Questo diario elettronico ha una storia... (continua)


giovedì, 29 maggio 2008

SONO CONFUSA: chi mi dà una mano?

 

Al signor sindaco di Udine, prof Honsell,

Messaggero Veneto 27 maggio – edizione di Udine
A centro pagina 1 titolo a cinque colonne più foto: “Troppo scalpore sulle deleghe: ecco la verità”: è un intervento del sindaco Honsell che inizia:
“Alla luce delle molte dichiarazioni apparse sui giornali da parte di tante persone che purtroppo non erano presenti il 19 maggio in consiglio comunale alla presentazione delle linee programmatiche, penso possa essere utile fare un riassunto di quanto ho affermato. Vorrei infatti evitare ulteriori equivoci e inutili critiche”,
Professore attenzione. Le critiche non sono mai inutili, sono faticose da affrontare certamente….ma il Sindaco è lei! Ed è lei che ci ha fatto sapere di aver contratto degli obblighi elettorali ora in pagamento, e, nessuno -salvo gli interessati, ritengo fosse presente quando contrasse quegli obblighi. Quindi le rinvio la domanda: a fronte della sua concezione di un consiglio di cui vorrebbe una riunione in forma assembleare perché no presenze assembleari durante la stipula di accordi ?
Se poi il giornale non ha riportato con chiarezza le sue dichiarazioni … le smentisca o dia una regolata al suo addetto stampa se ce l’ha.
Leggo ancora sul Messaggero Veneto (pag. II – cronaca di Udine, nell’articolo titolato “Honsell alle prese con i ‘crediti politici’“) “Infine fra i ‘creditori politici’ più noti c’è Diego Volpe Pasini”.
Io non ho letto di una sua smentita ma solo di uno ‘scivolamento’ del Volpe Pasini da security manager a delegato “ai rapporti con i cittadini in  materia di sicurezza”. Non mi sembra uno scivolamento cortese, ma questo non è affar mio.
E torniamo al 27 maggio. L’articolo firmato da Giacomina Pellizzari (colonna a sinistra della prima pagina, quella degli editoriali) così inizia: “Sicurezza: di fronte a seri pericoli per l’incolumità pubblica i sindaci possono intervenire. Lo prevede il pacchetto Maroni, ma Furio Honsell non ci tiene a diventare uno sceriffo e per questo riunirà a Udine i primi cittadini del Nordest per “studiare” le azioni attuate a Treviso, quelle che la Caritas migrantes ha preso a esempio per promuovere l’integrazione degli immigrati nella provincia leghista”.
(Mi permetta signor sindaco – e non bolli di inutilità un’osservazione che può tornare utile a lei e a chi parla anche in suo nome. Nella nota che precede il titolone c’é scritto “la città governata dal sindaco leghista Gentilini …”.
Un piccolo clic alla voce
www.comune.treviso.it avrebbe consentito di identificare con correttezza il nome del sindaco in carica a Treviso, che si chiama Giampaolo Gobbo, e le avrebbe impedito la brutta figura di non conoscere il nome dei suoi colleghi.
Comunque per il prossimo consiglio comunale penso possa andare tranquillo, garantito non solo dal Pd ma anche dal più giovane consigliere comunale, rappresentante di Sinistra Arcobaleno (e a Rifondazione iscritto dal 2005) che la rassicura: “Noi come Sinistra Arcobaleno abbiamo espresso i nostri dubbi e la nostra contrarietà sulla nomina di Volpe Pasini. Ma sappiamo che questa maggioranza porterà avanti con convinzione la strada dell’integrazione e della solidarietà sociale, ben sapendo che Udine non è assolutamente insicura”.
Dal che si può legittimamente dedurre che la delega alla sicurezza, onere che lei ha assunto in proprio, non le darà troppo lavoro.
Meno consolante (per lei) l’articolo di pag. II (Cronaca di Udine, Messaggero Veneto del 28 maggio) firmato da Domenico Pecile “La diocesi di Treviso: qui nessun modello immigrati – Don Vallotto precisa: se Honsell avalla questa teoria rischia di prendere un abbaglio storico”. Mentre don Vallotto, responsabile per i rapporti con l’Islam dichiara, don Cavarzan, responsabile della Caritas “non rilascia dichiarazioni”.E ancora nel titolo (l’articolo è comunque denso di informazioni interessanti) “Gentilini non ha mai proposto un modello di integrazione”
Sono un po’ confusa: é inutile chiedere chiarezza?
augusta

