Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Blogger: AUG
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Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


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mercoledì, 20 febbraio 2008

NON NE POSSO PIU'!

Il 15 febbraio avevo riportato in questo blog il testo di un parere dei giuriasti democratici in merito alla vicenda del policlinico napoletano, dove una donna -appena risvegliata dall'anestesia- era stata sottoposta ad un interrogatorio.
Oggi ho trovato un altro tipo di attacco alla legge 194 e ne ho scritto nel sito del presidente del Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia (alessandrotesini.it) il testo che ricopio perché veramente non ne posso più.

Poco fa  sono andata a comperare i giornali e ho trovato, nell’ambito dell’informazione regionale di un diffuso quotidiano locale, una pagina intera affittata da una signora candidata al consiglio regionale.
La sua candidatura é sostenuta da esperte, una delle quali titola il suo pezzo “Uomini e liste elettorali: a rischio la legge sull’aborto”.
Signore, se volete diversificarvi dal pressapochismo pretestuoso dominante in ignoranza e malafede, chiamate per favore le cose con il loro nome!
La legge 194 si chiama - e non é un caso- “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” e non “legge sull’aborto”.
Così si riduce un complesso (e tradito) sistema di interventi ad uno soltanto e su quello ce la vedremo col “pensiero” Ruini/Binetti/Ferrara&C e con le difensore di non si sa quale spietata legalità, armate di “buona” volontà.
Il resto ce lo porteranno via in tutta (loro) tranquillità …
Abbiamo molto, molto di più da dire se vogliamo difendere - e soprattutto promuovere- il sistema di interventi che la 194 prevede.
Cominciamo a chiamarla con il suo, ripeto non casuale, nome.

Sullo stesso qutidiano, ma nella cronaca provinciale, c’é una vignetta bruttarella nel disegno che dice “la lenghe ‘e je la spade des feminis”.  E questo sarebbe argomento in difesa della lingua e cultura friulana?
Signore mie, visto che avete acquisito un pubblico ampio spazio, intervenite per favore su questi squallori che promuovono sghignazzate rozze, ma finalizzate ad umiliare un pensiero diverso, soprattutto se appartiene a donne che hanno il difetto di pensare e di dimostrarlo.
Non commento oltre.
augusta

* traduzione per  i non friulofoni: "La lingua é la spada delle donne"

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Pagina diario scritta da: AUG a 12:16 | link | commenti | | Torna su
donne, rassegnastampa, diari di augusta

martedì, 19 febbraio 2008

 Da tempo ricevo da Giovanna e Antonio informazioni sulla Palestina. Oggi  mi hanno invato questo racconto, tradotto da Giovanna, che, secondo me, merita di essere letto. Dei limiti alla pesca mi avevano parlato nel 2000, in occasione della mia ultima visita a Gaza .Oggi quei limiti, già allora drammatici, sono vissuti in un contesto di fame      augusta

Racconti sotto assedio: il Sindacato dei Pescatori di Rafah

“Sono pescatore da 36 anni, da quando avevo 15 anni. Il mio villaggio di origine, Il Jura, era famoso per i suoi pescatori. Quando mio padre è emigrato a Gaza nel 1948, ci è venuto in barca”.

Jamal Mohammed Bassalla è il portavoce del Sindacato dei Pescatori di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza. Il sindacato rappresenta circa 450 pescatori del posto, ed il suo quartier generale si trova sulla spiaggia poco fuori Rafah. Stamattina  Jamal ed il suo equipaggio stanno seduti su un  telone impermeabile sulla spiaggia, bevendo te intorno ad un piccolo fuoco fatto con legame alla deriva. Le condizioni del mare sono infide, e stanno spettando che il tempo migliori.

“Ci voglio due o tre ore per preparare le barche, ma siamo tutti i giorni pronti” dice Jamal “Controlliamo le reti, la benzina per la barca, le batterie, le scorte di cibo, il sistema di posizionamento globale: tutto ciò di cui abbiamo bisogno per lavorare. Quando il tempo migliora noi siamo quasi immediatamente pronti”. In estate Jamal ha un equipaggio di 18 uomini, e rimangono in mare fino a 24 ore di fila. Ma in inverno l’equipaggio è di solo 6 o 7 uomini. Lavorano insieme da anni, e si capiscono l’un l’altro approfonditamente.

Ci sono circa 3.500 pescatori di professione che lavorano lungo i 40 chilometri di costa della Striscia di Gaza. Con il loro lavoro danno sostegno ad almeno 40.000 persone, tra meccanici, pescivendoli e migliaia di famiglie di pescatori locali. L’industria della pesca a Gaza è diminuita moltissimo, specialmente negli ultimi 5 anni, a causa dell’intensificarsi delle restrizioni punitive israeliane su quanto i pescatori possano uscire al largo senza che venga sparato loro addosso e senza che subiscano vessazioni. Gli Accordi ad Interim sulla Striscia di Gaza e sulla West Bank firmati tra Israele e l’OLP nel 1944/5 non sono conformi agli standard dei diritti umani internazionali, poiché limitano il movimento dei civili palestinesi, ed il diritto dei pescatori di Gaza di pescare oltre la loro linea di costa. Gli Accordi ad Interim hanno sancito che ai pescatori palestinesi è permesso di pescare fino a 20 miglia nautiche dalla costa di Gaza.

Ma Jamal ed i suoi colleghi affermano che adesso non possono pescare più di 2.5 chilometri fuori costa, senza rischiare che venga sparato loro addosso. “Se usciamo oltre in mare, gli israeliani possono spararci addosso, distruggere le nostre reti e le nostre barche, oppure obbligarci a tornare a riva” dice “Soffriamo di queste restrizioni dal 2003 e recentemente hanno iniziato ad usare contro di noi anche missili ed elicotteri”. Il Sindacato dei Pescatori di Rafah dice che le navi da guerra israeliane sono in mare 24 ore su sette giorni a settimana, e che quindi loro non hanno nessuna possibilità di uscire in mare aperto.

