Questo diario elettronico ha una storia... (continua)


sabato, 21 febbraio 2009
Avere una certezza è già un conforto

Autocertificazione
: Sono cretina (e non intendo migliorare)
 
Giovedì scorso ho pubblicato la lettera al sindaco di Udine sulle sue responsabilità e ruolo nella tutela dei minori, impediti a curarsi o “dall’effetto annuncio” del decreto approvato in senato con l’apertura alla vocazione spionistica dei medici che di tale vocazione dispongono o dal risultato oggettivo della trasformazione del disegno in legge a seguito del passaggio prossimo venturo alla camera e tutti i successivi. Forse tanti passaggi non serviranno più: basterà “l’effetto autorità-carisma” che il nostro premier emana, ben supportato dall’équipe di alta cultura leghista che lo attornia sorniona.
Essendo io autocertificata cretina ho pensato che richiamare le contraddizioni che si sarebbero aperte per l’autorità locale (sindaco), qualora sul suo territorio si trovassero minori impediti a curarsi, poteva stimolare un soprassalto di consapevolezza in associazioni e responsabili istituzionali di maggioranza e opposizione su un problema già vissuto.

Ho ripensato a quando, anche a livello locale, ci si arrovellava per comprendere e assimilare il concetto di tutela sociale della maternità, a quando ci si confrontava per superare la norma sull’adozione che la voleva allora possibile solo per coppie sterili e per continuità ereditaria del patrimonio.
Poi ho lasciato perdere: il mondo della società fu civile ora si é frantumato in realtà associative autopromozionali e autoreferenziali che, nel migliore dei casi, esercitano (a volte anche molto bene a volte no) azioni di supplenza ma si guardano dall’invitare le istituzioni a rispettare il proprio ruolo, considerandole, suppongo, soltanto fonte di reddito (anche ben speso) o di visibilità mediatica.
Così ho provato a pensare a una vicenda più vicina: un anno o due fa in un comune friulano venne trovato un neonato abbandonato sulle scale di un ambulatorio. Il sindaco dichiarò ed esercitò nel migliore dei modi in proprio ruolo di tutore; insieme al medico che l’aveva raccolto suscitò intorno a quel piccolo un’ondata di simpatia, i media locali –evidentemente affascinati dalle buone maniere della mamma che era ricorsa al vecchio caro abbandono- ci ricamarono su e la storia finì bene (anche la mamma venne ritrovata e trattata con comprensione e rispetto). Se però il sindaco avesse esercitato il proprio ruolo affidando il piccolo a un servizio di custodia comunque denominato non sarebbe stato così.

Sono cretina autocertificata: le prove 1
Non solo ho ricevuto telefonate meravigliate per il mio ricorso al sindaco nel caso delle cure ai minori, ma ho percepito l’indifferenza assoluta del mondo associativo e istituzionale.
Sarebbe bene che i sindaci si opponessero al decreto sicurezza (per le cure dei minori o altro motivo)? Certamente, mi si lascia capire, se appartengono a quelle non-forze politiche che hanno sostituito il lavoro nelle istituzioni con le presenze in piazza dove si possono urlare i propri no in un catartico scambio di emozioni fine a se stesse. Così in piazza i politici dichiarano la propria appartenenza salvifica e tanto basta.
Sarebbe opportuno che –nel caso il decreto diventi legge – i sindaci preparassero la tutela dovuta per chi non può garantirsi da sé ed é messo in condizioni di perdere anche la tutela genitoriale?
Non sembra problema degno di attenzione anche se molti si preparano già ad altro.
In una recente trasmissione televisiva un senatore, interpellato da Gad Lerner sulla possibilità tecnica della operazione cacciata, virile e decisionista assicurava: ‘Ci riusciremo’.
Perché a me é venuta in mente una vecchia frase già sentita ‘Spezzeremo le reni alla Grecia”? Ah già, sono cretina ormai autocertificata: mi si perdoni la confusione.

Sono cretina autocertificata: le prove 2
Nella lettera aperta al sindaco (che un quotidiano locale ha pubblicato) avevamo citato - con l’amica, che insieme a me se ne é fatta carico- due commi (b, c) dell’art. 35 del Decreto Legislativo25 luglio 1998, n. 286. dei cinque che riguardano ciò che é garantito in materia di sanità “nei presidi pubblici ed accreditati” “ai cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale, non in regola con le norme relative all'ingresso ed al soggiorno”.
Nulla avevamo detto in quella lettera del comma a), che ora trascrivo, per cui alle cittadine straniere non in regola con il permesso di soggiorno é assicurata (e resterà assicurata con il disvalore aggiunto della paura) ”la tutela sociale della gravidanza e della maternità, a parità di trattamento con le cittadine italiane, ai sensi delle leggi 29 luglio 1975, n. 405, e 22 maggio 1978, n.
194
, e del decreto del Ministro della sanità 6 marzo 1995”.
Spero che le organizzazioni di donne che tacciono non ci propineranno anche un otto marzo a dichiarato differenziale etnico. Meglio si limitino alle consuete cene per sole donne (dove l’etnico potrà apparire sotto forma di cibo); vi potranno inserire quali commensali d’onore rappresentanti elette nelle istituzioni per sesso e non per genere. Sulle mamme straniere queste signore tacciono, deliziose creature rispettose della tradizione di silenzio imposta dalla risorgente cultura alle donne.
Ma forse anche la distinzione fra sesso e genere appartiene alla mia autocertificata condizione di cretina, confusamente senile.

Conclusione
Avevo inviato la lettera precedente a una lunga lista di amici, esprimendo la mia perplessità sull’utilità di diffondere anche via e-mail ciò che scrivo nel mio blog.
Due amici mi hanno scritto dicendomi di continuare: grazie, ma forse é meglio arrendersi alla buona educazione che impone di non dare fastidio.
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giovedì, 19 febbraio 2009
UNA (INUTILE?) LETTERA APERTA AL SINDACO

Premessa
Della questione di cui scriverò mi sono occupata in questo blog lo scorso anno il 21, 26, 28, 31 ottobre, 3, 6, 11, 14, 19, 21, 24 novembre. 1, 2 e 16 dicembre. Nel 2009 il 3, 4, 6, 15, 25, 29 gennaio e il 6 febbraio.
Ne é stata fonte principale il sito web della Società Italiana di Medicina delle
Migrazioni
: www.simmweb.it.
Per rispetto verso me stessa non riassumo le più viscose argomentazioni contrarie (di cui però ho sempre riportato le conseguenze a livello istituzionale).
Consiglio –chi volesse valutarne lo spessore intellettuale ed etico - di guardare la puntata della trasmissione di Gad Lerner del
16 febbraio. Intitolata ‘L’infedele e il passaporto dello stupratore’ ha una pagina di presentazione (non perdetevi il frammento accostatovi - gli ebrei, i rom e il signore Siegel- trascritto da radio padania
libera, anche se datato 21 ottobre. Ne ha preso le distanze anche il ministro Maroni).
La trasmissione é scaricata in
cinque pezzi di facile accesso (ci sono riuscita io!) e conseguente visibilità.
 
