Questo diario elettronico ha una storia... (continua)


venerdì, 31 agosto 2007

Ho ricevuto la lettera che riporto di seguito e che pubblico perché mi offre l’occasione di fornire una definizione utile e di precisare alcuni concetti che ritengo particolarmente importanti.
Il testo ricevuto consente una corretta identificazione del mittente.
Io ne ho tolto il nome perché non gli ho chiesto il consenso alla pubblicazione .
_____________.

 

Sulla razza, temo che in molti siate sviati da alcuni genetisti "politicamente corretti".

 

Le razze umane esistono, non c'e' niente di male in questo, perché "razza" e' solo il termine iniziale della tassonomia zoologica. 'Salendo', da razza si passa a "varieta'", "specie", "genere" etc.. E noi siamo animali.

 

In tassonomia, le razze furono definite su base morfologica, perche' allora la genetica era sconosciuta.

I genetisti politicamente corretti sostengono** che fra un boscimano ed uno svedese la differenza genetica e' quasi zero, ma sfondano una porta aperta. E' ovvio che e' quasi zero, COME FRA TUTTE LE RAZZE ANIMALI DELLA STESSA SPECIE .

Altra cosa sarebbero il razzismo e la superiorita' razziale nel senso di presunte diverse dignita'. (resta il fatto che -in media- un pigmeo ha meno possibilita' di uno svedese di saltar fuori da un recinto alto; e negarlo sarebbe stupido)

__

(**) accademicamente, le cose sono piu' complesse. Questi genetisti vorrebbero mettere da parte i tassonomisti, ma in zoologia il risultato sarebbe l'abolizione tout cour di tutte le razze; concetto utile perche' serve a farsi un'idea tecnica su alcune situazioni
___________________________________________________________________________

Rispondo evidentemente a titolo personale, perché a titolo personale ho scritto.

Non so che genere di aggregazione formino i “molti sviati”; per quanto mi riguarda se mi riferisco a fonti precise le cito e se sono “sviata”  significa che ho accettato lo “sviamento” per mia responsabilità.

Ma non è questo il caso.
Non mi sarei mai permessa di trattare la questione in termini di definizione attinente la genetica (pur con nelle forme semplificate che si possono trovare in tutti i buoni dizionari della lingua italiana) perché è disciplina che non conosco, né apparteneva alla genetica il contesto in cui ne ho scritto.
Riprendo dal mio ultimo, precedente diario (datato 28 agosto) in cui, segnalando la mia presa di distanza da alcuni contenuti di un “manifesto” che dovrebbe essere fondativo del futuro PD, scrivevo che quel documento”
nomina la razza fra una serie di fattori che potrebbero limitare la possibilità di relazioni
”.
E’ chiaro che in quel contesto non si faceva riferimento alla genetica o ad altro approccio rigorosamente scientifico, che per sé richiede  definizioni univoche, una delle quali il gentile interlocutore ha comunicato, ma il termine era usato in forma generica, data evidentemente per scontata nel suo significato e, soprattutto, aveva –a mio parere- una pericolosa potenzialità evocativa.
Tanto per chiarirmi con un esempio.
Nel vangelo Gesù dice ad alcuni suoi interlocutori “razza di vipere!”.
Penso che nessuno immagini che, per un tragico evento miracoloso, costoro fossero trasformati in serpi striscianti e velenose da cui prendere le distanze, né che le distinzioni scientifiche permettano un giudizio morale sulle vipere, “cattive” perché dotate di veleno.

La polisemia non consente le certezze dell'univocità.
Purtroppo, sempre più spesso nei nostri mezzi di comunicazione, siano essi cartacei, uditivi e visivi, la parola “razza” si associa a valutazioni negative o almeno è idonea a suscitare il sospetto di una negatività, o di una situazione d’inferiorità e viene collegata a caratteristiche culturali, reali o supposte.
Non è un fatto nuovo. Gli esempi non mancano.

Un dialogo da Lilith e il paradiso terrestre di Salvator Gotta:

“Ma perché?

-La razza!

Egli tacque, colpito da quella parola pensata tante volte: la razza. C’era dunque qualcosa nel loro sangue che li divideva?

- Sapessi quanto ho temuto che in te si svegliasse la tua! Tanto, da sentirmi … Come mi senti già .. come mi sentirai sempre di più … un’estranea, una che parla un linguaggio per te incomprensibile”.

E ancora in un testo in cui il riferimento alla razza segnalata come diversa è tanto evidente da farsi ovvio: ”Afnil portava in sé l’atona umiltà della schiava e la stolida burbanza dei beduini; di questa doppia natura, ch’ella non era riuscita a fondere in un impasto tollerabile, ti offriva ora l’uno, ora l’altro aspetto, secondo l’umore del momento”   (Tedesco Zammarano. Romanzo d’Africa).
Purtroppo romanzacci antisemiti e idiozie atte a formare i bravi colonialisti degli anni ’30, pur usando termini privi di valore scientifico, di logica e di buon gusto, hanno influenzato la comunicazione e la visione della realtà.
Avrei potuto trarre citazioni dal linguaggio che troviamo oggi nella stampa o nelle soap opera, ma questo mi avrebbe posto la necessità di una schedatura di testi cui non ho voglia di provvedere, e poi mi premeva segnalare un déja vu perché ciò che è accaduto può ripetersi e penso sarebbe bene evitarlo.
Stiamo tornando a derive simili a quelle citate? Io temo di sì e per questo mi preoccupo di precisare.

augusta

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martedì, 28 agosto 2007

 

COMITATO 14 OTTOBRE

Per il Partito Democratico

 

Manifesto divulgativo  del

Comitato 14 Ottobre per il Partito Democratico della Provincia di Udine 

 

Dai  bisogni reali della gente

è nato il desiderio di creare un nuovo soggetto politico che rappresenti un

“Partito Nuovo”:

Il Partito Democratico

Come espressione di semplificazione, stabilità e sicurezza

Per promuovere:

 

la possibilità di scegliere, la libertà di esprimersi con chiunque considerando la diversità - relativa a razza, credo religioso, cultura, disabilità, ecc. -

Come una opportunità

 

Il perseguire il merito, la conoscenza, la competenza, la competizione di tutti
- uomini e donne - nelle attività lavorative, sociali, politiche

Come valore aggiunto

 

la possibilità di ascoltare diversi apporti culturali,

di informare chi è interessato delle altrui esperienze,

di collaborare insieme a creare e comunicare

Il “nuovo” condiviso

 

La pratica del rispetto della

dignità della persona, dalla nascita alla fine della vita

e

la salvaguardia delle generazioni future.

 

Comitato 14 Ottobre per il Partito Democratico della Provincia di Udine

Comitato Tecnico Amministrativo e della Provincia di Udine

Fax 0432/26186

e-mail: ulivoprovudxpd@gmail.com

 

 

Commento di augusta:

Ho riportato inizialmente – e nel ricopiarlo ho cercato di essere fedele anche alla grafica- un testo arrivatomi a casa due giorni fa con il logo dell’olivo in testa.
Ho cercato riferimenti su internet e mi sono persa in un coacervo degli eventi – i più vari – facenti capo al 14 ottobre, ma nulla ho trovato sul documento specifico.
Non voglio commentarlo punto per punto: dico che sono tristemente turbata dalla povertà concettuale, dal linguaggio precario, dal vuoto di proposte, dall’assenza di parole portanti come “solidarietà politica, economica e sociale” (nei termini garantiti dalla Costituzione).
Purtroppo temo permangano un atteggiamento di trasparente, enfatica attenzione alla candidatura nazionale preferita quale segretario del futuro PD (posso pensarlo anche al femminile? ) e una altrettanto trasparente disattenzione pubblica alle candidature regionali, assicurate però (da quanto ho letto nei quotidiani locali) da una più o meno oscura, se non esasperata, attenzione, legata ad interessi consolidati, formatisi all’interno dei partiti tradizionali e delle realtà associative a questi altrettanto tradizionalmente collegate.
Eppure le realtà locali, siano istituzionali o appartenenti alla società civile, sono il luogo primo della partecipazione (non sarà che per queste strade la partecipazione diventi controllato entusiasmo – possibilmente emotivo e non ragionevole, così si semplifica - da trasferire al piano “più alto”?).
Ma vengo a brevissime, insufficienti considerazioni su due contenuti, che non sono valutazione complessiva della vicenda, ma –per me- riferimenti essenziali.
Mi è stato detto –da amici cui avevo comunicato il mio orrore per la parola RAZZA – che questa è pur usata nell’art. 3 della Costituzione.
Certamente è vero, ma da allora sono passati sessant’anni e la parola ha perfezionato il suo significato sul piano scientifico e quello della comunicazione e di questi tempi merita un’attenzione ponderata.
Comunque la Costituzione afferma pari dignità sociale e uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge senza distinzioni …(e qui si riportano vari fattori compresa la razza).
Nel momento in cui l’Italia usciva dalla scelta più rozza e criminale, che aveva fatto della “razza” non solo un fattore di discriminazione ma di penalizzazione fino al massacro, (decreto-legge 17 novembre 1938-XVII, n.1728 - Provvedimenti per la difesa della RAZZA ITALIANA) la Costituzione destituiva il termine, che qualcuno considerava ancora come significativo, di ogni fondamento vorrei dire ontologico e lo riportava quindi ai pregiudizi potenzialmente penalizzanti, mentre nel documento che ho ricopiato si nomina la razza fra una serie di fattori che potrebbero limitare la possibilità di relazioni. Tutto qui? Razza come credo religioso, ad esempio?
Mi sembra un approccio, a essere benevoli, molto modesto.
Altra nota banale ma non irrilevante: fra le differenze elencate manca quella di genere.
Dove la mettono i membri (uomini e donne) del comitato 14 ottobre? O il genere parlante è per loro solo maschile?
La distinzione di genere è menzionata invece a proposito della “competitività”, altra parola che meriterebbe, a mio parere, una discussione approfondita ma che non posso accettare come “valore aggiunto” da perseguire, quale lo definisce il documento.
Mi fermo qui e sarei ben contenta di trovare  commenti in proposito in questo mio e-diario, perché può essere che la mia ormai consolidata abitudine di guardare dall’esterno  queste vicende mi abbia indotta a non capire.

 

 

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domenica, 26 agosto 2007

Tre anni dalla morte di Enzo Baldoni …

 

… e mi permetto qualche riferimento al mio blog, non per narcisismo ma per una ragione, spero, obiettiva.
La prima è il mio sforzo di ricercare, per quanto tempo, capacità ed energie mi consentano, notizie e commenti –a volte piccoli, a volte ampi, autorevoli, ma volatili nella memoria- occultati o esibiti ma poi sepolti  sotto una marea di altre informazioni di cui si dimentica la connessione con le precedenti.
Il rozzo sistema di “categorie” che mi sono costruita mi permette ricerche relativamente veloci, a beneficio almeno della mia memoria che ormai si avvale anche di stampelle per esistere e, forse, resistere. So che esistono i sistemi anche più sofisticati per andare direttamente ai riferimenti, ma non li so usare.
Nel mio precedente blog <betlemme.splinder.com> avevo scritto parecchio nei giorni della scomparsa e della morte del giornalista (ho frettolosamente recuperato le date del 26, 27 e 29 agosto 2004), ma è chiaro che il testo fondamentale per conoscerne il lavoro é il suo blog, ancora fortunatamente attivo:     
http://bloghdad.splinder.com/


Scrivevo un anno fa:

In agosto si è silenziosamente celebrato  il secondo anniversario della morte del giornalista Ezio Baldoni che, come Grazia Cutuli (uccisa in Afghanistan nel novembre del 2001) e altri, troppi  giornalisti, ha pagato con la vita l’impegno di informarci.
Non c’è stato nulla di “ufficiale” a ricordarlo, se non in settori definiti e limitati della società civile, così come è stato sottovalutato il sacrificio del pacifista Angelo Frammartino, ucciso per errore a Gerusalemme.
*
Forse così hanno voluto le famiglie (e probabilmente per le famiglie è meglio così) ma io ricordo il furore mediatico attorno al rapimento di quattro guardie del corpo in Iraq nel 2004, rapimento che si concluse con l’assassinio di Quattrocchi. Attorno ai quei quattro si creò una sorta di ammirata solidarietà nazionale, vistosamente proclamata da noti personaggi, solidarietà urlata e sbandierata che a Baldoni e Frammartino è stata –nelle sue forme ufficiali – negata.
Probabilmente i corpi cui i quattro facevano la guardia avevano – ufficialmente- maggior valore della ricerca della verità e della costruzione della pace.

NOTA* Frammartino è stato ucciso a Gerusalemme, lungo le mura della vecchia città, il 10 agosto 2006. Il suo assassino, un palestinese, ha spiegato il suo gesto dicendo che pensava trattarsi di un colono israeliano. Io vorrei che ragionassimo su queste parole per chiederci, stabilito che questa affermazione trova il suo spazio naturale nelle terre sotto occupazione militare (si vedano le dichiarazioni del presidente del museo dell’Olocausto che ho riportato il 24 gennaio scorso ), fin dove possiamo parlare di resistenza e fin dove di terrorismo.

Riporto poi un passo di un articolo di Barbara Spinelli (La stampa 29/08/2004  -   Il martire di Baghdad  di Barbara Spinelli):


Fa bene Sergio Romano a osare la parola martire, a proposito dell'assassinio di Enzo Baldoni. Ogni martire è testimone, e questa era l'idea che Baldoni si faceva del proprio mestiere: non opinionista e neppure corrispondente, ma semplice reporter che coglie l'attimo e lo narra nella sua nudità. Nei suoi blog, su Internet, si definiva un turista di guerra e faceva perfino l'elogio dell'ignoranza: «A volte l'ignoranza è un vantaggio. O hai approfondito per anni un Paese, o ci vai tabula rasa. Arrivi senza preconcetti e, per sbaglio, ti capita di vedere quello che altri non vedono. Lo sguardo di Candide...».
Il Candide di Voltaire scopre nel suo girovagare che il mondo non si dirige nella migliore delle direzioni possibili, che è fatto di rumore e di sangue, che l'irrazionale ha un suo granitico potere di seduzione, che non è vero quel che dicono i falsi ottimisti, per cui le prove del male non contano: che il razionale coincide ineluttabilmente con il reale, che il mondo e la politica o sono razionali, o non sono reali. «Mi piace l'idea di viaggiare per sbaglio», scriveva Baldoni su Bloghdad (http://bloghdad.splinder.com) e cercava di imparare divertendosi: «Adesso sta a me far vedere che non sono un quaquaraquà europeo». Il 7 agosto raccontava i tre modi di recarsi a Baghdad: il modo dei «giornalisti stagionati e annoiati»; degli «iracheni di ritorno, mesti e preoccupati»; e infine dei «ragazzoni muscolosi, di poche parole ma di molto fisico».

