Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Nome: Augusta

Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


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domenica, 30 settembre 2007

Uomini e tutt’altro

 

Avevo molte cose da scrivere, racccolto i materiali, confrontato le informazioni ecc. ecc. e non mi rimaneva che pensarci su senza potermi esprimere, causa un malore con cui ancora discuto, per ora da perdente.
 Ma ci sono notizie alla cui pubblicazione non posso rinunciare.

La prima è legata a un mio ricordo del 1998: l’incontro a Gaza con il dr. Shafi che mi fece un’impressione straordinaria. L’ho ripensato spesso.
Qualche giorno fa è morto (e ovviamente nei giornali italiani non se ne è parlato o quasi). era stato capo delegazione palestinese a Madrid nel 1991, dove si svolgevano i colloqui a conclusione della prima guerra del Golfo.
Era la prima volta che una delegazione palestinese era ufficialmente presente in una trattativa internazionale.
Contemporaneamente si svolgevano –in segreto- i colloqui di Oslo che si conclusero con la famosa pace di Washington, presente Clinton ecc. ecc.
Ho trovato nel sito
http://www.palestina-balsam.it/n005.html un articolo del dr. Shafi che ci parla di questi due eventi e altro.
Eccolo:


”Alcune posizioni politiche espresse negli ultimi giorni riempiono il mio cuore della speranza che si possa uscire dallo stato di silenzio e indifferenza che pervade la societa' palestinese e affrontare con attenzione, serieta' e efficacia la portata della dura realta'. La mia posizione non puo' definirsi una terza corrente tra l'Autorita' palestinese e l'opposizione islamica. Vorrei mettere in evidenza che la mia posizione e' stata indipendente sin da quando e' nato il mio interesse nella nostra causa nazionale. Non ho mai aderito ad una forza o blocco politico. La mia opposizione all'accordo di Oslo non e' stata una posizione partigiana ma di principio e obiettivita' , probabilmente confermata dagli eventi. Sempre la mia preoccupazione e' stata quella di vedere una seria trasformazione democratica nella societa' palestinese, e questa e' la cosa piu' importante che possiamo fare. Ho paura che senza una trasformazione democratica noi non possiamo affrontare le minacce correnti. Noi dipendiamo tuttora da fattori esterni sul come affrontare queste minacce. Democrazia significa innazitutto legge, rispetto dei diritti umani e di coscienza e un effettivo uso dei fondi pubblici. Questo richiede ordine e disciplina , necessari per ogni realizzazione. Abbiamo lanciato vari richiami e appelli sul bisogno di rimettere in ordine la casa palestinese. Il processo di costruzione della democrazia non e' nato dopo la diminuzione degli aiuti finanziari e per lo stato di caos e indifferenza che prevalgono nella societa' palestinese. Ho partecipato alle elezioni generali del gennaio 1996 nonostante la mia opposizione agli accordi di Oslo perche' speravo che quelle elezioni avrebbero condotto all'aspirata trasformazione democratica. Sono dispiaciuto che questa speranza non sia stata realizzata perche' il consiglio legislativo palestinese non ha assunto le sue responsabilita' nazionali con fermezza. Si e' proseguito su una strada che non riflette i nostri interessi. I negoziati per applicare gli accordi di Oslo hanno fornito una buona copertura alle violazioni israeliane sul terreno come la nota strategia colonizzatrice e dei fatti compiuti, che e' la strategia di base del movimento sionista. Il rimanere al tavolo della trattativa ha dato alla comunita' internazionale la scusa per ignorare la sua responsabilita' di fronte alla sfacciata aggressione israeliana contro il popolo palestinese e alle violazioni delle convenzioni internazionali. Il fatto che la autorita' palestinese non abbia indirizzato la spontaneita' dell'Intifada, non abbia dato rilievo alle caratteristiche positive dell'intifada e non abbia organizzato l'aiuto per alleviare le difficolta' economiche dei cittadini palestinesi, con la possibilita' di non aver nulla alla fine di tutto cio', significa che la situazione e' minacciata al punto che tutto questo sangue e sacrificio potrebbero rilevarsi inutili. La logica di richiedere di unirsi in un comando di unita' nazionale che includa tutte le fazioni politiche con il compito di adottare decisioni per far fronte alla realta' dell'intifada e' quella di mantenere l'unita' nazionale. Gli eventi hanno provato che questo comando di unita' nazionale e' importante. Questo compito non ha nulla a che fare con gli accordi di Oslo. Non credo che l'autorita' palestinese sia legittimata dagli accordi di Oslo. La legittimita' dell'Autorita' Palestinese e' basata sul nostro diritto all'autodeterminazione. In ogni caso non vedo ragione perche' cio' costituisca ostacolo per costituire un comando di unita' nazionale. Ammetto di non essere sicuro che tutte le fazioni sul terreno concordino con la mia insistenza per un comando di unita' nazionale. Comunque penso che la migliore alternativa sia la riforma dell'attuale Autorita'. Devo dire che abbiamo chiesto questa riforma ma nessuno ci ha ascoltato o dato attenzione. Forse altri dovranno prendersi la responsabilita' di promuovere e domandare ancora una volta di perseguire questo obiettivo. Gli eventi dell'11 settembre e quello che e' successo dopo ci possono assistere in questa strada. Giornale Al Quds 18 Novembre 2001

E ora - reso omaggio, ma veramente anche se molto sommessamente-al dr. Shafi- una notizia con un protagonista così squallido che non sarebbe il caso di parlarne se le bizzarrie dei nostri tempi non l’avessero portato alla ribalta per una seconda volta nella sua vita. Si tratta di tale Salvatore Stefio, una delle quattro  guardie del corpo che furono rapite in Iraq quando morì il povero Quattrocchi.

E ora qualche citazione da un articolo on line de il Giornale (venerdì 28 settembre) quotidiana ammiratore dello Stefio &C). L’evento che ha dato origine a tutto ciò è un’accusa della procura di Bari al sullodato Stefio. Ovviamente il Giornale ne ha contestato il contenuto (ah questa magistratura birichina!).


«Mercenari al soldo dello straniero»: questa in soldoni l’accusa della procura di Bari sul reclutamento delle guardie private italiane, che nel 2004 partirono per l’Irak e anziché trovare un ingaggio furono rapiti dai tagliagole iracheni. …
Dopo due anni di indagini le conclusioni della procura di Bari, come rivela L’Espresso, contestano il reato dell’ingaggio di mercenari. Sotto accusa Salvatore Stefio, uno degli ostaggi, che dal 12 aprile 2004 rimase per 56 giorni nelle mani dei sequestratori, e Giampiero Spinelli. L’ipotesi di reato è che «avevano proceduto all’arruolamento nel territorio dello Stato italiano e senza l’approvazione del governo (di quattro guardie private, ndr), affinché militassero in territorio iracheno in favore di forze armate straniere (anglo-americane, per la precisione), in concerto e in cooperazione con le medesime, in contrapposizione a gruppi armati stranieri». I due sono accusati per l’arruolamento di Maurizio Agliana, Umberto Cupertino, Fabrizio Quattrocchi, poi catturati assieme a Stefio, e di Dridi Forese, un ex alpino che non prese parte alla spedizione.

La procura di Bari ha chiesto il rinvio a giudizio di Stefio e Spinelli per «arruolamenti o armamenti non autorizzati a servizio di uno Stato estero» , secondo l’articolo 288 del codice penale. Il procuratore aggiunto, Giovanni Colangelo, contesta ai due di avere utilizzato la Presidium Corporation, una società con sede nelle Seychelles, ma che sarebbe riconducibile a Stefio, per mandare in Irak i tre italiani cadute in un’imboscata.”
 
