AVVISI
Il diario di oggi è molto lungo, ma per qualche tempo non potrò scrivere nulla.
Ricordo che il 5 ottobre – ultimo giorno di Ramadan – si celebrerà la giornata del dialogo cristiano-islamico.
Chi volesse averne informazioni può servirsi dell’indirizzo che trascrivo:
http://www.ildialogo.org/islam/cristianoislamico.htm:
Ne riparlerò più avanti. augusta
http://www.ildialogo.org/estero/come06092007.htm
Come il mondo intero ha seppellito la Palestina
Al di là degli scontri fra Hamas e Fatah di Alain Gresh -
Le Monde Diplomatique, luglio 2007, pag. 10
(traduzione dal francese di José F. Padova) Giovedì, 06 settembre 2007
Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno ripreso gli aiuti all’Autorità palestinese dopo l’estromissione di Hamas, vincitore delle elezioni di gennaio 2006. Tuttavia il problema-chiave resta quello postosi dopo l’insabbiamento del processo di Oslo: Israele è pronto a ritirarsi da tutti i territori occupati nel 1967 e a permettere la formazione di uno Stato palestinese indipendente? La condiscendenza da una dozzina d’anni della «comunità internazionale» verso lo Stato israeliano lascia poco spazio all’ottimismo.
Bisogna salvare il presidente Mahmud Abbas! All’unanimità la «comunità internazionale» lo proclama alto e forte. E avanza audaci proposte: sbloccare l’aiuto all’Autorità palestinese; alleviare le sofferenze della popolazione civile; aprire negoziati per rafforzare i «moderati» palestinesi. Perfino Ehud Olmert scopre all’improvviso in M. Abbas un «partner» per la pace. Sordi per anni alle opprimenti notizie ufficiali [rapporti, relazioni, studi…] circa la situazione della Cisgiordania e di Gaza pubblicate da istituzioni tanto diverse fra loro come lo sono la Banca Mondiale, Amnesty International o l’Organizzazione Mondiale della Sanità, Casa Bianca e Unione Europea sarebbero finalmente uscite dal loro profondo letargo?
Questo risveglio repentino è stato suscitato dalla vittoria senza appello di Hamas a Gaza. Eppure né gli Stati Uniti né Israele avevano lesinato sui mezzi militari dati a Fatah per vincere le elezioni, autorizzando a più riprese il passaggio d’armi destinate alla Guardia presidenziale e alla Sicurezza preventiva (1). Non è servito a nulla. La defezione della maggior parte dei responsabili militari di Fatah (Mohammed Dahlan, Rachid Abou Shabak, Samir Masharawi) , che hanno preferito rintanarsi in Cisgiordania o in Egitto invece di rimanere al fianco delle loro truppe, è uno dei tanti elementi che spiegano una cocente disfatta. L’incapacità di Fatah di riformarsi, di abbandonare il proprio status di Partito-Stato di uno Stato che non esiste per quello di forza politica «normale» ne è un altro: nepotismo, corruzione, spirito di casta continuano a incancrenire l’organizzazione fondata da Yasser Arafat.
Ma l’ingiustificabile ferocia degli scontri fra Hamas e Fatah a Gaza illustra anche lo smembramento della società palestinese, accelerato da quindici mesi di boicottaggio internazionale. Esecuzioni sommarie, vendette, saccheggi hanno segnato i combattimenti, mentre l’un campo accusava l’altro di essere al soldo dello straniero. Già il 12 gennaio, nel corso di un grande meeting a Gaza con Mohammed Dahlan, la folla sbeffeggiava gli «sciiti» di Hamas (2) [vedi riquadro]. L’organizzazione islamica da parte sua denuncia i suoi nemici come agenti d’Israele e degli Stati Uniti o, semplicemente, come kuffar («infedeli»). La giornalista israeliana Amira Hass nota che «i due campi trasformano i civili in ostaggi e li condannano a morte nei combattimenti di strada, sacrificando la causa palestinese sull’altare della loro rivalità (3)». La Palestina paga la militarizzazione della lotta politica, che si accompagna con il culto della violenza e di un esasperato machismo.
