Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

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venerdì, 28 marzo 2008

FRA VIOLENZA, IGNORANZA E (FORSE) MALAFEDE


Purtroppo i tristi atteggiamenti che ho indicato nel titolo spesso impediscono anche di concedersi il conforto di una risata liberatoria.
Non ricordo se fosse il giorno di Pasqua (o uno dei due precedenti) e, mentre Rai1 riempiva il palinsesto di prima serata con cerimonie papali, ItaliaUno pensava bene di trasmettere un film connesso all’evento e finiva per scegliere “Le crociate”.
La mia prima reazione fu una sghignazzata: non mi sembrava che la Pasqua fosse l’occasione per ricordare un manipolo di bravi ragazzi ferrati che scesero dall’Europa all’oriente mediterraneo per invadere terre altrui e riprendersele.
Il pretesto “Terra santa” li portò a Gerusalemme solo nel primo tentativo, cui si erano preparati e allenati strada facendo massacrando comunità ebraiche, ma la risata mi si strozzò in gola a seguito di un’autocensura impostasi per vari motivi.
Per ora n’elenco due
.

Primo motivo di autocensura


Le ragioni sono ampiamente e correttamente elencate nel documento che segue e non le ripeto:
Il fatto che un gruppo di cattolici competenti (e memori di quel che fu il Concilio vaticano II) lo abbia proposto alla firma è un gran conforto.

A proposito della “preghiera per gli ebrei”
Con il motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, Papa Benedetto XVI reintroduce la possibilità di utilizzare la formula liturgica pre-conciliare, in lingua latina, per la celebrazione eucaristica. A seguito di tale provvedimento, lo scorso 6 febbraio – nella ricorrenza del mercoledì delle ceneri – il Pontefice modifica la preghiera per gli ebrei del Venerdì Santo contenuta nel Missale Romanum anteriore al Concilio Vaticano II, sostituendo il riferimento al «popolo accecato [che deve essere] strappato dalle tenebre» con l’espressione «Preghiamo per gli Ebrei. Il Signore Dio Nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini». La disposizione del Papa è contenuta in una nota della Segreteria di Stato della Santa Sede.
Tale modifica giustifica di fatto una preghiera liturgica alternativa e contrapposta a quella vigente, e che a nostro parere è in contrasto con i testi conciliari Dignitatis humanae, sulla libertà religiosa, e Nostra aetate, sul rapporto fra la Chiesa cattolica e le altre religioni, in cui si afferma che «gli ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento. […] gli ebrei non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura» (Nostra aetate, 4).
Il provvedimento inoltre sembra contraddire palesemente il magistero precedente, poiché si contrappone a quanto affermato negli Orientamenti e suggerimenti per l’applicazione della dichiarazione conciliare Nostra aetate, 4 (1975), che al punto I afferma: «condizione del dialogo è il rispetto dell’altro, così come esso è, e soprattutto il rispetto della sua fede e delle sue convinzioni religiose. […] La Chiesa, per la sua stessa natura, deve annunciare Gesù Cristo al mondo. Per evitare che questa testimonianza resa a Gesù Cristo appaia agli ebrei come una violenza, i cattolici dovranno aver cura di vivere e di annunciare la loro fede nel più rigoroso rispetto della libertà religiosa».
La preghiera del Venerdì Santo, nella versione post-conciliare, esprime suppliche indirizzate alla salvezza di tutti gli uomini: nel caso specifico degli ebrei, questo significa pregare perché il Signore «li aiuti a progredire sempre nell’amore del Suo Nome e nella fedeltà alla Sua Alleanza». Si prega affinché tutti seguano lo Spirito nella via che è loro data e che, per Israele, non può che essere la fedeltà all’Alleanza mai revocata (cfr. Rm 11). Poiché, inoltre, il Venerdì Santo è il giorno in relazione al quale è stata rivolta al popolo ebraico l’accusa di deicidio – accusa infondata, ma foriera di abissi di orrore – ritoccare il cambiamento introdotto dal Concilio Vaticano II appare un regresso, pericolosamente prossimo alla teologia della sostituzione di Israele e capace di evocare gli antichi tentativi di conversione. Posizione, questa, che ci pare da respingere in base alla stretta ortodossia cristiana e ad una corretta prospettiva escatologica.
Non possiamo che manifestare il nostro rammarico per una scelta che mette a serio rischio più di quaranta anni di dialogo, in quanto qualunque cosa possa far pensare a un tentativo di conversione è inconciliabile con il riconoscimento ed il rispetto della verità nella fede dell’altro.
Bartolini Elena Lea – Docente di Giudaismo – Centro Studi del Vicino Oriente di Milano
Bartolomei Maria Cristina – Docente di Filosofia Morale e Teologa – Università di Milano
De Benedetti Paolo – Docente di Giudaismo – Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale
Milani Claudia – Dottoranda di Ricerca – Università di Chieti
Perani Mauro – Docente di Ebraico – Università di Bologna, Presidente della European Association for Jewish Studies

Chi desiderasse aderire, può comunicarlo al seguente indirizzo e-mail: elenalea@alice.it, ossia Elena Lea Bartolini che scrive:
Vi inviamo in allegato l’aggiornamento delle firme di adesione al documento relativo alle “preghiera per gli ebrei” che ha raggiunto poco fa quota 501.
Vi ricordiamo che il documento è presente sui seguenti siti, che ringraziamo a nome di tutti per l’ospitalità:
www.ildialogo.org     
www.mauropesce.net    www.noisiamochiesa.org


Inoltre il documento compare anche sulla versione on-line di MicroMega visitabile al seguente indirizzo:
http://temi.repubblica.it/micromega-online/a-proposito-della-preghiera-per-gli-ebrei-un-appello/ì

 