Perché scrivo al sindaco

Scrivo al sindaco perché non é un podestà, nella convinzione che rappresenti il territorio in cui vivo (malvolentieri ma non ho spazi di scelta che io sappia praticare), nella consapevolezza che i podestà non erano tutti ladri e insieme nella piena coscienza che non mi sento rappresentata da chi pretendesse assicurarmi solo dell’integrità delle mie tasche. Ho anche altre integrità a cui ci tengo e la cui rapina mi offende più del furto: parlo degli articoli fondamentali della Costituzione e non di valori (parola che insieme a sensibilizzazione mi é diventata ripugnante per l’uso strumentale e surrettizio che ne viene fatto).
Dopo di che il sindaco, che é anche amministratore, dirà quali sono i limiti che gli sono concessi dagli spazi oggettivi di cui dispone appunto come amministratore (e spero che il suo dire sia trasparente e documentato). Non é detto che io debba condividere (il pluralismo fa parte di quei paletti dell’integrità di cui sopra): per me é essenziale capire e avere spazio per l’espressione del dissenso.
Dove quello spazio? Per me in piazza certamente no (o meglio non più). La moda di portare la gente in piazza e di contarla e di basare consenso e dissenso sul numero (o meglio sui vari, fluttuati numeri che ci vengono propinati) é ormai, secondo me, fondamento di un nuovo tipo di populismo e nel mio, ormai consolidato, pessimismo penso che la piazza potrà diventare il luogo in cui sostenere la liceità (o meglio l’opportunità o, meglio ancora, la giusta soddisfazione) della pena di morte (più gradita se preceduta da linciaggio). Se ciò accadrà sarà affollata (e benedetta dall’art.
2267
del catechismo pubblicato nel sito del Vaticano).
Per chiarezza trascrivo: “La pena inflitta deve essere proporzionata alla gravità del delitto. Oggi, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere il crimine rendendo inoffensivo il colpevole, i casi di assoluta necessità di pena di morte «sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti» (Evangelium vitae). Quando i mezzi incruenti sono sufficienti, l'autorità si limiterà a questi mezzi, perché questi corrispondono meglio alle condizioni concrete del bene comune, sono più conformi alla dignità della persona e non tolgono definitivamente al colpevole la possibilità di redimersi”.
 
E torniamo alla lettera... dove cito due soli commi (b, c) dell’art. 35 del  Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286. dei cinque che riguardano ciò che é garantito in materia di sanità “nei presidi pubblici ed accreditati” “ai cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale, non in regola con le norme relative all'ingresso ed al soggiorno”.
Ho voluto limitare il mio intervento ma il silenzio su uno dei commi mi é costato parecchio. Lo trascrivo:
”a) la tutela sociale della gravidanza e della maternità, a parità di trattamento con le cittadine italiane, ai sensi delle leggi 29 luglio 1975, n. 405, e 22 maggio 1978, n.
194
, e del decreto del Ministro della sanità 6 marzo 1995”.
Non l’ho citato finora perché in comune esiste una consigliera con delega alle pari opportunità che mi illudevo avrebbe parlato, magari sollecitata dai gruppi di donne che si sono raccomandate per essere sostenitrici della maternità da diritto da garantire, a bene da tutelare, alla libera scelta.
Invece, per quanto si può sapere fuori dal palazzo, la consigliera delegata alle pari opportunità finora ha mantenuto un assoluto silenzio in proposito, tanto più significativo perché condiviso dalle forze di maggioranza e opposizione in una sconfortante uniformità, dentro e fuori il consiglio, fra i singoli e le associazioni rispettate e vezzeggiate.

Prevedo obiezioni e rispondo. Non mi basta che si strilli, si proclami, si predichi un generico no al pacchetto sicurezza, mi aspetto invece che se ne dica, punto per punto le ragioni e che ci si rivolga alle istituzioni, non solo per solleticare emozioni, soprattutto quando a queste ci si collega come collettore di voti (di scambio?).
Spero comunque di essere smentita con articolate argomentazioni.

 

Testo della lettera aperta, spedita al sindaco e a quotidiani e radio locali.
 PREMESSA: La lettera che segue é stata scritta assieme ad un’amica che la firma. La ringrazio per entrambe le ragioni.Tutto ciò che precede evidentemente impegna solo me.             augusta
Al prof. Furio Honsell
Sindaco del comune di Udine                            18 febbraio 2009
                               Sua Sede
Oggetto: lettera aperta
Egregio signor Sindaco,
Ci é noto che fra il personale preposto alla promozione, prevenzione e cura della salute, medici ed infermieri ma anche figure professionali che coadiuvano i processi di cura, quali assistenti sociali, psicologi ecc. ecc., si é manifestata una grave preoccupazione per l’abrogazione del comma 5 dell’art. 35 del decreto legislativo 25 luglio 1998 n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero) che – tuttora in vigore- recita: “L'accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all'autorità', salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano”.

La previsione abrogativa appare nel testo del disegno di legge 733, licenziato dal senato della repubblica il 5 febbraio c. a, ora in attesa del dibattito alla camera dei deputati.
Non sia irrilevante sottolineare la ferma opposizione non solo di esponenti delle categorie interessate, ma anche dell’Ordine dei Medici della provincia di Udine che, nella persona del presidente, si é fermamente espresso contro tale vulnus alla deontologia professionale, richiamando gli iscritti anche al dovere dell’obiezione di coscienza, qualora la possibilità di denuncia venisse ritenuta ordine.
Sarebbe confortante poter delegare la segretezza del rapporto medico paziente all’etica professionale, esclusiva e risolutiva. Purtroppo non basta.
Resta infatti in vigore la parte dell’articolo citato che prevede tra l’altro:
b) la tutela della salute del minore in esecuzione della Convenzione sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva ai sensi della legge 27 maggio 1991, n. 176;

c) le vaccinazioni secondo la normativa e nell'ambito di interventi di campagne di prevenzione collettiva autorizzati dalle regioni;
E’ prevedibile –e già segnalata- la paura dei cittadini non comunitari non in regola con il permesso di soggiorno (la cui concessione é soggetta a tempi la cui lunghezza costituisce uno dei primati italiani in Europa) nell’accostare i servizi sanitari. Nel caso specifico, che nasce dai commi sopra trascritti, un genitore si troverebbe di fronte alla scelta drammatica fra l’assicurazione e la negazione delle cure e delle vaccinazioni (sicure in quanto erogate dal sistema sanitario) ai figli che potrebbero diventare elemento oggettivo di delazione e quindi di cacciata dal territorio nazionale per tutta la famiglia.
Inoltre far sì che si crei una fascia di cittadini non vaccinati, e perciò esposti a contagio di malattie che possono sembrare scomparse, finirà per creare rischi per tutti, anche se vaccinati. La malattia non é soggetta a rispettare la chiusura dei confini.
E’ noto che i minori (italiani e non) privi di tutela (quale che ne sia la ragione: abbandono alla nascita, scomparsa della famiglia, arrivo senza accompagnamento sul territorio nazionale ...) godono di una tutela particolare nel comune in cui si trovanoe quindi interrogano – per il semplice fatto di esistere- la Sua persona.
Permetta a due cittadine udinesi, turbate da questo problema (che non è il solo nel quadro che si prospetta se la camera approverà il testo del pacchetto sicurezza nella forma licenziata dal senato), di chiederLe come intenda sostenere nel territorio del comune che rappresenta il diritto alla salute di minori, cui sia oggettivamente impedito ai genitori di provvedere.
Distinti saluti
Augusta De Piero      via Gemona 78   33100 Udine
Adriana Libanetti      via Sbaiz 9    33100 Udine 
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domenica, 15 febbraio 2009