Una disgregazione programmata
In un messaggio disperato, inviato via Internet il 12 giugno, lo psichiatra palestinese Eyad Serraj deplora: «Quanto odio e appelli tribali alla vendetta. Non si tratta soltanto di una lotta politico-militare per il potere (…). Noi siamo stati tutti sconfitti da Israele e questo sentimento di umiliazione si ritorce contro nemici più piccoli al nostro interno. Israele ci ha brutalizzati con l’oppressione e la tortura e ha provocato dolori e traumi che ora mostrano la loro orripilante immagine attraverso una violenza tossica e cronica».
Da parte sua, il giornalista israeliano Gideon Levy descrive così il retaggio di quarant’anni d’occupazione: «Questi giovani che abbiamo visto ammazzarsi tanto crudelmente fra loro sono i figli dell’inverno 1987, i figli della prima Intifada. La maggior parte di loro non ha mai lasciato Gaza. Per anni hanno visto i loro fieri fratelli maggiori battuti e ingiuriati, i loro genitori imprigionati nelle loro stesse case, senza lavoro e senza speranza. Essi hanno vissuto tutta la loro vita all’ombra della violenza israeliana (4)».
Questo naufragio della Palestina può essere fermato? Forse, se le dichiarazioni americane ed europee fossero, una volta tanto, seguite da fatti, se la «comunità internazionale» decidesse infine d’imporre la creazione di uno Stato palestinese. Cinque anni fa, nel giugno del 2002, lo stesso presidente Gorge W. Bush aderiva a una pace fondata su due Stati che vivessero fianco a fianco. Tuttavia, in seguito, non è successo nulla.
Ricordiamolo. Il governo israeliano non ha mai smesso, durante gli anni 2003 e 2004, di proclamare che il solo ostacolo alla pace era Arafat. Il vecchio leader era stato assediato nei pochi metri quadrati del suo quartiere generale della Moqata a Ramallah. Ariel Sharon proferiva: «Il nostro Bin Laden è Yasser Arafat». La «comunità internazionale» lasciava fare.
Scomparso Arafat l’11 novembre 2004, Mahmud Abbas lo sostituiva alla testa dell’Autorità palestinese. Il più «moderato» dei dirigenti dell’organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) era ben deciso a rilanciare il «processo di pace», ma i suoi gesti d’apertura non portarono a niente: la colonizzazione si accelerò e così anche la costruzione del muro di separazione: i posti di blocco trasformarono qualsiasi spostamento di qualche chilometro fra due villaggi in una odissea dall’esito incerto. Un terreno fertile per la vittoria di Hamas alle elezioni del Consiglio legislativo del gennaio 2006.
Hamas ha saputo utilizzare tre grandi atout presso la popolazione: la sua partecipazione alla resistenza contro l’occupazione, la sua rete di aiuti sociali, l’incontestabile dedizione dei suoi quadri. Per questo gli elettori hanno votato per gli islamici, perché rifiutavano l’idea di una pace con Israele? Perché auspicavano un maggior numero di attentati suicidi? No, tutti i sondaggi d’opinione lo confermano, la popolazione aspirava in maggioranza a una soluzione fondata su due Stati. Hamas, d’altra parte, lo aveva capito bene: la sua piattaforma politica elettorale era ben diversa dalla sua Carta che, come quella dell’OLP negli anni ’60, esaltava la distruzione delle Stato d’Israele. Molti suoi dirigenti affermavano che, a certe condizioni, il loro Movimento era pronto ad aderire alla creazione di uno Stato palestinese sui soli territori occupati nel 1967.
Immediatamente dopo le elezioni al Consiglio legislativo de gennaio 2006 si stabiliva una strategia orchestrata dagli Stati Uniti e da Israele, avallata dall’Unione Europea e ripresa da una frazione di Fatah, allo scopo di inverire con ogni mezzo i risultati delle urne. Mentre Hamas auspicava la costituzione di un Governo d’unione nazionale, le pressioni americane impedirono un simile accordo. Il boicottaggio economico puniva la popolazione per avere «votato male»: non toccava per nulla le capacità finanziarie e militari di Hamas, come hanno dimostrato i combattimenti a Gaza, ma impoveriva la Palestina e, soprattutto, accelerava la disgregazione delle istituzioni.