Secondo motivo di autocensura

Ci sono notizie che è impossibile ignorare per scelte (altrui) di bombardamento mediatico. Una di queste è il battesimo del Vicedirettore del Corriere della sera che ha scelto il cristianesimo, optando –la notte di Pasqua- per un battesimo in S: Pietro, papa celebrante, compiacente e soddisfatto (è lecito supporlo) quanto lo fu per il passaggio dall’anglicanesimo al cattolicesimo dell’ex Primo Ministro inglese Tony Blair. A Tony Blair nessuno (e io insisto nel trovare questo silenzio vergognoso) nella curia vaticana rimproverò l’alleanza con Bush nello scatenare la guerra in Iraq, mentre dichiarazioni di Magdi Allam, tanto grossolane quanto violente, hanno determinato la pubblica reazione del Vaticano.
Il giornalista, nello spiegare la sua conversione al cristianesimo,
aveva definito l'Islam ”fisiologicamente violento" e "storicamente conflittuale" e -leggo su Repubblica on line del 27 marzo- “il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, ha spiegato oggi  <…> che ‘accogliere nella Chiesa un nuovo credente non significa evidentemente sposarne tutte le idee e le posizioni. Magdi Allam - ha aggiunto Padre Lomabrdi - ha il diritto ad esprimere le proprie idee, che rimangono idee personali, senza evidentemente diventare in alcun modo espressione ufficiale delle posizioni del Papa o della Santa Sede’.
Il portavoce della Santa Sede dovrebbe spiegarci perché mai non è stata necessaria le stessa presa di distanza a proposito di Tony Blair. Domanda indiretta del tutto retorica: non lo farà mai.
Eppure le voci delle chiese cristiane mediorientali si sono levate alte e forti (ed evidentemente meno significative dei pubblici comportamenti del vicedirettore del Corriere della sera) contro la guerra in Iraq.
Chi ne volesse qualche esempio, che ho avuto al fortuna di ascoltare direttamente, può andare ai diari del mio viaggio in Siria (clic su ‘viaggioconfronti07’ e appariranno tutti i diari di seguito).
augusta

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rassegnastampa, segnalazioni da altri blog, diari di augusta

domenica, 23 marzo 2008

Errata corrige
Nel precedente diario ho identificato il 20 marzo come giornata del rapimento Moro: era invece il 16.

Inserisco una notizia che spero dia frutti positivi …

Dal Corriere della sera on line   23 marzo 2008
Hamas-Fatah: accordo per ripresa colloqui
Le due principali fazioni palestinesi hanno siglato una bozza di riconciliazione

SANA'A (Yemen) - Accordo raggiunto tra i palestinesi di Hamas (che controlla Gaza) e Fatah (dominante in Cisgiordania). Le due principali fazioni palestinesi hanno infatti siglato un accordo di riconciliazione a Sana'a, capitale dello Yemen, impegnandosi dopo mesi di ostilità a riprendere i colloqui.
«UNITÀ DEL POPOLO» - «Noi, in rappresentanza di Fatah e Hamas, riconosciamo l'iniziativa yemenita come l'intelaiatura sulla base della quale riprendere il dialogo tra i due movimenti per far tornare la situazione palestinese a quella che era prima degli incidenti di Gaza», si legge nel documento firmato da Moussa Abu Marzouk per Hamas e da Azzam al-Ahmed per Fatah. Nella dichiarazione si ribadisce anche «l'unità del popolo, del territorio e dell'autorità palestinese». I colloqui, avviati la settimana scorsa dal presidente yemenita Ali Abdullah Saleh, sono stati più volte sul punto di fallire. Saleh chiedeva alle parti di accettare di tornare al tavolo dei colloqui dall'inizio di aprile, ma il controllo di Gaza era uno dei nodi più difficili da sciogliere. Fatah chiedeva ad Hamas di rinunciare al controllo della Striscia e Hamas voleva che Fatah liberasse gli esponenti arrestati in Cisgiordania. Il piano yemenita prevede anche elezioni, la creazione di un nuovo governo di unità nazionale e la riforma delle forze di sicurezza.

E alla (speriamo) buona notizia precedente unisco il ricordo di un lontano 23 marzo che nell’approssimarsi delle elezioni mi sembra più attuale che mai.
Mi diranno esagerata: sarò più esplicita nei prossimi giorni.
Intanto spero che l’articolo che segue venga letto                augusta

da Il sole 24ore 23 marzo

Settantacinque anni fa i pieni poteri a Hitler: così una democrazia elesse un dittatore   di Nino Gorio

Il 23 marzo 1933 un voto quasi unanime del Parlamento consegnò Berlino nelle mani del leader nazista. Che poi in soli tre mesi abolì partiti e sindacati, epurò l'apparato statale da oppositori ed ebrei e aprì il suo primo lager a Dachau. Dettaglio sorprendente, il dittatore più feroce del ‘900 aveva un largo appoggio popolare

