Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

Eccomi

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Per prelevare l'indirizzo feed di questo Blog, utilizza il mouse con la funzione 'Tasto destro, copia collegamento'. Per leggere i contenuti tramite Feed, puoi scaricare e utilizzare l'aggregatore di Freereader, che trovi all'indirizzo http://download.html.it/recensione.asp?recensione=1489. Questo Feed XML è offerto da www.jelot.net/rss/rssify.php

Blogger: AUG
Nome: Augusta

Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

visitato *loading* volte

 
martedì, 22 gennaio 2008

Ringrazio Augusta per lo spazio offerto che mai come in questo momento si dimostra così prezioso, poiché può essere usato per comunicare ciò che nella stampa europea è pressoché taciuto. Per chi non si ricorda di me, sono Omar, vengo dal cosiddetto Medio Oriente.

 

Popolo di Gaza, tenete duro!!!

 

La striscia di Gaza, fino a qualche giorno fa, era un esteso carcere a cielo aperto di 378 km2, contenente un milione e mezzo di carcerati, dei quali la metà ha meno di 16 anni. Ora, dopo che Ehud Olmert, primo ministro israeliano, ha ordinato il blocco di tutte le frontiere, non lasciando passare nè carburante, né medicinali, né, ovviamente, viveri, la striscia è diventata un grande forno di gran lunga peggiore dei forni usati dai nazisti. Se chiedete ad uno di Gaza com’è la situazione attuale, egli risponderebbe che la morte è più misericordiosa della sofferenza provata in questi giorni a Gaza, poiché vedere tuo figlio morire davanti ai tuoi occhi senza che tu possa reagire è più doloroso della morte. Qui manca l’elettricità, mancano i farmaci, le sale operatorie sono inagibili. Quel che non manca è solo la morte. Ci sono più di quattrocento feriti che avrebbero bisogno di cure, di cui la metà sono bambini, lasciati all’aria aperta, al freddo di gennaio, con una scarsa speranza di essere salvati. Le celle frigorifere delle stanze mortuarie non funzionano…e come potrebbero, senza elettricità.

            Cinquanta sono le vittime dopo il bombardamento israeliano degli ultimi tre giorni. Olmert, il suo amico Bush e alcuni arabi sostengono apertamente che i bombardamenti andranno avanti, così come il blocco di Gaza. E questo paese, Israele, dovrebbe essere l’unica rappresentanza di democrazia nel Medio Oriente, il paese che rappresenta la civiltà occidentale nella regione, il paese fondato con il pretesto di salvare gli ebrei dalla morte e dal pregiudizio, e per alleggerirsi dalle colpe commesse dall’Europa nella prima metà del secolo scorso; questo stato sta facendo subire qualcosa di paragonabile alla shoah, poiché morire di fame e di freddo sotto i bombardamenti israeliani costretti in una striscia di terra non è diverso e forse è peggio di morire in camere a gas.

Il mondo occidentale ipocrita si impegna quasi quotidianamente per la causa del Darfur; ha invaso l’Iraq, lo ha occupato e ha ucciso un milione di iracheni sotto lo slogan di liberarli; ha fondato uno stato per il popolo di Timor est. Lo stesso mondo occidentale, però, si toglie da ogni responsabilità, non muove un dito, non alza una mano e non prende in mano una penna contro le macellazioni e le barbarie nei confronti del popolo palestinese, poiché Israele è sopra della legge e può fare tutto ciò che vuole: uccidere, distruggere, lasciar morire di fame, bloccare spietatamente senza preoccuparsi di un freno dall’esterno che tanto non giunge.

Forse, prima di colpevolizzare il resto del mondo, bisogna dare la colpa agli arabi: i paesi arabi appoggiano, infatti, tutto ciò con il loro complice silenzio, non fanno altro che condannare la situazione debolmente e in maniera dimessa, per non far arrabbiare né Israele né gli Stati Uniti. Perché il presidente egiziano Hosni Mubarak non apre il confine di Rafah di fronte ai feriti e ai bisognosi? Se non vuole permettere l’uscita dei palestinesi come vuole Israele, perché non lascia almeno entrare aiuti umanitari? Lui ha senz’altro la sua parte di responsabilità, se non legale, almeno morale. Nel momento in cui la striscia di Gaza è stata occupata, questa apparteneva all’amministrazione egiziana e gli scolari di Gaza studiavano nei libri di testo egiziani la storia dei faraoni. Mubarak ha paura di essere accusato di violare la legge internazionale? Non fare arrabbiare Israele è per lui più importante della rabbia di milioni di egiziani che condividono il dolore dei loro fratelli a Gaza?