La «comunità internazionale» ha dimenticato la lezione dell’Iraq: una dozzina d’anni di sanzioni contro Saddam Hussein non aveva compromesso né la stabilità del regime né il livello di vita dei suoi dirigenti. Al contrario, l’embargo aveva penalizzato la popolazione e soprattutto aveva contribuito a svuotare lo Stato della sua sostanza: i funzionari disertavano i loro uffici per tentare di guadagnarsi di che vivere, le istituzioni di base s’inceppavano, la solidarietà tribale si sostituiva ai servizi sociali. Quando gli Stati Uniti invasero il Paese, nel marzo 2003, lo Stato crollò come un castello di carte. Certamente, lo Stato palestinese non esiste, ma le poche strutture dell’Autorità, messe su con difficoltà dal 1993 in poi, non hanno resistito oltre al boicottaggio internazionale.
Una via d’uscita si aprì nel febbraio 2007 con la firma degli accordi della Mecca, fra Hamas e Fatah, sotto l’egida del re Abdallah dell’Arabia saudita. Il 12 febbraio, durante un’intervista alla televisione saudita Al-Ikhbariya, Khaled Meshal, capo dell’Ufficio politico di Hamas, spiegava il programma del governo d’unità nazionale. «Non è quello di un gruppo particolare. (…) ogni fazione ha le sue proprie convinzioni ma, come governo d’unità nazionale, noi ci siamo messi d’accordo su basi politiche, che definiscono le nostre mete nazionali e ciò cui noi aspiriamo: uno Stato palestinese nelle frontiere del 4 giugno 1967». Questa dichiarazione, fra le molte altre, confermava un’evoluzione di Hamas (5), che avrebbe potuto essere «testata» dalla «comunità internazionale». Tanto più che questa flessibilità era accompagnata dal rilancio dell’iniziativa di pace araba che proponeva a Israele una normalizzazione delle sue relazioni con i suoi vicini in cambio della creazione di uno Stato palestinese (6).
Robert Malley, direttore del Programma per il Medio Oriente dell’ International Crisis Group ed ex consigliere del presidente Clinton, scriveva questi concetti premonitori: «Il successo della Mecca dipenderà (…) molto dall’atteggiamento internazionale. Già si levano voci che, mentre salutano ipocritamente lo sforzo saudita, reclamano dal futuro Governo che rispetti le condizioni imposte precedentemente. Dall’Amministrazione Bush non ci si attendeva di meglio. Ma l’Europa? Non ha proprio imparato nulla da questo fallimento collettivo? Se in Arabia saudita c’è stato accordo è proprio perché a Hamas non si è imposto di compiere una rivoluzione ideologica che non farà, ma lo si è piuttosto incoraggiato a realizzare un’evoluzione pragmatica che forse farà (…). Il percorso di Hamas è tale da giustificare che lo si metta alla prova: è disposto ad accettare e a imporre un cessate il fuoco reciproco? È disposto a lasciare mano libera al presidente Abbas, debitamente incaricato in quanto dirigente dell’OLP a negoziare con Israele? È d’accordo perché sia sottoposto a referendum qualsiasi accordo Mahmud Abbas avrà concluso? E si impegna a rispettarne i risultati (7)?».
Ciecamente la «comunità internazionale» si è ancor più infilata in un impasse. Essa ha mantenuto il boicottaggio, che non poteva altro che rafforzare gli elementi più radicali di hamas. Osservò indifferente la società palestinese che si disintegrava. Questo partito preso trova la sua giustificazione in una logica che Alvaro de Soto, coordinatore per le Nazioni Unite del processo di pace in Medio Oriente, ha denunciato in un rapporto confidenziale e opprimente (8). Trattiamo Israele, egli spiega, «con una grande considerazione, quasi con tenerezza». Il Quartetto (9) si è trasformato in «un organismo che impone le sue sanzioni contro il governo eletto di un popolo sotto occupazione e che pone condizioni impossibili da adempiere per il dialogo» e ha evitato ogni pressione sul governo israeliano, particolarmente per ciò che riguarda la colonizzazione e l’avanzata del muro.
«Legittima difesa» d’Israele?
Un soldato israeliano è rapito nel giugno 2006? La «comunità internazionale» praticamente non reagisce alla distruzione come rappresaglia della centrale elettrica e di costruzioni civili di Gaza e a un’offensiva militare che farà centinaia di vittime. Due soldati israeliani sono catturati nel luglio 2006 alla frontiera col Libano? Durante trenta giorni la «comunità internazionale» lascia distruggere il Paese dei Cedri e le sue infrastrutture. Israele esercita, così pare, il suo diritto di «legittima difesa». E durante questo tempo l’estensione delle colonie rende ogni giorno più improbabile la creazione di uno Stato palestinese.
