Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Blogger: AUG
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Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

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mercoledì, 24 ottobre 2007

Non potrò scrivere fino ai primi giorni di novembre.
Ci ritroveremo con la grande Mafalda!

Quindi vi lascio con un articolo che ho manualmente ricopiato dal Corriere della sera (come amo i quotidiani stranieri che facilitano la possibilità di trasferire i loro articoli!) cui farò seguire una serie di domande.                                                    

 

Corriere della sera 22 ottobre 2007

Erano in nove a mangiare al tavolo del papa, dieci con lui.  Luigi Accattoli

 

C’erano rappresentate le principali Chiese cristiane, gli ebrei e i musulmani. E c’è stato un momento delicato sciolto con prontezza di dare a part  prima che ne venisse un diverbio tra un rabbino, un cristiano armeno libanese e un mussulmano.

Ancora una volta il Papa teologo si è rivelato non solo fisicamente agile, rapido nei movimenti e nei passaggi da un momento all’altro degli appuntamenti, ma anche prontissimo nei riflessi mentali.

Ecco dunque che vengono alle strette - tanto per dire - il rabbino capo di Israele Yona Metzer, il mussulmano Ezzeddin Ibrahim consigliere culturale del presidente degli Emirati Arabi Uniti e il libanese Aram I, catholicos di Cilicia degli Armeni. Insomma i tre monoteismo alle prese con la terra ti,la guerra e la pace nell’area infuocata del Medioriente.

Diceva Ezzeddim, – una specie di sufi, vecchio frequentatore dei meeting di Sant’Egidio – che quello era”il tavolo del sorriso”, dove le varie fedi gareggiavano nel cavare dal proprio patrimonio”parole di pace”. E che la coesistenza sul pianeta - seguendo il genio anticipatore di papa Wojtyla - stava diventando di giorno in giorno un sogno più concreto e quasi realizzato.

Consentiva Aram I, il cristiano armeno e libanese anche lui animato da ottimi propositi di pace, ma che non poteva non ricordare il “grave pericolo” quotidiano e strategiche in cui si trovavano a vivere i suoi “fratelli di fede” in terra libanese, specie a motivo delle invasioni di campo da parte di Israele.garbate opinioni in inglese - il rabbino Yona Metzger a fare osservare al”fratello” cristiano libanese che neanche lui ”poteva tacere” il pericolo in cui giorno dopo giorno versava il suo Paese a motivo del bellicoso Iran,che attraverso il suo aggressivo continuamente riaffermava il minaccioso impegno per”cancellare” Israele dalla faccia della terra.

Non solo: il rabbino raddoppiava la sua garbata protesta osservando che”si, senz’altro e fortunatamente”quello era il”tavolo del sorriso” -  come aveva detto il fratello musulmano - ma al di là di quel tavolo, nel vasto mondo c’era ben poco da ridere e ci si imbatteva in “problemi su problemi” e tra questi “la violenza di tanti musulmani”.

E già che c’era osservava che anche in Libano c'erano”combattenti mussulmani disposti a tutto” compresi gli attentati suicidi, pur di  attaccare Israele.

Il musulmano degli Emirati e il libanese erano prontissimi alla replica ma il papa è stato più veloce di ambedue: “Questo è tutto lavoro per Sant’Egidio” ha detto con prontezza ed è stato facile a quel punto agli altri commensali sfebbrare la conversazione facendo grandi lodi alla benemerita Comunità transteverina ”vero angelo della pace”come si è espresso Ezzedim  con la provvidenziale approvazione del rabbino.

Assieme al papa, al rabbino e al libanese e al mussulmano sedevano a quel tavolo il patriarca Bartolomeo di Costantinopoli (mai prima di ieri era stato a uno dei ventennali meeting di S. Egidio). il segretario generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese di Ginevra Samuel Kobia, l’arcivescovo ortodosso di Cipro Chrysostomos II, il cardinale di Napoli Crescenzio Sepe, Andrea Riccardi, presidente della Comunità di Sant’Egidio, l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams.

 

La prima è una domanda di fondo: come faceva il giornalista ad ascoltare i discorsi del papa e dei prelati a tavola?
Escludo l’ipotesi che i giornalisti stessero attorno ai commensali: sarebbe stato un pranzo imbarazzante.
C’erano telecamere che proiettavano video e parole all’esterno? Così mi sembrerebbe una soluzione indiscreta.
C’era una microspia sotto la tovaglia?
Oppure l’ansa – o altra agenzia -  ha diffuso un comunicato con le chiacchiere conviviali?
O c’era una gola profonda fra i commensali?

Seconda domanda. Scrive il giornalista “il libanese Aram I, catholicos di Cilicia degli Armeni”. Era esponente dell’antica religione armena (quelle di Gregorio l’Illuminatore per intenderci) o un prelato di rito armeno ma in obbedienza al papa?
La differenza non è piccola. E non si può chiedere ad ogni lettore di farsi carico di una ricerca ad hoc su internet.

 

L’espressione “lavoro per Sant’Egidio” era una scappatoia per chiudere un dialogo imbarazzante o il papa se ne disinteressa? Con tutto il rispetto per il buon lavoro di Sant’Egidio non mi sembrano argomenti estranei alla diplomazia vaticana.

 

Ed è davvero pensabile che persone del livello di Kobia e di Williams se ne stessero zitti, a far la parte dei convitati di pietra?

