Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Blogger: AUG
Nome: Augusta

Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

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venerdì, 31 agosto 2007

Ho ricevuto la lettera che riporto di seguito e che pubblico perché mi offre l’occasione di fornire una definizione utile e di precisare alcuni concetti che ritengo particolarmente importanti.
Il testo ricevuto consente una corretta identificazione del mittente.
Io ne ho tolto il nome perché non gli ho chiesto il consenso alla pubblicazione .
_____________.

 

Sulla razza, temo che in molti siate sviati da alcuni genetisti "politicamente corretti".

 

Le razze umane esistono, non c'e' niente di male in questo, perché "razza" e' solo il termine iniziale della tassonomia zoologica. 'Salendo', da razza si passa a "varieta'", "specie", "genere" etc.. E noi siamo animali.

 

In tassonomia, le razze furono definite su base morfologica, perche' allora la genetica era sconosciuta.

I genetisti politicamente corretti sostengono** che fra un boscimano ed uno svedese la differenza genetica e' quasi zero, ma sfondano una porta aperta. E' ovvio che e' quasi zero, COME FRA TUTTE LE RAZZE ANIMALI DELLA STESSA SPECIE .

Altra cosa sarebbero il razzismo e la superiorita' razziale nel senso di presunte diverse dignita'. (resta il fatto che -in media- un pigmeo ha meno possibilita' di uno svedese di saltar fuori da un recinto alto; e negarlo sarebbe stupido)

__

(**) accademicamente, le cose sono piu' complesse. Questi genetisti vorrebbero mettere da parte i tassonomisti, ma in zoologia il risultato sarebbe l'abolizione tout cour di tutte le razze; concetto utile perche' serve a farsi un'idea tecnica su alcune situazioni
___________________________________________________________________________

Rispondo evidentemente a titolo personale, perché a titolo personale ho scritto.

Non so che genere di aggregazione formino i “molti sviati”; per quanto mi riguarda se mi riferisco a fonti precise le cito e se sono “sviata”  significa che ho accettato lo “sviamento” per mia responsabilità.

Ma non è questo il caso.
Non mi sarei mai permessa di trattare la questione in termini di definizione attinente la genetica (pur con nelle forme semplificate che si possono trovare in tutti i buoni dizionari della lingua italiana) perché è disciplina che non conosco, né apparteneva alla genetica il contesto in cui ne ho scritto.
Riprendo dal mio ultimo, precedente diario (datato 28 agosto) in cui, segnalando la mia presa di distanza da alcuni contenuti di un “manifesto” che dovrebbe essere fondativo del futuro PD, scrivevo che quel documento”
nomina la razza fra una serie di fattori che potrebbero limitare la possibilità di relazioni
”.
E’ chiaro che in quel contesto non si faceva riferimento alla genetica o ad altro approccio rigorosamente scientifico, che per sé richiede  definizioni univoche, una delle quali il gentile interlocutore ha comunicato, ma il termine era usato in forma generica, data evidentemente per scontata nel suo significato e, soprattutto, aveva –a mio parere- una pericolosa potenzialità evocativa.
Tanto per chiarirmi con un esempio.
Nel vangelo Gesù dice ad alcuni suoi interlocutori “razza di vipere!”.
Penso che nessuno immagini che, per un tragico evento miracoloso, costoro fossero trasformati in serpi striscianti e velenose da cui prendere le distanze, né che le distinzioni scientifiche permettano un giudizio morale sulle vipere, “cattive” perché dotate di veleno.

La polisemia non consente le certezze dell'univocità.
Purtroppo, sempre più spesso nei nostri mezzi di comunicazione, siano essi cartacei, uditivi e visivi, la parola “razza” si associa a valutazioni negative o almeno è idonea a suscitare il sospetto di una negatività, o di una situazione d’inferiorità e viene collegata a caratteristiche culturali, reali o supposte.
Non è un fatto nuovo. Gli esempi non mancano.

Un dialogo da Lilith e il paradiso terrestre di Salvator Gotta:

“Ma perché?

-La razza!

Egli tacque, colpito da quella parola pensata tante volte: la razza. C’era dunque qualcosa nel loro sangue che li divideva?

- Sapessi quanto ho temuto che in te si svegliasse la tua! Tanto, da sentirmi … Come mi senti già .. come mi sentirai sempre di più … un’estranea, una che parla un linguaggio per te incomprensibile”.

E ancora in un testo in cui il riferimento alla razza segnalata come diversa è tanto evidente da farsi ovvio: ”Afnil portava in sé l’atona umiltà della schiava e la stolida burbanza dei beduini; di questa doppia natura, ch’ella non era riuscita a fondere in un impasto tollerabile, ti offriva ora l’uno, ora l’altro aspetto, secondo l’umore del momento”   (Tedesco Zammarano. Romanzo d’Africa).
Purtroppo romanzacci antisemiti e idiozie atte a formare i bravi colonialisti degli anni ’30, pur usando termini privi di valore scientifico, di logica e di buon gusto, hanno influenzato la comunicazione e la visione della realtà.
Avrei potuto trarre citazioni dal linguaggio che troviamo oggi nella stampa o nelle soap opera, ma questo mi avrebbe posto la necessità di una schedatura di testi cui non ho voglia di provvedere, e poi mi premeva segnalare un déja vu perché ciò che è accaduto può ripetersi e penso sarebbe bene evitarlo.
Stiamo tornando a derive simili a quelle citate? Io temo di sì e per questo mi preoccupo di precisare.