E ancora parecchi mesi dopo, sempre Spinelli: (
La stampa 6 febbraio 2005. Finisce l'illusione, comincia l'Iraq)

Noi, come tutti i cittadini italiani, non sappiamo cosa stia realmente accadendo in Iraq.
La situazione irachena è estremamente ingarbugliata. Le informazioni che abbiamo sono parziali e filtrate dai comandi militari che fanno sapere, come succede in ogni guerra, solo quello che a loro interessa. Quei giornalisti indipendenti che non si sono accontentati delle informazioni dei militari sono stati uccisi, e sono finora già una trentina, fra cui il povero Enzo Baldoni.

E usando di quello “sguardo di Candide” che la Spinelli così bene ci ha offerto, riporto ancora una pagina del mio blog:

Leggo sul Corriere della sera di oggi – 14 settembre 2006- un articolo di Fiorenza Sarzanini “Nassiriya, soldati italiani a processo”, così segnalato in prima pagina:
”Spararono contro i civili durante la battaglia dei ponti di Nassiriya, 5 agosto 2004: il rinvio a giudizio chiesto dalla Procura militare per tre soldati italiani, accusati di aver colpito un’ambulanza, uccidendo quattro persone”.
Nel contesto dell’articolo (a pag. 5 e, sottolineo, del Corriere della sera) si legge:
”Il 25 gennaio scorso Allocca (torrettista e capo arma del mezzo anfibio d’assalto AAV7 in forza ai lagunari del Serenissima) arriva davanti ai magistrati. E ammette: <Sparai contro il mezzo perché così mi fu ordinato dal maresciallo Fabio Stival”>.
L’accusato aggiunge che se avesse saputo che si trattava di un’ambulanza avrebbe chiesto “spiegazioni al superiore”… (fine della citazione).


Come che sia siamo alla solita obbedienza, potenzialmente omicida, tipica della cultura militarizzata

Scrivevo l’undici dicembre 2005, riportando il testo di un filmato diffuso da Rainews24 e pubblicato giovedì 8 dicembre dal Corriere della sera on line (parlano sempre i militari italiani combattenti nella “battaglia dei ponti a Nassiriya):
”E’ ancora vivo quello?”.   “Guarda come si muove ‘sto bastardo”.   “Guarda com’è bellino per terra”.    “Alza la testa …  ma dev’essere ferito di brutto”      ”Luca, annichiliscilo”
Luca esegue con successo: non sappiamo se l’annichilito sia militare o civile, uomo o donna, vecchio o giovane. Che importa! E’ solo un effetto collaterale, uno dei tanti!
Ai morti nemici bisogna togliere ogni traccia di identità per renderli disumani.
Questo è uno degli obiettivi della guerra.
Certamente siamo lontani dal poter sperare in una pace piena, tale da non essere ridotta alla ‘non-guerra’, ma le adesioni sciagurate e improvvide alla politica USA del dopo l’11 settembre 2001 hanno reso difficile e lontano il raggiungimento della pace vera.

E credo che il ricordo migliore di Baldoni siano le su parole (l’indicazione per raggiungere il suo blog si trova all’inizio di questa raccolta di frammenti)

 

"Mettiamola così: nelle prossime 24 ore ho la possibilità abbastanza concreta di crepare. Ovviamente non succederà - ma, se dovesse succedere, sappiate che sono morto felice facendo quello che più mi  piace al mondo: viaggiare in paesi che non hanno mai visto un turista prima di me."

"Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch'io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L'indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato".    [ENZO BALDONI]


E per concludere, un commento che condivido totalmente             augusta

La Stampa martedì 31 agosto 2004 
IL DIRETTORE DI LE MONDE: QUESTA GUERRA E’ STATA DICHIARATA A TUTTE LE DEMOCRAZIE                  «Impensabile una Maginot»   di Jean-Marie Colombani


Di fronte all’odioso ricatto al quale, attraverso due giornalisti, è sottoposta la Francia, contano solo la solidarietà del Paese, espressa dal presidente della Repubblica, e la speranza che si concludano felicemente gli appelli alla ragione, ammesso che questa parola abbia un significato per dei sequestratori che si sono già macchiati del vile assassinio del nostro collega italiano Enzo Baldoni.
La nostra solidarietà va innanzitutto alle famiglie di Christian Chesnot e Georges Malbrunot, così come ai nostri colleghi del «Figaro», di Rtl e Rf11. Non possiamo dimenticare la particolare esposizione al rischio di tutta una categoria professionale, che ogni anno paga con un pesante tributo l’esercizio - per conto di tutti - della libertà d’espressione, come ricorda continuamente l’associazione «Reporters sans frontières».
Professione a rischio, rischio accettato consapevolmente: perché la stampa libera è il posto più avanzato della difesa dell’ideale democratico. Ovunque, chiunque cerchi di stabire un regime autoritario comincia sempre con il voler mettere la museruola alla stampa. Ancor più quando si tratta di gruppi - o di movimenti - che, nel nome di un Islam integralista, conducono una guerra ideologica contro la democrazia.
Questa guerra voluta dal terrorismo che si appella all’Islam riguarda - come sappiamo sin dal primo giorno - tutte le democrazie. Nessuna è al riparo e nessuna diplomazia può pensare di costruire una qualunque linea Maginot capace di proteggerci meglio dei nostri vicini spagnoli o italiani dalla volontà di morte che è all’opera dagli attacchi dell’11 settembre 2001.
Si toccano così i limiti dell’antiamericanismo, che troppo spesso sembra prendere il posto della politica estera francese. Anche se la mobilitazione qua di Yasser Arafat, là delle massime autorità sunnite ci differenzia fortemente dalla diplomazia italiana, alla quale una mobilitazione del genere è totalmente mancata.
Se noi siamo «il nemico lontano», non dobbiamo però dimenticare «il nemico vicino», la principale posta in gioco di questa guerra: le masse musulmane. L’obiettivo ricercato è il controllo ideologico dell’universo musulmano affinché questo, quando è presente a Parigi, a Londra o a Madrid, faccia prevalere la sharia sulla legge.
Da questo punto di vista, la reazione della Francia, del suo presidente e dei leader della comunità musulmana, è doppiamente salutare. Salutare per la comunità musulmana che - indipendemente dalle divisioni interne - mostra, attraverso le dichiarazioni più autorevoli, di aver compreso il messaggio per quello che è: una minaccia per lei stessa, per tutte quelle e quelli che vogliono far vivere un Islam francese, in Francia. E salutare per la repubblica francese, che fa prova della sua capacità di superare un disaccordo - la legge sul velo - per evitare di piegarsi a un ricatto esterno.
Era possibile - e, ai nostri occhi, legittimo - criticare un passo che pretendeva di regolare per legge, come per miracolo, la questione dell’integrazione scolastica. Erano possibili altre vie, che lasciavano un maggior spazio alla pedagogia: non è quello il minimo che ci si possa aspettare dalla scuola?
Ma, di fronte al ricatto, non c’è che una risposta: tra il velo e la scuola, essendo la legge quella che è, le giovani musulmane devono scegliere la scuola. E togliersi il velo quando ci entrano. Tocca poi alla società francese accettare che quelle ragazze, fuori dalla scuola, si presentino come vogliono e dunque - se questa à la loro scelta - con il velo sul capo. Questo non significa per nulla rinunciare alla lotta per l’uguaglianza dei sessi e contro l’oppressione delle donne. Ma quella battaglia lì - che è una battaglia di idee - non passa attraverso la repressione.
Noi sappiamo anche - e non avevamo nessun bisogno di vivere questo episodio angosciante per ricordarcelo - che la questione centrale della società francese è propria quella dell’integrazione. Viviamo una sorta di corsa contro l’orologio che ci ordina di favorire la generazione che sarà quella della sedentarizzazione - in francese si direbbe della «laicità» - dell’islam d’Europa: urge dunque che siano sempre più numerosi le donne e gli uomini di confessione musulmana che faranno vivere le nostre pratiche democratiche. Proprio quelle che gli estremisti che hanno catturato due giornalisti francesi vorrebbero vederci rifiutare.
Copyright Le Monde

Sarebbe bello se qualcuno, fornito di ricordi sugli argomenti di questa pagina di diario, ne scrivesse. I commenti sono a disposizione.                augusta

 

sabato, 25 agosto 2007

Ricevo tramite amici il primo testo che segue e che fa capo al  comitatosalaam@virgilio.it.
Il problema è noto da tempo e spero che questa sollecitazione di Save the Children lo riporti all’attualità finalmente operativa.
Pubblico i testi disponibili nel mio blog in ordine cronologico decrescente.
Il testo di riferimento fondamentale per questa vicenda è evidentemente:
La
Convenzione di New York del 1989 - che nel nostro stato è legge  (LEGGE 27 maggio 1991 n. 176. - pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell'11 giugno 1991, n. 135) .
augusta.depiero@tin.it    -  diariealtro.splinder.com   

 

ESSERE BAMBINI IN PALESTINA

 
Save the Children, la più grande  organizzazione internazionale indipendente per la tutela e la  promozione dei diritti dei bambini nel mondo, ha da poco reso noti alcuni dati riguardanti le condizioni di vita dei bambini palestinesi nei Territori occupati.
 Sono in maggioranza i ragazzi e le ragazze in Palestina quasi quattro milioni di Palestinesi vivono nei Territori occupati, 2,5 milioni nella West Bank e 1,49 milioni nella Striscia di  Gaza; il 53% della popolazione, pari a 2,1 milioni, è di età inferiore  ai 18 anni.  In maggioranza sono nati profughi Il 42% dei bambini palestinesi sono da considerarsi rifugiati, dato che sale al 69% con riguardo alla sola Striscia di Gaza.
Ne hanno ammazzati uno ogni tre giorni in questi ultimi 7 anni 882 bambini palestinesi sono stati  uccisi dall'esercito israeliano o dai coloni nel periodo compreso tra lo scoppio della seconda Intifada (settembre 2000) ed il 30 giugno 2007. 
A giugno ne sono morti 16 e 27 ne sono rimasti feriti. Nel  solo mese di giugno, l'esercito israeliano ha ucciso 9 bambini e ne ha feriti 21, mentre gli scontri intestini tra i gruppi armati palestinesi  hanno causato la morte di 7 bambini ed il ferimento di altri 6.
68 hanno cercato di nascere nonostante un check-point, metà non ce l'hanno fatta
Dal settembre del 2000, 68 donne palestinesi sono state costrette a partorire presso un check-point, fatto questo che ha determinato la morte di 4 donne e di 34 neonati. 
Molti stanno nelle galere israeliane

Alla fine di giugno, 426 minori palestinesi risultano detenuti nelle prigioni israeliane. 
A molti di più è stata distrutta la casa
 A partire dallo scoppio dell'Intifada e fino alla fine del 2006, solo a Gaza Israele ha distrutto totalmente o parzialmente 7.287 abitazioni, lasciando senza un tetto 34.902 bambini su un totale di 68.692 residenti; nella West Bank, le case distrutte ammontano a 3.302 e i Palestinesi interessati a 16.510. 
Due su tre sono poverissimi. 

 7 famiglie su 10 nei Territori occupati, vale a dire 2,4 milioni di  Palestinesi, vive al di sotto della soglia di povertà, e tale dato ricomprende circa i due terzi dei bambini palestinesi. 
Troppi lavorano per sopravvivere
40.000 bambini dei Territori occupati sono costretti a lavorare, a  cause delle pessime condizioni  finanziarie delle famiglie. Non mangiano abbastanza o convenientemente Una malnutrizione cronica interessa il 10% dei bambini al di sotto dei 5 anni; solo a Gaza, ben 50.000 bambini risultano  malnutriti. 
Le condizioni di vita compromettono  gravemente il loro sviluppo  Più del 70% dei bambini di Gaza al di sotto dei 9 mesi risulta affetto da anemia, il che può determinare gravi conseguenze per il loro sviluppo fisico e cognitivo. 
Hanno un terzo dell'acqua che gli servirebbe 
La maggior parte dei Palestinesi vive con una dotazione d'acqua ben inferiore a quanto  raccomandato dalla World Health Organization per cucinare, bere e lavarsi (150 litri al giorno per persona); nella West Bank ciascun Palestinese ha accesso a circa 56 litri d'acqua al giorno, mentre tale quantità scende a 51 litri nella Striscia di Gaza.

Israele non permette che siano curati o non gliene da la possibilità.

 Per il 27% delle famiglie palestinesi risulta problematico accedere ai servizi sanitari a causa dei check-points di Tsahal, per il 37% a causa delle chiusure e delle restrizioni israeliane, e per il 46% a causa dei costi dei  trattamenti medici. 
Troppi muoiono per mancanza di cure adeguate
 10.000 bambini muoiono ogni anno, a causa soprattutto di malattie prevenibili e scarse cure per i neonati.
Sono impauriti, traumatizzati, stressati oltre ogni limite
Quasi la metà dei bambini palestinesi ha avuto esperienze di forti traumi e stress causati dalle violenze e dai raid israeliani, o è stato  testimone di violenze contro un membro della propria famiglia. 
Israele non permette che vadano a scuola con regolarità e in sicurezza .

A causa delle chiusure e dei coprifuoco, più di 226.000 scolari di 580 scuole della West Bank, particolarmente nella zona settentrionale, trova impossibile, saltuario o pericoloso il recarsi a scuola. 
Quando ci vanno sono perseguitati Un'intera generazione di bambini giornalmente assiste sempre più a episodi di violenza, persino all'interno delle scuole, che dovrebbero essere luogo sicuro e protetto; uno studio risalente al 2004 della Birzeit University ha rilevato che il 45% degli studenti ha visto la propria scuola assediata dall'esercito israeliano, il 18% ha assistito all'uccisione di un compagno di scuola ed il 13% a quella di un insegnante.
Un'intera generazione di bambini - aggiungo io - massacrata e in balia di un'occupazione militare  illegale e sempre più brutale e feroce, abbandonata a un destino di violenza, morte e devastazione dall'Occidente "civilizzato", che assiste impassibile ad ogni più efferato crimine di guerra commesso quasi quotidianamente dai valorosi soldatini di Tsahal.
Nessuna pena, nessun soccorso e, dunque, nessuna speranza per questi poveri innocenti.
Nessuna speranza, neanche per il piccolo Talal, 5 anni, che allo staff di Save the Children ha  dichiarato: "Vado all'asilo ogni giorno da solo. Ho paura quando vado solo. Ho paura che gli Israeliani mi spareranno. Vorrei che fosse mia madre a portarmi all'asilo, ma mia madre è occupata. Mio padre è stato arrestato dagli Israeliani e adesso è in prigione.
Ho visto gli Israeliani prenderlo. Non l'ho più visto da allora".