Eppure il caos che si diffonde non garantisce per niente la sicurezza degli israeliani. La guerra del Libano dell’estate del 2006 aveva già dimostrato la loro vulnerabilità di fronte a una guerriglia determinata e bene armata. La prosecuzione dei tiri di missili su Sderot e l’incapacità dell’esercito israeliano di fare cessare i tiri costituiscono una seria disfatta, come ammetteva Zeev Schiff, cronista militare di Haaretz (morto da poco), qualche giono prima del passaggio della striscia di Gaza sotto il controllo di Hamas: «Israele è stato effettivamente battuto. (…). A Sderot Israele ha vissuto qualcosa senza precedenti dalla guerra d’indipendenza e forse in assoluto: il nemico è arrivato fino a ridurre al silenzio una intera città e vi ha fatto cessare ogni forma di vita normale (19)». Ciò che accade a Nahr Al-Bared e negli altri campi per rifugiati del Libano, o addirittura a Gaza, vale a dire la formazione di cellule radicali legate ad Al-Quaeda, dovrebbe ricordare a tutti che il naufragio della Palestina porterà con sé una radicalizzazione incontrollata e altri cataclismi per Israele e per tutta la regione.
(1) Amos Harel e Avi Issacharoff, « Fatah to Israel : Let us get arms to fight Hamas », Haaretz, Tel-Aviv, 6 juin 2007.
(2) Tutti i Palestinesi di Gaza sono sunniti. Ma il sostegno fornito da Teheran a Hamas «giustifica» questo tipo di accusa.
(3) « Sacrificing the Palestinian struggle », Haaretz, Tel-Aviv, 14 juin 2007.
(4) Gideon Levy, « Flight from Gaza. Last to leave did turn out the lights », Haaretz, Tel-Aviv, 17 juin 2007.
(5) Si legga Paul Delmotte, «Le Hamas et la reconnaissance de l’Etat d’Israël », Le Monde diplomatique, gennaio 2007.
(6) Contrariamente a quanto afferma la propaganda del governo israeliano, sovente riportata senza verifiche dai media, questa iniziativa non prevede il «diritto al ritorno» per i rifugiati palestinesi. Essa richiede una soluzione «giusta» e «negoziata» del problema dei rifugiati sulla base della risoluzione 194 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
(7) « Palestine, l’Europe face à ses responsabilités », Le Monde, 13 marzo 2007.
(8)http:/image.guardian.co.uk/sys-files/Guardian/documents,2007,06; I2’DeSotoReport.pdf
(9) Struttura creata nel 2003 per coordinare l’azione in Medio oriente, che raggruppa Stati Uniti, Russia, Unione Europea e Nazioni Unite.
(10) « An Israeli defeat in Sderot », Haaretz, Tel-Aviv, 8 giugno 2007.
Gli sciiti, il nuovo nemico
Stupefatto, il mondo ha scoperto dopo l’11 settembre che i «combattenti della libertà» afgani, celebrati dal presidente Ronald Reagan per la loro resistenza all’ Impero del Male (sovietico) avevano una visione molto originale della «libertà». Al-Quaeda è nato da questa cecità americana. Vent’anni più tardi Washington ha tratto la lezione da questo «sviamento»? No, se si crede alle informazioni date dal celebre giornalista americano Seymour Hersh: gli Stati Uniti hanno messo in piedi una coalizione di Paesi arabi sanniti moderati allo scopo di aiutare tutti i movimenti anti-iraniani e anti-sciiti – compresi i più «radicali» (a).
Caso emblematico il Libano, dove il governo di Fouad Sinora fronteggia un’opposizione dominata da Hezbollah, sciita. Nella sua inchiesta Hersh si preoccupava, prima ancora che Fatah Al-Islam facesse parlare di sé, dello sviluppo dei gruppi sanniti radicali legati a Al-Quaedache ricevevano certi finanziamenti da forze vicine alla maggioranza e al partito di Hariri. «E noi, gli Stati Uniti, guardiamo da un’altra parte mentre il nostro denaro e quello dell’Arabia saudita passa a quella gente sotto il tavolo. (…) Perché sosteniamo gente, voglio dire i salatiti, che avremmo arrestato e messo a Guantanamo soltano due o tre anni fa? Perché sono alleati potenziali contro Hezbollah».