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domenica, 25 maggio 2008

UN DIARIO RABBIOSO

Mi sto chiedendo “che fare?” con la certezza che nulla posso che sia efficace o almeno utile, ma non posso tacere. Ho detto da sempre a me stessa, ai miei studenti, ai miei figli, a tutti coloro con cui ho potuto interagire che tacere e fingere di non vedere non è più possibile.
Ci siamo chiesti in tanti: “ma come potevano i tedeschi non sentire la puzza che veniva dai campi di sterminio?” e in pochi “come facevano i funzionari italiani della repubblica di Salò a contribuire al trasporto di cittadini italiani ebrei nei campi di raccolta da cui partivano i convogli per i lager?”.
E ancora ci siamo chiesti in numero ancora minore: “come hanno fatto gli italiani nel 1938 a non vedere gli effetti immediati delle leggi razziali, la scomparsa da scuola dei compagni dei propri figli, di alcuni dei loro insegnanti?”
Guardare, vedere, capire è –a mio parere- un assoluto necessario ma in determinati momenti può essere pericoloso e provocare danni che una persona non si sente di affrontare (essere eroi non è obbligatorio).
Ora però ci rifiutiamo di guardare anche al passato.
Siamo ingessati in un presente dove gli unici movimenti sono quelli delle seggiole su cui chi arriva si siede e chi non ci arriva sostiene sperando in un futuro di gloria (??!!) quale che ne sia il prezzo che altri dovrà sopportare.
Abbiamo avuto a Roma la nostra “piccola” notte dei cristalli contro bengalesi e il pestaggio di un conduttore radiofonico gay. Lo schema è sempre quello: ciò che è già accaduto può ripetersi e si ripete. La violenza non ha bisogno di creare nulla, si ripete garantita non tanto da sé quanto dalla capacità dei benpensanti di voltare la testa dall’altra parte.
Odio le faccette compunte dei politici di ogni parte che si fingono sorpresi e –peggio- attribuiscono agli avversari la causa del disastro in cui stiamo, forse senza rimedio, precipitando. Ma questi sciagurati non hanno studiato un po’ di storia? E’ vero che una recente inchiesta ha rivelato (per chi non li conosce, perché chi li conosce non ne ha bisogno) che i politici italiani sono i più ignoranti d’Europa, però cerchiamo di non arrivare in forme vistose all’analfabetismo di ritorno.
E risparmiateci almeno le furbate! L’attuale presidente della camera on. Fini è andato qualche tempo fa in Israele a dirsi pentito per le leggi razziali.
Il momento gli tornava diplomaticamente utile: affari suoi. Ma nessun politico italiano ha fatto quanto fece Willy Brandt quando (1970) iniziò la sua politica di apertura alla Germania Est inginocchiandosi davanti al monumento che ricorda il ghetto di Varsavia e assumendosi anche la responsabilità di colpe non sue (chi non ha memoria, chi l’ha rifiutata o chi non ce l’ha perché è troppo giovane e nessuno gliel’ha trasmessa vada, se interessato all’argomento, al sito
http://www.facinghistorycampus.org/Campus/
Memorials.nsf/0/DC396F572BD4D99F85256FA80055E9B1).
Certamente il fatto che le liste elettorali siano controllate dalle segreterie dei partiti ci mette nelle mani di controllori altrettanto ignoranti e non solo.
Come difenderci? E difendere uno straccio di dignità nel presente e nel futuro?
Al comune di Udine sta succedendo una cosa strana, di cui ho scritto, senza speranza ma per necessità, ad alcuni assessori e ad alcuni consiglieri.
Ora il sindaco di Udine, per blandire le paure di non so chi (o forse lo so) si è assunto oneri di tutore della sicurezza, affidando il ruolo di antenna sensibile ai disagi dei cittadini a una persona cui fa capo il sito web (vedere per credere): e di cui si possono trovare notizia anche su
it.wikipedia.org/wiki/S.O.S._Italia.
In caso di modifiche opportuniste io ho verificato l’esistenza del tutto alle ore 20 di oggi, domenica 25 maggio.
Non voglio criminalizzare il delegato-antenna a disagi e paure: la responsabilità della scelta appartiene al neosindaco e al consenso assicuratogli. Mi limito a riportare la lettera che ho scritto, come riferito poco fa, e inserito con una premessa nel sito web del segretario regionale del Pd (
www.zvech.it, seguito del post “un mese dopo…”).
Trascrivo il tutto:

Non avrei voluto inserire in questo blog un testo che presumo dare fastidio.
Ho quindi inviato al Messaggero Veneto la lettera che segue, ma evidentemente non c’è stato lo spazio per una tempestiva pubblicazione e non voglio negarmi la possibilità di darne lettura a qualche consigliere comunale interessato anche ai pareri di una cittadina estranea a qualsiasi aggregazione e lobby.
Mi sembra che quanto dichiarato in questi giorni da vari responsabili del comune di Udine (di cui ho ripreso qualche citazione sforzandomi di contenerle nella brevità che una lettera a un giornale impone) sposti il problema da Volpe Pasini (che non vorrei diventasse un capro espiatorio di furberie altrui) al sindaco.
Mi piacerebbe fosse chiesto al prof Honsell:
- cosa intende per sicurezza;
- di quali paure vuol farsi carico tramite il delegato-antenna ai disagi percepiti (e alle conseguenti paure);
- e, stabilite le tipologie delle paure stesse, a quali strumenti pensa di ricorrere per porvi rimedio.
Spero che qualche consigliere comunale, facendosi carico delle mie domande, mi offra l’opportunità di capire meglio ciò che potrebbe accadere.
- Augusta De Piero  (augusta.depiero@tin.it // diariealtro.splinder.com)