E noi, che stiamo facendo per il piccolo Talal? 
 
Salaam Ragazzi dell'Olivo - Comitato di Milano
Salaam Children of Olive Tree - Milan Committee
20121 Milano - Italy - via Bagutta 12

tel. fax 0039 02 780811   E-mail comitatosalaam@virgilio.it 


La data di spedizione della lettera che segue è evidente: non esiste ancora data di risposta.                               augusta

 

All’On. Ministro                                 3 luglio 2006
Paolo Ferrero

 

On. Ministro
sono una singola cittadina, non collegata ad alcuna realtà associativa e mi rivolgo a lei per un problema che mi sta a cuore.  Ne sono incoraggiata dall’aver sentito, nel primo discorso del Presidente Prodi, un richiamo preciso alla questione israelo-palestinese, la cui drammaticità, se ve ne fosse stato bisogno, è dimostrata una volta di più da quanto sta accadendo.
Non voglio intervenire in merito alla questione generale, ben conoscendone la complessità ma intrattenerla solo su un problema specifico, che, a mio parere, si connette a quella solidarietà sociale che identifica il suo ministero.
Parlo dei minori palestinesi nelle carceri israeliane che attualmente superano le 380 unità.
Parecchi di loro hanno meno di 14 anni, in alcuni casi si tratta di neonati incarcerati con le madri.
Molti soffrono la cosiddetta “detenzione amministrativa” che esime la giustizia israeliana dal dare alcuna informazione a famiglie ed avvocati (dove sono incarcerati, imputazioni che giustifichino il loro stato di prigionia, se mai un bambino può essere imputato e incarcerato…)
L’Italia è firmataria della Convenzione di New York del 1989 - che nel nostro stato è legge  (
LEGGE 27 maggio 1991 n. 176. - pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell'11 giugno 1991, n. 135) - e ne é firmatario anche lo stato di Israele.
I minori sono affidati a tutti noi, a prescindere dalla nazionalità, proprio da quella Convenzione.
Sono vissuta per parecchi mesi in Palestina, ho lavorato (come volontaria) all’International Center di Betlemme, conosco quindi anche direttamente la situazione di quella popolazione ed è quel dolore condiviso che mi spinge a chiederle di impegnarsi perché, in attesa di una pace che –almeno per il futuro - possa assicurare giustizia, ai minori sia risparmiato l’orrore del carcere quando non della tortura o almeno, se ci sono casi per cui la carcerazione risulti inevitabile, ciò avvenga con la trasparenza dovuta e nel rispetto di quelle modalità di vita che devono essere assicurate a minorenni.
Il mio richiamo alla legalità non è distacco: ho paura delle voci che si alzano urlando generalità contro questo o contro quello; spesso suscitano un effetto catartico fine a se stesso che, come tutti i buoni sentimenti, fa presto a rendersi silente.
Secondo me un impegno fondato su una domanda forte, determinata e instancabile di rispetto della legalità, che riconosce e tutela i diritti dei più deboli, potrebbe essere un passo importante (uno dei tanti passi possibili) in una politica di pace che è doveroso praticare anche se la speranza è difficile, ma, come dice un mio amico palestinese, meglio accendere una candela che maledire il buio.
Sperando in una sua risposta porgo cordiali saluti e auguri di buon lavoro.
Augusta De Piero

Nota:   Ho trovato molte interessanti informazioni nel sito web della sezione palestinese dell’onlus  Defence for children (http://www.dci-pal.org) che, a proposito dei minori in carcere ha pubblicato un’ampia ricerca:
Catherine Cook, Adam Hanieh and Adah Kay  - Stolen Youth – The Politics of Israel’s Detention of Palestinian Children. 
Pluto Press. LondonSterling, Virginia (
345 Archway
Road
, London
n.6 5AA and 22883 Quicksilver Drive, Sterling, VA 20166-2012, USA)


__________________________________________________________________

Dal blog <diariealtro.splinder.com> 15 luglio 2005 

July 02, 2005     Bethlehem Declaration     No Kids Behind Bars

 

1. Dichiarazione (Bethlehem Declaration) del Consiglio Esecutivo Internazionale di Defence for Children basata sui dibattiti e sulle conclusioni della conferenza internazionale No Kids Behind Bars,  “No ai bambini dietro le sbarre –Dal punto di vista dei diritti dei minori”, promossa da Defence for Children International a Bethlehem, Territori Palestinesi Occupati, 30 giugno -2 luglio 2005.

 2. I bambini non possono essere trattenuti dietro le sbarre. I bambini dovrebbero andare a scuola, dovrebbero giocare con i loro amici, dovrebbero vivere con i loro familiari.

3. Parecchi studi stimano in più di un milione in tutto il mondo i ragazzini e le ragazzine dietro le sbarre, troppo spesso detenuti in condizioni orrende, degradate, di sovraffollamento e violente.
La prigione dovrebbe essere considerata come una opzione solo per un numero molto piccolo di minori che abbiano commesso reati violenti e gravi.

 

4. La maggioranza dei minori imprigionati non appartengono a tale categoria. Molti hanno commesso reati leggeri e sono in attesa di giudizio. Molti non hanno commesso alcun reato come i bambini di strada, i prigionieri politici, i rifugiati, i richiedenti asilo, minori mentalmente disturbati e altri imprigionati senza regolare processo.

 

5.  Centonovantadue governi hanno già accettato i principi generali che questo documento ha sottolineato ratificando la Convezione ONU sui diritti del bambino (CRC - Convention on the Rights of the Child). Ciononostante i bambini rimangono in prigione e in stato di detenzione, sottoposti ad abusi e dimenticati.

 

6.                  Nello stesso tempo sono state messe in atto e perseguite dai governi di parecchi paesi politiche ed azioni repressive. Queste misure hanno significativamente aumentato il numero dei bambini dietro le sbarre,

 

7.       Mettere ragazzini e ragazzine dietro le sbarre e separarli dalle loro famiglie e comunità danneggia seriamente il loro sviluppo fisico, mentale e sociale. Molti di loro non ricevono cibo sufficiente né cure sanitarie e istruzione. I bambini sono esposti ad abusi fisici, psichici e sessuali e possono essere infettati e diventare sieropositivi. La prigionia ne determina una condanna sociale che si prolunga  nel corso della vita e ne ostacola il reinserimento nelle comunità di appartenenza.

 

8.                  Nel corso di questa conferenza internazionale abbiamo saputo che migliaia di minori palestinesi sono stati arrestati e imprigionati per motivi politici dalle Forze di Occupazione di Israele, a partire dal mese di settembre 2000, per una deliberata politica intesa a rafforzare e mantenere l’occupazione israeliana.

 

9  Per noi la situazione è inaccettabile. Migliaia di bambini palestinesi sono stati imprigionati durante campagne di massa, con arresti arbitrari negli ultimi quattro anni e vengono spesso usati come ostaggi politici durante le trattative. Questi bambini non dovrebbero essere usati come insignificanti strumenti di contrattazione.

Chiedete interventi governativi

10. Basta ai bambini dietro le sbarre

§   Basta con la prigionia di ragazzini e ragazzine che non sono sospettati di alcun reato;

§   Basta alla prigionia di bambini che hanno commesso piccoli reati;

§   Basta costringere bambini dietro le sbarre quando hanno bisogno di cure e protezione;

§   Smettere immediatamente di criminalizzare comportamenti di sopravvivenza come l’accattonaggio e il vagabondaggio e di definire reato le assenze ingiustificate da scuola e di considerare criminali i bambini che sono vittime di abusi o altre forme di sfruttamento;

§   Smettere con le politiche dure e repressive messe in atto per “vincere la criminalità” se hanno un costo economico e sociale troppo alto:

§   Liberare immediatamente tutti i minori prigionieri politici e porre fine alla pratica di arresti per ragioni politiche;

§   Porre fine alle leggi discriminatorie e alle pratiche che riducono in prigionia minori per ragioni di razza, nazionalità, etnia e status socioeconomico e simili;

§   Consegnare alla giustizia i responsabili di arresti arbitrari e illegali e di altre violazione dei diritti umani come la tortura.


11. Investire in future azioni positive per i minori
.

§   Dare priorità ed investire in  programmi quali: spazi sociali, centri comunitari per giovani, programmi sportivi e culturali, programmi di sostegno per evitare l’abbandono scolastico di ragazzi e ragazze;

§               Sostenere programmi per ridurre la violenza promuovere azioni positive per educare  i bambini in famiglia e comunità e per rafforzare i sistemi sociali di sostegno;

§   Aumentare le opportunità di partecipazione dei minori alle decisioni che riguardano loro e le loro comunità e promuovere i loro ruoli quali attori sociali positivi;

§   Aumentare per i minori le opportunità di sviluppare sostenibili livelli di sostentamento e mezzi per vivere;

§   Rafforzare e mantenere sistemi di cura e protezione, che includano alternative di cura per i bambini che siano privi dell’ambiente familiare e altri sevizi di assistenza sociale.

 

12. Sviluppare alternative di tipo comunitario e di recupero

§                Provvedere a una serie di opzioni locali, sostenute dalla comunità diversificate ed individualizzate, per i minori in conflitto con le leggi che si indirizzino alle radici causa dei loro reati in modo che rispondano alle esigenze della vittima e delle comunità (ad esempio una mediazione fra la vittima e chi l’ha offesa, conferenze per gruppi di famiglie, servizi di comunità);

§                  Concentrare l’attenzione su sostegni di base per ridurre la condanna sociale e assicurare che i bambini non ripetano il comportamento illegale e rafforzarli nell’impegno di formazione verso un futuro positivo.

 

13. Migliorare le condizioni dei minori che debbano essere messi in prigione.

§                ·Garantire che la prigione sia l’ultima risorsa cui ricorrere solo in casi eccezionali quando i minori debbano essere imprigionati per la gravità del reato commesso o perché possono essere di danno a se stessi o agli altri;

§         ·Assicurare sistemi orientati e attenti ai minori che ne garantiscano la separazione dai sistemi legali per i criminali adulti.  I minori non devono essere trattati come adulti;
 
·Garantire la certezza che i minori siano processati quanto più rapidamente possibile, limitandone il fermo di polizia a un massimo di 24 ore e assicurando che il periodo di custodia cautelare prima della condanna sia legale  e regolarmente controllato;

§         Conformarsi agli standard internazionali per la protezione fisica e psichica dei minori in carcere, il loro benessere e sviluppo;

§         ·Assicurare la totale separazione dei bambini dagli adulti in prigione e la separazione in base al sesso e allo status dei detenuti;

§         Assicurare che i minori in stato di detenzione siano informati dei loro diritti e del funzionamento del sistema di giustizia minorile.

 

14. Stabilire piani nazionali per ridurre il numero dei minori in carcere.

 

§   Sviluppare meccanismi di misura, monitoraggio e che riferiscano il numero reale di ragazzini e ragazzine dietro le sbarre;

§   Sviluppare un piano di azione per ridurre il numero di minori in carcere che includa indirizzi di base e intenda dimezzarne il numero entro dieci anni;

§   Provvedere a un aggiornamento obbligatorio e qualificato e inteso ad assicurarne un maggior rispetto alla legge per il personale impiegato  nell’ambito della giustizia minorile;

§   Sviluppare per le Organizzazioni non governative procedure effettivamente indipendenti di reclamo e investigazione, per un autonomo monitoraggio e per un loro accesso;

§   A livello locale i governi devono monitorare la situazione nei luoghi in cui ci siano minori in carcere e sviluppare piani di azione locali.

 

Chiedete l’azione di altri partner

 

15 L’ONU e altre organizzazioni internazionali* devono:
(
N.d.t.: poiché non è possibile trovare sempre il corrispondente italiano delle organizzazioni elencate, se ne riporta l’elenco come nell’originale  - *ad es.:  UNICEF, WHO, UNDP, UN Committee on the Rights of the Child, UN Commission on Human Rights, UN Office on Drugs and Crime, UNIFEM and Habitat).

·  Assistere i governi nella raccolta e analisi dei dati nazionali;

·  Contribuire all’assistenza tecnica per il sostegno e il monitoraggio di piani nazionali di azione che comprendano la formazione;   

·   Pubblicare statistiche annuali sui minori in carcere e autori di reati

·  Organizzare regolari incontri internazionali sui minori in carcere.

16. Le Organizzazioni non governative (ONG) e la società civile:

§   Le ONG Internazionali devono fare pressione per inserire l’argomento di cui ci occupiamo nell’agenda internazionale organizzare un congresso mondiale e stimolare piani di azione;

§    Le ONG nazionali devono promuovere campagne nazionali “No ai bambini dietro le sbarre”, monitorare le azioni dei governi e le condizioni di detenzione e collaborare a livello regionale;

§   Le organizzazioni di comunità devono lavorare a stretto contatto dei giovani a rischio, partecipare a piani di azione locali e sostenere i minori nelle istituzioni chiuse.

17 I mezzi di comunicazione* e gli educatori devono:


* (ad esempio TV, radio, giornali, Internet, film e altri centri culturali, scuole e istituzioni accademiche)

§            Informare il pubblico sui problemi di ragazzini e ragazzine in carcere basandosi su informazioni accurate ed equilibrate che non devono essere finalizzate alla sensazionalizzazione, alla  vittimizzazione e all’esagerazione nel riferire fatti che aumentino la paura del crimine;

§            Sostenere e pubblicizzare la campagna “No Kids Behind Bars

§            Sviluppare programmi che assicurino percorsi scolastici ai minori in prigione e gruppi di comunità per incoraggiarne il pensiero critico e la loro partecipazione alla campagna No Kids Behind Bars.

