Questo diario elettronico ha una storia... (continua)


domenica, 21 ottobre 2007

SEGNALAZIONI

 

Il 10 ottobre, Lino – il responsabile del sito Battello Ebbro – mi ha inviato un’importante segnalazione: chi vada al sito http://www.radioalt.it/radioalt/materiale/Mantova/Hass.mp3
potrà ascoltare un intervento della giornalista Amira Hass,
registrato al festival della letteratura di Mantova.  Di Amira Hass, giornalista israeliana che vive in Cisgiordania a Ramallah e collaboratrice di Internazionale, ho scritto più volte su questo blog

 

Oggi esce in libreria, Il cane alato, il nuovo libro di Božidar Stanišić.
Se do spazio ad una informazione letteraria, cosa insolita per il mio blog, è per segnalare, un’espressione di una forma nuova di scrittura: quella degli scrittori esuli, privati non della lingua (Božidar scrive normalmente nella sua lingua materna e si giova del lavoro di traduttrice di Alice Parmeggiani) ma dei luoghi in cui quella lingua avevano appreso e dove la loro cultura e professionalità si erano formate.
Qualcuno parla già di “letteratura migrante”: mi sembra un bel modo di indicare lo spostamento della parola, patrimonio di chi che ne sa far uso.
Božidar Stanišić (Visoko, Bosnia, 1956) già professore di Lettere a Maglaj, località a nord di Sarajevo, dal 1992 vive con la famiglia a Zugliano (Pozzuolo), in Friuli. Ha pubblicato tre raccolte poetiche:
Primavera a Zugliano
, Non-poesie e Metamorfosi di finestre. In prosa, oltre a numerosi contributi letterari e saggistici in riviste e quotidiani, ha pubblicato I buchi neri di Sarajevo (1993), Tre racconti (1998) e Bon voyage (2003). Le sue opere hanno avuto traduzioni in sloveno, inglese, francese, albanese e giapponese.

Božidar Stanišić, Il cane alato, Zevio (Verona), Perosini Editore, pp. 184, euro 14,00

 

ARMENIA puntata n. 2

PRECEDENTI:
Premessa        11 agosto 2007
Puntata n.1   21 agosto
Il leggendario pullman n. 2 di Giuliano Zolo 15 agosto 2007


Non è solo una storia di fantasmi del passato.
Avevo iniziato questo diario scrivendo, già nella premessa, del genocidio:
Riprendendo il mio racconto a fine ottobre (dopo una lunga sosta, che non è stata dimenticanza o disinteresse) devo immediatamente farvi riferimento.
Ricordo che per alcuni miei compagni di viaggio il genocidio era un evento lontano, il grande male tragico e terribile della storia armena, non significativo per la comprensione del presente.
In quella premessa scrivevo anche di un’Europa allora silente e oggi, proprio per l’imporsi di vicende di questo terribile presente, non mi riesce di farmi erede di quel silenzio. Fu un silenzio complice di violenza e, quando fenomeni di questo tipo non vengono elaborati nella coscienza collettiva, prima o poi riemergono con tutto il peso di ciò che non è stato risolto. Chi si è interessato di Shoah (od Olocausto che dir si voglia) sa bene come quell’evento –ben più famoso del genocidio armeno- sia ancora soggetto a un dibattito, fonte di certezze e di problemi, da qualunque parte lo si consideri
.
[1]
Ma torniamo al “male grande”, che oggi diventa elemento di una politica in atto. Ricopio una telegrafica presentazione dei fatti riprendendola da Internazionale, il settimanale che, facendo riferimento alla stampa estera, riesce a dare una apprezzabile conoscenza degli avvenimenti.
Ecco il testo (Internazionale 19/25 ottobre pag. 13)
Stati Uniti- Schiaffo ad Ankara: “La commissione affari esteri della camera dei rappresentanti ha approvato, con 27 voti a favore e 21 contrari, una risoluzione che riconosce il genocidio degli armeni tra il 1915 e il 1917 all’epoca dell’Impero Ottomano. Il testo, che sarà ora sottoposto all’intera assemblea, è stato approvano nonostante l’opposizione del presidente George W; Bush. Il governo turco ha minacciato ritorsioni, mentre il parlamento ha dato via libera alle operazioni nel nord dell’Iraq contro i ribelli del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK).”
[2]


Se vogliamo essere seri non possiamo dare per scontato l’uso del temine genocidio, che ha una sua precisa definizione nella:

Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio
Adottato da Resolution 260 (III) A dell' Assemblea generale di U.N. il 9 dicembre 1948. Entrata in vigore: il 12 gennaio 1951.
Ne trascrivo le parti essenziali
:

Art. I: Le Parti contraenti confermano che il genocidio, sia che venga commesso in tempo di pace sia che venga commesso in tempo di guerra, è un crimine di diritto internazionale che esse si impegnano a prevenire ed a punire.
Art. II: Nella presente Convenzione, per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religiose, come tale:

(a) uccisione di membri del gruppo;
(b) lesioni gravi all'integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
(c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a
      provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
(d) misure miranti a impedire nascite all'interno del gruppo;
(e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.

Da sessant’anni a questa parte, se voliamo identificare in un evento –comunque orrendo-  il genocidio dobbiamo esaminarlo attraverso le categorie internazionalmente riconosciute.
Per ciò che riguarda l’Armenia, alcuni stati lo hanno già fatto nelle forme che ciascuno ha ritenuto opportune.
Ne riporto l’elenco dal sito della BBC (11 ottobre 2007:
The Armenian debate)

Chile passed a Senate Resolution in 2007
Argentina
passed a law in 2006.
Lithuania
passed an Assembly Resolution in 2005.
Slovakia
passed a National Assembly Resolution in 2004.
Canada
passed a House of Commons Resolution in 2004.
Switzerland
passed a National Council Resolution in 2003.
France
passed a law in 2001.
Greece
passed a Parliament Resolution in 1996 establishing a day of the commemoration of the genocide.
European Parliament passed a Parliament Resolution in 1987.
Cyprus passed a House of Representatives Resolution in 1982.

Source: National Academy of Science of the Republic of Armenia, The Armenian Genocide Museum-Institute

SOS  La ricerca di queste informazioni non é veloce né facile: per accettarle – in scienza e coscienza- bisogna provvedere a parecchi confronti.
Prego chi volesse integrarle, criticarle, demolirle (ma non per ragioni ideologiche!) di infiltrarsi nei commenti, anche in forma anonima
augusta



[1]  Non posso permettermi di far riferimento ad una bibliografia già sterminata. Mi limito a una citazione /cfr. Internazionale n.715 pag. 71) ISRAELE E LA SHOAH di Idith Zertal. Einaudi.
”Oltre ad essere una tragedia storica da commemorare la Shoah è stata, per Israele, una categoria attraverso cui interpretare la sua stessa esistenza, il rapporto con gli altri popoli e i conflitti combattuti dal 1948 a oggi. Idith Zertal, storica dell’Università ebraica di Gerusalemme, ricostruisce la formazione dell’identità israeliana dopo Auschwitz, concentrandosi sul periodo che va dai primi anni quaranta alla guerra dei sei giorni. E mostra come la sacralizzazione della Shoah abbia funzionata a colte da schermo, impedendo a Israele di leggere il mondo circostante”. (gv)

[2]  E’ in gioco, tra l’altro, la certezza dell’uso delle basi in territorio turco per i voli statunitensi verso 
    l’Iraq.
Chi volesse seguire questo aspetto della vicenda potrà utilmente far riferimento alla BBC che, nel proprio sito, ha l’ottima abitudine di collegare un articolo con i precedenti sul medesimo argomento. Un esempio:  quella che segue è l’indicazione per trovare l’articolo “Armenia welcomes ‘genocide’ vote”, con i suoi precedenti elencati nella colonna di destra.
http://news.bbc.co.uk/2/hi/americas/7039562.stm



martedì, 21 agosto 2007

ARMENIA PUNTATA N. 1 

Precedenti puntate
Premessa: 11 agosto
Il leggendario pullman n. 2 (testo e foto di Giuliano): 14 agosto.