24 maggio -
Egregio signor Sindaco di Udine prof. Honsell,
Leggo in prima pagina del Messaggero Veneto di Udine del 22 maggio una sua dichiarazione virgolettata che riporto. Lei non si capacita del cancan politico provocato dalla delega ai “rapporti coi cittadini sulla Sicurezza” – conferita al consigliere comunale Diego Volpe Pasini, cui fa capo il movimento SOS Italia – delegato che “è soltanto un’antenna rivolta a captare le esigenze dei cittadini circa eventuali situazioni di disagio sul fronte sicurezza” e “si dichiara sensibile a queste problematiche”. Aggiunge, ma ciò non è virgolettato, che non ha avuto sentore nel corso della campagna elettorale di dichiarazioni tacciate come razziste o xenofobe.
Il capogruppo del Pd Agostino Maio (Messaggero Veneto di Udine del 23 maggio pag.II) dichiara che la persona in questione avrebbe “una visione più moderna circa la percezione di pericolo che hanno le persone” e l’avv. Roberto Paviotti nel medesimo articolo, dopo aver ricordato le sue battaglie sulla Fallaci, sulle moschee e altro, trae una conclusione sconcertante per superficialità: “Se poi, come San Paolo, quest’ultimo venisse folgorato sulla via di Damasco e introiettasse i valori del Pd, beh, sarebbe davvero un buon epilogo”.
Io non so quali siano in proposito i valori del Pd, che mi sembrano fluttuanti e confusi, so però che il luogo comune relativo alla “via dritta” (così si chiamava e si chiama la via tradizionalmente percorsa da Paolo di Tarso in Damasco) se non viene correttamente contestualizzato, non spiega nulla di una storia successiva, con tanti risvolti fra loro disomogenei. Ne ricordo uno in particolare, essendo il sindaco noto scienziato, la paura che prese il card. San Bellarmino in merito ad un ipotetico tradimento della Scrittura, quando –dopo essere stato uno dei mandatari della feroce condanna di Giordano Bruno- condannò le tesi di Galileo. Abbastanza recenti pontifici pentimenti non modificano gli effetti devastanti della disciplina, quando va oltre la scienza e la coscienza. Spero che la disciplina che lei chiederà (o ha già chiesto) ai rappresentanti delle forze che la sostengono non sia di questo tipo.
Ma restiamo a fatti più concreti che la decisione del sindaco ha trasformato in eventi: la paura connessa alla sicurezza.
Le chiedo, come cittadina udinese, di spiegarmi se la paura è univoca e una è la sicurezza che a tale stato d’animo viene contrapposta. Temo di sì, se a lei appartiene la scelta della maiuscola nel testo del 22 c.m..
Che posso fare io se leggo il fondamento culturale della sua (legittima) scelta nel quadro che –in riferimento al pacchetto Sicurezza emanato dal governo in carica - il prof. Stefano Rodotà considera (a parte alcune misure opportune) “scelta marcata verso la creazione di un vero e proprio diritto penal-amministrativo della diseguaglianza”?
A chi mi rivolgo per avere non un’esibizione di sbrigativa forza intellettuale ma una spiegazione?
Non certo alle silenti associazioni e gruppi di intellettuali di Udine e dintorni, che a me sembrano da tempo impegnati a curare i propri buoni rapporti con chi li sostiene e sostengono e a vivere le espressioni delle proprie raffinate conoscenze, non tanto nella società civile, quanto al proprio appagato e appagante interno.
Distinti saluti
Augusta De Piero - Udine

Inserisco nei commenti una lettera che ho ricevuto (e gradito moltissimo) da un’amica che –per suoi problemi tecnici- non può inserirla da sé. Naturalmente questo trattamento é strettamente personale, chi volesse commentare (grazie) lo faccia da sé
augusta

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giovedì, 22 maggio 2008

SGRADEVOLI STORIELLE DI PROVINCIA

"La responsabilità è la cura per un altro essere quando venga riconosciuta come dovere, diventando “apprensione” nel caso in cui venga minacciata la vulnerabilità di quell’essere. Ma la paura è già racchiusa potenzialmente nella questione originaria da cui ci si può immaginare scaturisca ogni responsabilità attiva: che cosa capiterà a quell’essere, se io non mi prendo cura di lui?
Quanto piú oscura risulta la risposta, tanto piú nitidamente delineata è la responsabilità. Quanto piú lontano nel futuro, quanto piú distante dalle proprie gioie e dai propri dolori, quanto meno familiare è nel suo manifestarsi ciò che va temuto, tanto piú la chiarezza dell’immaginazione e la sensibilità emotiva debbono essere mobilitate a quello scopo
" (Hans Jonas).

Questi ultimi giorni sono stati per me densi  di momenti difficili, di riflessioni impostemi da quanto mi vedo intorno, dall’angoscia di un degrado che da tempo mi insegue e che ora mi ossessiona.
So che sarò noiosa per chi mi legge perché voglio ricostruire (ho scritto tante volte che questo diario è a mia futura memoria), attraverso un filo conduttore che ora mi pare, pur nel suo infimo squallore, evidente, alcuni avvenimenti di cui a volte ho parlato, a volte no perché riguardano questa la triste provincia in cui vivo.
Ora però, a fronte di ciò che accade a livello nazionale, assumono un significato che va oltre la loro apparente localistica banalità.

Chi non avesse voglia di annoiarsi in locali paludi, lasci perdere ciò che segue.
Gli basti la citazione di Hans Jonas che ho riportato all’inizio, così inutilmente ricca e coinvolgente.

Ogni racconto deve avere un terminus a quo che di fatto è convenzionale, un punto di partenza che salta fuori dallo scorrere degli avvenimenti quasi avesse una volontà propria, il cui significato si legge a posteriori.

Scelgo il 20 marzo, quando l’allora magnifico rettore dell’università di Udine decideva di candidarsi a sindaco della città.
E il mio punto di partenza già traballa perché devo fare subito un passo indietro.
Il 26 novembre mi trovavo in consiglio regionale per un incontro consultivo a proposito di un progetto di legge sulla pace che veniva presentato ad un insieme di associazioni di settore.
La faccenda si trascinava da tre anni e il piccolo mensile pubblicato dall’associazione che in consiglio rappresentavo (Ho un sogno) non aveva risparmiato critiche, mai discusse e mai prese in considerazione.
In un primo tempo era disegno di un assessore del PRC, che aveva inventato una forma di stravagante partecipazione (che spero non sia quello che nel contesto di quel gruppo politico viene chiamato “democrazia partecipativa” perché sarebbe un disastro) per cui una persona la lui delegata aveva girato per la regione raccogliendo pareri che poi erano stati  consegnati al consiglio regionale dove alcuni esponenti di vari partiti ne avevano fatto un  progetto di legge.