 

NOTE di augusta:

Il testo che precede è  tratto dal sito di Defence for Children International (Difesa Internazionale dei Minori), una ONG indipendente fondata durante l’Anno Internazionale del bambino (1979) per assicurare un’azione internazionale attiva, pratica, sistematica e impegnata specificatamente diretta a promuovere i proteggere i diritti del bambino.
Il termine “bambino”, che spesso si troverà nel documento riportato di seguito e artigianalmente tradotto,corrisponde a Child, termine di riferimento nella Convenzione internazionale per i diritti del bambino, ratificata dalla quasi totalità degli stati europei (e anche da Israele) e legge anche per lo stato italiano (legge 27 maggio 1991 n. 176).
L’articolo 1 della Convenzione così recita:
Ai sensi della presente Convenzione si intende per fanciullo ogni essere umano avente un’età inferiore a diciott’anni, salvo se abbia raggiunto prima la maturità in virtù della legislazione applicabile”. Ignorando l’orribile “fanciullo” della traduzione italiana, ho usato a volte il termine” bambino”, a volte”minore”, scelta che mi è sembrata legittima alla luce dell’articolo che ho trascritto, mentre ho usato i termini
“ragazzini e ragazzine”, quando nell’originale c’erano le parole “boys and girls”
Comunque che volesse verificare il testo inglese del documento di Defence for Children può farlo nel sito
http://www.dci-pal.org/english/home.cfm, mentre è possibile trovare il testo inglese della Convenzione in:www.un.org e, in italiano,in  http://www.unicef.it/convenzione.htm   
I punti 8 e 9 del documento, si riferiscono specificatamente ai bambini palestinesi.
Defence for Children ha promosso anche la pubblicazione di uno studio in merito ai bambini palestinesi in carcere (Sullo stesso argomento esiste anche un DVD):

I dati di riferimento si trovano in calce alla lettera inevasa al Ministro Ferrero

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categoria:bambini, israele palestina, diari di augusta
martedì, 21 agosto 2007

ARMENIA PUNTATA N. 1 

Precedenti puntate
Premessa: 11 agosto
Il leggendario pullman n. 2 (testo e foto di Giuliano): 14 agosto.

Stabilito che in Armenia, almeno per quel che mi riguarda, sono arrivata per una serie di piccoli intrecci imprevedibili che alla fine si sono imposti come un progetto cui non sono riuscita a sfuggire (è un caso che anche Biblia ci sia messa di mezzo?), rimetto i piedi per terra e cerco di fissare qualche dato.
Prima di tutto una piccola mappa (trovata nel prezioso sito web
Global geografia):

 Quando ho visto questa mappa mi è venuto un capogiro: ero partita con la convinzione che l’Azerbaigian fosse, dov’è, ad est dell’Armenia (e da quella parte c’é il problematico Nagorno Karabak … la “provincia lontana”, come ci ha spiegato Ruzanna) e qui me ne sono trovata un pezzetto ad ovest.
In realtà quel “pezzetto” è il Nakhichevan (nel calendario atlante De Agostini  Naxcivan, regione autonoma dell’ Azerbaigian). Fra impero turco e impero sovietico (ma le potenze coloniali europee non sono state da meno) sembra si siano divertiti a ridurre, per ragioni amministrative o politiche, i territori in frattaglie.  Fosse per assicurarsi il potere attraverso le altrui divisioni o per
meglio garantirsi risorse, il risultato è questo.
Comunque, se avessimo dubbi sulla continuità del principio del ‘divide ed impera’, un’occhiata all’Iraq oggi basterebbe ad assicurarci che la cattiva abitudine permane (ne ho parlato parecchio nel mio diario siriano, dove ho riportato articoli specifici nella parte finale: si può leggere attivando la categoria “viaggioconfronti07”).

Ma torniamo in Armenia: ne ho riportato qualche dato numerico, confrontandolo (a me riesce utile, se per altri è di troppo mi scuso) con analoghi dati relativi all’Italia e alla Sicilia (che risulta minore dell’Armenia per poco più di 4.000 kmq.). Se alla Sicilia aggiungessimo la provincia di Sassari arriveremmo alla dimensione dell’attuale Armenia, certo all’attuale perché un tempo le dimensioni erano diverse e maggiori.
Ne diremo qualche cosa.

 

ARMENIA

 

 

SICILIA / ITALIA  / 

(dal sito webGlobal Geografia)

 

Da: Calendario Atlante
De Agostini 2007


NORD Georgia

EST  Azerbaigian
SUD  Iran
OVEST Turchia


CONFINI

 

 

Kmq: 29.808

 

SUPERFICIE

SICILIA    
        Kmq  25.708

 

ITALIA: 
       Kmq:301.338

 

3.336.000
        (stima 2001)

 

93% armeni
  2% russi
  5% altri

 

ABITANTI

 

SICILIA  
     5.017.512

      (stima 2005)

 

ITALIA  58.751.711 
       (stima 2005)

 

 

112 ab/kmq

 

 

DENSITÀ

195 Ab/kmq
              (Sicilia)


195 Ab/kmq  
                (Italia)

 

 Yerevan         1.200.000 ab

 

CAPITALE

Roma 3.831.959 ab

 

Armeno (ufficiale)  russo

LINGUA

 

 

Dram armeno

 

MONETA

 

Armena Apostolica

RELIGIONE

 

 

Amici gentili mi hanno prestato un volumetto che si è rivelato un riferimento importante (pubblicato dalla “Tetev –leggero- Casa editrice armena, poco dopo il terribile terremoto del 1988). L’autore, che si definisce un armeno della diaspora, è
- Pietro Kuciukian (Nel paese delle pietre urlanti. Armenia).
Il testo italiano, di cui io dispongo, è del 1991 e recita “Finito di stampare nell’ottobre del 1991 presso la Tipo-Litografia Armena S. Lazzaro a Venezia.
Della presenza armena sull’isola di S. Lazzaro, e dell’impegno culturale che vi si svolge, ci aveva parlato Gabriella Uluhogian ma il testo che ho citato non fa testimonianza solo di un lontano passato, bensì di anni vicini e determinanti per l’assetto del mondo.
Dal terremoto sono passati meno di vent’anni eppure leggendo il libro, ci si trova immersi in una realtà altra, altra anche politicamente

Mi servirà da confronto nella stesura del mio diario.
Oggi mi limito ad una citazione che per me è stata un bagno di realtà (Pag.41).  Siamo in un campo di scampati al terremoto: “… quattro uomini vestiti di scuro, giacca e cravatta, irrompono con fare non autoritario, ma deciso nella piccola piazza antistante la tenda dell’ospedale. Chiedono del comandante del campo e di un interprete. Mi avvicino e traduco: desiderano fare alcune domande ai responsabili dei reparti, domande gentili che esigono risposte precise: “Il vostro idraulico armeno del campo vi ha mai procurato orologi Raketa?”! “Come avete pagato? In rubli o in dollari?” “Vi ha mai venduto tappeti? Icone?”.
Mi torna in mente lo straziante spettacolo dell’Arbat a Mosca dove –nell’agosto del 1991- avevo visto vendere di tutto: non solo i favolosi Raketa, ma anche i cappelli con visiera delle divise dell’armata rossa e persino le medaglie al valore.
Fame è fame…
Ricordo però anche giovani amici di ritorno dalla Russia, orgogliosissimi dei loro Raketa contrabbandati. Anch’io ne avevo uno, che mi era carissimo per la sua storia e che non era di contrabbando…. Ma questa è un’altra faccenda…


Segnalo anche (traggo dal sito web della trasmissione RAI Uomini e profeti) una piccola bibliografia:

-
Antonia Arslan, La masseria delle allodole, Edizione Rizzoli, Milano 2004

- Marcello Flores, Il genocidio degli Armeni, Il Mulino, 2006

- Pietro Kuciuldan, "Voci nel deserto", (con un saggio di Giuliano Vassalli,
  Guerini e associati):
 
La citazione è accompagnata da una breve recensione:
T
orniamo a parlare di quello che finalmente e' stato riconosciuto - dal Parlamento europeo ed ora anche dal Vaticano - come "genocidio" degli Armeni perpetrato dal governo turco a partire dal 1915 e mai completamente riconosciuto come tale. Solo ora alcune testimonianze (di uomini isolati, che hanno saputo dire "no" all'omerta' con il crimine) stanno ritornando alla luce, per narrare l'orrore con il desiderio di affidarne la memoria alla storia”.

- Guenter Lewy, Il massacro degli Armeni. Un genocidio controverso,
  Einaudi, 2006
  Considerazioni interessanti nella trasmissione Uomini e profeti del
  15/3/2007. Posizioni critiche nei confronti di Lewy.

- Liana Millu, Tagebuch, Il diario del ritorno dal Lager, Giuntina, Firenze,
  2006
  Riferimenti a Liana Millu nella trasmissione Uomini e Profeti del
 
10/06/2006.

- Metz Yeghern, Breve storia del genocidio degli Armeni, Editore Guerini e
  Associati.

- Boghos L. Zekiyan, L'Armenia e gli armeni. Polis lacerata e patria
  spirituale: la sfida di una sopravvivenza
, Guerini e Associati, Milano, 2000
- Boghos Levon Zekiyan, La spiritualità armena, Studium, Roma, 1999


Inoltre Uomini e profeti segnala un lungo articolo:
Rivista "IL REGNO ATTUALITA'" (n 4 del 2007)
"Dov'era Dio? Una lettura spirituale del genocidio armeno", di R. Siranian
Per chi fosse interessato ho trovato la stringa che ne consente la lettura integrale:
http://www.ilregno.it/it/rivista_articolo.php?RID=0&CODICE=48051


Segnalo anche le puntate di Uomini e Profeti che è possibile ascoltare, rinnovando il piacere della musica che in Armenia abbiamo spesso ascoltato:

http://www.radio.rai.it/radio3/uomini_profeti/view.cfm?Q_EV_ID=208453            17/03/2007 - Domande 'Il grano dell'Armenia'

 

http://www.radio.rai.it/radio3/uomini_profeti/view.cfm?Q_EV_ID=178996           10/06/2006 - Domande 'La solitudine nello sterminio' con Piero Stefani e Boghos L. Zekiyan
Particolarmente interessante perché affronta il tema del riconoscimento del genocidio armeno
.

 

http://www.radio.rai.it/radio3/uomini_profeti/view.cfm?Q_EV_ID=108756           23/10/2004 - Uomini e Profeti. 'Domande'. 'Turchia e Armenia: un dialogo possibile

 

NB: Io segnalo via via quello che trovo su fonti normalmente attendibili: la mia non è una bibliografia a carattere scientifico.    augusta

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categoria:armenia07, viaggioarmenia07
lunedì, 20 agosto 2007

1       Da Repubblica on line di ieri 19 agosto.

Lascio a chi mi legge la decisione di collegare queste notizie a quanto ho scritto sugli zingari il 13 e il 16 di questo mese.
Osservare e ragionare (al di fuori del montante cattivo buon senso comune) a volte aiuta a guardare il macrocosmo nel microcosmo, diverso per dimensione ma non per intensità.
Per chi poi volesse anche rinverdire la propria memoria storica (ricordando quel che disse Hanna Arendt a proposito del fatto che ciò che è accaduto una volta può ripetersi) rimando al mio diario del 3 maggio.
augusta  


Human Rights First, allarme in Europa "In aumento antisemitismo e omofobia"  http://www.humanrightsfirst.org/
Il presidente dell'organizzazione: "Servono leggi che prevedano pene adeguate
ma la gran parte dei Paesi europei non ha nemmeno sistemi di monitoraggio"

 

ROMA - Aumentano, nell'ultimo decennio, i crimini legati all'odio, e con inquietante intensità. E si registra una recrudescenza nei fenomeni di antisemitismo e di violenza contro gay e lesbiche. Queste le principali conclusioni del rapporto 2007 realizzato dalla "Human Rights First", una ong che si occupa della difesa dei diritti umani. Il documento si riferisce agli avvenimenti del 2006, e spiega come i governi europei - soprattutto in Francia, Germania, Regno Unito, Federazione Russa e Ucraina - si siano impegnati nel combattere i crimini legati all'odio razziale, anche se è ancora lunga la strada da percorrere.

Antisemitismo. Nel rapporto si legge che "l'antisemitismo persiste ad alto livello in tutta Europa e in America del Nord". Nel 2006, gli attacchi a sfondo antisemita sono aumentati rispetto all'anno precedente, raggiungendo il picco più alto dal 1984, anno in cui è iniziato il monitoraggio del fenomeno.

Musulmani. La discriminazione e le violenze nei confronti della popolazione musulmana europea restano inalterate nel corso del 2006, nonostante un numero di casi inferiore al 2005, quando si verificò un picco vertiginoso dopo gli attacchi terroristici alla metropolitana di Londra.

Omosessuali. La violenza contro gli omosessuali è sempre più manifesta in numerose parti d'Europa, e solo Svezia e Regno Unito si sono impegnati a monitorare gli episodi in modo dettagliato e ufficiale. Una maggiore presenza pubblica degli omosessuali ha portato con sé, in molti casi, un incremento nella retorica omofobica e nelle ripercussioni violente. Come nel caso dei Gay Pride organizzati in cinque città dell'Est europeo - Mosca, Bucarest, Varsavia, Riga e Tallin - durante la primavera e l'estate del 2006.

Russia e Germania. Nella Federazione Russa c'è stata una proliferazione di attacchi violenti nei confronti di minoranze etniche e religiose nazionali. Un caso per tutti: lo scorso gennaio, un estremista ha ferito con un coltello nove fedeli riuniti in preghiera nella sinagoga di Mosca. Con la stessa intensità si sono registrati attacchi razzisti in Ucraina nei confronti di persone di origine africana e di altre minoranze. Crimini di matrice razziale hanno raggiunto le soglie più alte dall'introduzione dell'attuale sistema di monitoraggio, nel 2001.

Ong: "Governi indifferenti". Nel corso della conferenza di presentazione del rapporto, Maureen Byrnes, direttrice di "Human Rights First", ha osservato che "la violenza motivata da pregiudizi razziali è un serio problema in Europa. Mentre alcuni Paesi, come Francia, Germania e Regno Unito, si sono impegnati a monitorare sistematicamente i crimini, la maggior parte non raccoglie neanche dati che consentano di compilare statistiche. Il che riflette l'indifferenza da parte di molti governi".

Lotta all'odio fra le priorità. "Gli Stati europei in particolare - ha detto Byrnes - devono porre fra le priorità politiche la necessità di combattere i crimini legati all'odio razziale". Secondo "Human Rights First", gli strumenti si trovano nelle mani dei governi europei: le conclusioni del rapporto invitano all'adozione di leggi che prevedano pene adeguate per tali reati, a stabilire dei sistemi ufficiali di monitoraggio dei crimini legati all'odio, e ad adottare una politica di tolleranza zero.
 
