Le cure in cifre
Il Baby Hospital tenta di “aggiustarsi” al gran numero di bambini.
È interessante soffermarsi su qualche cifra per capire il tipo di presenza e di servizio che ci viene chiesto.
Nel 2006 il numero dei bambini che sono stati curati al Baby Hospital ha raggiunto i 34000: di essi, 4100 sono stati ricoverati, e 29900 hanno ricevuto un trattamento ambulatoriale. Queste cifre significano molto. Parlano di una popolazione estremamente giovane, di situazioni socio-economiche precarie, di condizioni igienico-sanitarie critiche, del disagio causato dai prolungati scioperi nell’ospedale governativo: mesi di sciopero dei dipendenti da mesi senza stipendio!
A Betlemme e nei villaggi circostanti la vita è difficile e dura. Grava sulla popolazione la mancanza di libertà, che li costringe a vivere rinchiusi dentro il “muro di separazione”; le tensioni non mancano, ma i bambini donano gioia, sorriso, vitalità e futuro a questa popolazione oppressa. E vengono al mondo volentieri, i bambini, benedizione infinita per tante mamme giovani e bellissime, che credono nella vita e nella Provvidenza in maniera cieca e assoluta. Il tasso di natalità raggiunge il 3,1%. A Gaza, perennemente sotto assedio, la natalità è ancora superiore: 3,7%.
La capacità di sofferenza, di tolleranza, di paziente attesa sembra essere la carta vincente di questa popolazione.
Nuovo poliambulatorio in vista
Pianti a tutto volume e grida a squarciagola ci annunciano fin dal mattino presto che l’afflusso dei piccoli pazienti nell’ambulatorio è alto. Le stanze dell’ambulatorio sono divenute ormai troppo piccole e incapaci di reggere l’affollamento e il “traffico”, le attrezzature sono diventate insufficienti, e da tempo siamo in attesa di nuovi necessari lavori di ampliamento dei servizi del poliambulatorio.
Sofferenza e amore
Il Baby Hospital serve il distretto di Betlemme e di Hebron, ed è l’unico ospedale pediatrico della Palestina, aperto a tutti i bambini, ma praticamente inaccessibile a molti villaggi e città a motivo dei blocchi militari che impediscono ai palestinesi la libera circolazione nella propria terra.
La durata media del ricovero in ospedale si aggira sui 3-4 giorni quando si tratta di patologie “stagionali”. “I bambini di Betlemme soffrono delle malattie tipiche della povertà. Sindromi banali come una diarrea, possono mettere i piccoli pazienti in pericolo di vita, perchè i bambini arrivano troppo tardi dal medico e perchè le precarie condizioni igieniche accelerano fortemente il decorso della patologia”.
“In estate molti bambini contraggono infezioni gastrointestinali. I più deboli sono particolarmente esposti a questo tipo di infezioni. L’inverno presenta rischi soprattutto per i neonati. Le case non proteggono a sufficienza dal freddo. Molti arrivano da noi in stato di ipotermia. A molti bambini manca la forza di resistere”.
La sofferenza dei bambini si fa particolarmente problematica quando si tratta di malattie ereditarie o congenite. Qualche giorno fa Mahmoud, ultimo di cinque figli, è ritornato tra gli angeli, raggiungendo i suoi fratellini e lasciando soli mamma e papà. Una strana malattia li ha colpiti, tutti e cinque: acidemia metilmalonica. I quattro fratellini sono vissuti tre giorni dopo la nascita; a Mahmoud, più fortunato, la vita ha regalato 4 mesi. Altre volte la patologia si fa cronica e la sofferenza dei bambini è un interrogativo continuo, i ricoveri si susseguono uno dopo l’altro, e l’ospedale diventa la loro seconda casa. Shaed è una di loro. In questi mesi di prolungato ricovero è diventata quasi la nostra “miss Baby Hospital”. La si riconosce subito, anzi, si presenta da sè ai pellegrini che vengono a farci visita: Shaed si intrufola tra il gruppo con tutta naturalezza, con l’immancabile pollice in bocca e un sorriso incredibile, riuscendo ad attirare l’attenzione dei visitatori con graziose mosse, quelle adatte per l’occasione. Tutto questo nei suoi giorni “buoni”. Shaed non ha ancora tre anni. Sulla sua cartella clinica sono registrati 20 ricoveri, l’ultimo dura ormai ora da 4 mesi. La sua sofferenza iniziò presto: a due mesi venne ricoverata per una bronchite, dopo 6 mesi ritornò con una destrocardia bronchiale con asma. Subì un intervento, e da allora è rimasta costantemente sotto ossigeno, fino a un mese fa; ora viene sottoposta ad un costante controllo della saturazione di ossigeno, così da valutare la possibilità di tornare a casa per alcune ore. Shaed ha un’amichetta al Baby Hospital: si chiama Amjaad, non ha ancora 2 anni. Ogni volta che viene ricoverata, Shaed la ritrova e trascorrono molto tempo insieme.