Stabilito che in Armenia, almeno per quel che mi riguarda, sono arrivata per una serie di piccoli intrecci imprevedibili che alla fine si sono imposti come un progetto cui non sono riuscita a sfuggire (è un caso che anche Biblia ci sia messa di mezzo?), rimetto i piedi per terra e cerco di fissare qualche dato.
Prima di tutto una piccola mappa (trovata nel prezioso sito web
Global geografia):

 Quando ho visto questa mappa mi è venuto un capogiro: ero partita con la convinzione che l’Azerbaigian fosse, dov’è, ad est dell’Armenia (e da quella parte c’é il problematico Nagorno Karabak … la “provincia lontana”, come ci ha spiegato Ruzanna) e qui me ne sono trovata un pezzetto ad ovest.
In realtà quel “pezzetto” è il Nakhichevan (nel calendario atlante De Agostini  Naxcivan, regione autonoma dell’ Azerbaigian). Fra impero turco e impero sovietico (ma le potenze coloniali europee non sono state da meno) sembra si siano divertiti a ridurre, per ragioni amministrative o politiche, i territori in frattaglie.  Fosse per assicurarsi il potere attraverso le altrui divisioni o per
meglio garantirsi risorse, il risultato è questo.
Comunque, se avessimo dubbi sulla continuità del principio del ‘divide ed impera’, un’occhiata all’Iraq oggi basterebbe ad assicurarci che la cattiva abitudine permane (ne ho parlato parecchio nel mio diario siriano, dove ho riportato articoli specifici nella parte finale: si può leggere attivando la categoria “viaggioconfronti07”).

Ma torniamo in Armenia: ne ho riportato qualche dato numerico, confrontandolo (a me riesce utile, se per altri è di troppo mi scuso) con analoghi dati relativi all’Italia e alla Sicilia (che risulta minore dell’Armenia per poco più di 4.000 kmq.). Se alla Sicilia aggiungessimo la provincia di Sassari arriveremmo alla dimensione dell’attuale Armenia, certo all’attuale perché un tempo le dimensioni erano diverse e maggiori.
Ne diremo qualche cosa.

 

ARMENIA

 

 

SICILIA / ITALIA  / 

(dal sito webGlobal Geografia)

 

Da: Calendario Atlante
De Agostini 2007


NORD Georgia

EST  Azerbaigian
SUD  Iran
OVEST Turchia


CONFINI

 

 

Kmq: 29.808

 

SUPERFICIE

SICILIA    
        Kmq  25.708

 

ITALIA: 
       Kmq:301.338

 

3.336.000
        (stima 2001)

 

93% armeni
  2% russi
  5% altri

 

ABITANTI

 

SICILIA  
     5.017.512

      (stima 2005)

 

ITALIA  58.751.711 
       (stima 2005)

 

 

112 ab/kmq

 

 

DENSITÀ

195 Ab/kmq
              (Sicilia)


195 Ab/kmq  
                (Italia)

 

 Yerevan         1.200.000 ab

 

CAPITALE

Roma 3.831.959 ab

 

Armeno (ufficiale)  russo

LINGUA

 

 

Dram armeno

 

MONETA

 

Armena Apostolica

RELIGIONE

 

 

Amici gentili mi hanno prestato un volumetto che si è rivelato un riferimento importante (pubblicato dalla “Tetev –leggero- Casa editrice armena, poco dopo il terribile terremoto del 1988). L’autore, che si definisce un armeno della diaspora, è
- Pietro Kuciukian (Nel paese delle pietre urlanti. Armenia).
Il testo italiano, di cui io dispongo, è del 1991 e recita “Finito di stampare nell’ottobre del 1991 presso la Tipo-Litografia Armena S. Lazzaro a Venezia.
Della presenza armena sull’isola di S. Lazzaro, e dell’impegno culturale che vi si svolge, ci aveva parlato Gabriella Uluhogian ma il testo che ho citato non fa testimonianza solo di un lontano passato, bensì di anni vicini e determinanti per l’assetto del mondo.
Dal terremoto sono passati meno di vent’anni eppure leggendo il libro, ci si trova immersi in una realtà altra, altra anche politicamente

Mi servirà da confronto nella stesura del mio diario.
Oggi mi limito ad una citazione che per me è stata un bagno di realtà (Pag.41).  Siamo in un campo di scampati al terremoto: “… quattro uomini vestiti di scuro, giacca e cravatta, irrompono con fare non autoritario, ma deciso nella piccola piazza antistante la tenda dell’ospedale. Chiedono del comandante del campo e di un interprete. Mi avvicino e traduco: desiderano fare alcune domande ai responsabili dei reparti, domande gentili che esigono risposte precise: “Il vostro idraulico armeno del campo vi ha mai procurato orologi Raketa?”! “Come avete pagato? In rubli o in dollari?” “Vi ha mai venduto tappeti? Icone?”.
Mi torna in mente lo straziante spettacolo dell’Arbat a Mosca dove –nell’agosto del 1991- avevo visto vendere di tutto: non solo i favolosi Raketa, ma anche i cappelli con visiera delle divise dell’armata rossa e persino le medaglie al valore.
Fame è fame…
Ricordo però anche giovani amici di ritorno dalla Russia, orgogliosissimi dei loro Raketa contrabbandati. Anch’io ne avevo uno, che mi era carissimo per la sua storia e che non era di contrabbando…. Ma questa è un’altra faccenda…


Segnalo anche (traggo dal sito web della trasmissione RAI Uomini e profeti) una piccola bibliografia:

-
Antonia Arslan, La masseria delle allodole, Edizione Rizzoli, Milano 2004

- Marcello Flores, Il genocidio degli Armeni, Il Mulino, 2006

- Pietro Kuciuldan, "Voci nel deserto", (con un saggio di Giuliano Vassalli,
  Guerini e associati):
 
La citazione è accompagnata da una breve recensione:
T
orniamo a parlare di quello che finalmente e' stato riconosciuto - dal Parlamento europeo ed ora anche dal Vaticano - come "genocidio" degli Armeni perpetrato dal governo turco a partire dal 1915 e mai completamente riconosciuto come tale. Solo ora alcune testimonianze (di uomini isolati, che hanno saputo dire "no" all'omerta' con il crimine) stanno ritornando alla luce, per narrare l'orrore con il desiderio di affidarne la memoria alla storia”.

- Guenter Lewy, Il massacro degli Armeni. Un genocidio controverso,
  Einaudi, 2006
  Considerazioni interessanti nella trasmissione Uomini e profeti del
  15/3/2007. Posizioni critiche nei confronti di Lewy.

- Liana Millu, Tagebuch, Il diario del ritorno dal Lager, Giuntina, Firenze,
  2006
  Riferimenti a Liana Millu nella trasmissione Uomini e Profeti del
 
10/06/2006.

- Metz Yeghern, Breve storia del genocidio degli Armeni, Editore Guerini e
  Associati.