Ricopio la stringhe con cui è possibile andare alla fonte, citata da Repubblica (se qualcuno dei miei lettori volesse verificare e tradurre gliene sarò grata e, forse, non solo io)

http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2007/08/11/AR2007081101051_pf.html

 

2  Ancora da repubblica on line di ieri 19 agosto.

     Editoriale dal fronte firmato da militari della 82esima divisione
    "Dopo la tirannia Baath, gli integralisti islamici, le milizie e la violenza
     criminale"
Sette soldati scrivono sul New York Times "In Iraq abbiamo fallito miseramente"
L'iniziativa per contestare il modo in cui i media americani descrivono il conflitto "Non si parla del crescente disordine civile, politico e sociale che vediamo ogni giorno"

NEW YORK - Altro che conflitto "sempre più sotto controllo". In Iraq gli Stati Uniti sono, di fatto, un "esercito di occupazione" che ha "fallito miseramente". A sostenerlo, stavolta, non sono i soliti commentatori liberal o qualche acceso pacifista, ma sette soldati americani: dal fronte iracheno hanno scritto al New York Times per denunciare i fallimenti della politica Usa nel 'Paese dei due fiumi. E sono finiti nella pagina degli editoriali.

Secondo il soldato Buddhika Jayamaha, i sergenti Wesley Smith, Jeremy Roebuck, Omar Mora, Edward Sandmeier, Yance T. Gray e Jeremy Murphy, della 82esima divisione aerotrasportata, quello "in cui l'America ha fallito" è il fronte più importante nella strategia della contro-insurrezione, vale a dire il miglioramento delle condizioni sociali ed economiche dell'Iraq.

Ma è solo uno degli esempi che compaiono nell'articolo che il quotidiano ha pubblicato sulla pagina dei commenti: "Quattro anni di occupazione e siamo venuti meno a ogni promessa, mentre abbiamo sostituito alla tirannia del partito Baath la tirannia degli integralisti islamici, delle milizie e della violenza criminale".

I sette militari, che presto faranno ritorno in patria, precisano che la loro opinione è strettamente personale e motivata dal modo con cui il conflitto in Iraq viene descritto nella stampa americana come "sempre più sotto controllo, mentre non si parla del crescente disordine civile, politico e sociale che vediamo ogni giorno".

Anche l'affermazione che gli Stati Uniti sono sempre più in controllo dei campi di battaglia in Iraq, secondo i sette soldati, è viziata da una prospettiva americano-centrica. "E' vero - dicono -, siamo militarmente superiori, ma i nostri successi sono sabotati da fallimenti altrove".

La preoccupazione principale dell'iracheno della strada, spiegano nel loro editoriale, è di quando e come verrà ucciso: "Come sentirsi la coscienza a posto quando distribuiamo scorte di cibo?". E la conclusione è amara: "Dobbiamo ammettere che al nostra presenza ha liberato gli iracheni dalla morsa di un tiranno, ma che li abbiamo anche defraudati dal rispetto per se stessi". Presto - scrivono i sette - gli iracheni capiranno che "il modo migliore di riacquistare la loro dignità è di chiamarci per quel che siamo - un esercito di occupazione - e di costringerci a fare le valigie".


Per chi volesse verificare:
 
http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/esteri/iraq-118/iraq-118/iraq-118.html


3  LAST BUT NOT LEAST..

Ha detto mons Bertone al convegno di CL “«Tutti devono pagare le tasse» perché «è un nostro dovere» e questo deve essere fatto «secondo leggi giuste».
Il politico cristiano deve essere attento «nel destinare i proventi delle tasse a opere giuste e all’aiuto dei più poveri».
Io credevo che le tasse servissero a garantire servizi pubblici efficaci ed efficienti, e che -in questo contesto- si dovesse provvedere al rispetto dei doveri di solidarietà sociale (così dice la Costituzione), e quindi a ridurre (con l’obiettivo di farla scomparire) l’emarginazione.
Temo che sulle Bertoniane dichiarazioni si scatenerà un’ondata di comodo idonea a promuovere un efferato populismo, estraneo ad ogni discorso di diritto.
Non dimenticherò mai il medico –che per questo ho abbandonato- che aveva esposto nel suo studio i volantini dell’organizzazione Scienza e Vita con l’invito ai cittadini a non andare a votare al referendum (2005) relativo alla legge sulla fecondazione assistita. E soprattutto non dimenticherò l’indifferenza di coloro (maschi e femmine) con cui ne ho parlato. Ed erano persone che ai tempi craxiani del famoso invito ad andare al mare squittivano e strillavano!
I proventi delle tasse diventeranno elargizioni? E chi elargirà?
Dopo di che ne faremo dei trasporti?
Torneremo ad una sanità a doppio regime (ero già in grado di ragionare quando esisteva un sistema mutualistico -non estensibile ai poveri- che erano “assistiti dai comuni)?
E che faremo della scuola?
Penso che di tutto ciò si riparlerà e certamente il Segretario di Stato (Vaticano) non sarà rallentato dal peso di tutti quelli che gli si appenderanno al mantello, anzi gli daranno forza e velocità.
augusta

giovedì, 16 agosto 2007

So che la ripetizione è cosa brutta: oggi però me la consento perché do troppa importanza a devastazioni culturali che ci minacciano tutti e che forse (o sono un’illusa?) possiamo ancora rimediare.
Il 13 di questo mese ho pubblicato un pezzo (che, a beneficio dei più pigri, ricopio di seguito) e che ho poi fatto girare fra giornalisti che conosco e amici che gravitano nei paraggi di certe forze politiche. Quali? Il caos cultural politico attuale è tale che le distinzioni rischiano di sfumare in un’assenza di speranza.
Un’amica – con cui ho avuto rapporti molto stretti in altri tempi e che mi ha aiutato a capire alcuni eventi di un passato non lontano e che mi aiuta anche per il presente- mi ha inviato una lettera che non desidera pubblicare direttamente.
Lo farò io al posto suo inserendola nei commenti.
Un tempo cercavamo di ragionare in forma diversa da quella di moda ora dopo che associazioni –onnivore, esclusive e -ohinoi-“buone” - hanno occupato il campo ristretto, lasciato libero dalle cattiverie del buon senso comune.
Oggi continuiamo sapendo, almeno io, di appartenere ai vinti.                     augusta

Il testo che ho inviato privatamente era preceduto da una lettera che pure trascrivo:

In questi giorni siamo invasi da notizia su un rogo di sterpaglie e cartoni avvenuto a Livorno. Incidentalmente in quel rogo sono morti quattro piccoli Rom.
Se quei bambini avessero avuto il buon senso di morire uno alla volta di freddo in inverno (come regolarmente capita) non se ne sarebbe parlato.
Mentre Rutelli strilla su paterne responsabilità, da parte delle istituzioni europee c’è un richiamo all’Italia ad applicare le norme europee sull’integrazione della minoranza rom.
Nella nostra regione esiste una legge (legge regionale 14/03/1988 n.11. Norme a tutela della cultura ‘Rom’ nella’mbito del territorio della regione autonoma Friuli-Venezia Giulia) che contiene molte norme che potrebbero aver avuto un positivo significato, atto anche a prevenire il richiamo europeo, se fosse stata applicata.
Credo che ostacoli al suo impegno siano stati:

1, Il bisogno di immagine di politici emergenti ed emersi che opportunisticamente   pensano che immagine non si costruisce rispettando gli “zingari”;
2. la vincente cultura della Lega che, unendo abiezione a senso comune, riesce a  costantemente peggiorare il rapporto con la realtà politica e sociale della (forse)   maggioranza delle persone.
Mentre i cadaveri di coloro che hanno tentato di emigrare galleggiano nel Mediterraneo (quando il problema si poneva nel pacifico gli chiamavamo “boat people” ricordi? Ma in occidente sono solo clandestini) …  non so a chi augurare buon ferragosto.
O forse sì: Lo auguro ai bambini europei che saranno liberati (forse) da giocattoli al piombo. Ma che facciamo di quelli asiatici (e dei loro padri e madri) che probabilmente in quel piombo hanno ficcato le mani? Abbiamo delocalizzato pensando di averne un vantaggio e certamente le condizioni del lavoro sicuro costano.
Questo è il mercato, portatore di democrazia …. diceva Bush imitato da pappagalli bipedi e senza ali, suoi complici.
augusta



Last but not least: I ROM   I rom conoscono persecuzioni da secoli. Non solo sono stati deportati nei lager ma prima sono stati vittime cruente dei pregiudizi di cui è ricca la storia europea.  In Italia l’ultimo colpo alla loro emarginazione (che solo il pregiudizio può giustificare nelle dimensioni in cui viene imposta) è stato dato dalla Lega Nord che ha questa grande abilità ne modificare, riducendolo al peggio, il cattivo-buon senso comune.
Riporto una mia personale iniziativa del 1996.

4 settembre  1996                 
            Fin dal mese di luglio le fiere, i negozi, i bar del Friuli sono stati invasi da una cartolina prestampata della "Segreteria Nazionale LEGA NORD FRIULI", indirizzata (senza oneri di affrancatura) al Presidente della Repubblica, che recita:

            "On.le Presidente,   visto il D.L. 319 che regala 35.000 lire al giorno a testa ai circa 10.000 zingari ROM, in cambio del solo onore che ci fanno con la loro presenza, il sottoscritto_____, residente a_____, chiede di poter diventare anch'egli zingaro ROM ed usufruire così di questo diritto che non ‚ mai stato concesso a chi lavora e paga le tasse.
Certo del suo interessamento, le porgo i miei più cari saluti".

            In agosto la diffusione, stimata in 100.000 copie, si é fatta più pressante perché la cartolina é stata inserita in un diffuso settimanale di annunci economici. Non é stato un caso: infatti i concetti espressi nello scritto riportato sopra si possono leggere anche nel documento "Le ragioni della Padania" che il "Gruppo Lega Nord per l'indipendenza della Padania - Senato della Repubblica" si propone di diffondere, come scrive testualmente a pag.7, "con un fascicolo che i nostri militanti vi recapiteranno a casa vostra, o che distribuiscono nelle strade o nelle piazze".

            Il contenuto della cartolina é però un falso. Infatti il "governo Prodi" con il D.L.14\06\1996 n.319 "Interventi urgenti in materia sociale e umanitaria" assicura semplicemente la continuità dei finanziamenti previsti per i profughi dalla ex Jugoslavia, fra cui si trovano anche sfollati di origine Rom, con regolare permesso di soggiorno, in parte assistiti (si fa per dire) entro i campi zingari di alcune province italiane. Il guaio é che, nell'indifferenza delle forze politiche (i deputati, nello scorso mese di giugno, hanno fatto mancare il numero legale, impedendo che il decreto in questione diventasse legge), i funzionari del Ministero dell'Interno non sono mai riusciti a trovare, per illustrare i relativi capitoli di spesa, formule che corrispondessero a categorie di pensiero adeguate. Così l'identificazione etnica (unita al riferimento sciatto a una quota capitaria convenzionale anziché al sostegno della progettualità) ha consentito che l'interesse della gente non si concentrasse su una condizione che ancora una volta la storia connota, ma sul dato genetico idoneo a distinguere le etnie compatibili da quelle che non lo sono.

            L'operazione della Lega Nord ha avuto un successo enorme, certamente favorito dall'assenza della politica, dalla debolezza della società civile e dall'inettitudine dei media a porsi come forze in gioco, capaci anche di impegno civile e non solo di registrare, pesandole sul numero dei consensi, le opinioni più numerose nel bene e nel male. Fra l'opinione pubblica si é immediatamente diffusa la consapevolezza del significato reale della cartolina: il pretesto "Rom"‚ utile per creare la più forte delle aggregazioni, quella "contro", che prima o poi pagherà chi ne saprà trarre vantaggio.

            L'11 agosto una sezione friulana della Lega Nord precisava il rifiuto dello "zingaro Rom, che anche se profugo della ex Jugoslavia, nulla ha fatto per questo Paese". E la gente lo aveva capito benissimo. Infatti  "Cara signora, recitava una lettera anonima del 21\7 i Rom o non Rom potrebbero tornarsene a casa. Sappia che la gente è arcistufa di mantenere Rom, albanesi e extracomunitari".
E gli eroi dell'anonimato, al telefono, riuscivano ad essere anche più descrittivi, introducendo, nell'esposizione delle loro fantasie grossolanamente infantili, anche il termine "negro", nel contesto di una linea di pensiero perfettamente rappresentata da una gentile signora che, in una lettera inviata al quotidiano Brescia Oggi (13\8) lamentandosi per una "multità (sic!) etnica che farebbe invidia al Medio Oriente", così precisava la propria e altrui disponibilità alla convivenza: "Agiremo noi contro il campo nomadi, passando ai nomadi quello che già non gli passate, benzina e cherosene. Provvederemo a ristrutturare la cascina usando, per rinforzare le fondamenta, gli occupanti abusivi della stessa".

            Ma di ciò abbiamo esperienza: un quotidiano della sinistra ci ricorda, in data 4 settembre 1996, che in Friuli esisteva, durante il periodo dell'occupazione fascista di territorio sloveno e croato, un campo di concentramento per civili, dove, mentre gli internati conoscevano fame e disperazione, così precisava il responsabile locale della legione Territoriale Carabinieri Reali di Padova-gruppo di Udine alla Prefettura di Udine (allora) regia: "La mortalità nel campo di concentramento à di Gonars si mantiene sulla media quotidiana da 3 a 7 sui 6.000 internati, colpisce per il 32% i bambini" e via contabilizzando, allora, 14 febbraio 1943, come oggi.

            Ancora una volta, a chi non si sente di stare fuori gioco, non é rimasto altro che il riferimento alla magistratura e, mentre i missili volano sull'Iraq, ci ostiniamo a chiedere che quel tanto di civiltà che ci resta non sia inquinato da notizie false e tendenziose, idonee a turbare quell'ordine pubblico (art.656 C.P.) che é ben diverso dal silenzio che segue alla violenza consumata.


