Viaggio in Armenia. Testo di Giuliano. Inserimento (faticoso) di augusta che é riuscita a mettere le foto di Giuliano con l'aiuto determinante di un buon samaritano competente.
Prima puntata del diario: 11 agosto
Il leggendario pullman n. 2
Note, schizzi e cattiverie sul viaggio in Armenia: 13-23 giugno 2007
* * *
Giorgio è l’ingegnere più ingegnere che io conosca. Voleva convincermi a rifare i muri esterni della casa che in settant’anni avrei ricuperato i soldi spesi risparmiando sul metano.
Calcolando il consumo medio, i chilometri restanti e conoscendo la portata del serbatoio, dati che un’auto decente ti dà, lui calcola quanti litri di gasolio o benzina gli frega il distributore taroccando le misure. Ce l’ha insegnato a tutti. E ora quelli del pullman n. 2 li riconosci subito. Prima di entrare in una stazione di servizio, si fermano una mezz’oretta e a suon di algoritmi calcolano quanto dev’essere il pieno. Poi entrano con aria beffarda e l’omino della pompa li frega lo stesso, più beffardo di loro.
Nel monastero di Tataev, Giorgio ha calcolato esattamente il mese e l’anno in cui cadrà la cupola appena rifatta. Sul giorno ha qualche dubbio. C’è il pilastro di sinistra (sempre ‘sta sinistra!) che è uscito dall’asse di un buon mezzo metro (peggio del governo Prodi!). Lui l’ha misurato dentro e fuori e ha fatto i calcoli.
Ci assillava un dubbio. Non potevamo sfacciatamente chiedere il peso all’Annamaria e alle sue sodali. A una signora è peggio che chiedere l’età. E allora volevamo che Giorgio misurasse l’excursus delle balestre del pullman quando saliva Ivanna e lo usasse come unità di misura. Calcolando i venti chili e i sottomultipli, Giorgio sarebbe stato in grado di pesarci tutti con una tolleranza di 5 etti. Ma non se n’è fatto niente. Primo perché quando saliva Ivanna le balestre neanche si muovevano (sarà il caso che Marco cominci a darle da mangiare!), anzi gli faceva il solletico. Secondo perché Giorgio non si è prestato a un uso così indiscreto della scienza ingegneristica.
In compenso Annamaria si è prestata a sua insaputa alla più bella foto del viaggio, che abbiamo subito denominato: I fidanzatoni di Peynet.
Abbiamo avuto il problema della longitudine. Perché non si può organizzare un viaggio senza conoscere i meridiani che si attraversano! Pazienza per i paralleli. Ma i meridiani no. E Adriano, per cui l’unico meridiano che esiste è quello di Monte Mario, aveva portato carte e cartine di tutti i tipi, ma non uno straccio di meridiano che fosse uno. Allora Marcella, quando è stata a Karahunge, dopo essersi fatta fotografare davanti a una pietra sì e una no (per fortuna che Bruno deve buttar via due foto su tre, sicché gliene restano appena il doppio di tutti gli altri messi insieme!), usando i buchi delle medesime pietre, l’inclinazione del sole e i calcoli del marito, ha scoperto quello che tutti già sapevamo, e cioè che l’Armenia è tre ore avanti rispetto all’Italia.
Adriano, che in settembre torna in Armenia, continuava a telefonare. Persino al Passo Sulema (2.410 metri). Poi abbiamo scoperto il perché. Laura finalmente è riuscita ad avere il pullman n. 1, anche se in sessione autunnale. Guiderà lei la gita di quelli che fanno il corso di ricupero. Perfezionista com’è, vuol trasformare quello di settembre nel viaggio del secolo. E Adriano, lo spione, le telefonava tutte le nostre trovate. Le ha detto che Maria Teresa leggeva i pensierini dei frati birboni. E allora Laura si è messa a scegliere un’antologia dei Saggi (pardon: Essais!) del gentiluomo Michel Eyquem de Montaigne, che leggerà in francese antico con rigore filologico. Lo scellerato le ha detto che Stefano ci recitava i sonetti del Belli. E lei allora recluterà un fine dicitore che leggerà il Canzoniere di Petrarca. Le ha anche detto che Claudio ha intonato Signore delle cime dentro una chiesetta suggestiva e tutti ci siamo fermati a sognare. E lei allora sta brutalizzando gli amici intimi: vuol fargli imparare il Miserere di Allegri, quello che si cantava in San Pietro la Settimana Santa e che il giovane Mozart trascrisse a memoria. Abbiamo celebrato la liturgia della parola? E lei ha prenotato il Catholicòs per una messa speciale della durata di 2 ore e un quarto. Le ha anche detto che Maria Teresa distribuiva i ciclostilati con la Scharakan di Natale e la Rusàn le ricette della marmellata di noci. E lei allora ha deciso che in pullman deve esserci un computer con stampante, fotocopiatrice e scanner.