Tutti i paesi europei hanno tenuto un atteggiamento esemplare e positivo riguardo alle infermiere bulgare arrestate in Libia. Tutta Europa si è avvicinata alla Bulgaria e tutti hanno normalizzato i loro rapporti diplomatici con la Libia solo dopo che quest’ultima ha rilasciato le cinque infermiere.

Tutti i paesi africani si sono avvicinati a Nelson Mandela durante la sua guerra giusta contro l’Apartheid, perché gli arabi non si avvicinano al popolo di Gaza? No, hanno scelto invece di accogliere Bush donandogli medaglie d’oro e festeggiando con danze orientali, firmando contratti di armi da decine di miliardi di dollari. Ci viene da chiedere, perché questi stessi non hanno chiamato Bush per chiedergli di far sì che gli israeliani fermino questa catastrofe umana in un piccolo territorio come quello di Gaza. Perché Mahmoud Abbas, il presidente palestinese, non lascia Ramallah e non va a disturbare la coscienza sporca del mondo arabo e non fa sentire la sua voce a livello internazionale? Perché non esce dalla sua villa e non va a Gaza a dimostrare solidarietà, perché non dedica un po’ del suo tempo per porre fine alla divisione tra il popolo palestinese e per ritrovare un’unità che potrebbe forse salvare almeno qualche vita umana?

Il popolo palestinese tiene duro contro il blocco e la fame e affronta la morte con coraggio e fede, nonostante tutti gli ostacoli posti da governi amici che spendono miliardi per armi con il fine non di affrontare i nemici, bensì di salvare l’economia americana e francese e offrire posti di lavoro nelle industrie belliche occidentali. La resistenza di questo popolo disturba gli israeliani dimostrando a tutto il mondo l’orribile immagine della politica israeliana con il suo carattere sanguinario.

Ciò che fa Olmert insieme al suo ministro della difesa Barak indica la depressione e la sconfitta all’interno della politica israeliana e non il loro potere. Non hanno vinto nella loro ultima guerra contro il Libano, non sanno come trattare con le resistenze nel libano e in Palestina, non sanno cosa decidere per l’Iran. Non sono riusciti a imporre la normalizzazione con i paesi arabi ad Annapolis. Non è esagerato concludere che, nonostante l’assenza di corrente, gli abitanti di Gaza vivono con la luce dalla loro parte, mentre i loro oppressori, dalla politica israeliana fino ai paesi del golfo, vivono nell’oscurità delle loro anime.

Omar

Pagina diario scritta da: AUG a 19:24 | link | commenti (1) | | Torna su
bambini, israele palestina, guerra conflitti e violenze, omar

venerdì, 18 gennaio 2008

Bisogna che la smetta di scrivere ciò che penso degli eventi in corso, almeno di quelli che più solleticano la mia attenzione perché altrimenti non inizierò più il racconto del viaggio organizzato da Confronti dal 27 dicembre scorso al 4 gennaio 2008 e soprattutto non riprenderò il diario (viaggio Biblia dello scorso giugno) armeno che ho vigliaccamente abbandonato ma non dimenticato..
Quindi diari e freno al disgusto che provo per quel che sta succedendo e che sentirei il bisogno d’esternare.

Il mio diario del recente viaggio sarà diverso da altri: non tanto una narrazione, quanto la focalizzazione di qualche aspetto che mi ha particolarmente colpito.