Questo testo (che diffondevo con i relativi documenti) mi ha giovato un disinteresse totale fra le forze politiche e la società civile, a parte l’attenzione di qualche espressione beffarda.
augusta

Dopo un frenetico ferragosto cittadino (bellissima esperienza di silenzio e strade libere che godo da quando sono in pensione e posso andarmene quando gli altri tornano) occupato a tentare inutilmente  di incollare le foto nell’articolo che ho pubblicato spoglio il 14, pensando di fare un regalo ai miei amici del viaggio armeno (ma un regalo monco non è un vero regalo. Comunque prima o poi riuscirò ad incollare le foto) mi sono concessa la lettura di un testo che alcuni amici mi avevano prestato.
E quello che un tempo mi sarebbe sembrato il patetico ricordo di un’esperienza altrui è diventato un riferimento importante.
Si tratta di un volumetto, pubblicato dalla “Tetev (leggero). Casa editrice armena, poco dopo il terribile terremoto del 1989. L’autore, che si definisce un armeno della diaspora, è Pietro Kuciukian (Nel paese delle pietre urlanti. Armenia)

Il testo italiano, di cui io dispongo, è del 1991 e recita “Finito di stampare nell’ottobre del 1991 presso la Tipo-Litografia Armena S. Lazzaro a Venezia.
Della presenza armena sull’isola di S. Lazzaro, e del suo impegno culturale, ci aveva parlato Gabriella ma ora scopro un testo che non fa testimonianza solo di un lontano passato, ma di anni vicini e determinanti per l’assetto del mondo.
Dal terremoto sono passati meno di vent’anni eppure leggendo il libro, sembra di vivere in una realtà altra, altra anche politicamente
Mi servirà da confronto nella stesura del mio diario.
Oggi mi limito ad una citazione che ho trovato deliziosa (Pag.41). Siamo in un campo di scampati al terremoto: “… quattro uomini vestiti di scuro, giacca e cravatta, irrompono con fare non autoritario, ma deciso nella piccola piazza antistante la tenda dell’ospedale. Chiedono del comandante del campo e di un interprete. Mi avvicino e traduco: desiderano fare alcune domande ai responsabili dei reparti, domande gentili che esigono risposte precise: “Il vostro idraulico armeno del campo vi ha mai procurato orologi Raketa?”! “Come avete pagato? In rubli o in dollari?” “Vi ha mai venduto tappeti? Icone?”.
Mi torna in mente lo straziante spettacolo dell’Arbat a Mosca dove –nell’agosto del 1991- avevo visto vendere di tutto: non solo i favolosi Raketa, ma persino i cappelli con visiera delle divise dell’armata rossa e le medaglie al valore. Fame è fame…
Ricordo però anche i giovani di ritorno dalla Russia, orgogliosissimi dei loro Raketa contrabbandati. Anch’io ne avevo uno, che mi era carissimo per la sua storia e che non era di contrabbando…. Ma questa è un’altra faccenda…

mercoledì, 15 agosto 2007

Viaggio in Armenia.    Testo di Giuliano.  Inserimento (faticoso) di augusta che  é riuscita a mettere le foto di Giuliano con l'aiuto determinante di un buon samaritano competente.
Prima puntata del diario: 11 agosto

Il leggendario pullman n. 2

 

Note, schizzi e cattiverie sul viaggio in Armenia: 13-23 giugno 2007          

  * * *

    1 giorgio        Giorgio è l’ingegnere più ingegnere che io conosca. Voleva convincermi a rifare i muri esterni della casa che in settant’anni avrei ricuperato i soldi spesi risparmiando sul metano.

Calcolando il consumo medio, i chilometri restanti e conoscendo la portata del serbatoio, dati che un’auto decente ti dà, lui calcola quanti litri di gasolio o benzina gli frega il distributore taroccando le misure. Ce l’ha insegnato a tutti. E ora quelli del pullman n. 2 li riconosci subito. Prima di entrare in una stazione di servizio, si fermano una mezz’oretta e a suon di algoritmi calcolano quanto dev’essere il pieno. Poi entrano con aria beffarda e l’omino della pompa li frega lo stesso, più beffardo di loro.

            Nel monastero di Tataev, Giorgio ha calcolato esattamente il mese e l’anno in cui cadrà la cupola appena rifatta. Sul giorno ha qualche dubbio. C’è il pilastro di sinistra (sempre ‘sta sinistra!) che è uscito dall’asse di un buon mezzo metro (peggio del governo Prodi!). Lui l’ha misurato dentro e fuori e ha fatto i calcoli.

            Ci assillava un dubbio. Non potevamo sfacciatamente chiedere il peso all’Annamaria e alle sue sodali. A una signora è peggio che chiedere l’età. E allora volevamo che Giorgio misurasse l’excursus delle balestre del pullman quando saliva Ivanna e lo usasse come unità di misura. Calcolando i venti chili e i sottomultipli, Giorgio sarebbe stato in grado di pesarci tutti con una tolleranza di 5 etti. Ma non se n’è fatto niente. Primo perché quando saliva Ivanna le balestre neanche si muovevano (sarà il caso che Marco cominci a darle da mangiare!), anzi gli faceva il solletico. Secondo perché Giorgio non si è prestato a un uso così indiscreto della scienza ingegneristica.2 annamaria

            In compenso Annamaria si è prestata a sua insaputa alla più bella foto del viaggio, che abbiamo subito denominato: I fidanzatoni di Peynet.

            Abbiamo avuto il problema della longitudine. Perché non si può organizzare un viaggio senza conoscere i meridiani che si attraversano! Pazienza per i paralleli. Ma i meridiani no. E Adriano, per cui l’unico meridiano che esiste è quello di Monte Mario, aveva portato carte e cartine di tutti i tipi, ma non uno straccio di meridiano che fosse uno. Allora Marcella, quando è stata a Karahunge, dopo essersi fatta fotografare davanti a una pietra sì e una no (per fortuna che Bruno deve buttar via due foto su tre, sicché gliene restano appena il doppio di tutti gli altri messi insieme!), usando i buchi delle medesime pietre, l’inclinazione del sole e i calcoli del marito, ha scoperto quello che tutti già sapevamo, e cioè che l’Armenia è tre ore avanti rispetto all’Italia.

 

            Adriano, che in settembre torna in Armenia, continuava a telefonare. Persino al Passo Sulema (2.410 metri). Poi abbiamo scoperto il perché. Laura finalmente è riuscita ad avere il pullman n. 1, anche se in sessione autunnale. Guiderà lei la gita di quelli che fanno il corso di ricupero. Perfezionista com’è, vuol trasformare quello di settembre nel viaggio del secolo. E Adriano, lo spione, le telefonava tutte le nostre trovate. Le ha detto che Maria Teresa leggeva i pensierini dei frati birboni. E allora Laura si è messa a scegliere un’antologia dei Saggi (pardon: Essais!) del gentiluomo Michel Eyquem de Montaigne, che leggerà in francese antico con rigore filologico. Lo scellerato le ha detto che Stefano ci recitava i sonetti del Belli. E lei allora recluterà un fine dicitore che leggerà il Canzoniere di Petrarca. Le ha anche detto che Claudio ha intonato Signore delle cime dentro una chiesetta suggestiva e tutti ci siamo fermati a sognare. E lei allora sta brutalizzando gli amici intimi: vuol fargli imparare il Miserere di Allegri, quello che si cantava in San Pietro la Settimana Santa e che il giovane Mozart trascrisse a memoria. Abbiamo celebrato la liturgia della parola? E lei ha prenotato il Catholicòs per una messa speciale della durata di 2 ore e un quarto. Le ha anche detto che Maria Teresa distribuiva i ciclostilati con la Scharakan di Natale e la Rusàn le ricette della marmellata di noci. E lei allora ha deciso che in pullman deve esserci un computer con stampante, fotocopiatrice e scanner.

            Per carità, queste cose teniamocele per noi. Sennò a settembre il pullman diventa una coupè, con Laura e Adriano in intimità. La prima perché non rinuncerà. Il secondo perché avrà quel che si merita.

 

            A Sisian abbiamo sperimentato un nuovo tipo di Hotel, quello che si misura in stelle cadenti. Il nostro ne aveva una e mezza. Palazzine quadricamere, che, quando una coppia entrava, la prima cosa che faceva era di uscire subito per dire che la camera non c’era. C’era, c’era! Scale tipo sottomarino, un bagno in camera e uno fuori. La doccia rialzata, in modo che l’acqua uscisse quasi tutta. In compenso la bocchetta pisciava metà dentro e metà fuori e così, per simpatia, faceva il rubinetto. Ma c’erano ciabattine di panno che servivano per asciugare il pavimento. Il portasapone era girevole, sicché ogni volta che ci mettevi su il sapone, te lo catapultava in giro per la stanza. Accendevi la luce al piano di sotto e quelli di sopra rimanevano al buio. Un vero e proprio confort.

            La mattina dopo incontro Giovanna, una signora così distinta che portava gli occhiali da sole anche dentro i refettori senza finestre, così ammodo che deve aver combinato qualcosa di grosso per essere finita nel pullman n. 2. Mi avvicino titubante: chissà quello che mi dice, pensavo. Mai dormito così bene in vita sua, mi fa. Un sogno. Roba da passarci le vacanze. Tutti gli altri a cinguettare felici.

            Sono andato da Adriano: ma cosa diavolo ti danni l’anima per trovare alberghi cinque stelle! Tendine canadesi, cuccette militari di seconda mano, una tenda un po’ più grande per il refettorio dove mangiare a turno e, per i servizi, alberi a volontà. Tanto, in questo viaggio abbiamo imparato che la privacy è un istituto borghese e anche nel deserto una buca si può sempre trovare. Quando vedevi una fila di distinte signore che si allontanavano decise, guai a pensare che volessero osservare il panorama, guai a seguirle. Ti prendevi le parole.  Il sadismo di Agnese ha forgiato il turismo del terzo millennio, quello che non evita le comodità, semplicemente non ne avverte il bisogno, e neanche l’opportunità, anzi gioisce, squittisce, freme di gioia quando delle comodità non c’è neanche l’ombra.

 

            Le chiacchiere non sono mancate, nel viaggio. Su tutti si è distinta Giovanna. Ha detto, in dieci giorni, 7 parole 7 come Cristo in croce. Potremmo fargliele musicare se ben 5 non le avesse dette trascinata in un vorticoso colloquio da Adriano, che voleva sincerarsi se era o no la muta di Portici. A ristabilire la media, per altro, ci pensava Flavia, detta moto perpetuo. Una con cui il discorso non muore mai. Ne sa qualcosa il solito Adriano, che con lei ha imparato che cosa sia la pena del contrappasso. Dopo una giornata a darle retta, ha tirato fuori un I-Pod regalatogli dalla figlia, da cui ascoltava canzoni di Claudio Villa… tra una chiacchiera e l’altra della Flavia, che di I-Pod e auricolari neanche si accorgeva. Giovanna e Flavia sono perfettamente complementari. Come si dice in veneto: un alto e un baso fa un gualivo.

 

            Enza encomiabile. Appoggiata sui suoi bastoncini, non ha rinunciato a niente. Quando se ne dimenticava, rinunciava persino ai bastoncini. La cosa ci metteva un po’ in sospetto. Solo una volta ha perso l’aplomb, quando è stramazzata dentro il confessionale. Per castigo non è scesa dentro la prigione di San Gregorio l’Illuminatore. Anche perché avevamo deciso di chiudere la luce e lasciarla là.

            Signorili i bastoncini di Licia. Servivano più che altro per minacciare me quando non obbedivo prontamente ai suoi ordini o per cadere in testa ad Adriano quando, sul pullman, era tutto intento a mettersi gli auricolari per sfuggire alle attenzioni di Flavia.

            Con il suo incedere cadenzato, Licia misurava il tempo di tutto il gruppo, come un metronomo, salvo quando, ed era ogni volta, si fermava ai banchetti per comprare ogni specie di cianfrusaglie, compresi assurdi acquarelli che poi diventavano l’incubo delle cappelliere.

 

            Al sedicesimo monastero e al ventisettesimo gavit, Giancarla ha perso il lume. Ha preso armi e bagagli, ha spodestato Maria Teresa e ha posto la domanda: ma è possibile che in questo Paese non abbiamo visto un palazzo municipale, un palazzo signorile, mi rovino, una casa del popolo! Ma dove si riunivano ‘sti armeni, quando non erano invasi, genocidati, terremotati? Ma nel gavit, of course! Dove pare che si facesse di tutto, salvo che andare a Messa.

 

Anna, invece, ce l’aveva con i preti di adesso. Chi li mantiene, questi preti qui? Lo ha chiesto un po’ a tutti. Anche a Gabriella, che deve averla mandata… Quando siamo stati nel cosiddetto Vaticano degli Armeni, ha visto Marco, il nostro giovane e brillante assistente culturale, che parlava con una specie di Monsignore vestito di bianco: voleva a tutti i costi approfittarne e venire a capo della questione. L’abbiamo dovuta immobilizzare. E abbiamo pensato di avviare il problema a soluzione. Uno potrebbe mantenerlo lei. Una specie di adozione a distanza. Ha subito individuato un prete di periferia, malconcio e di manica larga. E non in senso figurato. La tonaca aveva due maniche grandi come sottane.

 

Abbiamo mangiato sempre bene, leggero e vario. I cetrioli erano disposti una volta attorno, un’altra in due file, un’altra ancora a mo’ di arabesco, qualche volta in insalata, ma sempre alle prese con fettine di pomodori.

 3 cetrioloIl cetriolo dev’essere il piatto nazionale armeno, tanto si è che, quando non ne possono proprio più, se lo stampano in fronte e assicurano che rinfresca tutto il corpo meglio di uno split Panasonic. Provare per credere. La cosa, però, funziona solo in Armenia. Abbiamo, come vedete, la documentazione fotografica.

                                                      

Una volta, sul lago Sevan, ci hanno portato il pesce. Una festa. Per solidarietà con Maria Carolina, ho chiesto anch’io la variazione. Ci avevano preparato degli ottimi spiedini, ma uno sciagurato ha capito che eravamo vegetariani. E così gli spiedini sono rimasti maliconicamente abbandonati su una consolle.

             

            La sera si ballava. Il miglior ballerino era senza confronti Luigi, che rivaleggiava 4danzecon l’autista nel movimento armeno delle mani. Anche Maria Teresa, avendo ceduto una volta, veniva regolarmente trascinata in pedana. Le sue movenze, sicuramente etniche, erano un misto di tango argentino e di danza birmana, interpretati secondo un ritmo molto interiore. Ma la coreografia era di pregio. E tutti i fotografi del gruppo correvano a immortalarla.