Per carità, queste cose teniamocele per noi. Sennò a settembre il pullman diventa una coupè, con Laura e Adriano in intimità. La prima perché non rinuncerà. Il secondo perché avrà quel che si merita.
A Sisian abbiamo sperimentato un nuovo tipo di Hotel, quello che si misura in stelle cadenti. Il nostro ne aveva una e mezza. Palazzine quadricamere, che, quando una coppia entrava, la prima cosa che faceva era di uscire subito per dire che la camera non c’era. C’era, c’era! Scale tipo sottomarino, un bagno in camera e uno fuori. La doccia rialzata, in modo che l’acqua uscisse quasi tutta. In compenso la bocchetta pisciava metà dentro e metà fuori e così, per simpatia, faceva il rubinetto. Ma c’erano ciabattine di panno che servivano per asciugare il pavimento. Il portasapone era girevole, sicché ogni volta che ci mettevi su il sapone, te lo catapultava in giro per la stanza. Accendevi la luce al piano di sotto e quelli di sopra rimanevano al buio. Un vero e proprio confort.
La mattina dopo incontro Giovanna, una signora così distinta che portava gli occhiali da sole anche dentro i refettori senza finestre, così ammodo che deve aver combinato qualcosa di grosso per essere finita nel pullman n. 2. Mi avvicino titubante: chissà quello che mi dice, pensavo. Mai dormito così bene in vita sua, mi fa. Un sogno. Roba da passarci le vacanze. Tutti gli altri a cinguettare felici.
Sono andato da Adriano: ma cosa diavolo ti danni l’anima per trovare alberghi cinque stelle! Tendine canadesi, cuccette militari di seconda mano, una tenda un po’ più grande per il refettorio dove mangiare a turno e, per i servizi, alberi a volontà. Tanto, in questo viaggio abbiamo imparato che la privacy è un istituto borghese e anche nel deserto una buca si può sempre trovare. Quando vedevi una fila di distinte signore che si allontanavano decise, guai a pensare che volessero osservare il panorama, guai a seguirle. Ti prendevi le parole. Il sadismo di Agnese ha forgiato il turismo del terzo millennio, quello che non evita le comodità, semplicemente non ne avverte il bisogno, e neanche l’opportunità, anzi gioisce, squittisce, freme di gioia quando delle comodità non c’è neanche l’ombra.
Le chiacchiere non sono mancate, nel viaggio. Su tutti si è distinta Giovanna. Ha detto, in dieci giorni, 7 parole 7 come Cristo in croce. Potremmo fargliele musicare se ben 5 non le avesse dette trascinata in un vorticoso colloquio da Adriano, che voleva sincerarsi se era o no la muta di Portici. A ristabilire la media, per altro, ci pensava Flavia, detta moto perpetuo. Una con cui il discorso non muore mai. Ne sa qualcosa il solito Adriano, che con lei ha imparato che cosa sia la pena del contrappasso. Dopo una giornata a darle retta, ha tirato fuori un I-Pod regalatogli dalla figlia, da cui ascoltava canzoni di Claudio Villa… tra una chiacchiera e l’altra della Flavia, che di I-Pod e auricolari neanche si accorgeva. Giovanna e Flavia sono perfettamente complementari. Come si dice in veneto: un alto e un baso fa un gualivo.