- Boghos L. Zekiyan, L'Armenia e gli armeni. Polis lacerata e patria
  spirituale: la sfida di una sopravvivenza
, Guerini e Associati, Milano, 2000
- Boghos Levon Zekiyan, La spiritualità armena, Studium, Roma, 1999


Inoltre Uomini e profeti segnala un lungo articolo:
Rivista "IL REGNO ATTUALITA'" (n 4 del 2007)
"Dov'era Dio? Una lettura spirituale del genocidio armeno", di R. Siranian
Per chi fosse interessato ho trovato la stringa che ne consente la lettura integrale:
http://www.ilregno.it/it/rivista_articolo.php?RID=0&CODICE=48051


Segnalo anche le puntate di Uomini e Profeti che è possibile ascoltare, rinnovando il piacere della musica che in Armenia abbiamo spesso ascoltato:

http://www.radio.rai.it/radio3/uomini_profeti/view.cfm?Q_EV_ID=208453            17/03/2007 - Domande 'Il grano dell'Armenia'

 

http://www.radio.rai.it/radio3/uomini_profeti/view.cfm?Q_EV_ID=178996           10/06/2006 - Domande 'La solitudine nello sterminio' con Piero Stefani e Boghos L. Zekiyan
Particolarmente interessante perché affronta il tema del riconoscimento del genocidio armeno
.

 

http://www.radio.rai.it/radio3/uomini_profeti/view.cfm?Q_EV_ID=108756           23/10/2004 - Uomini e Profeti. 'Domande'. 'Turchia e Armenia: un dialogo possibile

 

NB: Io segnalo via via quello che trovo su fonti normalmente attendibili: la mia non è una bibliografia a carattere scientifico.    augusta

postato da: AUG alle ore 07:42 | permalink | commenti
categoria:armenia07, viaggioarmenia07
giovedì, 16 agosto 2007

So che la ripetizione è cosa brutta: oggi però me la consento perché do troppa importanza a devastazioni culturali che ci minacciano tutti e che forse (o sono un’illusa?) possiamo ancora rimediare.
Il 13 di questo mese ho pubblicato un pezzo (che, a beneficio dei più pigri, ricopio di seguito) e che ho poi fatto girare fra giornalisti che conosco e amici che gravitano nei paraggi di certe forze politiche. Quali? Il caos cultural politico attuale è tale che le distinzioni rischiano di sfumare in un’assenza di speranza.
Un’amica – con cui ho avuto rapporti molto stretti in altri tempi e che mi ha aiutato a capire alcuni eventi di un passato non lontano e che mi aiuta anche per il presente- mi ha inviato una lettera che non desidera pubblicare direttamente.
Lo farò io al posto suo inserendola nei commenti.
Un tempo cercavamo di ragionare in forma diversa da quella di moda ora dopo che associazioni –onnivore, esclusive e -ohinoi-“buone” - hanno occupato il campo ristretto, lasciato libero dalle cattiverie del buon senso comune.
Oggi continuiamo sapendo, almeno io, di appartenere ai vinti.                     augusta

Il testo che ho inviato privatamente era preceduto da una lettera che pure trascrivo:

In questi giorni siamo invasi da notizia su un rogo di sterpaglie e cartoni avvenuto a Livorno. Incidentalmente in quel rogo sono morti quattro piccoli Rom.
Se quei bambini avessero avuto il buon senso di morire uno alla volta di freddo in inverno (come regolarmente capita) non se ne sarebbe parlato.
Mentre Rutelli strilla su paterne responsabilità, da parte delle istituzioni europee c’è un richiamo all’Italia ad applicare le norme europee sull’integrazione della minoranza rom.
Nella nostra regione esiste una legge (legge regionale 14/03/1988 n.11. Norme a tutela della cultura ‘Rom’ nella’mbito del territorio della regione autonoma Friuli-Venezia Giulia) che contiene molte norme che potrebbero aver avuto un positivo significato, atto anche a prevenire il richiamo europeo, se fosse stata applicata.
Credo che ostacoli al suo impegno siano stati:

1, Il bisogno di immagine di politici emergenti ed emersi che opportunisticamente   pensano che immagine non si costruisce rispettando gli “zingari”;
2. la vincente cultura della Lega che, unendo abiezione a senso comune, riesce a  costantemente peggiorare il rapporto con la realtà politica e sociale della (forse)   maggioranza delle persone.
Mentre i cadaveri di coloro che hanno tentato di emigrare galleggiano nel Mediterraneo (quando il problema si poneva nel pacifico gli chiamavamo “boat people” ricordi? Ma in occidente sono solo clandestini) …  non so a chi augurare buon ferragosto.
O forse sì: Lo auguro ai bambini europei che saranno liberati (forse) da giocattoli al piombo. Ma che facciamo di quelli asiatici (e dei loro padri e madri) che probabilmente in quel piombo hanno ficcato le mani? Abbiamo delocalizzato pensando di averne un vantaggio e certamente le condizioni del lavoro sicuro costano.
Questo è il mercato, portatore di democrazia …. diceva Bush imitato da pappagalli bipedi e senza ali, suoi complici.
augusta



Last but not least: I ROM   I rom conoscono persecuzioni da secoli. Non solo sono stati deportati nei lager ma prima sono stati vittime cruente dei pregiudizi di cui è ricca la storia europea.  In Italia l’ultimo colpo alla loro emarginazione (che solo il pregiudizio può giustificare nelle dimensioni in cui viene imposta) è stato dato dalla Lega Nord che ha questa grande abilità ne modificare, riducendolo al peggio, il cattivo-buon senso comune.
Riporto una mia personale iniziativa del 1996.

4 settembre  1996                 
            Fin dal mese di luglio le fiere, i negozi, i bar del Friuli sono stati invasi da una cartolina prestampata della "Segreteria Nazionale LEGA NORD FRIULI", indirizzata (senza oneri di affrancatura) al Presidente della Repubblica, che recita:

            "On.le Presidente,   visto il D.L. 319 che regala 35.000 lire al giorno a testa ai circa 10.000 zingari ROM, in cambio del solo onore che ci fanno con la loro presenza, il sottoscritto_____, residente a_____, chiede di poter diventare anch'egli zingaro ROM ed usufruire così di questo diritto che non ‚ mai stato concesso a chi lavora e paga le tasse.
Certo del suo interessamento, le porgo i miei più cari saluti".

            In agosto la diffusione, stimata in 100.000 copie, si é fatta più pressante perché la cartolina é stata inserita in un diffuso settimanale di annunci economici. Non é stato un caso: infatti i concetti espressi nello scritto riportato sopra si possono leggere anche nel documento "Le ragioni della Padania" che il "Gruppo Lega Nord per l'indipendenza della Padania - Senato della Repubblica" si propone di diffondere, come scrive testualmente a pag.7, "con un fascicolo che i nostri militanti vi recapiteranno a casa vostra, o che distribuiscono nelle strade o nelle piazze".

            Il contenuto della cartolina é però un falso. Infatti il "governo Prodi" con il D.L.14\06\1996 n.319 "Interventi urgenti in materia sociale e umanitaria" assicura semplicemente la continuità dei finanziamenti previsti per i profughi dalla ex Jugoslavia, fra cui si trovano anche sfollati di origine Rom, con regolare permesso di soggiorno, in parte assistiti (si fa per dire) entro i campi zingari di alcune province italiane. Il guaio é che, nell'indifferenza delle forze politiche (i deputati, nello scorso mese di giugno, hanno fatto mancare il numero legale, impedendo che il decreto in questione diventasse legge), i funzionari del Ministero dell'Interno non sono mai riusciti a trovare, per illustrare i relativi capitoli di spesa, formule che corrispondessero a categorie di pensiero adeguate. Così l'identificazione etnica (unita al riferimento sciatto a una quota capitaria convenzionale anziché al sostegno della progettualità) ha consentito che l'interesse della gente non si concentrasse su una condizione che ancora una volta la storia connota, ma sul dato genetico idoneo a distinguere le etnie compatibili da quelle che non lo sono.