 

            Questo perché, amando i suonatori una musica soft, una specie di sottofondo, tenue e discreto, e quindi essendo tutti intenti a gridare nell’orecchio del vicino, sperando che fosse quello giusto, si aveva poco tempo per seguire dal vivo le mosse dei ballerini.

 

            Siamo quasi sempre arrivati puntuali alle partenze del pullman. Da quando Pasquale, subito soprannonimato l’arrivatardi in lingua, “el tardigón” in vernacolo, fu brutalizzato da Maria Teresa, nessuno osò più far ritardare il colto e l’inclita, il primo tutto intento, del resto, fin dalla prima mattina, a correre in pullman per accaparrarsi i posti davanti, fedele al motto evangelico “i primi resteranno i primi”.

 

            L’autista suscitò l’ammirazione dei più. Caricava e scaricava valigie, ci scollinava con disinvoltura per i passi armeni modello Gavia o Stelvio, ci preparava i piatti nei refettori dei monasteri che occupavamo manu militari, e poi ripuliva pure. Quella volta che dimenticò le chiavi corse su a riprenderle con la grinta di un maratoneta. E la sera ballava con Rusàn, fresco come una rosa. Semmai era il pullman a scricchiolare un po’. Ogni tanto l’acqua del radiatore era pronta per buttarci la pasta. E allora ci fermavamo perché riprendesse fiato. Mai una volta che dovessimo scendere e spingere.

            Cosa che i turisti di Biblia avrebbero fatto con allegria e riconoscenza perché un sano esercizio fisico a 2.300 metri s.l.m. sarebbe stato comunque visto come un dono del Signore e un segno della Sua predilezione. Per il resto eravamo tranquilli. Giorgio aveva sentenziato che il pullman aveva ben quattro sistemi frenanti, presumibilmente tutti funzionanti, per cui, quando si buttava nelle vorticose discese, ci sentivamo tutti in una botte di ferro.

 

            Rusàn. Detta Rossana, Rosanna, o altro a seconda delle preferenze. Peccato che non avesse la tipica fisionomia armena, sennò sarebbe stata perfetta. Allegra, disinvolta, disponibile. Quando la turista di Biblia le chiedeva chi era quella figurina alta un centimetro e mezzo in fondo alla croce di pietra, no, a destra, nell’angolo, lì, più avanti… lei non perdeva la calma.

            Ci ha sciorinato 15.500 nomi armeni, che le saranno costati sei mesi di studio: non ne ricordiamo neanche uno. Ma lei imperterrita. Ce l’aveva con Gregorio l’Illuminatore, che proporremo a Scaroni come patrono. Le è rimasta impressa la storia della vedova che gli portava da mangiare. Una volta ha addirittura insinuato che fosse l’amante. Le nostre donne ci hanno visto subito il sesso, deviate come sono dalla assidua visione de “La squadra”. Vedendo il luogo, fu, se lo fu, sesso acrobatico…

            E poi Rusàn ci raccontava le barzellette, e alla sera ballava. Innamorata della sua terra. Al punto da scriverle poesie. Una ce l’ha letta, sul monte Ararat prigioniero dei Turchi. Liberarlo bisogna, e subito. Le ho chiesto, poi: “Rusàn, intendi liberarlo con le armi o trascinarlo di qua del fiume legandolo con le corde, due operazioni con lo stesso gradiente di difficoltà?”.  Ha sorriso. Ci avrebbe pensato.

            Brava Rusàn, simpaticona. Chissà perché al pullman numero 2 capitano sempre le guide col cuore grande, persino in Israele, e quello fu un miracolo. Ma forse siamo noi, forse è Maria Teresa che le prende sotto le sue ali come fosse la Madonna di Monte Berico…

 

            Abbiamo corso anche i nostri bravi rischi, durante il viaggio. Come quella volta che la strada era mezza franata e lo stapiombo era di 500 metri circa. Ma Giorgio calcolò che potevano passare altri 35 pullman come il nostro prima della frana risolutiva. O come quell’altra volta quando, caracollando in vista dei 4 tuboni della centrale nucleare, tre dei quali col loro bravo pennacchione, Rusàn ci informò che quella centrale lì, altro che Chernobyl!, quella era di massima sicurezza, al confronto. Persino le cicogne erano scappate via, aria e acqua erano contaminate e il fumo che usciva non era vapore, ma condensa radioattiva. E se la rideva e ci raccontava la barzelletta: sapete cosa dicono gli Armeni? Che i Turchi non ci attaccano perché hanno paura. Hanno una fifa blu della centrale nucleare.

            Questa qui ha appena parlato con Pecoraro Scanio, pensai. Giorgio voleva correre in albergo a prendere il contatorino Geiger che porta sempre nel necessaire. I più aspettavano rassegnati il direttore del Museo, che era andato a un funerale con una quindicina di dipendenti. Qualcuna, di cui non faccio il nome, si divertiva a contemplare i tuboni fumiganti attraverso i falli del neolitico allineati davanti al Museo, attratta dal contrasto tra il fallo antico e il tubone radioattivo. Questi qui, pensai, se l’Agnese gli propone una meditazione dentro la centrale di Chernobyl, corrono come bambini alla merenda!

            Poi la Rusàn fece un po’ di autocritica. Aveva esagerato. La centrale avrebbe avuto le sue brave perdite a partire dal lunedì, dopo il nostro ritorno in Italia. Sollevati e contenti, abbiamo potuto passare festanti da un osservatorio astronomico dei primordi a una manciata di chiese di Vergini slinguacciate e lapidate. Il pericolo era passato.

 

            La nostra comunità era perfetta: un’armonia di talenti. A ogni necessità scoprivamo lo specialista. Quando siamo arrivati alla chiesa cattedrale Surp Gregor di Zvartnots, ci avevano messo in crisi quattro enormi spuntoni di muro rovesciati simmetricamente al di fuori del perimetro delle mura esterne. Guardiamo speranzosi Giorgio, ma quello cambia discorso. Lui le case le coibenta, se poi crollano, affari loro. Salta su placido il Pasquale, l’arrivatardi,  e ci spiega come fanno i terremoti a far crollare le chiese in Armenia. Scientifico, esauriente, lucido. Disposto persino a dirci le formule matematiche. Lo blocchiamo. Ma, da qual momento in avanti, lo avremmo aspettato anche 11 minuti prima di lasciarlo a terra.

            E multiforme, il Pasquale. Esperto in disastrologia e contemporaneamente poeta. Compone a getto peggio di Ovidio. Il verso gli esce come ad Augusta le domande. E così ha tenuto su l’onore del gruppo durante l’arte varia dell’ultimo giorno. Un poeta gentile, che parla di fiori e di allodole. Sensibile.

            Avevamo bisogno di un po’ di longitudine? C’era, come ho detto, Marcella. C’erano in giro delle rocce piroclastiche sedimentarie? C’era sempre Marcella, pur se perennemente in posa, pronta a farcele notare. Un problema geologico un po’ più complicato? Mario affidava per un momento a qualche altro la custodia di Pasquale e veniva a delucidarci. Una sinfonia di competenze e di culture.

 

            Siamo stati anche benedetti. Un archimandrita libanese, metro e novanta, che le donne se lo mangiavano con gli occhi, arruncigliato da Gabriella, ci ha parlato e benedetto. Quindici segni della croce. Un timore l’avevo. Magari un diavoletto avrebbe abbandonato la sua ospite facendo baccano in giro per la chiesa. E invece no. Anna, per la prima volta, alla vista di una tonaca, non pose il problema di chi la mantiene.

 

            C’era anche un fatto strano. Avevamo spesso tra i piedi un gruppo di occidentali guidati da Liliana Cavani vestita da Lawrence d’Arabia. Si portavano dietro uno spilungone che camminava sulle uova maneggiando con cura delle stampelle alte due metri. Era chiaramente in attesa del miracolo.  Qualche volta ce li trovavamo persino al ristorante a far confusione. Ma noi mica gli abbiamo dato confidenza: si davano di quelle arie! Solo con una piccolina abbiamo qualche volta parlato, perché era uguale sputata all’Antonella, la zia di Leonardo, che l’anno scorso era nel nostro pullman.5agnese

            Certo che l’anno prossimo bisogna fare più attenzione e stare alla larga.

 

P.S. n. 1. Il risarcimento all’Augusta, che io chiamo miss domande multiple, in vernacolo domandaressa (e il perché lo sapete meglio di me), l’ho già fatto in pullman e quindi non lo ripeto.

Ma devo precisare. Come vi ho detto, noi di Biblia, salvo Flavia che si definisce iperacusica, ed è per questo che vuol parlare solo lei, perché la voce degli altri le rimbomba, siamo quasi tutti monoacusici, e chi non lo è lo diventa per solidarietà. Da questo punto di vista siamo facilmente combinabili. Se Adriano volesse tener conto di qual è l’orecchio da cui ciascuno di noi ci sente, potrebbe sistemarci a mo’ di autobloccanti, quei blocchi di cemento o graniglia con cui pavimentano l’ingresso ai garage. E noi non ci muoveremmo più.

Quella volta, nel refettorio, eravamo messi sbagliati, per cui facevamo fatica a capirci. Anche perché Isabella continuava a venire a rompere con la storia della cupola falsa.

Ma una cosa avevamo in mente di preciso: far dire alla Gabriella qualcosa di più sul genocidio. Partendo da un presupposto: se l’anno scorso avessimo chiesto ad Amos (che Adonai lo abbia in gloria, sempre che si possa nominare noi il nome del Loro Dio)settanta volte sette, mi rovino, settantasette volte settanta, di parlarci dell’olocausto, Amos, felice come una pesah, non solo avrebbe risposto giulivo di sì, ma avrebbe aggiunto un sette volte sette di suo.

Gabriella, invece, ha reagito schifata. Basta con questo genocidio. Facciamola finita. L’Armenia non è solo genocidio. Parliamo d’altro.

Stesso atteggiamento da parte di Marco, che armeno non è, ma solo armenista. Loro, del clan armeno & affiliati, vorrebbero parlare di alfabeto, di come qualmente anitra si scriva come muro e muro come anitra, ma in armeno occidentale si scrive come non si pronuncia e in armeno orientale si pronuncia come non si scrive, vorrebbero parlare di Tigrane e dei Bagratidi, toh! che la gente li chiama perché parlino del genocidio.

E la cosa gli fa anche onore, perbacco, perché non vogliono marciarci. Ma sono anche dei bei tipi questi armeni qui! E gli armenisti pure!

L’Antonia ci ha messo una vita a far ritornare di moda l’argomento, ha dovuto persino impararsi l’armeno, ci ha scritto un romanzo, è riuscita a smuovere i fratelli Taviani che ci hanno fatto un film con Preziosi, quello dell’Elisa di Rivombrosa, è tutte le sere in giro a parlare del suo libro, del film e degli Armeni, e questi qui snobbano e fanno i superiori.

Ma datele una mano, perbacco!

E tu, Augusta, ti sei presa la tramvata, questo è vero, ma mettitela al petto, assieme alle altre, come una medaglia al valore. Parola di Giuliano l’impissafóghi (così mi definisce Annamaria, la mia. Lei vuol sempre apparire la buona, la conciliante. Tutto fumo. Avete visto quella mattina il putiferio che ha fatto per i posti davanti? Credetemi. Il buono della famiglia sono io!)

 

P.S. n. 2. E adesso consentite anche a me un po’ di arte varia. Volevo scrivere in endecasillabi sciolti o rime baciate. Ma avrei dovuto scomodare il Pasquale. Volevo scrivere un sonetto, ma avrei avuto bisogno della consulenza di Stefano. Mi arrangio.  seiProsaicamente, a nome di tutti Voi (e guai se obiettate!) ringrazio Maria Teresa, la nostra leggendaria capo pullman. Che prima o poi dovrà decidersi. Invece di fare il magistrato per mestiere e la capo gita per diletto (e che diletto!), sarà bene che faccia il contrario. Come intuì quella volta la guida che credette di aver trovato una collega. Perché noi del pullman n. 2 siamo scalcagnati e smandruppati, come si è visto ogni volta che tentavamo di fare una foto di gruppo.

E abbiamo bisogno della mamma, a ognuno la sua parolina, qualche raro e salutare rimbrottino, la capacità di far dire a tutti la sua. E quando Marco soverchia la Rusàn, un colpetto al timone. E quando Rusàn si allarga, una frenatina. E poi un’arte divinatoria: da come conta i presenti in pullman, potevamo lasciarne giù due o tre ogni volta. Ma, guarda caso, l’unica volta che non ha contato, per un pelo non lasciavamo Maria in Armenia.

Grazie, Maria Teresa! Senza la sua leggendaria capa, neanche il pullman n. 2 sarebbe quel leggendario che è!
       E adesso, spagnolettizzando:

       arrrritrovarrci in Sirrria!!!!
 

N.B. Dichiara Giuliano: "Ho scritto solo i nomi, così l’identità dei soggetti rimarrà sicuramente riservata!!!"