Samer in un giornale on line dell'Illinois

Quinta puntata
Ho già scritto di questa storia in gennaio (il 14, il 16, il 20 gennaio e il 2 febbraio).
Per chi non volesse rileggersi le puntate precedenti (che contengono anche la documentazione cui via via accenno) riassumo:

Samer, un ragazzo palestinese di Jenin, é stato ospite a Verona per il soggiorno di ragazzi israeliani (ebrei e arabi) e palestinesi dei Territori, nel quadro dell’iniziativa con cui l’associazione Il germoglio contribuisce al progetto Fiori di pace. Ora si trova a studiare negli USA (Illinois) ed é rimasto sconvolto dall’aver visto un suo amico israeliano, con cui aveva condiviso Fiori di pace, su un carro armato diretto a Gaza. Ne scrive al presidente de Il Germoglio, ne scrive ai suoi amici israeliani e palestinesi finché non prende la decisione di invitare chi voglia in un bar della sua Università, per accendere una candela nel ricordo dei bambini uccisi a Gaza. Invita chi altrove nel mondo lo voglia a fare altrettanto.
Dell’incontro annunciato Fiori di pace ha pubblicato anche la documentazione inviata da Samer stesso.
Ma la storia di Samer (e del metodo ‘Fiori di pace’ – chiedo a Lucia e a Marco se posso identificarlo così) si arricchisce di informazioni.
Pubblico una traduzione che si basa su quanto si trova in Fiori di pace, ma che in qualche punto ho rivisto, lasciando la possibilità di collegarsi all’originale con le parole “
sito veronese”. Spero che gli amici di Verona non me ne vogliano: la mia scelta é dovuta allo sforzo di cogliere ogni minuzia in un condiviso linguaggio di pace tutto (o quasi) da costruire. E oggi -16 febbraio- riscrivo la traduzione corretta da Laura (grazie)-
In fondo pubblico il collegamento con il link che porta al testo originale, disposta ad accogliere suggerimenti per migliorare la traduzione che inserisco nel mio blog, sperando siano accompagnati da osservazioni.                     augusta


Dal sito web Fiori di pace

Riceviamo da Samer Anabtawi questo articolo, pubblicato sull'edizione online del quotidiano dell'Illinois "the State Journal - Register" con il titolo  Palestinian student at IC: Diplomacy is key to peace  By STEVEN SPEARIE


JACKSONVILLE —Lo studente dell’Illinois College Samer Anabtawi non è certo estraneo alla violenza: é cresciuto infatti nella città di Jenin, nel nord dei territori palestinesi occupati della West Bank.
Samer racconta che nel 2002, durante la battaglia di Jenin fra israeliani e palestinesi, sentì la sua casa muoversi letteralmente dalle fondamenta per gli scoppi dei razzi che martellavano il campo profughi ai margini della città. L’elettricità e l’acqua corrente venivano regolarmente tagliate.
“Ricordo che dormivo sotto il letto, pensando ‘Dio, non fare di me un bersaglio’ dice Anabtawi. “Ero sicuro che io e la mia famiglia saremmo morti presto”.

Racconta anche che nel 2001 fecero fuoco contro il suo scuolabus ad un checkpoint. Due bambini di una scuola vicina furono uccisi sotto i suoi occhi.
Samer ammette che questi ricordi hanno provocato il suo disprezzo per Israele, che considera un oppressore.
E comprende, ora che i combattimenti a Gaza hanno raggiunto la terza settimana, perché i Palestinesi in Gaza si sentano come si sentiva lui un tempo.
Ma, da adolescente, Samer Anabtawi ha rifiutato la violenza, scegliendo i movimenti per la pace, come Fiori di Pace, che lo hanno messo faccia a faccia con suoi coetanei israeliani.
Ora a 18 anni è matricola all’Illinois College, dove si sta specializzando in studi internazionali, scienze politiche e francese, e continua a pensare che la via diplomatica sia l’unica strada perché le due parti possano avere una pace durevole.
Parlando al telefono giovedì, Samer diceva che si sente sollevato per il numero di israeliani e palestinesi che si sono avvicinati alla causa della pace e per i colleghi studenti dell’Illinois College, molti dei quali sperano in un cessate il fuoco.
Recentemente Anabtawi ha tenuto una relazione nel campus e si incontrerà con gruppi di studenti per considerare la possibilità di tenere una veglia al lume di candela nel ricordo delle vittime della violenza o per scrivere lettere di sostegno ai bambini di Gaza, ai quali, dice, si sente legato molto strettamente. (ndt: l’articolo risulta aggiornato al 18 gennaio. Precedeva quindi l’evento di cui si é scritto in questo blog il 3 febbraio).
“Sono passato attraverso sofferenza e dolore”, afferma “non voglio vedere altri bambini subire la stessa esperienza” Ci sono state almeno 1.100 vittime di parte palestinese, 400 delle quali donne e bambini, secondo quanto riferito da fonti mediche palestinesi; 13 israeliani, di cui 3 civili, sono stati uccisi secondo informazioni ufficiali israeliane.
Sedere di fronte alla sua controparte israeliana è stata una esperienza sofferta ma necessaria, rivela Anabtawi, sebbene consideri non giusta l’alternativa di chiudere gli occhi e le orecchie davanti alla situazione.
“Quando c’è un essere umano di fronte a te, tu non pensi a lui come un tuo oppressore”, ha raccontato Samer della sua esperienza di Fiori di Pace. “tu cominci a costruire amicizia. Se si può fare questo in un piccolo gruppo, credo che una soluzione diplomatica possa funzionare”.
Le forze israeliane non hanno raggiunto i loro obiettivi militari – Hamas sta ancora lanciando razzi verso le città del sud di Israele – e Samer è preoccupato perché prolungati combattimenti“ porteranno solo verso nuova violenza e una maggiore diffusione dell’odio” rafforzando Hamas.
“I bambini vedono le cose in bianco e nero. Quando vedono i loro genitori e familiari uccisi, essi pensano solo alla vendetta”.
Ma Samer crede che si possa imparare dalla storia. Fa notare che Israele ha cercato di sbarazzarsi dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e di Fatah, considerandoli organizzazioni terroristiche come Hamas, per riconoscerli più tardi e arrivare alla fine agli accordi di Oslo nel 1993.
“Non riesco a comprendere perché non si possa raggiungere adesso lo stesso risultato” dice Samer.
Steve Hochstadt, docente di storia all’Illinois College, afferma che uno dei problemi é che nessuna delle due parti può offrire un punto di incontro  su cui venire a capo della situazione a Gaza. Ma Hochstadt non approva chi, compresa l’amministrazione Bush, rigetta qualsiasi trattativa diretta con Hamas.
“La nostra riluttanza a parlare con Hamas è un errore,” dice Hochstadt. “Noi non legittimiamo le persone sedendoci ad un tavolo con loro; loro sono già legittimati”.
Hochstadt si dichiara speranzoso che l’amministrazione del neo presidente Barack Obama tenga fede a una delle promesse della sua campagna elettorale di parlare con tutti, compreso Hamas, anche senza precondizioni, quali il riconoscimento dello stato di Israele. “Sono dalla parte di Obama in questo percorso”, ha affermato il professore.
Molte ripetute tregue funzionano solo nei tempi brevi, con la reale possibilità di fiammate locali, ha ammesso Hochstadt. “Siamo nel mezzo di qualcosa che si trascina da decenni. La soluzione è di realizzare una reale pace nella quale entrambe le parti abbiano un interesse,” sia che il risultato siano due stati o tre stati, ammonisce il professore. Samer aggiunge “il dolore non ha una identità. Noi tutti siamo esseri umani. Ne abbiamo avuto abbastanza di questa violenza. La vendetta non ci aiuterà a risolvere questo problema”.
Steven Spearie


PS: collegamento per chi ne volesse leggere il testo in lingua originale.