"La Repubblica era morta: un ometto, uno straniero semianalfabeta, seguito da un terzo del Paese, ne era stato il becchino numero uno". L'epitaffio, firmato da Eugene Davidson, storico californiano del nazismo, si riferisce a una data precisa: 23 marzo 1933, esattamente tre quarti di secolo fa. La repubblica in oggetto è quella tedesca, il "becchino" è ovviamente Adolf Hitler, che in quel giorno di primavera assunse i pieni poteri, inaugurando la dittatura che doveva portare alla seconda guerra mondiale e allo sterminio di milioni di ebrei.
A ripensarci oggi vengono i brividi, ma i giornali tedeschi salutarono l'evento con applausi praticamente univoci: anche perché la libertà di stampa era già sospesa e quindi l'entusiasmo era forzato. Meno univoco, ma di poco, fu il Parlamento, dove solo la Spd (socialista) votò contro: i comunisti della Kpd erano assenti dall'aula e tutti gli altri deputati sottoscrissero il decreto che consegnava senza condizioni il Paese a Hitler e al suo partito, la Nsdap. La Germania nazista nacque così, con un parto quasi indolore e con molte levatrici.
Va detto che la scadenza del "compleanno" non è accettata da tutti, perché in realtà nei primi mesi del 1933 la Nsdap prese il potere a tappe. Così c'è chi fissa la svolta il 30 gennaio, quando l'"ometto straniero" (Hitler era nato a Braunau, Austria) fu nominato cancelliere. Chi il 28 febbraio, quando fu varato il "Decreto per la difesa del popolo e dello Stato", prima legge liberticida del nuovo premier. Chi il 5 marzo, quando le elezioni politiche assegnarono a nazisti e loro alleati 340 seggi parlamentari su 647, confermando Hitler al governo.
Ma la data-chiave fu proprio il 23 marzo. Prima di allora, infatti, i nazisti erano entrati nella stanza dei bottoni passando bene o male sui binari previsti dalla Costituzione democratica della Repubblica di Weimar, in vigore dal 1919. Hitler non era ancora "führer" (titolo creato ad personam solo nel 1934) ma "reichskanzler", come i capi dei governi precedenti. "Persino i pieni poteri erano previsti, come norma di emergenza, dalla Costituzione" sottolinea il politologo Giorgio Galli, traduttore italiano del "Mein Kampf", il "vangelo" di Hitler.
Dopo il 23 marzo, invece, tutto cambiò. Infatti, Costituzione alla mano, i pieni poteri potevano durare quattro anni al massimo, mentre Hitler li prese come un incarico senza scadenza, che poi si tenne fino alla morte, nel 1945. E da subito usò l'investitura ricevuta dal Parlamento per far piazza pulita della repubblica parlamentare che avrebbe dovuto guidare. Fin dalle prime settimane del nuovo corso, ne fecero le spese tutti i bersagli designati: partiti, sindacati, autonomie locali, attività economiche ebraiche, burocrati fuori linea.
Questo processo di nazificazione si dipanò con una rapidità impressionante. A fine marzo una fabbrica a 20 km da Monaco fu riciclata nel primo campo di concentramento della Germania hitleriana (Dachau). Il 7 aprile un diktat-purga allontanò dall'apparato statale funzionari ebrei o politicamente sospetti. Il 2 maggio finirono fuorilegge tutti i sindacati tranne il Daf (nazista). Il 22 giugno toccò lo stessa sorte alla Spd, i cui beni furono confiscati; poi tutti gli altri partiti furono costretti a sciogliersi, facendo confluire i loro deputati nella Nsdap.
Insomma: in tre mesi la Germania fu rivoltata come un calzino. E l'operazione si completò entro altri sette con l'abolizione dei Länder, i governi regionali in cui articolava la struttura federale della repubblica. Ancor più stupefacente della rapidità d'azione dei nazisti fu però il consenso (quanto meno passivo) che la facilitò: se a marzo la Nsdap aveva raccolto il 43,9% dei voti, un referendum sulla politica di Hitler, indetto a mo' di test in novembre, registrò il 92,2% di sì. Risultato truccato? Forse, ma è difficile pensare a 9 voti falsi su 10.
La verità era probabilmente un'altra. L'asso nella manica dei nazisti era Joseph Goebbels, un giornalista renano, fanatico ma colto (tanto da essere soprannominato "Herr Doktor"), che già da marzo era diventato ministro per l'"Informazione, propaganda ed educazione popolare". Spregiudicato e intelligente, Herr Doktor aveva inventato tecniche inedite di comunicazione, basate sulla ripetizione ossessiva di notizie false o di slogan a effetto, che alla lunga venivano "digeriti" e fatti propri da chi li ascoltava come se fossero oro colato.
Oggi quelle tecniche non stupiscono più: dopo la guerra furono fatte proprie sia dalla propaganda politica sovietica che da quella americana e tuttora sono alla base di gran parte della pubblicità commerciale. Senza forzare più di tanto, si può dire che Goebbels fu l'inventore dei moderni spot televisivi, anche se all'epoca il ruolo della tv l'aveva la radio. E, sentendosi dire da mattina a sera via etere che la Germania aveva "un avvenire radioso" e che all'origine di tutti i problemi c'erano gli ebrei, i tedeschi finirono per crederci.
Del resto, la testa di Goebbels aveva cominciato a manipolare le altre già prima che Herr Doktor diventasse ministro. Con un mese di anticipo sui pieni poteri a Hitler, il 27 febbraio a Berlino era andato a fuoco il Reichstag e la propaganda nazista aveva pilotato l'opinione pubblica fino a far credere che l'incendio fosse opera di un "complotto bolscevico" orchestrato da tre deputati comunisti bulgari, con la complicità di una rete tedesca. Appunto sfruttando il caso Reichstag, Hitler era stato portato in carrozza alla svolta del 23 marzo.
Di vero c'era solo che uno psicopatico olandese di simpatie comuniste, Marinus van der Lubbe, era stato preso mentre vagava seminudo e fuori di testa intorno al Reichstag. Ma tanto era bastato al governo Hitler per far arrestare 4mila oppositori e intellettuali. A giudizio erano poi finite solo 4 persone, di cui tre assolte al processo. Ma grazie a Goebbels i tedeschi avevano continuato a credere alla prima versione. E il 23 marzo avevano applaudito a una repubblica che si suicidava, eleggendo democraticamente un feroce dittatore.

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israele palestina, rassegnastampa

giovedì, 20 marzo 2008

QUEI  MALEDETTI  20  MARZO

 

Riporto più sotto due articoli riguardanti l’invasione dell’Iraq, in quella maledetta notte di cinque anni fa in cui Bush dettò legge al mondo.
Certamente il vecchio presidente agli sgoccioli (ma chi gli succederà è meglio di lui?) non è l’unica fonte di violenza in atto.
Fra le tante cito il Tibet e mi pongo (per ora) due domande:
perché il papa non volle ricevere il Dalai Lama recentemente in visita in Italia?
E ancora: perché la proposta di non violenza del Dalai Lama non è accolta con l’attenzione che  potrebbe meritare (uso il condizionale perché purtroppo dalle notizie che girano non ho capito quasi nulla e vorrei saperne di più)?
Chi volesse comunque leggere qualche cosa di mio sull’opinione di chiese cristiane d’oriente sull’invasione dell’Iraq e l’assassinio di Saddam vada al diario del mio viaggio in Siria (clic sulla categoria “viaggio Confronti 07”)
Infine un altro ricordo del 20 marzo di trent’anni fa: il rapimento Moro, l’immediato massacro della scorta, il suo assassinio in maggio. La figlia ha giustamente invitato gli assassini, che perdona, a parlare. A mio parere però dovrebbero essere invitati a parlare anche i politici di allora, a cominciare dal gladiatore Cossiga e dallo statunitense Kissinger …e via via ascendendo e discendendo.
Quali giochi si fecero sulla pelle del presidente della DC?
Naturalmente non posso rispondere io, ma - come tanti fanno in questi giorni - voglio ricostruire la mia collocazione. Al momento della notizia del rapimento dov'ero e cosa facevo?
Ero a scuola, insegnavo in un liceo e la notizia giunse in classe all’interno di un’altra, come in una matrioska informativa. Era stato indetto lo sciopero generale: potevamo uscire.
Ne restai inorridita. Anche se c’erano ragazzi grandi (che avevano in ogni modo diritto ad aver paura), c’erano pure minorenni e nessuno sapeva cosa stesse succedendo. Un colpo di stato?
Subito dopo il pensiero per i miei tre figli: erano ragazzini, sapevo che sarebbero stati sbattuti irresponsabilmente fuori scuola (non ho mai perdonato quell’indiscriminata decisione sindacale né mai la perdonerò: si possono lasciare le banche, i grandi magazzini, le boutiques .. ma non si possono abbandonare i ragazzi). Riuscii ad accertarmi che sarebbero stati accolti a casa dal loro papà e decisi di occuparmi degli studenti. M’infilai in un’aula vuota e assicurai i presenti che pur scioperando (non firmai il registro) ritenevo mio dovere assicurare loro un appoggio finché non avessero liberamente deciso di andarsene.
Erano presenti molti miei studenti e si aggiunsero anche altri, di classi dove non insegnavo. Non so se altri colleghi avessero preso la stessa decisione. So che molti uscirono.
I ragazzi più tardi, decisamente più tardi, se ne andarono, rassicurati anche dall’arrivo di alcuni genitori (tempi tragici che però non conoscevano ancora la schiavitù di quel guinzaglio che è il cellulare!).
Per tre ore discutemmo di politica e non violenza, anzi di politica come antidoto alla violenza.
Non ha mai potuto valutare quella mia scelta, per cui non ebbi alcun confronto, né al sindacato né con colleghi, fino a pochi anni fa quando a teatro mi avvicinò una signora e mi disse di essere stata una delle ospiti dell’aula che avevo occupato come unica offerta a una sicurezza dei ragazzi che mi sembrava –in quel momento- preferibile alla strada. Voleva approfittare dell’incontro casuale per dirmi il suo apprezzamento per una mattinata che non aveva dimenticato e ringraziarmi.
Aveva ragione lei? Non lo so, ma mi fece piacere.
augusta