Per chi fosse interessato a questo tipo di personaggi, lo Stefio ha anche un proprio blog (che io però non pubblicizzo: è facile da trovare)     
 augusta

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israele palestina, rassegnastampa, guerra conflitti e violenze

domenica, 23 settembre 2007

Segnalo il sito http://www.ildialogo.org:80/etica/idra16092007.htm che riporta integralmente il Documento Vaticano sull’alimentazione e idratazione artificiali, che ho ricopiato: 


CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

RISPOSTE A QUESITI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE STATUNITENSE CIRCA L’ALIMENTAZIONE E L’IDRATAZIONE ARTIFICIALI


Primo quesito: È moralmente obbligatoria la somministrazione di cibo e acqua (per vie naturali oppure artificiali) al paziente in “stato vegetativo”, a meno che questi alimenti non possano essere assimilati dal corpo del paziente oppure non gli possano essere somministrati senza causare un rilevante disagio fisico?

Risposta: Sì. La somministrazione di cibo e acqua, anche per vie artificiali, è in linea di principio un mezzo ordinario e proporzionato di conservazione della vita. Essa è quindi obbligatoria, nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che consiste nel procurare l’idratazione e il nutrimento del paziente. In tal modo si evitano le sofferenze e la morte dovute all’inanizione e alla disidratazione.

Secondo quesito: Se il nutrimento e l’idratazione vengono forniti per vie artificiali a un paziente in “stato vegetativo permanente”, possono essere interrotti quando medici competenti giudicano con certezza morale che il paziente non recupererà mai la coscienza?

Risposta: No. Un paziente in “stato vegetativo permanente” è una persona, con la sua dignità umana fondamentale, alla quale sono perciò dovute le cure ordinarie e proporzionate, che comprendono, in linea di principio, la somministrazione di acqua e cibo, anche per vie artificiali.

Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, nel corso dell’Udienza concessa al sottoscritto Cardinale Prefetto, ha approvato le presenti Risposte, decise nella
Sessione Ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.
Roma, dalla Sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 1° agosto 2007.                                William Cardinale Levada     Prefetto

               Angelo Amato, S.D.B. Arcivescovo tit. di Sila            Segretario

________________________________________________________________

 

Confesso che alla prima lettura di questo documento mi sono detta che non sapevo se augurare ai malati terminali di trovarsi in un opulento occidente garantiti (o obbligati?) dall’accanimento terapeutico o in un paese del terzo mondo (o anche, pur se occidentali, in condizioni di personale povertà) per essere liberati da trattamenti coatti -e in definitiva crudeli- se messi in atto contro la loro volontà.
Poi mi sono rimproverata per la mia rozzezza contabile finché non ho letto il commento ufficiale della congregazione per la dottrina della fede alle norme di cui sopra.
E’ documentatissimo (non con fatti tratti dalla realtà e dall’esperienza ma con documenti vaticani) e ne riporto solo un breve tratto che potete leggere di seguito. Chi volesse consultare il  testo integrale può ricorrere a questo indirizzo, oltre a quello indicato all’inizio:

http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/

documents/rc_con_cfaith_doc_20070801_nota-commento_it.html

 

Chi preferisce navigare può anche cominciare dal principo: www.vatican.va.

Io non aggiungo altri commenti, ma a questo punto –sconvolta dal realistico materialismo vaticano- mi permetto una domanda senza farmi autocritiche:
a chi giova vendere prodotti idonei all’alimentazione artificiale e le macchine adatte per introdurli nel corpo del paziente?           augusta

 

E ora il breve tratto della nota di commento della Congregazione per la dottrina della fede:      “Nell’affermare che la somministrazione di cibo e acqua è moralmente obbligatoria in linea di principio, la Congregazione della Dottrina della Fede non esclude che in qualche regione molto isolata o di estrema povertà l’alimentazione e l’idratazione artificiali possano non essere fisicamente possibili, e allora ad impossibilia nemo tenetur, sussistendo però l’obbligo di offrire le cure minimali disponibili e di procurarsi, se possibile, i mezzi necessari per un adeguato sostegno vitale. Non si esclude neppure che, per complicazioni sopraggiunte, il paziente possa non riuscire ad assimilare il cibo e i liquidi, diventando così del tutto inutile la loro somministrazione. Infine, non si scarta assolutamente la possibilità che in qualche raro caso l’alimentazione e l’idratazione artificiali possano comportare per il paziente un’eccessiva gravosità o un rilevante disagio fisico legato, per esempio, a complicanze nell’uso di ausili strumentali.Questi casi eccezionali nulla tolgono però al criterio etico generale, secondo il quale la somministrazione di acqua e cibo, anche quando avvenisse per vie artificiali, rappresenta sempre un mezzo naturale di conservazione della vita e non un trattamento terapeutico. Il suo uso sarà quindi da considerarsi ordinario e proporzionato, anche quando lo “stato vegetativo” si prolunghi”.

Pagina diario scritta da: AUG a 21:58 | link | commenti | | Torna su
rassegnastampa, diaricarola

sabato, 08 settembre 2007

AVVISI

Il diario di oggi è molto lungo, ma per qualche tempo non potrò scrivere nulla.

Ricordo che il 5 ottobre – ultimo giorno di Ramadan – si celebrerà la giornata del dialogo cristiano-islamico.
Chi volesse averne informazioni può servirsi dell’indirizzo che trascrivo:
http://www.ildialogo.org/islam/cristianoislamico.htm:
Ne riparlerò più avanti.                                                                   augusta



 

http://www.ildialogo.org/estero/come06092007.htm

 

Come il mondo intero ha seppellito la Palestina 

Al di là degli scontri fra Hamas e Fatah  di Alain Gresh -
Le Monde Diplomatique, luglio 2007, pag. 10
(traduzione dal francese di José F. Padova) Giovedì, 06 settembre 2007


Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno ripreso gli aiuti all’Autorità palestinese dopo l’estromissione di Hamas, vincitore delle elezioni di gennaio 2006. Tuttavia il problema-chiave resta quello postosi dopo l’insabbiamento del processo di Oslo: Israele è pronto a ritirarsi da tutti i territori occupati nel 1967 e a permettere la formazione di uno Stato palestinese indipendente? La condiscendenza da una dozzina d’anni della «comunità internazionale» verso lo Stato israeliano lascia poco spazio all’ottimismo.
Bisogna salvare il presidente Mahmud Abbas! All’unanimità la «comunità internazionale» lo proclama alto e forte. E avanza audaci proposte: sbloccare l’aiuto all’Autorità palestinese; alleviare le sofferenze della popolazione civile; aprire negoziati per rafforzare i «moderati» palestinesi. Perfino Ehud Olmert scopre all’improvviso in M. Abbas un «partner» per la pace. Sordi per anni alle opprimenti notizie ufficiali [rapporti, relazioni, studi…] circa la situazione della Cisgiordania e di Gaza pubblicate da istituzioni tanto diverse fra loro come lo sono la Banca Mondiale, Amnesty International o l’Organizzazione Mondiale della Sanità, Casa Bianca e Unione Europea sarebbero finalmente uscite dal loro profondo letargo?
Questo risveglio repentino è stato suscitato dalla vittoria senza appello di Hamas a Gaza. Eppure né gli Stati Uniti né Israele avevano lesinato sui mezzi militari dati a Fatah per vincere le elezioni, autorizzando a più riprese il passaggio d’armi destinate alla Guardia presidenziale e alla Sicurezza preventiva (1). Non è servito a nulla. La defezione della maggior parte dei responsabili militari di Fatah (Mohammed Dahlan, Rachid Abou Shabak, Samir Masharawi) , che hanno preferito rintanarsi in Cisgiordania o in Egitto invece di rimanere al fianco delle loro truppe, è uno dei tanti elementi che spiegano una cocente disfatta. L’incapacità di Fatah di riformarsi, di abbandonare il proprio status di Partito-Stato di uno Stato che non esiste per quello di forza politica «normale» ne è un altro: nepotismo, corruzione, spirito di casta continuano a incancrenire l’organizzazione fondata da Yasser Arafat.
Ma l’ingiustificabile ferocia degli scontri fra Hamas e Fatah a Gaza illustra anche lo smembramento della società palestinese, accelerato da quindici mesi di boicottaggio internazionale. Esecuzioni sommarie, vendette, saccheggi hanno segnato i combattimenti, mentre l’un campo accusava l’altro di essere al soldo dello straniero. Già il 12 gennaio, nel corso di un grande meeting a Gaza con Mohammed Dahlan, la folla sbeffeggiava gli «sciiti» di Hamas (2) [vedi riquadro]. L’organizzazione islamica da parte sua denuncia i suoi nemici come agenti d’Israele e degli Stati Uniti o, semplicemente, come kuffar («infedeli»). La giornalista israeliana Amira Hass nota che «i due campi trasformano i civili in ostaggi e li condannano a morte nei combattimenti di strada, sacrificando la causa palestinese sull’altare della loro rivalità (3)». La Palestina paga la militarizzazione della lotta politica, che si accompagna con il culto della violenza e di un esasperato machismo.
Una disgregazione programmata

