Questo diario elettronico ha una storia... (continua)


giovedì, 29 gennaio 2009
Dal sito della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni
info@simmweb.it
 
"D I V I E T O   D I    S E G N A L A Z  I O N E”
• FIACCOLATA DAVANTI MONTECITORIO •
Lunedì 2 febbraio dalle 17,30 alle 20,00
• scarica la dichiarazione di Amedeo Bianco - Presidente FNOMCeO •
presentata alla
• Conferenza Stampa •
Mercoledì 28 gennaio ore 11.30
 Hotel Nazionale - Piazza Montecitorio 131
 Roma
 
*****
Ricopio il testo della dichiarazione, citata sopra cui potete anche accedere direttamente anche da qui     augusta
 
Messaggio inviato il 28 gennaio 2009 al
Presidente della SIMM in occasione della
conferenza stampa di presentazione
dell’appello “DIVIETO DI
SEGNALAZIONE. SIAMO MEDICI ED
INFERMIERI NON SIAMO SPIE”
promosso da MSF, SIMM, ASGI, OISG

Cari amici,
profondamente rammaricato di non poterVi raggiungere di persona,
ritengo tuttavia doveroso farVi pervenire il mio saluto nonché l’adesione della FNOMCeO all’iniziativa odierna.
In più occasioni e in più sedi la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri ha avuto modo di evidenziare, negli ultimi mesi, il totale dissenso sulla abolizione del comma 5 dell’art. 35 del D.lgs. 286/’98.
Vale la pena ribadire le motivazioni di tale dissenso, motivazioni che direttamente attengono alla matrice etico-deontologica dell’esercizio professionale medico e ai suoi delicati risvolti civili e sociali.
Come medici siamo convinti di avere gli stessi diritti e gli stessi doveri di tutti i cittadini, sebbene i nostri doveri si sostanzino nel garantire diritti universali della persona prima ancora che dei cittadini, e cioè quelli che concernono la tutela della salute nel rispetto della dignità di ogni individuo.
Come in guerra, anche in quella più sanguinosa, un briciolo di ragione si traduce in “corridoi umanitari”per consentire l’elementare esercizio della solidarietà e della vicinanza ai più fragili, allo stesso modo riteniamo che in una comunità moderna e civile (e in pace) l’accesso alle cure debba costituire ovunque e sempre una “area protetta” disolidarietà e umanità.
Inutile ricordare che uno dei principi fondamentali che riguardano la
salute come bene collettivo è fondato sul libero accesso alle cure e quindi ogni misura o provvedimento che possa limitare tale libertà rischia di tradursi in un boomerang per la tutela della salute
collettiva.
Queste considerazioni non fanno gli uni diversi dagli altri, ma abbracciano tutti in modo indistinto e profondamenteintercettano i profili e l’esercizio della nostra libertà di scienza e coscienza, che siamo pronti a rivendicare in ogni circostanza.
Auguro a tutti un sentito buon lavoro e invio i miei saluti più cordiali.
Amedeo Bianco
 
                                                            ***
Della questione che precede ho scritto lo scorso anno il 21, 26, 28, 31 ottobre, 3, 6, 11, 14, 19, 21, 24 novembre. 1, 2 e 16 dicembre.     Nel 2009:3, 4, 6,15 e 25  gennaio.
 
                                                          ******
 
Tornando a Gaza
Riporto il testo tradotto di un breve appello diffuso questa mattina dalla BBC

Le nazioni unite lanciano un forte appello per Gaza:
Necessitano 613 milioni di dollari per aiutate il popolo colpito dall’offensiva militare a Gaza
”Sono necessità enormi e di tanti tipi –ha detto il massimo rappresentante ufficiale aL forum economico mondiale di Davos. E ha aggiunto che i fondi sarebbero usati per “per aiutare a superare almeno in parte queste difficoltà”
L’annuncio arriva mentre si teme il collasso del cessate il fuoco unilaterale offerto dall’esercito di Israele ai militanti di Hamas
Due razzi sono stati sparati contro Israele mentre bombardamenti aerei colpivano la parte meridionale di Gaza.
 
E, a proposito di Gaza, ho un paio di SEGNALAZIONI

1. L’amica Marte cui fa capo il blog <incircolo.blogspot.com> ha introdotto con un suo intervento l’argomento del boicottaggio ai prodotti israeliani. Ne é nata un conversazione a distanza fra noi che si può leggere nei commenti del diario“memoria e smemorati” (19 gennaio).
Io ne sono felice: ho sempre sperato che diari e altro mi desse l’occasione di comunicare; questa volta ci siamo riuscite e potrebbe diventare oggetto di discussione anche per altri.
Chi fosse interessato a ricevere informazioni può andare al blog di Marte (anche direttamente dal mio omonimo link) in data 29 gennaio (22.48 – la rivoluzione nel cestello della spesa) dove troverà anche
le indicazioni necessarie per riferirsi alle fonti dell’iniziativa.
 
2. Segnalo anchel’articolo War and Natural Gas: The Israeli Invasion and Gaza's Offshore Gas Fields by Michel Chossudovsky (Guerra e gas naturale: l’invasione israeliana e i giacimenti di gas al largo di Gaza).
Non mi azzardo a tradurlo per la presenza di termini tecnici che é meglio non affronti.
Potete comunque raggiungerlo dal collegamento.  
Se ne può trovare qualche breve tratto tradotto collegandosi  al sito ‘luogo comune’   (www.luogocomune.net/site/modules/news).
Sarebbe simpatico se un lettore/trice esperto ce lo traducesse.

2. BAMBINI: MOLTI I POSSIBILI ABUSI
Tornando a quanto ho scritto il 27 gennaio sono casualmente venuta a sapere che il sindaco di Udine, in una conferenza stampa nella giornata delle memoria, ha riferito che l’assessore alla cultura si é imbattuto, alla fermata di un autobus, nella scritta ‘Juden Raus’ e che una signora aveva fatto una segnalazione su altro caso di antisemitismo. Ero io che avevo passato l’informazione ma, correttamente, il sindaco che non mi aveva interpellato, non ha fatto il mio nome.
La scritta Juden Raus, nella stessa zona della città in cui avevo visto il manifesto descritto nel diario del 27, conferma la fondatezza della mia paura di un razzismo dilagante che il risveglio dell’antisemitismo rafforza. Non a caso é la radice storica della violenza anche normativa, esercitata anche in Italia, e certamente sostenuta da recente professione di negazionismo vescovile.
Sono lieta però che una giornalista, che ha scritto delle due segnalazioni, abbia colto la specificità “dello sfruttamento dell’immagine dei bambini”.
E’ un tratto che andrebbe posto all’attenzione dell’opinione pubblica: il richiamo ai bambini, nello stile ‘piccoli razzisti crescono’, secondo me connota di vergogna e orrore irrimediabili ogni forma di razzismo, che si lega così alle radici di ogni possibile crescita umana.
Almeno per chi se ne accorge.                        augusta
 
collegamenti:  migrazioni,  scarica la dichiarazione,  qui,  articolo,  luogo comune
 
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martedì, 27 gennaio 2009
BAMBINI: MOLTI I POSSIBILI ABUSI
 
Girando per Udine il sabato mattina
In un luogo molto affollato della mia città (piazzale Osoppo – Udine), vicino ad un negozio che, per essere centro di distribuzione di filmati é molto praticato da giovani, sabato scorso mi é capitato di vedere tre copie di un manifesto, privo di qualsiasi firma e recapito.
Provo a descriverlo, rifiutandomi di pubblicarne l’immagine (che ho ripreso) e di farla in qualsiasi modo girare perché la considero oscena.
Nella parte superiore del manifesto c’é una fotografia a formato rettangolare, rappresentante bambini, dichiarati israeliani, che mettevano la propria firma su bombe destinate a colpire Gaza (da tempo circola su internet).
Poco sotto ci sono due immagini che evidentemente raffigurano situazioni riprese a Gaza: in una si vede un uomo che regge un cadaverino e, accanto, c’é il corpo di un bimbo massacrato, abbandonato a terra.
Fra le due foto una scritta che recita “Il regalo dai bambini israeliani ai bambini palestinesi”. Al termine ancora una scritta “Fermate Erode” e infine il simbolo del mirino di un fucile (un cerchio contenente due segmenti a forma di croce).
Ho avvisato i vigili urbani e poi segnalato il fatto in questura. A tarda sera i tre manifesti erano stati raschiati.
Se a questo si pensa come soluzione sufficiente, dissento.
Non a caso ne avevo scritto a due assessori del comune di Udine, sperando in un loro intervento di cui non ho trovato traccia, pur avendone cercato notizie direttamente fra i comunicati stampa del comune.