Se qualcuno mi offrirà ipotesi di spiegazione gliene sarò grata                  augusta

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domenica, 21 ottobre 2007

SEGNALAZIONI

 

Il 10 ottobre, Lino – il responsabile del sito Battello Ebbro – mi ha inviato un’importante segnalazione: chi vada al sito http://www.radioalt.it/radioalt/materiale/Mantova/Hass.mp3
potrà ascoltare un intervento della giornalista Amira Hass,
registrato al festival della letteratura di Mantova.  Di Amira Hass, giornalista israeliana che vive in Cisgiordania a Ramallah e collaboratrice di Internazionale, ho scritto più volte su questo blog

 

Oggi esce in libreria, Il cane alato, il nuovo libro di Božidar Stanišić.
Se do spazio ad una informazione letteraria, cosa insolita per il mio blog, è per segnalare, un’espressione di una forma nuova di scrittura: quella degli scrittori esuli, privati non della lingua (Božidar scrive normalmente nella sua lingua materna e si giova del lavoro di traduttrice di Alice Parmeggiani) ma dei luoghi in cui quella lingua avevano appreso e dove la loro cultura e professionalità si erano formate.
Qualcuno parla già di “letteratura migrante”: mi sembra un bel modo di indicare lo spostamento della parola, patrimonio di chi che ne sa far uso.
Božidar Stanišić (Visoko, Bosnia, 1956) già professore di Lettere a Maglaj, località a nord di Sarajevo, dal 1992 vive con la famiglia a Zugliano (Pozzuolo), in Friuli. Ha pubblicato tre raccolte poetiche:
Primavera a Zugliano
, Non-poesie e Metamorfosi di finestre. In prosa, oltre a numerosi contributi letterari e saggistici in riviste e quotidiani, ha pubblicato I buchi neri di Sarajevo (1993), Tre racconti (1998) e Bon voyage (2003). Le sue opere hanno avuto traduzioni in sloveno, inglese, francese, albanese e giapponese.

Božidar Stanišić, Il cane alato, Zevio (Verona), Perosini Editore, pp. 184, euro 14,00

 

ARMENIA puntata n. 2

PRECEDENTI:
Premessa        11 agosto 2007
Puntata n.1   21 agosto
Il leggendario pullman n. 2 di Giuliano Zolo 15 agosto 2007


Non è solo una storia di fantasmi del passato.
Avevo iniziato questo diario scrivendo, già nella premessa, del genocidio:
Riprendendo il mio racconto a fine ottobre (dopo una lunga sosta, che non è stata dimenticanza o disinteresse) devo immediatamente farvi riferimento.
Ricordo che per alcuni miei compagni di viaggio il genocidio era un evento lontano, il grande male tragico e terribile della storia armena, non significativo per la comprensione del presente.
In quella premessa scrivevo anche di un’Europa allora silente e oggi, proprio per l’imporsi di vicende di questo terribile presente, non mi riesce di farmi erede di quel silenzio. Fu un silenzio complice di violenza e, quando fenomeni di questo tipo non vengono elaborati nella coscienza collettiva, prima o poi riemergono con tutto il peso di ciò che non è stato risolto. Chi si è interessato di Shoah (od Olocausto che dir si voglia) sa bene come quell’evento –ben più famoso del genocidio armeno- sia ancora soggetto a un dibattito, fonte di certezze e di problemi, da qualunque parte lo si consideri
.
[1]
Ma torniamo al “male grande”, che oggi diventa elemento di una politica in atto. Ricopio una telegrafica presentazione dei fatti riprendendola da Internazionale, il settimanale che, facendo riferimento alla stampa estera, riesce a dare una apprezzabile conoscenza degli avvenimenti.
Ecco il testo (Internazionale 19/25 ottobre pag. 13)
Stati Uniti- Schiaffo ad Ankara: “La commissione affari esteri della camera dei rappresentanti ha approvato, con 27 voti a favore e 21 contrari, una risoluzione che riconosce il genocidio degli armeni tra il 1915 e il 1917 all’epoca dell’Impero Ottomano. Il testo, che sarà ora sottoposto all’intera assemblea, è stato approvano nonostante l’opposizione del presidente George W; Bush. Il governo turco ha minacciato ritorsioni, mentre il parlamento ha dato via libera alle operazioni nel nord dell’Iraq contro i ribelli del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK).”
[2]


Se vogliamo essere seri non possiamo dare per scontato l’uso del temine genocidio, che ha una sua precisa definizione nella:

Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio
Adottato da Resolution 260 (III) A dell' Assemblea generale di U.N. il 9 dicembre 1948. Entrata in vigore: il 12 gennaio 1951.
Ne trascrivo le parti essenziali
:

Art. I: Le Parti contraenti confermano che il genocidio, sia che venga commesso in tempo di pace sia che venga commesso in tempo di guerra, è un crimine di diritto internazionale che esse si impegnano a prevenire ed a punire.
Art. II: Nella presente Convenzione, per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religiose, come tale:

(a) uccisione di membri del gruppo;
(b) lesioni gravi all'integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
(c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a
      provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
(d) misure miranti a impedire nascite all'interno del gruppo;
(e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.

Da sessant’anni a questa parte, se voliamo identificare in un evento –comunque orrendo-  il genocidio dobbiamo esaminarlo attraverso le categorie internazionalmente riconosciute.
Per ciò che riguarda l’Armenia, alcuni stati lo hanno già fatto nelle forme che ciascuno ha ritenuto opportune.
Ne riporto l’elenco dal sito della BBC (11 ottobre 2007:
The Armenian debate)

Chile passed a Senate Resolution in 2007
Argentina
passed a law in 2006.
Lithuania
passed an Assembly Resolution in 2005.
Slovakia
passed a National Assembly Resolution in 2004.
Canada
passed a House of Commons Resolution in 2004.
Switzerland
passed a National Council Resolution in 2003.
France
passed a law in 2001.
Greece
passed a Parliament Resolution in 1996 establishing a day of the commemoration of the genocide.
European Parliament passed a Parliament Resolution in 1987.
Cyprus passed a House of Representatives Resolution in 1982.