Israele – Palestina -  Viaggio Confronti 2007-2008

Prima puntata – 27 dicembre

Arrivo a Tel Aviv, via Zurigo; il 27 dicembre e trasporto immediato al kibbutz religioso di Sde Eliyahu, nel nord di Israele.
Chi volesse saperne di più troverà ogni informazioni nel sito web
www.seliyahu.org.il, che riporta esattamente ciò che ci ha detto Mario Levi, accogliendoci nella sua lingua italiana che ancora non ha perso un  -e nemmeno tanto lieve- accento triestino. Il signor Levi è approdato in Palestina fuggendo all’Italia delle leggi razziali ed è entusiasta della sua ininterrotta esperienza.
In autobus mi permetto di ricordare ai miei amici i testi delle sorelle Cardosi,
[1] che testimoniano la vita di una famiglia non distrutta fino alla sua scomparsa, ma devastata da quelle leggi che costituiscono lo sfondo di un orrore che non mi è sembrato essere adeguatamente testimoniato dalle parole del signor Levi, pago e appagato dall’essere un kibbuzim, tanto da sembrare pacificato con il suo terribile passato.
E non credo sia un’immagine opportuna da trasmettere all’Italia d’oggi dove il razzismo, a mio parere, avanza in tante, variabili forme, morbide, digeribili, quasi legalitarie, che adattano la cultura del rifiuto al nemico del momento (ultimi i bambini, figli d’immigrati irregolari, colpevoli di essere e non di aver commesso crimini, di cui ho scritto l’11 e il 14 gennaio).
La memoria nel racconto del signor Levi è un tributo alla laboriosità intelligente e all’impegno dei kibuzzim-coloni di
Sde Eliyahu, che hanno fatto di una terra paludosa e deserta un’oasi piacevole e produttiva.
Lui, anziano, esalta la sua vita nel kibbutz, dove gli anziani –fruendo come ogni altro dei servizi collettivi- conducono un’esistenza appagante perché l’età non li emargina. Io mi chiedo (in silenzio, non voglio fare la rompiscatole) se quell’esistenza sia altrettanto appagante per i giovani, per gli adolescenti che nel momento forte di scelte esistenziali si trovano inseriti in una società dove il cammino possibile è uno e uno solo
[2].
C’è però una frase di Mario Levi che mi ronza nella testa e che non riesco a digerire. Ha affermato che là, dove lui oggi vive, un tempo c’erano solo beduini “che poi sono improvvisamente e misteriosamente scomparsi”.
Non capisco se il nostro interlocutore non sappia (o finga di non sapere: non so controllare il sospetto) che i beduiti sono (e, per lo stato di Israele, è forse meglio dire erano) popolazioni dedite alla pastorizia e fatalmente al nomadismo, dettato dalla necessità di trovare cibo per i loro animali.
E’ chiaro che, quando il cibo finì senza speranza di rinnovo stagionale, non restò loro che andarsene. Il dissodamento delle paludi e ciò che ne conseguiva, non era probabilmente compatibile con la loro tradizionale economia.
Anche l’Europa, quando le esigenze della moderna agricoltura si fecero incombenti, conobbe situazioni di povertà estrema. per la popolazione che viveva di raccolta e allevamento, approfittando dei terreni incolti per un consolidato sistema di rotazione delle aree coltivabili, accessibili inizialmente senza steccati.
Non sarebbe stato il caso che i primi “coloni” conoscessero un po’ meglio i loro vicini?  Forse no, forse sarebbe stato inutile, forse non ho capito, ma mi piacerebbe saperne di più perché il dubbio non se ne va.



[1] Per i riferimenti alle sorelle Cardosi si veda 3 maggio 2007.
   Non voglio, però dimenticare il museo Yad Layeled che si trova all’interno del Kibbutz
Lokhamei ha-Geta'ot, di cui sono reperibili informazioni nei siti web.
http://www.gfh.org.il/Eng/Index.asp?CategoryID=95

http://www.judaicultures.info/MUSEE-BEIT-LOHAMEI-HAGHETAOT-YAD.html ... e in molti altri

Ne ho scritto anch’io il 5 aprile 2005
E’ un museo che cerca di spiegare ai bambini la storia del ghetto e della shoà.
Chi volesse visitare – anche virtualmente- lo Yad Layeled troverà informazioni su quella straordinaria figura di educatore che fu
Janusz Korczak
, morto con i “suoi” bambini a Terezin. Chissà se la conoscenza del suo lavoro potrebbe essere utile alla sindaca di Milano e a coloro che ne giustificano l’agire?

[2]   Così recita la presentazione del kibbutz nella prima pagina del sito web: “Kibbutz Sde Eliyahu is situated in the fertile Beit Shean valley close to the Sea of Galilee. It is home to 300 members and an equal number of children, and combines an Orthodox Religious Jewish way of life with the principles of kibbutz life and a devotion to the land and people of Israel”.

Pagina diario scritta da: AUG a 20:38 | link | commenti (1) | | Torna su
bambini, israele palestina, viaggioconfronti07-08