 

Il Manifesto 19 marzo_ Il mondo scorso, cinque anni fa      Roberto Zanini

 

Domani sono cinque anni. Era il 20 marzo del 2003 e i primi missili salparono dalle navi al largo del Golfo Persico diretti su Baghdad. Avvertiti per tempo, pochi direttori di giornali statunitensi si piazzarono davanti alla tv per non perdersi i primi lampi verdi nella notte di Baghdad e all'Hotel Palestine i reporter cominciarono a strillare nei microfoni. Quella notte un missile più grosso degli altri sventrò il palazzo che una spiata aveva indicato come il covo di Saddam, non era vero e la guerra continuò per un altro pugno di settimane, i figli del dittatore cacciati come bestie, macellati ed esposti come trofeo di caccia, il dittatore stesso stanato dal suo buco, rasato ed impiccato davanti a un telefonino con telecamera. «Major combat is over», Bush lo annunciò in maggio su una portaerei con più cineprese che cannoni. Non era vero nemmeno quello ma a chi importava? L'Iraq era stato vinto in un attimo, senza alcun onore - se mai ve n'è in una guerra - i bombardieri americani spianavano la strada alla fanteria americana che spianava la strada alle salmerie della ricostruzione, la stampa occidentale scherniva i fantaccini iracheni che si arrendevano in massa mentre Halliburton e soci firmavano contratti che avrebbero arricchito alcuni e mandato altri in galera per truffa. Lo stato canaglia moriva sepolto di missili e bugie. Intanto il mondo cambiava. Il primo a sparire fu il principio che gli stati si riconoscono tra loro e tra loro si possono difendere ma non aggredire. Era il trattato di Westfalia, datava tre secoli e mezzo, bruciò come carta vecchia. Morì anche l'Onu ma non se ne accorse e oggi si ostina ad esistere in un palazzo di vetro a New York ma non più nelle coscienze di un pianeta mutato. A che serve una legge sovranazionale se funziona benissimo la legge del più forte? Dotata delle moderne protesi tecnologiche, la superpotenza mondiale rimasta ha sancito l'eversione dalla struttura legale che governava il mondo e ha fatto della soggezione dell'altro la leva e il motore di una nuova storia. La seconda superpotenza mondiale, come il New York Times battezzò l'opinione pubblica in quelle giornate di cinque anni fa, non tardò a liquefarsi come l'illusione generosa che era. I dettagli rimasti, come il divieto di torturare i nemici, vennero sepolti ad Abu Ghraib. In Italia la sinistra di governo ha avuto in una guerra, quella per il Kosovo, uno dei suoi atti fondativi: sradicata nei punti cardinali, disseccata nei molti vegetali a cui la sua toponomastica si è riferita negli anni, ha continuato per quella strada. La sinistra cosiddetta radicale ha avuto nella guerra la prima forca caudina davanti alla quale piegarsi per fedeltà di coalizione, avviando la crisi in cui oggi si dibatte. Messi insieme i partiti arcobaleno valgono il 13% ma pregano per l'8% e qualcosa vorrà dire. Sì, il governo Prodi si è ritirato dall'Iraq, ma quando ormai lo prometteva anche Berlusconi. E in questa campagna elettorale della guerra non si fa minuziosamente parola, è cosa remota. Molto remota. Domani sono cinque anni.

 

 