Amjaad ha vissuto in ospedale quasi tutta la sua vita. A casa ha trascorso in tutto 20 giorni, la mamma li ricorda uno ad uno. Amjaad ha sofferto molto: il suo primo ricovero avvenne quando aveva 10 giorni, è rimasta a lungo nell’incubatrice, nella sezione di neonatologia. Seguirono molti altri ricoveri e la diagnosi fu pesante fin dall’inizio: polmonite, anemia e stomatite prodotta da un fungo. Questo è il quindicesimo ricovero per Amjaad, in ospedale ora da 7 mesi. Il suo fratellino maggiore soffre della stessa malattia, anch’egli in ospedale più volte.
Ciò che più ci stupisce di Amjaad è il suo smagliante sorriso pur in mezzo a tanta sofferenza.
È un sorriso che illumina anche noi e ci regala momenti di vera gioia e allegria. A chi ci chiede se il nostro aiuto serve a qualcosa, se riusciamo a dare speranza in questa situazione, noi rispondiamo: “Sì!”, e con profonda convinzione. Il fatto stesso che siamo qui è molto importante! Ci prendiamo cura di una folla di bambini e sosteniamo le loro mamme!
Lo scorso anno lo abbiamo fatto 34000 volte.
Per 34mila volte abbiamo dato speranza!
I “clowns” al Baby Hospital
Qualcuno ha arricciato il naso al sentir parlare dell’arrivo dei clowns... il dolore dei bambini dovrebbe andar trattato un po’ più “seriamente”, invece no, è importante che si trovino per loro tutte le possibilità di ridere e di divertirsi. Così infatti è accaduto oggi, per la fantasia di 4 “mattacchioni”, venuti in Palestina dall’Italia: un’ora di risate e di incanto, di assoluta sorpresa per tanti bambini che si sono trovati davanti questa specie di dottori da circo con camici dipinti e colorati. I loro nomi “d’arte” sono: Dott. Arcobaleno, Dott.ssa Sbrodolina, Dott.ssa Mammola e Dott.ssa Caramella.
In un batter d’occhio la hall dell’ospedale si è trasformata in un palcoscenico, dove tutti, attori e spettatori, eravamo mescolati in una piacevolissima confusione. I bambini più grandicelli, di 2-3 anni, trotterellavano attorno ai clowns totalmente abbagliati dai loro smaglianti colori. Le mamme si tenevano in braccio i più piccoli e si divertivano più di tutti, inclusa un’anziana nonna di grossa mole, vestita di nero. Le bolle di sapone, grosse, coloratissime, soffiate dolcemente dai clown, volteggiavano luminose attorno ai bambini e incantavano Shaed più d’ogni altro: un mondo di gioia e di magia che volava e volava, e poi, all’improvviso, scompariva...
Dopo essersi esibiti in scene da ridere a crepapelle, i clowns hanno visitato i reparti fermandosi ad ogni lettino e facendone “di cotte e di crude” per far divertire i bambini e attirare la loro attenzione. Ma la piccola Rima, ricoverata in isolamento a causa della polmonite di cui soffre, non ha potuto ricevere la visita dei clowns... povera piccola Rima...quanto avremmo desiderato vederti sorridere!
Intanto, non lontano dal Baby Hospital….