            L'operazione della Lega Nord ha avuto un successo enorme, certamente favorito dall'assenza della politica, dalla debolezza della società civile e dall'inettitudine dei media a porsi come forze in gioco, capaci anche di impegno civile e non solo di registrare, pesandole sul numero dei consensi, le opinioni più numerose nel bene e nel male. Fra l'opinione pubblica si é immediatamente diffusa la consapevolezza del significato reale della cartolina: il pretesto "Rom"‚ utile per creare la più forte delle aggregazioni, quella "contro", che prima o poi pagherà chi ne saprà trarre vantaggio.

            L'11 agosto una sezione friulana della Lega Nord precisava il rifiuto dello "zingaro Rom, che anche se profugo della ex Jugoslavia, nulla ha fatto per questo Paese". E la gente lo aveva capito benissimo. Infatti  "Cara signora, recitava una lettera anonima del 21\7 i Rom o non Rom potrebbero tornarsene a casa. Sappia che la gente è arcistufa di mantenere Rom, albanesi e extracomunitari".
E gli eroi dell'anonimato, al telefono, riuscivano ad essere anche più descrittivi, introducendo, nell'esposizione delle loro fantasie grossolanamente infantili, anche il termine "negro", nel contesto di una linea di pensiero perfettamente rappresentata da una gentile signora che, in una lettera inviata al quotidiano Brescia Oggi (13\8) lamentandosi per una "multità (sic!) etnica che farebbe invidia al Medio Oriente", così precisava la propria e altrui disponibilità alla convivenza: "Agiremo noi contro il campo nomadi, passando ai nomadi quello che già non gli passate, benzina e cherosene. Provvederemo a ristrutturare la cascina usando, per rinforzare le fondamenta, gli occupanti abusivi della stessa".

            Ma di ciò abbiamo esperienza: un quotidiano della sinistra ci ricorda, in data 4 settembre 1996, che in Friuli esisteva, durante il periodo dell'occupazione fascista di territorio sloveno e croato, un campo di concentramento per civili, dove, mentre gli internati conoscevano fame e disperazione, così precisava il responsabile locale della legione Territoriale Carabinieri Reali di Padova-gruppo di Udine alla Prefettura di Udine (allora) regia: "La mortalità nel campo di concentramento à di Gonars si mantiene sulla media quotidiana da 3 a 7 sui 6.000 internati, colpisce per il 32% i bambini" e via contabilizzando, allora, 14 febbraio 1943, come oggi.

            Ancora una volta, a chi non si sente di stare fuori gioco, non é rimasto altro che il riferimento alla magistratura e, mentre i missili volano sull'Iraq, ci ostiniamo a chiedere che quel tanto di civiltà che ci resta non sia inquinato da notizie false e tendenziose, idonee a turbare quell'ordine pubblico (art.656 C.P.) che é ben diverso dal silenzio che segue alla violenza consumata.


Questo testo (che diffondevo con i relativi documenti) mi ha giovato un disinteresse totale fra le forze politiche e la società civile, a parte l’attenzione di qualche espressione beffarda.
augusta

Dopo un frenetico ferragosto cittadino (bellissima esperienza di silenzio e strade libere che godo da quando sono in pensione e posso andarmene quando gli altri tornano) occupato a tentare inutilmente  di incollare le foto nell’articolo che ho pubblicato spoglio il 14, pensando di fare un regalo ai miei amici del viaggio armeno (ma un regalo monco non è un vero regalo. Comunque prima o poi riuscirò ad incollare le foto) mi sono concessa la lettura di un testo che alcuni amici mi avevano prestato.
E quello che un tempo mi sarebbe sembrato il patetico ricordo di un’esperienza altrui è diventato un riferimento importante.
Si tratta di un volumetto, pubblicato dalla “Tetev (leggero). Casa editrice armena, poco dopo il terribile terremoto del 1989. L’autore, che si definisce un armeno della diaspora, è Pietro Kuciukian (Nel paese delle pietre urlanti. Armenia)

Il testo italiano, di cui io dispongo, è del 1991 e recita “Finito di stampare nell’ottobre del 1991 presso la Tipo-Litografia Armena S. Lazzaro a Venezia.
Della presenza armena sull’isola di S. Lazzaro, e del suo impegno culturale, ci aveva parlato Gabriella ma ora scopro un testo che non fa testimonianza solo di un lontano passato, ma di anni vicini e determinanti per l’assetto del mondo.
Dal terremoto sono passati meno di vent’anni eppure leggendo il libro, sembra di vivere in una realtà altra, altra anche politicamente
Mi servirà da confronto nella stesura del mio diario.
Oggi mi limito ad una citazione che ho trovato deliziosa (Pag.41). Siamo in un campo di scampati al terremoto: “… quattro uomini vestiti di scuro, giacca e cravatta, irrompono con fare non autoritario, ma deciso nella piccola piazza antistante la tenda dell’ospedale. Chiedono del comandante del campo e di un interprete. Mi avvicino e traduco: desiderano fare alcune domande ai responsabili dei reparti, domande gentili che esigono risposte precise: “Il vostro idraulico armeno del campo vi ha mai procurato orologi Raketa?”! “Come avete pagato? In rubli o in dollari?” “Vi ha mai venduto tappeti? Icone?”.
Mi torna in mente lo straziante spettacolo dell’Arbat a Mosca dove –nell’agosto del 1991- avevo visto vendere di tutto: non solo i favolosi Raketa, ma persino i cappelli con visiera delle divise dell’armata rossa e le medaglie al valore. Fame è fame…
Ricordo però anche i giovani di ritorno dalla Russia, orgogliosissimi dei loro Raketa contrabbandati. Anch’io ne avevo uno, che mi era carissimo per la sua storia e che non era di contrabbando…. Ma questa è un’altra faccenda…

mercoledì, 15 agosto 2007

Viaggio in Armenia.    Testo di Giuliano.  Inserimento (faticoso) di augusta che  é riuscita a mettere le foto di Giuliano con l'aiuto determinante di un buon samaritano competente.
Prima puntata del diario: 11 agosto

Il leggendario pullman n. 2

 

Note, schizzi e cattiverie sul viaggio in Armenia: 13-23 giugno 2007          

  * * *

    1 giorgio        Giorgio è l’ingegnere più ingegnere che io conosca. Voleva convincermi a rifare i muri esterni della casa che in settant’anni avrei ricuperato i soldi spesi risparmiando sul metano.

Calcolando il consumo medio, i chilometri restanti e conoscendo la portata del serbatoio, dati che un’auto decente ti dà, lui calcola quanti litri di gasolio o benzina gli frega il distributore taroccando le misure. Ce l’ha insegnato a tutti. E ora quelli del pullman n. 2 li riconosci subito. Prima di entrare in una stazione di servizio, si fermano una mezz’oretta e a suon di algoritmi calcolano quanto dev’essere il pieno. Poi entrano con aria beffarda e l’omino della pompa li frega lo stesso, più beffardo di loro.

            Nel monastero di Tataev, Giorgio ha calcolato esattamente il mese e l’anno in cui cadrà la cupola appena rifatta. Sul giorno ha qualche dubbio. C’è il pilastro di sinistra (sempre ‘sta sinistra!) che è uscito dall’asse di un buon mezzo metro (peggio del governo Prodi!). Lui l’ha misurato dentro e fuori e ha fatto i calcoli.