Israele afferma che le restrizioni sulla pesca fanno parte di una strategia globale sulla sicurezza per combattere i trafficanti di armi ed i kamikaze palestinesi. Ma Khalil Shahin, Direttore dell’Unità dei Diritti Economici e Sociali dei Palestinesi presso il Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR) evidenzia il fatto che Israele non ha mai ottemperato agli accordi ad Interim. “Israele non ha mai permesso ai pescatori di Gaza di pescare a 20 miglia nautiche dalla costa” dice “Al massimo hanno permesso di pescare a 12 miglia nautiche dalla costa. E questo accadeva nella metà degli anni 90, quando i pescatori di Gaza catturavano circa 3.000 tonnellate di pesce all’anno. Ma la produttività è calata fortemente dal 2002, a causa dell’intensificarsi delle restrizioni. Adesso i pescatori catturano meno di 500 tonnellate di pesce all’anno. Ciò è una conseguenza inevitabile delle continue violazioni da parte di Israele degli Accordi ad Interim”

Oltre ad avere le loro barche, le loro reti ed altre attrezzature da pesca danneggiate o distrutte, più di 70 pescatori palestinesi sono stati arrestati dagli israeliani l’anno scorso. Jamal Bassalla ed i suoi colleghi sono arrabbiati e frustrati in quando non riescono più a guadagnarsi da vivere con la pesca senza rischiare la vita. Un altro membro del sindacato, Abdullah, dice che lui affronta i rischi. “Porto la mia barca a 4 o 5 chilometri dalla costa – che scelta ho! Qualche volta ce la facciamo, ma altre volte, mentre stiamo portando a secco quanto pescato, incominciano a spararci e ci obbligano a tornare indietro. E noi siamo costretti ad abbandonare tutto il pesce”.

I pescatori di Rafah dicono che queste restrizioni hanno influito anche sul tipo di pesce che catturano, facendoli puntare sempre di più su pesci di acqua bassa come le sardine. Alcuni hanno fatto ricorso a reti più piccole, catturando pesci più piccoli e giovani per aumentare il loro pescato. Jamal afferma che non hanno scelta a causa del blocco israeliano, ma i pescatori sono stati criticati per la sovrapesca che rimane nei magazzini locali. Ironicamente il numero dei pescatori a Gaza è aumentato dalla metà degli anni 90, perché parte delle migliaia di uomini che lavoravano in Israele sono diventati pescatori professionisti per sopravvivere.

Il mare è la più grande risorsa naturale di Gaza, e per gli uomini del Sindacato di Rafah, la soluzione alla lori crisi è radicalmente semplice: lotteremo per i nostri diritti secondo gli Accordi ad Interim. “Abbiamo bisogno di mari aperti” dice Jamal “Sono un pescatore istruito: ho un diploma in geografia dell’Università di Beirut, ma sono tornato a pescare perché amo il mare”. Ha due fratelli e sei figli. Tutti loro sono pescatori. “Abbiamo reti e barche” dice “siamo pronti a lavorare”.

Pagina diario scritta da: AUG a 21:38 | link | commenti | | Torna su
israele palestina, rassegnastampa

domenica, 17 febbraio 2008

A questo punto voglio ignorare i richiami di un’attualità che sembra farsi ogni giorno più triste, per tentare di completare i miei progetti da tanto tempo trascurati.

Comincio con il riprodurre il testo di un articolo di Confronti (appartiene al numero di febbraio)  che propone una bella sintesi del viaggio in Israele e Palestina 2007-2008
di cui ho cominciato il racconto il 18 gennaio.                                            augusta

 

Israele – Palestina -  Viaggio Confronti 2007-2008
Medio Oriente. Pace entro il 2008: un miraggio nel deserto?
di Lucia Cuocci e David Gabrielli

Con un gruppo di «Confronti», attorno a Capodanno siamo stati in Israele, nei Territori palestinesi ed in Giordania, incontrando personalità dell’uno e dell’altro «fronte». Abbiamo trovato motivi di speranza, ma anche problemi e situazioni incandescenti che fanno dubitare delle speranze della Conferenza di Annapolis.

Guardare al triste passato o immaginare un futuro di pace? Raccontare tragiche storie quotidiane o sorvolarle perché la fine dell’incubo ci è garantita ormai prossima, entro quest’anno? Nel nostro nuovo viaggio a Gerusalemme e dintorni, attorno a Capodanno, con un gruppo di amici ed amiche di Confronti, abbiamo visto e sentito ebrei ed arabi israeliani, e poi palestinesi, con le loro storie di dolore, disperazione, speranza, per cui anche noi siamo stati continuamente investiti da motivi di tremenda angoscia e da inviti a sognare un avvenire carico di promesse. Questi ambivalenti sentimenti si sono rafforzati poi quando abbiamo cercato di capire il senso implicito ed esplicito della visita del presidente statunitense George W. Bush, il 9, 10 e 11 gennaio, in Israele e nei Territori palestinesi, e poi proseguita per altri cinque giorni con tappe in Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto.

Un messaggero interessato

Sul viaggio di Bush – il suo primo, da presidente, in Israele e nei Territori palestinesi – pendevano fattori diversi ma, infine, convergenti, per spingerlo alla sua missione: il disastro iracheno, avviato da lui stesso con l’attacco anglo-americano del marzo 2003 al regime di Saddam Hussein accusato, con false prove, di costruire armi di distruzione di massa; l’incombente Iran, da lui ad Abu Dhabi (il 13 gennaio) definito «il principale sponsor del terrorismo» e paese che «sfida le Nazioni Unite e minaccia ovunque la sicurezza delle nazioni»; e da lui, e da Israele, ancora accusato di costruire la bomba atomica, a dispetto del fatto che non Teheran, ma la National Intelligence Estimate (Nie), la rete di tutte le agenzie di intelligence degli Stati Uniti d’America, in un rapporto ufficiale del dicembre 2007 abbia affermato che «l’Iran ha interrotto il suo programma nucleare nel 2003»; le elezioni del prossimo novembre e l’inesorabile scadenza degli otto anni della sua presidenza; la pubblicazione (non ancora nota, mentre scriviamo), prevista per fine gennaio 2008, del rapporto Winograd, la commissione israeliana incaricata di accertare le responsabilità della fallimentare guerra contro gli hezbollah libanesi dell’estate del 2006, e che potrebbe obbligare il premier Ehud Olmert alle dimissioni ove addossasse soprattutto a lui il peso di quella «avventura».