Le immagini e le informazioni
Non é un caso che sui muri delle città ci siano le più svariate forma di propaganda: chi é attento alla comunicazione sa che quell’esposizione è oggetto efficace di lettura e attenzione e, proprio per questo, accanto ai tre manifesti di cui ho detto, si potevano leggere inviti a spettacoli, concerti ecc. ecc. e altre notizie chiaramente orientate ad un pubblico giovane.
Quale il messaggio delle immagini che è inevitabile contestualizzare nella tragedia di Gaza?
Lasciamo perdere l’orrore dell’invito finale (a cosa può essere associato il simbolo di un mirino?) restano i bambini raffigurati come mittenti della distruzione dei piccoli palestinesi.
Credo possa affermare che l’immagine dei firmatari non ha nulla di spontaneo; non si entra in un deposito di bombe, pronte ad essere caricate sugli aerei, durante un’allegra passeggiata campestre. Qualcuno ha aperto ai bambini le porte di quel deposito.
Già ai bambini, per aderire ad un loro desiderio di associarsi ad un bombardamento o erano stati umiliati a comparse per facilitare la trasmissione di un messaggio subliminale?
Chi avesse voluto o usato quel messaggio non fa differenza.
Quello che é certo che sia l’Italia che lo stato di Israele sono firmatari della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo (orribile traduzione di children che, in questo caso, indica convenzionalmente i minori)

Le Nazioni Unite e i minorenni
La Convenzione di New York (in Italia ratificata con legge 176/1991) riconosce certamente la
libertà di espressione anche ai bambini, ma
”Gli Stati parti adottano ogni misura legislativa, amministrativa, sociale ed educativa per tutelare il fanciullo contro ogni forma di violenza, di oltraggio o di brutalità fisiche o mentali...” (art. 19) e convengono che “l’educazione del fanciullo ... deve avere come finalità: b) sviluppare nel fanciullo il rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e dei principi consacrati nella Carta delle Nazioni Unite;
d) preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera, in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia tra tutti i popoli e gruppi etnici, nazionali e religiosi e delle persone di origine autoctona”. (art. 29).
E’ chiaro che suscitare un orrore fine a se stesso non rientra negli impegni degli ‘stati parte’ mentre, nel caso di minori, il primo impegno dovrebbe essere l’offerta di aiuto perché possano conoscere –al livello che la loro età consente- alternative alla violenza, sia agita in forma primaria, sia come reazione.
Personalmente non vedo come sia congruente ad una formazione alla pace offrire, ancora una volta, l’incentivo ad una reazione di vendetta, riconoscendo il nemico persino nei bambini, quasi che vi fossero popoli malvagi per natura.
Così siamo al fondamento del razzismo, di
ogni razzismo.

Il comune di Udine e la pace.
Io mi aspettavo, di fronte a quel manifesto che non possono dire di non conoscere, una reazione pubblica dei responsabili nella struttura politica del comune.
In questo caso si sarebbe potuta manifestare con un’attenzione rispettosa alle vittime di un conflitto di cui le non ragioni che lo animano sembrano oscurare ogni speranza di conclusione, ai bambini definiti israeliani e infangati in un’immagine impropria, ai bambini e ai giovani (io non so più che pensare della coscienza corazzata di molti adulti e vecchi che spesso la sofferenza trascorsa sembra aver trasformato in durezza e in indifferenza) che quel manifesto hanno visto e che nessuno ha –pubblicamente- aiutato a leggere, a chi quel manifesto ha pensato ed è stato indotto a costruirlo forse dalla ignoranza della storia del razzismo in Italia che ha il suo momento fondante dall’antisemitismo.
E’ qui il caso di ricordare che l’antisemitismo é stato reso trasferibile alle coscienze di molti dall’antigiudaismo, ben diffuso dalla chiesa cattolica e non solo da quella fra le chiese cristiano (é una cultura che spiega certe recenti decisioni papali? Penso che ci ritornerò)?
Solo chi conosce quella storia può capire la dimensione devastante della riscoperta dell’argomento da parte di gruppi neonazisti, nello stile oggi antisemiti domani anti....un qualche altro e via via devastando nella catena delle diversità.
Che effetto possono aver avuto per gli ebrei romani i blocchi alle serrature che hanno impedito di sollevare le loro saracinesche? Qualcuno saprebbe spiegargli una impossibile diversità dagli effetti mortali delle
leggi razziali del 1938?

Il comune di Udine ha creato un
Tavolo della pace, formato da varie associazioni con cui ha stipulato un protocollo che in pratica è una delega per politiche di pace (quali sono evidentemente possibili ad un comune) a una serie di pur rispettabili privati.
Nel riconoscere le attività che le associazioni svolgono il protocollo afferma
C’è bisogno di progetti concreti a favore delle persone e delle comunità disagiate, ma anche di lavorare sulla ricerca”, collocandosi così fra accademia e beneficenza, a meno che non prenda in considerazione anche il disagio della privazione di conoscenza e le modalità per superarlo. Ma questo può avvenire là dove le persone vivono, non in pur prestigiose sedi associative che si rivolgono, giustamente, ai propri iscritti e simpatizzanti.

Quando la conoscenza e l’esperienza diventano sapienza.
Ha scritto di recente Bruno Segre, storico esponente della comunità ebraica italiana:
“E tuttavia, nel nostro Paese stanno trionfalmente affermandosi le destre politiche e, nel loro ambito, la Lega Nord la quale, facendo leva sulla difesa del territorio, favorisce demagogicamente lo sviluppo di un mito del microterritorio, in omaggio al quale gli abitanti di un quartiere o di una regione si percepiscono come i tutori di uno spazio minacciato, da cui tutti gli stranieri andrebbero espulsi.
Naturalmente, la nozione di territorio può funzionare a vari livelli. La sacralizzazione dei piccoli territori può essere molto violenta ma é limitata. Ciò che desta preoccupazione é l'eventuale trasferimento e l'applicazione generalizzata di questo fenomeno di difesa del territorio a una scala più vasta. Tale generalizzazione si verificò in Italia con il fascismo che, a livello fantasmatico, operò una trasformazione del territorio nazionale nella proprietà di un popolo o di una razza.
  


E ancora Stefano Levi Della Torre:
In condizioni pacifiche esiste una fattispecie giuridica che si chiama “abuso di legittima difesa”. Se Israele ha diritto morale a una legittima difesa, che ne è dell’abuso? L’abuso è questo intollerabile massacro. Ci sono i morti. E i feriti? A migliaia, persone distrutte, senza gambe, senza braccia, sventrate, spezzate nell’anima, spesso senza sangue o in cancrena per mancanza di medicine, di medici, di acqua, di corrente elettrica, di cibo, già a causa dell’embargo, poi della distruzione. Che cosa vale tutto questo?
Si dice, spesso a ragione, che i terroristi si fanno scudo dei civili. Dunque i civili sono ostaggi. Si massacrano gli ostaggi? La pratica degli scudi umani è ignobile perché cinicamente espone degli esseri umani al sacrificio, ma perché sarebbe meno ignobile l’azione di chi quel sacrificio lo compie sparando comunque? O forse la convivenza della popolazione con Hamas è intesa di per sé come connivenza, nell’idea aberrante di una “colpa collettiva” a giustificazione del massacro. Ma non è questa idea esattamente simmetrica a quella dei terroristi contro cui si combatte, non solo per necessità ma anche in nome dei “nostri principi superiori?”

Sono parole che confortano, cui nulla ho da aggiungere.  
augusta

 

Poiché conosco Bruno Segre gli ho chiesto qualche notizia che ci aiuti a conoscerlo almeno un po’: ecco le notizie che ho ricevuto.

(Lucerna, 1930) ha studiato filosofia a Milano alla scuola di Antonio Banfi. Si è occupato di sociologia della cooperazione ed educazione degli adulti nell’ambito del Movimento Comunità fondato da Adriano Olivetti. Ha insegnato in Svizzera dal 1964 al 1969. Per oltre dieci anni ha fatto parte del Consiglio del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano. Dal 1991 al 2007 ha presieduto l’Associazione “Amici di Nevé Shalom / Wahat al-Salam”.

Ha dedicato contributi a vari aspetti e momenti della cultura e della storia degli ebrei. Autore di  Gli ebrei in Italia (Fenice 2000, 1993; nuova edizione La Giuntina, 2001) e di Shoah (Il Saggiatore, 1998; nuova edizione 2003), dirige il  periodico di vita e cultura ebraica  Keshet.

Per Stefano Levi Della Torre fate clic qui

 

collegamenti: convenzioneleggi razziali: tavolo; levi 

 

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categoria:israele palestina, diari di augusta, culturapace
domenica, 25 gennaio 2009
"D I V I E T O   D I    S E G N A L A Z  I O N E”
Per chiarezza di informazione trascrivo ancora una volta  le date dei blog nei quali, nel 2008, mi sono occupata della negazione delle cure agli stranieri privi di permesso di soggiorno:21, 26, 28, 31 ottobre,  3, 6, 11, 14, 19, 21, 24 novembre. 1, 2 e 16 dicembre.
 Nel 2009 continuo:3, 4, 6, e 15 gennaio.

Seguono le informazioni diffuse dalla Società Italiana della Medicina delle Migrazioni e  il testo integrale del Nuovo appello della SIMM (congiuntamente a MSF, AISG e OISG) con l’invito ai senatori di qualunque schieramento politico a non modificare l’articolo 35 del Testo Unico sull’Immigrazione.   24 gennaio 2009.
Il 3 febbraio prossimo il Senato voterà un emendamento volto a sopprimere il principio di "non segnalazione" alle autorità per il migrante irregolare che si rivolge ad una struttura sanitaria. Medici Senza Frontiere (MSF), Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM), Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione (ASGI), Osservatorio Italiano sulla Salute Globale (OISG), Federazione Nazionale dei Collegi delle Ostetriche (FNCO)
si appellano ai Senatori
per scongiurare l'abrogazione del suddetto principio.
 