La costruzione del “muro di separazione” continua oltre Betlemme, implacabile, ed ora è la volta di Betjala, una cittadina di 15mila abitanti che si estende subito ad ovest di Betlemme, sulla collina più alta; dalla sommità di essa lo sguardo abbraccia un paesaggio di incantevole bellezza, dove la natura è incontaminata: sembra un pezzetto di paradiso terrestre rimasto tra noi. Noi lo conosciamo bene: è una delle mete preferite dei nostri tempi di relax. Per gli abitanti di Betjala è la terra dei loro padri, terra ricca di frutteti, di viti e di ulivi, di una varietà infinita di erbe aromatiche che crescono tra le rocce: terra di sorgenti d’acqua preziosa e pura. È l’unico spazio verde per loro, e spesso, l’unica alternativa alle tensioni quotidiane.
Da circa un anno le famiglie proprietarie di quelle terre (per la maggior parte cristiani), e noi stesse, guardiamo quasi smarriti quel paesaggio incantevole: infatti, proprio sulla parte più alta della città si sta innalzando il muro grigio che la deruberà di una parte consistente del suo territorio. Georgette, un’anziana donna che vive sola con il suo cane, un giorno si è vista arrivare le ruspe dietro casa (a pochissimi metri!), che hanno cominciato a scavare all’impazzata. E come lei, molti altri guardano attoniti allo scempio che si sta facendo della loro città: è arrivato il loro turno, come c’è stato un turno per Betlemme e per le città e villaggi stretti dal muro. Anche per gli abitanti di Betjala il muro significherà perdere la proprietà di parecchi appezzamenti di terra, vivere ancor più rinchiusi tra le loro strade polverose e strette, assenza di spazi verdi, spazi più ristretti, ulteriori limiti alla libertà di circolazione, riduzione delle risorse lavorative, conseguenze a livello psicologico, aumento di tensione, di conflitti, disgusto, senso di oppressione, di mancanza di respiro. Quella che prima era la loro terra, forse, potranno vederla da lontano, oltre il muro, oltre le “siepi” di filo spinato.
Nulla è strano in questa situazione: Il frutteto di Jamal (17mila mq.) è venuto a trovarsi all’interno di un insediamento ebraico! Se Jamal vuole raccogliere i frutti della sua terra, deve chiedere il permesso ai nuovi inquilini, e può dirsi fortunato, perchè fino ad oggi gli permettono ancora di vedere la sua terra. Lui si siede per un po’ all’ombra degli alberi e pensa, pensa continuamente. È un uomo buono, Jamal, mite e gentile, e gli abitanti ebrei dell’insediamento gli fanno un atto di cortesia, fino a quando sarà possibile. Tra breve il muro sarà costruito anche in quella zona, e la terra di Jamal, rimarrà di là del muro, annessa a Gerusalemme, inaccessibile.
Fa parte di questo piano di annessione anche la collina di Cremisan, luogo di silenzio e di rara tranquillità, dalla verdissima pineta e dai pendii ricoperti di viti e ulivi: luogo rinomato per il buon vino dei Padri Salesiani. Molti degli alberi del bosco sono già stati sradicati per far posto al muro. Nei pressi di questa collina Jamal possiede altri 30mila mq. coltivati ad ulivi: li perderà tutti.
Come si può parlare di pace di fronte a questa realtà?
Uno dei problemi più pesanti è la scarsità d’acqua, vera questione politica. La Palestina non è padrona delle proprie sorgenti d’acqua, non ne ha diritto. Israele preleva per il proprio uso l’80% dell’acqua dei territori palestinesi e “permette” loro di usare il rimanente 20%.5 Anche se nella stagione invernale si gode della benedizione della pioggia, stranamente la quantità d’acqua concessa alla popolazione sembra sempre meno. Le conseguenze vengono pagate soprattutto dai poveri. Lo tocchiamo con mano nella casa di Helen, che si prende cura di un fratello e di una sorella disabili, non autosufficienti, bisognosi di molte cure. “Spesso ci manca l’acqua, dice, anche per la pulizia personale, e la devo comperare”. Non c’è acqua per i giardini, per gli orti, e tutto si secca. Eppure poco lontano, in Israele, i prati sono verdi e freschi anche sotto il sole infuocato dell’estate appena trascorsa, e i nuovi insediamenti ebraici che accerchiano Betlemme hanno acqua in abbondanza, con un uso pro-capite di gran lunga superiore a quello della popolazione palestinese.