PS: Chi fosse interessato a conoscere le modalità organizzative del versante veronese di Fiori di pace può leggere qui la convenzione fra i soggetti che cooperano alla sua realizzazione.

collegamenti:  il germoglio, fiori di pace, documentazione,
sito veronese collegamento, qui

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venerdì, 13 febbraio 2009
Che il corpo suo sì vivo...
A Dominici Scandella dicti Menochio*
-
Oh Eluana tegninsi pa man
Cença la poura di slontanâsi mai
Da zoca ch’a vai e ch’i vai

La to sfracassada vita la difindevin chei
Ch’a àn distacât la spina a milions di cerviêi
Lucits in salût fuarts libers contents biei

Basta pensâ al Menocchio e ai siei
As tantas Mabiles brusadas ridotas scjernum
Ai fantats trats in gueras finîts paltan tal paltan

Mandi Eluana mandi Eluana
Cuissà ce che inmò a inventaran
Par stânus sul cjâf tra vuê e doman

A tancj di lôr la to vita no interessava gran
Mancul che a un mierli un bar sec di ledan
Ma sôl i interes i bêz il podê e no chei ch'a rìvin a chì par fan

LZ, ZH, 09.02.2009  / 11.02.09       (LEO ZANIER)

Che il corpo suo sì vivo...A Dominici Scandella dicti Menochio* -

Oh Eluana teniamoci per mano
Senza la paura di allontanarci mai
Dal ceppo che piange che piango

La tua distrutta vita la difendevano quelli
Che hanno staccato la spina a milioni di cervelli
Lucidi sani forti liberi contenti belli

Basta pensare al Menocchio e a quelli come lui
Alle tante streghe bruciate ridotte a strame
Ai giovani buttati nelle guerre diventati fango nel fango

Addio Eluana addio Eluana
Chissà quello che ancora inventeranno
Tra oggi e domani per starci ancora addosso
 
A tanti di loro la tua vita non interessava affatto
Meno che a un merlo una zolla secca senza vermi
Ma gli interessi sì i soldi sì il potere sì e non la vita
                                          di chi per fame arriva qui

*
„La pena dell’heretico (...) è quella del fuoco per la legge divina, canonica, civile e consuetudinaria, di modo che il corpo suo così vivo arda, finisca e si riduca in cenere“.
Si trova in un manuale veneziano di  pratica criminale, in uso all’epoca della condanna dell'"eretico" Menocchio, 8 agosto 1599,
da: Domenico Scandella detto  Menocchio, a cura di Andrea Del Col,
Biblioteca dell’Immagine, Pordenone  1992   
 
Non é giusto commentare il bellissimo testo che pubblico con il permesso del poeta carnico Leo Zanier, che me l’ha inviato con la sua traduzione.
Devo però dire chi era
Menocchio, cui la poesia é dedicata.
Lo faccio con le parole di Carlo Ginzburg, che l’ha reso famoso con il suo “Il formaggio e i vermi” (ed. Einaudi). Qualche anno fa a Montereale (PN) é nato un circolo culturale che porta il nome di Menocchio.

-Si chiamava Domenico Scandella, detto Menocchio-.
Era nato nel 1532 (al tempo del primo processo dichiarò di avere cinquantadue anni) a Montereale, un piccolo paese di collina del Friuli, 25 chilometri a nord di Pordenone, proprio a ridosso delle montagne. Qui era sempre vissuto, tranne due anni di bando in seguito ad una rissa (1564-1565), trascorsi ad Arba, un villaggio poco lontano, e in una località imprecisata della Carnia.
Era sposato e aveva sette figli; altri quattro erano morti. Al canonico Giambattista Maro, vicario generale dell'inquisitore di Aquileia e Concordia, dichiarò che la sua attività era "di monaco, maragòn, segar, far muro et altre cose". Ma prevalentemente faceva il mugnaio, portava anche l'abito tradizionale dei mugnai, una veste, un mantello e un berretto di lana bianca. Così vestito di bianco si presentò al processo. (...)

Il 28 settembre 1583 Menocchio fu denunciato al Sant'Uffizio. L'accusa era di aver pronunciato parole "ereticali e empissime" su Cristo. Non si era trattato di una bestemmia occasionale: Menocchio aveva addirittura cercato di diffondere le sue opinioni, argomentandole ("praedicare, et dogmatizzare non erubescit").
Ciò aggravava la sua posizione.(...)
Quanto al contenuto eterodosso di questo tipo di predicazione, non era possibile avere dubbi- soprattutto allorché Menocchio espose una singolarissima cosmogonia di cui era giunta al Sant'Uffizio un'eco confusa:
-Io ho detto che, quanto al mio pensier et creder, tutto era un caos, cioè terra, aere, acqua et foco insieme; et quel volume andando così fece massa, aponto come si fa il formazo nel latte, et in quel diventorno vermi, et quelli furno gli angeli; et la santissima maestà volse che quel fosse Dio et li angeli; et tra quel numero de angeli ve era anche Dio (...) fece poi Adamo et Eva, et populo in gran moltitudine per impir quelle sedie delli angeli scacciati. La qual moltitudine non facendo li commendamenti de Dio, mandò il suo figliol, il quale li Giudei lo presero, et fu crocifisso-. (...)

Due grandi eventi storici, resero possibile un caso come quello di Menocchio: l'invenzione della stampa e la Riforma.
La stampa gli diede la possibilità di porre a confronto i libri con la tradizione orale in cui era cresciuto, e le parole per sciogliere il groppo di idee e fantasie che avvertiva dentro di sé.
La Riforma gli diede l'audacia di comunicare ciò che sentiva al prete del villaggio, ai compaesani, agli inquisitori anche se non poté, come avrebbe voluto, dirle in faccia al Papa, ai Cardinali, ai Principi. (...)          
Carlo Ginzburg
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martedì, 10 febbraio 2009
Un senatore che sa quel che fa
 
Un annuncio per gli udinesi
 
Giovedì 12 febbraio 2009 alle ore 20.30 a Zugliano presso il
Centro Balducci: Presentazione del libro di non poesie in edizione bilingue
LA CHIAVE NELLA MANO - KLJCHNA DLANU
di Božidar Stanišich- traduzione e cura di Alice Parmeggiani

Non sono solita mettere in questo blog annunci di incontri.
Gli spazi che l’organizzazione del mio blog consente non mi sembrano
adatti. Questa volta lo faccio perché il titolo della serata non solo richiama il lavoro di scrittore
di Božidar Stanišich (cui chiedo scusa per non aver trovato la ‘c’ accentata della sua lingua che ho sostituito con il ch) e quello della sua traduttrice Alice Parmeggiani,
ma anche perché l’argomento delle ‘chiavi’ che si sono spostate e si spostano ancora, segni di una casa proibita o distrutta, mi ha molto intrigata e ne ho scritto nel mio vecchio blog betlemme.splinder.com il 4 e 5 agosto 2004.
Chi vorrà, potrà trovarvi anche alcuni testi che allora avevo inserito.