augusta

Pagina diario scritta da: AUG a 18:43 | link | commenti | | Torna su
varie, guerra conflitti e violenze, diari di augusta

martedì, 28 agosto 2007

 

COMITATO 14 OTTOBRE

Per il Partito Democratico

 

Manifesto divulgativo  del

Comitato 14 Ottobre per il Partito Democratico della Provincia di Udine 

 

Dai  bisogni reali della gente

è nato il desiderio di creare un nuovo soggetto politico che rappresenti un

“Partito Nuovo”:

Il Partito Democratico

Come espressione di semplificazione, stabilità e sicurezza

Per promuovere:

 

la possibilità di scegliere, la libertà di esprimersi con chiunque considerando la diversità - relativa a razza, credo religioso, cultura, disabilità, ecc. -

Come una opportunità

 

Il perseguire il merito, la conoscenza, la competenza, la competizione di tutti
- uomini e donne - nelle attività lavorative, sociali, politiche

Come valore aggiunto

 

la possibilità di ascoltare diversi apporti culturali,

di informare chi è interessato delle altrui esperienze,

di collaborare insieme a creare e comunicare

Il “nuovo” condiviso

 

La pratica del rispetto della

dignità della persona, dalla nascita alla fine della vita

e

la salvaguardia delle generazioni future.

 

Comitato 14 Ottobre per il Partito Democratico della Provincia di Udine

Comitato Tecnico Amministrativo e della Provincia di Udine

Fax 0432/26186

e-mail: ulivoprovudxpd@gmail.com

 

 

Commento di augusta:

Ho riportato inizialmente – e nel ricopiarlo ho cercato di essere fedele anche alla grafica- un testo arrivatomi a casa due giorni fa con il logo dell’olivo in testa.
Ho cercato riferimenti su internet e mi sono persa in un coacervo degli eventi – i più vari – facenti capo al 14 ottobre, ma nulla ho trovato sul documento specifico.
Non voglio commentarlo punto per punto: dico che sono tristemente turbata dalla povertà concettuale, dal linguaggio precario, dal vuoto di proposte, dall’assenza di parole portanti come “solidarietà politica, economica e sociale” (nei termini garantiti dalla Costituzione).
Purtroppo temo permangano un atteggiamento di trasparente, enfatica attenzione alla candidatura nazionale preferita quale segretario del futuro PD (posso pensarlo anche al femminile? ) e una altrettanto trasparente disattenzione pubblica alle candidature regionali, assicurate però (da quanto ho letto nei quotidiani locali) da una più o meno oscura, se non esasperata, attenzione, legata ad interessi consolidati, formatisi all’interno dei partiti tradizionali e delle realtà associative a questi altrettanto tradizionalmente collegate.
Eppure le realtà locali, siano istituzionali o appartenenti alla società civile, sono il luogo primo della partecipazione (non sarà che per queste strade la partecipazione diventi controllato entusiasmo – possibilmente emotivo e non ragionevole, così si semplifica - da trasferire al piano “più alto”?).
Ma vengo a brevissime, insufficienti considerazioni su due contenuti, che non sono valutazione complessiva della vicenda, ma –per me- riferimenti essenziali.
Mi è stato detto –da amici cui avevo comunicato il mio orrore per la parola RAZZA – che questa è pur usata nell’art. 3 della Costituzione.
Certamente è vero, ma da allora sono passati sessant’anni e la parola ha perfezionato il suo significato sul piano scientifico e quello della comunicazione e di questi tempi merita un’attenzione ponderata.
Comunque la Costituzione afferma pari dignità sociale e uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge senza distinzioni …(e qui si riportano vari fattori compresa la razza).
Nel momento in cui l’Italia usciva dalla scelta più rozza e criminale, che aveva fatto della “razza” non solo un fattore di discriminazione ma di penalizzazione fino al massacro, (decreto-legge 17 novembre 1938-XVII, n.1728 - Provvedimenti per la difesa della RAZZA ITALIANA) la Costituzione destituiva il termine, che qualcuno considerava ancora come significativo, di ogni fondamento vorrei dire ontologico e lo riportava quindi ai pregiudizi potenzialmente penalizzanti, mentre nel documento che ho ricopiato si nomina la razza fra una serie di fattori che potrebbero limitare la possibilità di relazioni. Tutto qui? Razza come credo religioso, ad esempio?
Mi sembra un approccio, a essere benevoli, molto modesto.
Altra nota banale ma non irrilevante: fra le differenze elencate manca quella di genere.
Dove la mettono i membri (uomini e donne) del comitato 14 ottobre? O il genere parlante è per loro solo maschile?
La distinzione di genere è menzionata invece a proposito della “competitività”, altra parola che meriterebbe, a mio parere, una discussione approfondita ma che non posso accettare come “valore aggiunto” da perseguire, quale lo definisce il documento.
Mi fermo qui e sarei ben contenta di trovare  commenti in proposito in questo mio e-diario, perché può essere che la mia ormai consolidata abitudine di guardare dall’esterno  queste vicende mi abbia indotta a non capire.