Queste rivelazioni sono confermate dal giornalista David Samuels (b). Quando il successo dei democratici alle elezioni di novembre 2006 al Congresso aveva suscitato un vivo dibattito a Washington fra coloro che credevano in una vittoria in Iraq e coloro che erano favorevoli al negoziato con l’Iran e la Siria, «[la signora Condoleeza] Rice e i suoi colleghi dell’Amministrazione decisero di impegnarsi su una audace e rischiosa terza via. (…) l’Amministrazione scelse una sottile miscela di diplomazia e di pressioni economiche, di esercitazioni militari su grande scala, di guerra psicologica e di azioni clandestine. Il costo per le azioni clandestine, che comprendono il finanziamento di movimenti confessionali e paramilitari in Iraq, in Iran, in Libano e nei Territori palestinesi, ammonterebbe a 300 milioni di dollari, che sono pagati dall’Arabia saudita e da altri Paesi del Golfo, coinvolti». Ormai l’Iran ha sostituito Al-Quaeda nel ruolo di nemico pubblico numero uno. A.G.
(a) Seymour Hersh, «The redirection: A strategic shift», The New Yorker, 5 marzo 2007. Le citazioni sono tratte dall’intervista concessa al sito Antiwar.com il 13 marzo 2007.
(b) David Samuels, « Grand illusions », The Atlantic Monihly, Washington, DC, giugno 2007.
http://www.ildialogo.org/estero/trasfo06092007.htm
Come l’occupazione ha trasformato Israele di Meron Rapoport, giornalista del quotidiano Haaretz, Tel-Aviv (traduzione dal francese di José F. Padova) Le Monde Diplomatique, n. 639, giugno 2007
In quarant’anni Israele è passato dai kibbutz collettivisti a un’economia capitalista globalizzata e da una società relativamente ugualitaria a una delle più disuguali dell’Occidente. Tutte queste evoluzioni hanno le radici nell’occupazione dei territori palestinesi e risalgono quindi alla guerra del 1967. tanto più che la smagliante vittoria riportata allora non ha impedito lo scatenarsi di sei nuovi conflitti che non si sono conclusi a favore del Paese…
Talvolta la nostra memoria ci inganna: mentre quarant’anni ci separano dalla guerra dei sei giorni, a una parte degli israeliani piace credere che il periodo prima del 1967 fosse un’età dell’oro, il nostro paradiso perduto. E che Israele, prima del 1967, fosse una società a misura d’uomo e giusta, nella quale i valori del lavoro, dell’umiltà e della solidarietà prevalevano sull’avidità e l’egoismo, nella quale tutti si conoscevano e soprattutto nessuno occupava territori.
Molto evidentemente si tratta di una pura illusione. Nel 1966, ultimo anno prima dell’occupazione, la disoccupazione aveva raggiunto il tasso record del 10%, l’economia soffriva di una forte recessione e, per la prima volta nella storia del Paese, lo lasciarono molti più israeliani di quanti immigranti vi si stabilirono. Per soprappiù, in quell’anno, i quattrocentomila arabi israeliani che non avevano abbandonato i loro villaggi durante la guerra del 1948 si videro liberare dal «governo militare» (1). La loro situazione non rimase per questo meno critica, poiché le loro terre venivano progressivamente confiscate per la costruzioni di nuovi agglomerati ebrei.
A partire dalla Guerra dei sei giorni Israele fu considerato come una superpotenza militare regionale, finanche internazionale. Ciò che si conosce meno è il fatto che la guerra modificò in modo spettacolare l’economia nazionale, che prosperò, mentre la recessione finiva e la disoccupazione si abbassava fortemente. Quarant’anni più tardi Israele è diventato un altro Paese. Mentre nel 1967 il prodotto interno lordo per abitante raggiungeva a fatica 1.500 dollari, nel 2006 è culminato a 24.000 dollari (€ 17.700), ponendo Israele al ventitreesimo posto nel «Rapporto sullo sviluppo umano 2005» realizzato dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo. Per di più, in quattro decenni più di un milione e mezzo di ebrei vi si sono installati, cosicché la popolazione ebrea totale è passata da 2,4 a 5,5 milioni. Si capisce quindi che molti cittadini israeliani percepiscano la Guerra dei Sei giorni come un momento decisivo nella success story del Paese.