Dal giuramento d’Ippocrate:
Giuro di osservare il segreto su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell'esercizio della mia professione o in ragione del mio stato

APPELLO “DIVIETO DI SEGNALAZIONE”
siamo medici ed infermieri, non siamo spie

Le organizzazioni firmatarie esprimono preoccupazione ed allarme per le conseguenze della possibile approvazione dell’emendamento 39.306 presentato in sede di esame del DDL 733 all’Assemblea del Senato, volto a sopprimere il comma 5 dell’articolo 35 del Decreto Legislativo 286 del 1998 (Testo Unico sull’immigrazione) che sancisce il divieto di “segnalazione alle autorità”.
Il suddetto comma 5 attualmente prevede che “l’accesso alle strutture sanitarie (sia    ospedaliere, sia territoriali n.d.r.) da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all'autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano”.
Questa disposizione normativa è presente nell’ordinamento italiano già dal 1995, attraverso l’art. 13, proposto da una vasta area della società civile, del decreto legge n. 489/95, più volte reiterato, voluto ed approvato dal centro destra anche con i voti della Lega. La “logica” della norma non è solo quella di “aiutare/curare l’immigrato irregolare”, ma anche quella di dare piena attuazione all’art. 32 della Costituzione, in base al quale la salute è tutelata dalle istituzioni in quanto riconosciuta come diritto pieno ed incondizionato della persona in sé, senza limitazioni di alcuna natura, comprese – nello specifico – quelle derivanti dalla cittadinanza o dalla condizione giuridica dello straniero. Il concreto rischio di segnalazione e/o denuncia contestuale alla prestazione sanitaria creerebbe nell’immigrato privo di permesso di soggiorno e bisognoso di cure mediche una reazione di paura e diffidenza in grado di ostacolarne l’accesso alle strutture sanitarie. Tutto ciò potrebbe provocare una pericolosa “marginalizzazione sanitaria” di una fetta della popolazione straniera presente sul territorio, anche aumentando i fattori di rischio per la salute collettiva. Il citato obbligo di non segnalazione risulta quindi essere una disposizione fondamentale al fine di garantire la tutela del diritto costituzionale alla salute. Appare pertanto priva di significato l’ipotesi di affidare alla libera scelta del personale sanitario se procedere o meno alla segnalazione dello straniero poiché ciò, in contrasto con il principio della certezza della norma, lascerebbe al mero arbitrio dei singoli l’applicazione di principi normativi di portata fondamentale.
La cancellazione di questo comma vanificherebbe inoltre un’impostazione che nei 13 anni di applicazione ha prodotto importanti successi nella tutela sanitaria degli stranieri testimoniato, ad esempio, dalla riduzione dei tassi di Aids, dalla stabilizzazione di quelli relativi alla Tubercolosi, dalla riduzione degli esiti sfavorevoli negli indicatori materno infantili (basso peso alla nascita, mortalità perinatale e neonatale ...). E tutto questo con evidente effetto sul contenimento dei costi, in quanto l’utilizzo tempestivo e appropriato dei servizi (quando non sia impedito da problemi di accessibilità) si dimostra non solo più efficace, ma anche più “efficiente” in termini di economia sanitaria.
Riteniamo pertanto inutile e dannoso il provvedimento perché:
- spingerà verso l'invisibilità una fetta di popolazione straniera che in tal modo sfuggirà ad ogni tutela sanitaria;
- incentiverà la nascita e la diffusione di percorsi sanitari ed organizzazioni sanitarie “parallele”, al di fuori dei sistemi di controllo e di verifica della sanità pubblica (gravidanze non tutelate, rischio di aborti clandestini, minori non assistiti, ...);
- creerà condizioni di salute particolarmente gravi poiché gli stranieri non accederanno ai servizi se non in situazioni di urgenza indifferibile;
- avrà ripercussioni sulla salute collettiva con il rischio di diffusione di eventuali focolai di malattie trasmissibili, a causa dei ritardi negli interventi e della probabile irreperibilità dei destinatari di interventi di prevenzione;
- produrrà un significativo aumento dei costi, in quanto comunque le prestazioni di pronto soccorso dovranno essere garantite e, in ragione dei mancati interventi precedenti di terapia e di profilassi, le condizioni di arrivo presso tali strutture saranno verosimilmente più gravi e necessiteranno di interventi più complessi e prolungati.
 
Hanno espresso posizioni analoghe gli Ordini ed i Collegi che rappresentano, su base nazionale, le principali categorie di operatori impegnati nell’assistenza socio-sanitaria alle persone immigrate:
Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri (FnOMCEO), Federazione Nazionale Collegi Infermieri (IPASVI), Federazione Nazionale dei Collegi delle Ostetriche (FNCO), Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali (CNOAS).
Per le ragioni sopraesposte rivolgiamo un sentito appello affinché i senatori di qualunque schieramento respingano la citata proposta emendativa all'art. 35 del Dlgs.286/98 e comunque, nell’incertezza di una eventuale riformulazione di emendamenti specifici, chiediamo
che l’articolo 35 del Dlgs.286/98 rimanga per intero nella sua attuale formulazione.

Primi firmatari:
Medici senza Frontiere (MSF)
Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM)
Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI)
Osservatorio Italiano sulla Salute Globale (OISG)

aderisci alla campagna
divieto di segnalazione
siamo infermieri e medici, non siamo spie
Si raccolgono le adesioni di enti, gruppi, associazioni che condividono l’appello; possono inviare l’adesione anche singole persone rappresentative di organismi che non possono firmare l’appello come tali.
Si prega di comunicare l’adesione all’appello all’indirizzo mail:
         ombretta.scattoni@rome.msf.org e pc:  presidente@simmweb.it
Per informazioni: 06/4486921 – 329/9636533
partecipa alla Conferenza Stampa
Mercoledì 28 gennaio ore 11.30  Hotel Nazionale - Piazza Montecitorio 131  Roma
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martedì, 20 gennaio 2009

SAMER CI PROPONE

Chi é Samer
Samer é il giovane palestinese di cui ho scritto il 16 gennaio e di cui potete trovare molte informazioni nel sito www.fioridipace.org anche servendovi dell’indirizzo di facebook indicato sotto, cui non mi sento di collegarvi da qui perché il mio personale rapporto con facebook é pessimo.
Mi sono arresa a questo legame solo per l’importanza che attribuisco a Fiori di pace e di cui ho scritto anche il 14 gennaio.

Così ‘fiori di pace’ ci presenta l’iniziativa di Samer

Il nostro amico Samer ha organizzato un incontro dal titolo eloquente

NEL BRACCIO DELLA MORTE
1300 persone sono state uccise - 400 bambini sono stati massacrati a Gaza in 3 settimane

Il 26 gennaio alle ore 19.30 Samer presenterà una riflessione sul conflitto ed inviterà i partecipanti ad accendere una candela per ciascuno dei bambini uccisi. Anche se non possiamo partecipare di persona chiunque può farlo segnalando la sua solidarietà iscrivendosi all'evento su Facebook  http://www.facebook.com/event.php?eid=45894018599&ref=mf e accendendo una candela nella propria casa.

Questa modalità, intensa ma estranea a schieramenti esclusivi e fanatici e agli integralismi religiosi che li esaltano, é, a mio parere, la miglior prova della validità del metodo di Fiori di pace. Che se ne assuma responsabilità un giovane é un altro indizio valido della ricchezza di stimoli che un metodo come quello di Fiori di pace può offrire.
Ho chiesto al presidente veronese Marco Menin se si intenda organizzare l’accensione della candela tenendo conto del fuso orario e mi ha risposto di no (evidentemente questo avrebbe implicato una organizzazione impossibile nel breve tempo).
Viene proposto un momento di riflessione, sottolineato da una luce che, traballante come quella di una candela, é forse la più indicativa della tragicità del momento che non si chiude con il ritiro dalla Striscia dell’esercito di Israele.
Per i giovani e vecchi “Samer”, ovunque si trovino, ci sarà molto da fare per molto tempo.
Per fare pace non basta la diplomazia ufficiale.

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lunedì, 19 gennaio 2009
MEMORIA E SMEMORATI
 