Per una certa conoscenza che ho della materia legislativa ero piuttosto inorridita.
C’erano norme che implicavano l’esercizio di poteri sovranazionali, un coacervo di affermazioni che arrivavano al grottesco (si affidava alla regione anche il compito di “
sostegno ai processi di smantellamento degli arsenali di armi di distruzioni di massa”). Ciò però che più mi colpì fu l’evidente intento di ignorare il ruolo dell’istituzione regionale, per ridurla ad un raccoglitore di pareri (tra l’altro disparati e confusi). Probabilmente per una questione non estranea a un fatto anagrafico l’indifferenza istituzionale che accomunava consiglieri proponenti e associati partecipanti mi scandalizzò non poco.       

Se si voleva svilire ogni politica che non fosse il mercatino di scambi di voti e favori non si poteva far meglio.
E così torno al 20 marzo quando scrissi all’ex magnifico rettore, già dimessosi e candidato sindaco, la lettera che qui riporto e che, nel rivelare uno dei passaggio più squallidi dell’incontro del 26 novembre, non meritò alcun cenno di risposta dal destinatario, mentre persone a cui la feci leggere stigmatizzarono la mia determinazione critica. (in grassetto la parte che direttamente interessa).

Egregio professor Honsell,

ho trovato nella mia posta il suo cartoncino elettorale: elegante, essenziale, promettente ma…non convincente (parlo solo per me: non appartengo a lobbies, né sono in grado di influenzare alcuno).
Non analizzo tutte le argomentazioni di quel messaggio, voglio solo riferirle un episodio che la riguarda e che mi ha profondamente turbato (è lei che scrive di “aspettative per la nostra città” e io mi permetto di risponderle, informandola almeno su una delle mie, non coincidente con le sue come le ho conosciute alcuni mesi fa attraverso le sue parole, riportate da un docente dell’Università di Udine, di cui allora lei era Magnifico Rettore).
Prima che il consiglio regionale terminasse precipitosamente i suoi lavori si era creata una sorta di occasionale commissione consultiva, costruita ad hoc per raccogliere pareri sulla p.d.l. 230 “<<Politiche della pace, non violenza attiva e salvaguardia dei diritti umani nella regione Friuli Venezia Giulia>>..
La proposta approdava a tale consultazione a seguito di un iter annoso, confuso e molto discutibile dove mai era apparsa una proposta politica di rappresentanti istituzionali che contenesse una loro posizione con cui potersi confrontare.
Non la intrattengo su questo: so che il periodo precedente le elezioni è impegnativo e affannoso.
Se volesse però prendere visione di quella norma – per fortuna rimasta nel novero delle pessime-buone intenzioni - gliene allego copia.
Da parecchi anni si discute (anche sulla base di sentenze della corte costituzionale in merito alle questioni di “mero rilievo internazionale”) delle politiche di pace che appartengono a regioni ed enti locali e non si limitano quindi alla cura dei buoni sentimenti, all’interiorità educata a dismettere aggressività, ma si legano all’agire concreto sul territorio, pur senza interferire impropriamente con i compiti esclusivi del governo e dello stato..
Penso, per esempio, che il suo inserimento di progetti relativi alla crescita dell’Università in un contesto europeo rientri necessariamente in politiche di pace: sarebbe anacronistico immaginare una attività universitaria di ricerca conflittuale con altre analoghe, ovunque collocate, ma in particolare sul territorio europeo. E la collaborazione scientifica è strumento di pace.
Sarebbe folle immaginare un’università che diffondesse nazionalismi aggressivi o si facesse sede di applicazioni, se non di esplicite politiche, di culture xenofobe e razziste.
E il rispetto delle diversità é cultura di pace.
Il tutto naturalmente in un contesto universitario dovrebbe essere garantito da un alto livello culturale che, soprattutto per un candidato sindaco, non può prescindere dalla consapevolezza delle funzioni che nascono dai ruoli e poteri delle istituzioni.
(Dato il suo ruolo in questo momento elettorale sottolineo che in quella p.d.l. i comuni sono citati non come soggetti di pace ma solo per la rappresentanza dell’Anci).
Nella consultazione cui facevo prima riferimento erano presenti rappresentanti di associazioni stimate e riconosciute importanti, così come gruppi che identificano la pace con un’attività ambientale fortemente collegata all’antimilitarismo militante, spesso subordinato in forma esclusiva ad un generico, emotivo antiamericanismo, privo di ogni riflessione sul ruolo degli enti locali a tutela del territorio e delle popolazioni interessate da forti e non controllabili presenze militari (se non a seguito di un lavoro ostinato e capillare che nulla ha a che fare con generiche proclamazioni).
Nessuno, nel corso delle consultazioni, si occupò di chiedersi quali fossero i compiti e limiti della regione in merito, né di stimolare la definizione di politiche regionali di pace che non fossero confusa delega a questo o quello, fino al grottesco impegno di affidare alla regione il “sostegno ai processi di smantellamento degli arsenali di armi di distruzioni di massa”.
In realtà la preoccupazione generale – paciosamente accettata, se non preventivamente promossa, dai firmatari della proposta di legge e da un assessore che aveva aperto quelle inaccettabili procedure - sembrava essere la collocazione di sé entro quelle norme, quindi il riconoscimento (di cui i più sprovveduti non coglievano l’aspetto velleitario e, se portato al limite, eversivo) di se stessi come “sostituti” delle istituzioni o, ed era l’aspetto più furbesco e sornione, disposti a mercanteggiare l’omaggio alla proposta di legge con la speranza di futuri contributi.
Ne emergeva l’intenzione di una politica di pace che non intendeva promuovere un processo tale da assicurare un possibile obiettivo generale, ma solo particolari vantaggi: a mio parere un sistema più elaborato delle vecchie distribuzioni “a pioggia”, ma non meno devastante.
Tanti soggetti, così indifferenti al problema di una politica di pace a livello istituzionale, mi sembrarono un uditorio pronto a costruire le condizioni per un voto di scambio (e giustamente invece lei ha scritto nel suo messaggio elettorale di voler evitare che “la cosa pubblica finisca in mano a persone tanto sorde alle esigenze comuni quanto attente alle proprie”).
Non è tollerabile, a mio parere, che la regione e gli enti locali (in quella proposta, come ho scritto, sostanzialmente assenti) abbandonino ad un simile coacervo, chiamato Agorà, il proprio doveroso ruolo.
Sempre nella preoccupazione di non farle perdere tempo non mi soffermo su altre questioni specifiche, ma le allego gli appunti che ho inviato al gruppo istituzionalmente responsabile della consultazione in merito alla p.d.l. 230
A questo punto lei si chiederà perché le scrivo.
A Trieste era presente il prof. Reitani, direttore del Centro Interdipartimentale di Ricerca sulla Pace Irene che riferì i saluti e il compiacimento del Magnifico Rettore dell’Università di Udine (nella fattispecie lei, che non aveva ancora scelto il diverso ruolo nel quale ora si propone) per l iniziativa della proposta di legge per cui proclamava apprezzamento.
Io trasecolai e ancora non ho superato il turbamento prodottomi da quel saluto: era evidente che la p.d.l. 230 riceveva dal suo saluto e omaggio (pur se riferiti da altri anche per sé autorevoli) la garanzia di una riconosciuta autorità.
Io non so se lei vorrà considerare questo problema e se vorrà rispondermi.
Ma non posso non chiederle, nel quadro che lei ha proposto nel suo foglietto di presentazione, la ragione di quel messaggio che ancora mi turba e che mi impedisce una lettura serena delle sue proposte elettorali di cui non vedo la coerenza con quanto sopra ho riportato.