In tale contesto Bush ha voluto la Conferenza di Annapolis che il 27 novembre scorso (vedi Confronti, 1/2008) ha visto convenire nel Maryland non solo Olmert e il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), esponente di al-Fatah, il partito di Yasser Arafat, ma anche rappresentanti di vari paesi arabi, dall’Arabia saudita alla Siria (la cui presenza non era affatto «ovvia»). La presenza araba più vasta possibile era stata voluta dagli Usa in funzione anti-iraniana più che in appoggio ai «fratelli» palestinesi. Tuttavia, il frutto concreto della Conferenza è stata una dichiarazione con cui Olmert e Abbas s’impegnano ad arrivare ad una pace complessiva – implicante cioè la soluzione di tutti i problemi pendenti – entro il 2008.

Un traguardo che, oltre alle difficoltà obiettive di risolvere i problemi di fondo (confini definitivi tra Israele e la Palestina; profughi; status di Gerusalemme; insediamenti; spartizione delle acque; sicurezza dell’uno ma anche dell’altro stato), ne ha anche di supplementari legate alla condizione dei due leader: Olmert, la cui leadership è contestata non solo da partiti della coalizione governativa (come Israel Beitenu – partito russofono di destra, guidato dal «falco» Avigdor Libermann – assolutamente contrario ad abbandonare l’occupazione militare e coloniale della Cisgiordania), ma anche da un settore di Kadima, il suo partito, e che le conclusioni della commissione Winograd potrebbero ulteriormente indebolire; e Mahmoud Abbas che governa solo in Cisgiordania (West Bank, in inglese), essendo da giugno la Striscia di Gaza in mano ad Hamas, il movimento di resistenza islamico (che il 25 gennaio 2006 aveva vinto democraticamente le elezioni parlamentari), nemmeno invitato ad Annapolis, in quanto considerato «terrorista», e che comunque ritenne quella Conferenza una «trappola» per distruggere i palestinesi.

Nei suoi discorsi a Tel Aviv, Gerusalemme e Ramallah (la capitale «tecnica» e provvisoria dei Territori palestinesi), Bush ha cercato di rassicurare non solo Israele, sottolineando la saldissima alleanza israelo-americana, e ribadendo l’indisponibilità a trattare con i «terroristi» (cioè con Hamas); ma anche i palestinesi, parlando della desiderata fine dell’«occupazione israeliana» della West Bank: «L’accordo di pace deve istituire una Palestina patria del popolo palestinese proprio come Israele è la patria per il popolo ebraico». Ogni accordo, ha aggiunto, esige «aggiustamenti territoriali» (favorevoli ad Israele, rispetto ai confini armistiziali del 1949 con la Cisgiordania); Israele dovrà avere confini «sicuri, riconoscibili e difendibili»; la Palestina dovrà avere «continuità territoriale» (riferimento solo alla West Bank o anche ad un necessario «corridoio» tra essa e la Striscia?); i profughi, risarciti internazionalmente, potranno «tornare» solo nello Stato di Palestina. Sul nodo complessissimo di Gerusalemme (i palestinesi rivendicano la parte Est come capitale del loro costituendo Stato; nel 1980 la Knesset – parlamento israeliano – ha proclamato l’intera Gerusalemme, Est ed Ovest, «capitale eterna ed indivisibile d’Israele») il capo della Casa Bianca è rimasto sulle generali: «Entrambe le Parti hanno profonde preoccupazioni politiche e religiose. Per raggiungere una pace durevole, il presidente Abbas e il premier Olmert dovranno incontrarsi e fare scelte difficili, ed io penso che le faranno».

Un insieme di affermazioni che, se per un verso sembrano confermare la volontà statunitense di entrare nel vivo dei problemi per far raggiungere alle Parti un compromesso ragionevole, dall’altro suscitano interrogativi. Ad esempio, gli «aggiustamenti territoriali» significano che tutti gli insediamenti costruiti lungo il confine con la West Bank, e più addentro, fino – in certi punti – a trenta chilometri entro la Cisgiordania, diverranno parte di Israele? E questo «Stato degli ebrei» significa che gli arabi che vivono in esso (il 20% dell’intera popolazione) non sono a casa loro là ove sono nati e ove stavano i loro padri?

Il presidente ha promesso di tornare a Gerusalemme in maggio, per constatare i progressi fatti nelle trattative tra israeliani e palestinesi, e si è detto sicuro che entro il 2008 la pace, sognata ad Annapolis, sarà raggiunta. In maggio Israele celebrerà i sessant’anni della sua esistenza; i palestinesi i sessant’anni dalla naqba, la catastrofe. Ma, intanto, al di là delle parole, variamente interpretabili, di Bush, bisognerà vedere come gli aspri temi della trattativa – confini definitivi, profughi, insediamenti, Gerusalemme, sorgenti d’acqua – verranno svolti. In sé, certamente è possibile una pace giusta, sulla linea delle risoluzioni dell’Onu (tra queste, i palestinesi citano sempre la 194, dell’11 dicembre 1948, che prevedeva il diritto al ritorno dei loro profughi nel paese dove erano nati, nel frattempo divenuto Israele; gli ebrei israeliani le risoluzioni che unanimemente riaffermano il diritto di Israele all’esistenza – il che al-Fatah riconosce, ma ad un Israele che si contenga nei confini antecedenti la guerra dei sei giorni del 1967). In pratica, però, alta è la probabilità che si mantengano sostanzialmente i fatti compiuti, facendo pagare il conto ai palestinesi ed obbligandoli ad una resa. Né è detto che Siria, Egitto, Giordania, Emirati ed Arabia Saudita abbiano interesse a che nasca un vero Stato di Palestina, perché, se realmente democratico, sarebbe di «cattivo esempio» per i loro regimi autocratici o teocratici. O che ce l’abbia l’Iran del presidente Mahmoud Ahmadinejad che, minacciando di cancellare lo Stato ebraico dalla carta geografica, in realtà salda ancor più Israele agli Stati Uniti ed espone maggiormente i palestinesi a vedere svanire il loro sogno di una patria libera e indipendente.

