Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


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mercoledì, 30 gennaio 2008

RICORDI

 

Oggi ricorre l’anniversario della morte di Gandhi, il “fachiro seminudo”, come l’aveva definito Churchill, che riuscì a sottrarre l’India all’impero britannico.
Non voglio parlare di lui, che personalmente considero uno dei due grandi uomini politici del secolo scorso: l’altro è Nelson Mandela, ma ne pubblico un ricordo che risale al giorno della sua morte. L’ho tratto dal solito prezioso sito web
www.ildialogo.org ed è scritto da don Primo Mazzolari, un parroco che conobbe le persecuzioni del Sant’Uffizio e del regime fascista, tanto che nel febbraio 1944 fu chiamato una prima volta in questura a Cremona per accertamenti. All’interrogatorio seguì in luglio un vero e proprio arresto da parte del Comando tedesco di Mantova. Liberato e richiesto di restare a disposizione, preferì passare alla clandestinità e così visse fino alla fine della guerra.
Durante gli anni che prepararono il concilio e durante i lavori del Concilio Vaticano II Mazzolari fu una lettura importante per molti di noi e personalmente mi sembra giusto, in questi tempi dove personaggi autoritativamente devastanti, che zampettano dal proprio ruolo a quello altrui pur di strappare consenso (se strumentale è non importa, quel che conta è partecipare al dominio), hanno ovunque capacità decisionali, mi sembra giusto ricordarlo insieme a Gandhi.
Di Gandhi è agevole trovare le opere, se qualcuno vuol conoscere gli scritti di Mazzolari può andare a
:  
www.ildialogo.org/donprimo   o anche a   www.padrebergamaschi.com/
augusta

 

A sessant’anni dalla morte   Gandhi, il Mansueto    di Primo Mazzolari

Ho conosciuto e voluto bene a Gandhi, non attraverso i giornali, ma attraverso il bene che gli porta va una mirabile suora francescana, che ebbe la fortuna di incontrarlo in India e di averlo ospite in Italia. Nella «grande anima» aveva trovato qualche cosa del Serafico. Poi, vennero anche per lui gli interminabili giorni dell’iracondia, e il mio bene per lui crebbe a dismisura, poiché la sua maniera di resistere al Maligno, pur umiliandomi nel confronto, mi rassicurava come cristiano.
L’umiliazione, quando è sincera, invece di chiudere il cuore, lo fa docile, e a scuola d’ognuno, anche dell’«ultima», anche dell’«infedele», anche dell’«incirconciso». Lo Spirito è come il vento, e soffia dove vuole e fa sorgere ovunque profeti o testimoni di quella Verità, la quale pur essendo costruita come una «Città», non ha mura né verso Oriente né verso Occidente. La Grazia, per strade che solo l’Amore conosce, arriva dove neanche arriva il nostro sogno che come ogni cosa nostra conosce il limite e la misura: (mentre lo Spirito è l’infinito ed è Carità anche più caritativa, se ci scontenta quando le vogliamo porre un limite.
Volevo bene a Gandhi perchè sentivo che il Mansueto l’aveva scelto per testimoniare di Lui, come aveva scelto Giovanni di Zebedeo, Francesco di Bernardone: per fare, più che per dire la Parola. Il Regno dei Cieli, appartiene a coloro che fanno: e se uno poi fa, senza aver visto, egli è ancora più beato, al par di colui che crede senza vedere. Dunque, anche lui è un discepolo ed è stato trattato come il Maestro. «Forse che il Discepolo è da più del Maestro? Come hanno trattato il Maestro sarà trattato il Discepolo». Gli uomini pagano alla pari «il legno verde e il legno secco».
Ci voleva questo sigillo, anche se nel dirlo il cuore mi trema. Se no, si sarebbe potuto pensare a un’incompiutezza del suo messaggio e della sua testimonianza. Una benevolenza o una accondiscendenza da parte degli uomini che non sono usi a sopportare la bontà, avrebbe diminuito la somiglianza e indotto a pensare che, in una cornice diversa, il Discepolo potrebbe anche essere tollerato.
Gandhi, al pari di un vero cristiano, ha creduto nella cosa più folle a darsi e più difficile a farsi: ha creduto nella Carità. «Et nos credidimus Charitati...». Gli stessi pagani hanno intravveduto l’irresistibilità dell’amore, e il loro assenso conferma l’accordo sostanziale tra la Verità che discende dal cielo e la Verità che sale dal cuore, che è un cielo capovolto. Fanno pure coro con noi tanti che stanno ai margini o fuori dalla cristianità. Poi, la fretta di vedere prima di chiudere gli occhi, ci fa dimenticare che l’Amore a guisa del seme, anche se cade in terra buona porta frutto con pazienza. Fare senza vedere, credere senza vedere è un assurdo: logico, ma condizione e prova della nostra fedeltà allo Spirito.
Gandhi ha saputo attendere, confermando la chiamata. Chi gli ha stroncato l’attesa, non gli ha portato via la fede, che venne confermata col sangue, «Fidem firmavit sanguine». Quando Gandhi viveva sotto gli Inglesi e stava tra i suoi e gli Inglesi, e non sempre la sua opera, riusciva gradita ai «signoni dell’Occidentee». Si pensava da qualcuno: un giorno verrà tolto di mezzo.
Gli inglesi sono freddi, scettici, educati, ma pur con molto riguardo, hanno fatto capire spesso che il Mahatma, il quale voleva l’indipendenza della sua terra e l’unità del suo popolo, li infastidiva. Però, non gli vollero mai male. Capivano che se era il solo indiano che poteva resistere all’Occidente, era anche il solo indiano che poteva resistere all’Oriente. Stava contro il male dei suoi e degli altri: capiva il torto degli inglesi e degli indiani: il bene e la ragione di entrambi. Per questo, gli Inglesi, che pur non sono gente di predica, sopportavano il Profeta che, invece di condannare, aiutava i suoi e gli altri a non farsi del male.
L’India ebbe per tanti anni il più strano ambasciatore presso la corte di S. Giacomo: e l’Inghilterra il suo più grande benefattore presso l’India. Impedire di fare il male a chi lo può fare senza dar conto a nessuno, è la più grande opera di misericordia. Non dico che l’impero inglese non abbia torti verso l’India; ma se non ci fosse stato Gandhi, l’Inghilterra avrebbe un conto più grosso. Per merito di Gandhi gli inglesi hanno oggi una coscienza meno onerata. Il loro spirito di potenza non li ha accecati, cosi da non avvertire la potenza dello Spirito, che parlava attraverso l’impotenza del Profeta.
Forono «i suoi che non l’h’anno ricevuto» (una nuova somiglianza del discepolo col Maestro) furono quei di casa sua, con i quali spartiva il pane e la sofferenza, non l’illusione di una India onnipotente, che gli si son levati contro, continuando gli Scribi e i Farisei. Quegli indiani, che vogliono soltanto un’india forte, sentivano che Gandhi non avrebbe mai potuto essere dei loro, e l’hanno tolto di mezzo, come un ingombro "Tolle eum". E l’hanno tolto di mezzo in quel modo che ha inorridito il mondo intero, almeno il mondo che non crede nella violenza. E anche quello che vi crede, da qualche giorno quando parla di lui, parla come se non ci credesse più. La spudoratezza del male, anche oggi, ha i suoi limiti, «Venne tra i suoi e i suoi non l’hanno ricevuto...».
L’imperialismo inglese ormai stanco, non ha capito interamente Gandhi, ma lo sopportava: il sorgente imperialismo indiano non poté sopportarlo. La novità ha fretta e levò l’ingombro. Chi insegnava voler bene e a perdonare, è contro quella falsa grandezza: la mina alle radici. E fu tolto di mezzo. Ora egli è un vinto. Il discepolo non può essere che un vinto, quando vive e quando muore. Però, il mondo ebbe un fremito all’annuncio della sua morte: Qualche cosa s’è spaccato, come a Gerusalemme in quel pomeriggio di Parasceve. Direi che il colpo è stato avvertito più di quanto si poteva immaginare. Poi è intervenuta la retorica e ora si fa fatica a distinguere chi parla col cuore e chi il cuore non ce l’ha. Vi dico che preferirei sentire parlare di Gandhi, della sua opera e della sua fine, secondo il sentimento e la regola morale di ognuno. Chi «è contro le nostre opere non può essere esaltato».
Questo presidio di sentimenti, c’impedisce di vedere come siamo ci umilia. Vorrei che i giornali dicessero di lui ciò che dicono tutti i giorni della, fede che è la sua fede, ciò che dicono sullo stesso foglio, in seconda, in terza, in quarta pagina. Il guadagno della sincerità! Lasciatemi dire che anche questa ipocrisia non è senza utile; prova che il bene è un’insegna di poco conto, ma costa ammainarla. Pacificare i suoi: far pace con gli altri, inglesi, maomettani. Si è messo di mezzo per fare l’unità. E veniva da una «parte» anche lui! E non l’ha rinnegata. Per congiungere gli uomini non è necessario rinnegare la Patria, la razza, la religione. Per fare la patria dell’uomo basta un grande cuore.
«Cosa succederà ora laggiù?». Quando uccidono un «grande della terra», c’è da temere: quando uccidono una «grande anima» non c’è nulla da temere. Il discepolo non può che ripetere la Parola: «Padre perdona loro che non sanno.».
30 gennaio 1948   