Enza encomiabile. Appoggiata sui suoi bastoncini, non ha rinunciato a niente. Quando se ne dimenticava, rinunciava persino ai bastoncini. La cosa ci metteva un po’ in sospetto. Solo una volta ha perso l’aplomb, quando è stramazzata dentro il confessionale. Per castigo non è scesa dentro la prigione di San Gregorio l’Illuminatore. Anche perché avevamo deciso di chiudere la luce e lasciarla là.
Signorili i bastoncini di Licia. Servivano più che altro per minacciare me quando non obbedivo prontamente ai suoi ordini o per cadere in testa ad Adriano quando, sul pullman, era tutto intento a mettersi gli auricolari per sfuggire alle attenzioni di Flavia.
Con il suo incedere cadenzato, Licia misurava il tempo di tutto il gruppo, come un metronomo, salvo quando, ed era ogni volta, si fermava ai banchetti per comprare ogni specie di cianfrusaglie, compresi assurdi acquarelli che poi diventavano l’incubo delle cappelliere.
Al sedicesimo monastero e al ventisettesimo gavit, Giancarla ha perso il lume. Ha preso armi e bagagli, ha spodestato Maria Teresa e ha posto la domanda: ma è possibile che in questo Paese non abbiamo visto un palazzo municipale, un palazzo signorile, mi rovino, una casa del popolo! Ma dove si riunivano ‘sti armeni, quando non erano invasi, genocidati, terremotati? Ma nel gavit, of course! Dove pare che si facesse di tutto, salvo che andare a Messa.
Anna, invece, ce l’aveva con i preti di adesso. Chi li mantiene, questi preti qui? Lo ha chiesto un po’ a tutti. Anche a Gabriella, che deve averla mandata… Quando siamo stati nel cosiddetto Vaticano degli Armeni, ha visto Marco, il nostro giovane e brillante assistente culturale, che parlava con una specie di Monsignore vestito di bianco: voleva a tutti i costi approfittarne e venire a capo della questione. L’abbiamo dovuta immobilizzare. E abbiamo pensato di avviare il problema a soluzione. Uno potrebbe mantenerlo lei. Una specie di adozione a distanza. Ha subito individuato un prete di periferia, malconcio e di manica larga. E non in senso figurato. La tonaca aveva due maniche grandi come sottane.
Abbiamo mangiato sempre bene, leggero e vario. I cetrioli erano disposti una volta attorno, un’altra in due file, un’altra ancora a mo’ di arabesco, qualche volta in insalata, ma sempre alle prese con fettine di pomodori.
Il cetriolo dev’essere il piatto nazionale armeno, tanto si è che, quando non ne possono proprio più, se lo stampano in fronte e assicurano che rinfresca tutto il corpo meglio di uno split Panasonic. Provare per credere. La cosa, però, funziona solo in Armenia. Abbiamo, come vedete, la documentazione fotografica.
Una volta, sul lago Sevan, ci hanno portato il pesce. Una festa. Per solidarietà con Maria Carolina, ho chiesto anch’io la variazione. Ci avevano preparato degli ottimi spiedini, ma uno sciagurato ha capito che eravamo vegetariani. E così gli spiedini sono rimasti maliconicamente abbandonati su una consolle.
La sera si ballava. Il miglior ballerino era senza confronti Luigi, che rivaleggiava
con l’autista nel movimento armeno delle mani. Anche Maria Teresa, avendo ceduto una volta, veniva regolarmente trascinata in pedana. Le sue movenze, sicuramente etniche, erano un misto di tango argentino e di danza birmana, interpretati secondo un ritmo molto interiore. Ma la coreografia era di pregio. E tutti i fotografi del gruppo correvano a immortalarla.
Questo perché, amando i suonatori una musica soft, una specie di sottofondo, tenue e discreto, e quindi essendo tutti intenti a gridare nell’orecchio del vicino, sperando che fosse quello giusto, si aveva poco tempo per seguire dal vivo le mosse dei ballerini.
Siamo quasi sempre arrivati puntuali alle partenze del pullman. Da quando Pasquale, subito soprannonimato l’arrivatardi in lingua, “el tardigón” in vernacolo, fu brutalizzato da Maria Teresa, nessuno osò più far ritardare il colto e l’inclita, il primo tutto intento, del resto, fin dalla prima mattina, a correre in pullman per accaparrarsi i posti davanti, fedele al motto evangelico “i primi resteranno i primi”.