            Ci assillava un dubbio. Non potevamo sfacciatamente chiedere il peso all’Annamaria e alle sue sodali. A una signora è peggio che chiedere l’età. E allora volevamo che Giorgio misurasse l’excursus delle balestre del pullman quando saliva Ivanna e lo usasse come unità di misura. Calcolando i venti chili e i sottomultipli, Giorgio sarebbe stato in grado di pesarci tutti con una tolleranza di 5 etti. Ma non se n’è fatto niente. Primo perché quando saliva Ivanna le balestre neanche si muovevano (sarà il caso che Marco cominci a darle da mangiare!), anzi gli faceva il solletico. Secondo perché Giorgio non si è prestato a un uso così indiscreto della scienza ingegneristica.2 annamaria

            In compenso Annamaria si è prestata a sua insaputa alla più bella foto del viaggio, che abbiamo subito denominato: I fidanzatoni di Peynet.

            Abbiamo avuto il problema della longitudine. Perché non si può organizzare un viaggio senza conoscere i meridiani che si attraversano! Pazienza per i paralleli. Ma i meridiani no. E Adriano, per cui l’unico meridiano che esiste è quello di Monte Mario, aveva portato carte e cartine di tutti i tipi, ma non uno straccio di meridiano che fosse uno. Allora Marcella, quando è stata a Karahunge, dopo essersi fatta fotografare davanti a una pietra sì e una no (per fortuna che Bruno deve buttar via due foto su tre, sicché gliene restano appena il doppio di tutti gli altri messi insieme!), usando i buchi delle medesime pietre, l’inclinazione del sole e i calcoli del marito, ha scoperto quello che tutti già sapevamo, e cioè che l’Armenia è tre ore avanti rispetto all’Italia.

 

            Adriano, che in settembre torna in Armenia, continuava a telefonare. Persino al Passo Sulema (2.410 metri). Poi abbiamo scoperto il perché. Laura finalmente è riuscita ad avere il pullman n. 1, anche se in sessione autunnale. Guiderà lei la gita di quelli che fanno il corso di ricupero. Perfezionista com’è, vuol trasformare quello di settembre nel viaggio del secolo. E Adriano, lo spione, le telefonava tutte le nostre trovate. Le ha detto che Maria Teresa leggeva i pensierini dei frati birboni. E allora Laura si è messa a scegliere un’antologia dei Saggi (pardon: Essais!) del gentiluomo Michel Eyquem de Montaigne, che leggerà in francese antico con rigore filologico. Lo scellerato le ha detto che Stefano ci recitava i sonetti del Belli. E lei allora recluterà un fine dicitore che leggerà il Canzoniere di Petrarca. Le ha anche detto che Claudio ha intonato Signore delle cime dentro una chiesetta suggestiva e tutti ci siamo fermati a sognare. E lei allora sta brutalizzando gli amici intimi: vuol fargli imparare il Miserere di Allegri, quello che si cantava in San Pietro la Settimana Santa e che il giovane Mozart trascrisse a memoria. Abbiamo celebrato la liturgia della parola? E lei ha prenotato il Catholicòs per una messa speciale della durata di 2 ore e un quarto. Le ha anche detto che Maria Teresa distribuiva i ciclostilati con la Scharakan di Natale e la Rusàn le ricette della marmellata di noci. E lei allora ha deciso che in pullman deve esserci un computer con stampante, fotocopiatrice e scanner.

            Per carità, queste cose teniamocele per noi. Sennò a settembre il pullman diventa una coupè, con Laura e Adriano in intimità. La prima perché non rinuncerà. Il secondo perché avrà quel che si merita.

 

            A Sisian abbiamo sperimentato un nuovo tipo di Hotel, quello che si misura in stelle cadenti. Il nostro ne aveva una e mezza. Palazzine quadricamere, che, quando una coppia entrava, la prima cosa che faceva era di uscire subito per dire che la camera non c’era. C’era, c’era! Scale tipo sottomarino, un bagno in camera e uno fuori. La doccia rialzata, in modo che l’acqua uscisse quasi tutta. In compenso la bocchetta pisciava metà dentro e metà fuori e così, per simpatia, faceva il rubinetto. Ma c’erano ciabattine di panno che servivano per asciugare il pavimento. Il portasapone era girevole, sicché ogni volta che ci mettevi su il sapone, te lo catapultava in giro per la stanza. Accendevi la luce al piano di sotto e quelli di sopra rimanevano al buio. Un vero e proprio confort.

            La mattina dopo incontro Giovanna, una signora così distinta che portava gli occhiali da sole anche dentro i refettori senza finestre, così ammodo che deve aver combinato qualcosa di grosso per essere finita nel pullman n. 2. Mi avvicino titubante: chissà quello che mi dice, pensavo. Mai dormito così bene in vita sua, mi fa. Un sogno. Roba da passarci le vacanze. Tutti gli altri a cinguettare felici.

            Sono andato da Adriano: ma cosa diavolo ti danni l’anima per trovare alberghi cinque stelle! Tendine canadesi, cuccette militari di seconda mano, una tenda un po’ più grande per il refettorio dove mangiare a turno e, per i servizi, alberi a volontà. Tanto, in questo viaggio abbiamo imparato che la privacy è un istituto borghese e anche nel deserto una buca si può sempre trovare. Quando vedevi una fila di distinte signore che si allontanavano decise, guai a pensare che volessero osservare il panorama, guai a seguirle. Ti prendevi le parole.  Il sadismo di Agnese ha forgiato il turismo del terzo millennio, quello che non evita le comodità, semplicemente non ne avverte il bisogno, e neanche l’opportunità, anzi gioisce, squittisce, freme di gioia quando delle comodità non c’è neanche l’ombra.

 

            Le chiacchiere non sono mancate, nel viaggio. Su tutti si è distinta Giovanna. Ha detto, in dieci giorni, 7 parole 7 come Cristo in croce. Potremmo fargliele musicare se ben 5 non le avesse dette trascinata in un vorticoso colloquio da Adriano, che voleva sincerarsi se era o no la muta di Portici. A ristabilire la media, per altro, ci pensava Flavia, detta moto perpetuo. Una con cui il discorso non muore mai. Ne sa qualcosa il solito Adriano, che con lei ha imparato che cosa sia la pena del contrappasso. Dopo una giornata a darle retta, ha tirato fuori un I-Pod regalatogli dalla figlia, da cui ascoltava canzoni di Claudio Villa… tra una chiacchiera e l’altra della Flavia, che di I-Pod e auricolari neanche si accorgeva. Giovanna e Flavia sono perfettamente complementari. Come si dice in veneto: un alto e un baso fa un gualivo.

 

            Enza encomiabile. Appoggiata sui suoi bastoncini, non ha rinunciato a niente. Quando se ne dimenticava, rinunciava persino ai bastoncini. La cosa ci metteva un po’ in sospetto. Solo una volta ha perso l’aplomb, quando è stramazzata dentro il confessionale. Per castigo non è scesa dentro la prigione di San Gregorio l’Illuminatore. Anche perché avevamo deciso di chiudere la luce e lasciarla là.

            Signorili i bastoncini di Licia. Servivano più che altro per minacciare me quando non obbedivo prontamente ai suoi ordini o per cadere in testa ad Adriano quando, sul pullman, era tutto intento a mettersi gli auricolari per sfuggire alle attenzioni di Flavia.

            Con il suo incedere cadenzato, Licia misurava il tempo di tutto il gruppo, come un metronomo, salvo quando, ed era ogni volta, si fermava ai banchetti per comprare ogni specie di cianfrusaglie, compresi assurdi acquarelli che poi diventavano l’incubo delle cappelliere.