27 gennaio
Il 27 gennaio si celebrerà la giornata della memoria che, come opportunamente ricorda un comunicato stampa del comune di Udine, é stata istituita (con legge 20 luglio 2000 n. 211) per  commemorare tutte le vittime della persecuzione fascista e nazista (ebrei, rom, omosessuali, disabili, malati di mente e testimoni di Geova),
Nella stessa occasione verrà inaugurata la mostra  che raccoglie i testi delle poesie e una selezione di disegni realizzati dai bambini ebrei rinchiusi nel campo di Theresienstadt (Terezín, in lingua ceca) in Boemia, a un centinaio di chilometri a nord di Praga
Non so se ci sarà consapevolezza del significato essenziale di questo riferimento ai bambini, le vittime più importanti di ogni guerra, perché rappresentano quel futuro che si vuole negare prima che si affacci all’esistenza.
Non pochi episodi di guerre, anche recenti, ricordano l’arma dello stupro (strumento per far nascere i figli dell’aggressore, umiliando il nemico fin dal ventre delle donne obbligate al concepimento). Se ne é parlato molto in occasione della crisi balcanica degli anno ’90 ora l’argomento sembra aver perso interesse.
Le violenze delle dittature si sono servite anche del rapimento dei piccoli, a volte neonati: lo ricordano con straordinaria continuità le nonne argentine di piazza di maggio. Le mamme non possono far memoria perché sono state per lo più eliminate.
Oggi i bambini sono le prime vittime della guerra israelo-palestinese: massacrati i piccoli di Gaza, irrigiditi dalla paura i sopravissuti, insieme ai bimbi israeliani, terrorizzati nel Negev dai razzi Qassam e in Galilea da altri razzi, dalla contestata e incerta paternità.
Mi é arrivata una lettera da Bocche scucite, una organizzazione che fa capo a Pax Christi e che riporta documentazione diretta dalle terre palestinesi ma che non ha saputo tutelarsi dal gioco pericoloso della specularità dei massacri, arrivando –nel messaggio che precede l’ultima lettera- a scrivere che é doveroso opporsi alla violenza “anche invitanto al boicottaggio”. Non dice se si tratti di boicottare i negozi di ebrei, cittadini italiani o le merci in arrivo da Israele, ma la prima ipotesi non può essere scartata dato che da giorni se ne parla con l’incoscienza che nasce dal non aver memoria. Ed é poi eticamente, politicamente, storicamente sensata questa identificazione assoluta fra ebrei italiani e cittadini di Israele?
Non mi rigiro nell’equidistanza, voglio solo ricordare che il boicottaggio di negozi nel ghetto di Roma (o di altre città) significherebbe colpire quegli stessi luoghi che nel 1938 conobbero l’obbligo della stella gialla che facilitò il trasferimento dei proprietari e delle loro famiglie ai campi di stermino.
Un invito alla pace? Un gesto di responsabilità nel promuoverla?
A me sembra che molti stiano facendo la somma algebrica delle vittime, e quindi annullandole, senza rendersi conto che così distruggono memorie dolorose, con una di quelle operazioni che ci hanno portato alla deresponsabilizzazione di fronte ai crimini di un passato che ancora ci appartiene (penso evidentemente alle
leggi razziali).
Se qualcuno desidera l’ultima delle lettere di Bocche scucite (ripeto interessantissima prescindendo dal messaggio che ho citato e che comunque è estraneo al testo vero e proprio) può chiederla al mio indirizzo
augdep@alice.it e io mi impegno ad inviarla. Vi troverà informazioni e le modalità per richiedere direttamente le lettere successive.
 
Ora desidero affidare un commento (tratto dal siti web Il dialogo), commento che ritengo importante e che condivido totalmente, alla
riflessione di Bruno Segre   (15 gennaio)

"Seguo da giorni passo dopo passo, ora dopo ora il succedersi delle violenze in atto a Gaza e tra Gaza e Israele. Le notizie che riesco a raccogliere mi procurano un dolore che sfiora il dolore fisico.
Personalmente non ho la pretesa ne' la capacità ne' le competenze per dire a chicchessia "che cosa si dovrebbe fare" per restituire a quelle popolazioni condizioni di vita decenti. Temo che le due forze che si fanno la guerra (Hamas spalleggiato dall'Iran e l'establishment di governo in Israele) non siano in realtà "forze" bensì siano profondamente deboli - in particolare sul terreno di quel tipo di progettualità politica che animò, tanto per intenderci, il compianto Yitzhak Rabin -, e che pertanto si facciano reciprocamente la guerra perché soltanto la guerra offre a ciascuna di loro l'illusione di essere "una forza". In sostanza, l'esistenza feroce degli uni fa da ricostituente all'esistenza feroce degli altri, e viceversa. Tutto ciò, sulla pelle delle rispettive società civili, che fanno le spese di questi tragici giochi di potere. Mi pare che stiamo assistendo, purtroppo, alla recita replicata di un copione antichissimo e consunto.
Voglio evitare, tuttavia, di vedere buio pesto nel futuro del Vicino Oriente. Fra meno di una settimana entrerà alla Casa Bianca Barack Obama alla testa di un'equipe di donne e uomini che la società civile americana (dotata evidentemente di un'inattesa vitalità e capacità di ripresa) ha scelto perché affrontino, possibilmente con successo, gli immani problemi che l'umanità' post-Bush si trova oggi di fronte. Tra questi problemi c'é anche, e non é detto che sia quello più grave, il pluridecennale conflitto israelo-palestinese e israelo-arabo. Sono sicuro che i nuovi governanti Usa faranno del loro meglio per aiutare le parti in conflitto a riaprire il negoziato. Sarebbe importante che anche in Europa si lavorasse nella stessa direzione".

Ignoranza come progetto politico condiviso nel presente e per il futuro?
Non so se coloro che vogliono imporre sermoni in italiano nelle moschee siano sordidamente innocenti o spudorati nelle loro sicurezze, ma veramente la proposta dell’italico obbligo linguistico per gli imam sia nelle moschee che nei luoghi di preghiera musulmani a me sembra vada oltre il ridicolo (ammesso che ci sia da ridere).
Il presidente della camera l’ha condivisa con l’emiro del Dubai che non mi sembra persona notoriamente esemplare per la volontà di partecipazione del suo popolo alle sue ricchezze né particolarmente famoso per progetti di trasparente diffusione culturale.
Per quel che io ne so gli italiani convertiti all’islam sono un’esigua minoranza, a fronte della presenza di immigrati arabi soprattutto di prima generazione. E’ chiaro che costoro vanno a pregare per motivi di fede o di proclamazione della propria identità e non capisco perché dovrebbero trarre vantaggio spirituale dallo starsene in piedi o seduti a terra ascoltando un sermone, incomprensibile per la maggior parte di loro, mentre c’é chi progetta di inserire i loro figli in classi speciali dove possano esercitarsi a non imparare l’italiano.
Anche qui la memoria, se ci fosse, potrebbe aiutarci (ma chi sono i consulenti del presidente della camera in materia di cultura?).
Io ricordo di aver letto il diario di un parroco di un paesello delle valli del Natisone, dove la popolazione appartiene alla minoranza slovena.
Costui, obbligato dalle norme seguenti il concordato del ‘29 e da altri provvedimenti del regime d’allora, a celebrare la messa in latino (mentre prima il ‘vecchio’ concordato austriaco gliene consentiva la celebrazione nella lingua locale), e poi a pronunciare il sermone in italiano, lamentava dolorosamente il distacco di una popolazione dalla chiesa in cui non si riconosceva più. E tutto ciò avveniva in un tempo e in un luogo in cui la chiesa rappresentava uno strumento di aggregazione e di comunicazione quasi esclusivo.
Perché gli indicibili promotori dell'italiano non provvedono invece a concludere l’iter già aperto per firmare l’intesa con la comunità islamica in Italia, a norma dell’
art. 8 della Costituzione? In quella sede potrebbero concordare garanzie sul ruolo degli imam, compatibili con la libertà di culto e la necessità di evitare sermoni eversivi.
Ma davvero c’é tanta paura di un po’ di legalità?


Mi permetto di suggerire una
lettura che mi sembra importante:
Jean-Marie Muller *La violenza non è una fatalità, ma …


COLLEGAMENTI:    legge, leggi razziali, il dialogo, art. 8, lettura
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categoria:israele palestina, rassegnastampa, diari di augusta
venerdì, 16 gennaio 2009
 
Diplomazia per la pace
 
 
Samer entra in facebook_ continua dal post del 14 gennaio
 
Avevo concluso il mio diario del 14 gennaio creando un collegamento che consente di leggere il testo di un’intervista con Liron e Samer, i due ragazzi israeliano e palestinese accolti a Verona nella settimana della pace e che poi, insieme a 18 ragazzi veronesi, hanno partecipato all'ONU dei Giovani.
Per inciso, nel suo viaggio in Austria Samer é stato sostenuto da parents circle, una straordinaria organizzazione di cui ho più volte parlato nel mio blog. Purtroppo, se voglio continuare in questo racconto non posso far altro che assicurarvene il collegamento.
Meravigliato per il silenzio di Samer, che ora studia nell’Illinois, Marco Menin gli ha scritto ed ecco la risposta:

 “Ciao Marco. ti ringrazio per la tua solidarietà … La situazione è molto frustrante e mi auguro che possa cambiare, oggi sono è stato fortemente turbato: mentre guardavo la televisione, ho visto uno dei miei amici israeliani che aveva partecipato con me al campo per la pace organizzato in Austria fra ragazzi israeliani e palestinesi… il mio amico è ora un soldato israeliano nell’esercito, e mi ha scioccato quando l’ho visto con altri 2 soldati sulla cima di un carro armato mentre lanciava razzi verso Gaza. Non posso credere che uno dei miei amici sia diventato un criminale ... Egli non era così ... Mi sento come se qualcuno mi avesse pugnalato con un coltello ... Come può un amico che ha creduto nella pace diventare oggi un criminale ed essere coinvolto in un massacro, un crimine in cui centinaia di bambini e civili sono stati uccisi? Come, non riesco a capire ... al vedere il mio vecchio amico uccidere il mio popolo mi si spezza il cuore ... Non ho niente da dire .. Posso solo pregare che questo si possa fermare, è così doloroso per me vedere i miei amici morti e il bombardamento di Gaza, e poi anche vedere i miei vecchi amici di Israele diventare mostri e criminali di guerra ... Prego affinché questo si arresti immediatamente”

Samer ha poi descritto in facebook, di cui ho già detto, il suo punto di vista sulla guerra in atto, che potrete leggere tradotto nel sito di fiori di pace al n. 67
Successivamente si è rivolto ai suoi amici con cui ha condiviso il percorso veronese con un messaggio di cui propongo (finché non vi sarà di meglio) la mia traduzione che alle 13 del 16 gennaio ripropongo riveduta e corretta.
 