Per altri, al contrario, il 1967 costituisce la causa di tutti i mali. In teoria la schiacciante vittoria delle Forze di difesa israeliane sui tre eserciti più potenti del mondo arabo, quelli d’Egitto, di Giordania e di Siria – avrebbe dovuto rassicurare gli israeliani e dare loro un senso di sicurezza. Non fu proprio questo ciò che avvenne. Israele è tutto eccetto un luogo sicuro e, dal 1967, il Paese ha vissuto non meno di sei conflitti: la guerra di logoramento lungo il Canale di Suez (1968-1970), la guerra del Kippur (1973), le due Intifade (1987-1993 e 2000-2005), e le due guerre del Libano (1982 e 2006). Circa cinquemila israeliani e cinquantamila arabi – egiziani, siriani, libanesi e certamente palestinesi – vi hanno perduto la vita. In breve, Israele a tutt’oggi non ha ancora chiuso il settimo giorno della sua guerra dei sei giorni.
Per il Paese la difficoltà non consiste soltanto nel fatto che il conflitto duri tuttora, ma che l’esercito non ne esca più vittorioso. Diventato storico, il generale a riposo Dov Tamari ha fatto osservare, non molto dopo gli avvenimenti del Libano nell’estate 2006, che la guerra del 1967 era stata la sua ultima vittoria incontestabile. A suo parere, tutti gli altri bracci di ferro sono terminati con una ritirata, perfino con una disfatta. E ogni volta Tel Aviv ha dovuto fare importanti concessioni. Così la guerra del 1973 si concluse con la ritirata totale dal Sinai, in conformità agli accordi di pace firmati con l’Egitto nel 1979. la prima Intifada portò agli accordi di Oslo nel 1993, l’invasione del Libano del 1982 si concluse con una ritirata incondizionata nel 2000. Quanto alla seconda Intifada, essa condusse allo smantellamento delle colonie d’insediamento di Gaza, circa due anni fa.
E che dire della seconda guerra del Libano! Se la classe politica tempo fa ha inneggiato alla vittoria, soltanto il 20% degli israeliani ritiene di avere vinto, secondo uno studio pubblicato da Haaretz una settimana prima della fine della guerra. Questa difficoltà a riportare una vittoria netta spiega senza dubbio perché un veterano della politica israeliana ha recentemente confessato – sotto lo scudo dell’anonimato – di non essere sicuro che Israele fra vent’anni esisterà ancora. Invece di calmare le paure, questi quarant’anni d’occupazione non hanno fatto altro che accentuarle.
Quando sono iniziate ad andare male le cose? Non certo da ieri. Il generale Moshe Dayan, il responsabile politico più eminente dell’epoca, dopo il trionfo del 1967 pronunciò questa frase celebre: «Aspettiamo dagli Arabi una chiamata telefonica». Voleva fare credere che dopo questa telefonata Israele si sarebbe ritirato dai territori occupati – dal Sinai, dalla Striscia di Gaza, dalla Cisgiordania e dal Golan – uno scambio di accordi di pace col mondo arabo. Nel suo libro 1967 (2) lo storico Tom Segev dimostra che l’intenzione del governo israeliano non era esattamente quella. Tuttavia è così che la posizione d’Israele fu percepita al suo interno e nel mondo.
D’altronde in quello stesso periodo Israele avviò un processo che avrebbe reso molto difficile, per non dire impossibile, qualsiasi accordo basato sullo scambio di territorio contro la pace. Il primo ministro laburista Levi Eshkol, con fama di «colomba», prima della fine del 1967 lasciò che i primi coloni s’installassero in Cisgiordania (a Kfar Etzion). Dayan, allora ministro della Difesa, ordinò di distruggere le città e i villaggi siriani sull’altipiano del Golan occupato, per permettere la costruzione di una colonia israeliana sulle rovine della città siriana di Kuneitra. E all’inizio dell’anno 1968 diversi israeliani furono autorizzati a vivere nel cuore della città occupata di Hebron.
Quarant’anni dopo si vedono i risultati. Il centro è diventato una città fantasma nella quale i palestinesi non sono autorizzati né ad abitare né a spostarsi né a fare acquisti – e tutto questo per lasciare spazio a circa cinquecento coloni ebrei. Non è un caso se il primo attentato suicida è avvenuto a Hebron, dopo che Baruch Goldstein, nel 1994, assassinò trentanove musulmani dentro la moschea di Abramo, nella cripta dei Patriarchi.