In un messaggio disperato, inviato via Internet il 12 giugno, lo psichiatra palestinese Eyad Serraj deplora: «Quanto odio e appelli tribali alla vendetta. Non si tratta soltanto di una lotta politico-militare per il potere (…). Noi siamo stati tutti sconfitti da Israele e questo sentimento di umiliazione si ritorce contro nemici più piccoli al nostro interno. Israele ci ha brutalizzati con l’oppressione e la tortura e ha provocato dolori e traumi che ora mostrano la loro orripilante immagine attraverso una violenza tossica e cronica».
Da parte sua, il giornalista israeliano Gideon Levy descrive così il retaggio di quarant’anni d’occupazione: «Questi giovani che abbiamo visto ammazzarsi tanto crudelmente fra loro sono i figli dell’inverno 1987, i figli della prima Intifada. La maggior parte di loro non ha mai lasciato Gaza. Per anni hanno visto i loro fieri fratelli maggiori battuti e ingiuriati, i loro genitori imprigionati nelle loro stesse case, senza lavoro e senza speranza. Essi hanno vissuto tutta la loro vita all’ombra della violenza israeliana (4)».
Questo naufragio della Palestina può essere fermato? Forse, se le dichiarazioni americane ed europee fossero, una volta tanto, seguite da fatti, se la «comunità internazionale» decidesse infine d’imporre la creazione di uno Stato palestinese. Cinque anni fa, nel giugno del 2002, lo stesso presidente Gorge W. Bush aderiva a una pace fondata su due Stati che vivessero fianco a fianco. Tuttavia, in seguito, non è successo nulla.
Ricordiamolo. Il governo israeliano non ha mai smesso, durante gli anni 2003 e 2004, di proclamare che il solo ostacolo alla pace era Arafat. Il vecchio leader era stato assediato nei pochi metri quadrati del suo quartiere generale della Moqata a Ramallah. Ariel Sharon proferiva: «Il nostro Bin Laden è Yasser Arafat». La «comunità internazionale» lasciava fare.
Scomparso Arafat l’11 novembre 2004, Mahmud Abbas lo sostituiva alla testa dell’Autorità palestinese. Il più «moderato» dei dirigenti dell’organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) era ben deciso a rilanciare il «processo di pace», ma i suoi gesti d’apertura non portarono a niente: la colonizzazione si accelerò e così anche la costruzione del muro di separazione: i posti di blocco trasformarono qualsiasi spostamento di qualche chilometro fra due villaggi in una odissea dall’esito incerto. Un terreno fertile per la vittoria di Hamas alle elezioni del Consiglio legislativo del gennaio 2006.
Hamas ha saputo utilizzare tre grandi atout presso la popolazione: la sua partecipazione alla resistenza contro l’occupazione, la sua rete di aiuti sociali, l’incontestabile dedizione dei suoi quadri. Per questo gli elettori hanno votato per gli islamici, perché rifiutavano l’idea di una pace con Israele? Perché auspicavano un maggior numero di attentati suicidi? No, tutti i sondaggi d’opinione lo confermano, la popolazione aspirava in maggioranza a una soluzione fondata su due Stati. Hamas, d’altra parte, lo aveva capito bene: la sua piattaforma politica elettorale era ben diversa dalla sua Carta che, come quella dell’OLP negli anni ’60, esaltava la distruzione delle Stato d’Israele. Molti suoi dirigenti affermavano che, a certe condizioni, il loro Movimento era pronto ad aderire alla creazione di uno Stato palestinese sui soli territori occupati nel 1967.
Immediatamente dopo le elezioni al Consiglio legislativo de gennaio 2006 si stabiliva una strategia orchestrata dagli Stati Uniti e da Israele, avallata dall’Unione Europea e ripresa da una frazione di Fatah, allo scopo di inverire con ogni mezzo i risultati delle urne. Mentre Hamas auspicava la costituzione di un Governo d’unione nazionale, le pressioni americane impedirono un simile accordo. Il boicottaggio economico puniva la popolazione per avere «votato male»: non toccava per nulla le capacità finanziarie e militari di Hamas, come hanno dimostrato i combattimenti a Gaza, ma impoveriva la Palestina e, soprattutto, accelerava la disgregazione delle istituzioni.
La «comunità internazionale» ha dimenticato la lezione dell’Iraq: una dozzina d’anni di sanzioni contro Saddam Hussein non aveva compromesso né la stabilità del regime né il livello di vita dei suoi dirigenti. Al contrario, l’embargo aveva penalizzato la popolazione e soprattutto aveva contribuito a svuotare lo Stato della sua sostanza: i funzionari disertavano i loro uffici per tentare di guadagnarsi di che vivere, le istituzioni di base s’inceppavano, la solidarietà tribale si sostituiva ai servizi sociali. Quando gli Stati Uniti invasero il Paese, nel marzo 2003, lo Stato crollò come un castello di carte. Certamente, lo Stato palestinese non esiste, ma le poche strutture dell’Autorità, messe su con difficoltà dal 1993 in poi, non hanno resistito oltre al boicottaggio internazionale.
Una via d’uscita si aprì nel febbraio 2007 con la firma degli accordi della Mecca, fra Hamas e Fatah, sotto l’egida del re Abdallah dell’Arabia saudita. Il 12 febbraio, durante un’intervista alla televisione saudita Al-Ikhbariya, Khaled Meshal, capo dell’Ufficio politico di Hamas, spiegava il programma del governo d’unità nazionale. «Non è quello di un gruppo particolare. (…) ogni fazione ha le sue proprie convinzioni ma, come governo d’unità nazionale, noi ci siamo messi d’accordo su basi politiche, che definiscono le nostre mete nazionali e ciò cui noi aspiriamo: uno Stato palestinese nelle frontiere del 4 giugno 1967». Questa dichiarazione, fra le molte altre, confermava un’evoluzione di Hamas (5), che avrebbe potuto essere «testata» dalla «comunità internazionale». Tanto più che questa flessibilità era accompagnata dal rilancio dell’iniziativa di pace araba che proponeva a Israele una normalizzazione delle sue relazioni con i suoi vicini in cambio della creazione di uno Stato palestinese (6).
Robert Malley, direttore del Programma per il Medio Oriente dell’ International Crisis Group ed ex consigliere del presidente Clinton, scriveva questi concetti premonitori: «Il successo della Mecca dipenderà (…) molto dall’atteggiamento internazionale. Già si levano voci che, mentre salutano ipocritamente lo sforzo saudita, reclamano dal futuro Governo che rispetti le condizioni imposte precedentemente. Dall’Amministrazione Bush non ci si attendeva di meglio. Ma l’Europa? Non ha proprio imparato nulla da questo fallimento collettivo? Se in Arabia saudita c’è stato accordo è proprio perché a Hamas non si è imposto di compiere una rivoluzione ideologica che non farà, ma lo si è  piuttosto incoraggiato a realizzare un’evoluzione pragmatica che forse farà (…). Il percorso di Hamas è tale da giustificare che lo si metta alla prova: è disposto ad accettare e a imporre un cessate il fuoco reciproco? È disposto a lasciare mano libera al presidente Abbas, debitamente incaricato in quanto dirigente dell’OLP a negoziare con Israele? È d’accordo perché sia sottoposto a referendum qualsiasi accordo Mahmud Abbas avrà concluso? E si impegna a rispettarne i risultati (7)?».
Ciecamente la «comunità internazionale» si è ancor più infilata in un impasse. Essa ha mantenuto il boicottaggio, che non poteva altro che rafforzare gli elementi più radicali di hamas. Osservò indifferente la società palestinese che si disintegrava. Questo partito preso trova la sua giustificazione in una logica che Alvaro de Soto, coordinatore per le Nazioni Unite del processo di pace in Medio Oriente, ha denunciato in un rapporto confidenziale e opprimente (8). Trattiamo Israele, egli spiega, «con una grande considerazione, quasi con tenerezza». Il Quartetto (9) si è trasformato in «un organismo che impone le sue sanzioni contro il governo eletto di un popolo sotto occupazione e che pone condizioni impossibili da adempiere per il dialogo» e ha evitato ogni pressione sul governo israeliano, particolarmente per ciò che riguarda la colonizzazione e l’avanzata del muro.