Torno al senatore

Il sen. Ichino avrebbe dovuto leggere ieri l’intervento che traggo dal suo sito. Non so se l’abbia potuto fare: Mi sembra in ogni caso importante conoscerlo.

Oggetto: Opinione di Pietro Ichino (cercando con onestà intellettuale e secondo coscienza e non per calcolo politico e strumentalizzazione di parte)

INTERVENTO IN DIFESA DELLA LIBERTA’ DI COSCIENZA DEL CITTADINO NELLA ZONA DI RAGIONEVOLE DUBBIO - ALMENO DAL PUNTO DI VISTA CIVILE - CHE TALVOLTA DIVIDE I DUE CONFINI GIURIDICI DELLA CERTEZZA DELL’ESISTENZA DI UNA VITA
UMANA E DELLA CERTEZZA DELLA MORTE
 
Signor Presidente, Colleghi, Rappresentanti del Governo
            Vorrei distinguere, nel mio intervento, la parte che svolgo nella mia veste di politico e quella che svolgo come cristiano, o almeno aspirante tale. Non perché questo mi conduca a due conclusioni diverse, ma perché mi sembra necessario sottolineare una distinzione tra i due piani del discorso, che troppo sovente è ignorata o trascurata.
Nella veste di membro, laico, del Parlamento di una Repubblica laica, chiamato a stabilire quale sia il confine tra vita meramente biologica e vita umana, tra stato vegetativo reversibile e irreversibile, ritengo che la legge debba limitarsi a definire il confine al di qua del quale c’è sicuramente vita umana da difendere con ogni mezzo, e il diverso confine al di là del quale il corpo umano può e deve essere considerato a tutti gli effetti morto. Questi sono i soli certi fines, i confini sicuri, cheun ordinamento civile può e deve porre. Ed essi non sempre coincidono tra loro. Dico che non coincidono perché tra di essi talvolta si presenta una sorta di zona grigia, una zona di ragionevole opinabilità – corrispondente a quella che gli anglosassoni chiamano band of reasonableness delle opzioni possibili – dove possono verificarsi una infinità di situazioni-limite particolari la cui qualificazione è controvertibile. Qui, a ogni cittadino deve essere consentito, con l’assistenza del medico o di altro consigliere qualificato di sua scelta, agire secondo la propria coscienza.
Per quel che mi riguarda, in una situazione nella quale, come nel caso di Eluana Englaro, fosse ragionevole ritenere irreversibile la mia totale perdita di coscienza, cioè ritenere il mio corpo di fatto condannato a una vita puramente vegetativa, privato irreversibilmente di mente e coscienza, sentirei gravemente lesa la dignità della mia persona se quel corpo venisse mantenuto in vita per lungo tempo, ancorché nel modo più amorevole e rispettoso. Penso che questo senso di ribellione all’idea di una prolungata permanenza forzata in vita del proprio corpo privato per sempre della coscienza sia condivisa dalla grande maggioranza dei miei concittadini. Per questo ritengo che un legislatore laico, fissati i confini della zona di ragionevole opinabilità, debba riconoscere ai familiari di chiunque si trovi in una situazione di questo genere la libertà di scegliere secondo coscienza: di scegliere, cioè, se continuare o no ad alimentare una vita che può essere altrettanto ragionevole ritenere ancora vita umana, quanto non ritenerla più tale.
È evidente, oltretutto, che in una situazione di questo genere l’alimentazione forzata equivale sostanzialmente a un trattamento terapeutico: obbligare i parenti della persona non cosciente a praticarlo violerebbe il principio costituzionale che garantisce il diritto di rifiutare le cure.
            Detto questo, e parlo ancora come membro, laico, del Parlamento di una Repubblica laica, rispetto e difendo il diritto di chiunque, nel nostro Paese, quindi anche dei vescovi e in generale del Magistero ecclesiastico cattolico, come degli esponenti di ogni altra chiesa o comunità religiosa, di esprimere liberamente la propria opinione sul discrimine tra vita e morte, tra vita biologica e vita umana, e anche su che cosa la legge dovrebbe stabilire al riguardo: dissento dunque recisamente da chi vede negli interventi delle Autorità religiose sul terreno politico-legislativo una ingerenza indebita o comunque una scorrettezza.
È come cristiano – forse sarebbe meglio dire: come persona impegnata a coltivare intensamente il patrimonio plurimillenario della tradizione biblica –, è in questa veste che mi rammarico di interventi del tipo di quelli che la Chiesa cattolica con frequenza compie su ciò che questo Parlamento deve o non deve fare. E mi rammarico dell’atteggiamento – che non esito a definire clericale, nel senso peggiore del termine ‑ di un Governo che a questi interventi assoggetta programmaticamente e sistematicamente il proprio agire; incurante, oltretutto, del fatto che della nostra tradizione biblica non è depositaria soltanto la Chiesa cattolica, ma anche altre, come quelle protestanti e in particolare quella valdese; ne è depositaria pure, e da molto prima, la Comunità israelitica. E tutte queste, dalle Scritture, traggono insegnamenti di etica politica talora profondamente diversi rispetto alla Chiesa cattolica.
In consonanza con tanta parte di questa grande comunità di persone che nella tradizione biblica cercano il senso della propria vita, penso che la testimonianza di una Chiesa cristiana non debba mai consistere nell’indicare la soluzione giuridico-legislativa specifica da preferire, né tanto meno le concrete modalità dell’impegno politico; penso che essa invece debba educare i cristiani all’esercizio responsabile della propria coscienza, lasciando che proprio quest’ultima resti il punto di riferimento fondamentale per ciascuno di loro nelle scelte politiche, giuridiche, tecniche. Pietro Scoppola amava citare, a questo proposito, un’affermazione del Concilio Lateranense IV del 1215: “Quidquid fit contra conscientiam aedificat ad Gehennam” (“qualsiasi cosa che si faccia contro la propria coscienza prepara all’Inferno”). Ultimamente, la Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II ha detto, con altre parole, la stessa cosa (§ 16): “L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al suo cuore: obbedire ad essa è la dignità stessa dell’uomo e secondo questa egli sarà giudicato. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio”. Nelle materie che vanno “rese a Cesare” (Mt., XXII, 21) – e tra queste vi è certamente la materia della legislazione civile ‑ le scelte operative devono esprimere i valori in cui crediamo attraverso la mediazione della coscienza di ciascuno di noi.
            “Rendere a Cesare quel che è di Cesare” significa rispettare la laicità dello Stato, della sua politica, della sua legislazione. Questa laicità è sostanzialmente il metodo che consente a tutte le persone di buona volontà di trovare un terreno comune sul quale mettere in comunicazione le loro coscienze, ispirate a fedi e filosofie anche molto diverse, per cooperare nella ricerca delle soluzioni tecniche, politiche, legislative migliori per il bene del Paese. Quel terreno comune viene meno se c’è qualcuno che su di esso (quello, appunto, che il Vangelo ci invita a “rendere a Cesare”), si presenta con la verità in tasca, già bell’e confezionata, certificata con il sigillo della conformità alla volontà di Dio. Con gli occhi di chi legge la Bibbia, vedo in questa pretesa una violazione del secondo Comandamento: “non nominare il nome di Dio invano”.
            Per concludere, chiedo alla Chiesa di affermare con forza il valore della vita; ma di rendere alla scienza ciò che le è proprio. Lasciare, cioè ai neurologi la valutazione tecnica circa l’irreversibilità della scomparsa di una componente essenziale della vita umana: la mente, la coscienza; lasciare, più in generale, ai medici la scelta del modo concretamente più umano e caritatevole di trattare, nella loro infinita varietà, i casi in cui si determina questa scomparsa irreversibile. È compito della Chiesa continuare a educare con rigore e passione le persone ai valori evangelici; ma essa deve lasciare loro – e in particolare a quelle che sono impegnate negli organi legislativi e amministrativi dello Stato – la libertà di compiere secondo coscienza le scelte proprie della funzione civile o professionale che esse svolgono, confrontandosi in proposito con le persone di fede diversa senza la pretesa di possedere in quel campo una verità rivelata, direttamente attinta dalla volontà divina. Anzi, credo che la Chiesa debba vegliare a che nessuno avanzi questa pretesa, nessuno violi il secondo Comandamento.
            Al Governo e al Parlamento chiedo di riconoscere e proteggere, come impone la Costituzione, nella zona tra i due confini ‑ della certezza di vita umana da una parte, della certezza di morte dall’altra ‑, quella band of reasonableness delle opzioni possibili, all’interno della quale ogni cittadino, cristiano o no, deve poter decidere e agire secondo la propria coscienza.
Senatore Pietro Ichino
 