 

Nota:
 Ho pubblicato nei commenti del 27 gennaio il testo integrale dell’articolo di Tony Judt di cui avevo registrato alcuni brani nel corso del testo dello stesso giorno.  augusta

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rassegnastampa, diari di augusta

lunedì, 28 gennaio 2008

1984 n.3 – UNO CHE DOVEVA ESSERE ZITTITO

 

Riporto la lectio doctoralis di David Grossman, come l’ho ripresa da Repubblica.
Ne ho tagliato una parte perché è molto lunga. 
Il n. 1 di 1984 si trova in data 25 gennaio e il n. 2 in data 27 gennaio.
augusta


Da Repubblica on line (28 gennaio 2008)

David Grossman: "La memoria e la Shoah"

Uno dei suoi romanzi più intensi, Vedi alla voce amore, racconta la Shoah vista dagli occhi di un bambino figlio di sopravvissuti. David Grossman, uno dei massimi scrittori contemporanei, ha ricevuto dall'Università di Firenze domenica 27 gennaio, in occasione del Giorno della Memoria, la laurea honoris causa. Ecco parte del discorso che ha letto durante la cerimonia               di David Grossman


Sei milioni di ebrei morirono in Europa in un eccidio senza precedenti nella storia dell´umanità e dopo il quale l´umanità non fu più la stessa. Ecco alcuni interrogativi che la Giornata della memoria risveglia: esiste oggi un dibattito sulla Shoah in quanto avvenimento dal significato universale e non esclusivamente ebraico? Tale dibattito è significativo, e autentico, oppure, con l´andar degli anni, si è trasformato in una sorta di obbligo formale? E noi, rappresentanti di questa generazione, di tutti i popoli e le religioni, comprendiamo l´incisività e l´attualità degli interrogativi che la Shoah ci prospetta e la rilevanza che hanno ancora oggi, soprattutto oggi?

Queste domande concernono, peraltro, anche il nostro rapporto con gli stranieri, i diversi, i deboli di ogni nazione del globo; concernono l´indifferenza che il mondo mostra, di volta in volta, verso episodi di massacro in Ruanda, in Congo, in Kosovo, in Cecenia, nel Darfur; concernono la malvagità e la crudeltà del genere umano che nel periodo della Shoah si profilarono come concreta possibilità di comportamento. In che modo trovano espressione nella nostra vita e quale influenza hanno sulla conformazione e sulla condotta del genere umano? In altre parole: la memoria che serbiamo della Shoah può essere veramente una sorta di segnale d´avvertimento morale? E siamo noi in grado di trasformare i suoi insegnamenti in parte integrante della nostra vita? (...)

Mentre gli altri popoli possono, con relativa facilità, evitare di riflettere sulle conseguenze della Shoah - e dunque sfuggire a un dibattito profondo che le concerne - noi, in Israele, siamo condannati a dibatterle ripetutamente, a cadere talvolta nella trappola dell´angoscia esistenziale che la Shoah ha scavato in noi, a definire gli aspetti significativi della nostra vita nei termini categorici, estremi, che la Shoah ha lasciato impresso in noi. In un certo senso si può dire che il popolo ebraico, e di fatto quasi ogni ebreo, sia un colombo viaggiatore della Shoah, che lo voglia o no.


<Qui si inserisce la storia di Leib ed Ester Rochman che ho tagliato.
Chi volesse leggerla, come pubblicata da Repubblica, può andare a: http://firenze.repubblica.it/dettaglio/David-Grossman:-La-memoria-e-la-Shoah/1418143?ref=rephp
>


Ci sono altre milioni di storie come questa. Ogni persona morta, o sopravvissuta, è una vicenda a sé e tutte queste storie, in apparenza, si mantengono su un piano totalmente diverso da quello su cui sono dibattute oggi le grandi "questioni" relative alla Shoah, sempre che siano dibattute. Tali questioni vertono soprattutto sulla negazione della Shoah, sull´incremento del numero dei neo-nazisti in diverse nazioni e sul rafforzamento dell´antisemitismo nel mondo. Negli ultimi anni la discussione circa il diritto dei tedeschi di considerarsi vittime di quella guerra al pari di altri popoli, o addirittura di creare una simmetria - errata e inammissibile a mio parere - tra la loro sofferenza e quella degli ebrei durante la Shoah, si fa sempre più accesa.