«Legittima difesa» d’Israele?

Un soldato israeliano è rapito nel giugno 2006? La «comunità internazionale» praticamente non reagisce alla distruzione come rappresaglia della centrale elettrica e di costruzioni civili di Gaza e a un’offensiva militare che farà centinaia di vittime. Due soldati israeliani sono catturati nel luglio 2006 alla frontiera col Libano? Durante trenta giorni la «comunità internazionale» lascia distruggere il Paese dei Cedri e le sue infrastrutture. Israele esercita, così pare, il suo diritto di «legittima difesa». E durante questo tempo l’estensione delle colonie rende ogni giorno più improbabile la creazione di uno Stato palestinese.
Eppure il caos che si diffonde non garantisce per niente la sicurezza degli israeliani. La guerra del Libano dell’estate del 2006 aveva già dimostrato la loro vulnerabilità di fronte a una guerriglia determinata e bene armata. La prosecuzione dei tiri di missili su Sderot e l’incapacità dell’esercito israeliano di fare cessare i tiri costituiscono una seria disfatta, come ammetteva Zeev Schiff, cronista militare di Haaretz (morto da poco), qualche giono prima del passaggio della striscia di Gaza sotto il controllo di Hamas: «Israele è stato effettivamente battuto. (…). A Sderot Israele ha vissuto qualcosa senza precedenti dalla guerra d’indipendenza e forse in assoluto: il nemico è arrivato fino a ridurre al silenzio una intera città e vi ha fatto cessare ogni forma di vita normale (19)». Ciò che accade a Nahr Al-Bared e negli altri campi per rifugiati del Libano, o addirittura a Gaza, vale a dire la formazione di cellule radicali legate ad Al-Quaeda, dovrebbe ricordare a tutti che il naufragio della Palestina porterà con sé una radicalizzazione incontrollata e altri cataclismi per Israele e per tutta la regione.

(1) Amos Harel e Avi Issacharoff, « Fatah to Israel : Let us get arms to fight Hamas », Haaretz, Tel-Aviv, 6 juin 2007.

(2) Tutti i Palestinesi di Gaza sono sunniti. Ma il sostegno fornito da Teheran a Hamas «giustifica» questo tipo di accusa.

(3) « Sacrificing the Palestinian struggle », Haaretz, Tel-Aviv, 14 juin 2007.

(4) Gideon Levy, « Flight from Gaza. Last to leave did turn out the lights », Haaretz, Tel-Aviv, 17 juin 2007.

(5) Si legga Paul Delmotte, «Le Hamas et la reconnaissance de l’Etat d’Israël », Le Monde diplomatique, gennaio 2007.

(6) Contrariamente a quanto afferma la propaganda del governo israeliano, sovente riportata senza verifiche dai media, questa iniziativa non prevede il «diritto al ritorno» per i rifugiati palestinesi. Essa richiede una soluzione «giusta» e «negoziata» del problema dei rifugiati sulla base della risoluzione 194 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

(7) « Palestine, l’Europe face à ses responsabilités », Le Monde, 13 marzo 2007.

(8)http:/image.guardian.co.uk/sys-files/Guardian/documents,2007,06; I2’DeSotoReport.pdf

(9) Struttura creata nel 2003 per coordinare l’azione in Medio oriente, che raggruppa Stati Uniti, Russia, Unione Europea e Nazioni Unite.

(10) « An Israeli defeat in Sderot », Haaretz, Tel-Aviv, 8 giugno 2007.

 

Gli sciiti, il nuovo nemico

Stupefatto, il mondo ha scoperto dopo l’11 settembre che i «combattenti della libertà» afgani, celebrati dal presidente Ronald Reagan per la loro resistenza all’ Impero del Male (sovietico) avevano una visione molto originale della «libertà». Al-Quaeda è nato da questa cecità americana. Vent’anni più tardi Washington ha tratto la lezione da questo «sviamento»? No, se si crede alle informazioni date dal celebre giornalista americano Seymour Hersh: gli Stati Uniti hanno messo in piedi una coalizione di Paesi arabi sanniti moderati allo scopo di aiutare tutti i movimenti anti-iraniani e anti-sciiti – compresi i più «radicali» (a).

Caso emblematico il Libano, dove il governo di Fouad Sinora fronteggia un’opposizione dominata da Hezbollah, sciita. Nella sua inchiesta Hersh si preoccupava, prima ancora che Fatah Al-Islam facesse parlare di sé, dello sviluppo dei gruppi sanniti radicali legati a Al-Quaedache ricevevano certi finanziamenti da forze vicine alla maggioranza e al partito di Hariri. «E noi, gli Stati Uniti, guardiamo da un’altra parte mentre il nostro denaro e quello dell’Arabia saudita passa a quella gente sotto il tavolo. (…) Perché sosteniamo gente, voglio dire i salatiti, che avremmo arrestato e messo a Guantanamo soltano due o tre anni fa? Perché sono alleati potenziali contro Hezbollah».

Queste rivelazioni sono confermate dal giornalista David Samuels (b). Quando il successo dei democratici alle elezioni di novembre 2006 al Congresso aveva suscitato un vivo dibattito a Washington fra coloro che credevano in una vittoria in Iraq e coloro che erano favorevoli al negoziato con l’Iran e la Siria, «[la signora Condoleeza] Rice e i suoi colleghi dell’Amministrazione decisero di impegnarsi su una audace e rischiosa terza via. (…) l’Amministrazione scelse una sottile miscela di diplomazia e di pressioni economiche, di esercitazioni militari su grande scala, di guerra psicologica e di azioni clandestine. Il costo per le azioni clandestine, che comprendono il finanziamento di movimenti confessionali e paramilitari in Iraq, in Iran, in Libano e nei Territori palestinesi, ammonterebbe a 300 milioni di dollari, che sono pagati dall’Arabia saudita e da altri Paesi del Golfo, coinvolti». Ormai l’Iran ha sostituito Al-Quaeda nel ruolo di nemico pubblico numero uno.                                                                 A.G.

(a) Seymour Hersh, «The redirection: A strategic shift», The New Yorker, 5 marzo 2007. Le citazioni sono tratte dall’intervista concessa al sito Antiwar.com il 13 marzo 2007.