L’autista suscitò l’ammirazione dei più. Caricava e scaricava valigie, ci scollinava con disinvoltura per i passi armeni modello Gavia o Stelvio, ci preparava i piatti nei refettori dei monasteri che occupavamo manu militari, e poi ripuliva pure. Quella volta che dimenticò le chiavi corse su a riprenderle con la grinta di un maratoneta. E la sera ballava con Rusàn, fresco come una rosa. Semmai era il pullman a scricchiolare un po’. Ogni tanto l’acqua del radiatore era pronta per buttarci la pasta. E allora ci fermavamo perché riprendesse fiato. Mai una volta che dovessimo scendere e spingere.
Cosa che i turisti di Biblia avrebbero fatto con allegria e riconoscenza perché un sano esercizio fisico a 2.300 metri s.l.m. sarebbe stato comunque visto come un dono del Signore e un segno della Sua predilezione. Per il resto eravamo tranquilli. Giorgio aveva sentenziato che il pullman aveva ben quattro sistemi frenanti, presumibilmente tutti funzionanti, per cui, quando si buttava nelle vorticose discese, ci sentivamo tutti in una botte di ferro.
Rusàn. Detta Rossana, Rosanna, o altro a seconda delle preferenze. Peccato che non avesse la tipica fisionomia armena, sennò sarebbe stata perfetta. Allegra, disinvolta, disponibile. Quando la turista di Biblia le chiedeva chi era quella figurina alta un centimetro e mezzo in fondo alla croce di pietra, no, a destra, nell’angolo, lì, più avanti… lei non perdeva la calma.
Ci ha sciorinato 15.500 nomi armeni, che le saranno costati sei mesi di studio: non ne ricordiamo neanche uno. Ma lei imperterrita. Ce l’aveva con Gregorio l’Illuminatore, che proporremo a Scaroni come patrono. Le è rimasta impressa la storia della vedova che gli portava da mangiare. Una volta ha addirittura insinuato che fosse l’amante. Le nostre donne ci hanno visto subito il sesso, deviate come sono dalla assidua visione de “La squadra”. Vedendo il luogo, fu, se lo fu, sesso acrobatico…
E poi Rusàn ci raccontava le barzellette, e alla sera ballava. Innamorata della sua terra. Al punto da scriverle poesie. Una ce l’ha letta, sul monte Ararat prigioniero dei Turchi. Liberarlo bisogna, e subito. Le ho chiesto, poi: “Rusàn, intendi liberarlo con le armi o trascinarlo di qua del fiume legandolo con le corde, due operazioni con lo stesso gradiente di difficoltà?”. Ha sorriso. Ci avrebbe pensato.
Brava Rusàn, simpaticona. Chissà perché al pullman numero 2 capitano sempre le guide col cuore grande, persino in Israele, e quello fu un miracolo. Ma forse siamo noi, forse è Maria Teresa che le prende sotto le sue ali come fosse la Madonna di Monte Berico…
Abbiamo corso anche i nostri bravi rischi, durante il viaggio. Come quella volta che la strada era mezza franata e lo stapiombo era di 500 metri circa. Ma Giorgio calcolò che potevano passare altri 35 pullman come il nostro prima della frana risolutiva. O come quell’altra volta quando, caracollando in vista dei 4 tuboni della centrale nucleare, tre dei quali col loro bravo pennacchione, Rusàn ci informò che quella centrale lì, altro che Chernobyl!, quella era di massima sicurezza, al confronto. Persino le cicogne erano scappate via, aria e acqua erano contaminate e il fumo che usciva non era vapore, ma condensa radioattiva. E se la rideva e ci raccontava la barzelletta: sapete cosa dicono gli Armeni? Che i Turchi non ci attaccano perché hanno paura. Hanno una fifa blu della centrale nucleare.