 

            Al sedicesimo monastero e al ventisettesimo gavit, Giancarla ha perso il lume. Ha preso armi e bagagli, ha spodestato Maria Teresa e ha posto la domanda: ma è possibile che in questo Paese non abbiamo visto un palazzo municipale, un palazzo signorile, mi rovino, una casa del popolo! Ma dove si riunivano ‘sti armeni, quando non erano invasi, genocidati, terremotati? Ma nel gavit, of course! Dove pare che si facesse di tutto, salvo che andare a Messa.

 

Anna, invece, ce l’aveva con i preti di adesso. Chi li mantiene, questi preti qui? Lo ha chiesto un po’ a tutti. Anche a Gabriella, che deve averla mandata… Quando siamo stati nel cosiddetto Vaticano degli Armeni, ha visto Marco, il nostro giovane e brillante assistente culturale, che parlava con una specie di Monsignore vestito di bianco: voleva a tutti i costi approfittarne e venire a capo della questione. L’abbiamo dovuta immobilizzare. E abbiamo pensato di avviare il problema a soluzione. Uno potrebbe mantenerlo lei. Una specie di adozione a distanza. Ha subito individuato un prete di periferia, malconcio e di manica larga. E non in senso figurato. La tonaca aveva due maniche grandi come sottane.

 

Abbiamo mangiato sempre bene, leggero e vario. I cetrioli erano disposti una volta attorno, un’altra in due file, un’altra ancora a mo’ di arabesco, qualche volta in insalata, ma sempre alle prese con fettine di pomodori.

 3 cetrioloIl cetriolo dev’essere il piatto nazionale armeno, tanto si è che, quando non ne possono proprio più, se lo stampano in fronte e assicurano che rinfresca tutto il corpo meglio di uno split Panasonic. Provare per credere. La cosa, però, funziona solo in Armenia. Abbiamo, come vedete, la documentazione fotografica.

                                                      

Una volta, sul lago Sevan, ci hanno portato il pesce. Una festa. Per solidarietà con Maria Carolina, ho chiesto anch’io la variazione. Ci avevano preparato degli ottimi spiedini, ma uno sciagurato ha capito che eravamo vegetariani. E così gli spiedini sono rimasti maliconicamente abbandonati su una consolle.

             

            La sera si ballava. Il miglior ballerino era senza confronti Luigi, che rivaleggiava 4danzecon l’autista nel movimento armeno delle mani. Anche Maria Teresa, avendo ceduto una volta, veniva regolarmente trascinata in pedana. Le sue movenze, sicuramente etniche, erano un misto di tango argentino e di danza birmana, interpretati secondo un ritmo molto interiore. Ma la coreografia era di pregio. E tutti i fotografi del gruppo correvano a immortalarla.

 

            Questo perché, amando i suonatori una musica soft, una specie di sottofondo, tenue e discreto, e quindi essendo tutti intenti a gridare nell’orecchio del vicino, sperando che fosse quello giusto, si aveva poco tempo per seguire dal vivo le mosse dei ballerini.

 

            Siamo quasi sempre arrivati puntuali alle partenze del pullman. Da quando Pasquale, subito soprannonimato l’arrivatardi in lingua, “el tardigón” in vernacolo, fu brutalizzato da Maria Teresa, nessuno osò più far ritardare il colto e l’inclita, il primo tutto intento, del resto, fin dalla prima mattina, a correre in pullman per accaparrarsi i posti davanti, fedele al motto evangelico “i primi resteranno i primi”.

 

            L’autista suscitò l’ammirazione dei più. Caricava e scaricava valigie, ci scollinava con disinvoltura per i passi armeni modello Gavia o Stelvio, ci preparava i piatti nei refettori dei monasteri che occupavamo manu militari, e poi ripuliva pure. Quella volta che dimenticò le chiavi corse su a riprenderle con la grinta di un maratoneta. E la sera ballava con Rusàn, fresco come una rosa. Semmai era il pullman a scricchiolare un po’. Ogni tanto l’acqua del radiatore era pronta per buttarci la pasta. E allora ci fermavamo perché riprendesse fiato. Mai una volta che dovessimo scendere e spingere.

            Cosa che i turisti di Biblia avrebbero fatto con allegria e riconoscenza perché un sano esercizio fisico a 2.300 metri s.l.m. sarebbe stato comunque visto come un dono del Signore e un segno della Sua predilezione. Per il resto eravamo tranquilli. Giorgio aveva sentenziato che il pullman aveva ben quattro sistemi frenanti, presumibilmente tutti funzionanti, per cui, quando si buttava nelle vorticose discese, ci sentivamo tutti in una botte di ferro.

 

            Rusàn. Detta Rossana, Rosanna, o altro a seconda delle preferenze. Peccato che non avesse la tipica fisionomia armena, sennò sarebbe stata perfetta. Allegra, disinvolta, disponibile. Quando la turista di Biblia le chiedeva chi era quella figurina alta un centimetro e mezzo in fondo alla croce di pietra, no, a destra, nell’angolo, lì, più avanti… lei non perdeva la calma.

            Ci ha sciorinato 15.500 nomi armeni, che le saranno costati sei mesi di studio: non ne ricordiamo neanche uno. Ma lei imperterrita. Ce l’aveva con Gregorio l’Illuminatore, che proporremo a Scaroni come patrono. Le è rimasta impressa la storia della vedova che gli portava da mangiare. Una volta ha addirittura insinuato che fosse l’amante. Le nostre donne ci hanno visto subito il sesso, deviate come sono dalla assidua visione de “La squadra”. Vedendo il luogo, fu, se lo fu, sesso acrobatico…

            E poi Rusàn ci raccontava le barzellette, e alla sera ballava. Innamorata della sua terra. Al punto da scriverle poesie. Una ce l’ha letta, sul monte Ararat prigioniero dei Turchi. Liberarlo bisogna, e subito. Le ho chiesto, poi: “Rusàn, intendi liberarlo con le armi o trascinarlo di qua del fiume legandolo con le corde, due operazioni con lo stesso gradiente di difficoltà?”.  Ha sorriso. Ci avrebbe pensato.

            Brava Rusàn, simpaticona. Chissà perché al pullman numero 2 capitano sempre le guide col cuore grande, persino in Israele, e quello fu un miracolo. Ma forse siamo noi, forse è Maria Teresa che le prende sotto le sue ali come fosse la Madonna di Monte Berico…

 

            Abbiamo corso anche i nostri bravi rischi, durante il viaggio. Come quella volta che la strada era mezza franata e lo stapiombo era di 500 metri circa. Ma Giorgio calcolò che potevano passare altri 35 pullman come il nostro prima della frana risolutiva. O come quell’altra volta quando, caracollando in vista dei 4 tuboni della centrale nucleare, tre dei quali col loro bravo pennacchione, Rusàn ci informò che quella centrale lì, altro che Chernobyl!, quella era di massima sicurezza, al confronto. Persino le cicogne erano scappate via, aria e acqua erano contaminate e il fumo che usciva non era vapore, ma condensa radioattiva. E se la rideva e ci raccontava la barzelletta: sapete cosa dicono gli Armeni? Che i Turchi non ci attaccano perché hanno paura. Hanno una fifa blu della centrale nucleare.

            Questa qui ha appena parlato con Pecoraro Scanio, pensai. Giorgio voleva correre in albergo a prendere il contatorino Geiger che porta sempre nel necessaire. I più aspettavano rassegnati il direttore del Museo, che era andato a un funerale con una quindicina di dipendenti. Qualcuna, di cui non faccio il nome, si divertiva a contemplare i tuboni fumiganti attraverso i falli del neolitico allineati davanti al Museo, attratta dal contrasto tra il fallo antico e il tubone radioattivo. Questi qui, pensai, se l’Agnese gli propone una meditazione dentro la centrale di Chernobyl, corrono come bambini alla merenda!