Cordialmente              Augusta De Piero

Il prof. Reitani, allora messaggero del rettore, ora ha meritato la nomina di assessore comunale alla cultura. Poco tempo prima delle elezioni aveva anche organizzato un convegno (che affrontava un aspetto delle problematiche di pace) non nella sede dell’Università ma in quella di una rispettatissima associazione locale legata ad ambienti cattolici. Una presenza casuale? Non so
Ma la storia non è finita.

Il 15 maggio leggevo sul Messaggero Veneto, quotidiano locale, una notizia che mi spaventava. Il prof Honsell, diventato sindaco, esprimeva la sua intenzione di nominare un security manager e ne indicava anche il nome.
La cosa mi preoccupava e scrivevo ad alcuni consiglieri comunali e assessori di mia conoscenza. Ecco la lettera rimasta naturalmente inevasa quando io l’avrei voluta tempestivo stimolo a prendere posizione nei confronti della proposta del sindaco, intellettuale a questo punto muscolare.

Leggo su il Messaggero Veneto di oggi 15 maggio (Messaggero di Udine, pag.II) nell’articolo ”Honsell alle prese con i politici” che “tra i più noti ‘creditori politici’ del neo sindaco c’è “Diego Volpe Pasini che si è speso, soprattutto al ballottaggio, interamente per Honsell, mediante un’opera di sistematico attacco politico nei confronti” dell’antagonista del prof. Honsell stesso.
In questo dichiarato mercato “adesso vorrebbe ricoprire il ruolo di security manager, incarico –dicono al Pd- che ha già avuto il loro informale via libera”, né –secondo la stessa fonte- questo obiettivo sarebbe mai stato nascosto.

Il Volpe Pasini non ha mai fatto mistero delle sue reiterate campagne anti rom e anti stranieri – ampiamente pubblicizzate dallo stesso quotidiano- e, nel corso della campagna elettorale, si è esibito in un plateale comizio di fronte allo “storico” e riconosciuto campo nomadi di via Monte Sei Busi, avendo la polizia a sua difesa da possibili attacchi dei residenti nel campo così provocati.

Certamente mi piacerebbe che il neo sindaco potesse smentire, pubblicamente ed esibendo prove, tutto il blocco del progettato scambio di voti e incarichi post elettorali di cui scrive oggi il quotidiano, ma forse chiedo troppo.
Ritengo però di poter pretendere, da cittadina udinese, un impegno nei confronti del sindaco stesso dei consiglieri comunali e degli assessori cui mi rivolgo con questa lettera, perché smentisca e provi l’inconsistenza del baratto con il Volpe Pasini.
Al di là di questioni di principio, che sarebbe stridente trattare in questo contesto di basso profilo, chiedo come possa connettersi il titolo di “manager” che implica capacità di direzione e amministrazione, con l’impegno improprio di tempo, energie e conseguenti costi, imposto surrettiziamente alle forze di polizia a sua tutela e se sia compatibile l’ostentazione di atteggiamenti provocatori con l’aspirazione ad una funzione che si presume dirigenziale.