Voci variegate dalle due parti

Come in ogni altro nostro viaggio, anche in questo, di Capodanno, tanto in Israele che nei Territori abbiamo incontrato autorità, personalità, gruppi, appunto per ascoltare, come è giusto che sia, le varie campane, le varie sensibilità. Senza poter qui riferire di ogni incontro, ne segnaliamo solo alcuni. Ad Ibillin, in Galilea, là ove egli fondò gli istituti di Mar Elias, monsignor Elias Chacour, vescovo melkita (greco-cattolico) di Akka, ci ha parlato delle sofferenze degli arabi della Palestina (britannica) quando nel 1948 nacque Israele, e delle loro difficoltà, ancor oggi, di essere considerati cittadini di serie A alla pari degli ebrei; e nel kibbutz di Sde Eliyahu, vicino al Kinneret, il lago di Genesaret, abbiamo incontrato Mario Levi, un ebreo di Trieste che riparò in Palestina, allora sotto Mandato britannico, per sfuggire alle leggi razziali del 1938, e che là ha contribuito grandemente a sviluppare un kibbutz religioso che anche oggi è all’avanguardia per alcune tecniche ecologiche che nelle colture eliminano i pesticidi affidando certi compiti ad insetti ed api. Abbiamo anche incontrato esponenti di Parents’ circle, che raggruppa cinquecento famiglie israeliane e palestinesi che hanno avuto al loro interno una vittima, a causa dei bombardamenti israeliani o dei kamikaze palestinesi, e che vogliono che da questo sangue non sorga una catena di vendette, ma uno stimolo alla riconciliazione. È stato particolarmente toccante ascoltare il loro travaglio interiore per giungere alla loro scelta di aprire ponti, e non costruire nuovi muri, con l’altra parte.

A Jenin (Nord della Cisgiordania, dove vi è anche un campo profughi palestinese, teatro nel 2002 di un asperrimo scontro con i soldati israeliani) abbiamo fatto festa insieme ad alcuni dei ragazzi e ragazze palestinesi che Confronti, insieme ad altre organizzazioni, invita ormai dal 2004 nell’ambito dell’iniziativa «Fiori di pace»; un progetto che vede la partecipazione di giovani israeliani e palestinesi che qui in Italia convivono, discutono, giocano e incontrano coetanei italiani. A Betlemme abbiamo incontrato l’imam della moschea antistante la basilica della Natività.

Le ipotesi di Otniel Schneller per la pace

Alla Knesset ci ha ricevuti Otniel Schneller, deputato di Kadima – il partito creato nel 2005 da Ariel Sharon – e consigliere di vari premier. Egli ci ribadisce che Israele vuole la pace, e infatti ha fatto la pace con l’Egitto (1979) e con la Giordania (1994); ma, precisa, «con questi due paesi non avevamo un contenzioso territoriale, mentre con i palestinesi siamo in conflitto per la terra». Altro ancora, sottolinea, è il problema dell’Iran, «paese guidato da islamici radicali. Esso non minaccia solamente Israele, ma l’intero Occidente. E se vincono gli islamici radicali cambieranno gli stessi equilibri politici internazionali». Per quanto riguarda l’attuale rapporto con i palestinesi, il deputato lo inquadra «nell’àmbito di due conflitti: tra Israele e palestinesi; e tra al-Fatah ed Hamas. Noi non accettiamo di trattare con il Movimento di resistenza islamico, perché ciò significherebbe trattare con l’islam radicale. Se sostenessimo Hamas dovremmo poi aprire agli Hezbollah e ad al-Qaeda. Noi non vogliamo parlare con i terroristi, ma con Abu Mazen».

Affrontando nel concreto i problemi da risolvere per giungere alla pace, Schneller premette che è importante ascoltare l’altra parte, sentire le sue opinioni. Poi entra nel vivo di alcuni temi. «Bisogna arrivare alla pace gradualmente; bisogna risolvere un problema alla volta, perché se un problema è risolto si facilita la soluzione del successivo. Noi vogliamo la pace, ed è nostro interesse che sia creato uno Stato di Palestina. Esso potrebbe essere costituito da circa l’87% dei Territori attuali, e dovrebbe prevedere anche scambi di terre [con questa espressione di solito si ipotizza che una certa parte di territorio oggi israeliano potrebbe diventare palestinese, e una certa parte di territorio palestinese potrebbe diventare israeliano. Se la futura Palestina fosse costituita dalla Striscia di Gaza e da tutta la Cisgiordania attuale coprirebbe il 22% del territorio del Mandato britannico, ed Israele il 78%]». Per Gerusalemme – «che non appartiene solo ad Israele, ma all’intero popolo ebraico sparso nel mondo. Se ce la tolgono, ci tolgono il cuore» – il deputato ritiene che forse si potrebbe trovare, nelle trattative con i palestinesi, una soluzione temporanea, al fine di avviare insieme una nuova positiva atmosfera, per procedere poi ad una soluzione definitiva.

Schneller ci ha ricordato di aver fatto parte della delegazione israeliana, guidata dal premier Ehud Barak, che nel luglio del 2000, a Camp David, trattò con Yasser Arafat per giungere, sotto la supervisione del presidente Bill Clinton, ad una pace definitiva. In quelle trattative – questa la ricostruzione del deputato – Arafat disse che quello di Gerusalemme non era un problema politico, ma religioso; ma, ci dice il deputato, «se è un problema che riguarda Dio, è irrisolvibile. Noi aspettiamo che i palestinesi cambino idea, e dicano che è un problema politico, che può essere oggetto di trattativa» [per l’intero islam Gerusalemme è la terza città santa; e quello che per gli ebrei è il monte del Tempio – edificio che qui si elevava prima di essere distrutto dai romani nel 70 dell’era volgare – per i musulmani è la Spianata delle moschee, legata al ricordo di un viaggio mistico, là, del profeta Muhammad]. In concreto, il nostro interlocutore ci suggerisce quale potrebbe essere un’ipotesi di soluzione: «la parte occidentale di Gerusalemme interamente ad Israele; la parte orientale in gran parte ai palestinesi; ed un regime speciale per le “aree sante” che si trovano tra queste due parti» [in sostanza, ci pare di capire, il «regime speciale» riguarderebbe la Città vecchia, dove si trovano i maggiori luoghi santi ebraici, cristiani e musulmani].

Ricordato che già nel 2005 Israele ha abbandonato gli insediamenti della Striscia di Gaza (erano ventuno, popolati da circa ottomila coloni, e sparsi su un terzo del territorio della Striscia dove vive circa un milione e mezzo di palestinesi), Schneller ha detto che gli insediamenti attuali nella Cisgiordania sono 148, abitati da trecentomila coloni. Egli dichiara la disponibilità di Israele a «smobilitare» e «risistemare» gli insediamenti in diversi blocchi, il che comporterebbe lo spostamento dei coloni, ma non dei palestinesi. In prospettiva – questa la nostra interpretazione della proposta – Israele intenderebbe abbandonare gli insediamenti sparsi a pelle di leopardo in Cisgiordania per concentrarli tutti a ridosso della linea armistiziale del 1949, più o meno ad ovest dell’attuale muro: in altre parole, questa lunga striscia diverrebbe Israele e, in compenso (questa, ripetiamo, la nostra interpretazione di suggestioni che Schneller non ha elaborato), una – quasi equivalente? – estensione di terre oggi israeliane diverrebbe palestinese.