Questa qui ha appena parlato con Pecoraro Scanio, pensai. Giorgio voleva correre in albergo a prendere il contatorino Geiger che porta sempre nel necessaire. I più aspettavano rassegnati il direttore del Museo, che era andato a un funerale con una quindicina di dipendenti. Qualcuna, di cui non faccio il nome, si divertiva a contemplare i tuboni fumiganti attraverso i falli del neolitico allineati davanti al Museo, attratta dal contrasto tra il fallo antico e il tubone radioattivo. Questi qui, pensai, se l’Agnese gli propone una meditazione dentro la centrale di Chernobyl, corrono come bambini alla merenda!
Poi la Rusàn fece un po’ di autocritica. Aveva esagerato. La centrale avrebbe avuto le sue brave perdite a partire dal lunedì, dopo il nostro ritorno in Italia. Sollevati e contenti, abbiamo potuto passare festanti da un osservatorio astronomico dei primordi a una manciata di chiese di Vergini slinguacciate e lapidate. Il pericolo era passato.
La nostra comunità era perfetta: un’armonia di talenti. A ogni necessità scoprivamo lo specialista. Quando siamo arrivati alla chiesa cattedrale Surp Gregor di Zvartnots, ci avevano messo in crisi quattro enormi spuntoni di muro rovesciati simmetricamente al di fuori del perimetro delle mura esterne. Guardiamo speranzosi Giorgio, ma quello cambia discorso. Lui le case le coibenta, se poi crollano, affari loro. Salta su placido il Pasquale, l’arrivatardi, e ci spiega come fanno i terremoti a far crollare le chiese in Armenia. Scientifico, esauriente, lucido. Disposto persino a dirci le formule matematiche. Lo blocchiamo. Ma, da qual momento in avanti, lo avremmo aspettato anche 11 minuti prima di lasciarlo a terra.
E multiforme, il Pasquale. Esperto in disastrologia e contemporaneamente poeta. Compone a getto peggio di Ovidio. Il verso gli esce come ad Augusta le domande. E così ha tenuto su l’onore del gruppo durante l’arte varia dell’ultimo giorno. Un poeta gentile, che parla di fiori e di allodole. Sensibile.
Avevamo bisogno di un po’ di longitudine? C’era, come ho detto, Marcella. C’erano in giro delle rocce piroclastiche sedimentarie? C’era sempre Marcella, pur se perennemente in posa, pronta a farcele notare. Un problema geologico un po’ più complicato? Mario affidava per un momento a qualche altro la custodia di Pasquale e veniva a delucidarci. Una sinfonia di competenze e di culture.
Siamo stati anche benedetti. Un archimandrita libanese, metro e novanta, che le donne se lo mangiavano con gli occhi, arruncigliato da Gabriella, ci ha parlato e benedetto. Quindici segni della croce. Un timore l’avevo. Magari un diavoletto avrebbe abbandonato la sua ospite facendo baccano in giro per la chiesa. E invece no. Anna, per la prima volta, alla vista di una tonaca, non pose il problema di chi la mantiene.
C’era anche un fatto strano. Avevamo spesso tra i piedi un gruppo di occidentali guidati da Liliana Cavani vestita da Lawrence d’Arabia. Si portavano dietro uno spilungone che camminava sulle uova maneggiando con cura delle stampelle alte due metri. Era chiaramente in attesa del miracolo. Qualche volta ce li trovavamo persino al ristorante a far confusione. Ma noi mica gli abbiamo dato confidenza: si davano di quelle arie! Solo con una piccolina abbiamo qualche volta parlato, perché era uguale sputata all’Antonella, la zia di Leonardo, che l’anno scorso era nel nostro pullman.
Certo che l’anno prossimo bisogna fare più attenzione e stare alla larga.
P.S. n. 1. Il risarcimento all’Augusta, che io chiamo miss domande multiple, in vernacolo domandaressa (e il perché lo sapete meglio di me), l’ho già fatto in pullman e quindi non lo ripeto.
Ma devo precisare. Come vi ho detto, noi di Biblia, salvo Flavia che si definisce iperacusica, ed è per questo che vuol parlare solo lei, perché la voce degli altri le rimbomba, siamo quasi tutti monoacusici, e chi non lo è lo diventa per solidarietà. Da questo punto di vista siamo facilmente combinabili. Se Adriano volesse tener conto di qual è l’orecchio da cui ciascuno di noi ci sente, potrebbe sistemarci a mo’ di autobloccanti, quei blocchi di cemento o graniglia con cui pavimentano l’ingresso ai garage. E noi non ci muoveremmo più.