Source: National Academy of Science of the Republic of Armenia, The Armenian Genocide Museum-Institute

SOS  La ricerca di queste informazioni non é veloce né facile: per accettarle – in scienza e coscienza- bisogna provvedere a parecchi confronti.
Prego chi volesse integrarle, criticarle, demolirle (ma non per ragioni ideologiche!) di infiltrarsi nei commenti, anche in forma anonima
augusta



[1]  Non posso permettermi di far riferimento ad una bibliografia già sterminata. Mi limito a una citazione /cfr. Internazionale n.715 pag. 71) ISRAELE E LA SHOAH di Idith Zertal. Einaudi.
”Oltre ad essere una tragedia storica da commemorare la Shoah è stata, per Israele, una categoria attraverso cui interpretare la sua stessa esistenza, il rapporto con gli altri popoli e i conflitti combattuti dal 1948 a oggi. Idith Zertal, storica dell’Università ebraica di Gerusalemme, ricostruisce la formazione dell’identità israeliana dopo Auschwitz, concentrandosi sul periodo che va dai primi anni quaranta alla guerra dei sei giorni. E mostra come la sacralizzazione della Shoah abbia funzionata a colte da schermo, impedendo a Israele di leggere il mondo circostante”. (gv)

[2]  E’ in gioco, tra l’altro, la certezza dell’uso delle basi in territorio turco per i voli statunitensi verso 
    l’Iraq.
Chi volesse seguire questo aspetto della vicenda potrà utilmente far riferimento alla BBC che, nel proprio sito, ha l’ottima abitudine di collegare un articolo con i precedenti sul medesimo argomento. Un esempio:  quella che segue è l’indicazione per trovare l’articolo “Armenia welcomes ‘genocide’ vote”, con i suoi precedenti elencati nella colonna di destra.
http://news.bbc.co.uk/2/hi/americas/7039562.stm



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sabato, 13 ottobre 2007

La strage degli innocenti   Gideon Levy, Ha'aretz, Israele


Nell'anno ebraico appena concluso sono stati uccisi
dieci israeliani e 457 palestinesi:
92 erano bambini o adolescenti.
Un massacro che non ha precedenti


Chi mi conosce sa che apprezzo molto il quotidianio israeliano Ha’aretz e, in particolare, il giornalista Gideon Levy per il suo interesse verso i bambini.
Ne ho scritto parecchie volte (per esempio il 18 luglio di quest’anno e, prima, il 6 novembre dello scorso anno).
E chi mi legge sa che sono restia a pubblicare pezzi particolarmente orrifici, ma questa volta ho ceduto all’autorevolezza di Levy e al fatto che gli orrori non fanno parte di propaganda alcuna ma sono “oggettivamente” riportati da un quotidiano israeliano, noto per la sua obiettività.
Così lo scrittore David Grossman ha salutato suo figlio morto in guerra un anno fa:
Hai illuminato la nostra vita, Uri. Io e la mamma ti abbiamo cresciuto con amore. Era così facile volerti bene, con tutto il cuore, e so che anche tu sei stato bene. Che la tua breve vita è stata bella. Spero di essere stato un padre degno di un figlio come te”.
Il fatto che la breve vita di Uri fosse stata bella diventa elemento di consolazione, ma quanti dei bambini di cui scrive Levy hanno avuto una vita bella?      
 augusta



La strage degli innocenti 
 

L’anno appena trascorso è stato piuttosto tranquillo. Secondo l’?organizzazione per i diritti umani B'Tselem sono stati uccisi solo 457 palestinesi e dieci israeliani, comprese le vittime dei razzi Qassam. Ma è stato comunque un anno terribile: tra le vittime ci sono infatti 92 bambini palestinesi. Per fortuna, invece, nessun bambino israeliano è stato ucciso dai palestinesi. Un quinto dei palestinesi uccisi erano bambini o adolescenti: una cifra senza precedenti. L'anno appena trascorso, secondo il calendario ebraico, è il 5767. Si è concluso il 13 settembre con le festività di Rosh Hashanah. Un anno. Noi l'abbiamo trascorso percorrendo quasi ottomila chilometri con la piccola Rover blindata del giornale o con il vecchio taxi Mercedes giallo di Munir e Said, i nostri fidati autisti a Gaza. È così che abbiamo festeggiato il quarantesimo anniversario dell'occupazione. Nessuno può più sostenere che sia solo un fenomeno temporaneo. Israele è l'occupazione. L'occupazione è Israele.

Ogni settimana siamo partiti sulle orme dei combattenti, in Cisgiordania e a Gaza, cercando di documentare le azioni dei soldati delle Forze di difesa israeliane, della polizia di confine, servizi di sicurezza e dell'amministrazione civile: il potente esercito di occupazione che lascia dietro di sé una spaventosa scia di morte e distruzione, or mai da quarant'anni.

Il prezzo dell'occupazione

Il 5767 è stato l'anno dei bambini uccisi. Siamo entrati in alcune delle loro case, dove i genitori piangono ancora la morte dei figli, massacrati mentre si arrampicavano un albero, se ne stavano seduti su una panchina, studiavano per un esame o dormivano pacificamente, credendo di essere al sicuro nella propria casa. Alcuni hanno tirato sassi contro un blindato o si sono avvicinati a una recinzione proibita. Tutti sono finiti sotto il fuoco delle armi israeliane, che spesso è stato deliberatamente rivolto verso di loro. Sono queste le storie dei bambini del 5767.

Mahmoud al Zack è stato sepolto due volte. Il padre, Abdullah, ha identificato il suo corpo all'obitorio dell'ospedale Shifa di Gaza, grazie alla cintura e ai calzini. Il giorno seguente, dopo la fine delle operazioni militari dell'esercito israeliano, che nel quartiere di Sajiyeh, aveva ucciso 22 persone, Abdullah
ha trovato le altre parti del corpo del figlio. E le ha sepolte di nuovo. Mahmoud aveva 14 anni quando è stato ucciso. Mancavano tre giorni all'inizio dell'anno, scolastico. È così che abbiamo inaugurato il Rosh Hashanah.