domenica, 23 dicembre 2007

           EROI NATALIZI:  SINDACI contro INFANZIA

Per fortuna la vicenda della circolare Moratti (e mi piacerebbe sapere se e che ruolo vi ha il Prefetto di Milano, non estraneo all’esercizio del potere del sindaco in quanto funzionario di governo, e quindi il ministro Amato, perché è dall’Interno che i prefetti dipendono…) non si è chiusa; altri e più forti e capaci di me, ne scrivono (ha espresso il suo parere anche il ministro Bindi, una donna che evidentemente è riuscita a non dimenticare la sua cultura di genere e un uso del cervello non dipendente dalle insulsaggini d’altri).
Però non demordo (fidando in altri e più potenti e non solo).
Pubblico quindi un appello che ho costruito e inviato ad alcuni amici, ringraziando il sito web
www.ildialogo.org e Giovanni Sarubbi suo direttore, che ha si è impegnato sull’argomento.
Mi si dirà che è una specie di messaggio in una bottiglia. 
Può essere  … ma se non ho altro che un contenitore/bottiglia perché non farne uso?
Non perdo tempo a cercare masse che spesso si mobilitano con i tempi (e l’assenza di consapevolezza oltre quella musicale…) dei cantanti d’opera quando gorgheggiano ‘partiam’ per venti minuti.
Credo che chiunque conosca un consigliere comunale pensante, un deputato altrettanto pensante e, perché no, il ministro Amato…
I tafani possono dare molto fastidio; anche Socrate si era definito tale nei confronti di Atene e se non possiamo essere Socrate, siamo almeno tafani. Ho provato in altri casi: può funzionare.
Ieri il presidente Prodi ha detto al padre dell’ultimo morto della Thyssenkrupp che non accadrà più. Speriamo che alla frase corrisponda un impegno reale per prevenire gli infortuni sul lavoro, ma, presidente, la prego faccia un pensierino anche a circolari che ci disonorano.
Non ne va solo dell’etica e dell’intelligenza di una sindaca esposta al pubblico, ne va del futuro di chi oggi è bambino. Evitiamo la melassa natalizia e pensiamo, ma davvero, al natale di re Erode.
augusta


Ecco il messaggio nella bottiglia/diariealtro che ho diffuso agli indirizzi a me noti


Grazie per l'attenzione e anche, per chi lo vorrà, per la diffusione

Sono di fretta, soprattutto perché mercoledì parto per un viaggio di Confronti fra Israele, Palestina e Giordania, ma non posso non cercare di informare alcune persone di cui mi fido in merito a una questione su cui sono stata indotta a ragionare a seguito di fatti di cui siamo venuti a conoscenza.
Mi vergogno per non averci pensato prima da sola e senza bisogno di stimoli: della serie che la malvagità non va scartata a priori come priva d’interesse, perché può essere occasione per ragionare.
L’occasione oggi é l'oscena circolare Moratti.(di cui ho scritto anche nel sito del presidente del consiglio regionale, a seguito del suo pezzo  del 19 dicembre. cfr.<alessandrotesini.it>) 

Per avere il testo dell'oscenità morattica andare a :
http://www.ildialogo.org/osservatori/
razzismo/illegalita22122007.htm

Basta fare clic e vi aprite la strada per leggerla. (Circolare n. 20 del 17 dicembre 2007, Iscrizione alle scuole dell’infanzia anno educativo 2008/2009).

Qualche persona il cui ruolo lo consenta se la può procurare e socializzarla (offro lo spazio dei commenti del mio diario elettronico: altro non ho).

Ma forse può arrivare alla circolare chiunque trovi il tempo, che oggi a me manca, per andare al sito del comune di Milano.

Quello che mi ha emozionato moltissimo, soprattutto perché grava sul mio senso di responsabilità, é che
www.ildialogo.org, cui avevo inviato un mio pezzo in proposito, non solo l'ha pubblicato nella rubrica ultimo giorno (di utilissima lettura soprattutto perché plurale)  
-
http://www.ildialogo.org/  osservatori/razzismo/
  laradio22122007.htm
-
ma anche nella colonna a destra della home page che si intitola "appelli correnti" e che quindi resterà visibile per parecchio tempo.

E adesso la mia richiesta: perché i responsabili politico-istituzionali, culturali (soprattutto se leader di associazioni che trovano spazio anche nei, spesso per altri blindati, quotidiani locali) non interrogano il comune ove risiedono (esistono pur sempre consiglieri comunali che si possono assumere il compito senza riempire improbabili piazze)  per sapere se vi siano altre circolari o  omogenee ferree consuetudini che escludano i figli di clandestini dai nidi?
E che ne é dei bambini imprigionati nei CPT?
Con l’informazione si possono segnalare, se vi sono, le infamie.
Se vi fosse un lavoro locale, ma socializzato, ne potrebbe venire un quadro generale di estremo interesse.

Attenzione: Non accetto obiezioni relative alla miseria di posti nei nidi, problema che conosco bene, ma vorrei sapere se esiste -in loco- un rifiuto relativo a uno status collegato alla nascita. Il che nelle mie categorie si chiama  razzismo.