Quella volta, nel refettorio, eravamo messi sbagliati, per cui facevamo fatica a capirci. Anche perché Isabella continuava a venire a rompere con la storia della cupola falsa.
Ma una cosa avevamo in mente di preciso: far dire alla Gabriella qualcosa di più sul genocidio. Partendo da un presupposto: se l’anno scorso avessimo chiesto ad Amos (che Adonai lo abbia in gloria, sempre che si possa nominare noi il nome del Loro Dio)settanta volte sette, mi rovino, settantasette volte settanta, di parlarci dell’olocausto, Amos, felice come una pesah, non solo avrebbe risposto giulivo di sì, ma avrebbe aggiunto un sette volte sette di suo.
Gabriella, invece, ha reagito schifata. Basta con questo genocidio. Facciamola finita. L’Armenia non è solo genocidio. Parliamo d’altro.
Stesso atteggiamento da parte di Marco, che armeno non è, ma solo armenista. Loro, del clan armeno & affiliati, vorrebbero parlare di alfabeto, di come qualmente anitra si scriva come muro e muro come anitra, ma in armeno occidentale si scrive come non si pronuncia e in armeno orientale si pronuncia come non si scrive, vorrebbero parlare di Tigrane e dei Bagratidi, toh! che la gente li chiama perché parlino del genocidio.
E la cosa gli fa anche onore, perbacco, perché non vogliono marciarci. Ma sono anche dei bei tipi questi armeni qui! E gli armenisti pure!
L’Antonia ci ha messo una vita a far ritornare di moda l’argomento, ha dovuto persino impararsi l’armeno, ci ha scritto un romanzo, è riuscita a smuovere i fratelli Taviani che ci hanno fatto un film con Preziosi, quello dell’Elisa di Rivombrosa, è tutte le sere in giro a parlare del suo libro, del film e degli Armeni, e questi qui snobbano e fanno i superiori.
Ma datele una mano, perbacco!
E tu, Augusta, ti sei presa la tramvata, questo è vero, ma mettitela al petto, assieme alle altre, come una medaglia al valore. Parola di Giuliano l’impissafóghi (così mi definisce Annamaria, la mia. Lei vuol sempre apparire la buona, la conciliante. Tutto fumo. Avete visto quella mattina il putiferio che ha fatto per i posti davanti? Credetemi. Il buono della famiglia sono io!)
P.S. n. 2. E adesso consentite anche a me un po’ di arte varia. Volevo scrivere in endecasillabi sciolti o rime baciate. Ma avrei dovuto scomodare il Pasquale. Volevo scrivere un sonetto, ma avrei avuto bisogno della consulenza di Stefano. Mi arrangio.
Prosaicamente, a nome di tutti Voi (e guai se obiettate!) ringrazio Maria Teresa, la nostra leggendaria capo pullman. Che prima o poi dovrà decidersi. Invece di fare il magistrato per mestiere e la capo gita per diletto (e che diletto!), sarà bene che faccia il contrario. Come intuì quella volta la guida che credette di aver trovato una collega. Perché noi del pullman n. 2 siamo scalcagnati e smandruppati, come si è visto ogni volta che tentavamo di fare una foto di gruppo.
E abbiamo bisogno della mamma, a ognuno la sua parolina, qualche raro e salutare rimbrottino, la capacità di far dire a tutti la sua. E quando Marco soverchia la Rusàn, un colpetto al timone. E quando Rusàn si allarga, una frenatina. E poi un’arte divinatoria: da come conta i presenti in pullman, potevamo lasciarne giù due o tre ogni volta. Ma, guarda caso, l’unica volta che non ha contato, per un pelo non lasciavamo Maria in Armenia.
Grazie, Maria Teresa! Senza la sua leggendaria capa, neanche il pullman n. 2 sarebbe quel leggendario che è!
E adesso, spagnolettizzando:
arrrritrovarrci in Sirrria!!!!
N.B. Dichiara Giuliano: "Ho scritto solo i nomi, così l’identità dei soggetti rimarrà sicuramente riservata!!!"