A Shifa abbiamo visto bambini con le gambe amputate, paralizzati o attaccati al respiratore. Ricordate le operazioni - militari "Asili chiusi" e "Piogge estive"? Ebbene, nella prima - che porta un no me terribile - sono stati uccisi cinque bambini. Per una settimana gli abitanti di Sajiyeh hanno vissuto in un clima di terrore che gli israeliani di Sderot non. hanno mai conosciuto. Il giorno dopo il capodanno siamo andati a Rafah. Dam Hamad è morta mentre dormiva tra le braccia della madre. È stata uccisa da crollo di una colonna di cemento duran­te un attacco missilistico israeliano. - - Aveva 14 anni. Sua madre è paralizzata, la sua unica figlia era tutto il suo mondo. Abir Aramin era ancora più giovane: aveva solo undici anni. Era appena uscita scuola quando le hanno sparato da un veicolo della polizia di frontiera. Stava andando a comprare le caramelle. Bassam il padre ci ha detto con la voce strozzata con gli oc chi iniettati di sangue e la voce strozzata: “Non voglio vendicarmi Voglio solo che chi ha sparato sia processato”.  Alcuni giorni fa le autorità hanno annunciato che il caso era archiviato: la polizia di frontiera aveva agito correttamente.

E che dire dei bambini non ancora nati? Nemmeno loro erano al sicuro.
Maha Qatuni, una donna al settimo mese di gravidanza, e stata colpita alla schiena da un proiettile mentre era in casa cercando di proteggere figli. Il  colpo ha raggiunto il feto, sfracellando gli la testa.
La madre, ferita, e rimasta a  lungo in un letto d'ospedale a Nablus.
Avrebbe chiamato il bambino Daoud. E stato lui il più piccolo tra i molti bambini  che Israele ha ucciso nell'ultimo anno, il 5797

 

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bambini, israele palestina, rassegnastampa

giovedì, 11 ottobre 2007

Ho tratto la lettera che segue dal sito del Presidente del Consiglio Regionale del Friuli-Venezia Giulia  (alessandrotesini.it) e –anche se propone un linguaggio inusuale per un blog - la pubblico subito perché se inusuale è il linguagggio, non è neppure abituale che i presidenti dei consigli regionali chiedano al segretario di stato vaticano una modifica del catechismo:
Di seguito la mia risposta                                  

Moratoria sulla pena di morte: lettera al Cardinal Tarcisio Bertone                                   Ottobre 7th, 2007

Eminenza rev.ma,

l’Italia, con l’appoggio dei  27 Paesi dell’Unione Europea, è impegnata all’ ONU nella difficile battaglia civile per la moratoria universale della pena di morte, come primo passo per la sua abolizione totale. A questo grande fronte aderisce idealmente anche la Conferenza dei Presidenti delle Assemblee Legislative delle Regioni e delle Province Autonome.  La speranza che nutriamo è che si possa giungere, nel mondo, a una sospensione  dell’applicazione della pena di morte da parte di tutti gli Stati.

Il significato di questa iniziativa non è soltanto simbolico, ma segnala un importante mutamento della diplomazia internazionale: l’ottica di fondo in cui, infatti, viene inquadrata la pena capitale è quella dei diritti umani e come tale  riguarda l’intera comunità civile internazionale.

Il problema è anche della Chiesa cattolica per il suo ruolo universale e per la vasta influenza del suo Magistero nella formazione delle coscienze. E alla Chiesa cattolica la Conferenza dei Presidenti si rivolge ponendo la questione della revisione del Catechismo in merito all’argomento.

Il nuovo Catechismo della Chiesa cattolica e altri documenti del più recente Magistero, infatti, considerano lecita la pena di morte in casi di estrema gravità.
Non solo tra i credenti c’era la speranza di una chiara condanna di questa pratica. Così però non è stato.
E’ vero che è stata ristretta la portata del principio della sua liceità,  affermata in un inciso e limitata a pochissimi casi. Sul piano teorico è comunque ammessa, e questo è il punto.

Riteniamo che, dopo la profonda evoluzione del Magistero ecclesiale in questi anni, resti da compiere questo passo: escludere in assoluto, anche in linea di principio, la pena di morte, mostrando il coraggio di rompere con la cultura e la tradizione del passato e ponendo il Catechismo radicalmente su questa linea profetica.

Negli ultimi decenni c’è stata una crescita delle coscienze circa il valore fondamentale della vita dell’uomo, che ha portato a ripensare alle ragioni poste a sostegno della legittimità della pena capitale: la protezione della società, la dissuasione dal compiere gravi delitti e l’espiazione per il male compiuto.

La sensibilità etica prevalente e la coscienza cristiana rifiutano ormai tali ragioni. La società ha sì il dovere di proteggere i suoi membri contro i criminali, ma utilizzando solo mezzi che, oltre a essere efficaci, siano anche umani. Inoltre, la pena di morte non ha la forza di dissuasione che generalmente le si attribuisce. Infine, infliggendo la pena capitale a chi ha ucciso non si fa giustizia e non si ristabilisce l’ordine violato.

Le maggiori obiezioni alla pena di morte salgono proprio dalla coscienza cristiana. Il Dio cristiano è il Dio della vita e non della morte. Per il Cristianesimo l’uomo è “immagine” di Dio e, in quanto tale, ha diritti inalienabili fra cui quello della vita. Dentro e fuori la Chiesa si sta ampliando e consolidando nell’opinione pubblica una coscienza collettiva che avversa la pena capitale.