Cari tutti, palestinesi e israeliani,
sono molto frustrato vedendo quel che accade oggi a Gaza, ma, quando leggo i post su Facebook, sono anche deluso.
In queste discussioni ho letto parole di rabbia e biasimo, giudizi e talvolta  vi ho trovato anche un linguaggio inappropriato. Noi come gruppo, tutti noi. un giorno abbiamo detto che ci impegnavamo per la pace e a vivere con i nostri vicini, Giusto?
Ma cosa accade oggi? Mi rendo conto che entrambe le parti seguono coloro che pensano di risolvere i problemi con la violenza, assassini, stragi e persino sparando missili. In queste discussioni vedo che gli studenti israeliani tentano di giustificare una guerra brutale e sproporzionata e i
crimini contro l’umanità che l’esercito del loro paese commette a Gaza.
Allo stesso tempo i Palestinesi considerano quello che gli israeliani fanno al loro popolo e cercano di giustificare il comportamento di Hamas e i missili che vengono lanciati contro il territorio di Israele, atti anche questi di violenza.
Noi sappiamo che queste azioni sono sbagliate e disumane; e allora perché cerchiamo di giustificarle? La mia anima piange quando sento tutto ciò.
Perché cerchiamo di giustificare la violenza quando ci eravamo trovati d’accordo sul fatto che la violenza non ci porterà pace? Perché parliamo come hanno fatto oggi i leader di Hamas o il portavoce dell’esercito israeliano? Perché usiamo il loro linguaggio quando eravamo d’accordo sul fatto  che quelle persone non avrebbero risolto la situazione per noi?
Perché?
Ai miei amici israeliani: l’attacco del vostro esercito a Gaza, che ancora non ha avuto successo, non vi porterà sicurezza.
Pensate di poter cancellare con la forza un partito politico come Hamas che è sostenuto da un milione e mezzo di persone? Se Israele vuole la pace non deve fare tutto questo.
Gli attacchi su Gaza terrorizzano i civili e li caricano di odio e ostilità verso Israele. Quale il risultato di questo attacco? Hamas é ancora là e le persone che vorrebbero attaccare Israele ora sono più numerose di prima. Quando terrorizzate i civili diffondete l’odio fra loro. Oggi Israele minaccia la pace; Israele fa male a se stessa e pianta semi di odio in almeno due future generazioni.

Ai miei amici palestinesi: io so che quando un popolo é sotto attacchi selvaggi e ripugnanti reagisce, e sappiamo che reagire é naturale.
E’ naturale cercare di vendicarsi e procurare danno a coloro che stanno mandando i loro figli a ridurre la nostra vita a qualche cosa di miserabile, a coloro che hanno eletto un governo che dispiega eserciti numerosi per distruggerci ora e in futuro. Bisogna aspettarsi la reazione. Ma ora fermiamoci e poniamoci una domanda. Quale aiuto possono darci i razzi (o i fuochi d’artificio) che Hamas lancia contro Israele? Questi razzi hanno ucciso circa una dozzina di israeliani in cinque anni e non hanno cambiato nulla per noi. Come possono migliorare la situazione? Quei razzi convinceranno gli Israeliani a scegliere un governo più brutale che possa fermare Hamas con la violenza. Ciò significa che gli israeliani eleggeranno un governo più estremista che farà crescere sempre più la disperazione dei Palestinesi.
A entrambe le parti dico: per favore smettete di difendere coloro che credono nella violenza e agiscono secondo questo convincimento, smettete di far sì che le loro azioni sembrino accettabili perché non lo sono. Noi abbiamo un diverso modo di pensare, non dovremmo lasciare che la loro propaganda ci  guidi.

Come persone che da entrambe le parti credono nella pace pensiamo a un modo migliore per reagire alla sofferenza del nostro popolo.
Per esempio che cosa possono fare gli attivisti per la pace da entrambe le parti per fermare tutto questo disastro e questo caos, questa sproporzionata guerra di vendetta e rappresaglia? Tutti noi in questo gruppo dovremmo essere impegnati a discutere e trovare una risposta a questa domanda.
Dovremmo cominciare a pensare a ciò che noi – le persone che credono nella pace- possiamo fare per fermare tutta questa violenza e queste uccisioni..
E’ tempo per tutti noi di riconoscere di nuovo che chi agisce con violenza, non importa a quale parte appartenga, ha torto e da qui cominciare a considerare ciò che siamo in grado di fare.
Pregate per la pace      Samer


Pray for peace, להתפלל לשלום, صلوا من أجل السلام, Pregare per la pace !

Nota: Samer, nello sforzo di capire e di considerare l’altro interlocutore con cui costruire e non nemico da distruggere, ci offre la dimensione  potenziale di Fiori di pace, come pensato da Confronti e da Il Germoglio di Verona. Un’indicazione che ha purtroppo poco ascolto.
Samer, nel quadro di un forte richiamo alla responsabilità personale, conclude con un richiamo alla preghiera e lo scrive in inglese, in ebraico, in arabo e in italiano, riconoscendosi evidentemente in un unico Dio, che non frantuma in linguaggi che vogliono escludersi l’un l’altro
E tanto esclude l’uso politico delle religioni, così devastante e così praticato, oggi e nella nostra storia.

Scuole di legalità
Ricordate Emmanuel Bonsu. Il giovane ghanese che il 29 settembre fu aggredito, picchiato e umiliato a Parma la città dove vive con la sua famiglia perché ritenuto un corriere della droga?
Oggi dieci vigili sono stati indagati e quattro arrestati.
La famiglia di Emmanuel ha dichiarato:
"Ci dispiace per le famiglie dei vigili", dimostrando –loro che sanno cosa significa soffrire violenza e ingiustizia- una capacità di solidarietà che a loro non é stata concessa.
Repubblica ha assicurato un collegamento con l’edizione locale del quotidiano che potete leggere qui.
 
COLLEGAMENTI: sostenutoparents circlefiori di pacequi
giovedì, 15 gennaio 2009
 
Oscenità permesse anche ai minori

Non avrei voluto interromepre la descrizione dell’intervento di Samer nella piazza che i ragazzi del progetto Fiori di pace si sono costruiti, ma lo devo fare per riprendere l’ultimo comunicato del sito di medicina  delle migrazioni.

Per chiarezza di informazione trascrivo ancora una volta  le date dei blog nei quali, nel 2008, mi sono occupata della negazione delle cure agli stranieri privi di permesso di soggiorno:21, 26, 28, 31 ottobre,  3, 6, 11, 14, 19, 21, 24 novembre. 1, 2 e 16 dicembre.
 Nel 2009 continuo:3, 4 e 6 gennaio.
Ricordo che, se le informazioni che ho cercato non sono errate, l’art .35 del pacchetto sicurezza –su cui questo blog si é soffermato in modo particolare- deve ancora essere discusso

La posizione della Società italiana di Medicina delle Migrazioni.

13 gennaio 2009. Il punto sull’emendamento della Lega che prevede l’abrogazione del divieto di segnalazione dell’immigrato che riceve cure sanitarie (7). Il pugno duro che la Lega aveva impresso al ddl sicurezza con una serie di emendamenti anti immigrati si 'ammorbidisce' dopo la riunione di maggioranza in Senato con i ministri dell'Interno e della Giustizia, Roberto Maroni e Angelino Alfano. Tra le norme piu' contestate c'erano quelle sulla sanita' a pagamento per gli irregolari e sulla cancellazione della norma che vietava ai medici di segnalare alle autorita' i clandestini che richiedevano prestazioni sanitarie. Per quanto riguarda la prima questione, l'emendamento e' stato ritirato. Sconfitta a meta' invece per il Carroccio sulla questione segnalazione dei clandestini che si presentano al pronto soccorso. Si stabilisce infatti che il medico possa segnalare alle autorita' chi non e' in regola ma si prevede che non ci sia alcun obbligo. Quindi la decisione viene rimandata alla liberta' di coscienza di ogni singolo medico. ... (DIRE, Redattore Sociale 13.01.2009 h 15,43)
Se confermata questa notizia è aberrante! In questo modo si trasferisce un conflitto politico e sociale tra le corsie, negli ospedali, tra gli operatori mentre tutte le considerazioni di sanità pubblica fatte rimangono intatte (allontanamento per paura, clandestinità sanitaria, peggioramento condizioni salute, aumento costi, rischio di trasmissioni malattie ...) . Ci sembra il trionfo di ignoranza e di ipocrisia!
Ospedali con roulette russa. Il paziente immigrato è espropriato di un suo diritto, diritto alla cura, alla riservatezza, alla sicurezza, è in balìa della coscienza del medico, della sua consapevolezza deontologica, ma anche della conoscenza delle norme, ed è possibile vittima (come lo stesso medico) degli umori di giornata o di input politici, particolarmente ricattabile e “sottomesso”: questa non è medicina! Nessuna garanzia per il paziente, per il medico, per la collettività!
(SG)


Ho ricopiato il testo senza modifica alcuna: aggiungo soltanto che sono consapevole che vincoli e contrappesi bloccheranno con argomenti surrettizi le forza di maggioranza in parlamento (che disgusto!).
Mi piacerebbe però che, non solo in parlamento ma anche qui dove vivo, scintillanti arcobaleni, moderatamente equilibrati pidini, rombanti rifondati non dico pronunciassero una parola (che forse è troppo sforzo) ma emettessero un qualsiasi suono. Se dobbiamo massacrare salviamo almeno un brandello di decenza istituzionale. Finora non é accaduto, se capiterà riferirò
 
La conferenza dei vescovi italiani (CEI)