            Poi la Rusàn fece un po’ di autocritica. Aveva esagerato. La centrale avrebbe avuto le sue brave perdite a partire dal lunedì, dopo il nostro ritorno in Italia. Sollevati e contenti, abbiamo potuto passare festanti da un osservatorio astronomico dei primordi a una manciata di chiese di Vergini slinguacciate e lapidate. Il pericolo era passato.

 

            La nostra comunità era perfetta: un’armonia di talenti. A ogni necessità scoprivamo lo specialista. Quando siamo arrivati alla chiesa cattedrale Surp Gregor di Zvartnots, ci avevano messo in crisi quattro enormi spuntoni di muro rovesciati simmetricamente al di fuori del perimetro delle mura esterne. Guardiamo speranzosi Giorgio, ma quello cambia discorso. Lui le case le coibenta, se poi crollano, affari loro. Salta su placido il Pasquale, l’arrivatardi,  e ci spiega come fanno i terremoti a far crollare le chiese in Armenia. Scientifico, esauriente, lucido. Disposto persino a dirci le formule matematiche. Lo blocchiamo. Ma, da qual momento in avanti, lo avremmo aspettato anche 11 minuti prima di lasciarlo a terra.

            E multiforme, il Pasquale. Esperto in disastrologia e contemporaneamente poeta. Compone a getto peggio di Ovidio. Il verso gli esce come ad Augusta le domande. E così ha tenuto su l’onore del gruppo durante l’arte varia dell’ultimo giorno. Un poeta gentile, che parla di fiori e di allodole. Sensibile.

            Avevamo bisogno di un po’ di longitudine? C’era, come ho detto, Marcella. C’erano in giro delle rocce piroclastiche sedimentarie? C’era sempre Marcella, pur se perennemente in posa, pronta a farcele notare. Un problema geologico un po’ più complicato? Mario affidava per un momento a qualche altro la custodia di Pasquale e veniva a delucidarci. Una sinfonia di competenze e di culture.

 

            Siamo stati anche benedetti. Un archimandrita libanese, metro e novanta, che le donne se lo mangiavano con gli occhi, arruncigliato da Gabriella, ci ha parlato e benedetto. Quindici segni della croce. Un timore l’avevo. Magari un diavoletto avrebbe abbandonato la sua ospite facendo baccano in giro per la chiesa. E invece no. Anna, per la prima volta, alla vista di una tonaca, non pose il problema di chi la mantiene.

 

            C’era anche un fatto strano. Avevamo spesso tra i piedi un gruppo di occidentali guidati da Liliana Cavani vestita da Lawrence d’Arabia. Si portavano dietro uno spilungone che camminava sulle uova maneggiando con cura delle stampelle alte due metri. Era chiaramente in attesa del miracolo.  Qualche volta ce li trovavamo persino al ristorante a far confusione. Ma noi mica gli abbiamo dato confidenza: si davano di quelle arie! Solo con una piccolina abbiamo qualche volta parlato, perché era uguale sputata all’Antonella, la zia di Leonardo, che l’anno scorso era nel nostro pullman.5agnese

            Certo che l’anno prossimo bisogna fare più attenzione e stare alla larga.

 

P.S. n. 1. Il risarcimento all’Augusta, che io chiamo miss domande multiple, in vernacolo domandaressa (e il perché lo sapete meglio di me), l’ho già fatto in pullman e quindi non lo ripeto.

Ma devo precisare. Come vi ho detto, noi di Biblia, salvo Flavia che si definisce iperacusica, ed è per questo che vuol parlare solo lei, perché la voce degli altri le rimbomba, siamo quasi tutti monoacusici, e chi non lo è lo diventa per solidarietà. Da questo punto di vista siamo facilmente combinabili. Se Adriano volesse tener conto di qual è l’orecchio da cui ciascuno di noi ci sente, potrebbe sistemarci a mo’ di autobloccanti, quei blocchi di cemento o graniglia con cui pavimentano l’ingresso ai garage. E noi non ci muoveremmo più.

Quella volta, nel refettorio, eravamo messi sbagliati, per cui facevamo fatica a capirci. Anche perché Isabella continuava a venire a rompere con la storia della cupola falsa.

Ma una cosa avevamo in mente di preciso: far dire alla Gabriella qualcosa di più sul genocidio. Partendo da un presupposto: se l’anno scorso avessimo chiesto ad Amos (che Adonai lo abbia in gloria, sempre che si possa nominare noi il nome del Loro Dio)settanta volte sette, mi rovino, settantasette volte settanta, di parlarci dell’olocausto, Amos, felice come una pesah, non solo avrebbe risposto giulivo di sì, ma avrebbe aggiunto un sette volte sette di suo.

Gabriella, invece, ha reagito schifata. Basta con questo genocidio. Facciamola finita. L’Armenia non è solo genocidio. Parliamo d’altro.

Stesso atteggiamento da parte di Marco, che armeno non è, ma solo armenista. Loro, del clan armeno & affiliati, vorrebbero parlare di alfabeto, di come qualmente anitra si scriva come muro e muro come anitra, ma in armeno occidentale si scrive come non si pronuncia e in armeno orientale si pronuncia come non si scrive, vorrebbero parlare di Tigrane e dei Bagratidi, toh! che la gente li chiama perché parlino del genocidio.

E la cosa gli fa anche onore, perbacco, perché non vogliono marciarci. Ma sono anche dei bei tipi questi armeni qui! E gli armenisti pure!

L’Antonia ci ha messo una vita a far ritornare di moda l’argomento, ha dovuto persino impararsi l’armeno, ci ha scritto un romanzo, è riuscita a smuovere i fratelli Taviani che ci hanno fatto un film con Preziosi, quello dell’Elisa di Rivombrosa, è tutte le sere in giro a parlare del suo libro, del film e degli Armeni, e questi qui snobbano e fanno i superiori.

Ma datele una mano, perbacco!

E tu, Augusta, ti sei presa la tramvata, questo è vero, ma mettitela al petto, assieme alle altre, come una medaglia al valore. Parola di Giuliano l’impissafóghi (così mi definisce Annamaria, la mia. Lei vuol sempre apparire la buona, la conciliante. Tutto fumo. Avete visto quella mattina il putiferio che ha fatto per i posti davanti? Credetemi. Il buono della famiglia sono io!)

 

P.S. n. 2. E adesso consentite anche a me un po’ di arte varia. Volevo scrivere in endecasillabi sciolti o rime baciate. Ma avrei dovuto scomodare il Pasquale. Volevo scrivere un sonetto, ma avrei avuto bisogno della consulenza di Stefano. Mi arrangio.  seiProsaicamente, a nome di tutti Voi (e guai se obiettate!) ringrazio Maria Teresa, la nostra leggendaria capo pullman. Che prima o poi dovrà decidersi. Invece di fare il magistrato per mestiere e la capo gita per diletto (e che diletto!), sarà bene che faccia il contrario. Come intuì quella volta la guida che credette di aver trovato una collega. Perché noi del pullman n. 2 siamo scalcagnati e smandruppati, come si è visto ogni volta che tentavamo di fare una foto di gruppo.