In questo orizzonte è indispensabile negare il principio che l’autorità pubblica abbia il potere di decidere della vita e della morte dei cittadini.
La Chiesa, che si propone nel ruolo di madre e maestra in umanità, non può rimanere immobile su questo specifico punto, che per i più è in contrasto con l’essenza del messaggio evangelico. Senza un sostanziale cambio di rotta appaiono poco convincenti le tante richieste di sospendere le esecuzioni capitali o i tanti appelli alla abolizione della pena di morte dall’ordinamento giuridico degli Stati che ancora la prevedono.

Nelle parole di Papa Giovanni Paolo II, pronunciate nel corso della sua instancabile opera apostolica in ogni parte del mondo, abbiamo ravvisato segni di speranza che la Chiesa possa rivedere le sue posizioni in materia di pena di morte.

Certi di interpretare un sentire diffuso nelle istituzioni pubbliche e in larghi strati delle comunità da noi rappresentate, chiediamo, con la dovuta deferenza, che la Chiesa rifiuti il principio della liceità della pena di morte, eliminandone ogni esplicito riferimento da tutti i suoi documenti magisteriali.

Confidiamo che questa nostra richiesta trovi ascolto presso il Santo Padre e un’eco positiva nel Magistero ecclesiale autentico.

Nel ringraziare Sua Eminenza per l’attenzione che vorrà riservare alla presente,  colgo l’occasione per significarLe i sensi della mia più alta stima.

Con ossequi vivissimi.                                            

Il Coordinatore della Conferenza dei Presidenti
delle Assemblee Legislative delle Regioni e delle Province  autonome

                                                                            Alessandro Tesini

A Sua Eminenza                                          
il Cardinal Tarcisio Bertone,
Segretario di Stato di Sua Santità
CITTÀ DEL VATICANO
______________________________________________________

Caro Sandro
Ti ringrazio molto per questa lettera al card. Bertone con un richiamo corretto alla necessità della cancellazione dal catechismo della chiesa cattolica dell’articolo 2267 che ammette, pur con dichiarati limiti, la liceità della pena capitale.
Ci mancherebbe che i limiti non ci fossero, ma non sono quelli l’argomento che mi sembra ti coinvolga e che coinvolge molti di noi che vorrebbero l’espressione di un semplice “no”.
Credo che aver toccato questo problema, presentando un’iniziativa della coscienza laica nei confronti del magistero cattolico, sia uno spazio nuovo da offrire allo svolgersi del rapporto chiesa stato che occupa tanti spazi della storia italiana, fin dalla nascita dello stato di cui siamo cittadini.
Non possiamo dimenticare inoltre che in anni più oscuri l’elaborazione di questo concetto è stata promossa da coscienze laiche, anche se appartenenti a credenti cattolici e più ampiamente cristiani.
L’abolizione dell’articolo 2267 gioverebbe anche all’avvicinamento della chiesa cattolica ad altre chieste cristiane che questo passo hanno già compiuto
La federazione delle chiese evangeliche in Italia (FGEI) ha rinnovato il suo “no” proprio il 10 ottobre, giornata mondiale contro la pena di morte, affiancandosi così – senza se, senza ma e senza superflui distinguo - alle forze consapevoli (a prescindere dall’appartenenza religiosa o dall’inesistenza di tale appartenenza) che operano nella società civile.
Non credo che la strada che hai intrapreso, rappresentando anche la conferenza dei presidenti delle assemblee legislative e delle province autonome, sarà facile e vuota da ostacoli ma val al pena provare.
Rinnovandoti il mio ringraziamento

augusta

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mercoledì, 10 ottobre 2007

Quando parla un Nobel..

Le stampelle di Storace ricordano il regime
di RITA LEVI-MONTALCINI   
(da Repubblica on line 10 ottobre 2007)

CARO DIRETTORE, ho letto su Repubblica di ieri che Storace vorrebbe consegnarmi, portandomele direttamente a casa, un paio di stampelle. Vorrei esporre alcune considerazioni in merito.

Io sottoscritta, , in pieno possesso delle mie facoltà mentali e fisiche, continuo la mia attività scientifica e sociale del tutto indifferente agli ignobili attacchi rivoltimi da alcuni settori del Parlamento italiano.

In qualità di senatore a vita e in base all'articolo 59 della Costituzione Italiana espleterò le mie funzioni di voto fino a che il Parlamento non deciderà di apporre relative modifiche. Pertanto esercito tale diritto secondo la mia piena coscienza e coerenza.

Mi rivolgo a chi ha lanciato l'idea di farmi pervenire le stampelle per sostenere la mia "deambulazione" e quella dell'attuale Governo, per precisare che non vi è alcun bisogno. Desidero inoltre fare presente che non possiedo "i miliardi", dato che ho sempre destinato le mie modeste risorse a favore, non soltanto delle persone bisognose, ma anche per sostenere cause sociali di prioritaria importanza.

A quanti hanno dimostrato di non possedere le mie stesse "facoltà", mentali e di comportamento, esprimo il più profondo sdegno non per gli attacchi personali, ma perché le loro manifestazioni riconducono a sistemi totalitari di triste memoria.



Bimbi in carcere, senza parola e senza difesa

 

Il sito, di cui molte volte mi sono servita per mie personali esigenze di conoscenza e per costruire pagine di questo diario, ha pubblicato un documento di grande importanza, segnalato da Eleonora Bellini: www.ildialogo.org/noguerra/mediooriente/bambini09102007.htm

Da lì sono passata alla fonte citata, l’Associazione Nazionale Giuristi Democratici, costituita il 3-4 luglio 2004.
Chi volesse un’informazione diretta può andare a
www.giuristidemocratici.it ed evidenziare, nella colonna a sinistra, Dossier 2007 sui minorenni palestinesi detenuti in Israele. Redazione 17/9/07.