Il muro “artistico”
Mentre in Betlemme ci hanno rinchiusi con blocchi di cemento orribili a vedersi, con sporcizia e immondizie che si accumulano e svolazzano in ogni direzione, (incluse quelle gettate per disprezzo dai soldati del check point), dalla parte Israeliana non è così: il muro è stato dipinto con cura, vi appongono scritte del tipo ”la pace sia voi”(!), come si nota presso il portone per entrare in Betlemme; altrove il muro è stato “abbellito” da collinette verdi che sembrano ridurne in parte le impressionanti dimensioni.“Il muro dovrebbe essere costruito ad arte, con un pò di gusto…intonato con il paesaggio…”, così si diceva, in mezzo a tante critiche per un orrore vivente che sta trafiggendo la Terra Santa. Immaginiamo quindi che ad un certo punto architetti e artisti si siano messi a tavolino studiando come fare un “bel muro”, che non faccia impressione e che dia sicurezza senza far venire un colpo al cuore.
Così è sorto un nuovo tipo di barriera per dividere Israele e Palestina, un muro non di blocchi di cemento, ma di mattoni o mattonelle, di varie misure, armonici, con rilievi e colore intonati con il paesaggio, perfino gradevoli all’occhio. Generalmente viene posto a fianco delle strade percorse solo da Israeliani, costruite però su territorio palestinese: strade larghe, moderne, tra colline tagliate senza pietà, strade immerse in un ambiente naturale da sogno, accompagnate dal “muro di separazione” in nome della sicurezza, ma che è un muro gradevole d’aspetto: esso sbarra la strada ai Palestinesi e li obbliga a percorsi convulsi per raggiungere località in linea d’aria vicinissime.
Ma, muro grigio o muro artistico, per i Palestinesi significa la stessa cosa.
Ad essi ormai non rimane più che stare a guardare..., come quel gruppo di contadini che abbiamo visto seduti di là dal filo spinato, ad osservare attoniti le terre a cui non possono piu'accedere.
Chi parla di Stato Palestinese?
Con un territorio costituito da isolotti, città separate una dall’altra, Cisgiordania separata da Gaza, economicamente assoggettato a Israele, chi mai può parlare di Stato Palestinese? A noi viene da sorridere con tristezza, pensando a questa povera Palestina ridotta così, sotto la minaccia di vedersi strappare ulteriori terre per ulteriori insediamenti ebraici. Proviamo ancor più amarezza quando ci viene raccontato che a volte sono stati i Palestinesi stessi a vendere la propria terra, a volte costretti, a volte con traffici “sotterranei” di vario tipo: è un argomento di cui non si parla….se non di nascosto, perchè rischioso.
Chi mai può credere allo Stato Palestinese?
Poveri e ricchi nella stessa prigione
Intanto, nel Distretto di Betlemme, che include la città e i villaggi circostanti, lo spazio vitale si riduce e si restringe sempre di più, la popolazione gira sempre su se stessa, la città è sempre più affollata e caotica, crescono le tensioni e i conflitti nelle famiglie e tra le famiglie. Si riducono interessi e orizzonti, si riducono relazioni e contatti. Non potendo uscire liberamente dalla città, chi possiede denaro, cerca di usarlo per rendere meno spiacevole la vita, si costruisce case bellissime e comode, cerca la buona tavola. In città aumenta vertiginosamente il numero dei ristoranti dando la sensazione che il cibo conti sempre di più. Il denaro e il benessere si concentrano sempre più nelle mani di pochi ricchi, dando via libera all’ingiustizia sistematica e organizzata: i proprietari dei negozi di souvenirs danno paghe “da fame” ai loro dipendenti, sono i primi a lamentarsi della situazione difficile, ma nei loro negozi faraonici “spellano” i pellegrini e i turisti con prezzi da capogiro, organizzando perfino dei disgustosi sermoni sugli articoli messi in bella vista. Erano i primi a lamentarsi delle conseguenze disastrose dell’intifada, hanno licenziato operai e dimezzato salari. Dopo qualche tempo, li vediamo innalzare ville che sembrano castelli, sfacciatamente, mentre il numero delle famiglie povere aumenta sempre di più.