Avvenire 19 marzo

IRAQ, CINQUE ANNI DOPO QUEL TRAGICO RRORE DI VALUTAZIONE
Andrea Lavazza
 
A cinque anni dall’inizio della guerra in Iraq, esistono molte prospettive dalle quali valutare le decisioni e gli eventi che si sono susseguiti dal 19 marzo 2003 a oggi. Si può dire che un pericoloso e sanguina­rio dittatore come Saddam Hussein non è più al potere. Ma si può anche far notare che l’indice di libertà politica del Paese è anco­ra uguale a quello della Palestina di Hamas e inferiore a quello del Marocco, e che l’in­dice di libertà di stampa, malgrado la ca­duta della censura e l’esplosione di nuove testate, colloca Baghdad al 157esimo po­sto nel mondo.
  Sono leggermente cresciuti il reddito pro­capite e il tasso di scolarizzazione, ma dei 34mila medici attivi prima del conflitto la metà ha lasciato il Paese e alcune altre cen­tinaia sono state rapite e uccise, mentre la Croce Rossa due giorni fa ha denunciato il collasso della sanità. Gli sciiti, gruppo mag­gioritario e a lungo discriminato dal rais, hanno riconquistato di fatto il potere ai danni degli ex padroni sunniti, ma la paci­ficazione del Paese rimane ancora lontana. La situazione interna non è catastrofica co­me la dipingono i detrattori per partito pre­so della Casa Bianca, ma gli oltre centomi­la morti tra i civili (le stime sono varie), le quattromila vittime americane, le migliaia di altri combattenti uccisi, i quasi mille miliardi di dollari in­vestiti nella guerra e i danni collaterali a e­difici e infrastrutture non sembrano giu­stificabili alla luce di nessuno degli obiet­tivi via via proposti per l’avventura ira­chena. Non le armi di distruzione di massa, che non sono mai state trovate (fossero o meno in buona fe­de gli indizi della loro presenza avanzati dall’Amministrazione Bush). Non il regime change, il mutamento di governo, che do­po un quinquennio non ha prodotto i ri­sultati attesi, con il rischio ancora aperto di partizione etnica del Paese (senza con­tare la diaspora e la persecuzione dei cri­stiani), nonché di instabilità permanente, anche sotto la pressione di al-Qaeda. Non la democrazia in Medio Oriente, dato che dallo sbarco delle truppe Usa sono peggio­rate le speranze di pace tra israeliani e pa­lestinesi e la situazione in Libano è andata deteriorandosi. Non gli approvvigiona­menti petroliferi, come possono constata­re gli stessi automobilisti americani, che dal 2003 a oggi hanno visto raddoppiare il prezzo del carburante, e tutti i consumato­ri mondiali.
  Ma non reggono nemmeno le dietrologie di chi vedeva nella scelta di invadere il Paese dei due fiumi qualche inconfessabile inte­resse della superpotenza o del suo presi­dente o del suo entourage. Nessuno pare a­verci guadagnato alcunché. Anche Wa­shington è sull’orlo della recessione, si tro­va a essere molto meno amata sul fronte internazionale, ha pericolosamente impe­gnata una quota importante del proprio di­spositivo bellico. E ha trascurato l’Afghani­stan dove il terrorismo potrebbe ricostitui­re i propri santuari, dai quali i kamikaze partirono per colpire New York nel 2001.
  Qualcuno potrebbe dire che è stata una 'lezione preventiva' per altri despoti. E che alla lunga la cultura e le istituzioni li­berali attecchiranno. Non lo si può esclu­dere. Forse, semplicemente, si è trattato di un grande, tragico errore di valutazione e, soprattutto, di una pessima conduzione dell’immediato dopoguerra nella prima­vera del 2003.
  Fatto il danno, bisogna almeno ricostruire. Decine di nazioni e le istituzioni interna­zionali hanno annunciato aiuti per 18 mi­liardi di dollari, si sono impegnati per 3,5 e ne hanno versati 1,5 al luglio 2007 (l’Italia risulta ferma all’inezia di 5 milioni). La coa­lizione che abbatté il regime era ampia, suc­cessivamente la missione di stabilizzazio­ne ha avuto le insegne dell’Onu. Motivi u­manitari e geostrategici imporrebbero ora una maggiore cooperazione. Per chiudere un capitolo e ridare speranza a un popolo.

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rassegnastampa, diari di augusta

martedì, 18 marzo 2008

Votiamo donna ??!!!

 

E’ un mio automatismo provare interesse, quando m’imbatto in pensieri e parole di donne, ma è tanta la delusione per quanto sento e vedo –anche direttamente e non solo sui media cartacei, radiofonici e televisivi- che trovare parole di donne intelligenti, che hanno mantenuto la capacità di pensare e la determinazione a dire, che l’incontro si fa consolatorio.

Adriana Zarri, la vecchia teologa che io ricordo con entusiasmo negli anni della sua maturità, ha riaperto la sua rubrica “parabole” su Il manifesto.
Ecco un tratto dell’ultima (16 marzo):

Il reverendo Ferrara

Dei cosiddetti «atei devoti» io sono solita dire che abitualmente sono molto atei e poco devoti. Ma c'è chi, più illuso, più buono e più generoso di me, pensa che siano poco atei e molto devoti, tanto da invitare uno di loro a inaugurare l'anno accademico di una facoltà pontificia. Si tratta di Giuliano Ferrara, al quale è stato affidato appunto l'incarico di aprire l'anno accademico dell'Istituto di Scienze religiose Redemptor Hominis, collegata alla pontificia facoltà teologica dell'Italia meridionale, presso l'Auditorium del seminario arcivescovile (più sacri ed ecclesiali di così davvero non si può). Cosa che il nostro devotissimo ateo ha puntualmente fatto alla presenza bene augurante del vescovo locale che speriamo, se non ateo, almeno devoto.
La cosa ha dell'incredibile né mai la crederemmo se non l'avessimo letta su un organo di stampa degno di fede. Naturalmente tanta generosità di organismi sacrali è dovuta alla ben nota posizione del Ferrara in ordine all'aborto: tanto vale il fanatismo di chi altro non vede, nello sterminato universo della fede.
Il fatto strano (ma non poi tanto poiché il fanatismo riduttivo è assai frequente) ha stupito non pochi tanto che, ad accogliere Ferrara, oltre al benigno vescovo, c'era anche un meno benevolo striscione con su scritto «dio ci salvi da Ferrara». Al che noi aggiungiamo dio ci salvi altresì dagli amici di Ferrara”.

 

Il guaio non è – a mio parere- il sullodato Ferrara, per sé irrilevante, ma l’alleanza con la curia vaticana, che approfitta degli atei più o meno devoti per assicurarsi un successo al momento mediatico e, fra meno di un mese, elettorale. Credo funzionerà:
In anni ormai lontani il movimento delle donne aveva saputo trovare nella legge 194 un punto di incontro, compreso e condiviso, trasmesso e raccolto come un passo importante di civiltà (le donne non potevano fingere che la piaga dell’aborto clandestino non esistesse). Ora non più: chi nelle istituzioni (e penso soprattutto alle donne elette) avrebbe dovuto tener viva e vigile la funzionalità dei consultori, preoccuparsi della contraccezione, anche a fronte dei problemi nuovi che la realtà pone (la sessualità delle giovanissime e le conseguenti gravidanze precoci) e la presenza di donne straniere (con cui sarebbe stato importante incontrarsi per rinnovare, con consapevolezza e cautela, il punto di incontro di anni lontani) non lo ha fatto… e i risultati sono tragici. Quelle che erano state conquiste diventano impegni di anni lontani e io incontro sempre più spesso donne che mai hanno letto la legge e la chiamano, con squallida disinvoltura, legge dell’aborto, mentre il suo titolo è: “Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza”. Le parole possono fare oscurità e chiarezza: oggi la scuola ferrarica e non solo insegna l’oscurità
.