11 febbraio - concordato
Mi limito a segnalare collegandolo, l’importante articolo di Giovanni Franzoni,
Due concordati, due ricorrenze nessun festeggiamento
Ottant'anni dai Patti lateranensi, venticinque dalla revisione di Craxi. Due anniversari in un'Italia sempre più soggiogata dal potere ecclesiastico.
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domenica, 08 febbraio 2009
Una lettera e un commento
 
Ho ricevuto dagli amici della Comunità di S. Paolo (Roma) una lettera che condivido pienamente e di cui pensavo di rinviare la pubblicazione per assicurarle una degna presentazione, quando ho trovato –nel consueto, benemerito sito de Il dialogo- un articolo di Domenico Gallo che non potrebbe essere migliore risposta a tante domande che l’accanimento opportunistico su una donna che non può difendersi e sui suoi familiari suscita                                                                              augusta
 
ELUANA: RISPETTIAMO IL SUO MARTIRIO
 
Di fronte al martirio di Eluana Englaro, il cui corpo il governo italiano sta cinicamente strumentalizzando per farsi riconoscere “affidabile” dalla gerarchia cattolica e per attentare alla stessa legalità repubblicana, vogliamo qui esprimere la nostra opinione sull’aspetto etico, ed evangelico, della vicenda.
 
     Noi riteniamo gravissimo che il governo abbia approfittato di un dramma umano per accreditarsi con la Santa Sede e con la Conferenza episcopale italiana come devoto esecutore dei loro desideri, favorendone spregiudicatamente il tentativo di imporre all’intera società la loro visione etica come l’unica degna di un paese civile. In tal modo, è stata umiliata e svuotata la laicità di uno Stato ove pur esistono anche altre visioni etiche, filosofiche e religiose, egualmente degne e rispettabili.
 
     Ma più fermo ancora è il nostro dissenso contro le gerarchie ecclesiastiche che sponsorizzano una campagna scandalosa tesa ad equiparare ad un omicidio la scelta della famiglia Englaro – confortata dalle massime istanze giurisdizionali della Repubblica Italiana – di far staccare il sondino che da 17 anni tiene in vita, artificialmente, Eluana. Immemori che lo stesso Catechismo della Chiesa cattolica affermi l’insostenibilità dell’ “accanimento terapeutico”, la Cei e il Vaticano hanno deciso di guidare una crociata fondamentalista autoproclamandosi “difensori della vita”. Un deplorevole atteggiamento, quello di tali prelati, che ci viene spontaneo commentare con le parole di Gesù: ”Caricano sulle spalle della gente pesi che essi non toccano nemmeno con un dito” (Matteo 23, 4).
 
     Di fronte a tale violenza, noi vogliamo esprimere a Beppino Englaro e alla sua famiglia il nostro rispetto, il nostro affetto, la nostra solidarietà, certi che Dio benedirà la loro scelta per Eluana, anche se condannata dalle gerarchie ecclesiastiche. Del resto, molte e molti cattolici non si riconoscono nella durezza anti-evangelica manifestata dall’episcopato in questa occasione.
                                     La Comunità cristiana di base di san Paolo 
Roma, 8 febbraio 2009
 
 
OSSERVATORIO SU COSTITUZIONE E DINTORNI
Leggi razziali: a volte ritornano
di Domenico Gallo
Sono passati pochi giorni dal 27 gennaio, "Giorno della Memoria", istituito con una legge del 2000: "al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei". In occasione del Giorno della Memoria, la legge richiede che siano organizzate iniziative ed incontri, in modo particolare nelle scuole: "in modo da conservare nel futuro dell'Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia, affinché simili eventi non possano mai più accadere".
 
Malgrado il giorno della memoria, noi rimaniamo un popolo di smemorati, tanto da non renderci conto che le leggi razziali sono tornate.
 
Sono tornate in pompa magna, con tanto di deliberazione parlamentare ed è tornato lo stesso linguaggio di discriminazione (fino all'eccitazione all'odio razziale) da parte dei capi politici che additano i gruppi sociali più deboli (immigrati, Rom, senza casa) come capro espiatorio del crescente disagio sociale.
 
Dall'avvento del nuovo Governo, i semi delle leggi razziali sono stati distribuiti un po' dovunque nelle pieghe della legislazione e dei provvedimenti governativi (per esempio la schedatura dei bambini Rom), ma con la legge che approva, al Senato, la seconda parte del pacchetto sicurezza, non sono soltanto i semi della discriminazione verso i gruppi sociali più deboli che vengono diffusi nell'ordinamento, sono gli stessi specifici istituti previsti dalle leggi razziali del ‘38 ad essere riesumati. È cambiato soltanto l'oggetto della discriminazione.
 
Con il Regio decreto legge del 17 novembre 1938 (provvedimenti per la difesa della razza italiana) furono introdotte nell'ordinamento una serie di misure persecutorie, la prima della quali consisteva nel divieto dei matrimoni misti (art. 1 "il matrimonio del cittadino italiano di razza ariana con persona appartenente ad altra razza è proibito").
 
Adesso è tornato lo stesso divieto. Il disegno di legge sulla sicurezza votato dal Senato, prevede (art. 39, comma 1, lett. f) e art. 5) l'impossibilità giuridica per gli stranieri, che non siano titolari di un permesso di soggiorno in corso di validità, di contrarre matrimonio. Il che significa che, sia pure in modo mascherato, è stato reintrodotto nel nostro ordinamento il divieto dei matrimoni misti (fra cittadini italiani e cittadini extracomunitari in condizione di irregolarità amministrativa).
 
Nel luglio del 1938 fu istituita presso il Ministero dell'Interno la Direzione generale per la Demografia e la Razza (Demorazza), con il compito di provvedere al censimento della popolazione ebraica presente in Italia, e quindi di mantenere ed aggiornare un registro degli ebrei.
 
Adesso è ritornato lo stesso istituto, rivolto ad una speciale categoria di soggetti deboli: l'art. 44 del disegno di legge sulla sicurezza prevede l'istituzione presso il Ministero dell'Interno di un registro dei senza casa.
 