 

 

Pagina diario scritta da: AUG a 10:34 | link | commenti (1) | | Torna su
rassegnastampa, diari di augusta

domenica, 26 agosto 2007

Tre anni dalla morte di Enzo Baldoni …

 

… e mi permetto qualche riferimento al mio blog, non per narcisismo ma per una ragione, spero, obiettiva.
La prima è il mio sforzo di ricercare, per quanto tempo, capacità ed energie mi consentano, notizie e commenti –a volte piccoli, a volte ampi, autorevoli, ma volatili nella memoria- occultati o esibiti ma poi sepolti  sotto una marea di altre informazioni di cui si dimentica la connessione con le precedenti.
Il rozzo sistema di “categorie” che mi sono costruita mi permette ricerche relativamente veloci, a beneficio almeno della mia memoria che ormai si avvale anche di stampelle per esistere e, forse, resistere. So che esistono i sistemi anche più sofisticati per andare direttamente ai riferimenti, ma non li so usare.
Nel mio precedente blog <betlemme.splinder.com> avevo scritto parecchio nei giorni della scomparsa e della morte del giornalista (ho frettolosamente recuperato le date del 26, 27 e 29 agosto 2004), ma è chiaro che il testo fondamentale per conoscerne il lavoro é il suo blog, ancora fortunatamente attivo:     
http://bloghdad.splinder.com/


Scrivevo un anno fa:

In agosto si è silenziosamente celebrato  il secondo anniversario della morte del giornalista Ezio Baldoni che, come Grazia Cutuli (uccisa in Afghanistan nel novembre del 2001) e altri, troppi  giornalisti, ha pagato con la vita l’impegno di informarci.
Non c’è stato nulla di “ufficiale” a ricordarlo, se non in settori definiti e limitati della società civile, così come è stato sottovalutato il sacrificio del pacifista Angelo Frammartino, ucciso per errore a Gerusalemme.
*
Forse così hanno voluto le famiglie (e probabilmente per le famiglie è meglio così) ma io ricordo il furore mediatico attorno al rapimento di quattro guardie del corpo in Iraq nel 2004, rapimento che si concluse con l’assassinio di Quattrocchi. Attorno ai quei quattro si creò una sorta di ammirata solidarietà nazionale, vistosamente proclamata da noti personaggi, solidarietà urlata e sbandierata che a Baldoni e Frammartino è stata –nelle sue forme ufficiali – negata.
Probabilmente i corpi cui i quattro facevano la guardia avevano – ufficialmente- maggior valore della ricerca della verità e della costruzione della pace.

NOTA* Frammartino è stato ucciso a Gerusalemme, lungo le mura della vecchia città, il 10 agosto 2006. Il suo assassino, un palestinese, ha spiegato il suo gesto dicendo che pensava trattarsi di un colono israeliano. Io vorrei che ragionassimo su queste parole per chiederci, stabilito che questa affermazione trova il suo spazio naturale nelle terre sotto occupazione militare (si vedano le dichiarazioni del presidente del museo dell’Olocausto che ho riportato il 24 gennaio scorso ), fin dove possiamo parlare di resistenza e fin dove di terrorismo.

Riporto poi un passo di un articolo di Barbara Spinelli (La stampa 29/08/2004  -   Il martire di Baghdad  di Barbara Spinelli):


Fa bene Sergio Romano a osare la parola martire, a proposito dell'assassinio di Enzo Baldoni. Ogni martire è testimone, e questa era l'idea che Baldoni si faceva del proprio mestiere: non opinionista e neppure corrispondente, ma semplice reporter che coglie l'attimo e lo narra nella sua nudità. Nei suoi blog, su Internet, si definiva un turista di guerra e faceva perfino l'elogio dell'ignoranza: «A volte l'ignoranza è un vantaggio. O hai approfondito per anni un Paese, o ci vai tabula rasa. Arrivi senza preconcetti e, per sbaglio, ti capita di vedere quello che altri non vedono. Lo sguardo di Candide...».
Il Candide di Voltaire scopre nel suo girovagare che il mondo non si dirige nella migliore delle direzioni possibili, che è fatto di rumore e di sangue, che l'irrazionale ha un suo granitico potere di seduzione, che non è vero quel che dicono i falsi ottimisti, per cui le prove del male non contano: che il razionale coincide ineluttabilmente con il reale, che il mondo e la politica o sono razionali, o non sono reali. «Mi piace l'idea di viaggiare per sbaglio», scriveva Baldoni su Bloghdad (http://bloghdad.splinder.com) e cercava di imparare divertendosi: «Adesso sta a me far vedere che non sono un quaquaraquà europeo». Il 7 agosto raccontava i tre modi di recarsi a Baghdad: il modo dei «giornalisti stagionati e annoiati»; degli «iracheni di ritorno, mesti e preoccupati»; e infine dei «ragazzoni muscolosi, di poche parole ma di molto fisico».

E ancora parecchi mesi dopo, sempre Spinelli: (
La stampa 6 febbraio 2005. Finisce l'illusione, comincia l'Iraq)

Noi, come tutti i cittadini italiani, non sappiamo cosa stia realmente accadendo in Iraq.
La situazione irachena è estremamente ingarbugliata. Le informazioni che abbiamo sono parziali e filtrate dai comandi militari che fanno sapere, come succede in ogni guerra, solo quello che a loro interessa. Quei giornalisti indipendenti che non si sono accontentati delle informazioni dei militari sono stati uccisi, e sono finora già una trentina, fra cui il povero Enzo Baldoni.