Scrive Rossana Rossanda in un articolo de Il manifesto del 17 marzo:

“Non stupisce che nella generale piattezza tornino a brillare le religioni con i loro lampi lontani, ma la vicina tentazione di una nuova egemonia. Non tutte, intendiamoci, da noi si agita la chiesa cattolica apostolica romana, cujus regio ejus religio. Ratzinger parla dallo schermo ogni due giorni più la domenica, negli altri predicano i cardinali Bertone e Bagnasco. Degli altri culti approda in tv solo il Dalai Lama, ma perché perseguitato dalla Cina. Non ci arrivano le sue parole. Non la sapienza dell'ebraismo, non quella dei protestanti: la comunità ebraica italiana si fa sentire solo in politica, i secondi sono avvezzi a essere ignorati.
Silvio e Walter e Casini omaggiano più di ogni altro il Sacro soglio, ma con il ritorno del sacro hanno frascheggiato tutti. Politici e filosofi, maschi e femmine pensanti. Adesso che se ne vedono le conseguenze, più interventismo che spiritualità, proporrei alla sinistra di mettere fra le tre o quattro priorità un bel ritorno al laicismo”
….
”Da questi terreni che ineriscono alla più intima libertà anche lo stato dovrebbe ritrarre il piede, rispettando le scelte della persona, e prima di tutto quella delle donne, da sempre ossessione e bersaglio d'una chiesa tutta maschile. Una grande mutazione sta venendo da esse e ne esce mutata anche la concezione della vita e della morte - uno stato moderno, attento, prudente segue questa evoluzione non lascia alla Chiesa di emettere una fatwa alla settimana. Certo, bisogna che abbia un'idea di che cosa sia un'etica pubblica, quella che matura discutendone in libertà e responsabilità, alle soglie del terzo millennio. Ma di questo i leader del «paese normale» non hanno cura.
Loro hanno i «valori». Meno stato più mercato per i beni, meno repubblica più Vaticano <…> Se mi si permette (e anche se non mi si permette), molti di noi ne hanno abbastanza. Inciampiamo a ogni passo in valori di latta, mentre si torna a guardare con più disprezzo che un secolo fa alla vita e alla libertà di chi lavora nel frenetico accendersi e spegnersi di migliaia di imprese senza regole. Assimilati ormai ai poveri, cui si deve al più un briciolo di compassione.”

 

Io ho molta stima della Rossanda, ma non posso accettare le esplicite indicazioni di voto che ci dà. Forse perché, vivendo in una cupa provincia del nord-est, ogni realtà anche politica, sembra frantumarsi, ingrigire, perdere ogni attrattiva, infognata nella povertà delle argomentazione, nel soffocamento del pensiero sotto i macigni del buon senso, avvilito e asservito come le donne candidate che – nelle fotografie prelettoriali- fanno tappezzeria come le ragazze brutte nelle vecchie sale da ballo. E comunque in parlamento non potremo votarle perché la scelta non dipende da noi … e nessun candidato sottolinea l’impegno a cambiare la legge elettorale. Evidentemente gli va bene il ruolo che io chiamo da polli d’allevamento (cresciuti dentro aggregazioni ancora chiamate partiti, cui sono fedelissimi oltre scienza e coscienza).
Certamente il peggio lo ha dimostrato quella ragazzotta precaria che si è avvilita (probabilmente senza accorgersene) a fare da spalla a Berlusconi in vena di proposte di matrimonio probabilmente poligamico: le precarie sono certamente di più dei maschi ricchi disposte a mantenerle nello scambio matrimoniale).
La concezione “valoriale” della famiglia –reiteratamente proclamata- ne è uscita come una compravendita da mercato senza regole (nemmeno quella del piacersi). I cardinali di curia –una volta tanto zitti- appagati dalla volgarità mercantile dei rapporti umani, probabilmente ammiccavano: meglio la compravendita di sé che l'esercizio consapevole di una libera  scelta..
augusta

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donne, rassegnastampa, diari di augusta

domenica, 09 marzo 2008

Si discute in questi giorni il decreto relativo agli infortuni sul lavoro.
Mi chiedo se tanto accadrebbe se il Presidente della Repubblica non ne avesse fatto da tempo un caso nazionale, se non ci fossero stati (in deroga allo stillicidio continuo di singole perdite) tre casi (Torino, Venezia, Molfetta) in cui il numero contemporaneo di morti avesse emozionato l’opinione pubblica.
Voglio però permettermi un cenno all’oggetto del contendere fra governo e confindustria.
Si discute di multe che oggi arrivano ad un massimo di 1.033 euro per il datore di lavoro totalmente inadempiente nei confronti dei sistemi di sicurezza (o meglio della vautazione dei rischi), somma che  – con il decreto in discussione- dovrebbe arrivare a 24.000 euro, riducibili ad un quarto se il datore di lavoro trovato in fallo inizia l’adeguamento mai prima intrapreso.
Tanto ho capito dal coacervo d’informazioni che ci arrivano, ma devo pensare di aver capito bene se è di questo che si discute e non dei necessari processi di formazione e dei compiti delle ASL, compiti di prevenzione e vigilanza che la scarsità di personale destinatovi rende difficilmente praticabili in tempi dovutamente rapidi e soprattutto antecedenti il succedersi di eventi, che –se soltanto rincorsi- continueranno ad essere tragici.


Ragionando su questo tema mi sono tornate alla mente vecchie questioni: non so se interessino, ma fanno parte della storia della mia vita e mi aiutano a decidere, o meglio, quando devo prendere una decisione, non posso rifiutarmi a queste memorie che si presentano anche se non evocate.
Mi sono chiesta il perché di tanta ignoranza in fatto di minacce alla vita e mi sono ricordata una fase spiacevole del mio impegno in consiglio regionale.
Discutevamo il piano sanitario –come dovuto a seguito della legge 833 del 1978 –e tutti sapevamo quanto importante sarebbe stato il problema della prevenzione (era il tempo in cui si parlava seriamente della legge 194, senza ridurla alla questione dell’aborto come va ora di moda fra i profeti dello squallore) e della necessità di vincolare la spesa anche a quello e simili scopi. Non se ne fece quasi nulla: i vari, si fa per dire, responsabili in fase operativa erano troppo impegnati a rincorrere i desideri del pubblico, manovrati o meno che fossero (non fu così per tutti, ma per molti).
Anche ciò che poteva essere fatto si disperse nei rivoli di una pigra indifferente continuità che non volle o seppe impegnarsi sui temi della prevenzione.
Saper governare con attenzione alle risorse? Bene comune?
Facciamoci un pensierino.
Così quando vedo persone che strillano (e questo vale per politici d’ambo i sessi ma anche per personaggi osannati per il loro rigore intellettuale e morale e per la loro generosità nella società civile) rispetto della persona, uguaglianza, accettazione delle differenze ricordo … (le chiamano valori e le trasversali doppiezze con cui vengono usati e abusati mi ha reso odiosa la parola) be’ ricordo tante cose ma una in particolare.
Riporto stralci di una lettera che scrissi il 18 agosto 1996 all’allora presidente della camera dei deputati on. Luciano Violante

Egregio Presidente,

a questa mia lettera unisco una cartolina che in Friuli la Lega Nord sta diffondendo a tappeto (sembra che ne siano già state distribuite più di 50.000 copie) in merito alla quale mi permetto di scriverLe.