È sufficiente osservare una carta per comprendere che le colonie della Cisgiordania sono state costruite secondo un piano stabilito in anticipo, da una parte per isolare le une dalle altre le comunità palestinesi, e dall’altra per creare una continuità fra le colonie ebree e il territorio dello Stato d’Israele com’era prima del 1967. Insediamenti sono stati costruiti anche intorno ai quartieri arabi di Gerusalemme, per separare la parte orientale della città dalle cittadine e dai villaggi palestinesi vicini, poi nella valle del Giordano per separare la riva ovest del fiume dalla Giordania. Lungo queste colonie furono costruite strade, perfino nel cuore stesso della Cisgiordania, per tagliare fuori Nablus da Ramallah o Kalkilya da Tulkarem.
Il Paese è come vittima del mostro creato da sé in quarant’anni
Grande architetto della colonizzazione, nel 1975 Ariel Sharon ha dichiarato apertamente che il suo scopo era quello d’impedire la formazione di un’entità palestinese. Appoggiata da tutti i governi, sia di destra che di sinistra, questa strategia è riuscita. Più di 250.000 israeliani abitano oggi centinaia di colonie in Cisgiordania, per non parlare dei 200.000 abitanti dei nuovi agglomerati costruiti nella Gerusalemme occupata. Il loro stesso numero ha permesso di modificare l’atteggiamento della classe politica nei loro riguardi: ormai, con la sola eccezione dei gruppi arabi e del Partito comunista, tutti i responsabili israeliani – da Yossi Beilin a Ami Ayalon e da Ehud Olmert alla sig.ra Tzipi Livni – considerano che l’annessione del «blocco delle colonie» deve fare parte integrante di qualsiasi accordo di pace. D’altra parte il tracciato del famoso muro di separazione mira a integrarli in Israele.
È strano che questi stessi dirigenti, compreso Sharon prima del suo attacco cerebrale, riconoscono oggi in privato – e talvolta perfino pubblicamente – che le colonie costituiscono l’ostacolo principale alla firma di un accordo di pace con i palestinesi e il mondo arabo. Israele è come vittima di questo mostro che ha costruito durante quarant’anni d’occupazione. Gli è impossibile assorbire queste colonie senza annettersi la riva occidentale del Giordano, un passo questo che perfino i governi della destra più estremista si sono rifiutai di fare a causa delle sue implicazioni sul piano internazionale, giuridico e soprattutto demografico – perché la diversità dei tassi di natalità fa sì che il «Grande Israele» comporterà presto una maggioranza palestinese. Ma non può nemmeno sbarazzarsene, nella misura in cui le colonie d’insediamento figurano essere componenti della società israeliana. La colonizzazione è diventata una trappola.
Israele ci si è ficcato dentro volontariamente? Si è avvezzato all’occupazione al punto di non poterne più fare a meno? Da quarant’anni viviamo in una società fondata su privilegi. Certo, anche prima della Guerra dei sei giorni, i nuovi immigranti provenienti dai Paesi arabi godevano di diritti inferiori a quelli degli ebrei che arrivavano dall’Europa, mentre i palestinesi che vivevano in Israele erano ancor più svantaggiati. Ma dopo il 1967 lo Stato ha instaurato un sistema ufficiale di discriminazione: ha privato dei suoi diritti politici il milione di palestinesi che nel 1967 vivevano in Cisgiordania e nella striscia di Gaza (attualmente se ne recensiscono tre milioni e mezzo), la cui vita, in tutti i suoi aspetti, è stata posta sotto il controllo dei comandanti militari.
Di conseguenza lungo quattro decenni le relazioni fra i palestinesi che vivono sotto occupazione e gli israeliani si sono profondamente deteriorate. Tuttavia, agli occhi di questi ultimi la situazione, nella quale gli uni beneficiano di tutti i diritti e gli altri ne sono privati, appare del tutto normale. Le restrizioni via via più pesanti imposte ai palestinesi in materia di spostamenti, il fatto che gli israeliani non hanno occasione d’incontrarli se non in Cisgiordania quando vi svolgono il loro servizio militare, porta ad accentuare queste diversità. Mettere fine all’occupazione equivarrebbe a rinunciare al sentimento di essere un privilegiato, un passo molto difficile da effettuare.