14 gennaio 2009. Il punto sull’emendamento della Lega che prevede l’abrogazione del divieto di segnalazione dell’immigrato che riceve cure sanitarie (8).
Ore 13 circa: le agenzie battono la secca posizione dei Vescovi Italiani: “No a obbligo di denuncia clandestini per i medici” (ASCA). ''Il diritto alla salute e' fondamentale e va garantito a tutti senza preclusioni o invenzioni'', ha affermato questa mattina p. Gianromano Gnesotto, direttore dell'Ufficio Nazionale per la Pastorale degli Immigrati e Rifugiati della Fondazione Migrantes della Cei durante una conferenza stampa nella sede della Radio Vaticana. ''Non si puo' far svolgere ai medici - ha spiegato - compiti, quale la delazione, che non vogliono ne' possono svolgere come se fossero gendarmi''. L'iniziativa leghista, per il sacerdote, sarebbe in contraddizione, con l'articolo 32 della Costituzione sulla tutela della salute. ''Ci auguriamo - ha concluso p. Gnesotto - che questo emendamento non passi''.
Ore 15 circa: replica del sen. Carlo Vizzini presidente della Commissione Affari Costituzionali (ANSA): «Davvero non vedo nessun motivo di polemica» ... «Mi dispiace molto - aggiunge - l'osservazione della Cei anche per quanto riguarda la libertà che viene lasciata al medico di denunciare o meno il clandestino. Così facendo si parte dal presupposto che in Italia siano tutti mascalzoni. E questo non è vero». «Noi, infatti, - precisa Vizzini - siamo partiti da un altro presupposto e cioè che i medici siano dei professionisti che abbiano maturità e conoscenza tali per decidere se informare o meno l'autorità della presenza di uno straniero irregolare». «Capisco - conclude - che la discrezionalità porti sempre al sospetto, ma ormai siamo nel Terzo Millennio e questi pregiudizi si devono superare».
Posizione della SIMM: ... questa apparente libertà di coscienza a nostro avviso è una trappola poichè si introduce una variabile all’assistenza estremamente discrezionale (anche legata alla reale conoscenza della norma – già oggi che vige il divieto di segnalazione molti medici ci chiamano per chiedere se devono denunciare ed in alcune regioni, vedi FVG, l’ordine è dovuto esplicitamente intervenire per il clima politico creatosi ...). Ci viene in mente un passaggio di un
articolo del NEJM (Denial care to illegal immigrants 1995; 332:1095-98) su una analoga proposta in California nel 1994: "Se i medici segnalano gli immigrati clandestini per aiutare a rafforzare la legge e il bilancio dello stato, perché allora non fargli identificare anche gli evasori fiscali, chi non paga le multe, o i genitori che non pagano gli alimenti ai figli?" (Denial care to illegal immigrants 1995; 332:1095-98) su una analoga proposta in California nel 1994: (proposta poi ritirata per l’ampia opposizione soprattutto da parte di medici). Il paziente immigrato irregolare andando in ospedale, dal medico non sa se poi sarà o meno denunciato ... Vale a questo punto tutto quanto abbiamo detto e scritto sull’inaccessibilità alla cura per paura, la possibilità di percorsi assistenziali illegittimi, l’aggravamento di malattie non curate, il rischio della collettività per eventuali condizioni trasmissibili .... Il codice deontologico parla chiaro: nessun medico deve denunciare ... ma perché lasciare spazi di discrezionalità magari con rischio di “ricatti” politici, economici o umorali/caratteriali ... . Noi come società scientifica sosteniamo che la norma non vada modificata mantenendo il divieto esplicito di segnalazione salvo il caso di obbligo di referto (solo in questo caso entra eventualmente una scelta in scienza e coscienza). (SG)

Chi volesse avvicinare la posizione relativa all’assistenza sanitaria al balzello sui permessi di soggiorno (già approvato) può andare al comunicato dell’ANSA che collego.

aggiornamento

Avevo scritto ieri a tarda sera le notizie che precedono, ma ho ricevuto un aggiornamento sulla vicenda dell’uomo e del cane (vedi 10 gennaio) che ritengo opportuni riferire; perciò cancello e riscrivo tutto.

UN UOMO E UN CANE 
Una storia possibile
 
Nell’anno primo dell’era nuova, in un luogo qualsiasi, in una stagione qualsiasi un signore cammina col suo cane.
Perché? Il particolare è irrilevante, perciò non mi ingegno ad inventarlo.
E rilevante invece il fatto che vengono investiti entrambi.
Entrambi feriti, vengono soccorsi e portati l’uomo in ospedale, il cane alla struttura veterinaria. Vengono curati entrambi, l’uomo da un medico, il cane da un veterinario.
Guariranno ma non é un lieto fine. O sì?
Il medico che cura l’uomo capisce che si tratta di straniero privo di permessodi soggiorno e, ligio a ciò che gli impone il decreto n. 1 dell’anno primo dell’era nuova, telefona alla questura; parla il dialetto locale che il poliziotto di turno (già sottoposto a costosi corsi di purezza linguistica) capisce in tutte le sue sfumature e quindi raccoglie senza esitazioni la denuncia.
L’uomo viene trasferito in un centro lavori compensativi (in modo da ripagare le spese delle cure ospedaliere), dove si provvede alla sua identificazione.
Viene rispedito al suo paese. Cosa sarà di lui non si sa e non si saprà, ma non interessa. Se n’è andato e tanto basta.
Il cane, guarito pure lui, viene trasferito al canile; qui troverà, oltre ai servizi pubblici (scadenti ma essenziali) anche volontari animalisti che se ne occupano e lanciano un appello per la sua adozione.
Le cronache dell’anno primo dell’era nuova non ci informano sulla riuscita del progetto adozione. E’ certo che al cane si é aperta un’opportunità.

Il medico legalitario invece ha ripreso la lettura di un grosso tomo, la ristampa anastatica de La difesa della razza (1938.1943).
E’ sereno: ha rispettato il giuramento di Calbos dell’era nuova.
Dall’alto della parete i ritratti di Nicola Pende e di padre Gemelli – due grandi del passato onorati anche nell’era nuova- lo guardano compiaciuti
.


Collegamenti: Medicina, articolo del NEJM, ansa
mercoledì, 14 gennaio 2009
Una piazza virtuale
 
Prima di tutto segnalo la petizione promossa dall’organizzazione http://www.avaaz.org/ che chiede l’immediato cessate il fuoco.
Per chi non riuscisse a trovarne il testo nel sito che ho indicato sono disposta a inviarlo a richiesta.
Il mio indirizzo e-mail é aperto per accogliere l’indirizzo di chi me ne facesse richiesta: augdep@alice.it
 
Fiori di pace
Ieri ho accennato al progetto Fiori di pace e alla sua continuità anche durante questa guerra attraverso i messaggi che ragazzi israeliani e palestinesi – che hanno condiviso periodi di vita comune in Italia, a Verona – hanno deciso di scambiarsi su facebook.
A facebook non posso rinviare direttamente nessuno (perché si entra nel gruppo di discussione per invito di un amministratore) ma posso segnalare ciò che ne viene pubblicato e riferirne, dato che le porte di quel gruppo mi sono state aperte.
Di Fiori di pace avevo scritto anche nel mio vecchio blog
Betlemme (chi volesse potrà, ad esempio trovarne notizia il 21 novembre del 2004) e ho continuato a seguirne l’evoluzione nel corso di questi anni.
Gli incontri fra ragazzi israeliani e palestinesi (che durano un paio di settimane con la supervisione dei loro educatori e in particolare di Mostafà Qossoqsi, uno psicologo di Nazaret) hanno trovato un importante riferimento a Verona, dove la disponibilità e l’entusiasmo dell’associazione Il
germoglio hanno creato le condizioni per il loro soggiorno.
Nel sito web de Il germoglio troverete molto materiale e anche le indicazioni utili per giungere ai due DVD che illustrano il progetto, uno in generale e uno a proposito dell’intervista a due ragazzi di cui scriverò ancora. Del primo ha parlato anche
RAI 3: ne é regista Lucia Cuocci, che anni fa assunse la responsabilità di Fiori di pace nell’ambito dell’area progetti promossa dalla rivista Confronti.
I ragazzi che nei loro paesi d’origine, Israele e il territorio palestinese, non possono incontrarsi, ora si trovano obbligati ad essere nemici.
Così, con uno spirito che io accosto a quello di Nelson Mandela, hanno fatto ciò che non riesce alla diplomazia: si sono messi a parlare fra loro costruendo la loro piazza, un apposito gruppo in facebook, monitorato dallo psicologo che li ha seguiti nelle loro esperienze italiane, da Lucia Cuocci e in cui interviene anche il presidente de Il germoglio, Marco Menin.
Lascio alla sua relazione la descrizione di questo avvenimento, a mio parere straordinario, su cui tornerò anche nei prossimi giorni.
La relazione é molto lunga, io la riporterò per stralci, ma chi lo desideri potrà leggerla integralmente
qui.
 
Fiori di Pace alla prova della guerra.
Da alcuni anni (il primo dei 5 gruppi finora ospitato a Verona è stato nella nostra città nell’ottobre 2005) siamo impegnati ad offrire a ragazzi israeliano e palestinesi l’opportunità di un incontro impossibile nella loro terra, attraverso il progetto Fiori di Pace.
 
I drammatici eventi di questi giorni hanno messo i “nostri” ragazzi di fronte ad una sfida inedita, mettendo a dura prova le relazioni che fra loro si sono sviluppate nel tempo: certamente è molto difficile sentirsi “amici” quando il nostro paese è sottoposto ad un attacco di cui anche il solo nome, “piombo fuso”, mostra con eloquenza gli obiettivi.