Purtroppo, a mio parere, la cultura che giustifica la supremazia di un gruppo umano sugli altri (e il fatto che oggi si preferisca il riferimento all'etnia anziché alla razza non toglie significato al termine razzismo) é diffusa ben oltre la Lega.
Personalmente ho assistito all'evidente insinuarsi di questa cultura del degrado nella realtà in cui vivo, il Friuli‚ sede del più grande campo di sfollati dalla ex Jugoslavia presenti in Italia. Un'abile campagna di stampa li ha via via demonizzati e nulla ha fatto nemmeno il Prefetto (cui spetta la gestione degli interventi previsti dalla legge 390\92 che riconosce agli sfollati il diritto al "permesso di soggiorno per ragioni umanitarie") per modificarne il rapporto con l'opinione pubblica; le forze politiche tutte (Lega a parte) si sono disinteressate della questione, salvo personali interventi di una consigliera regionale di Rifondazione, e di un consigliere regionale dei Verdi cui in alcune circostanze si é unito anche il capogruppo del PdS (nell’estraneità totale del gruppo e del partito d’appartenenza) Naturalmente interventi di tipo caritativo, che ci sono e ci sono stati, non hanno avuto alcun significato nell'introdurre modifiche culturali in situazioni di questo tipo, anzi talvolta esasperano il rigetto di chi non vuole che le sofferenze del "comunque diverso" siano in alcun modo lenite.
Fra gli sfollati presenti in Italia ci sono anche persone d’etnia Rom e su queste la Lega ha abilmente concentrato l'attenzione della popolazione citando il D.L.319\96. Quella citazione ‚ un grossolano, ma proprio per questo abile, falso, contro cui nessuno di coloro che avrebbero avuto il dovere di far chiarezza si é mosso. Io sono intervenuta più volte sulla stampa locale e, quando ho trovato le cartoline "anti Rom" in distribuzione nel comune in cui risiedo, mi sono rivolta al sindaco.
(n.d.r. che spera di rendere intelligibile una situazione pasticciata e lontana nel tempo.
 In quella cartolina si chiedeva al destinatario, l’allora Presidente della Repubblica, di poter appartenere all’etnia rom, dato che ogni Rom avrebbe ricevuto dallo stato 35.000 lire al giorno.
La cartolina sosteneva un falso in quanto le 35.000 lire al giorno venivano date ai profughi dalla ex Jugoslavia che disponevano di un permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, residenti negli appositi campi.
Poiché fra i profughi c’erano molti Rom, la Lega giocava abilmente riducendo i profughi stessi a una sola etnia,quella appunto di Rom, “dimenticando” la distinzione fra coloro che disponevano del riconoscimento dello status di profughi e coloro che non ne disponevano e facendoli tutti destinatari di una regalia)

 

Non scrissi solo al presidente della camera, ma a sindaci, responsabili di stimate associazioni, politici locali, parroci … e non ebbi risposta da alcuno.
Sapevo, per tante ragioni, quanto infame fosse quella bugia e ancor oggi la considero il segno di come la Lega Nord abbia saputo far emergere il peggio del buon senso comune e esaltarne ciò che c’è di più abietto.
Per capire mi aiuto ancora rileggendo testimonianze relative al 1938 e anni successivi: il consenso che l’Italia seppe offrire alle leggi razziali può insegnare molto.

E non posso sottrarmi, anche se vado lunga, ad un altro ricordo: lo cito anche perché documentato.
1997. Già erano particolarmente affollate marce attorno alla base di Aviano.
Vi partecipavano anche esponenti di Rifondazione e si parlava solo di nucleare, non di contraddizioni locali.
Il sindaco di Aviano era PdS (o Ds non ricordo la data del cambiamento di quel nome) e aveva sollecitato la regione e il Comitato Misto Paritetico Servitù Militari (poiché facevo parte di quell’organismo possiedo e mantengo tutta la corrispondenza ricevuta) a protestare per i danni che la base provocava e che in un suo documento aveva diligentemente elencato.
Nel 1997, a ridosso di un momento elettorale, ricevette dall’allora governo Prodi un certo numero di miliardi per asfaltare le strade che gipponi americani massacravano. Scrisse allora, insieme ai sindaci dell’area, (20/08/1997 protocollo del comune di Aviano n.17955) “…I Sindaci chiariscono che, con ciò, sono evidentemente venute meno le motivazioni che li avevano indotti in passato (vedi nota del 19/08(1996 prot. 17999) a mettere in opera quanto in proprio potere per ostacolare gli interventi di ampliamento della base di Aviano.”
E infatti successivamente la base fu ampliata
Non ho mai trovato traccia di spiegazione di questo atteggiamento né da parte delle forze politiche coinvolte né da parte deileader dei  marciatori e loro seguaci, rispettati per i valori morali che pubblicizzano.
Perché dovrei riconoscere credibilità a tutti costoro, da cui non ho mai sentito, fosse pur sussurare, una parola cridica e autocritica?