Uno dei grandi sconvolgimenti della società israeliana dopo il 1967 è stata la sua rapida trasformazione in una società capitalista moderna. I grandi lavori avviati dopo la guerra hanno formato una potente classe d’imprenditori, che ha potuto sfruttare la mano d’opera a basso costo dei territori occupati. Miliardi di dollari – dal 1973 gli Stati Uniti ne assegnano 3 ogni anno a Israele a titolo di aiuto militare – sono stati dedicati all’alta tecnologia militare a più alto rendimento, trasformando il Paese in superpotenza dell’ high-tech.
Parallelamente, con il sistema dei privilegi messo in opera dall’occupazione, la società si è progressivamente divisa in misura estrema. Nel 1967 più dell’80% della forza lavoro dipendeva da un sindacato unico e potente, che controllava un terzo dell’economia nazionale. I kibbutz godevano ancora di grande considerazione. Attualmente, con meno del 25% di lavoratori sindacalizzati, abbiamo una delle società più ingiuste del mondo occidentale: se si crede nel coefficiente di Gini, che misura le disuguaglianze, lo Stato ebraico occupa la sessantaduesima posizione – una delle peggiori fra le economie progredite (3). Diciotto famiglie controllano il 75% dell’economia. Questa situazione affonda in parte le sue radici nella Guerra dei Sei giorni.
Ricordiamo altre importanti conseguenze. Dopo il 1967 il conflitto israelo-palestinese ha occupato sulla scena internazionale un posto preponderante, se non il più importante. E Israele ha tratto vantaggio da questa situazione. Le sue eccellenti relazioni con gli Stati Uniti, il suo ruolo eminente sul piano internazionale, la sua potenza militare e la sua prosperità vengono da lì. Come pure il fatto che la Lega araba, dopo avere rifiutato qualsiasi negoziato alla fine della Guerra dei Sei giorni, proponga ormai di concludere una pace globale con tutti i Paesi arabi.
Un senso d’Apocalisse si è impadronito della società dopo il conflitto col Libano nel 2006
Eppure le conseguenze del 1967 portano con sé anche aspetti molto negativi. Se Israele si è guadagnato questa posizione privilegiata in Occidente è perché lo Stato ebraico è considerato come una sanguinosa linea di frontiera fra l’Occidente e l’Oriente, fra la civiltà «giudaico-cristiana» - strana invenzione, quando si conosca la storia delle due religioni… - e la civiltà musulmana. Dopo gli attentati dell’11 settembre, questa visione si è largamente diffusa in Israele, molto al di là della destra religiosa per la quale, dopo il 1967, la colonizzazione nella terra d’Israele obbedisce alla volontà divina. Questo ha trasformato il conflitto arabo-israeliano, dapprima territoriale e quindi politico, in scontro culturale e religioso. Il vice primo-ministro e capo del partito Israel Beitenou («Israele, nostra casa»), che loda il «trasferimento» delle zone arabe di Israele in territori occupati, ha dichiarato recentemente al quotidiano Haaretz che Israele è un «avamposto del mondo libero (4)».
Tutto questo può spiegare il senso di apocalisse che domina numerosi settori della società israeliana dopo il conflitto in Libano, l’estate scorsa. Nella misura in cui si presenta Hezbollah come il braccio armato dell’Iran e la Repubblica Islamica come il promotore di questa «guerra di civiltà», il fallimento dell’esercito israeliano, pur potente e ultra-sofisticato, di fronte a qualche migliaio di combattenti sciiti ritenuti male addestrati è stato un vero trauma. Molti hanno percepito il fatto che migliaia di razzi siano stati lanciati sul nord d’Israele, durante un mese intero, senza che l’esercito riuscisse a mettervi fine, come il segno che noi, gli israeliani, non siamo desiderati nella regione e che potremmo, a lungo termine, essere vinti dal gigante musulmano.
In breve, questi quaranta anni hanno finito col paralizzare la società al punto che i suoi dirigenti non hanno più il coraggio di lavorare a una soluzione reale del conflitto. L’occupazione ha finito con l’invadere Israele.
(1) Questo «governo» li obbligava al coprifuoco, ai permessi di spostamento, alla residenza forzata e favoriva l’ebraizzazione delle regioni arabe d’Israele.
(2) Tom Segev, 1967, Denoël, Paris, 2007.
(3) Per il coefficiente di Gini lo 0 rappresenta la perfetta uguaglianza. Nel 2006 Israele ottiene 39,2 contro 36 per il Regno Unito, 32,7 per la Francia, 28,3 per la Germania e… 40,8 per gli Stati Uniti.
(4) Haaretz, Tel-Aviv, 30 marzo 2007.