 

Così apre il dossier dell’Associazione Giuristi:

Nonostante aderisca alla maggior parte delle convenzioni internazionali che regolano l’arresto, il processo e la detenzione dei minori, Israele rimane gravemente inadempiente nei confronti dei minori palestinesi che vivono nei territori occupati, i quali sono tuttora sottoposti alla sua giurisdizione a causa dell’occupazione militare.
Il dossier, che pubblichiamo in allegato, redatto tenendo conto dei rapporti redatti da varie ONG, dalle commissioni sui diritti umani dell’ONU, dalle delegazioni internazionali di giuristi, si sofferma sulle principali violazioni dei diritti dei minori palestinesi, a partire dalle norme razziste e discriminatorie che considerano maggiorenne un palestinese alla sola età di 16 anni, in spregio alla Convenzione Internazionale sui diritti del Fanciullo. Vengono pure analizzate la detenzione, durante la quale i minori vengono sottoposti a torture fisiche e psicologiche, il processo, che si tiene sempre davanti a Tribunali Militari, l’istruzione, che non viene garantita ai detenuti, le drammatiche condizioni igieniche delle carceri”.

Segue un documento che non posso riportare qui per la lunghezza, ma - per dare un contributo a questa iniziativa - l’ho trascritto dal sito il dialogo e sono disposta ad inviarne copia a chi me lo richieda  (augusta.depiero@tin.it)
So che il documento è automaticamete raggiungibile (ma la manovra per renderlo accessibile direttamente dal mio blog mi è ignota e poi conosco molte persone che preferiscono un aiuto diretto alla navigazione).
Chi legge il mio blog sa certamente che mi sono occupata molte volte di bambini e di bambini palestinesi (può verificarlo evidenziando in diariealtro.splinder.com la categoria “bambini”).
Poco dopo la sua elezione (2006), ho inviato una lettera in proposito al ministro Ferrero, lettera che allora ottenne l’appoggio di membri (e particolarmente donne) della chiesa evangelica di Udine, Gorizia e Trieste e di qualche altra singola persona. Nessun partito se ne volle occupare.
Quel che mancò del tutto fu la risposta del Ministro.
Potete leggere l’ultima trascrizione della lettera nel mio blog in data 25 agosto.


A proposito di bambini nella storia d’Italia

 

Tutti abbiamo letto la storia dell’infanzia del Nobel statunitense Mario Capecchi e la romanzesca vicenda della sua infazia. Io non voglio riportare le vicende su cui la stampa si esercita, mi limito a citare ciò che ho appreso da una telefonata fatta a Prima pagina il 9 ottobre (potere riacolatarla dal sito www.radio.rai.it/radio3/primapagina/index.cfm

E’ la prima degli interventi degli ascolatatori.
Il giornalista è stato chiamato da Gios Bernardi, presidente della fondazione
Pezcoller (www.pezcoller.it) che così si presenta: “La fondazione prof. Dott. Alessio Pezcoller - ente senza fini di lucro voluta dal Prof. Alessio Pezcoller già Primario dell'Ospedale S. Chiara di Trento - ha come fine istituzionale la promozione scientifica per la lotta contro le malattie che affliggono l'umanità e, specificatamente, contro il cancro”.
Questo signore conosceva bene il prof. Capecchi, cui la fondazione aveva già attribuito un premio e ne parlò con entusiasmo.
Al non ancora premio Nobel venne fatto anche un regalo. Infatti, la fondazione – con l’aiuto del giornale Dolomiten - era riuscita a trovare il maso dove il piccolo Mario Capecchi aveva potuto vivere per qualche tempo e da cui fu sbattuto sulla strada perché aveva consumato  il denaro che la mamma aveva lasciato ai padroni del luogo.
La nuova proprietaria dell'edificio aveva trovato in soffitta alcuni libri scarabocchiati: i libri erano le opere della mamma del professore e gli scarabocchi le prime "espressioni grafiche"  del piccolo Capecchi
Questo e altri fatti mi irritano, quando si parla del Capecchi “italiano”.
Allora era solo un bambino di strada di cui nessuno si occupava: la sua vita di relazione iniziò più tardi, dopo l’evento straordinario del ritrovamento della mamma, negli USA.
Io mi vergogno quando penso non solo a lui ma ai suoi compagni di strada: come saranno finiti?
Se poi il prof . Capecchi vorrà ignorare, per nobiltà d’animo, la violenza fattagli quotidianamente nello scorrere dei tanti giorni di abbandono, potremo unire all’ammirazione per lo scienziato quella per l’uomo, ma chi starnazza sulla sua italianità (e, peggio, sulla sua appartenenza al Veneto per essere nato a Verona. Ah il cattivo gusto del governatore Galan!) farebbe meglio a tacere.
augusta

 

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domenica, 07 ottobre 2007

Pro memoria


Oggi è l’anniversario dell’assassinio della giornalista Anna Politkovskaya, assassinata nella sua casa di Mosca, terra dell’amico Vladimir Putin, padrone del gas e d’altro ancora. Vorrei scriverne di più, ma mi urge un problema locale, propostomi da una vecchia amica e, in ogni caso, dell’assassinio della brava giornalista russa si parla anche nei quotidiani.                                                                                           augusta  


Chi sta sopra e chi sta sotto

e “chi sta come gli par”, canterellava Rascel.