Le vicende personali di Leib ed Ester Rochman, così come quelle di altri milioni di persone, si mantengono, come ho detto, su un piano diverso, ma senza di esse un dibattito sulla Shoah non sarebbe completo e sarebbe impossibile creare un legame emotivo tra le generazioni future e ciò che avvenne allora. Dirò di più: senza quelle storie personali il dibattito sulla Shoah potrebbe talvolta apparire un tentativo inconsapevole di difendersi dall´orrore palese. E, spingendoci oltre, si potrebbe ipotizzare che senza di esse il dibattito generico, di principio, si spegnerebbe lentamente.

Proprio le vicende individuali, private, sono il "luogo" più universale, la dimensione entro la quale è possibile creare il senso di identificazione umana e morale con le vittime che permette a chiunque di porsi ardui interrogativi: come mi sarei comportato io se fossi vissuto a quell´epoca, in quella realtà? Come mi sarei comportato se fossi stato una delle vittime, o un connazionale degli aguzzini? Ho l´impressione che fino a che non risponderemo a queste domande - ognuno per conto proprio - fino a che non ci sottoporremo a questo auto-interrogatorio, non potremo dire a noi stessi di aver affrontato pienamente ciò che avvenne laggiù. E se non lo faremo, dimenticheremo.

Più si assottiglia il numero dei sopravvissuti - e malgrado il lavoro di documentazione portato avanti da "Yad vaShem", il museo israeliano dedicato alla memoria delle vittime della Shoah, e, nell´ultimo decennio, dall´archivio Spielberg - più cresce l´importanza dell´arte quale possibile mezzo per affrontare questi interrogativi. La letteratura, la poesia, il teatro, la musica, il cinema, la pittura e la scultura sono i "luoghi" in cui l´individuo moderno può affrontare la Shoah e sperimentare le sensazioni e la particolare esperienza umana che la ricerca e il dibattito accademici solitamente non sono in grado di far rivivere.

Traduzione di Alessandra Shomroni   

 

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domenica, 27 gennaio 2008

1984 N.2

Mi sembra importante leggere l’intervista a Yehoshua. Ascoltare voci diverse e contrapposte per me è sempre stato un esercizio essenziale, ma dopo l’atmosfera di paura dei libri che ho testimoniato due giorni fa, la conclamata incapacità di considerare la sfera della cultura nella società civile come un fenomeno che non può dipendere meccanicamente dalla politica (e da una politica militarizzata dalla necessità di schierarsi!) l’altrui paura del libro mi ossessiona.
Così, anche se propongo l’intervista dello scrittore senza interruzioni o riassunti, non voglio togliermi la parola e ho scelto di mettere di mio le note a pie’ di pagina.                             augusta


Repubblica -27 gennaio 2008  

Dentro la Shoah  Intervista a Yehoshua 

di ENRICO FRANCESCHINI

GERUSALEMME - "Se Mosè potesse viaggiare nel tempo, vedere con i suoi occhi le scene dell'Olocausto e poi tornare alla propria epoca, cosa farebbe per evitare che i suoi discendenti scompaiano nei lager nazisti?" È uno spunto da romanzo di fantascienza quello che Abraham B. Yehoshua offre agli europei per il Giorno della Memoria. Da qualche anno il 27 gennaio è il giorno dedicato in quasi tutti i paesi europei Europa al ricordo della Shoah: lo sterminio di sei milioni di ebrei nei campi di concentramento del Terzo Reich. Un momento di riflessione, cordoglio, espiazione. Per Yehoshua, la ricorrenza è una tappa in più a disposizione dell'umanità per "provare a capire una tragedia che riguarda tutti, per cercare un vaccino contro questa follia collettiva, affinché non possa mai ripetersi". E alla fine della sua conversazione con Repubblica, il grande scrittore israeliano rivela cosa avrebbe potuto fare Mosè, di ritorno dal futuro, per cambiare il corso della storia.

Signor Yehoshua, cosa vuol dire oggi ricordare l'Olocausto?
"Vuol dire occuparsi di qualcosa che non tocca solo gli ebrei. Infatti non siamo solo noi ebrei che rivisitiamo la Shoah. In Europa, in America, in buona parte del mondo contemporaneo, gli studiosi e gli storici ma anche la gente comune provano e riprovano a capire cosa fosse quel patologico aspetto del nazismo che passa sotto il nome di "soluzione finale". E paradossalmente io trovo che, con il passare degli anni, più ci allontaniamo da quello che è avvenuto, più l'interesse verso l'Olocausto aumenta, anziché diminuire"
[1].
Perché?
"Perché non lo abbiamo ancora compreso fino in fondo
[2]. Prendiamo la prima guerra mondiale, o la seconda: il mondo se ne è occupato a lungo, poi le ha collocate nel proprio passato remoto, le ha per così dire risolte e archiviate, lasciando che soltanto gli specialisti continuino a frugare in quegli avvenimenti. Con l'Olocausto, invece, dopo quasi sessant'anni l'interesse non si è esaurito, ma cresce. Con l'Olocausto siamo davanti a qualcosa che turba e avvince anche popoli niente affatto coinvolti nello sterminio degli ebrei. Qualcosa di sconvolgente che continua a catturare l'interesse dell'umanità".

Il fascino perverso dell'orrore supremo?
"L'orrore per un progetto che fa accapponare la pelle: sterminare un intero popolo, cancellare una razza dalla faccia della terra. Il punto è: perché sterminarlo? Nella storia del mondo non mancano le guerre, i massacri, anche i tentativi di sterminio: solo che in genere si può individuare una ragione, non dico una giustificazione, ma una logica, per quanto spietata. Un popolo vuole sterminarne un altro per strappargli territorio, ricchezze, potere, per prevenire un attacco. Ma nella Shoah abbiamo visto un popolo, anzi più d'uno, perché i tedeschi hanno potuto contare sull'assistenza di vari alleati, che cerca di sterminare un altro popolo per nessuna delle ragioni sopra citate. Verrebbe da dire: per nessuna ragione. Per puro odio razziale, senza motivazioni razionali".

Dunque le motivazioni vanno cercate nell'irrazionale?
"L'Olocausto fece emergere quella che io chiamo "giudeofobia" [3], una sorta di irrazionale paura degli ebrei, una paura che genera fanatica avversione e perfino paranoia. Al punto che Hitler, chiuso nel bunker di Berlino durante gli ultimi giorni della guerra, confidava ai suoi collaboratori di essere stato sconfitto dalle forze occulte del "giudaismo internazionale", non dall'America e dall'Unione Sovietica".

Da dove viene questo odio paranoico?
"Affonda le radici in secoli di razzismo, intolleranza, discriminazione, accompagnate da frequenti sussulti di violenza, che hanno avuto nella Shoah la loro esplosione culminante. Due millenni e più di antisemitismo, un odio per gli ebrei che si è diffuso attraverso i veicoli più svariati: la chiesa cristiana, il comunismo, e oggi buona parte dell'Islam".