E usando di quello “sguardo di Candide” che la Spinelli così bene ci ha offerto, riporto ancora una pagina del mio blog:

Leggo sul Corriere della sera di oggi – 14 settembre 2006- un articolo di Fiorenza Sarzanini “Nassiriya, soldati italiani a processo”, così segnalato in prima pagina:
”Spararono contro i civili durante la battaglia dei ponti di Nassiriya, 5 agosto 2004: il rinvio a giudizio chiesto dalla Procura militare per tre soldati italiani, accusati di aver colpito un’ambulanza, uccidendo quattro persone”.
Nel contesto dell’articolo (a pag. 5 e, sottolineo, del Corriere della sera) si legge:
”Il 25 gennaio scorso Allocca (torrettista e capo arma del mezzo anfibio d’assalto AAV7 in forza ai lagunari del Serenissima) arriva davanti ai magistrati. E ammette: <Sparai contro il mezzo perché così mi fu ordinato dal maresciallo Fabio Stival”>.
L’accusato aggiunge che se avesse saputo che si trattava di un’ambulanza avrebbe chiesto “spiegazioni al superiore”… (fine della citazione).


Come che sia siamo alla solita obbedienza, potenzialmente omicida, tipica della cultura militarizzata

Scrivevo l’undici dicembre 2005, riportando il testo di un filmato diffuso da Rainews24 e pubblicato giovedì 8 dicembre dal Corriere della sera on line (parlano sempre i militari italiani combattenti nella “battaglia dei ponti a Nassiriya):
”E’ ancora vivo quello?”.   “Guarda come si muove ‘sto bastardo”.   “Guarda com’è bellino per terra”.    “Alza la testa …  ma dev’essere ferito di brutto”      ”Luca, annichiliscilo”
Luca esegue con successo: non sappiamo se l’annichilito sia militare o civile, uomo o donna, vecchio o giovane. Che importa! E’ solo un effetto collaterale, uno dei tanti!
Ai morti nemici bisogna togliere ogni traccia di identità per renderli disumani.
Questo è uno degli obiettivi della guerra.
Certamente siamo lontani dal poter sperare in una pace piena, tale da non essere ridotta alla ‘non-guerra’, ma le adesioni sciagurate e improvvide alla politica USA del dopo l’11 settembre 2001 hanno reso difficile e lontano il raggiungimento della pace vera.

E credo che il ricordo migliore di Baldoni siano le su parole (l’indicazione per raggiungere il suo blog si trova all’inizio di questa raccolta di frammenti)

 

"Mettiamola così: nelle prossime 24 ore ho la possibilità abbastanza concreta di crepare. Ovviamente non succederà - ma, se dovesse succedere, sappiate che sono morto felice facendo quello che più mi  piace al mondo: viaggiare in paesi che non hanno mai visto un turista prima di me."

"Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch'io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L'indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato".    [ENZO BALDONI]


E per concludere, un commento che condivido totalmente             augusta

La Stampa martedì 31 agosto 2004 
IL DIRETTORE DI LE MONDE: QUESTA GUERRA E’ STATA DICHIARATA A TUTTE LE DEMOCRAZIE                  «Impensabile una Maginot»   di Jean-Marie Colombani