Ma a cosa serve un registro dei clochard? La storia ci insegna che il registro degli ebrei fu molto utile alla SS, che trovarono gli elenchi già pronti. Forse un domani il registro dei clochard potrebbe tornare utile alle ronde che la stesso provvedimento di legge istituisce (art. 46) per contribuire al presidio del territorio. Magari potrebbero utilizzarlo per bonificare il territorio.
 
Ma la fantasia dei legislatori leghisti del nostro tempo si è spinta anche oltre gli istituti previsti dalle leggi razziali.
 
Infatti il fascismo aveva consentito ai genitori di razza ebraica di conservare la patria potestà sui figli, prevedendo che potessero perderla soltanto in un'ipotesi inverosimile, vale a dire nel caso che, qualora i figli appartenessero a religione diversa da quella ebraica, i genitori pretendessero di impartire loro una educazione non corrispondete ai principi religiosi dei figli o "ai fini nazionali" (art. 11 del Regio decreto 17 novembre 1938).
 
Con la nuova legislazione gli appartenenti alla razza degli immigrati extracomunitari, non dotati di titolo di soggiorno, non possono compiere atti di stato civile. Questo significa che una donna che partorisce, non potrà riconoscere il proprio figlio naturale, che nascerà come figlio di nessuno, e quindi verrà tolto alla madre naturale ed affidato ad un istituto.
 
Per fortuna la difesa della famiglia è al primo posto nell'agenda politica di questa maggioranza, clericale e timorata di Dio, altrimenti chissà cos'altro avremmo dovuto aspettarci.
 
Del resto non dobbiamo preoccuparci più di tanto, i nostri leaders politici sono contrarissimi alle leggi razziali (del fascismo): abbiamo dimenticato i viaggi di Veltroni ad Auschwitz?
                                                                                     Domenico Gallo

collegamenti: osservatorio
venerdì, 06 febbraio 2009
Fra irresponsabilità e tentativi di golpe

Mentre si consuma il confronto fra il capo dello stato e il presidente del consiglio (l’uno sostenuto dalla Costituzione, l’altro anche dal Vaticano) sul ben noto caso di Eluana Englaro, il senato italiano non demorde.
Una maggioranza che oscilla fra l’incoscienza e l’ignoranza, si é affidata alla Lega che, con un’operazione culturale di straordinaria portata, ha trasformato il peggio che un’imbarbarita umanità possa esprimere in diffuso senso comune.
Un’opposizione tentennate non convincente, ma neppur essa convinta (e spesso incompetente), non ha saputo fare di essenziali principi di diritto senso comune e, al voto finale del cd pacchetto sicurezza, ne ha tratto le conseguenze
.
Per ciò che riguarda gli immigrati privi di permesso di soggiorno e il sistema sanitario nazionale, mi é stato inviato il bollettino dell’ordine dei medici di Udine, da cui traggo i passi che seguono, lieta che vi siano ancora atteggiamenti pubblicamente dichiarati che consentano fiducia nella categoria.

I medici possono denunciare i malati o anche no.
Nella mattinata di ieri il Senato ha approvato l'emendamento leghista che rimuove la norma secondo la quale il personale sanitario non deve denunciare lo straniero clandestino che si rivolge alle strutture sanitarie pubbliche
Con 156 voti a favore, 132 contrari e un astenuto il Senato della Repubblica ha dato il via libera all'emendamento presentato dalla Lega Nord che elimina il divieto di denuncia da parte del personale sanitario della presenza di immigrato clandestino nel caso venga assistito da una struttura collegata con il Servizio Sanitario Nazionale.
L'emendamento sopprime il comma 5 dell'articolo 35 del decreto legislativo del 25 luglio 1998, n. 286, ossia il Testo unico di disciplina dell'immigrazione nel quale si leggeva: "L'accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all'autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano".
 
Comunicato Stampa       del 6 febbraio 2009
Luigi Conte: “Sosterremo i medici che non denunceranno gli irregolari”
(nota: Luigi Conte é il presidente dell’Ordine dei medici di Udine.
Personalmente preferirei che non si usasse il termine clandestini, bensì ‘privi di permesso di soggiorno’)


“Non diventeremo mai dei delatori”: è chiarissima la posizione ribadita oggi dal presidente dell'Ordine dei medici di Udine, Luigi Conte, alla luce dei recenti sviluppi che hanno visto l'approvazione degli emendamenti presentati dalla Lega Nord. Da oggi i camici bianchi potranno denunciare gli immigrati clandestini, per legge, ma “la medicina è un'altra cosa: deve restare libera e indipendente”,afferma Conte. Per questo rassicura i dottori: “Saremo vicini e sosterremo tutti i medici che non denunceranno i clandestini”. Esprime profonda preoccupazione Conte per un calo generalizzato del 30 per cento degli afflussi agli ambulatori dove si presentano proprio gli immigrati irregolari:”E' un brutto segnale, perché si rischia di far allontanare gli immigrati e quindi di consegnarli a una sanità parallela e clandestina che sfugge completamente al controllo dei canali della medicina ufficiale che, sola, può monitorare continuamente lo stato di salute di tutta la comunità”.
“Se i clandestini escono dal nostro controllo, e questo succederà dal momento che si presenteranno sempre meno irregolari negli ambulatori, per la paura di essere denunciati
– aggiunge Conte – allora rischiamo di trovarci con tante mine vaganti che possono rappresentare una fonte di malattia per i nostri cittadini che finora non hanno conosciuto certe malattie”.
Questa ferma posizione dell'Ordine friulano ha attirato l'interesse dei media in Belgio: una troupe della RTBF (www.rtbf.be) ha intervistato il presidente dell'Omceo friulano, Luigi Conte, sul tema delle terapie cliniche da assicurare anche agli immigrati clandestini, sul tema del divieto morale di denunciare gli irregolari anche in presenza del reato . “Lo ripetiamo forte e chiaro: noi non diventeremo mai né gendarmi né delatori”, ha ribadito Conte. “Anche se ci fosse il reato di clandestinità – asserisce Conte, che ricopre anche il ruolo di membro del Comitato Nazionale della Federazione degli Ordini dei medici – e anche se dovessimo per legge essere obbligati a denunciare e segnalare gli irregolari, noi ricorreremo alla clausola di coscienza prevista dal nostro Codice di deontologia dove si dice chiaramente che nessun medico può fare qualcosa che sia contrario alla propria coscienza”. Il concetto di medicina non è vincolato a segnalazioni: “La medicina deve essere libera, totalmente, e indipendente da qualsiasi condizionamento proprio per garantire a tutti i cittadini le cure, senza alcuna distinzione fra ceto sociale, credo etico, religione,sia in pace sia in guerra”. Conte è convinto che “i nostri valori sono al di sopra degli Stati e trasversali a tutti gli Stati, e così deve essere”.
Adesso, anche in Friuli, si teme per la nascita di una sanità parallela: ““Se viene meno l'anonimato di chi si presenta, allora possiamo dire addio al ruolo specifico della nostra categoria, che è quello di sorvegliare lo stato di salute di tutta la popolazione, perché, in questo caso, è evidente – come già affermato - che non si presenterebbero più da noi medici i clandestini ammalati”,perciò questi ultimi sfuggirebbero al controllo della sanità pubblica, andando ad alimentare una pericolosa “sanità clandestina parallela che provocherebbe danni notevoli agli immigrati e a tutti i cittadini”. Non si è capito, probabilmente, che prestare assistenza medica anche agli immigrati non in regola implica proteggere da eventuali rischi la popolazione indigena. Tradotto, “significa quindi fare il bene prima di tutto dei cittadini del Friuli Venezia Giulia, in una logica generale di tutela e autotutela della sanità e della salute”.