La sollecitazione è venuta da due ragazze israeliane, Maya e Shir, con un messaggio inviato agli amici del gruppo su Facebook che riunisce alcuni fra i ragazzi israeliani, palestinesi e italiani che hanno partecipato a Fiori di Pace: “Ciao a tutti voi… ciò che avviene a Gaza e l’entrata degli israeliani a Gaza ci rende davvero tristi e crediamo che questo sia il luogo migliore per comprendere le ragioni dell’altra parte.
È davvero importante per noi che voi possiate ricordare le discussioni che abbiamo avuto in Italia, e speriamo anche che possiate tentare di capirci, perché noi stiamo tentando di capire voi.
Crediamo che anche se è triste che siano uccisi dei civili, Israele non avesse altra scelta… e persino mentre Israele porta aiuti a Gaza loro continuano a bombardare Israele… Israele non può continuare così.
Vogliamo sapere cosa pensate di questo, e ci dispiace se qualcuno si sente offeso”.

Questa richiesta ha scatenato risposte polemiche e aspre, quanto le notizie che ci arrivavano sulle morti e le foto ed i filmati che riprendevano la distruzione (la discussione è riportata integralmente sul sito www.fioridipace.org). E mentre i ragazzi israeliani tentavano di comunicare la sofferenza di fronte a quella che percepiscono come una via senza altre uscite, i coetanei palestinesi rispondevano con rabbia, come Mohammed: “Maya, non puoi pensare a qualcosa che Israele non abbia ancora tentato? Bene, certamente non puoi farlo, sono sicuro che non c’è altra via che uccidere la gente a Gaza. Forse potrebbero colpirli con bombe nucleari??? E finirla del tutto con loro??? Mi chiedo come diavolo tu possa giustificare queste azioni!!! Intendo dire che se è sbagliato è sbagliato. In che modo quei civili che sono morti a Gaza potevano mettere in pericolo la pace e la sicurezza di Israele??? 300 esseri umani in tre giorni!!! Noi stiamo parlando di vite, anime!!! Non solo numeri!!! È incredibile! Qualunque cosa tu dica non cambierà mai il mio pensiero!!! È del tutto sbagliato!”.

Anche la posizione di Manal, ragazza Araba Israeliana, è molto sofferta. Quando viene accusata di non identificarsi con il paese dove vive, esprime tutta la sua fatica e contraddizione dell’essere cittadina di uno stato che sente come aggressore del suo popolo: “quando vedi oltre 300 persone morire in 4 giorni, e le fotografie dell’accaduto sono davvero dure da guardare, non credo vorresti identificarti con Israele, sebbene io viva qui. So che la gente di Sderot è spaventata dai razzi ma Hamas sta facendo questo a causa dell’insostenibile situazione a Gaza: non c’è abbastanza cibo, né medicine, né elettricità. Vorresti tu vivere in questa condizione?”

Certamente da parte di molti prevale la ripetizione acritica delle posizioni politiche di parte. Per qualcuno fra gli israeliani le idee sono molto chiare e nette: “Dite cose senza senso!!! Parlate di Gaza? Degli attacchi dell’esercito? E cosa dite degli attacchi di Hamas? Ashkelon? Ashdod? Della gente che passa tutto il giorno nei rifugi, da anni? Voi dite sempre che Israele è colpevole e Israele doveva e Israele tutto! E questa è la prima volta che Israele attacca!!!”.

Però quello che è stupefacente è la volontà di comunicare comunque: anche se in tutti c’è la consapevolezza che non può essere una discussione su Facebook a risolvere un intricato problema politico, c’è grande in tutti la volontà di far comprendere all’altro il proprio punto di vista, e di tentare di comprendere a loro volta. Senza rinnegare le proprie idee, ma senza neppure rinunciare al confronto.
E così Itai, diciassettenne israeliano, dopo aver ribadito la sua convinzione che il governo israeliano non avesse altra scelta per garantire la sicurezza della sua popolazione, ha riflettuto sulla possibilità di scelta che è invece possibile per le persone da ambo le parti: “La “regola” per questa scelta è che almeno una persona dall’altra parte ti stia ascoltando. Questa scelta è ascoltare e rispettare questa “persona dall’altra parte” per un grande obiettivo: comprendersi. Cercare di capire perché è così arrabbiato o perché è così triste, prudente o felice. Comprendere è qualcosa di grande e piccolo, e non è così facile, perché nessuno che viva “dall’altra parte” può davvero comprendere cosa significhi attendere ore e ore ai checkpoint o convivere con la paura dei soldati, oppure quali siano i sentimenti di una madre che lascia i suoi figli andare alle armi, o un uomo che piange mentre suona l’allarme missilistico…

Credo che in questo si possa leggere la grandezza del percorso che stanno seguendo questi ragazzi: anche in una situazione di conflitto acceso e drammatico, che porta a serrare le file per respingere l’idea stessa che il nemico possa avere delle ragioni, ostinarsi a voler mantenere aperto un canale di comprensione ascoltando le opinioni dell’altro, perfino quando accendono un fuoco, nella convinzione che comunque l’altro è una persona, con i suoi sogni, desideri, passioni, errori.
 
Samer entra in facebook
A questo punto la relazione entra nel vivo dell’intervento di un ragazzo palestinese, Samer, che ora studia negli Stati Uniti.
Pur se lontano dal teatro di guerra Samer ha avuto un’esperienza che lo ha sconvolto: ne scriverò uno dei prossimi giorni.
Per ora mi limito a rendere possibile la lettura dell’
intervista, realizzata a Verona l’estate scorsa,  che lo vede protagonista assieme a un ragazzo israeliano.


COLLEGAMENTI: Betlemme, germoglio, Rai3. qui, intervista
lunedì, 12 gennaio 2009

VITTIME (di guerre e di cui è possibile fare la conta)
(la scheda precedente é del 28 dicembre e precede l’inizio delle stragi a Gaza)
 
Internazionale 19/29 dicembre 2008 n. 775 pag. 14
Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000). Dati aggiornati alle 16 del 7 gennaio 2009
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        6.000
Israeliani          1.093        
Altre vittime         79         
Totale                6.463   
     

Internazionale 19/29 dicembre 2008 n. 775 pag. 14
Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003). Dati aggiornati alle 16 del 7 gennaio 2009
Iracheni                      90.253 / 98.521
Soldati statunitensi                  4.222

Soldati di altre nazionalità       317
Cercar di fare pace
 
a Verona
Un blog che si presenta come CONTAMINAZIONI ha riportato un messaggio volantino presentato da Marco Menin, presidente dell’associazione culturale ‘Il germoglio’ che si è fatta carico di realizzare il progetto Fiori di pace promosso dall’organizzazione della rivista Confronti.
Scrive la conduttrice di ‘contaminazioni’ (e mi associo) “
Invito chi passa di qui a visitare il sito dell'iniziativa fiori di pace" e a leggere i messaggi che i ragazzi israeliani e palestinesi si sono scambiati a proposito di Gaza”.
Non voglio commentare, ma vi suggerisco con profonda convinzione di leggere quei messaggi.
E ora il commento di Marco Menin alla manifestazione di Verona dove ha presentato il volantino che potete leggere
qui.
"Oggi ho partecipato ad una manifestazione contraddittoria e, per me, sofferta, per la pace in Palestina. Al di là della ovvia banalità, per cui tutti vorremmo la pace, il problema è quello di capire quali obiettivi concretamente porsi e proporre.
A parte l'emotività, che certo gioca brutti scherzi ma non possiamo farne a meno, non vedo futuro nelle posizioni partigiane, di chi dice "noi siamo i buoni, perciò abbiamo sempre ragione, andiamo dritti verso la gloria!".
Dico una cosa lapalissiana ma che talvolta molti dimenticano: la pace la si deve fare col nostro nemico, mica con il nostro fratello.
A Verona la manifestazione è stata ordinata e tranquillissima, ma gli slogan erano unilaterali. Io non sono parte in causa diretta, non ho morti da piangere, e posso concedermi il lusso di ragionare sulla prospettiva: che fare per aiutare la pace?
Certo credo non serva a nulla dire "colpa tua, colpa sua..."
E così abbiamo distribuito 500 copie di questo volantino, prima di tutto a coloro che partecipavano alla manifestazione; poi l'ho letto dal palco, e molti (anche se non tutti) hanno anche battuto le mani, forse per educazione... avevano applaudito anche agli interventi più accesi di condanna di Israele (solo di Israele...)
Ma è stata una grande fatica.
Mi auguro sia servito almeno ad aiutare qualcuno a ragionare che fra israeliani e palestinesi l'unica vai possibile è quella del dialogo e della riconciliazione...”