Di fronte all’odioso ricatto al quale, attraverso due giornalisti, è sottoposta la Francia, contano solo la solidarietà del Paese, espressa dal presidente della Repubblica, e la speranza che si concludano felicemente gli appelli alla ragione, ammesso che questa parola abbia un significato per dei sequestratori che si sono già macchiati del vile assassinio del nostro collega italiano Enzo Baldoni.
La nostra solidarietà va innanzitutto alle famiglie di Christian Chesnot e Georges Malbrunot, così come ai nostri colleghi del «Figaro», di Rtl e Rf11. Non possiamo dimenticare la particolare esposizione al rischio di tutta una categoria professionale, che ogni anno paga con un pesante tributo l’esercizio - per conto di tutti - della libertà d’espressione, come ricorda continuamente l’associazione «Reporters sans frontières».
Professione a rischio, rischio accettato consapevolmente: perché la stampa libera è il posto più avanzato della difesa dell’ideale democratico. Ovunque, chiunque cerchi di stabire un regime autoritario comincia sempre con il voler mettere la museruola alla stampa. Ancor più quando si tratta di gruppi - o di movimenti - che, nel nome di un Islam integralista, conducono una guerra ideologica contro la democrazia.
Questa guerra voluta dal terrorismo che si appella all’Islam riguarda - come sappiamo sin dal primo giorno - tutte le democrazie. Nessuna è al riparo e nessuna diplomazia può pensare di costruire una qualunque linea Maginot capace di proteggerci meglio dei nostri vicini spagnoli o italiani dalla volontà di morte che è all’opera dagli attacchi dell’11 settembre 2001.
Si toccano così i limiti dell’antiamericanismo, che troppo spesso sembra prendere il posto della politica estera francese. Anche se la mobilitazione qua di Yasser Arafat, là delle massime autorità sunnite ci differenzia fortemente dalla diplomazia italiana, alla quale una mobilitazione del genere è totalmente mancata.
Se noi siamo «il nemico lontano», non dobbiamo però dimenticare «il nemico vicino», la principale posta in gioco di questa guerra: le masse musulmane. L’obiettivo ricercato è il controllo ideologico dell’universo musulmano affinché questo, quando è presente a Parigi, a Londra o a Madrid, faccia prevalere la sharia sulla legge.
Da questo punto di vista, la reazione della Francia, del suo presidente e dei leader della comunità musulmana, è doppiamente salutare. Salutare per la comunità musulmana che - indipendemente dalle divisioni interne - mostra, attraverso le dichiarazioni più autorevoli, di aver compreso il messaggio per quello che è: una minaccia per lei stessa, per tutte quelle e quelli che vogliono far vivere un Islam francese, in Francia. E salutare per la repubblica francese, che fa prova della sua capacità di superare un disaccordo - la legge sul velo - per evitare di piegarsi a un ricatto esterno.
Era possibile - e, ai nostri occhi, legittimo - criticare un passo che pretendeva di regolare per legge, come per miracolo, la questione dell’integrazione scolastica. Erano possibili altre vie, che lasciavano un maggior spazio alla pedagogia: non è quello il minimo che ci si possa aspettare dalla scuola?
Ma, di fronte al ricatto, non c’è che una risposta: tra il velo e la scuola, essendo la legge quella che è, le giovani musulmane devono scegliere la scuola. E togliersi il velo quando ci entrano. Tocca poi alla società francese accettare che quelle ragazze, fuori dalla scuola, si presentino come vogliono e dunque - se questa à la loro scelta - con il velo sul capo. Questo non significa per nulla rinunciare alla lotta per l’uguaglianza dei sessi e contro l’oppressione delle donne. Ma quella battaglia lì - che è una battaglia di idee - non passa attraverso la repressione.
Noi sappiamo anche - e non avevamo nessun bisogno di vivere questo episodio angosciante per ricordarcelo - che la questione centrale della società francese è propria quella dell’integrazione. Viviamo una sorta di corsa contro l’orologio che ci ordina di favorire la generazione che sarà quella della sedentarizzazione - in francese si direbbe della «laicità» - dell’islam d’Europa: urge dunque che siano sempre più numerosi le donne e gli uomini di confessione musulmana che faranno vivere le nostre pratiche democratiche. Proprio quelle che gli estremisti che hanno catturato due giornalisti francesi vorrebbero vederci rifiutare.
Copyright Le Monde

Sarebbe bello se qualcuno, fornito di ricordi sugli argomenti di questa pagina di diario, ne scrivesse. I commenti sono a disposizione.                augusta

 

Pagina diario scritta da: AUG a 10:59 | link | commenti | | Torna su
rassegnastampa, guerra conflitti e violenze, diari di augusta, culturapace

sabato, 25 agosto 2007

Ricevo tramite amici il primo testo che segue e che fa capo al  comitatosalaam@virgilio.it.
Il problema è noto da tempo e spero che questa sollecitazione di Save the Children lo riporti all’attualità finalmente operativa.
Pubblico i testi disponibili nel mio blog in ordine cronologico decrescente.
Il testo di riferimento fondamentale per questa vicenda è evidentemente:
La
Convenzione di New York del 1989 - che nel nostro stato è legge  (LEGGE 27 maggio 1991 n. 176. - pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell'11 giugno 1991, n. 135) .
augusta.depiero@tin.it    -  diariealtro.splinder.com   

 

ESSERE BAMBINI IN PALESTINA

 
Save the Children, la più grande  organizzazione internazionale indipendente per la tutela e la  promozione dei diritti dei bambini nel mondo, ha da poco reso noti alcuni dati riguardanti le condizioni di vita dei bambini palestinesi nei Territori occupati.
 Sono in maggioranza i ragazzi e le ragazze in Palestina quasi quattro milioni di Palestinesi vivono nei Territori occupati, 2,5 milioni nella West Bank e 1,49 milioni nella Striscia di  Gaza; il 53% della popolazione, pari a 2,1 milioni, è di età inferiore  ai 18 anni.  In maggioranza sono nati profughi Il 42% dei bambini palestinesi sono da considerarsi rifugiati, dato che sale al 69% con riguardo alla sola Striscia di Gaza.
Ne hanno ammazzati uno ogni tre giorni in questi ultimi 7 anni 882 bambini palestinesi sono stati  uccisi dall'esercito israeliano o dai coloni nel periodo compreso tra lo scoppio della seconda Intifada (settembre 2000) ed il 30 giugno 2007. 
A giugno ne sono morti 16 e 27 ne sono rimasti feriti. Nel  solo mese di giugno, l'esercito israeliano ha ucciso 9 bambini e ne ha feriti 21, mentre gli scontri intestini tra i gruppi armati palestinesi  hanno causato la morte di 7 bambini ed il ferimento di altri 6.
68 hanno cercato di nascere nonostante un check-point, metà non ce l'hanno fatta
Dal settembre del 2000, 68 donne palestinesi sono state costrette a partorire presso un check-point, fatto questo che ha determinato la morte di 4 donne e di 34 neonati. 
Molti stanno nelle galere israeliane

Alla fine di giugno, 426 minori palestinesi risultano detenuti nelle prigioni israeliane. 
A molti di più è stata distrutta la casa
 A partire dallo scoppio dell'Intifada e fino alla fine del 2006, solo a Gaza Israele ha distrutto totalmente o parzialmente 7.287 abitazioni, lasciando senza un tetto 34.902 bambini su un totale di 68.692 residenti; nella West Bank, le case distrutte ammontano a 3.302 e i Palestinesi interessati a 16.510. 
Due su tre sono poverissimi. 