Il deputato ammette che, nell’insieme, israeliani e palestinesi «oggi non sono pronti per la pace»: afferma che il Likud (partito di destra dal quale Sharon uscì per fondare Kadima) è contrario al compromesso sopra delineato, e che contrario è anche il 50% degli israeliani; sul fronte palestinese, aggiunge, è favorevole Abu Mazen, contrario Hamas (il quale propone che tutti i profughi palestinesi possano tornare nella terra che ora è Israele, ipotesi che quest’ultimo mai potrà accettare). Perciò, da una parte, Schneller non condivide l’ottimismo degli americani sulle conclusioni di Annapolis ma, dall’altra, è ottimista perché ritiene che «la nostra società sarà via via più disponibile a capire». Infine, il deputato ci dice: «Ho contribuito a creare cinquanta insediamenti in Cisgiordania. Là vivo io, con i miei figli e i miei nipoti. È la mia terra. Ma se un giorno il governo israeliano mi chiederà di andare via da là, perché questo sarà necessario per arrivare alla pace con i palestinesi, io lo farò, perché voglio la pace. E Dio ci chiede di fare la pace».

Tanto per documentare l’estrema contrapposizione delle posizioni, basti dire che Dany Dayan, leader dei coloni in Giudea e Samaria (termini biblici per indicare la West Bank) ha affermato che, malgrado le possibili pressioni di Bush e di Olmert, «ci opporremo con tutte le forze al nostro ritiro da questa terra e dagli insediamenti»; e che ai palestinesi si potrà dare solo un’ampia autonomia amministrativa, «ma mai uno Stato». Mentre rappresentanti di Hamas hanno dichiarato che scopo della visita di Bush era solo quello di garantire il sostegno all’occupazione militare della Cisgiordania, e di far ingoiare ai palestinesi l’idea di un loro Stato frammentato, composto da alcuni Bantustan, e circondato da insediamenti ebraici. Esponenti ebrei israeliani di Parent’s circle ci hanno detto, da parte loro, che rappresentanti di Kadima, come Schneller, affermano sì di voler la pace con i palestinesi, «ma non sono disposti a pagarne il prezzo».

Il muro. La costruzione del muro di separazione tra Israele e la Cisgiordania – che Sharon fece iniziare a costruire nel 2002, allo scopo dichiarato di impedire al massimo l’infiltrazione di kamikaze in Israele – non è eretto sul confine armistiziale del 1949, ma spesso si addentra fino a trenta chilometri in territorio palestinese. Malgrado la Corte internazionale dell’Aja, nel luglio 2004, abbia dichiarato «illegale» tale costruzione, e ne abbia chiesto l’abbattimento, il governo israeliano ha proseguito nell’opera, ora giunta ad una lunghezza di circa 170 chilometri (ma sarebbe di sei o settecento chilometri, se ultimata).

Il Caritas Baby Hospital

All’entrata di Betlemme il muro fa particolare impressione perché non solo taglia in due alcune strade, ma ad un certo punto fa una strana «gobba», per inserire dalla parte di là (verso Israele) la tomba di Rachele: nessuna ragione di sicurezza, dunque, ma solo un contentino anche agli ebrei religiosi che volevano avere sotto mano l’asserito sepolcro della seconda moglie del patriarca Giacobbe. Il muro sovrasta anche il Caritas Baby Hospital (Cbh), che andiamo a visitare. È, questa, una struttura nata dal nulla nel 1952 ad opera del sacerdote svizzero Ernst Schnydrig; essa vive solo con il sostegno di benefattori (vi è una rete di sostegno anche in Italia). Nella regione di Betlemme ed Hebron vivono oltre 100.000 bambini al di sotto dei quattro anni; per questi piccoli l’Autorità palestinese non riesce a garantire l’assistenza sanitaria. Il Cbh è l’unico ospedale pediatrico in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Attualmente nel Cbh lavorano duecento dipendenti, infermiere e infermieri, tutti palestinesi; è guidato dalle suore elisabettine di Padova, ma il direttore sanitario è un palestinese. Nel 2006, al Cbh sono stati curati 34.000 bambini, 4.100 sono stati ricoverati, e 29.900 hanno ricevuto un trattamento ambulatoriale.

Suor Donatella ci illustra la situazione del Cbh: l’80% dei piccoli ricoverati è di famiglia musulmana; a parte quelli ricoverati, ogni giorno viene visitato un altro centinaio di bambini nell’ambulatorio per i servizi territoriali. Molte sono le difficoltà per una buona gestione della salute, particolarmente di quella delle donne che, spesso, si rivolgono al Cbh: nel mondo palestinese vi è, in generale, una mentalità maschilista; gli uomini non accettano che le loro donne usino contraccettivi; spesso ragazze di 15-16 anni rimangono incinte, ma non hanno nessuna preparazione alla maternità. Malattie specifiche derivano anche dall’abitudine diffusa di matrimoni tra cugini. Altri problemi derivano dal muro («per protesta, ma affidandoci solo alla preghiera, ogni venerdì andiamo presso il muro a recitare il rosario!»), aggiunge suor Donatella, perché le normative delle autorità israeliane rendono difficile l’arrivo in Cisgiordania di medicine spedite dall’Europa per il Cbh, e che giungono via nave ad Ashdod (porto commerciale a sud di Tel Aviv) o all’aeroporto Ben Gurion, ma qui, talora, vengono trattenute per giorni, così che è capitato che latte in polvere è marcito alla dogana. Un’ulteriore difficoltà è derivata dal muro: vi sono stati dei casi, afferma suor Donatella, di donne incinte che si recavano a partorire in ospedale che sono state fermate per ore al muro, e là sono morte o sono morti i loro neonati.