Come noto a questo blog, vivo in una soporosa cittadina di una tranquilla regione del nord est, dove la lingua locale – che, secondo un’ipotesi di legge regionale, dovrebbe essere insegnata obbligatoriamente a scuola – divide i cittadini (scusate, gli autoctoni) in sorestans e sotans (chi sta sopra e chi sta sotto).
Divisione in classi? No di certo: questa supporrebbe la cognizione di storia ed economia e creerebbe distinzioni che la storia stessa può superare, magari con qualche umana , ragionevole spinterella (la chiamavano rivoluzione, ma non si deve più dire: non so perché, ma so che è così).
E’ un fatto metafisico, rappresentabile con una immaginaria verticale dove qualcuno sta sopra e qualcuno sotto, sotto e sopra gli uni degli altri, ma non c’è
(o non è dato a tutti conoscere) un termine medio cui riferire questa fluttuante divisione.
Ma non divaghiamo perché io volevo solo raccontare la storia di una vecchia signora (d’ora in poi semplicemente “vecchia”) cui è capitato di avere un malore molto doloroso (e, come tale, riconosciuto dal sistema sanitario “sorestant”).
Per capire la storia bisogna fare una premessa: la vecchia è sempre vissuta nella convinzione che ciò che accomuna gli uomini (e le donne; ma la sciocca abitante del nord est talvolta non ricorda che è più utilmente tradizionale lasciar perdere il femminile) sia il contratto sociale su cui fondano i loro diritti, reciprocamente riconosciuti in termini di reciproci doveri.
Non ditemi che è un’illusa e di finirla qui: io lo so, ma lei mi ha chiesto semplicemente di raccontare ciò che le è accaduto e verificherà che io esegua la promessa che mi ha strappato.
Una notte la vecchia si è svegliata con fortissimi, incontrollabili dolori: la sciagurata non crede a guru, sciamani, conciaossa, esorcismi ecc. ecc. e nemmeno agli annunci pubblicitari; quindi è andata dal medico.
Il medico ha iniziato una terapia, le ha prescritto una serie d’analisi (alla fine si sarebbe trovata fotografata al proprio interno che neanche le tette di Noemi Campbell) ma il giorno successivo i dolori erano ancora insostenibili e il medico, telefonicamente consultato e, consapevole per la visita fattale il giorno prima, le consigliava di recarsi al pronto soccorso del locale ospedale per potersi giovare rapidamente di un aiuto contro il dolore d’origine ancora ignota (la diagnosi sarebbe stata fatta due giorni dopo, al comparire di altri visibili sintomi che avrebbero oggettivamente confermato l’intensità della pena).
Allo sportello del pronto soccorso un’indignata infermiera le rispondeva: “Qualche volta i medici hanno delle belle fantasie…”.
Devo chiarire che la vecchia a quel punto (me l’ha raccontato lei) si sentì come il famoso Gregor diventato scarafaggio (o semplicemente appariva scarafaggio e la sua repellente metamorfosi apparteneva agli occhi degli astanti – nel caso quelli dell’infermiera- e non al suo essere?). Questo la vecchia non me l’ha detto: lei si sentì scarafaggio di kafkiana memoria e al suo dolore si aggiunse l’umiliazione, ancor più violenta del male.
Si chiese cosa avrebbe fatto se avesse assistito alla colpevolizzazione di un’altra persona e rischiò di piangere, cosa che –di fronte a quella professionista forte di metafisiche altrui certezze, probabilmente imposte dal “sopra” - non si sarebbe mai concessa. Un brandello di dignità una se lo garantisce in ogni caso.
Si ricordò quanto si fosse vergognata per un pianto sfuggitole al check point d’ingresso a Betlemme, dove aveva visto altri in una situazione pienamente comparabile alla sua. (Si veda, a titolo di esempio, il diario “betlemme.splinder.com” 23 novembre 2003).
Prese il suo tesserino sanitario dalle disgustate mani cui l’aveva affidato e chiese l’indirizzo d’altra struttura sanitaria per poter affrontare, anche a pagamento, il suo ineliminabile problema.
A questo punto le fu concesso l’ingresso e all’interno tutto cambiò: professionale gentilezza, competenza, attenzione per quattro ore; e d’allora, passando per la successiva diagnosi resa possibile – due giorni dopo- dal comparire di manifestazioni evidenti - venne inserita nel normale tunnel delle cure .
Me ne parla, ma a chi legge non interessano.
Piuttosto interessa porsi la domanda: chi aveva plagiato l’infermiera obbligandola ad un comportamento che può dissuadere altri dal curarsi, a farsi in definitiva strumento di deterrenza.
La vecchia si ostina a pensare che i lavoratori spesso abbandonino la loro professionalità e la loro umana cortesia per autodifesa, perché tanto è loro imposto. Ma la vecchia è forse ancora schiava di defunte ideologie (che sia un indizio di demenza senile?)
Vale la pena però soffermarsi ancora su quello strano ingresso.
La vecchia avrebbe successivamente scoperto che al Pronto Soccorso si entra se si sta male, ma se l’ingresso è stato suggerito dal medico è necessario esibire una documentazione scritta.
La regola è scritta o appartiene alla tradizione delle convenzioni orali?
Certemente non è scritta sulla parete delle sale d’aspetto dove potrebbe essere proposta con vistosa chiarezza a chi attende cure.
E’ nota la regola a chi legge? Sarei curiosa di saperlo (e anche la vecchia vorrebbe sapere). Infatti la vecchia non la conosceva e io neppure.
Dobbiamo vergognarci e riconosce la nostra indegnità di cittadine colpevolmente disinformate?
Chi si trovasse quindi nella situazione della vecchia dovrà solo omettere un’informazione che la sciocca credeva fondasse la sua responsabilità di persona che non vuol far carico ai lavoratori –di cui conosce le pesanti  responsabilità- di una bizzaria, nel caso specifico, senile.
Il guaio è che la vecchia soffre ancora per l’esperienza choccante di allora e continua a chiedersi chi abbia dato disposizioni al personale di comportarsi così.
Ha ben letto Il Processo di Kafka che l’aiuta nella decodificazione del fatto e sa che “chi sta sopra” può condannare i colpevoli senza dirgliene la ragione e senza farsi ri conoscere ma non le basta.
Forse quando la scuola avrà ben inserito – attraverso l’obbligatorietà dell’insegnamento della lingua locale- la cultura dei sotans e dei sorestans, gli autoctoni saranno molto più paciosi della vecchia e, avendo letto Zorutti * e non Leopardi (e non si nomini Beccaria per amor di patria!), non avranno tanti grilli per la testa.
Certamente l’iniziativa linguistica dell’assessore localmente responsabile alla cultura darà una grossa mano all’assessore alla sanità, primo responsabile dell’andazzo del sistema.
Che siano questi mezzi per raggiungere coerenza politica, utile al locale governo (e non solo al governo locale)?
Capiterà che, raggiunta la locale tradizionale paciosità, questo si chiuda nel kafkiano castello e continui a vivere tranquillo nelle sue certezze?
Chi lo sa mi farà un favore se me lo comunica (si rifiutano però predica consolatorio-paternaliste: danneggiano la salute della vecchia e infastidiscono me). Amen.