 7 famiglie su 10 nei Territori occupati, vale a dire 2,4 milioni di  Palestinesi, vive al di sotto della soglia di povertà, e tale dato ricomprende circa i due terzi dei bambini palestinesi. 
Troppi lavorano per sopravvivere
40.000 bambini dei Territori occupati sono costretti a lavorare, a  cause delle pessime condizioni  finanziarie delle famiglie. Non mangiano abbastanza o convenientemente Una malnutrizione cronica interessa il 10% dei bambini al di sotto dei 5 anni; solo a Gaza, ben 50.000 bambini risultano  malnutriti. 
Le condizioni di vita compromettono  gravemente il loro sviluppo  Più del 70% dei bambini di Gaza al di sotto dei 9 mesi risulta affetto da anemia, il che può determinare gravi conseguenze per il loro sviluppo fisico e cognitivo. 
Hanno un terzo dell'acqua che gli servirebbe 
La maggior parte dei Palestinesi vive con una dotazione d'acqua ben inferiore a quanto  raccomandato dalla World Health Organization per cucinare, bere e lavarsi (150 litri al giorno per persona); nella West Bank ciascun Palestinese ha accesso a circa 56 litri d'acqua al giorno, mentre tale quantità scende a 51 litri nella Striscia di Gaza.

Israele non permette che siano curati o non gliene da la possibilità.

 Per il 27% delle famiglie palestinesi risulta problematico accedere ai servizi sanitari a causa dei check-points di Tsahal, per il 37% a causa delle chiusure e delle restrizioni israeliane, e per il 46% a causa dei costi dei  trattamenti medici. 
Troppi muoiono per mancanza di cure adeguate
 10.000 bambini muoiono ogni anno, a causa soprattutto di malattie prevenibili e scarse cure per i neonati.
Sono impauriti, traumatizzati, stressati oltre ogni limite
Quasi la metà dei bambini palestinesi ha avuto esperienze di forti traumi e stress causati dalle violenze e dai raid israeliani, o è stato  testimone di violenze contro un membro della propria famiglia. 
Israele non permette che vadano a scuola con regolarità e in sicurezza .

A causa delle chiusure e dei coprifuoco, più di 226.000 scolari di 580 scuole della West Bank, particolarmente nella zona settentrionale, trova impossibile, saltuario o pericoloso il recarsi a scuola. 
Quando ci vanno sono perseguitati Un'intera generazione di bambini giornalmente assiste sempre più a episodi di violenza, persino all'interno delle scuole, che dovrebbero essere luogo sicuro e protetto; uno studio risalente al 2004 della Birzeit University ha rilevato che il 45% degli studenti ha visto la propria scuola assediata dall'esercito israeliano, il 18% ha assistito all'uccisione di un compagno di scuola ed il 13% a quella di un insegnante.
Un'intera generazione di bambini - aggiungo io - massacrata e in balia di un'occupazione militare  illegale e sempre più brutale e feroce, abbandonata a un destino di violenza, morte e devastazione dall'Occidente "civilizzato", che assiste impassibile ad ogni più efferato crimine di guerra commesso quasi quotidianamente dai valorosi soldatini di Tsahal.
Nessuna pena, nessun soccorso e, dunque, nessuna speranza per questi poveri innocenti.
Nessuna speranza, neanche per il piccolo Talal, 5 anni, che allo staff di Save the Children ha  dichiarato: "Vado all'asilo ogni giorno da solo. Ho paura quando vado solo. Ho paura che gli Israeliani mi spareranno. Vorrei che fosse mia madre a portarmi all'asilo, ma mia madre è occupata. Mio padre è stato arrestato dagli Israeliani e adesso è in prigione.
Ho visto gli Israeliani prenderlo. Non l'ho più visto da allora".

E noi, che stiamo facendo per il piccolo Talal? 
 
Salaam Ragazzi dell'Olivo - Comitato di Milano
Salaam Children of Olive Tree - Milan Committee
20121 Milano - Italy - via Bagutta 12

tel. fax 0039 02 780811   E-mail comitatosalaam@virgilio.it 


La data di spedizione della lettera che segue è evidente: non esiste ancora data di risposta.                               augusta

 

All’On. Ministro                                 3 luglio 2006
Paolo Ferrero

 