(b) David Samuels, « Grand illusions », The Atlantic Monihly, Washington, DC, giugno 2007.


http://www.ildialogo.org/estero/trasfo06092007.htm

 

Come l’occupazione ha trasformato Israele  di Meron Rapoport,   giornalista del quotidiano Haaretz, Tel-Aviv  (traduzione dal francese di José F. Padova) Le Monde Diplomatique, n. 639, giugno 2007


In quarant’anni Israele è passato dai kibbutz collettivisti a un’economia capitalista globalizzata e da una società relativamente ugualitaria a una delle più disuguali dell’Occidente. Tutte queste evoluzioni hanno le radici nell’occupazione dei territori palestinesi e risalgono quindi alla guerra del 1967. tanto più che la smagliante vittoria riportata allora non ha impedito lo scatenarsi di sei nuovi conflitti che non si sono conclusi a favore del Paese…
Talvolta la nostra memoria ci inganna: mentre quarant’anni ci separano dalla guerra dei sei giorni, a una parte degli israeliani piace credere che il periodo prima del 1967 fosse un’età dell’oro, il nostro paradiso perduto. E che Israele, prima del 1967, fosse una società a misura d’uomo e giusta, nella quale i valori del lavoro, dell’umiltà e della solidarietà prevalevano sull’avidità e l’egoismo, nella quale tutti si conoscevano e soprattutto nessuno occupava territori.
Molto evidentemente si tratta di una pura illusione. Nel 1966, ultimo anno prima dell’occupazione, la disoccupazione aveva raggiunto il tasso record del 10%, l’economia soffriva di una forte recessione e, per la prima volta nella storia del Paese, lo lasciarono molti più israeliani di quanti immigranti vi si stabilirono. Per soprappiù, in quell’anno, i quattrocentomila arabi israeliani che non avevano abbandonato i loro villaggi durante la guerra del 1948 si videro liberare dal «governo militare» (1). La loro situazione non rimase per questo meno critica, poiché le loro terre venivano progressivamente confiscate per la costruzioni di nuovi agglomerati ebrei.
A partire dalla Guerra dei sei giorni Israele fu considerato come una superpotenza militare regionale, finanche internazionale. Ciò che si conosce meno è il fatto che la guerra modificò in modo spettacolare l’economia nazionale, che prosperò, mentre la recessione finiva e la disoccupazione si abbassava fortemente. Quarant’anni più tardi Israele è diventato un altro Paese. Mentre nel 1967 il prodotto interno lordo per abitante raggiungeva a fatica 1.500 dollari, nel 2006 è culminato a 24.000 dollari (€ 17.700), ponendo Israele al ventitreesimo posto nel «Rapporto sullo sviluppo umano 2005» realizzato dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo. Per di più, in quattro decenni più di un milione e mezzo di ebrei vi si sono installati, cosicché la popolazione ebrea totale è passata da 2,4 a 5,5 milioni. Si capisce quindi che molti cittadini israeliani percepiscano la Guerra dei Sei giorni come un momento decisivo nella success story del Paese.
Per altri, al contrario, il 1967 costituisce la causa di tutti i mali. In teoria la schiacciante vittoria delle Forze di difesa israeliane sui tre eserciti più potenti del mondo arabo, quelli d’Egitto, di Giordania e di Siria – avrebbe dovuto rassicurare gli israeliani e dare loro un senso di sicurezza. Non fu proprio questo ciò che avvenne. Israele è tutto eccetto un luogo sicuro e, dal 1967, il Paese ha vissuto non meno di sei conflitti: la guerra di logoramento lungo il Canale di Suez (1968-1970), la guerra del Kippur (1973), le due Intifade (1987-1993 e 2000-2005), e le due guerre del Libano (1982 e 2006). Circa cinquemila israeliani e cinquantamila arabi – egiziani, siriani, libanesi e certamente palestinesi – vi hanno perduto la vita. In breve, Israele a tutt’oggi non ha ancora chiuso il settimo giorno della sua guerra dei sei giorni.
Per il Paese la difficoltà non consiste soltanto nel fatto che il conflitto duri tuttora, ma che l’esercito non ne esca più vittorioso. Diventato storico, il generale a riposo Dov Tamari ha fatto osservare, non molto dopo gli avvenimenti del Libano nell’estate 2006, che la guerra del 1967 era stata la sua ultima vittoria incontestabile. A suo parere, tutti gli altri bracci di ferro sono terminati con una ritirata, perfino con una disfatta. E ogni volta Tel Aviv ha dovuto fare importanti concessioni. Così la guerra del 1973 si concluse con la ritirata totale dal Sinai, in conformità agli accordi di pace firmati con l’Egitto nel 1979. la prima Intifada portò agli accordi di Oslo nel 1993, l’invasione del Libano del 1982 si concluse con una ritirata incondizionata nel 2000. Quanto alla seconda Intifada, essa condusse allo smantellamento delle colonie d’insediamento di Gaza, circa due anni fa.
E che dire della seconda guerra del Libano! Se la classe politica tempo fa ha inneggiato alla vittoria, soltanto il 20% degli israeliani ritiene di avere vinto, secondo uno studio pubblicato da Haaretz una settimana prima della fine della guerra. Questa difficoltà a riportare una vittoria netta spiega senza dubbio perché un veterano della politica israeliana ha recentemente confessato – sotto lo scudo dell’anonimato – di non essere sicuro che Israele fra vent’anni esisterà ancora. Invece di calmare le paure, questi quarant’anni d’occupazione non hanno fatto altro che accentuarle.
Quando sono iniziate ad andare male le cose? Non certo da ieri. Il generale Moshe Dayan, il responsabile politico più eminente dell’epoca, dopo il trionfo del 1967 pronunciò questa frase celebre: «Aspettiamo dagli Arabi una chiamata telefonica». Voleva fare credere che dopo questa telefonata Israele si sarebbe ritirato dai territori occupati – dal Sinai, dalla Striscia di Gaza, dalla Cisgiordania e dal Golan – uno scambio di accordi di pace col mondo arabo. Nel suo libro 1967 (2) lo storico Tom Segev dimostra che l’intenzione del governo israeliano non era esattamente quella. Tuttavia è così che la posizione d’Israele fu percepita al suo interno e nel mondo.
D’altronde in quello stesso periodo Israele avviò un processo che avrebbe reso molto difficile, per non dire impossibile, qualsiasi accordo basato sullo scambio di territorio contro la pace. Il primo ministro laburista Levi Eshkol, con fama di «colomba», prima della fine del 1967 lasciò che i primi coloni s’installassero in Cisgiordania (a Kfar Etzion). Dayan, allora ministro della Difesa, ordinò di distruggere le città e i villaggi siriani sull’altipiano del Golan occupato, per permettere la costruzione di una colonia israeliana sulle rovine della città siriana di Kuneitra. E all’inizio dell’anno 1968 diversi israeliani furono autorizzati a vivere nel cuore della città occupata di Hebron.
Quarant’anni dopo si vedono i risultati. Il centro è diventato una città fantasma nella quale i palestinesi non sono autorizzati né ad abitare né a spostarsi né a fare acquisti – e tutto questo per lasciare spazio a circa cinquecento coloni ebrei. Non è un caso se il primo attentato suicida è avvenuto a Hebron, dopo che Baruch Goldstein, nel 1994, assassinò trentanove musulmani dentro la moschea di Abramo, nella cripta dei Patriarchi.
È sufficiente osservare una carta per comprendere che le colonie della Cisgiordania sono state costruite secondo un piano stabilito in anticipo, da una parte per isolare le une dalle altre le comunità palestinesi, e dall’altra per creare una continuità fra le colonie ebree e il territorio dello Stato d’Israele com’era prima del 1967. Insediamenti sono stati costruiti anche intorno ai quartieri arabi di Gerusalemme, per separare la parte orientale della città dalle cittadine e dai villaggi palestinesi vicini, poi nella valle del Giordano per separare la riva ovest del fiume dalla Giordania. Lungo queste colonie furono costruite strade, perfino nel cuore stesso della Cisgiordania, per tagliare fuori Nablus da Ramallah o Kalkilya da Tulkarem.