Infine, un cenno ai cristiani che, in Terra santa (considerando insieme Israele, che ha sui sette milioni di abitanti, e i Territori palestinesi con 3,5 milioni), sono 167mila, suddivisi in tredici Chiese: dunque una piccola e frastagliata minoranza. In linea di principio, dall’una e dall’altra parte è ad essi garantita la libertà religiosa (tralasciamo, qui, il contenzioso in atto tra lo Stato d’Israele e la Santa Sede per la questione della tassazione delle proprietà ecclesiastiche cattoliche e del visto per suore e religiosi stranieri). Cristiani palestinesi ci dicono, però, che non solo nella Striscia di Gaza, ma anche in Cisgiordania, con pretesti burocratici e con pressioni varie gruppi musulmani tentano di spingere i cristiani ad andarsene via. I leader delle Chiese ritengono che, se continuerà l’attuale emorragia, indotta o voluta, tra una ventina d’anni la Terra santa sarà quasi priva di cristiani autoctoni.

Nel nostro viaggio siamo stati anche in Giordania e, dal monte Nebo, abbiamo visto la terra che, secondo la Bibbia, Dio ha promesso a Mosè e al popolo di Israele: egli la vide – da lassù, infatti, si domina la valle del Giordano, il Mar Morto, Gerico e il profilo di Gerusalemme – ma non vi entrò. Ci chiediamo se ebrei israeliani ed arabi palestinesi potranno veder sorgere, entro pochi mesi, la pace nella giustizia, o se questa rimarrà un miraggio, e l’ingiustizia continuerà ad incombere.

Post-scriptum. Mentre chiudiamo questo numero, nuovi eventi rendono sempre più un miraggio la pace promessa ad Annapolis. Il 15 gennaio le forze israeliane hanno compiuto un raid nella Striscia, provocando una cinquantina di feriti e 19 morti (tra questi, un figlio ventiquattrenne di Mahmoud al-Zahar, dirigente di Hamas ed ex ministro degli Esteri). Cecchini palestinesi hanno ucciso un volontario ecuadoriano che lavorava nel campo di un kibbutz vicinissimo alla barriera che separa la Striscia da Israele. In risposta all’attacco israeliano, gruppi palestinesi hanno lanciato razzi Qassam contro la città israeliana di Sderot, ferendo cinque civili. Il presidente israeliano Shimon Peres ha dichiarato: «Di fronte ai continui attacchi dei terroristi contro il nostro territorio siamo lasciati senza alternativa che non sia quella di rispondere e di fermarli». Opposto il commento di Abu Mazen: «Ciò che è avvenuto oggi è una carneficina contro il popolo palestinese. Il quale non può far passare sotto silenzio questi massacri».

Intanto, come risposta al lancio, dalla Striscia, di razzi Qassam contro il proprio territorio (110 nei tre giorni precedenti), il 17 gennaio il governo israeliano ha deciso di impedire che a Gaza entrino aiuti umanitari, fossero pure quelli delle Nazioni Unite.

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venerdì, 15 febbraio 2008

Copio dal sito web http://www.giuristidemocratici.it un testo che ritengo di grande importanza,    Aborto: un attacco ai diritti delle donne.

Sul caso delle indagini presso il Policlinico II di Napoli.

L’Associazione Nazionale Giuristi Democratici:

Premesso che:
- ha appreso a mezzo stampa dell’irruzione senza mandato degli Agenti del Commissariato Arenella in Napoli, presso il Policlinico II, in data 11 febbraio 2008, a fronte di presunta notizia anonima di feticidio;
- ha appreso che in tali circostanze, pur rassicurati sulla legittimità dell’aborto dal personale medico, le forze dell’ordine comunque abbiano proceduto al sequestro del materiale biologico espulso e della cartella clinica della donna, procedendo immediatamente all’interrogatorio della donna, immediatamente a seguito dell’intervento di IVG cui era stata sottoposta;
- ha appreso che nell’ambito di tale intervento le forze dell’ordine avrebbero mostrato alla donna il materiale biologico espulso, e, sempre in quella sede, abbiano proceduto all’interrogatorio di una donna allocata nella stessa stanza dell’indagata, donna peraltro in stato di gravidanza a rischio;

Considerato che:
- le modalità ed i tempi con cui si è esperito l’intervento vanno ad incidere in maniera
rilevante sulla salute psicofisica sia della donna indagata, da pochi minuti sottoposta ad IVG, sia  della donna interrogata, in stato di gravidanza a rischio;
- il sequestro del materiale biologico espulso, alla luce della rilevanza dei referti presentati  e delle testimonianze dei medici coinvolti, appariva del tutto inutile ad effettuare ulteriori  riscontri;
- l’interrogatorio reso senza adeguate garanzie, nell’immediatezza dell’operazione di IVG,  era manifestamente nocivo per l’indagata, costretta, in un momento di vulnerabilità e debolezza psicofisica, a motivare e giustificare una scelta attuata nel suo interesse fondamentale alla salute ed in conformità con le procedure previste dalla legge;
- alla luce del particolare contesto, stante la documentazione medica prodotta, inutile era l’interrogatorio alla donna: qualora riscontrate irregolarità nei referti, di queste semmai andavano interrogati i medici, piuttosto.
- altrettanto in commentabile appare la scelta di ostensione del materiale biologico espulso, quanto censurabile la sua valenza moralmente punitiva.
- Tanto più l’intera procedura pare criticabile, essendo stata posta in essere a seguito di denuncia anonima.

Ricordando che:
- il Governo Italiano già è stato ammonito dal Comitato per l’applicazione della CEDAW in merito alla insufficienza di dati e informazioni sull’impatto delle politiche sanitarie sulle donne, in particolar modo rispetto all’impatto della privatizzazione della sanità sulla salute femminile, e alla mancanza di dati e di informazioni analitiche sull’assistenza sanitaria disponibile per le donne nel Sud del Paese, (raccomandazione 33) e che sempre il Comitato ha richiesto (raccomandazione 34) allo Stato membro di monitorare l’impatto delle proprie politiche sanitarie sulle donne, compreso il Piano Sanitario Nazionale, e di fornire nel suo prossimo rapporto informazioni statistiche ed analisi dettagliate sulle misure adottate per migliorare la salute delle donne, compreso l’impatto di tali misure, in conformità con la raccomandazione generale 24 del Comitato sulle donne e la salute. Il Comitato ha richiesto inoltre allo Stato membro di fornire informazioni sulle politiche sanitarie in atto per le donne del Sud, politiche ad oggi inesistenti;
- il delitto di “feticidio”, e lo stato di abbandono morale e materiale della donna che questo presume, mal si addice a chi scelga di operare legittimamente un aborto in una clinica universitaria, seguita da professionisti. Sarebbe un uso indebito dello strumento penale, se tale imputazione servisse quale mezzo di controllo (a posteriori) della legittimità della valutazione dei sanitari sullo status di salute delle donna e sulla richiesta di interruzione della gravidanza o di aborto terapeutico. Ciò infatti negherebbe la capacità professionale e morale dei sanitari di valutare insieme alla donna, con coscienza e responsabilità, la opportunità e legalità del ricorso all’aborto nella sua specifica situazione.