Piuttosto che venire sfruttati in maniera così vergognosa, alcuni rifiutano il lavoro e preferiscono rimanere disoccupati.
I poveri di Betlemme portano avanti silenziosamente i loro drammi quotidiani, sono essi che vivono le conseguenze concrete di una situazione sociale e politica che non trova soluzioni; molti sopravvivono mendicando l’aiuto ad organizzazioni umanitarie, fino a quando anch’esse, “per non creare dipendenza”, così dicono, tagliano i programmi di aiuto, causando un’autentica disperazione in non poche famiglie.
Il governo si cura pochissimo dei cittadini, è piuttosto la corruzione che governa, il favoritismo. Gran parte delle risorse e dell’aiuto economico per la Palestina proviene dal mondo cristiano, ma se a Betlemme un cristiano chiede aiuto ad un’organizzazione governativa, può accadere che lo deridano e lo spediscano alle istituzioni gestite da cristiani, come è successo a Rahigeh, un’anziana donna che fa da madre e padre ai suoi tre nipoti rimasti orfani in un solo giorno.
I cristiani a Betlemme
I problemi di Betlemme pesano particolarmente sulla minoranza cristiana, sempre più decimata dall’emigrazione e ora ridotta sì e no ad un quarto della popolazione. In tutta la Palestina (quasi 4 milioni di abitanti), i cristiani rappresentano l’1.5% della popolazione. Di quasi ogni famiglia cristiana ci sono membri all’estero, in alcune famiglie quasi tutti. I giovani se ne vanno perchè, chiusi dal “muro di separazione”, non trovano più lavoro, nè prospettive, e i padri di famiglia perchè non riescono a mantenere i propri figli. Rimangono tanti anziani, con scarso sostegno economico e bisognosi di cure.
Essere minoranza qui è diventato molto difficile. Ai cristiani spesso viene chiesto di essere eroi, di resistere a denti stretti. Spesso però il fatto di essere nati nella città di Gesù Cristo non è sufficiente a trattenerli nella Terra Santa, specie in questi anni quando la costruzione del muro ha dato il colpo finale ai loro sogni di pace e di sviluppo sociale ed economico.
I cristiani si trovano “tra l’incudine e il martello”. I musulmani da un lato e gli ebrei dall’altro, rivendicano questa terra tutta e solo per loro, ognuno dalla sua parte, e non nascondono la loro opposizione al fatto che i cristiani vivano qui, anzi, fanno tutto il possibile perchè se ne vadano, rendendo sempre più dure le loro condizioni di vita.
Le difficoltà da parte del Governo di Israele a dare il visto e i permessi di soggiorno ai religiosi, si inscrivono in questa politica di “pulizia”. Non si dimostra apertamente l’ostilità verso i cristiani, così da attirare l’attenzione, ma tutto viene fatto in maniera sottile, subdola, complicando la vita quotidiana e aumentando le misure restrittive. In nome della propria sicurezza non si riesce più a vedere i diritti dell’ altro, che pure è un essere umano. Non si nega l’importanza e l’utilità della presenza cristiana, ma si preferisce una presenza “temporanea”, che non dia troppo fastidio, del tipo “va e torna”, “6 giorni di pellegrinaggio in tutto”, senza troppo coinvolgersi con la sofferenza e i problemi della popolazione, e che porti buoni vantaggi economici per il Paese.
Come tutti gli abitanti di Betlemme, i cristiani soffrono profondamente per la vita priva di libertà che sono costretti a vivere, come tutti stanno ore in coda ai posti di controllo, vengono umiliati, vengono derubati delle loro terre, sottostanno a tutte le restrizioni e ingiustizie perpetrate contro la popolazione, anche se mai compiono atti di violenza ai danni di Israele.
Come tutti, essi pagano pesanti conseguenze, eppure, paradossalmente, essi continuano a provare nostalgia dei tempi dell’occupazione Israeliana (1967 – 1995), quando almeno si godeva di un pò di libertà.