On. Ministro
sono una singola cittadina, non collegata ad alcuna realtà associativa e mi rivolgo a lei per un problema che mi sta a cuore.  Ne sono incoraggiata dall’aver sentito, nel primo discorso del Presidente Prodi, un richiamo preciso alla questione israelo-palestinese, la cui drammaticità, se ve ne fosse stato bisogno, è dimostrata una volta di più da quanto sta accadendo.
Non voglio intervenire in merito alla questione generale, ben conoscendone la complessità ma intrattenerla solo su un problema specifico, che, a mio parere, si connette a quella solidarietà sociale che identifica il suo ministero.
Parlo dei minori palestinesi nelle carceri israeliane che attualmente superano le 380 unità.
Parecchi di loro hanno meno di 14 anni, in alcuni casi si tratta di neonati incarcerati con le madri.
Molti soffrono la cosiddetta “detenzione amministrativa” che esime la giustizia israeliana dal dare alcuna informazione a famiglie ed avvocati (dove sono incarcerati, imputazioni che giustifichino il loro stato di prigionia, se mai un bambino può essere imputato e incarcerato…)
L’Italia è firmataria della Convenzione di New York del 1989 - che nel nostro stato è legge  (
LEGGE 27 maggio 1991 n. 176. - pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell'11 giugno 1991, n. 135) - e ne é firmatario anche lo stato di Israele.
I minori sono affidati a tutti noi, a prescindere dalla nazionalità, proprio da quella Convenzione.
Sono vissuta per parecchi mesi in Palestina, ho lavorato (come volontaria) all’International Center di Betlemme, conosco quindi anche direttamente la situazione di quella popolazione ed è quel dolore condiviso che mi spinge a chiederle di impegnarsi perché, in attesa di una pace che –almeno per il futuro - possa assicurare giustizia, ai minori sia risparmiato l’orrore del carcere quando non della tortura o almeno, se ci sono casi per cui la carcerazione risulti inevitabile, ciò avvenga con la trasparenza dovuta e nel rispetto di quelle modalità di vita che devono essere assicurate a minorenni.
Il mio richiamo alla legalità non è distacco: ho paura delle voci che si alzano urlando generalità contro questo o contro quello; spesso suscitano un effetto catartico fine a se stesso che, come tutti i buoni sentimenti, fa presto a rendersi silente.
Secondo me un impegno fondato su una domanda forte, determinata e instancabile di rispetto della legalità, che riconosce e tutela i diritti dei più deboli, potrebbe essere un passo importante (uno dei tanti passi possibili) in una politica di pace che è doveroso praticare anche se la speranza è difficile, ma, come dice un mio amico palestinese, meglio accendere una candela che maledire il buio.
Sperando in una sua risposta porgo cordiali saluti e auguri di buon lavoro.
Augusta De Piero

Nota:   Ho trovato molte interessanti informazioni nel sito web della sezione palestinese dell’onlus  Defence for children (http://www.dci-pal.org) che, a proposito dei minori in carcere ha pubblicato un’ampia ricerca:
Catherine Cook, Adam Hanieh and Adah Kay  - Stolen Youth – The Politics of Israel’s Detention of Palestinian Children. 
Pluto Press. LondonSterling, Virginia (
345 Archway
Road
, London
n.6 5AA and 22883 Quicksilver Drive, Sterling, VA 20166-2012, USA)


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Dal blog <diariealtro.splinder.com> 15 luglio 2005 

July 02, 2005     Bethlehem Declaration     No Kids Behind Bars

 

1. Dichiarazione (Bethlehem Declaration) del Consiglio Esecutivo Internazionale di Defence for Children basata sui dibattiti e sulle conclusioni della conferenza internazionale No Kids Behind Bars,  “No ai bambini dietro le sbarre –Dal punto di vista dei diritti dei minori”, promossa da Defence for Children International a Bethlehem, Territori Palestinesi Occupati, 30 giugno -2 luglio 2005.

 2. I bambini non possono essere trattenuti dietro le sbarre. I bambini dovrebbero andare a scuola, dovrebbero giocare con i loro amici, dovrebbero vivere con i loro familiari.

3. Parecchi studi stimano in più di un milione in tutto il mondo i ragazzini e le ragazzine dietro le sbarre, troppo spesso detenuti in condizioni orrende, degradate, di sovraffollamento e violente.
La prigione dovrebbe essere considerata come una opzione solo per un numero molto piccolo di minori che abbiano commesso reati violenti e gravi.

 

4. La maggioranza dei minori imprigionati non appartengono a tale categoria. Molti hanno commesso reati leggeri e sono in attesa di giudizio. Molti non hanno commesso alcun reato come i bambini di strada, i prigionieri politici, i rifugiati, i richiedenti asilo, minori mentalmente disturbati e altri imprigionati senza regolare processo.

 

5.  Centonovantadue governi hanno già accettato i principi generali che questo documento ha sottolineato ratificando la Convezione ONU sui diritti del bambino (CRC - Convention on the Rights of the Child). Ciononostante i bambini rimangono in prigione e in stato di detenzione, sottoposti ad abusi e dimenticati.

 

6.                  Nello stesso tempo sono state messe in atto e perseguite dai governi di parecchi paesi politiche ed azioni repressive. Queste misure hanno significativamente aumentato il numero dei bambini dietro le sbarre,

 

7.       Mettere ragazzini e ragazzine dietro le sbarre e separarli dalle loro famiglie e comunità danneggia seriamente il loro sviluppo fisico, mentale e sociale. Molti di loro non ricevono cibo sufficiente né cure sanitarie e istruzione. I bambini sono esposti ad abusi fisici, psichici e sessuali e possono essere infettati e diventare sieropositivi. La prigionia ne determina una condanna sociale che si prolunga  nel corso della vita e ne ostacola il reinserimento nelle comunità di appartenenza.