Della questione che precede ho scritto lo scorso anno il 21, 26, 28, 31 ottobre, 3, 6, 11, 14, 19, 21, 24 novembre. 1, 2 e 16 dicembre.
Nel 2009:3, 4, 6, 15, 25 e 29 gennaio.

Ho anch’io qualche cosa da dire.
Dalla parte dei medici, posizione ineccepibile, necessaria ma –a mio parere - non sufficiente.
Infatti il rapporto medico-paziente (e ci metto il personale sanitario tutto) é appunto un ‘rapporto’, non una trasmissione unidirezionale dove il livello professionale ed etico garantisce tutto ciò che al cittadino spetta.
I medici saranno tutelati nel loro far obiezione. E’ molto ed é ciò che l’ordine può fare.
Ma i medici ‘possono’, non ‘devono’.
Come faranno gli immigrati a distinguere fra gli obiettori e le spie? E ammesso che sia possibile (camici di colori diversi?) come faranno ad accostare i camici giusti se avranno già presentato i documenti all’ufficio all’ingresso del servizio sanitario cui vogliano o debbano accedere?
E infine, ma per me é il problema principale, gli immigrati esercitano una patria potestà (o matria che sia).
Affideranno, se vorranno curarli, ai loro figli anche neonati il compito di creare le condizioni favorevoli ai delatori, oppure non li cureranno, affrontando il rischio di vederseli sottrarre per la cattiva conduzione del loro compito genitoriale, qualora si facciano evidenti problemi di salute ignorati?
Non é una domanda oziosa.
E siccome nella conduzione di politiche che nascono da ‘casi umani’ l’opinione pubblica é importante per chi ci gioca con strumentale incoscienza, occorre informare i cittadini che atteggiamenti benefici non risolvono nulla: i diritti –soprattutto dei soggetti a debole contrattualità- sono assicurati dal diritto, non dalle fibrillazioni dei buoni sentimenti e dallo stravolgimento delle emozioni.
Certo sentimenti e passioni aiutano nell’esercizio di funzioni importanti, ma non possono essere lo spazio esclusivo in cui muoversi.
Possono essere, nel migliore dei casi, un valore aggiunto ma di norma rischiano di far muovere un passo in più verso la fine di ogni decenza.
lunedì, 02 febbraio 2009
Le candele di Samer
 
Quarta puntata
Ho già scritto di questa storia in gennaio (il 14: Una piazza virtuale; il 16: Diplomazia per la pace e il 20: Samer ci propone)
Per chi non volesse rileggersi le puntate precedenti (che contengono anche la documentazione cui via via accenno) riassumo:

Samer, un ragazzo palestinese di Jenin, é stato ospite a Verona per il soggiorno di ragazzi israeliani (ebrei e arabi) e palestinesi dei Territori, nel quadro dell’iniziativa con cui l’associazione Il germoglio contribuisce al progetto Fiori di pace. Ora si trova a studiare negli USA (Illinois) ed é rimasto sconvolto dall’aver visto un suo amico israeliano, con cui aveva condiviso Fiori di pace, su un carro armato diretto a Gaza. Ne scrive al presidente de Il Germoglio, ne scrive ai suoi amici israeliani e palestinesi finché non prende la decisione di invitare chi voglia in un bar della sua Università, per accendere una candela nel ricordo dei bambini uccisi a Gaza. Invita chi altrove nel mondo lo voglia a fare altrettanto.

Le candele si accendono
Questa mattina il presidente de Il germoglio mi ha inviato l’ultima lettera di Samer che ho tradotto e trascrivo:
 
Caro Marco
per prima cosa voglio ringraziare te e tutti quelli che si sono uniti all’evento in Italia (ndt: Presentation and Candle Event for Gaza); il loro sostegno significa molto per me e sono felice che tante persone nel mondo non si preoccupino solo per loro paese ma per il mondo come un tutto.
E’ grandioso per me é vedere persone che si fanno carico della pace e dei diritti umani e gli Italiani senz’altro al primo posto nelle fila di coloro che nel mondo ne hanno cura.
Per favore ringrazia da parte mia tutti quelli che si sono uniti a me nel loro cuore, ovunque fossero in Italia; ho apprezzato la loro solidarietà.
Inoltre la presentazione é stata straordinaria, sono venuti il rettore dell’università, il decano e un mucchio di professori e studenti e io sono felice di aver reso tante persone più consapevoli di quello che accade in diverse parti del mondo. Dopo l’evento siamo usciti al freddo e al vento e ci e stato possibile accendere le candele per le vittime della violenza. Abbiamo chiesto ai presenti di mantenere un momento di silenzio e quando se ne andavano di portare con loro le candele per diffondere la luce della pace non solo nella loro università ma in tutto il mondo.
Abbiamo registrato l’evento e spero che presto potremo diffonderlo su internet o in DVD che ti spedirò.. Mandami il tuo indirizzo perché voglio inviarti una copia del giornale che ha pubblicato il secondo articolo sulla prima pagina. Mi piacerebbe tu l’avessi per inserirlo nel tuo programma (ndr: probabilmente intende il web site dell’associazione Fiori di pace).
E infine voglio farti sapere quanto sostegno mi dai; vedere te e gli altri italiani oggi così coinvolti, con buona volontà e buone intenzioni, mi rende più forte e determinato a continuare la strada della pace e della libertà.
Tu sei riuscito a cambiare la vita di un mucchio di persone con il programma che porti avanti. L’influenza di ‘Fiori di pace’ é tangibile oggi nella nostra città e ha cambiato la vita di molta gente, me incluso. 
Prometto che continuerò ad impegnarmi per gli obiettivi di questo programma e cercherò di diffonderne la comprensione fra la gente.
C’é un sacco di cose da fare, ma non mi arrenderò mai. I leader violenti possono avere tanti strumenti di offesa e tante armi ma noi abbiamo l’arma più forte di tutte, siamo armati meglio di loro...
Siamo armati di speranza, un’arma che continuerà sempre a crescere e non sarà distrutta....
Dobbiamo fare così
Samer

Un piccolo suggerimento
Con tutta la mia ammirazione per coloro che sostengono Fiori di pace (Lucia che lo ha ideato, Marco che ne ha fatto un punto fermo nell’attività de Il germoglio ...) mi permetto di suggerire il rifiuto di termini militari.
So che Samer scrive in inglese, una lingua non sua, ma credo che aiutarlo a togliere alle parole della pace la dipendenza dal sistema militare possa essere importante.
Molti anni fa ho fatto questa esperienza su me stessa e mi sono accorta che questo esercizio obbliga a un’attenzione costante a ciò che si pensa e, in definitiva arricchisce.
PS: Ringrazio Laura che ha rivisto la mia traduzione.
PS: Chi fosse interessato a conoscere le modalità organizzative del versante veronese di Fiori di pace può leggere
qui la convenzione fra i soggetti che cooperano alla sua realizzazione.

Collegamenti: Il germoglio; Fiori di pacequi
postato da: AUG alle ore 19:15 | permalink | commenti (2)
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