Oggi, in questa Betlemme ridotta a prigione a cielo aperto, privati della più essenziale libertà di movimento e di conservare le normali relazioni con i familiari rimasti al di là del “muro di separazione”, bloccati dal raggiungere Gerusalemme per andare a pregare sui Luoghi Santi, ostacolati nella vendita dei loro prodotti artigianali, umiliati e trattati anch’essi come potenziali terroristi, i cristiani tendono ad accumulare un profondo senso di vuoto, di delusione per il presente, di sfiducia e preoccupazione per il futuro. Si devono adattare a vivere in “prigione”, o devono lasciare il Paese, facendo così il più grande favore a Israele, che vorrebbe a poco a poco “svuotare” queste terre; e un grande favore anche ai musulmani, molti dei quali ritengono i cristiani gente estranea e importata.
Uno dei problemi che causano insicurezza e preoccupazione nei cristiani è la mancanza di leggi e di norme che garantiscano e difendano i diritti dei cittadini. Quello che sta accadendo in Betlemme a riguardo delle proprietà terriere evidenzia come essi siano facilmente esposti ad abusi e soprusi. Molti cristiani non vogliono parlare per paura di minacce e ritorsioni, ma qualcuno ha il coraggio di farlo, perchè non ha più nulla da perdere, come Emily e Salim, due coniugi ormai avanti negli anni, ma decisi a lottare contro un’ingiustizia che si trascina da mesi.
Alcune persone (o meglio, un’organizzazione criminale) di un villaggio vicino si sono impossessate della loro proprietà( 6mila mq. di terra), se la sono divisa con muri di cemento, distruggendo gli ulivi. Un rappresentante dell’Autorità Palestinese chiede 1000 $ per scacciare gli intrusi, riceve il denaro dalla coppia, ma non fa nulla per ripristinare i diritti lesi, e si tiene il denaro: sembra essere d’accordo con la stessa organizzazione di ladri. Alle reazioni dei due coniugi, gli usurpatori rispondono con minacce e violenza anche fisica: il pover’uomo, già di salute precaria e con i postumi di un’operazione al cuore, viene percosso e ancora oggi porta le conseguenze del trauma subito, trauma fisico e psichico. Si rivolgono a vari membri dell’Autorità Palestinese cercando il loro intervento, ma nessuno fa nulla. Si rivolgono al Presidente, che sembra prendere a cuore il loro caso, ma ancora nulla.
Anche altre famiglie di Betlemme sono state derubate in modo simile, e le storie da raccontare sono molte....
Continua Emily: “Puoi ricorrere alla corte, ti rispondono con gentilezza, sembrano interessati al caso, chiedono di presentare il tale documento, poi il tal’altro…ma nessuno ti difende. Queste bande di ladri, hanno amici anche in corte, hanno contatti con avvocati: tu credi di trovare difesa, ma di nascosto quelli ti sono nemici, trovano continuamente pretesti per posporre e non affrontare il caso”.
Per arrivare ad impossessarsi di un certo pezzo di terra, le organizzazioni criminali cominciano con la raccolta di informazioni sui proprietari, e a questo scopo ingaggiano cristiani, che ricevono lauti compensi. Intanto presso l’ufficio di registrazione delle proprietà emergono strani documenti. I due coniugi parlano chiaramente di falsificazione di firme con la collaborazione di rappresentanti dell’Autorità Palestinese. Altri proprietari sono stati convinti, subendo minacce e pressioni, a firmare documenti compromettenti, per il loro “vantaggio”. Alla fine, ma troppo tardi, il proprietario si accorge che non è più padrone della sua terra.
È la “mafia della terra”.
Mentre la voce le si ferma in gola, Emily ci indica desolata il loro appezzamento di terra, ora devastato.
La situazione di Betlemme è molto delicata in questo momento. Molte famiglie sono emigrate in altri paesi, spesso lasciano le loro proprietà in custodia a vicini, e tornano dopo un certo tempo per concludere i contratti di vendita. In queste condizioni le terre possono diventare ancor di più facile preda.
“Non comperate terra dai cristiani, fra un pò di tempo l’avremo tutta gratis”, così dicono in Betlemme, sapendo della debolezza della minoranza cristiana.
Questo è solo un piccolo squarcio su quanto avviene a danno di persone indifese.
Molti sono così disgustati da questa situazione che non possono pensare ad uno Stato Palestinese governato da gente così “ladra e corrotta”.
Betlemme, 2 dicembre 2007