Vorrei anche sapere se i candidati del Pd e delle liste apparentate nel nome dello stesso sindaco possono smentire il loro consenso allo sconcertante progetto.

Grata per una risposta …..
Non sia improprio ricordare che in città esistono varie associazioni culturali che in questa circostanza hanno dimostrato di essere, come sapevo e temevo, totalmente implose su se stesse ed indifferenti a problemi che costituiscono l’immagine della città ben più significativamente del salotto di tipo viennese che il neosindaco promette.
Angosciata dal silenzio pesante che mi circondava il 17 maggio pubblicai la lettera relativa al security manager che ho sopra trascritto nel blog del segretario regionale del Pd. Chi vuole avere un’immagine di ciò che possono scrivere persone di sinistra (??!!) quando abbisognano di un nemico da usare per costruire una propria unità può andare alla fonte (www.zvech.it).e soffermarsi sugli interventi successivi al  17 maggio.
Quel sito però viene visitato anche da una giornalista che vi ha tratto ispirazione per l’articolo che di seguito trascrivo, pubblicato mercoledì 21 maggio su Il Manifesto.

 

Udine di sinistra, sicurezza a destra      Francesca Longo    Udine

L'uomo di Fazio ha detto sì. Non in diretta da Che tempo che fa, dove è stato a lungo gradito ospite, ma dal nuovo ruolo di sindaco della giunta di centrosinistra (col Prc) di Udine. Furio Honsell, dopo un giuramento in friulano, con pronuncia inglese, ha ben pensato di nominare Diego Volpe Pasini responsabile del «Rapporto con i cittadini in materia di sicurezza». «Sarà come un'antenna sui problemi emergenti - ha dichiarato il sindaco - Il tema è la prevenzione. Volpe Pasini deve proporre alcune soluzioni o intervenire direttamente su potenziali situazioni di disagio». «La delega alla sicurezza, però, l'ho tenuta io» ha aggiunto nel tentativo di sminuire il paventato ruolo di security manager.
Un ruolo comunque affidato al leader di Sos Italia, che con il suo 4% di voti ha contribuito all'elezione di Honsell e che si definisce con quanto scritto su Wikipedia. «Sos Italia è un movimento politico fondato nel 96 con l'intento di tutelare i diritti dei cittadini consumatori e difendere le tradizioni proprie della civiltà dell'Occidente. Aderisce alla coalizione di centrodestra, Cdl, reputandola la più adatta a difendere l'identità e le radici occidentali. Definisce come il proprio manifesto ideologico gli scritti di Papa Benedetto XVI, dell'ex-Presidente del Senato Pera, del giornalista Magdi Allam e della scrittrice Oriana Fallaci». E ancora (dal programma): «Cosa abbiamo già fatto... Interveniamo nelle scuole dove si toglie dal presepe il bambin Gesù per metterci una colomba della pace, interveniamo in ogni possibile confronto pubblico per bloccare la costruzione di nuove moschee, centri islamici o madrasse (scuole coraniche), ci opponiamo con forza e con ragione ad ogni concessione di spazi cimiteriali confessionali, all'occupazione del suolo pubblico per le preghiere, alla variazione delle regole sui luoghi di lavoro, insomma ci opponiamo ad ogni tentativo di modificare le nostre leggi in favore delle tradizioni ed usanze islamiche». Ma non solo (sempre citando Volpe Pasini): referendum per l'abrogazione della legge Merlin; battaglia contro l'immigrazione clandestina; sulla prostituzione si è ottenuta a Udine l'eliminazione del fenomeno; battaglia per la diffusione del porto d'armi per difesa personale; campagna per l'estensione del principio della difesa personale dalle persone alle cose; la cancellazione del principio di eccesso di legittima difesa; messo taglie su Unabomber; battaglie contro i campi zingari abusivi e l'accondiscendenza della politica nei loro confronti...». Insomma Udine adesso sarà in una botte di ferro e i rom dell'insediamento più che storico di via Monte Sei Busi devono smettere di non essere nomadi.
Afferma Honsell: «Credo che Volpe Pasini sia animato da un'oggettiva conoscenza dei problemi. E poi è portavoce di un elettorato del 4%». Non si occuperà dei rom. E' prevista, ma dipende dal demanio, la messa in sicurezza degli attuali insediamenti, costruendo un campo sosta se possibile, ovvero attraverso un'opera graduale di integrazione. Insomma, un fulmine a ciel sereno per la sinistra? Non si direbbe proprio. In data 17 maggio sul blog del segretario regionale del Pd, Bruno Zvech, apparve il seguente commento. «Leggo che "tra i più noti 'creditori politici' del neo sindaco c'è Diego Volpe Pasini che si è speso, soprattutto al ballottaggio, interamente per Honsell, mediante un'opera di sistematico attacco politico nei confronti dell'antagonista. In questo dichiarato mercato "adesso vorrebbe ricoprire il ruolo di security manager". Il Volpe Pasini non ha mai fatto mistero delle sue reiterate campagne anti rom e anti stranieri e, nel corso della campagna elettorale, si è esibito in un plateale comizio di fronte allo "storico" e riconosciuto campo nomadi di via monte Sei Busi, avendo la polizia a sua difesa da possibili attacchi». La firma è quella di Augusta De Piero, già vicepresidente del consiglio regionale fino al '93. La risposta è arrivata. Volpe Pasini non farà il manager. Lunedì prossimo si vedrà se si occuperà del Rapporto con i cittadini in materia di sicurezza. Lui intanto è soddisfatto. Ai suoi elettori l'aveva promesso. Chissà cosa hanno promesso gli altri eletti nel Pd e Prc ai loro elettori.