L'antisemitismo è tornato a farsi sentire anche in Europa.
"Non è mai scomparso del tutto. L'Europa ha bisogno di vincere i suoi sensi di colpa. Ha interpretato a lungo il sionismo come una nuova forma di colonialismo, per cui accusa Israele di fare, con l'occupazione dei territori palestinesi, quello che le potenze europee fecero in Africa e in Asia nel secolo scorso. Ma il sionismo non era colonialismo: gli ebrei non sono tornati nella Terra Promessa per colonizzare gli arabi, né per dominarli, anche se nel loro ritorno ci sono aspetti tutt'altro che da assolvere
[4]. Inoltre l'Europa si sente responsabile per quello che è accaduto ai palestinesi. Gli ebrei sono fuggiti dall'Europa e hanno fondato il loro stato in Israele dopo la tragedia dell'Olocausto, perpetrato da tedeschi ed europei: ma il prezzo è stato pagato dai palestinesi. Ebbene, poiché gli ebrei accusano gli europei per la Shoah, ora molti europei possono accusare Israele per l'oppressione dei palestinesi. E concludere che in fondo gli ebrei non sono migliori o diversi da loro".

Non c'è il rischio che qualunque critica della politica di Israele verso i palestinesi possa essere tacciata di antisemitismo?
"I primi a criticare la politica di Israele verso i palestinesi, e nel modo più aspro, sono molti israeliani, me compreso. Dunque non solo si può, si deve criticare Israele. Ma a mio parere l'Europa dovrebbe criticare di più anche Arafat e l'Autorità palestinese per gli errori enormi che hanno commesso, per l'uso della violenza e del terrorismo, per le opportunità mancate".

Secondo lei l'Europa è fondamentalmente anti-israeliana?
"Certamente non lo fu in passato. C'era grande simpatia e solidarietà verso di noi nei primi anni di vita del nostro Stato. I giovani europei venivano a lavorare come volontari nei kibbutz. Allora Israele destava profondo entusiasmo".

L'umore è mutato dopo la guerra dei Sei Giorni del '67, o meglio con l'occupazione di Cisgiordania e Gaza?
"Trent'anni e passa di occupazione hanno rappresentato un danno enorme per Israele. E ancora più dell'occupazione, ci hanno danneggiato le colonie ebraiche, i nostri insediamenti nei Territori occupati. Non sono serviti a nulla, sono moralmente ripugnanti, rappresentano un disastro".

In Israele l'Olocausto viene celebrato in primavera, con una cerimonia toccante: due minuti di silenzio in cui l'intero paese si ferma sull'attenti. Cosa suggerisce agli europei che il 27 gennaio vorranno ricordare e riflettere?
"Ricordare serve a cercare un vaccino che impedisca all'umanità di ripiombare in quella follia collettiva che è stata la Shoah. Chiedersi come evitare che una tragedia simile possa ripetersi. Sa, a volte io immagino di convocare in una stanza, con un tocco di bacchetta magica, tutti i grandi saggi dell'ebraismo del passato, da Mosè in poi, e di proiettare su una parete un documentario sull'Olocausto: i treni piombati, i lager, i camini, i mucchi di cadaveri... Poi, riaccesa la luce, direi a ciascuno: vai, torna nella tua epoca, fai tutto quello che puoi per cambiare la storia, per impedire che si avveri ciò che hai visto".

Il passato si può cambiare solo al cinema...
"O in un romanzo. Ma è un esercizio utile. Ecco, immagino che Mosè, tornato tra gli ebrei del suo tempo, faccia in modo di essere sepolto nella Terra Promessa. Come è noto, Mosè riuscì soltanto a intravedere da lontano questa nostra terra, nessuno sa dove fu sepolto. Bene, immaginiamo che ordini ai suoi fidi: "Prendete il mio corpo e portatelo in Israele, costruitemi come tomba un'immensa piramide, fate sì che il mio popolo rimanga sempre vicino a essa". Chissà, forse così gli ebrei non avrebbero lasciato Israele, non si sarebbero dispersi per il mondo, non ci sarebbe stata la diaspora. E nemmeno l'Olocausto. Nella prima metà del Novecento, i padri del sionismo, Herzl incluso, ammonivano: in Europa si prepara una grande catastrofe per gli ebrei. E un brutto giorno la catastrofe è arrivata".



[1] E’ vero. Forse lo è per tante ragioni. La prima è l’uso spesso abnorme che si fa degli effetti della Shoà per “giustificare” la politica israeliana nei confronti dei palestinesi. Se ne parla e così qualcuno si chiede: ma cos’era?  La seconda è il senso di colpa irrisolto degli europei e degli occidentali in genere che hanno concesso che la Shoà avvenisse sotto i loro occhi e che forse vissero come una liberazione l’esodo degli ebrei nel loro nuovo stato. Oggi su il Sole 24 ore c'é un interessante articolo di Tony Judt (La vera lezione di Auschwitz))di cui ricopio un passaggio, riservandomi di pubblicarlo integralmente se riuscirò ad averne il testo scaricato da Internet: “Dopo il 1945 la generazione dei nostri genitori accantonò il problema del male perché –per loro- aveva troppo significato. La generazione che verrà dopo di noi corre il pericolo di accantonare il problema perché ora contiene troppo poco significato. Come si può impedire che ciò avvenga?”
Tento una mia risposta (parziale): non con i proclami e le manifestazioni in cui la presenza in piazza sostituisce l’esercizio della mente e l’impegno etico (quella lasciamola ai cardinali e al papa che se ne compiacciono) ma con la conoscenza e con la conoscenza di ciò che avvenne da noi, prima di rivolgere lo sguardo altrove. Io comincerei a discutere di Shoà partendo dalle leggi razziali italiane e
paragonandovi le scempiaggini dell’oggi quando confliggono con i diritti umani. Bisogna vincere il buon senso che ci giustifica perché nel trascorrere del tempo si è creato le argomentazioni per farlo.

 

[2] Ed evitiamo di incolpare i giovani. Gliene hanno parlato a scuola? Come?
E’ stato approfondito con loro, ad esempio, il significato del bullismo o è bastata un’alzata di spalle? Quanta violenza precoce viene tollerata dagli adulti, soprattutto se esercitata dai forti nei confronti dei debili?
Lo scorso anno (si veda il mio diario del 24 gennaio 2007) il presidente dello Yad Vashem ha ricordato proprio le molestie che subivano in Europa prima della Shoà i bambini ebrei. Perché coloro che vogliono provvedere al boicottaggio contro la fiera del libro non hanno proposto di invitare questo autorevole vecchio signore?

 

[3]  Quante fobie dello stesso tipo stiamo preparando?
Ancora un passo dall’articolo che ho citato sopra: “Facciamo un piccolo esercizio. Vi sentireste al sicuro, accettati e benvoluti, negli Stati Uniti, oggi, se foste un mussulmano o un immigrato clandestino? E se foste un 'Paki' in certe zone dell’Inghilterra? O un marocchino in Olanda? Un nero in Svizzera? Uno stranieri in Danimarca? Un rumeno in Italia? Uno zingaro ovunque in Europa?"