L’Associazione Nazionale Giuristi Democratici esprime:
- la propria solidarietà alle donne coinvolte;
- il proprio malessere a fronte del censurabile intervento delle forze dell’ordine;
- profonda preoccupazione ed attenzione per quanto nel complesso accaduto presso il Policlinico di Napoli;

Si auspica:
- che prontamente vengano posti in essere i necessari accertamenti per verificare la legittimità delle operazioni effettuate;
- che non si addivenga a superflue ed arbitrarie compressioni dell’autodeterminazione femminile nella scelta di sottoporsi ad IVG, nei limiti e con le procedure previste dalla legge, criminalizzando o tentando di criminalizzare a posteriori scelte già valutate e adeguatamente documentate come legittime dal personale medico incaricato di seguire la donna nell’iter abortivo;
- che non si tenti, attraverso un utilizzo indiscriminato dello strumento penale, lontano da una sua applicazione costituzionalmente orientata, di sviare l’attenzione dai problemi che affliggono la società tutta, quella campana in maniera particolare, fomentando gli animi a dispute ideologiche, etiche e morali che non attraverso il piano repressivo possono svilupparsi o radicarsi come affermate;
- che si ponga invero maggiore attenzione alla carenza di formazione e informazioni sulla salute delle donne, special modo nel Sud Italia, e si concentri la propria attenzione sul rafforzamento delle strutture consultoriali di supporto alla libera determinazione della donna, piuttosto che minarne l’esercizio attraverso il controllo penale, che potrebbe esacerbare il problema pur ancora presente degli aborti clandestini;
- che tale episodio non sia prodromico ad una strumentalizzazione politica volta a mettere in discussione diritti fondamentali costituzionalmente garantiti e giuridicamente acquisiti che fanno ormai parte della consapevolezza collettiva quali l'autodeterminazione della donna ed il diritto alla salute della donna in gravidanza.

Si impegna:
- nel sostenere l’informazione e la tutela giurisdizionale del diritto alla salute delle donne in gravidanza.

Associazione Nazionale Giuristi Democratici  - 

Gruppo di lavoro nazionale “Genere e Famiglie”
Avv. ssa Elena Coccia  - Dott.ssa Barbara Spinelli                               

Bologna-Napoli-Torino, 12 febbraio 2008

 

Voglio però ricordare che il legame socialmente pericoloso fra Vaticano e atei sempre più devoti, pur di affermarsi, si soddisfa anche della falsità.  Era facile riscontrare l’evidenza del percorso squallido che il papa si è consentito. Infatti, dopo aver dichiarato positiva la moratoria sulla pena di morte, ha trasferito il termine all’aborto (sull’onda di Ferrara), senza dichiarare il vizio d’origine di questo gioco linguistico.
L’ho già scritto non so più quante volte, ma lo ripeto: il papa non aveva diritto esprimersi positivamente in merito alla moratoria sulla pena di morte dato che il Catechismo della chiesa cattolica ammette la pena capitale (art. 2267,  leggibile nel sito ufficiale del Vaticano
www.vatican.va).

Ne ho scritto diffusamente, riportando anche il testo dell’articolo 2267, lo scorso 8 aprile.

E non basta. Piuttosto recentemente l’ex primo ministro inglese Tony Blair è passato dalla chiesa anglicana alla chiesa cattolica, suscitando la manifesta, espressa  soddisfazione di cardinali vari. Nessuno gli ha chiesto conto della sua alleanza con Bush e il conseguente disastro irakeno. E parlano di  pace e di rispetto della vita …

Ieri, scrivendo il breve commento che ho proposto sopra, avevo deciso di fermarmi qui.

Non so se la notte porti consiglio ma, oggi, ho cambiato parere e continuo.

Il problema “aborto” è emerso improvvisamente, isolato da ogni contesto e sostenuto dalla dichiarata crudeltà verso una donna che l’aveva praticato. A questo proposito ho scelto di pubblicare il documento dei giuristi democratici, proprio per la realistica crudezza del linguaggio. Le risposte, multiple e diverse, che  sono scaturite dall’evento napolrtano, sono a mio parere  quasi tutte sommarie e non a caso usano tutte e sempre la parola aborto e non il termine correttamente riferibile alla legge 194 di “interruzione volontaria di gravidanza”,  normalmente abbreviata in IVG.

Non lo dico per pignoleria linguistica ma perché ho la certezza, per aver purtroppo verificato il fatto, che molte donne –anche autorevoli per  ruoli importanti che rivestono in politica, professioni specifiche, cultura e chiese - non hanno mai letto la legge.

Ho verificato, per esempio – e lo ritengo il fatto più grave - che le donne impegnate nelle istituzioni (soprattutto locali e regionali) preferiscono associarsi a movimenti urlanti (a volte anche giustamente) che esercitare il loro dovere di verifica, a partire dai finanziamenti la cui entità e il cui uso è strettamente correlato al problema della prevenzione, fondamentale per la corretta funzionalità della 194. Anche in questo caso la scelta dei consensi che pagano alle elezioni sembra anteporsi al dovere imposto dal ruolo.
E questo fatto –per sé deplorevole- comporta molte conseguenze. Mi limito ad una.

Nel 1978 la presenza di straniere in Italia era pressoché inesistente; oggi sono le maggiori frequentatrici dei consultori.
Un movimento consapevole di donne, capace di quella sintesi che appartiene alla buona politica, per esempio, avrebbe dovuto reagire alla circolare Moratti ricordando che in assenza di servizi che appoggino le donne nella cura dei figli il lavoro può essere inaccessibile e, alla mancata esibizione del contratto di lavoro, consegue la perdita di ogni possibile permesso di soggiorno. Infatti la sentenza del giudice di Milano che contrasta (per ora?!) la liceità della circolare Moratti nasce proprio dalla denuncia di una signora marocchina che si è trovata in tale situazione, avendo perso il lavoro e quindi il permesso di soggiorn e quindi il posto del suo bambino alla scuola per l’infanzia..