Ora la stampa locale si affanna a inseguire le goffe dichiarazioni dei già silenti politici locali. Io ho costruito la mia memoria e tanto mi basta.

Ho raggiunto il mio terminus ad quem.
Vorrei però chiedere al manager –ora addetto a farsi testimonio per il neosindaco delle paure dei cittadini- come mi devo comportare io che ho paura della cultura diffusa dalle sue iniziative e che la sua nomina istituzionale consolida.

augusta

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lunedì, 12 maggio 2008

OMISSIONI  SIGNIFICATIVE O NO?

 

Il 9 maggio il Presidente della Repubblica ha pronunciato un discorso, a mio parere totalmente condivisibile, sulle vittime del terrorismo, dove –per vittime- ha indicato non solo coloro che di terrorismo sono morti ma anche i loro familiari.

Il 9 maggio é il giorno dell’assassinio di Aldo Moro, scelto a simbolo di quelle vittime (del giorno del rapimento ho scritto il 20 marzo).
Già nei riassunti che i giornali facevano del discorso presidenziale (facilmente reperibile nel sito web del Quirinale) c’era qualche cosa  che mi mancava per cui mi sono procurata l’intero testo dove il presidente si occupava anche delle ideologie che avevano sostenuto la scelta terrorista “…nel periodo da noi complessivamente considerato, si sono incrociate per qualche tempo diverse trame eversive, da un lato di destra neofascista e di impronta reazionaria, con connivenze anche in seno ad apparati dello Stato, dall'altro lato di sinistra estremista e rivoluzionaria …” accomunate dal “
dato della intolleranza e della violenza politica, dell'esercizio arbitrario della forza, del ricorso all'azione criminale per colpire il nemico e non meno brutalmente il diverso, per sfidare lo Stato democratico”.
Quindi l’on. Napolitano non ha dimenticato il peso delle ideologie nella costruzione di scelte criminali, pur senza sfiorare il problema dei modi della comunicazione idonea ad attuare “la cultura della convivenza pacifica, della tolleranza politica, culturale, religiosa, delle regole democratiche, dei principi, dei diritti e dei doveri sanciti dalla Costituzione repubblicana”.
Non so quali motivi di necessità (e spero non di ricatto politico), d’opportunità (e spero non d’opportunismo) abbiano indotto il Presidente, in un’occasione da lui voluta solenne, a non citare quel ministro, reo quanto meno di un falso giuramento sulla Costituzione, giuramento vistosamente incompatibile con l’espresso richiamo ai “fucili padani” quali strumenti a garanzia della sicurezza e delle scelte politiche da lui ritenute ineludibili (nella fattispecie il federalismo).
Sono certa che  le criminogene trovate non erano l’estemporanea affermazione di un malato (come aveva tentato di farlo passare il Presidente del Consiglio oggi in carica prima delle elezioni, non tanto –credo- per senso della decenza quanto a propria sicurezza elettorale): ne aveva parlato infatti anche il prof. Miglio, ideologo della Lega Nord, quando questa non era ancora partito ma già influenzava l’opinione pubblica (ne ho scritto in questo diario il 23 aprile).

Oggi le feroci esternazioni governative sulle cacciate degli extracomunitari (e dei romeni, comunitari etnicamente identificati) ci portano nel clima di illegalità e mancato rispetto delle garanzie istituzionali che il Presidente nel discorso citato all’inizio aveva stigmatizzato, contrapponendovi come essenziale “il limite del rispetto della legalità, non essendo tollerabile che anche muovendo da iniziative di libero dissenso e contestazione si varchi il confine che le separa da un illegalismo sistematico e aggressivo”.
Ma possono considerarsi di qua o di là da quel limite pestaggi mortali, minacce di branchi padani armati, minacce censorie (nessuno le ha contestate con chiara determinazione ma io ricordo bene le proposte di modifica dei manuali di storia  esternate nel clima prelettorale da chi oggi governa) … e si collocano di qua o di là di quel limite proposte di legge immaginate in spregio ai trattati internazionali che l’Italia ha firmato e alle Convenzioni ONU che ha raccolto nel proprio ordinamento? Penso in primo luogo alla legge
(legge 27 maggio 1991 n. 176) che ratifica la Convenzione di New York sui diritti dei minori e non dimentico che quando ne scrissi all’atto della sua elezione al già ministro Ferrero  (si veda il mio diario del 27 luglio 2006) non ricevetti mai traccia di risposta (e la mia lettera non meritò solidarietà da alcuna forza politica anche locale) né mi capitò di imbattermi in qualche atto da quella convenzione esplicitamente derivante.
Così non sorprende poi tanto se tale Claudio Marini, impresario della Organizzazione “Star of the Year” invita Erich Priebke (posso pensare che sia inutile ricordare di chi si tratta o è già troppo tardi per presumere che se ne faccia memoria?) a presiedere un concorso di bellezza.
Ne ha scritto la Repubblica il 10 maggio, precisando che la notizia, corredata da intervista al Priebke stesso, é stata data dal TG5.