[4] Però sono andati in Palestina convinti che fosse “una terra senza popolo”.

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venerdì, 25 gennaio 2008

 

N.1 - UN  1984 TUTTO “NOSTRO”

 

Il 22 gennaio ho ricevuto un messaggio via e-mail. Ne riporto il testo a seguito dell’articolo di Valentino Parlato, di cui condivido pienamente i contenuti.
Non commento da me perché tanta è la tristissima indignazione che provo per il pensiero di questi amanti dei propri muscoli più che dei popoli vittime di soprusi e della pace, che mi nego una parola che non vorrei debordante.                         augusta

 

Un boicottaggio sbagliato  Valentino Parlato   
(da Il Manifesto 24 gennaio pg.1)

 

La Fiera internazionale del libro di Torino avrà il suo svolgimento dall'8 al 12 maggio, ma già sta scatenando discussioni e polemiche, che hanno investito anche il nostro, tenace e tollerante, collettivo. La fiera si apre nel 60° anniversario della fondazione dello stato di Israele e quindi, inevitabilmente, si riapre la questione palestinese. Dopo la seconda guerra mondiale e il massacro degli ebrei, riconoscere agli ebrei il diritto ad avere un territorio e uno stato era obbligatorio. Anche Stalin fu a favore della costruzione dello stato di Israele, contraria - e non è affatto secondario - fu l'Inghilterra la quale - è una mia memoria personale - per sostenere che il mondo arabo non avrebbe accettato uno stato ebraico favorì grandi manifestazioni di opposizione, e a Tripoli (dove allora abitavo) un sanguinoso pogrom antiebraico nella complice indifferenza delle autorità militari britanniche.
La polemica che si è aperta oggi, è sul boicottaggio di questa Fiera del Libro, che dà a Israele un posto d'onore con il rischio di una legittimazione letteraria della sua politica. Dico subito che non ho nessuna posizione di principio contro il boicottaggio, contro i bianchi razzisti sudafricani era più che giusto. C'è boicottaggio e boicottaggio e, quindi, sono del tutto contrario al boicottaggio di questa fiera del libro (il libro va sempre rispettato) e contro lo stato di Israele. Gli israeliani - che sono sempre ebrei - per quanti torti abbiano nei confronti del popolo palestinese non sono in alcun modo paragonabili ai razzisti sudafricani e poi - un poi che non possiamo dimenticare e sul quale noi europei e quelli di noi che si dichiarano cristiani e cattolici - c'è la storica persecuzione del popolo ebraico, ci sono i ghetti e i campi di sterminio. E qui mi torna buono ricordare quel che mi disse in un'intervista al manifesto il Rabbino capo di Roma. Nel ghetto di Varsavia l'ultimo canto che gli ebrei intonarono fu l'Internazionale. Poi furono massacrati dai tedeschi.
Quindi profittiamo di questa Fiera internazionale del libro di Torino per discutere, per criticare la politica dello stato di Israele, per difendere i diritti dei palestinesi, che in questi territori sembrano diventati i nuovi ebrei. Discutiamo, scontriamoci, ma mandiamo al diavolo il boicottaggio. Non solo perché gli israeliani sono ebrei e non afrikaner, ma anche perché il boicottaggio è muto. È un no senza argomenti. A Torino ci saranno scrittori ebrei di grande levatura e con loro dobbiamo discutere, ragionare, polemizzare, difendere i diritti del popolo palestinese. Mi rendo conto delle paure ancestrali della gente di Israele. Mi rendo conto della loro paura - me lo disse un bravo ambasciatore di Israele a Roma - di essere i nuovi crociati. Credo di capire, ma Israele deve essere più ebrea con i palestinesi. Li deve sentire parenti stretti. Ma proprio per tutto questo il boicottaggio serve solo a fare il danno dei palestinesi e degli israeliani.    

valentino parlato

 


“Perché il mondo permette ad Israele di fare quello che fa?”
Polemiche e boicottaggio sulla prossima Fiera del Libro di Torino  di Sergio Cararo*


L’edizione 2008 della Fiera del libro di Torino sarà dedicata ad   Israele. Questa è la decisione presa dal consiglio di amministrazione dell’evento in programma per la metà di maggio.
La decisione ha suscitato prima preoccupazioni e poi la messa in campo di iniziative di controinformazione e boicottaggio da parte di diverse associazioni di solidarietà con il popolo palestinese (Forum Palestina, International Solidarity Movement, UDAP etc.)
In discussione – ovviamente – non è la Fiera del Libro nè la presenza di scrittori e autori israeliani. Tenendo conto che gli attivisti e gli intellettuali solidali con i diritti storici dei   palestinesi appartengono a quella ristretta “nicchia sociale” di frequentatori di librerie e lettori di libri, difficilmente possono essere accusati di prevenzione ed ostilità verso la più importante – anche se appare sempre più ipotecata dal marketing che dalla qualità delle proposte editoriali – manifestazione italiana del settore.
 A essere contestata è la decisione di dedicare questa edizione ad uno stato come Israele in occasione dei sessanta anni dalla sua nascita, cioè di un evento che nessuno può omettere nelle sue ricadute concrete sui diritti dei palestinesi che la definiscono appunto come Nakba (la catastrofe). Ma non è questa l'unica ragione di "inopportunità". Occorre infatti tenere conto anche di un contesto odierno in cui la politica di oppressione coloniale, di discriminazione razziale e di “politicidio” (per usare le parole di Kemmerling) contro i palestinesi è diventata ancora più spietata e “normale” di quanto lo fosse anni fa.
Il quotidiano stillicidio di palestinesi ammazzati dai soldati, dagli aerei o dai droni israeliani a Gaza dovrebbe già di per sè far riflettere e indignare. Solo la sistematica subalternità delle agenzie di stampa ai bollettini ufficiali delle forze armate israeliane riesce a trasformare in “terroristi” pastori palestinesi o coppie di fidanzati uccisi perchè si sono avvicinati troppo al confine israeliano o bombardati nelle loro case. Il progetto di strangolamento e annientamento militare, economico, umano dei palestinesi di Gaza da parte delle autorità israeliane è evidente e non si può accettare alcuna impossibile simmetria con il lancio dei rudimentali razzi palestinesi che producono più rumore che danni. Non esiste e non può esistere nessun paragone al riguardo, i fatti non lo consentono. Ma il silenzio e la complicità politica ed intellettuale consente queste ed altre aberrazioni.