Il Paese è come vittima del mostro creato da sé in quarant’anni
Grande architetto della colonizzazione, nel 1975 Ariel Sharon ha dichiarato apertamente che il suo scopo era quello d’impedire la formazione di un’entità palestinese. Appoggiata da tutti i governi, sia di destra che di sinistra, questa strategia è riuscita. Più di 250.000 israeliani abitano oggi centinaia di colonie in Cisgiordania, per non parlare dei 200.000 abitanti dei nuovi agglomerati costruiti nella Gerusalemme occupata. Il loro stesso numero ha permesso di modificare l’atteggiamento della classe politica nei loro riguardi: ormai, con la sola eccezione dei gruppi arabi e del Partito comunista, tutti i responsabili israeliani – da Yossi Beilin a Ami Ayalon e da Ehud Olmert alla sig.ra Tzipi Livni – considerano che l’annessione del «blocco delle colonie» deve fare parte integrante di qualsiasi accordo di pace. D’altra parte il tracciato del famoso muro di separazione mira a integrarli in Israele.
È strano che questi stessi dirigenti, compreso Sharon prima del suo attacco cerebrale, riconoscono oggi in privato – e talvolta perfino pubblicamente – che le colonie costituiscono l’ostacolo principale alla firma di un accordo di pace con i palestinesi e il mondo arabo. Israele è come vittima di questo mostro che ha costruito durante quarant’anni d’occupazione. Gli è impossibile assorbire queste colonie senza annettersi la riva occidentale del Giordano, un passo questo che perfino i governi della destra più estremista si sono rifiutai di fare a causa delle sue implicazioni sul piano internazionale, giuridico e soprattutto demografico – perché la diversità dei tassi di natalità fa sì che il «Grande Israele» comporterà presto una maggioranza palestinese. Ma non può nemmeno sbarazzarsene, nella misura in cui le colonie d’insediamento figurano essere componenti della società israeliana. La colonizzazione è diventata una trappola.
Israele ci si è ficcato dentro volontariamente? Si è avvezzato all’occupazione al punto di non poterne più fare a meno? Da quarant’anni viviamo in una società fondata su privilegi. Certo, anche prima della Guerra dei sei giorni, i nuovi immigranti provenienti dai Paesi arabi godevano di diritti inferiori a quelli degli ebrei che arrivavano dall’Europa, mentre i palestinesi che vivevano in Israele erano ancor più svantaggiati. Ma dopo il 1967 lo Stato ha instaurato un sistema ufficiale di discriminazione: ha privato dei suoi diritti politici il milione di palestinesi che nel 1967 vivevano in Cisgiordania e nella striscia di Gaza (attualmente se ne recensiscono tre milioni e mezzo), la cui vita, in tutti i suoi aspetti, è stata posta sotto il controllo dei comandanti militari.
Di conseguenza lungo quattro decenni le relazioni fra i palestinesi che vivono sotto occupazione  e gli israeliani si sono profondamente deteriorate. Tuttavia, agli occhi di questi ultimi la situazione, nella quale gli uni beneficiano di tutti i diritti e gli altri ne sono privati, appare del tutto normale. Le restrizioni via via più pesanti imposte ai palestinesi in materia di spostamenti, il fatto che gli israeliani non hanno occasione d’incontrarli se non in Cisgiordania quando vi svolgono il loro servizio militare, porta ad accentuare queste diversità. Mettere fine all’occupazione equivarrebbe a rinunciare al sentimento di essere un privilegiato, un passo molto difficile da effettuare.
Uno dei grandi sconvolgimenti della società israeliana dopo il 1967 è stata la sua rapida trasformazione in una società capitalista moderna. I grandi lavori avviati dopo la guerra hanno formato una potente classe d’imprenditori, che ha potuto sfruttare la mano d’opera a basso costo dei territori occupati. Miliardi di dollari – dal 1973 gli Stati Uniti ne assegnano 3 ogni anno a Israele a titolo di aiuto militare – sono stati dedicati all’alta tecnologia militare a più alto rendimento, trasformando il Paese in superpotenza dell’ high-tech.
Parallelamente, con il sistema dei privilegi messo in opera dall’occupazione, la società si è progressivamente divisa in misura estrema. Nel 1967 più dell’80% della forza lavoro dipendeva da un sindacato unico e potente, che controllava un terzo dell’economia nazionale. I kibbutz godevano ancora di grande considerazione. Attualmente, con meno del 25% di lavoratori sindacalizzati, abbiamo una delle società più ingiuste del mondo occidentale: se si crede nel coefficiente di Gini, che misura le disuguaglianze, lo Stato ebraico occupa la sessantaduesima posizione – una delle peggiori fra le economie progredite (3). Diciotto famiglie controllano il 75% dell’economia. Questa situazione affonda in parte le sue radici nella Guerra dei Sei giorni.
Ricordiamo altre importanti conseguenze. Dopo il 1967 il conflitto israelo-palestinese ha occupato sulla scena internazionale un posto preponderante, se non il più importante. E Israele ha tratto vantaggio da questa situazione. Le sue eccellenti relazioni con gli Stati Uniti, il suo ruolo eminente sul piano internazionale, la sua potenza militare e la sua prosperità vengono da lì. Come pure il fatto che la Lega araba, dopo avere rifiutato qualsiasi negoziato alla fine della Guerra dei Sei giorni, proponga ormai di concludere una pace globale con tutti i Paesi arabi.
Un senso d’Apocalisse si è impadronito della società dopo il conflitto col Libano nel 2006
Eppure le conseguenze del 1967 portano con sé anche aspetti molto negativi. Se Israele si è guadagnato questa posizione privilegiata in Occidente è perché lo Stato ebraico è considerato come una sanguinosa linea di frontiera fra l’Occidente e l’Oriente, fra la civiltà «giudaico-cristiana» - strana invenzione, quando si conosca la storia delle due religioni… - e la civiltà musulmana. Dopo gli attentati dell’11 settembre, questa visione si è largamente diffusa in Israele, molto al di là della destra religiosa per la quale, dopo il 1967, la colonizzazione nella terra d’Israele obbedisce alla volontà divina. Questo ha trasformato il conflitto arabo-israeliano, dapprima territoriale e quindi politico, in scontro culturale e religioso. Il vice primo-ministro e capo del partito Israel Beitenou («Israele, nostra casa»), che loda il «trasferimento» delle zone arabe di Israele in territori occupati, ha dichiarato recentemente al quotidiano Haaretz che Israele è un «avamposto del mondo libero (4)».
Tutto questo può spiegare il senso di apocalisse che domina numerosi settori della società israeliana dopo il conflitto in Libano, l’estate scorsa. Nella misura in cui si presenta Hezbollah come il braccio armato dell’Iran e la Repubblica Islamica come il promotore di questa «guerra di civiltà», il fallimento dell’esercito israeliano, pur potente e ultra-sofisticato, di fronte a qualche migliaio di combattenti sciiti ritenuti male addestrati è stato un vero trauma. Molti hanno percepito il fatto che migliaia di razzi siano stati lanciati sul nord d’Israele, durante un mese intero, senza che l’esercito riuscisse a mettervi fine, come il segno che noi, gli israeliani, non siamo desiderati nella regione e che potremmo, a lungo termine, essere vinti dal gigante musulmano.
In breve, questi quaranta anni hanno finito col paralizzare la società al punto che i suoi dirigenti non hanno più il coraggio di lavorare a una soluzione reale del conflitto. L’occupazione ha finito con l’invadere Israele.