Presidente Napolitano lo metta esplicitamente nel mazzo di coloro che devono tacere (lo ha detto lei riferendosi ai terroristi: “ non dovrebbero esserci tribune per simili figuri”).
E’ inutile estenda io al Priebke la sua indignazione: so che nessuno se ne interesserebbe.

augusta

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martedì, 06 maggio 2008

Lui dice di rappresentare anche me, lui…

 

“Potevo fare di quest’Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto”. (Mussolini 16 novembre 1922)  [i]
Perché oggi ho iniziato con questa citazione (completata nella nota) spero lo si capirà nel corso di questa mia angosciata pagina di diario; per il momento mi limito a dire che quando insegnavo leggevo sempre questo discorso con i miei studenti e il testo mi serviva sia a chiarire –per contrasto- il significato di democrazia parlamentare (troppo spesso denigrata dall’opposta ipotesi di un assemblearismo che troppi ritengono vox populi partecipante perché, per alcuni, si lega ad un sentimento morale che vorrebbe farsi legge in nome di se stesso) e in un secondo tempo mi serviva a chiarire il significato dell’aggettivo “sociale”nella dizione ufficiale di quella repubblica (appunto “sociale, italiana”) che di solito ricordiamo come Repubblica di Salò.
Ma torniamo ai nostri giorni.
Ho scritto più volte, anche recentemente (23 aprile), quanto io consideri pericolosa la Lega come termine di mediazione fra l’esercizio di un potere che si millanta estraneo alla violenza e la “buona” coscienza collettiva che ha da tempo dismesso un pensiero proprio in nome di un populismo che più becero è più fa presa.
Ieri sera mi sono sacrificata e, con carta e penna, ho affrontato gli abili squallori di Porta a Porta. Avevo sentito che nella registrazione pomeridiana della trasmissione c’erano state affermazioni sconcertanti dell’on. Fini, presidente della camera e volevo rendermi conto. Sono stata accontentata. Speravo di no.
Infatti l’abile, algido presidente ha definito i naziskin che hanno ammazzato un giovane a Verona “balordi che si richiamano all’ispirazione dei naziskin”, ha ricordato un disgustoso sconcertante episodio di crudele bullismo avvenuto a Viterbo (territorio non padano), ha richiamato “all’equità e alla serenità”, evidentemente perseguendo l’obiettivo di “depoliticizzare” le motivazioni di quello che ormai si sapeva essere l’assassinio di un giovane ammazzato a calci in testa. Sbaglio se sono convinta che il compimento di un’azione così “naturalmente” ripugnante richiede preparazione e forse allenamento?
L’abile regia di Vespa ha inserito di seguito l’intervista ad un magistrato il quale, attenendosi ai fatti sinora noti o almeno a quelli che tali si possono comprovare (com’è suo dovere professionale), si è rifiutato di prestarsi al gioco di una precipitosa e improvvida politicizzazione dell’assassinio e ha concluso parlando di “banalità della tragedia”. La citazione indicava a mio parere persona intelligente, lucida e competente nel suo discreto riferimento a Hanna Arendt.
Ma quanti lo avranno colto?
Subito dopo interveniva il giornalista Michele Brambilla (mi scuso ma non ricordo se editorialista o direttore de Il giornale) che parlava dei naziskin come portatori di “simboli e idee che la storia ha sconfitto” e, aggiungo io, che la non memoria della Lega Nord riaccende di nuovi, vincenti significati.
Precedentemente però il Presidente della camera aveva detto una cosa assai preoccupante: “Gravi i fatti di Verona, molto più gravi le contestazioni della sinistra radicale contro la fiera del libro”.
Ricordo che il primo maggio questi soggetti nella migliore delle ipotesi naif, contestatori della libertà di scegliere le proprie letture, per sottoporle al vaglio preventivo di una censura politica, avevano bruciato un paio di bandiere dello stato di Israele. Se l’on. Fini avesse voluto dare un fondamento pur vagamente ragionevole alla sua asserzione, avrebbe dovuto richiamare l’analogia con gli interventi nazisti in proposito (ne ha fatto memoria onorevole quando ha visitato lo Yad Vashem dove i bruciamenti dei testi sacri dell’ebraismo e di molto altro sono ampiamente illustrati?) e non lasciar trasparire un abile riferimento allo “stato offeso” (vuol riproporci lo strisciante concetto di sacralità dello stato)?
Comunque della faccenda boicottaggio della Fiera del libro ho scritto il 25 gennaio (“Un boicottaggio tutto nostro” e vi ho fatto riferimento il 27 e 28 dello stesso mese) e non ci torno su.
Chiedo invece se i promotori del boicottaggio ad Israele nella Fiera del Libro abbiano ragionato sul significato della politica e si siano chiesti se sia (mimando Carl Schmitt) la continuazione della violenza con altri mezzi o un tentativo di radicale alternativa ad ogni violenza.
Credo che non ci abbiano ragionato mai, con l’apporto attivo di movimenti sedicenti pacifisti,
Strillare in piazza è più facile e soddisfacente che pensare.
Fossero solo loro a pagare le conseguenze per il vuoto di pensiero che possiedono e moltiplicano!  Il guaio è che le paghiamo tutti.
augusta

 

[i] Chi volesse leggere il discorso per intero può trovarlo anche nel sito: http://www.roberto-crosio.net/DIDATTICA_IN_RETE/Mussolini_bivacco.htm
Nel sito http://www.anpi.it/cronol/1922.htm si trova invece una schematica cronologia degli avvenimenti del 1922

Ancora più interessante il sito web che riporta il discorso di Mussolini dopo il delitto Matteotti (3 gennaio 1925) quando Mussolini assunse i pieni poteri:
http://www.bloggers.it/schio/index.cfm?blogaction=permalink&id=41078598-93C8-3AA4-7171104A2F6430C6.

E’ chiaramente intitolato a
R.N.C.R. - R.S.I. - CONTINUITA' IDEALE  -  Federazione di Vicenza

 


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