In Cisgiordania – ad esempio – mentre tutte le diplomazie e i mass media si sforzano di presentare una situazione tranquilla e normale dovuta alle buone relazioni e ai negoziati tra l’ANP e il governo israeliano, la cronaca ci regala ogni giorno notizie di arresti, soprusi, raid israeliani contro le città palestinesi.
Sulla base di quale presupposto la comunità internazionale dovrebbe accettare questa “normalità”?
Dedicare la Fiera del Libro ad Israele nel 2008 significa legittimare uno stato di cose inaccettabile da ogni punto di vista, ma soprattutto significa accettare il tentativo di rendere Israele uno stato “normale” mentre non lo è e difficilmente appare in grado di diventarlo, ostaggio com’è dei circoli sionisti e oltranzisti che ne determinano le scelte strategiche e il rapporto verso i palestinesi e il resto dei paesi circostanti.
 A maggio dunque la Fiera del Libro di Torino dovrà fare i conti con una iniziativa di contestazione forte e dispiegata a tutti i livelli. Dalle pressioni sul marketing al boicottaggio delle case editrici che accetteranno di esporre alla fiera senza prendere una posizione decente sulla inopportunità di dedicarla ad Israele, dall’allestimento di un contro-salone del libro alternativo a quello ufficiale a manifestazioni all’interno e all’esterno del   padiglione della Fiera.
Da qualche parte la coscienza civile ed internazionalista di questo paese dovrà pure cominciare a darsi e a fare coraggio a tutti coloro per i quali vale la domanda con cui lo storico israeliano Ilan Pappe concluse una sua conferenza a Tokio nel marzo 2007:“Perché il mondo permette ad Israele di fare quello che   fa?”.
* (co-fondatore del Forum Palestina)

 N.B. Da richiesta della redazione, il presente articolo uscirà sul   settimanale "La Rinascita della sinistra" della prossima settimana.

 

 

 

 


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rassegnastampa, diari di augusta

martedì, 22 gennaio 2008

Ringrazio Augusta per lo spazio offerto che mai come in questo momento si dimostra così prezioso, poiché può essere usato per comunicare ciò che nella stampa europea è pressoché taciuto. Per chi non si ricorda di me, sono Omar, vengo dal cosiddetto Medio Oriente.

 

Popolo di Gaza, tenete duro!!!

 

La striscia di Gaza, fino a qualche giorno fa, era un esteso carcere a cielo aperto di 378 km2, contenente un milione e mezzo di carcerati, dei quali la metà ha meno di 16 anni. Ora, dopo che Ehud Olmert, primo ministro israeliano, ha ordinato il blocco di tutte le frontiere, non lasciando passare nè carburante, né medicinali, né, ovviamente, viveri, la striscia è diventata un grande forno di gran lunga peggiore dei forni usati dai nazisti. Se chiedete ad uno di Gaza com’è la situazione attuale, egli risponderebbe che la morte è più misericordiosa della sofferenza provata in questi giorni a Gaza, poiché vedere tuo figlio morire davanti ai tuoi occhi senza che tu possa reagire è più doloroso della morte. Qui manca l’elettricità, mancano i farmaci, le sale operatorie sono inagibili. Quel che non manca è solo la morte. Ci sono più di quattrocento feriti che avrebbero bisogno di cure, di cui la metà sono bambini, lasciati all’aria aperta, al freddo di gennaio, con una scarsa speranza di essere salvati. Le celle frigorifere delle stanze mortuarie non funzionano…e come potrebbero, senza elettricità.

            Cinquanta sono le vittime dopo il bombardamento israeliano degli ultimi tre giorni. Olmert, il suo amico Bush e alcuni arabi sostengono apertamente che i bombardamenti andranno avanti, così come il blocco di Gaza. E questo paese, Israele, dovrebbe essere l’unica rappresentanza di democrazia nel Medio Oriente, il paese che rappresenta la civiltà occidentale nella regione, il paese fondato con il pretesto di salvare gli ebrei dalla morte e dal pregiudizio, e per alleggerirsi dalle colpe commesse dall’Europa nella prima metà del secolo scorso; questo stato sta facendo subire qualcosa di paragonabile alla shoah, poiché morire di fame e di freddo sotto i bombardamenti israeliani costretti in una striscia di terra non è diverso e forse è peggio di morire in camere a gas.

Il mondo occidentale ipocrita si impegna quasi quotidianamente per la causa del Darfur; ha invaso l’Iraq, lo ha occupato e ha ucciso un milione di iracheni sotto lo slogan di liberarli; ha fondato uno stato per il popolo di Timor est. Lo stesso mondo occidentale, però, si toglie da ogni responsabilità, non muove un dito, non alza una mano e non prende in mano una penna contro le macellazioni e le barbarie nei confronti del popolo palestinese, poiché Israele è sopra della legge e può fare tutto ciò che vuole: uccidere, distruggere, lasciar morire di fame, bloccare spietatamente senza preoccuparsi di un freno dall’esterno che tanto non giunge.

Forse, prima di colpevolizzare il resto del mondo, bisogna dare la colpa agli arabi: i paesi arabi appoggiano, infatti, tutto ciò con il loro complice silenzio, non fanno altro che condannare la situazione debolmente e in maniera dimessa, per non far arrabbiare né Israele né gli Stati Uniti. Perché il presidente egiziano Hosni Mubarak non apre il confine di Rafah di fronte ai feriti e ai bisognosi? Se non vuole permettere l’uscita dei palestinesi come vuole Israele, perché non lascia almeno entrare aiuti umanitari? Lui ha senz’altro la sua parte di responsabilità, se non legale, almeno morale. Nel momento in cui la striscia di Gaza è stata occupata, questa apparteneva all’amministrazione egiziana e gli scolari di Gaza studiavano nei libri di testo egiziani la storia dei faraoni. Mubarak ha paura di essere accusato di violare la legge internazionale? Non fare arrabbiare Israele è per lui più importante della rabbia di milioni di egiziani che condividono il dolore dei loro fratelli a Gaza?

Tutti i paesi europei hanno tenuto un atteggiamento esemplare e positivo riguardo alle infermiere bulgare arrestate in Libia. Tutta Europa si è avvicinata alla Bulgaria e tutti hanno normalizzato i loro rapporti diplomatici con la Libia solo dopo che quest’ultima ha rilasciato le cinque infermiere.

Tutti i paesi africani si sono avvicinati a Nelson Mandela durante la sua guerra giusta contro l’Apartheid, perché gli arabi non si avvicinano al popolo di Gaza? No, hanno scelto invece di accogliere Bush donandogli medaglie d’oro e festeggiando con danze orientali, firmando contratti di armi da decine di miliardi di dollari. Ci viene da chiedere, perché questi stessi non hanno chiamato Bush per chiedergli di far sì che gli israeliani fermino questa catastrofe umana in un piccolo territorio come quello di Gaza. Perché Mahmoud Abbas, il presidente palestinese, non lascia Ramallah e non va a disturbare la coscienza sporca del mondo arabo e non fa sentire la sua voce a livello internazionale? Perché non esce dalla sua villa e non va a Gaza a dimostrare solidarietà, perché non dedica un po’ del suo tempo per porre fine alla divisione tra il popolo palestinese e per ritrovare un’unità che potrebbe forse salvare almeno qualche vita umana?

