati a quella dei testamenti e in particolare le adozioni (riconosciute dagli statuti dei millet), vietate per legge ai mussulmani sono gestite con specifici organismi dalle chiese che da sei mesi dispongono di un unico, specifico tribunale.
Molte scuole sono a gestione religiosa. Adottano programmi governativi, accettano il controllo statale e i loro titoli di studio sono riconosciuti.
L’insegnamento della religione è obbligatorio e fa parte dell’esame di maturità:
Per le scuole e non solo si pone il problema del giorno settimanale festivo. IL venerdì, giorno dei mussulmani, resta la festività ufficiale. I quartiere abitati da cristiano possono scegliere il giorno festivo e  le scuole cristiane fanno festa di domenica.
La domenica è concesso ai cristiani arrivare con due ore di ritardo al lavoro per poter celebrare il precetto festivo.
Ad ogni modo i cristiani non subiscono discriminazioni nelle cariche pubbliche, Sono presenti nel parlamento e nel governo, hanno un ruolo nell’attività bancaria..
I sacerdoti non fanno il servizio militare, le chiese sono esentate dalle tasse doganali e come le moschee non pagano l’elettricità, l’acqua o altre tasse.
Particolarmente significativa la soluzione dei problemi urbanistici: non c’è nessun divieto per la costruzione di chiese, purché corrispondano a presenze di chiese storiche, Nei piani urbanistici vengono identificati gli spazi adeguati: uno per la moschea e uno per la chiesa cristiana (una: sta ai cristiani accordarsi per la destinazione della costruzione).
Il vescovo ribadisce la positività della famiglia patriarcale, legata soprattutto alla cultura mussulmana, che non riconosce assolutamente istituti quali i pacs.
A me piacerebbe parlare liberamente con giovani, ma non è possibile organizzare questo tipo di incontri. Se fossi meno vecchia studierei l’arabo.
Un problema di crescente gravità è quello dei profughi che arrivano dall’Iraq: data la significativa presenza di caldei, ne è responsabile il vescovo caldeo che lavora in collaborazione con la caritas.
Come far capire in quest’Italia calderolica la varietà del mondo islamico e come far conoscere le forme organizzative che si è dato per uscire dallo schematismo stupido che vuole l’Islam monolitico e feroce in contrapposizione inevitabile al mondo cristiano?


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NOTA:

La chiesa cattolica armena fu fondata nel XVIII secolo e sviluppò presto le proprie strutture episcopali ad Aleppo, Palestina, Cilicia, Anatolia e Alta Mesopotamia anche se osteggiata dalla chiesa armena gregoriana precalcedoniana (nota di aug. Ho trovato questa considerazione in un testo consultato. Siamo alle solite. Perché non avrebbe dovuto opporsi? Mi sembra una storia analoga a quella degli episcopati cattolici in Siberia, fondati da Giovanni Paolo II, che ha opposto il papa al patriarca ortodosso di Mosca Aleksij II, creando una crisi non ancora risolta).
Nel 1831 l’impero ottomano riconobbe il millet della chiesa cattolica armena, attribuendo quindi al patriarca anche il potere civile. (Per il millet si veda la prima puntata di questo diario).
Allora la sede patriarcale fu spostata a Costantinopoli dove restò fino al 1928, quando, essendo stata colpita dal genocidio anche la comunità cattolica, dovette trasferirsi a Bzommar (in Libano.
Oggi la giurisdizione del patriarca cattolico si estende su tutti gli Armeni cattolici d'Oriente e della diaspora. Conta quattro archidiocesi: Beirut, Aleppo, Istambul, Bagdad; otto diocesi: due in Siria, una rispettivamente in Iran, Egitto, Grecia, Francia, Romania; tre esarcati: Gerusalemme, Argentina, Europa Unita.
Nell'Armenia indipendente vi è un arcivescovo cattolico con il titolo di "Arcivescovo degli Armeni di Sebaste".
A questa Chiesa appartengono la congregazione dei Mekitaristi, divisi in due rami: quello dell'isola di S. Lazzaro a Venezia (fondata nel 1717) e quello di Vienna (dal 1800); e le monache dell'Immacolata Concezione, fondate nel 1852

 


[1]  L’antica chiesa armena, nata nel 301 quando il re si convertì al cristianesimo fa parte delle chiese precalcedoniane,  Per le chiese precalcedoniane si vedano la nota alla seconda puntata e il “codicillo” aggiunto alla puntata n.4 (rispettivamente 19 febbraio e 14 marzo)

[2]  Per evitare equivoci è opportuno segnalare che in questo caso ortodossa non significa chiesa collegata ai patriarcati di Mosca o di Costantinopoli.

Precedenti puntate: 3 e 19 febbraio, 4 -14 e 23 marzo,, 18 aprile. 28 maggio, 8 giugno, 3 luglio,   Reperibili tutte insieme alla categoria viaggio confronto07



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