 

 

 

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lunedì, 13 agosto 2007

Prima di tutto un annuncio

Talvolta capita che qualche lettore del mio blog mi mandi richieste per “chattare”.
Allora consideriamo i punti di difficoltà
1. credo, ma non ne sono sicura, che voglia dire chiacchierare al PC (a voce o in forma scritta? Non lo so. Propendo per la prima ipotesi)
2. non so come si fa, ma, risolto il primo problema, qualcuno me lo potrebbe spiegare.
3. se chiacchierare è, di che? Proponendo un colloquio fra persone che non si conoscono, sarebbe opportuno introdurre un argomento perché se qualcuno volesse parlare con me delle lingue degli antichi sumeri (o di un mucchio di altri argomenti) potrei ascoltare, ma non saprei che dire:
Se invece volessero parlarmi del gioco del lotto, o del calcio … non vorrei neppure ascoltare, non per disprezzo, ma per noia, consolidata dalla mia totale incompetenza.
Grazie comunque dell’attenzione
augusta



In calce al mio diario del 10 agosto un lettore ha scritto:
Fra Caruso e Mele chi preferite?
Domanda provocatoria rivolta, se ben interpreto il plurale, non solo a me, ma anche ai miei lettori.
Rispondo per me soltanto: di Mele ho scritto il 31 luglio, di Caruso il 10 agosto.
Il verbo “preferire” però mi sembra avere un significato in qualche modo positivo, improprio per entrambi questi squallidi signori.
Fra loro comunque c’è una differenza: il Mele, che ha attratto l’interesse dell’opinione pubblica per i risvolti becero sessuali e peggio del suo comportamento, è già stato condannato per reati finanziari. Quindi, per me, la responsabilità dell’UDC, (Unione dei democratici cristiani e democratici di centro) si configura come complicità.
Infatti il suo partito lo ha candidato in posizione vincente, in seguito alla peggior infamia dell’orribile legge elettorale entro cui abbiamo dovuto esercitare il non più nostro diritto di voto (non credo appartenga al diritto di voto far eleggere i candidati delle segreterie dei partiti). 
Il Caruso ha “esternato”, con un linguaggio improprio e in un luogo improprio.
In parlamento si fanno le leggi e si controlla il governo nell’applicazione di quelle esistenti e si esprimono meditate opinioni, anche pesantemente negative, ma sensate e argomentate. Purtroppo l’abitudine ad esternare (anziché ad argomentare) appartiene a persone delle istituzioni anche nelle regioni e negli enti locali (almeno in Friuli-Venezia Giulia ne ho significativi esempi).
Comunque mi sembra che il problema vada oltre i due signori che ora potrebbero ritrovarsi assieme nel gruppo misto della camera.
Mi sembra ci sia un atteggiamento culturale (che unisce certi movimenti a certi rappresentanti delle istituzioni) che enfatizza l’abbandono del proprio compito istituzionale (che dovrebbe essere fondato sul rispetto trasparente del contratto sociale fondato sulla Costituzione).
Così la propria voglia di svolgere con competenza la propria funzione (che richiede fatica e ricerca non sempre semplice e non sempre indulgente al populismo) diventa “coraggio”.
Comunque in questo piccolo elenco di squallori secondo me la “vittoria” va a coloro che fanno della propria morale (usando di pontifici supporti) una regola imposta.
Secondo il galateo del tempo, Galileo concludeva le sue lettere con l’espressione “bacio la sacra pantofola”.
Oggi costoro potrebbero chinarsi a una elegante scarpa rossa, firmata Prada.


Last but not least: I ROM

I rom conoscono persecuzioni da secoli. Non solo sono stati deportati nei lager ma prima sono stati vittime cruente dei pregiudizi di cui è ricca la storia europea.
In Italia l’ultimo colpo alla loro emarginazione (che solo il pregiudizio può giustificare nelle dimensioni in cui viene imposta) è stato dato dalla Lega Nord che ha questa grande abilità ne modificare, riducendolo al peggio, il cattivo-buon senso comune.
Riporto una mia personale iniziativa del 1996.

4 settembre  1996                 

            Fin dal mese di luglio le fiere, i negozi, i bar del Friuli sono stati invasi da una cartolina prestampata della "Segreteria Nazionale LEGA NORD FRIULI", indirizzata (senza oneri di affrancatura) al Presidente della Repubblica, che recita:

            "On.le Presidente,   visto il D.L. 319 che regala 35.000 lire al giorno a testa ai circa 10.000 zingari ROM, in cambio del solo onore che ci fanno con la loro presenza, il sottoscritto_____, residente a_____, chiede di poter diventare anch'egli zingaro ROM ed usufruire così di questo diritto che non ‚ mai stato concesso a chi lavora e paga le tasse.
Certo del suo interessamento, le porgo i miei più cari saluti".

            In agosto la diffusione, stimata in 100.000 copie, si é fatta più pressante perché la cartolina é stata inserita in un diffuso settimanale di annunci economici. Non é stato un caso: infatti i concetti espressi nello scritto riportato sopra si possono leggere anche nel documento "Le ragioni della Padania" che il "Gruppo Lega Nord per l'indipendenza della Padania - Senato della Repubblica" si propone di diffondere, come scrive testualmente a pag.7, "con un fascicolo che i nostri militanti vi recapiteranno a casa vostra, o che distribuiscono nelle strade o nelle piazze".

            Il contenuto della cartolina é però un falso. Infatti il "governo Prodi" con il D.L.14\06\1996 n.319 "Interventi urgenti in materia sociale e umanitaria" assicura semplicemente la continuità dei finanziamenti previsti per i profughi dalla ex Jugoslavia, fra cui si trovano anche sfollati di origine Rom, con regolare permesso di soggiorno, in parte assistiti (si fa per dire) entro i campi zingari di alcune province italiane. Il guaio é che, nell'indifferenza delle forze politiche (i deputati, nello scorso mese di giugno, hanno fatto mancare il numero legale, impedendo che il decreto in questione diventasse legge), i funzionari del Ministero dell'Interno non sono mai riusciti a trovare, per illustrare i relativi capitoli di spesa, formule che corrispondessero a categorie di pensiero adeguate. Così l'identificazione etnica (unita al riferimento sciatto a una quota capitaria convenzionale anziché al sostegno della progettualità) ha consentito che l'interesse della gente non si concentrasse su una condizione che ancora una volta la storia connota, ma sul dato genetico idoneo a distinguere le etnie compatibili da quelle che non lo sono.

            L'operazione della Lega Nord ha avuto un successo enorme, certamente favorito dall'assenza della politica, dalla debolezza della società civile e dall'inettitudine dei media a porsi come forze in gioco, capaci anche di impegno civile e non solo di registrare, pesandole sul numero dei consensi, le opinioni più numerose nel bene e nel male. Fra l'opinione pubblica si é immediatamente diffusa la consapevolezza del significato reale della cartolina: il pretesto "Rom"‚ utile per creare la più forte delle aggregazioni, quella "contro", che prima o poi pagherà chi ne saprà trarre vantaggio.

            L'11 agosto una sezione friulana della Lega Nord precisava il rifiuto dello "zingaro Rom, che anche se profugo della ex Jugoslavia, nulla ha fatto per questo Paese". E la gente lo aveva capito benissimo. Infatti  "Cara signora, recitava una lettera anonima del 21\7 i Rom o non Rom potrebbero tornarsene a casa. Sappia che la gente è arcistufa di mantenere Rom, albanesi e extracomunitari".
E gli eroi dell'anonimato, al telefono, riuscivano ad essere anche più descrittivi, introducendo, nell'esposizione delle loro fantasie grossolanamente infantili, anche il termine "negro", nel contesto di una linea di pensiero perfettamente rappresentata da una gentile signora che, in una lettera inviata al quotidiano Brescia Oggi (13\8) lamentandosi per una "multità (sic!) etnica che farebbe invidia al Medio Oriente", così precisava la propria e altrui disponibilità alla convivenza: "Agiremo noi contro il campo nomadi, passando ai nomadi quello che già non gli passate, benzina e cherosene. Provvederemo a ristrutturare la cascina usando, per rinforzare le fondamenta, gli occupanti abusivi della stessa".

            Ma di ciò abbiamo esperienza: un quotidiano della sinistra ci ricorda, in data 4 settembre 1996, che in Friuli esisteva, durante il periodo dell'occupazione fascista di territorio sloveno e croato, un campo di concentramento per civili, dove, mentre gli internati conoscevano fame e disperazione, così precisava il responsabile locale della legione Territoriale Carabinieri Reali di Padova-gruppo di Udine alla Prefettura di Udine (allora) regia: "La mortalità nel campo di concentramento à di Gonars si mantiene sulla media quotidiana da 3 a 7 sui 6.000 internati, colpisce per il 32% i bambini" e via contabilizzando, allora, 14 febbraio 1943, come oggi.

            Ancora una volta, a chi non si sente di stare fuori gioco, non é rimasto altro che il riferimento alla magistratura e, mentre i missili volano sull'Iraq, ci ostiniamo a chiedere che quel tanto di civiltà che ci resta non sia inquinato da notizie false e tendenziose, idonee a turbare quell'ordine pubblico (art.656 C.P.) che é ben diverso dal silenzio che segue alla violenza consumata.


Questo testo (che diffondevo con i relativi documenti) mi ha giovato un disinteresse totale fra le forze politiche e la società civile, a parte l’attenzione di qualche espressione beffarda.
augusta

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sabato, 11 agosto 2007

Comincio con il diario armeno le cui puntate potrete trovare unificate nella categoria <armenia07>. Nel blog avranno un ordine casuale, come le puntate del diario siriano.

 

PREMESSA: Armenia - perché?

Ad (almeno mia) futura memoria

 

Dopo aver finalmente concluso il mio diario siriano, ne apro un altro: il diario armeno.
In Armenia sono stata in giugno e spero, parlandone, di far memoria di qualche notizia su un paese lontano e ignorato, la cui tragedia del 1915 (fu olocausto o massacro? Anche questo è un problema) che gli Armeni chiamano il “male grande”, comincia solo ora ad essere considerata nella nostra memoria di comodo.
Nostra certamente perché in Armenia, parte dell’impero ottomano con il suo particolare millet
[1], nel 1915 c’erano consolati di varie nazioni europee e chi andasse a visitare il museo del genocidio (o massacro? Ma ci torneremo) con la dovuta calma potrebbe leggerne documentate, dirette  testimonianze: una memoria che rischia di essere cancellata per colpa di un’Europa silente allora (e non solo allora), dato che le grandi potenze erano interessate alla spartizione dei territori per farne colonia.
A che servirebbero altrimenti le guerre? Ieri sentivo una trasmissione a varie voci e un generale diceva che “gli accordi si fanno dopo aver vinto”. Se così fosse la pace nascerebbe dalla violenza e, più militarizziamo il mondo, più sarà così.
A questo punto devo ricordare che le “grandi” potenze hanno avuto altro da fare anche durante la Shoà (e pare che fra i due genocidi ci sia una connessione diretta in quanto il primo sarebbe stato studiato da Hitler stesso).
Se mi svio per tutte le strade che la memoria mi apre via via non arriverò mai in Armenia; meglio cominciare dal principio.

Comincio quindi dal principio (o almeno dal MIO principio, dato che questo è il MIO diario, dove mi piacerebbe si aprisse un colloquio con chi lo legge – e nel caso specifico con chi, avendo condiviso l’esperienza armena potrebbe integrare, correggere discutere quanto io scrivo e scriverò [2]). E il principio è un po’ lontano e tortuoso.
Alcuni anni fa (forse nel 1999) visitai il museo della diaspora ebraica a Tel Aviv e mi capitò di leggere della sinagoga di Doura Europos, affrescata con storie bibliche narrate adoperando anche figure umane. La faccenda è piuttosto insolita perché è noto che l’arte ebraica religiosamente osservante non si serve di rappresentazioni umane (come d’altronde l’arte araba).
Erano frutto di una antica comunità giudaico-cristiana? Non lo so, ma se qualcuno lo sa .. scriva.
Sul cartellino che illustrava brevemente l’insolita sinagoga c’era scritta una parola Mesopotamia; per me era una di quelle parole che mi trascino dietro da bambina, terra fra due fiumi ecc. ecc.
Da adulta mi ero innamorata delle sculture assire al British Museum di Londra (ancora Mesopotamia!), così ho guardato e riguardato quel cartellino e mi sono detta: Peccato! Non la vedrò mai.  E poi ho avuto un sobbalzo
: Perché no? Chi me lo impedisce?
Scoperto che Doura Europos (i resti della città non contengono gli affreschi che sono stati staccati e si possono vedere al museo di Damasco, accuratamente protetti da agenti devastanti) si trova in Siria mi si impose un’altra meta.
Un po’ più a sud di Doura Europos, vicino al confine irakeno si trova Mari
[3], la favolosa reggia sull’antichissima carovaniera, dove, se mai esistette un uomo di nome Abramo passò di là, spinto da un sogno o da un Dio a trasferirsi dalla ricca Ur dei Caldei alla terra di Canaan [4].
Oggi non sarebbe possibile: quel confine è sigillato (dice il generale: “gli accordi si fanno dopo la vittoria” E in Iraq nessuno ha vinto. Ma esiste una guerra con vincitori o, dopo, tutti sono vinti?).
Così, organizzato un viaggio con pochi amici (alcune guide scritte e nessuna agenzia), andai in Siria che visitammo con Mohammed autista. Mohammed poi ha frequentato la scuola di mosaico di Spilimbergo (di cui, visti i suoi interessi artistici, gli fornimmo tutte le informazioni possibili) e oggi ha un suo laboratorio a Udine. Ma questa è un’altra storia.
Dopo aver visitato Mari, risalendo verso nord, ci fermammo a dormire Da
r el Zor, un paesotto sull’Eufrate che non avevo mai sentito nominare e là ci fu la scoperta folgorante del genocidio.
Ne trovai per caso il mausoleo che dispone di una documentazione fotografica la cui ingenuità sconvolgente dava sostanza alle poche notizie libresche che ne avevo.
E il genocidio così si fece storia, anche mia.
Ci sono situazioni in cui la memoria collettiva si fa anche personale.
Così quando venni a sapere che l’associazione Biblia (i cui viaggi sono ben organizzati e alieni da un turismo di maniera) organizzava un viaggio in Armenia non potevo non partecipare.
La concatenazione casuale di questi percorsi, l’essere stati stimolati da un fatto non previsto me li ha resi affascinanti.
Nostre guide arrivate dall’Italia per un appoggio culturale erano Gabriella Uluhogian e Marco Bais (non di origini armene come Gabriella, ma, quale armenista, suo allievo) e sul pullman n.2 (quello che mi ospitava) la guida locale era Ruzanne (detta Rosanna) una fantastica ragazza che è stata una mediazione vivente e competente con un territorio non facile da decodificare.
Non sarebbe giusto dimenticare Adriano (cosa mi avresti detto, Adriano, se ti avessi trascurato?), responsabile dell’agenzia organizzatrice.
Molti dei partecipanti ai viaggi di Biblia (nel pullman n. 2 rappresentata da Maria Teresa) hanno una lunga consuetudine di amicizia che li aiuta a creare un clima di allegra familiarità.
Di solito non mi lascio andare a racconti così personali: nelle prossime puntate sarò più attenta al viaggio e al territorio.
augusta
,



[1]  Del millet armeno parlerò ancora, ma è un fenomeno che mi intriga da parecchi anni e di cui  chi volesse  saperne di   più può leggere le mie considerazioni iniziali del viaggio siriano. 
  Categoria: Viaggio confronti 07-  3 febbraio

[2] La voce commenti è a disposizione.

[3]  Terzo millennio a.e.v.

[4]  Naturalmente non riporto cronache di viaggio, ma da qualche parte allora mi capitò di leggere che Carran (Genesi 12,  4-5) era una città del regno di Mari e, in assenza di cronache, i miti possono anche entrare nel mondo dei desideri.
    Per non esporsi al rischio del fondamentalismo è necessario ricordare che  i  miti – e i testi molto antichi- non hanno la caratteristica di moderne certezze
.

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