Il popolo palestinese tiene duro contro il blocco e la fame e affronta la morte con coraggio e fede, nonostante tutti gli ostacoli posti da governi amici che spendono miliardi per armi con il fine non di affrontare i nemici, bensì di salvare l’economia americana e francese e offrire posti di lavoro nelle industrie belliche occidentali. La resistenza di questo popolo disturba gli israeliani dimostrando a tutto il mondo l’orribile immagine della politica israeliana con il suo carattere sanguinario.

Ciò che fa Olmert insieme al suo ministro della difesa Barak indica la depressione e la sconfitta all’interno della politica israeliana e non il loro potere. Non hanno vinto nella loro ultima guerra contro il Libano, non sanno come trattare con le resistenze nel libano e in Palestina, non sanno cosa decidere per l’Iran. Non sono riusciti a imporre la normalizzazione con i paesi arabi ad Annapolis. Non è esagerato concludere che, nonostante l’assenza di corrente, gli abitanti di Gaza vivono con la luce dalla loro parte, mentre i loro oppressori, dalla politica israeliana fino ai paesi del golfo, vivono nell’oscurità delle loro anime.

Omar

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bambini, israele palestina, guerra conflitti e violenze, omar

ORE  UNDICI

Piccola, sconsolata, mattutina (ma non troppo) riflessione ad uso autoreferenziale.
Mentre sento che Prodi ha deciso di chiedere la fiducia, leggo dal testo del card. Angelo Bagnasco (presidente della CEI -Conferenza Episcopale Italiana) nel corso di un recente discorso ufficiale (
Consiglio permanente Roma, 21-24 gennaio 2008 Prolusione del cardinale presidente):Come non valutare benefica la discussione che, nel nostro Paese, si è aperta nel corso delle ultime settimane, e come non essere grati a chi per primo, da parte laica, ha dato evidenza pubblica alla contraddizione tra la moratoria che c’è e quella che fatichiamo tanto a riconoscere?”
Nessun vescovo, arcivescovo ecc. ecc. l’ha fischiato.(quale che sia la forma del fischio ammessa in tanto ingessata assemblea) … quindi tutti amici di Giuliano Ferrara, se non convinti, silenti.
Verrebbe da dire contenti loro, ma –collegando questa considerazione alla sfiducia che Prodi riceverà (penso sia inevitabile)- è facile prevedere che il danno sarà collettivo e supererà la pretestuosa distinzione fra credenti e non credenti, così “attuale” per creare un ordine di valori ad usum Berlusconi, Bossi & compagnia.
Altra contemporanea sciocchezza che aggiungerà danno a danno: .
”Alla fine dal Cairo è arrivato il "no". Dopo una giornata d’intensi contatti, scambi di discorsi e accordi sulla composizione delle rispettive delegazioni, la visita dei musulmani alla sinagoga di Roma prevista per domani è saltata. E così per ora il tempio ebraico non potrà accogliere l'imam della più grande moschea d'Europa”.
Avevamo bisogno di un’altra censura finalizzata a bloccare un tentativo di dialogo!
Se le elezioni incombono omaggiare il papa fa bene: porterà voti e forse ci sono personaggi –nella chiesa cattolica e nel mondo politico- che lo desiderano e ci contano.
Non ci si impegna ad orientare un processo ai livelli presunti “alti” e “bassi”, se non se ne vuol trarre un vantaggio.
Chi vuole un esempio di questi ultimi, può andare al mio blog in data 20 gennaio, e passare ai commenti. Il terzo -firmato Renata- contiene la parola "fumante" in grassetto. Clic su fumante, emerge un passo letto a Radio Maria, al cui sito non rimando direttamente alcuno perché, per visitarlo, occorre iscriversi e non lo ritengo un suggerimento opportuno.
Temo che tutta una “educazione”, curata negli ultimi anni, abbia reso molti sensibili all’esoterismo e quindi disposti a prendere la distanza da “satanici e satanisti”.

augusta

 

Codicillo
Due giorni fa ho pubblicato l’appello che chiede il riconoscimento dei crimini compiuti durante la Shoà da italiani contro italiani ebrei, non solo in Italia, ma anche nelle allora colonie.

Aggiungo le date in cui mi sono occupata nel mio diario di Pio XII
28 giugno 2005

18 giugno 2006

13 aprile 2007

15 aprile 2007

24 aprile 2007

 

Conclusione
Avevo scritto il 18 gennaio: “Bisogna che la smetta di scrivere ciò che penso degli eventi in corso, almeno di quelli che più solleticano la mia attenzione perché altrimenti non inizierò più il racconto del viaggio organizzato da Confronti dal 27 dicembre scorso al 4 gennaio 2008 e soprattutto non riprenderò il diario (viaggio Biblia dello scorso giugno) armeno che ho vigliaccamente abbandonato ma non dimenticato..
Quindi diari … e freno al disgusto che provo per quel che sta succedendo e che sentirei il bisogno d’esternare”
Non riesco a frenarmi.                                                    augusta

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rassegnastampa, diari di augusta

domenica, 20 gennaio 2008

ORE SETTE

Piccola, sconsolata, mattutina scommessa con me stessa.
Non so più quale cardinale abbia convocato un’adunata di piazza a scopo consolazione del papa. Contemporaneamente parecchi rettori lo invitano nelle università (il che mi sembra irrispettoso: non è un cagnolino bisognoso di cuccia calda.). L’adunata di piazza riuscirà. Prove generali di elezioni se non prossime (ma temo di sì) venture. Se è andato bene lo svilimento del referendum realizzato dal card. Ruini nel 2005, andrà bene anche intervenire in fase elettorale (e non occorrerà nemmeno ricorrere a formule oblique: ormai molti italiani obbediscono a ordini diretti, non più considerati impudichi).
La piaggeria ossequiosa, che sembra essere un’abitudine diffusa a partire da “alti” livelli, si farà più forte.
Se le elezioni incombono omaggiare il papa fa bene: porterà voti.


TARDO POMERIGGIO

Ricevo da Donatella Picciau, compagna di viaggio in Israele e Palestina

 

Chi fosse d'accordo è pregato di sottoscrivere comunicandolo a: Giovanni Gozzini (gozzini@unisi.it) oppure Brunello Mantelli (brunello.mantelli@unito.it) e di far circolare il più possibile questo testo.       BM

APPELLO

A Gerusalemme nel museo di Yad Vashem compare un pannello dedicato all’estensione delle misure antisemite tra gli alleati della Germania nazista. Il passo dedicato all’Italia attualmente suona così: «in Italy racial laws were decreed, but owing to traditional tolerance, were only applied loosely». Gli storici italiani che sottoscrivono questo appello credono che tale formulazione non rispecchi l’avanzamento delle conoscenze in materia e risulti fortemente sottostimato rispetto a quanto oggi sappiamo. In Libia nel 1930-1933, in Etiopia nel 1935-1941, nelle regioni balcaniche occupate durante la seconda guerra mondiale nel 1940-1943, le forze armate italiane agli ordini del governo fascista si resero colpevoli di misure di deportazione, concentramento e persecuzione ai danni delle popolazioni civili. Il 40% degli ebrei italiani deportati verso i lager nazisti venne arrestato soltanto da militi della repubblica fascista di Salò, senza neppure la collaborazione dei tedeschi. È necessario che questi dati di fatto, ormai largamente documentati, entrino a far parte della memoria pubblica internazionale riequilibrando vecchi e superficiali luoghi comuni sulla «traditional tolerance» e sugli «italiani brava gente». Se il museo di Yad Vashem accettasse questa proposta di integrazione darebbe un importante segnale in questa direzione, confermando il proprio ruolo di fondamentale punto di riferimento mondiale per lo studio della Shoah.