* nota per i non friulofili: “Pietro Zorutti, poeta friulano del XIX  secolo, fu radicalmente uomo del suo tempo - come ebbe a sottolineare Pier Paolo Pasolini - ma seppe fortemente e con freschezza rappresentare il suo popolo, e lo fece nei modi a lui - ed a coloro cui il suo cantare era diretto.  (n.d.r.: che tempi! Che popolo!)”.

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diari di augusta

venerdì, 05 ottobre 2007

DIALOGO  CRISTIANO  ISLAMICO

Come in altre occasioni riprendo l’annuncio del prezioso sito www.ildialogo.it.

Si celebra oggi in tutta Italia la VI Giornata ecumenica del dialogo cristiano islamico. Altre iniziative si sono aggiunte rispetto a quelle indicate nell'ultimo comunicato stampa: quelle di Firenze, Novellara (Re), Faenza, Trento.
A tutti i partecipanti, alle comunità cristiane ed islamiche che si riuniranno per esprimera la volontà di «costruire speranza e convivialità» va il saluto di pace delle riviste promotrici dell'appello e di tutti quelli che ad esso hanno aderito.

Come negli altri anni anche in questa occasione l'amico Brunetto Salvarani, direttore di CEM-Mondialità ed uno dei promotori dell'appello che nel 2001 diede l'avvio a questa esperienza, ha scritto una "Lettera alle donne e agli uomini di buona volonta' in occasione della sesta giornata ecumenica del dialogo cristiano - islamico". Per leggera questa lettera cliccare sul seguente link:

http://www.ildialogo.org/islam/dialogo2007/
lettbru04102007.htm

Segnaliamo anche una importante riflessione sulla giornata del dialogo scritta dall'amico Breigheche Dr.Aboulkheir, della Comunità Islamica di Trento. Per leggerla cliccare sul seguente link:

http://www.ildialogo.org/islam/dialogo2007/
unari04102007.htm

All'iniziativa di Roma, che si svolgerà nella Grande Moschea, verrà letto il messaggio di saluto del presidente della Camera dei Deputati On.le Fausto Bertinotti nel quale fra l'alro si sottolinea l'importanza di "profondere ogni sforzo per favorire il dialogo tra culture e religioni differenti, facendone lo strumento centrale per indebolire alle radici le cause scatenanti dell'odio e delle incomprensioni tra i popoli". Il testo completo del messaggio sarà pubblicato nel pomeriggio di oggi alla pagina

http://www.ildialogo.org/islam/cristianoislamico.htm.

Nella prossima settimana daremo poi i resoconti delle iniziative svolte.

Un piccolo passo per «costruire speranza e convivialità» oggi è stato compiuto. Tanti altri piccoli passi Sono necessari.

Con un sincero augurio di   Shalom, salaam, pace

Il Comitato Organizzatore                                    Roma, li 5-10-2007

Per chi volesse più invormazioni l'elenco completo delle adesioni, degli appuntamenti, degli articoli e materiali di approfondimento si trova alla pagina:
http://www.ildialogo.org/islam/cristianoislamico.htm
augusta

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martedì, 02 ottobre 2007

MAFALDA in ottobre nel suo calendario 2007:  

                        “CHE STRESS!”

La mamma è impegnata a colorare le unghie con losmalto.
Mafalda  
“Mamma, a che età si diventa vecchi?”
Mamma:
“Dipende, Mafalda. In realtà non si tratta di anni, ma di mantenere giovane lo spirito”.
Mafalda:medita e la mamma esamina il suo lavoro di pittura.
MAFALDA:
“Bene, ma lo spirito … a che età comincia ad aver bisogno del  trucco?”



Informazioni da Confronti


2007 -  sesta giornata del dialogo cristiano islamico
2001 -   prima giornata del dialogo cristiano islamico

VI Giornatadel dialogo cristiano islamico
- Costruire speranza e convivialità -
venerdì 5 ottobre 2007 23 Ramadan 1428

 “Il dialogo tra le fediun dovere civile”

Programma della Giornata

Ore 15,30:  Visita guidata alla Grande Moschea  
                        viale della Moschea 85, Roma        

(la tradizione islamica prevede che le donne che entrano in moschea abbiano il capo velato)

Ore 16,30: Tavola rotonda  Il dialogo tra le fedi, un dovere civile

Intervengono

dott. Abdellah Redouane, segretario generale del Centro islamico culturale d’Italia
on. Marcella Lucidi, sottosegretario di Stato all’Interno
dott. Paolo Masini, consigliere comunale, vicepresidente Commissione Cultura
past. Domenico Maselli, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI
)
p.
Etienne Renaud, direttore studi islamici del Pontificio Istituto di Studi Arabi e di Islamistica (PISAI)
Michele Zanzucchi, vicedirettore
Cittanuova