E abbiamo bisogno della mamma, a ognuno la sua parolina, qualche raro e salutare rimbrottino, la capacità di far dire a tutti la sua. E quando Marco soverchia la Rusàn, un colpetto al timone. E quando Rusàn si allarga, una frenatina. E poi un’arte divinatoria: da come conta i presenti in pullman, potevamo lasciarne giù due o tre ogni volta. Ma, guarda caso, l’unica volta che non ha contato, per un pelo non lasciavamo Maria in Armenia.

Grazie, Maria Teresa! Senza la sua leggendaria capa, neanche il pullman n. 2 sarebbe quel leggendario che è!
       E adesso, spagnolettizzando:

       arrrritrovarrci in Sirrria!!!!
 

N.B. Dichiara Giuliano: "Ho scritto solo i nomi, così l’identità dei soggetti rimarrà sicuramente riservata!!!"

 

 

 

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sabato, 11 agosto 2007

Comincio con il diario armeno le cui puntate potrete trovare unificate nella categoria <armenia07>. Nel blog avranno un ordine casuale, come le puntate del diario siriano.

 

PREMESSA: Armenia - perché?

Ad (almeno mia) futura memoria

 

Dopo aver finalmente concluso il mio diario siriano, ne apro un altro: il diario armeno.
In Armenia sono stata in giugno e spero, parlandone, di far memoria di qualche notizia su un paese lontano e ignorato, la cui tragedia del 1915 (fu olocausto o massacro? Anche questo è un problema) che gli Armeni chiamano il “male grande”, comincia solo ora ad essere considerata nella nostra memoria di comodo.
Nostra certamente perché in Armenia, parte dell’impero ottomano con il suo particolare millet
[1], nel 1915 c’erano consolati di varie nazioni europee e chi andasse a visitare il museo del genocidio (o massacro? Ma ci torneremo) con la dovuta calma potrebbe leggerne documentate, dirette  testimonianze: una memoria che rischia di essere cancellata per colpa di un’Europa silente allora (e non solo allora), dato che le grandi potenze erano interessate alla spartizione dei territori per farne colonia.
A che servirebbero altrimenti le guerre? Ieri sentivo una trasmissione a varie voci e un generale diceva che “gli accordi si fanno dopo aver vinto”. Se così fosse la pace nascerebbe dalla violenza e, più militarizziamo il mondo, più sarà così.
A questo punto devo ricordare che le “grandi” potenze hanno avuto altro da fare anche durante la Shoà (e pare che fra i due genocidi ci sia una connessione diretta in quanto il primo sarebbe stato studiato da Hitler stesso).
Se mi svio per tutte le strade che la memoria mi apre via via non arriverò mai in Armenia; meglio cominciare dal principio.

Comincio quindi dal principio (o almeno dal MIO principio, dato che questo è il MIO diario, dove mi piacerebbe si aprisse un colloquio con chi lo legge – e nel caso specifico con chi, avendo condiviso l’esperienza armena potrebbe integrare, correggere discutere quanto io scrivo e scriverò [2]). E il principio è un po’ lontano e tortuoso.
Alcuni anni fa (forse nel 1999) visitai il museo della diaspora ebraica a Tel Aviv e mi capitò di leggere della sinagoga di Doura Europos, affrescata con storie bibliche narrate adoperando anche figure umane. La faccenda è piuttosto insolita perché è noto che l’arte ebraica religiosamente osservante non si serve di rappresentazioni umane (come d’altronde l’arte araba).
Erano frutto di una antica comunità giudaico-cristiana? Non lo so, ma se qualcuno lo sa .. scriva.
Sul cartellino che illustrava brevemente l’insolita sinagoga c’era scritta una parola Mesopotamia; per me era una di quelle parole che mi trascino dietro da bambina, terra fra due fiumi ecc. ecc.
Da adulta mi ero innamorata delle sculture assire al British Museum di Londra (ancora Mesopotamia!), così ho guardato e riguardato quel cartellino e mi sono detta: Peccato! Non la vedrò mai.  E poi ho avuto un sobbalzo
: Perché no? Chi me lo impedisce?
Scoperto che Doura Europos (i resti della città non contengono gli affreschi che sono stati staccati e si possono vedere al museo di Damasco, accuratamente protetti da agenti devastanti) si trova in Siria mi si impose un’altra meta.
Un po’ più a sud di Doura Europos, vicino al confine irakeno si trova Mari
[3], la favolosa reggia sull’antichissima carovaniera, dove, se mai esistette un uomo di nome Abramo passò di là, spinto da un sogno o da un Dio a trasferirsi dalla ricca Ur dei Caldei alla terra di Canaan [4].
Oggi non sarebbe possibile: quel confine è sigillato (dice il generale: “gli accordi si fanno dopo la vittoria” E in Iraq nessuno ha vinto. Ma esiste una guerra con vincitori o, dopo, tutti sono vinti?).
Così, organizzato un viaggio con pochi amici (alcune guide scritte e nessuna agenzia), andai in Siria che visitammo con Mohammed autista. Mohammed poi ha frequentato la scuola di mosaico di Spilimbergo (di cui, visti i suoi interessi artistici, gli fornimmo tutte le informazioni possibili) e oggi ha un suo laboratorio a Udine. Ma questa è un’altra storia.
Dopo aver visitato Mari, risalendo verso nord, ci fermammo a dormire Da
r el Zor, un paesotto sull’Eufrate che non avevo mai sentito nominare e là ci fu la scoperta folgorante del genocidio.
Ne trovai per caso il mausoleo che dispone di una documentazione fotografica la cui ingenuità sconvolgente dava sostanza alle poche notizie libresche che ne avevo.
E il genocidio così si fece storia, anche mia.
Ci sono situazioni in cui la memoria collettiva si fa anche personale.
Così quando venni a sapere che l’associazione Biblia (i cui viaggi sono ben organizzati e alieni da un turismo di maniera) organizzava un viaggio in Armenia non potevo non partecipare.
La concatenazione casuale di questi percorsi, l’essere stati stimolati da un fatto non previsto me li ha resi affascinanti.
Nostre guide arrivate dall’Italia per un appoggio culturale erano Gabriella Uluhogian e Marco Bais (non di origini armene come Gabriella, ma, quale armenista, suo allievo) e sul pullman n.2 (quello che mi ospitava) la guida locale era Ruzanne (detta Rosanna) una fantastica ragazza che è stata una mediazione vivente e competente con un territorio non facile da decodificare.
Non sarebbe giusto dimenticare Adriano (cosa mi avresti detto, Adriano, se ti avessi trascurato?), responsabile dell’agenzia organizzatrice.
Molti dei partecipanti ai viaggi di Biblia (nel pullman n. 2 rappresentata da Maria Teresa) hanno una lunga consuetudine di amicizia che li aiuta a creare un clima di allegra familiarità.
Di solito non mi lascio andare a racconti così personali: nelle prossime puntate sarò più attenta al viaggio e al territorio.
augusta
,



[1]  Del millet armeno parlerò ancora, ma è un fenomeno che mi intriga da parecchi anni e di cui  chi volesse  saperne di   più può leggere le mie considerazioni iniziali del viaggio siriano. 
  Categoria: Viaggio confronti 07-  3 febbraio

[2] La voce commenti è a disposizione.

[3]  Terzo millennio a.e.v.

[4]  Naturalmente non riporto cronache di viaggio, ma da qualche parte allora mi capitò di leggere che Carran (Genesi 12,  4-5) era una città del regno di Mari e, in assenza di cronache, i miti possono anche entrare nel mondo dei desideri.
    Per non esporsi al rischio del fondamentalismo è necessario ricordare che  i  miti – e i testi molto antichi- non hanno la caratteristica di moderne certezze
.

postato da: AUG alle ore 11:58 | permalink | commenti
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