Marcello Flores, Università di Siena
Giovanni Gozzini, Università di Siena
Nicola Labanca, Università di Siena
Brunello Mantelli, Università di Torino
Mariuccia Salvati, Università di Bologna



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diari di augusta

venerdì, 18 gennaio 2008

Bisogna che la smetta di scrivere ciò che penso degli eventi in corso, almeno di quelli che più solleticano la mia attenzione perché altrimenti non inizierò più il racconto del viaggio organizzato da Confronti dal 27 dicembre scorso al 4 gennaio 2008 e soprattutto non riprenderò il diario (viaggio Biblia dello scorso giugno) armeno che ho vigliaccamente abbandonato ma non dimenticato..
Quindi diari e freno al disgusto che provo per quel che sta succedendo e che sentirei il bisogno d’esternare.

Il mio diario del recente viaggio sarà diverso da altri: non tanto una narrazione, quanto la focalizzazione di qualche aspetto che mi ha particolarmente colpito.


Israele – Palestina -  Viaggio Confronti 2007-2008

Prima puntata – 27 dicembre

Arrivo a Tel Aviv, via Zurigo; il 27 dicembre e trasporto immediato al kibbutz religioso di Sde Eliyahu, nel nord di Israele.
Chi volesse saperne di più troverà ogni informazioni nel sito web
www.seliyahu.org.il, che riporta esattamente ciò che ci ha detto Mario Levi, accogliendoci nella sua lingua italiana che ancora non ha perso un  -e nemmeno tanto lieve- accento triestino. Il signor Levi è approdato in Palestina fuggendo all’Italia delle leggi razziali ed è entusiasta della sua ininterrotta esperienza.
In autobus mi permetto di ricordare ai miei amici i testi delle sorelle Cardosi,
[1] che testimoniano la vita di una famiglia non distrutta fino alla sua scomparsa, ma devastata da quelle leggi che costituiscono lo sfondo di un orrore che non mi è sembrato essere adeguatamente testimoniato dalle parole del signor Levi, pago e appagato dall’essere un kibbuzim, tanto da sembrare pacificato con il suo terribile passato.
E non credo sia un’immagine opportuna da trasmettere all’Italia d’oggi dove il razzismo, a mio parere, avanza in tante, variabili forme, morbide, digeribili, quasi legalitarie, che adattano la cultura del rifiuto al nemico del momento (ultimi i bambini, figli d’immigrati irregolari, colpevoli di essere e non di aver commesso crimini, di cui ho scritto l’11 e il 14 gennaio).
La memoria nel racconto del signor Levi è un tributo alla laboriosità intelligente e all’impegno dei kibuzzim-coloni di
Sde Eliyahu, che hanno fatto di una terra paludosa e deserta un’oasi piacevole e produttiva.
Lui, anziano, esalta la sua vita nel kibbutz, dove gli anziani –fruendo come ogni altro dei servizi collettivi- conducono un’esistenza appagante perché l’età non li emargina. Io mi chiedo (in silenzio, non voglio fare la rompiscatole) se quell’esistenza sia altrettanto appagante per i giovani, per gli adolescenti che nel momento forte di scelte esistenziali si trovano inseriti in una società dove il cammino possibile è uno e uno solo
[2].
C’è però una frase di Mario Levi che mi ronza nella testa e che non riesco a digerire. Ha affermato che là, dove lui oggi vive, un tempo c’erano solo beduini “che poi sono improvvisamente e misteriosamente scomparsi”.
Non capisco se il nostro interlocutore non sappia (o finga di non sapere: non so controllare il sospetto) che i beduiti sono (e, per lo stato di Israele, è forse meglio dire erano) popolazioni dedite alla pastorizia e fatalmente al nomadismo, dettato dalla necessità di trovare cibo per i loro animali.
E’ chiaro che, quando il cibo finì senza speranza di rinnovo stagionale, non restò loro che andarsene. Il dissodamento delle paludi e ciò che ne conseguiva, non era probabilmente compatibile con la loro tradizionale economia.
Anche l’Europa, quando le esigenze della moderna agricoltura si fecero incombenti, conobbe situazioni di povertà estrema. per la popolazione che viveva di raccolta e allevamento, approfittando dei terreni incolti per un consolidato sistema di rotazione delle aree coltivabili, accessibili inizialmente senza steccati.
Non sarebbe stato il caso che i primi “coloni” conoscessero un po’ meglio i loro vicini?  Forse no, forse sarebbe stato inutile, forse non ho capito, ma mi piacerebbe saperne di più perché il dubbio non se ne va.



[1] Per i riferimenti alle sorelle Cardosi si veda 3 maggio 2007.
   Non voglio, però dimenticare il museo Yad Layeled che si trova all’interno del Kibbutz
Lokhamei ha-Geta'ot, di cui sono reperibili informazioni nei siti web.
http://www.gfh.org.il/Eng/Index.asp?CategoryID=95

http://www.judaicultures.info/MUSEE-BEIT-LOHAMEI-HAGHETAOT-YAD.html ... e in molti altri

Ne ho scritto anch’io il 5 aprile 2005
E’ un museo che cerca di spiegare ai bambini la storia del ghetto e della shoà.
Chi volesse visitare – anche virtualmente- lo Yad Layeled troverà informazioni su quella straordinaria figura di educatore che fu
Janusz Korczak
, morto con i “suoi” bambini a Terezin. Chissà se la conoscenza del suo lavoro potrebbe essere utile alla sindaca di Milano e a coloro che ne giustificano l’agire?

[2]   Così recita la presentazione del kibbutz nella prima pagina del sito web: “Kibbutz Sde Eliyahu is situated in the fertile Beit Shean valley close to the Sea of Galilee. It is home to 300 members and an equal number of children, and combines an Orthodox Religious Jewish way of life with the principles of kibbutz life and a devotion to the land and people of Israel”.

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martedì, 15 gennaio 2008

Poiché si tratta della prima uscita di questa rubrica nel nuovo anno ho inserito un raffronto con la prima rubrica del 2007, espresso nella cifra preceduta dal segno +
augusta

 

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale  11  /  17  gennaio 2008  n. 726 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 9 gennaio 2008
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        4.910    (+ 409)        
Israeliani