Non potrò scrivere fino ai primi giorni di novembre.
Ci ritroveremo con la grande Mafalda!
Quindi vi lascio con un articolo che ho manualmente ricopiato dal Corriere della sera (come amo i quotidiani stranieri che facilitano la possibilità di trasferire i loro articoli!) cui farò seguire una serie di domande.
Corriere della sera 22 ottobre 2007
Erano in nove a mangiare al tavolo del papa, dieci con lui. Luigi Accattoli
C’erano rappresentate le principali Chiese cristiane, gli ebrei e i musulmani. E c’è stato un momento delicato sciolto con prontezza di dare a part prima che ne venisse un diverbio tra un rabbino, un cristiano armeno libanese e un mussulmano.
Ancora una volta il Papa teologo si è rivelato non solo fisicamente agile, rapido nei movimenti e nei passaggi da un momento all’altro degli appuntamenti, ma anche prontissimo nei riflessi mentali.
Ecco dunque che vengono alle strette - tanto per dire - il rabbino capo di Israele Yona Metzer, il mussulmano Ezzeddin Ibrahim consigliere culturale del presidente degli Emirati Arabi Uniti e il libanese Aram I, catholicos di Cilicia degli Armeni. Insomma i tre monoteismo alle prese con la terra ti,la guerra e la pace nell’area infuocata del Medioriente.
Diceva Ezzeddim, – una specie di sufi, vecchio frequentatore dei meeting di Sant’Egidio – che quello era”il tavolo del sorriso”, dove le varie fedi gareggiavano nel cavare dal proprio patrimonio”parole di pace”. E che la coesistenza sul pianeta - seguendo il genio anticipatore di papa Wojtyla - stava diventando di giorno in giorno un sogno più concreto e quasi realizzato.
Consentiva Aram I, il cristiano armeno e libanese anche lui animato da ottimi propositi di pace, ma che non poteva non ricordare il “grave pericolo” quotidiano e strategiche in cui si trovavano a vivere i suoi “fratelli di fede” in terra libanese, specie a motivo delle invasioni di campo da parte di Israele.garbate opinioni in inglese - il rabbino Yona Metzger a fare osservare al”fratello” cristiano libanese che neanche lui ”poteva tacere” il pericolo in cui giorno dopo giorno versava il suo Paese a motivo del bellicoso Iran,che attraverso il suo aggressivo continuamente riaffermava il minaccioso impegno per”cancellare” Israele dalla faccia della terra.
Non solo: il rabbino raddoppiava la sua garbata protesta osservando che”si, senz’altro e fortunatamente”quello era il”tavolo del sorriso” - come aveva detto il fratello musulmano - ma al di là di quel tavolo, nel vasto mondo c’era ben poco da ridere e ci si imbatteva in “problemi su problemi” e tra questi “la violenza di tanti musulmani”.
E già che c’era osservava che anche in Libano c'erano”combattenti mussulmani disposti a tutto” compresi gli attentati suicidi, pur di attaccare Israele.
Il musulmano degli Emirati e il libanese erano prontissimi alla replica ma il papa è stato più veloce di ambedue: “Questo è tutto lavoro per Sant’Egidio” ha detto con prontezza ed è stato facile a quel punto agli altri commensali sfebbrare la conversazione facendo grandi lodi alla benemerita Comunità transteverina ”vero angelo della pace”come si è espresso Ezzedim con la provvidenziale approvazione del rabbino.
Assieme al papa, al rabbino e al libanese e al mussulmano sedevano a quel tavolo il patriarca Bartolomeo di Costantinopoli (mai prima di ieri era stato a uno dei ventennali meeting di S. Egidio). il segretario generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese di Ginevra Samuel Kobia, l’arcivescovo ortodosso di Cipro Chrysostomos II, il cardinale di Napoli Crescenzio Sepe, Andrea Riccardi, presidente della Comunità di Sant’Egidio, l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams.
La prima è una domanda di fondo: come faceva il giornalista ad ascoltare i discorsi del papa e dei prelati a tavola?
Escludo l’ipotesi che i giornalisti stessero attorno ai commensali: sarebbe stato un pranzo imbarazzante.
C’erano telecamere che proiettavano video e parole all’esterno? Così mi sembrerebbe una soluzione indiscreta.
C’era una microspia sotto la tovaglia?
Oppure l’ansa – o altra agenzia - ha diffuso un comunicato con le chiacchiere conviviali?
O c’era una gola profonda fra i commensali?
Seconda domanda. Scrive il giornalista “il libanese Aram I, catholicos di Cilicia degli Armeni”. Era esponente dell’antica religione armena (quelle di Gregorio l’Illuminatore per intenderci) o un prelato di rito armeno ma in obbedienza al papa?
La differenza non è piccola. E non si può chiedere ad ogni lettore di farsi carico di una ricerca ad hoc su internet.
L’espressione “lavoro per Sant’Egidio” era una scappatoia per chiudere un dialogo imbarazzante o il papa se ne disinteressa? Con tutto il rispetto per il buon lavoro di Sant’Egidio non mi sembrano argomenti estranei alla diplomazia vaticana.
Ed è davvero pensabile che persone del livello di Kobia e di Williams se ne stessero zitti, a far la parte dei convitati di pietra?
Se qualcuno mi offrirà ipotesi di spiegazione gliene sarò grata augusta
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