Oggi mi si presentano liste elettorali e vi ritrovo fra gli interessati e i sostenitori molti inetti che ho conosciuto nel passato (parecchi bloccati in liste prefabbricate): non basta cambiar nome per riciclarsi diversi.
Se continuità in politica c’è, la ritrovo anche nell’opportunismo più sfacciato e beffardo, nella paura del pensiero critico, nella diffidenza della conoscenza che non sia manovrabile secondo le non-ragioni del potere e dei suoi sudditi.
Non solo ma … come voto il 13 aprile?
A destra mai, per la Lega e suoi opportunistici alleati neppure: cosa posso fare per mantenere il rispetto di me stessa?
Per i partiti e partitini che ancora si riconoscono nella scia della DC … è meglio non parlino mai con una donna che, ora vecchia, è stata ragazzina negli anni ’50 e giovane donna nei ’60 e non ha dimenticato e non dimenticherà mai la frustrazione generata dalla supponenza di chi le negava persino la libertà di guardare e pensare.
Che fare?

augusta

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domenica, 02 marzo 2008

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale  29 febbraio  /  6 marzo 2008  n. 733 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 27 febbraio 2008
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi         5.032  
Israeliani          1.058   
Altre vittime         78  
Totale               6.169  

Internazionale  29 febbraio  /  6 marzo 2008  n. 733 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  del  27 febbraio 2008
Iracheni               81.527  /  88.994    
Soldati statunitensi               3.973    

Soldati di altre nazionalità      307    

2 marzo - TRASCRIVO da Repubblica on line

Gaza, Israele non si ferma L'Anp sospende i negoziati
Dopo i 60 morti di ieri, ancora scontri. Abu Mazen congela ogni contatto con gli israeliani. Il ministro della Difesa Barak: "Non ci fermeremo. L'obiettivo è Hamas". L'Onu e gli Usa chiedono alle parti di porre fine alla violenza

Ho ricevuto da  info@controviolenzadonne.org> un messaggio da cui era possibile accedere al sito dell’UDI, da cui ho copiato il comunicato che trascrivol


INTIMIDAZIONE E ABUSI ANCHE A BOLOGNA

COMUNICATO  UDI NAZIONALE 2 marzo 2008

 

Sabato pomeriggio a Bologna tre ragazze stavano distribuendo in zona universitaria un volantino per informare le cittadine e i cittadini che si stava organizzando un presidio per solidarietà a Mara e a tutte le donne che hanno avuto il coraggio e la forza di denunciare il loro aggressore, rompendo così il silenzio della violenza quotidiana che le donne subiscono. Il volantino esprime la volontà delle donne di volerci essere davanti al Tribunale di Bologna, dove il 4 marzo si svolge il processo contro il violentatore di Mara, STUPRATA al Parco Nord della città il 26 agosto 2006 (lo ricorderete tutte!).
Ebbene le tre donne sono state bloccate da un'auto. Sono scesi tre uomini. In strada non c'era nessuno in quel momento.

Le ragazze hanno avuto paura e si sono strette tra loro mentre questi uomini si avvicinavano gridando "Dateci i documenti".
La più coraggiosa ha esclamato "Ma chi siete?" solo dopo si qualificavano come Digos.
Le ragazze cercavano di capire perché questo succedesse. Una di loro ha chiesto aiuto ai passanti, dato il comportamento palesemente o intenzionalmente aggressivo, idoneo a generare timore e a limitare la loro libertà morale.
Un'altra aggiungeva "Scusate, non mi fido. Voi siete in tre, ho paura". Sono state chiamate ben tre pattuglie della polizia, e mentre una ragazza contattava un'avvocata dell'UDI che le diceva di dare le generalità, un poliziotto le sequestrava il cellulare impedendole di parlare con l'avvocata e rifiutandosi di spiegare la situazione.
Le ragazze sono state portate in Questura nonostante che, dopo la telefonata all'avvocata avessero dichiarato di voler dare le generalità. Con arroganza e fare autoritario, le hanno afferrate per un braccio e per la testa pretendendo di condurle con la forza e infilatele in macchina come delinquenti le hanno portate in Questura, fotografate e hanno preso le impronte digitali.
Trattenute per quattro ore senza motivo. C'era anche una poliziotta, che è stata allontanata dai colleghi perchè non era d'accordo con quei metodi. Questi i fatti.

Oggi viviamo un paradosso!
Le forze dell'ordine che dovrebbero garantire l'ordine pubblico e la serenità sociale, con modi sconvenienti e inurbani hanno letteralmente terrorizzato delle ragazze che legittimamente manifestavo il loro sostegno a quelle donne che hanno subito violenza.

Lo sanno o dobbiamo spiegarlo noi a questi uomini che una ragazza oggi ha paura? Quando degli uomini si avvicinano ad una donna in una strada buia e poco frequentata dovrebbero sapere che la reazione della donna è comunque di timore, PERCHE' UNA DONNA SA QUELLO CHE PUO' SUCCEDERLE!

E QUESTI UOMINI, QUESTI POLIZIOTTI, NON POSSONO nell'occasione del compimento di un'attività seppur legittima, DISTRUGGERE IL RISPETTO CHE L'AUTORITÀ DEVE TRARRE, NON DALLA DIVISA CHE I SUOI RAPPRESENTANTI PORTANO, MA DALLA LEGGE CHE ESSI RAPPRESENTANO
Questo tipo di atteggiamento è riprovevole nei confronti di CHIUNQUE , ma in particolar modo nei confronti delle donne che nell'occasione difendevano in maniera civile i propri diritti e dignità.
Le donne oggi sono oggetto di soprusi e di violenza che non è solo quella fisica.
Questo stato di intimidazione in cui vengono poste le donne che non stanno alle "regole" non è giustificabile, nè sopportabile.
Le nostre nonne venivano arrestate nel 1946 perchè vendevano le mimose l'8 marzo, altre venivano arrestate perchè distribuivano volantini per sostenere il diritto al voto delle donne.
STIAMO RITORNANDO BRUSCAMENTE AL PASSATO?

UDI - UNIONE DONNE IN ITALIA
Sede nazionale, via dell'Arco di Parma 15 ROMA tel. 06.6865884
udinazionale@gmail.com www.udinazionale.org

Per info:
Marta Tricarico UDI donne e giustizia 333 5869355
Pina Nuzzo Delegata nazionale UDI 349 8444924

UDI - Unione Donne in Italia   Sede nazionale

Poiché c’era spazio per i commenti, ho scritto:

Avete scritto: “STIAMO RITORNANDO BRUSCAMENTE AL PASSATO?”
Mi sembra un’espressione ottimista. Non ci stiamo avvicinando a un passato di prevaricazione ben accetta, Ci siamo già
Quanto é accaduto non é solo un’espressione di mascolinità tradizionalmente stupida e volgare (ci sarà anche quella) ma una delle tappe di un percorso che ha al suo apice guerre e conflitti armati e continua con la sopraffazione di ogni debole: morti sul lavoro, bullismo, violenza fino allo stupro, disprezzo del diverso a partire dall’infanzia (circolare Moratti!), mobbing .. sono tutti momenti di un processo ormai affermato.
Mi sembra che nel caso delle tre ragazze bolognesi la protesta formalizzata sia necessaria: c’é qualche legale che possa indicarne i sistemi più efficaci?
Non si era parlato di azione collettiva (cd. class action)?
E’ praticabile in questo caso?
augusta

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