a Udine
Io non sono capace di andare in una piazza dove si divide il mondo in schieramenti per cui spendersi (a parole) da una parte o dall’altra.
Non mi interessa condividere emozioni: può essere iniziativa catartica, ma c’é ben altro da fare.
Ma se a volte la piazza urla, il Tavolo della pace creato dal comune di Udine, mettendo assieme associazioni che si riconoscono reciprocamente ed esclusivamente autorevoli, tace.
Diceva il comunicato dell’Ufficio stampa del Comune emanato il 29 ottobre scorso che il Tavolo “
si occuperà di coordinare la programmazione e la realizzazione di progetti educativi e culturali relativi alla pace, alla cooperazione e ai diritti umani
”.
E ancora (con le parole dell’assessore di riferimento)
:
“Il tema della pace va affrontato impegnandosi su più fronti. C’è bisogno di progetti concreti a favore delle persone e delle comunità disagiate, ma anche di lavorare sulla ricerca”.
A proposito di ‘persone e comunità disagiate’ dalla meditabonda commissione non é venuta una parola sull’impegno regionale a togliere l’assistenza sanitaria alle persone prive di permesso di soggiorno (compresi bambini e donne incinte).
E continua il comunicato con un argomento che in questo momento, se desse luogo non dico a un’azione, ma a una parola potrebbe essere significativo nell’indicare l’impegno per la pace della città: “nel corso dell’anno scolastico 2008-2009 sarà attivo un programma di iniziative dedicato alle tematiche della pace intesa come accoglienza della diversità, sostenibilità e parità di accesso alle risorse tra Nord e Sud del mondo al fine di costruire una società basata sulla pacifica convivenza”.
 Collegamenti: contaminazioni; confronti; fiori di pace; messaggiqui
sabato, 10 gennaio 2009
UN UOMO E UN CANE

Una storia possibile
 
Nell’anno primo dell’era nuova, in un luogo qualsiasi, in una stagione qualsiasi un signore cammina col suo cane.
Perché? Il particolare è irrilevante, perciò non mi ingegno ad inventarlo.
E rilevante invece il fatto che vengono investiti entrambi.
Entrambi feriti, vengono soccorsi e portati l’uomo in ospedale, il cane alla struttura veterinaria. Vengono curati entrambi, l’uomo da un medico, il cane da un veterinario.
Guariranno ma non é un lieto fine. O sì?
Il medico che cura l’uomo capisce che si tratta di straniero privo di permesso di soggiorno e, ligio a ciò che gli impone il decreto n. 1 dell’anno primo dell’era nuova, telefona alla questura; parla il dialetto locale che il poliziotto di turno (già sottoposto a costosi corsi di purezza linguistica) capisce in tutte le sue sfumature e quindi raccoglie, senza esitazioni, la denuncia.
L’uomo viene trasferito in un centro lavori compensativi (in modo da ripagare le spese delle cure ospedaliere), dove si provvede alla sua identificazione.
Viene rispedito al suo paese. Cosa sarà di lui non si sa e non si saprà, ma non interessa. Se n’è andato e tanto basta.
Il cane, guarito pure lui, viene trasferito al canile; qui troverà, oltre ai servizi pubblici (scadenti ma essenziali) anche volontari animalisti che se ne occupano e lanciano un appello per la sua adozione.
Le cronache dell’anno primo dell’era nuova non ci informano sulla riuscita del progetto adozione. E’ certo che al cane si é aperta un’opportunità.
n.b.: oggi, 11 gennaio, ho modificato il testo in seguito al suggerimento di un lettore 'letterato'. Le parole in rosso sono state spostate dalla prima riga.
Grazie Boz.
 
Un appello.

Ricopio l’appello che ho trovato su Il manifesto e che non é facile reperire. Probabilmente lo torneranno a pubblicare ma, siccome mi piace e l’ho firmato lo diffondo anch’io, anche se è lungo.
Questo blog non raccoglie firme.
Per le adesioni all’appello rivolgersi a paceinpalestina@gmail.com
augusta

La questione morale del nostro tempo
di Ali Rashid, Moni Ovadia

Le immagini che giungono da Gaza ci parlano di una tragedia di dimensioni immani e le parole non bastano per esprimere la nostra indignazione. Col passare dei giorni cresce la barbarie che insieme alla vita, alle abitazioni, agli affetti, ai luoghi della cultura e della memoria, distrugge in tutti noi l'umanità e con essa il sogno e la speranza. E deforma in noi il buon senso, mortifica la cultura del diritto, forgiata dalle tragedie del secolo passato per prevenirne la ripetizione.
Così diventano carta straccia le convenzioni internazionali e le norme basilari del diritto internazionale nonché le sue istituzioni, paralizzate dai veti e svuotate di autorevolezza oltre che di strumenti per l'agire.
Così crescono l'odio e il rancore, si radicalizzano le posizioni e le distanze diventano incomunicabilità. Le stesse responsabilità si confondono, tanto che la vita in una prigione a cielo aperto diviene la normalità, l'invasione di uno degli eserciti più potenti del mondo è alla stessa stregua di un atto pur esecrabile di terrorismo.
Ma così non si aiuta la pace, che è fatta in primo luogo di ascolto, dialogo e compromesso. Certo, anche di diritto, ma abbiamo visto che per questa sola via sessant'anni non sono bastati e dopo ogni crisi ci si è ritrovati con un po' di rancore in più e di certezza del diritto in meno.
Noi sappiamo che l'occupazione genera resistenza, la guerra rafforza il terrorismo, la violenza cambia le persone e i fondamentalismi si alimentano reciprocamente. Ma abbiamo anche imparato in tutti questi anni che gli obiettivi di pace, sicurezza e prosperità non passano attraverso l'uso della forza delle armi, ma attraverso l'adozione di scelte accettabili per entrambe le parti in causa e l'avvio di un processo di riconoscimento reciproco, del dolore dell'altro in primo luogo, che è il primo passo verso la riconciliazione.
Al contrario, ogni volta che ci si è avvicinati ad un compromesso accettabile, il ricorso scellerato alla violenza, all'assassinio premeditato, all'annichilimento dell'altro, è servito a demolire ciò che si era pazientemente costruito, quel po' di fiducia reciproca in primo luogo.
Il tutto viene poi complicato dal peso della storia che in questo contesto, nel rapporto fra Europa, «Terrasanta» e Medio Oriente, agisce come un macigno non elaborato, generando falsa coscienza, ipocrisia, irresponsabilità.
L'esito è stato l'incancrenirsi di una questione, quella palestinese, che ha avuto ed ha effetti destabilizzanti in tutta la regione ed anche oltre, diventando - come ebbe a definirla Nelson Mandela - «la questione morale del nostro tempo».
Di questo vulnus si sono nutriti in questi anni il terrorismo e il fondamentalismo, regimi autoritari e cultori dello scontro di civiltà. A pagare sono state le popolazioni della regione, sono i bambini e i ragazzi cresciuti in un contesto di odio, di violenza e di paura, ma anche la democrazia e la cultura laica che pure traevano vigore dalle tradizioni ebraiche e arabo-palestinesi.
Così anche da questa guerra, assassina e stupida come ogni guerra, a trarne vantaggio saranno solo i fondamentalismi e chi pensa che la soluzione possa venire dall'annichilimento dell'avversario.
Come hanno scritto nei giorni scorsi Vaclav Havel, Desmond Tutu ed altri uomini di cultura «...quello che è in gioco a Gaza è l' etica fondamentale del genere umano. Le sofferenze, l' arbitrio con cui si distruggono vite umane, la disperazione, la privazione della dignità umana in questa regione durano ormai da troppo tempo. I palestinesi di Gaza, e tutti coloro che in questa regione vivono nel degrado e privi di ogni speranza non possono aspettare l' entrata in azione di nuove amministrazioni o istituzioni internazionali. Se vogliamo evitare che la Fertile Crescent, la "Mezzaluna fertile" del Mediterraneo del Sud divenga sterile, dobbiamo svegliarci e trovare il coraggio morale e la visione politica per un salto qualitativo in Palestina».
Per questo facciamo appello alle persone che amano la pace e che vedono nella tragedia di queste ore la loro stessa tragedia, di fare tutto ciò che è nelle loro possibilità affinché vi sia
l'immediato, totale, cessate il fuoco - non la beffa delle «tre ore»;
la fine dell'assedio sulla Striscia di Gaza e il rispetto delle istituzioni palestinesi democraticamente elette;
l'intervento di una forza di pace internazionale sotto l'egida delle Nazioni Unite in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza lungo i confini del '67;
l'avvio di un negoziato per arrivare ad una soluzione politica basata sul rispetto dei diritti dei popoli, delle minoranze e della persona, nell'ambito di un processo che possa garantire nell'immediato confini sicuri per lo Stato di Israele e per lo Stato di Palestina;
la creazione di un comitato per la pace in Palestina, che superi i limiti e le strumentalizzazioni che hanno caratterizzato le iniziative degli ultimi anni;
l'adesione delle persone e delle associazioni che hanno a cuore la pace in Medio Oriente per impedire che il conflitto si trasformi in guerre di religione e tra civiltà, con la promozione di iniziative su tutto il territorio italiano e la convocazione di una manifestazione nazionale al più presto.
Non di meno, in un contesto dove l'interdipendenza è il tratto del nostro tempo e come persone che hanno comuni radici mediterranee, non smettiamo di pensarci come cittadini di una comune regione post-nazionale euromediterranea, parte di una cultura che - attraverso la storia di conflitti tra città e campagna, o nella concorrenza tra fede e sapere, o nella lotta tra i detentori del dominio politico e le classi antagoniste - si è lacerata più di tutte le altre culture e non ha potuto fare a meno di apprendere nel dolore come le differenze possano comunicare.
In questo spirito ci impegniamo a ricostruire quel che la guerra sta abbattendo, i ponti fra le persone, le culture, i luoghi della pace in e fra entrambe le società, per creare nuovi terreni di relazione e collaborazione fra l'Italia e la Palestina, intensificando altresì gli atti di solidarietà verso tutte le vittime, in modo particolare la popolazione della Striscia di Gaza.