(1) Questo «governo» li obbligava al coprifuoco, ai permessi di spostamento, alla residenza forzata e favoriva l’ebraizzazione delle regioni arabe d’Israele.

(2) Tom Segev, 1967, Denoël, Paris, 2007.

(3) Per il coefficiente di Gini lo 0 rappresenta la perfetta uguaglianza. Nel 2006 Israele ottiene 39,2 contro 36 per il Regno Unito, 32,7 per la Francia, 28,3 per la Germania e… 40,8 per gli Stati Uniti. 

(4) Haaretz, Tel-Aviv, 30 marzo 2007.

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israele palestina, diari di augusta

venerdì, 07 settembre 2007


SENZA  PIETA’

Oggi la salma di Pavarotti è stata esposta nel Duomo di Modena, dove si è recato anche il presidente della Repubblica.
L’omaggio che gli è stato reso – e che gli sarà reso domani, ai funerali – è stato giustamente corale e affettuoso.
Già ai funerali, in Duomo.
Pavarotti era divorziato e, secondo le leggi della chiesa cattolica, non mi sembra ammissibile il funerale religioso. Certamente non ho alcuna personale critica sul fatto che gli sia stato concesso, ma una grossa, dolorosa domanda.
Capisco che se Pavarotti non fosse stato (e non sarà domani) adeguatamente onorato, le critiche non mancherebbero e sarebbero forti e ampie.
Ma perché no Giorgio Welby?
In Pavarotti si onora un uomo che ha dato molto alla cultura musicale italiana e non solo.
In Welby si sarebbe potuto onorare una persona che, soffrendo per lunghi anni, ha coscientemente cercato di dare molto all'espressione della dignità umana al momento della morte, da lui attesa e infine desiderata.
Vorrei che qualcuno chiedesse spiegazioni ai responsabili sulla pietà (doverosa) per il cantante e sulla spietatezza per l’uomo che aveva sofferto e per la sua famiglia.
Posso chiedere se si tratti di opportunismo?                                augusta

SENZA  LEGGE

Riporto di seguito un articolo pubblicato sul sito www.ildialogo.org di cui spesso mi servo.
Sono inorridita da questo ku klux klan in salsa italiota.
Il razzismo non nasce dal nulla.
Le prime manifestazioni sembrano banali e quando sono bonariamente ignorate si rafforzano, si consolidano, diventano –se non stiamo ragionevolmente attenti- parte di noi.
Io ricordo bene, e ne ho scritto parecchio tempo fa più volte, e, di recente, il 13 e 16 agosto. Anche allora ho riportato il documento che avevo scritto nel 1996 per denunciare la serie di falsità su leggi dello stato in vigore, diffuse dalla Lega Nord nel disinteresse generale, anche delle istituzioni.
Quanti e chi ora hanno diritto ad opporsi alle manifestazioni violente che certamente peggioreranno?                                                       augusta



Pavia, rom spostati in colonna al grido di "camere a gas" di Diana Di Segni

Sgomberati dalla ex Snia, erano destinati all’area del poligono di tiro di Torre d’Isola durante il tragitto gli abitanti e gli amministratori li hanno insultati e respinti al mittente.

«Camere a gas, forni crematori», «si sente già la puzza», «noi siamo persone civili, fora di ball », con questi slogan è stato accolto il passaggio di una colonna di rom rumeni, che dovevano essere trasportati da Pavia a Torre d’Isola. Secondo quanto disposto dalle autorità comunali, lunedì scorso, poco dopo le 20, settanta adulti e quaranta bambini rumeni sono stati trasferiti verso il poligono di tiro, un’area inadatta ed inagibile, infestata di zanzare e erbacce alte che però avrebbe dovuto ospitarli, dopo lo sgombero dalla ex Snia. Il semplice passaggio della colonna ha suscitato le proteste degli abitanti e degli amministratori locali, che hanno minacciato di sdraiarsi a terra con l’intento di bloccare la via. I rom sono rimasti fermi per circa due ore, fino a che, a notte fonda, le autorità non hanno deciso di sistemare temporaneamente le famiglie nelle palestre del palastadio di Pavia.
Si tratta dell’esito - per la verità ancora incerto - di una vicenda iniziata tempo addietro. La giunta di centro sinistra di Pavia, guidata dalla sindaca diessina Piera Capitelli, aveva deciso in favore dello sgombero dei capannoni dell’ex Snia. Nei locali, oramai in disuso da venticinque anni, vivevano circa centoquaranta persone, tra cui settanta minori. Molti degli abitanti lavoravano come operai presso aziende e cooperative pavesi, mentre cinquanta tra i minori avrebbero dovuto frequentare le scuole di Pavia, e per altri venti bambini era stata presentata domanda presso gli asili comunali. Lo scorso 30 agosto i rom sono stati sgomberati, senza però che la giunta avesse predisposto una soluzione abitativa alternativa. Sembra che la proprietà dell’area (la Tradital), a mezzo della Caritas, avesse offerto 250 euro a persona a coloro che avessero deciso di tornare in Romania. Una cifra irrisoria, a malapena sufficiente al sostentamento per un mese. Di fronte ad un vuoto decisionale, le autorità si sono affidate alla "speranza" che i rom si disperdessero da sé. Nel frattempo iniziava la protesta non violenta dei rom che hanno sfilato per le vie cittadine con striscioni recitanti "siamo europei"; "no al razzismo"; "chiediamo un lavoro umile", e distribuendo volantini contenenti le raccomandazioni del febbraio 2006 della comunità europea che invitava al rispetto dei diritti civili e umani delle comunità rom. Per le prime ventiquattr’ore è stato indetto uno sciopero della fame, che è proseguito poi ad oltranza per quattro rappresentanti. Infine, la Protezione civile di Milano ha montato, in piazza Maggi, un tendone collettivo - senza brandine - destinato a donne e bambini, di capienza non sufficiente ad accogliere per intero la comunità degli sgomberati. In molti hanno preferito non disgregare l’unità dei nuclei familiari, passando così la notte all’aperto.
A denunciare questa vicenda è stato il Circolo Pasolini, che attraverso il suo blog segue giornalmente le vicende dello sgombero. In particolare, il Circolo denuncia la contraddittorietà di una situazione disumana in una città che da oggi ospiterà il Festival dei Saperi, il cui tema è "La nuova città e la nuova democrazia". La denuncia è accompagnata da proposte volte ad una risoluzione del problema, con il progressivo inserimento delle famiglie nel tessuto sociale, attraverso un avviamento al lavoro presso cooperative di muratori e la scolarizzazione dei minori (il tasso di analfabetismo è elevatissimo). Ad oggi - manca ancora una decisione in proposito - il futuro sembra incerto, soprattutto alla luce della notizia secondo cui molti sindaci del pavese avrebbero bloccato, con ruspe e trattori, gli accessi a sterpaglie e luoghi desolati, onde evitare che vi ci soggiornino i rom.
05/09/2007 su Liberazione pag.2 - http://www.liberazione.it/

Il testo di questo articolo  è stato  pubblicato su  Liberazione del 5 settembre e diffuso anche dal sito web www.ildialogo.it che invita tutti i lettori a mobilitarsi contro il razzismo dilaganate. Siamo già molto oltre il livello di guardia, afferma “il dialogo”, ma quanti se ne accorgono?
augusta

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mercoledì, 05 settembre 2007

Senza commento

 

01 settembre 2007  Corriere della Sera

La lettera al Corriere   Mi dimetto da intellettuale di sinistra

L'intervento di Alberto Asor Rosa sul caso lavavetri

Caro Direttore, trovo indecente l’ordinanza del Comune di Firenze sui lavavetri di strada, non perché rappresenta un’offesa alla morale rivol u z i o n a r i a , ma perché è una cialtronata. Sarebbe come se, in presenza di una g r a v i s s i m a e m e r g e n z a igienica, le autorità preposte andassero in giro ad ammazzare le mosche con i giornali arrotolati. Mi spiego.