 

8.                  Nel corso di questa conferenza internazionale abbiamo saputo che migliaia di minori palestinesi sono stati arrestati e imprigionati per motivi politici dalle Forze di Occupazione di Israele, a partire dal mese di settembre 2000, per una deliberata politica intesa a rafforzare e mantenere l’occupazione israeliana.

 

9  Per noi la situazione è inaccettabile. Migliaia di bambini palestinesi sono stati imprigionati durante campagne di massa, con arresti arbitrari negli ultimi quattro anni e vengono spesso usati come ostaggi politici durante le trattative. Questi bambini non dovrebbero essere usati come insignificanti strumenti di contrattazione.

Chiedete interventi governativi

10. Basta ai bambini dietro le sbarre

§   Basta con la prigionia di ragazzini e ragazzine che non sono sospettati di alcun reato;

§   Basta alla prigionia di bambini che hanno commesso piccoli reati;

§   Basta costringere bambini dietro le sbarre quando hanno bisogno di cure e protezione;

§   Smettere immediatamente di criminalizzare comportamenti di sopravvivenza come l’accattonaggio e il vagabondaggio e di definire reato le assenze ingiustificate da scuola e di considerare criminali i bambini che sono vittime di abusi o altre forme di sfruttamento;

§   Smettere con le politiche dure e repressive messe in atto per “vincere la criminalità” se hanno un costo economico e sociale troppo alto:

§   Liberare immediatamente tutti i minori prigionieri politici e porre fine alla pratica di arresti per ragioni politiche;

§   Porre fine alle leggi discriminatorie e alle pratiche che riducono in prigionia minori per ragioni di razza, nazionalità, etnia e status socioeconomico e simili;

§   Consegnare alla giustizia i responsabili di arresti arbitrari e illegali e di altre violazione dei diritti umani come la tortura.


11. Investire in future azioni positive per i minori
.

§   Dare priorità ed investire in  programmi quali: spazi sociali, centri comunitari per giovani, programmi sportivi e culturali, programmi di sostegno per evitare l’abbandono scolastico di ragazzi e ragazze;

§               Sostenere programmi per ridurre la violenza promuovere azioni positive per educare  i bambini in famiglia e comunità e per rafforzare i sistemi sociali di sostegno;

§   Aumentare le opportunità di partecipazione dei minori alle decisioni che riguardano loro e le loro comunità e promuovere i loro ruoli quali attori sociali positivi;

§   Aumentare per i minori le opportunità di sviluppare sostenibili livelli di sostentamento e mezzi per vivere;

§   Rafforzare e mantenere sistemi di cura e protezione, che includano alternative di cura per i bambini che siano privi dell’ambiente familiare e altri sevizi di assistenza sociale.

 

12. Sviluppare alternative di tipo comunitario e di recupero

§                Provvedere a una serie di opzioni locali, sostenute dalla comunità diversificate ed individualizzate, per i minori in conflitto con le leggi che si indirizzino alle radici causa dei loro reati in modo che rispondano alle esigenze della vittima e delle comunità (ad esempio una mediazione fra la vittima e chi l’ha offesa, conferenze per gruppi di famiglie, servizi di comunità);

§                  Concentrare l’attenzione su sostegni di base per ridurre la condanna sociale e assicurare che i bambini non ripetano il comportamento illegale e rafforzarli nell’impegno di formazione verso un futuro positivo.

 

13. Migliorare le condizioni dei minori che debbano essere messi in prigione.

§                ·Garantire che la prigione sia l’ultima risorsa cui ricorrere solo in casi eccezionali quando i minori debbano essere imprigionati per la gravità del reato commesso o perché possono essere di danno a se stessi o agli altri;

§         ·Assicurare sistemi orientati e attenti ai minori che ne garantiscano la separazione dai sistemi legali per i criminali adulti.  I minori non devono essere trattati come adulti;
 
·Garantire la certezza che i minori siano processati quanto più rapidamente possibile, limitandone il fermo di polizia a un massimo di 24 ore e assicurando che il periodo di custodia cautelare prima della condanna sia legale  e regolarmente controllato;

§         Conformarsi agli standard internazionali per la protezione fisica e psichica dei minori in carcere, il loro benessere e sviluppo;

§         ·Assicurare la totale separazione dei bambini dagli adulti in prigione e la separazione in base al sesso e allo status dei detenuti;

§         Assicurare che i minori in stato di detenzione siano informati dei loro diritti e del funzionamento del sistema di giustizia minorile.

 

14. Stabilire piani nazionali per ridurre il numero dei minori in carcere.

 

§   Sviluppare meccanismi di misura, monitoraggio e che riferiscano il numero reale di ragazzini e ragazzine dietro le sbarre;

§   Sviluppare un piano di azione per ridurre il numero di minori in carcere che includa indirizzi di base e intenda dimezzarne il numero entro dieci anni;

§   Provvedere a un aggiornamento obbligatorio e qualificato e inteso ad assicurarne un maggior rispetto alla legge per il personale impiegato  nell’ambito della giustizia minorile;

§   Sviluppare per le Organizzazioni non governative procedure effettivamente indipendenti di reclamo e investigazione, per un autonomo monitoraggio e per un loro accesso;