Se gli asili mancano non è colpa dei bambini, ma dell’imprevidenza di chi governa e amministra ed è pessima risposta, nociva della dignità del nostro vivere, scatenare la guerra fra poveri. In questo clima possono rientrare anche aborti, gestiti a pagamento nella segretezza del privato, in sicurezza complice per le donne ricche, in mano a “mammane” per donne povere. Si riaffaccia lo spettro del “prima 194”.

Speculare al silenzio delle donne é il silenzio delle associazioni che si occupano di migranti (e soprattutto di donne migranti). E’ logico. Questi e queste sono stati affidati ad un privato che ha scoperto –per questa via- la possibilità di garantire se stesso acquisendo pubblici  contributi e riesce a rendersi credibile soprattutto negli ammiccamenti che assicurano il voto di scambio più che nell’attenzione al sostegno di diritti.
Semplifico esagerando? Certamente sì: ma l’osservazione del panorama, generale e locale, me lo consente.
augusta

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donne, segnalazioni da altri blog, diari di augusta

giovedì, 14 febbraio 2008

Ho ricevuto dalla mia amica Makiko Yamada,  giapponese trasferita in Italia a seguito del suo  matrimonio, una lettera che mi ha dato conforto in un periodo molto brutto e mi ha stimoltato la decisione di riprendere a scrivere su questo mio diario.  
Spero che la notizia arrivi ai giornali locali (e non solo locali) e che l’impegno di Makiko   trovi il riscontro che merita.                                         augusta

 

Un premio della Fondazione Giapponese “Foundation for Encouragement of Social Contribution-Syakaikoken-shou” per Makiko

 

Ho ricevuto il premio per il mio contributo sociale dalla “Foundation for Encouragement of Social Contribution-Syakaikoken-shou” il 13 Novembre 2007 a Tokyo.

Questa fondazione Giapponese assegna ogni anno un premio alle persone meritevoli, che hanno contribuito con un’azione a salvare delle persone da un incidente, oppure che per più di 15 anni hanno continuato fare del bene per la società civile e che non hanno ancora ricevuto un riconoscimento.

Quasi tutti i casi sono segnalati da persone amiche o da un’associazione o da un amministratore di comunità che sa dell’ esistenza di questo premio.

Queste nomine vengono poi selezionate ed esaminate dalla Fondazione stessa

– quest’ anno ci sono state 208 domande e sono stati premiati 43 casi.

E’ stata una persona amica del mio paese a presentare la mia nomina, poi un consigliere di questa Fondazione è venuto verificare le mie “credenziali” nell’agosto dell’anno scorso a casa di miei genitori, a Hokkaido, dove per caso mi trovavo.

Il motivo per cui questo premio mi è stato assegnato e’ di fare da ponte fra l’Italia e il Giappone per la causa di Hiroshima e Nagasaki e i suoi testimoni da più di 15 anni,con sacrificio e passione, nonostante gli impegni della famiglia e del lavoro.

Per Esempio nell’estate 2007 ho scritto un libretto con Suzuko sulla diffusione

dell’ albero Aoghiri in Italia, che sta assumendo dimensioni sempre più grandi ed è diventata una realtà.

Infatti da qualche anno l’albero Aoghiri e il suo seme viene richiesto dalla comunità di Primulacco che ha collegato il concetto della pace dell’Aoghiri alla sua festa dei fiori.

Il 29 Ottobre dell’anno scorso ho organizzato una mostra fotografica intitolata “ No more Hiroshima e Nagasaki” all’Università di Pordenone e ho collaborato ad un’ iniziativa che prevedeva la testimonianza di tre professori giapponesi venuti a Roma, dove ho quindi mandato un Aoghiri per la pace che e’ stato trapiantato – appunto- a Roma.

L’ 8 gennaio è venuto inoltre a suonare un gruppo di Kokarinisti, con gli strumenti costruiti con albero morto ( si chiama Enoki in giapponese, il nome italiano e’ bagolaro cinese) dopo il bombardamento atomico di Hiroshima,

Ho trovato una grande disponibilità presso il Centro Ernesto Balducci, per collegare con “un ponte”  il Giappone con Italia, e non solo.

In generale, la motivazione del premio e’ l’aver fatto una cosa utile per la società e il continuo migliorare per una causa, anche quando non riconosciuti pubblicamnete.

In effetti due persone prima di me sono state riconosciute per il loro impegno a prendersi cura delle gente che sono senza fissa dimora e che vivono fino alle fine della loro vita nel “quartiere proibito” di Tokyo .

Dopo di me una Vietnamita che vive negli Stati Uniti e aiuta le vittime delle mine anti-uomo. Poi due suore giapponesi che lavorano per gli immigrati in Sudamerica da 40 anni.

Il sito di fondazione e’ www.fesco.or.jp , disponibile anche in inglese.

E' una realtà del Giappone finora anche a me sconosciuta.

C'erano solo quattro stranieri a essere premiati, e il più anziano era un medico russo che vive al centro di Tokyo, lavora nella sua clinica e presta da tanti anni soccorso alle persone immigrate in difficoltà.

Mi sono presentata alla cerimonia di premiazione con un vestito friulano perché sono ormai passati 27 anni dal mio arrivo in Friuli,che è quindi diventato la mia seconda patria di fatto.

Un proverbio giapponese recita “Ai yori aoku” e significa,”il colore blu dell’acqua in cui è  è stata colorata di blu è più blu della stoffa stessa”. Vuol dire che una persona o un allievo deve impegnarsi di più rispetto alla visibilità del risultato.Una stoffa blu come quella del vestito friulano che portavo.

Il giorno dopo la cerimonia sono andata a trovare Suzuko a Hiroshima: lei si trovava in ospedale, ha avuto un raffredore e ha trovato un’inclinazione a una costola.

Ho parlato con Sig. Yamada e li ho ringraziati.

Non e’ facile ricordare e trasmettere una tragedia alla nuova generazione per non ripetere gli errori della storia.

Spero di mantenere sempre il significato profondo di questa missione per rendere i nostri rapporti più umani e di conseguenza migliorare l’umanità.

Colgo l’occasione per ringraziare le persone che collaborano con il Centro Balducci, e miei familiari e in particolare mia suocera Maria che mi ha aiutata fare sbocciare i semi di Aoghiri.

Grazie a tutti quelli che mi sono stati vicini

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