Le condizioni delle città italiane sono mediamente fra le peggiori d'Europa. Roma è la città più sporca dell'emisfero occidentale (se si esclude Napoli). Il centro storico di Firenze ha preso l'aspetto e le abitudini di un suk arabo (oddio, che lapsus!). Bologna non riesce a risollevarsi dalla grigia, spenta aura guazzalocchiana. Milano, un tempo capitale morale e culturale d'Italia, sembra un sobborgo di Rogoredo. Napoli, appunto, è sommersa dall'immondizia. Ovunque, ogni giorno, ci si deve confrontare con degrado e speculazione del territorio e dell'ambiente, di cui spesso le amministrazioni locali sono complici. Questo sì che sarebbe un tema interessante per una grande inchiesta: il confronto, su valori ben accertati (pulizia, servizi, trasporti, traffico, sanità, ecc.), tra le più importanti città italiane e, poniamo, Parigi, Londra, Berlino, Zurigo, Bruxelles e Madrid. Vediamo sul serio a che punto le cose sono. Perché allora cominciare a prendersela proprio con i lavavetri di strada? Per due motivi, credo. Innanzitutto, perché quando io vado a caccia di mosche a casa mia con il giornale arrotolato (retaggio, me ne rendo conto, di abitudini antiche, sorpassate dalle alte tecnologie contemporanee), meno tali fendenti che il mio cane spaventato corre in un'altra stanza: lui crede che sia scoppiata la Terza Guerra Mondiale.

Nello stesso modo si comportano i sindaci di casa nostra (come me; non come il mio cane). Menano fendenti sulle mosche: così il pubblico si distrae e non pensa ad altro. In secondo luogo, perché l'ordinanza costituisce un piccolo ma significativo passo avanti nella realizzazione di quella ormai onnipresente costituzione materiale, che sta alla base del PUCD = Partito Unico del Conformismo Dominante. Per forza che la maggioranza, la grande maggioranza, sta con l'ordinanza del Comune di Firenze: mettete insieme la quasi totalità dell'elettorato di centrodestra con la maggioranza di quello di centrosinistra, e avrete questa spaventosa miscela di conformismi, questo incontro di volontà armate, che, invece di confrontarsi e scontrarsi, come sarebbe giusto, beatamente si incontrano e si sommano sui principi fondamentali, il più importante dei quali dice: per favore, preferirei non essere disturbato. Resta solo da chiarire quale sarà il prossimo soggetto disturbante (ma non c'è che l'imbarazzo della scelta: il Pucd, perciò, ha possibilità infinite davanti a sé). Naturalmente — voglio dirlo proprio solo alla fine, perché tanto so che i miei interlocutori sono del tutto insensibili a questo tipo di argomento —, a me fa impressione anche che, nella catena infinita dei problemi, i nostri amministratori comincino esattamente dagli ultimi (ultimi in tutti i sensi: in ordine di importanza; e dal punto di vista della miserabilità della condizione umana dei soggetti interessati). Ma questo è un riflesso condizionato d'ordine morale: cosa d'altri tempi, e non mette neanche conto parlarne.

P.S. So benissimo che Pierluigi Battista è abituato alle distinzioni e alla complessità dei problemi; perciò mi stupisco che da qualche tempo a questa parte usi categorie troppo generali, la cui correttezza mi pare ormai poco fondata. «Intellettuali di sinistra»? Mi pare che la categoria non esista più: almeno da quando si è totalmente svuotata o perlomeno fortemente indebolita e confusa quella di «politici di sinistra». Comunque io ne sono uscito volontariamente da almeno un decennio, da quando ho scoperto che stare nello stesso contenitore con altri intellettuali che si definivano in qualche modo di sinistra, non era più commendevole. Quindi, faccio da me. Del resto, come è noto, chi fa da sé fa per tre. O almeno lo spero.

 

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale 31 agosto / 6 settembre  2007  n. 708 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 29 agosto 2007
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        4.718        
Israeliani          1.051        
Altre vittime         77         
Totale               5.846        

Internazionale 31 agosto / 6 settembre  2007  n. 708 pag. 14
 
Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  del 29 agosto  2007
Iracheni                70.749  /  77.272
Soldati statunitensi               3.733                            
Soldati di altre nazionalità       297         

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rassegnastampa, vittime di guerra

sabato, 01 settembre 2007

MAFALDA in settembre nel suo calendario 2007:     “CHE STRESS!”

Mafalda e la mamma sono evidentemente appena alzate
Mafalda (pigiamino rosso e ciabattone azzurre:
“Buongiorno mamma, non  sai se sono già  state vietate le armi nucleari?”
Mamma (vestaglia verde da cui esce l’orlo della camicia da notte, armeggia con un bricco): “Non so, Mafalda, ma mi pare di no, perché?”
Mafalda: “ Così niente!” ... (e continua nella vignetta n.4))   
“Ma sarebbe bello alzarsi un giorno e accorgersi che finalmente la nostra vita dipende da noi”.
 

Il consueto blog Battello ebbro, mi ha richiamato una recensione pubblicata su Peace Reporter che trascrivo (per chi volesse controllare o scrivere all’autore:
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idart=809).
Il fatto di conoscere i luoghi citati nel testo rende più doloroso il riferimento.
Spero che da una fonte così connotata (pax Christi) sia più credibile di me che, pur dicendo le stesse cose, non ho trovato ascolto, se non in qualche singola persona.

 

Israele - Palestina - 12.6.2007

Bocche scucite  Nandino Capovilla, Betta Tusset, Edizioni Paoline

scritto da   Paolo Lezziero

 Più che indovinato, il titolo del volume di Nandino Capovilla e Betta Tusset, “Bocche scucite”, edito dalle Edizioni Paoline, è drammatico per quanto fa intuire. La spiegazione la dà il sottotitolo, “Voci dai territori occupati”. A far aprire le bocche e sentire il pensiero degli “occupati”, i palestinesi sotto il tallone israeliano, sono i ragazzi del campo di lavoro “Tutti a raccolta” promosso da Pax Christi, con una raccolta di testimonianze fedeli nel testo e atroci nella sostanza. "Un libro che vuol dare voce a chi non ne ha più nemmeno per piangere, per far sentire le proprie ragioni; a chi non è ascoltato perché fuori dal coro e a chi è impegnato a ricucire le lacerazioni…”, si legge sul risvolto di copertina.

E la presentazione di Fabio Corazzina è altrettanto drammatica in senso temporale…” Prima che sia troppo tardi”; “ sappiamo che è contro la dignità umana scacciare una famiglia dalla propria casa e occuparla…che è ripugnante la pulizia etnica…che è criminale fermare una madre incinta al check point e mettere in pericolo la vita sua e del figlio…che non è possibile rinchiudere con un muro alto otto metri un popolo dicendo che è per la sicurezza di tutti…che è scandaloso vivere nel 2007 in un campo profughi del 1948…”

“Abbiamo ascoltato nella terra martoriata di Palestina Agnese, Daniela e Laura, Michlel, Jihad, Mohammed, Gerie, (ebrei e palestinesi)e vogliamo consegnare a voi i loro pensieri, sgorgati come un fiume in piena dalle loro “bocchescucite”, scrivono nell’introduzione gli autori Betta e Nandino.

 

“Io mi sono sposata nell’aprile del ‘48”, dice Agnese, un mese prima della Nakba, la catastrofe. Mai si cancellerà dalla mia memoria quella pulizia etnica…che tentava di espellere il nostro popolo dalla sua terra…In quell’anno la nostra casa al mare fu sequestrata e assegnata a una famiglia ebrea vittima dell’Olocausto. Da quel momento più nessuno potè rivederla sino al ’67, quando una signora sconosciuta mi vide e mi fece entrare…”

“Tutta la famiglia di mia madre è stata deportata ad Auschwitz. Nessuno è rimasto”, dice Daniela, “ma”, aggiunge, i palestinesi sono il popolo con cui dobbiamo convivere. E come possiamo giustificare le crudeltà che noi commettiamo contro una popolazione civile: donne, vecchi, bambini? Forse con la “sicurezza”? E’ questo che io non posso sopportare”.

E Geries, che è arabo, palestinese, israeliano e cristiano, un giorno va a raccogliere noci e non capisce perché suo padre si arrabbia e sua madre piange. “ Perché l’albero di noci cresceva in un villaggio distrutto dagli israeliani nel ’48, e si era salvato e produceva ancora noci. Quell’albero apparteneva a mio nonno, i miei genitori erano scappati in Libano…io avevo mangiato un frutto che loro non avevano mai più toccato”.