Dopo, ma solo dopo,  vengono -ed é dramma reale che i rifiuti razzisti non risolvono- le discussioni sui regolamenti per l'accesso.

Buon Natale e buon anno (tornerò l'8 gennaio e andrò con ansia al mio blog).

augusta

 

Pagina diario scritta da: AUG a 13:39 | link | commenti | | Torna su
bambini, rassegnastampa, diari di augusta

sabato, 22 dicembre 2007

Trascrivo nel "post" successivo il diario delle suore del Baby Hospital di Betlemme che traggo dal n. 46 di “bocche scucite”, che potrete trovare in: http://groups.google.com/group/bocchescucite?hl=it
Prendetelo pure come una voce ignorata nell’articolo di Repubblica di cui ho scritto qualche cosa ieri.
Ora però le mie considerazioni si allargano anche ad una parte del territorio del produttivo nord est a causa di una notizia che ho appena sentito nell’ascolto di Prima Pagina di radio 3 (mia abitudine mattutina o sofferenza che mi impongo ogni mattina?): a Milano i figli degli immigrati clandestini NON possono essere ammessi ai nidi.
Così almeno si capiva dalle notizie diffuse. Vorrei poter scrivere: spero di correggermi domani, ma non credo mi sarà concesso.
Un tentativo simile, ma meno indecente nella forma, era stato fatto anni fa de esponenti della Lega Nord al Consiglio Comunale di Udine, giocando sui punteggi per l’ammissione alla scuola materna: qui non si trattava di clandestini ma di immigrati tout court.
Sono sconvolta e impaurita perché questa possibilità apre pagine orrende non solo sul futuro di quei bambini, ma su quello di noi tutti, ribaltando (e non ce n’era proprio bisogno) il rapporto fra forza e diritto, il che non mi sembra esattamente frutto della Costituzione in cui dovremmo riconoscerci.
Il governo italiano si vanta (e fino a due ore fa concordavo in merito al vanto) di aver ottenuto il voto dell’assemblea delle NU sulla moratoria della pena di morte, riconoscendo quindi un ruolo essenziale ai documenti delle Nazioni Unite stesse nella politica internazionale.
Ora consente silenzioso che un documento fondante la civiltà delle stesse Nazioni Unite venga sbeffeggiato da una sindaca (espressione dello stato a livello locale) alla ricerca di un consenso a sfondo razzista (che evidentemente non è cultura che disonora solo la Lega Nord). Parlo –e chi mi legge lo ha già riscontrato non so più quante volte- della
Convenzione di New York del 1989 - che nel nostro stato è legge (Legge 27 maggio 1991 n. 176. - pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell'11 giugno 1991, n. 135).
Riporto l’art. 120 della Costituzione della Repubblica. (Le maiuscole di intere parole sono mie):
“Il Governo PUÒ SOSTITUIRSI A ORGANI delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e DEI COMUNI NEL CASO DI MANCATO RISPETTO DI NORME e trattati INTERNAZIONALI o della normativa comunitaria oppure di pericolo grave per l'incolumità e la sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dell'unità giuridica o dell'unità economica e IN PARTICOLARE LA TUTELA DEI LIVELLI ESSENZIALI DELLE PRESTAZIONI CONCERNENTI I DIRITTI CIVILI E SOCIALI, PRESCINDENDO DAI CONFINI TERRITORIALI DEI GOVERNI LOCALI. La legge definisce le procedure atte a garantire che i poteri sostitutivi siano esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà e del principio di leale collaborazione”
Il giornalista di turno a Prima Pagina, vicedirettore de Il sole 24 ore ha parlato di “bambini abbandonati” e di sentirsi buoni a Natale. Devo proclamare il mio assoluto disinteresse per la bontà di chicchessia; trovo più garantista la legalità. E inoltre, dr. Fabi, quei bimbi non sono, come lei ha detto, “ABBANDONATI” ma RIFIUTATI.
Lei ha pacatamente parlato anche della carenza di posti ai nidi; qui però non si tratta di informarli che ne sono rimasti fuori perché “non c’era posto per loro” nel nido (deja vu: cfr. Vangelo di Luca capitolo 2, 7) non a seguito dello spazio carente ma a seguito di un loro status personale.
Per chi volesse controllare l’ascolto di Prima Pagina è possibile al sito
http://www.radio.rai.it/radio3/primapagina/ascolta.cfm
Un “deja vu” meno arcaico?
Eccolo: può essere utile conoscerlo per chi volesse promuovere un’aggiornata legislazione razzista. I concetti fondamentali sono già stati chiaramente e fermamente espressi nel 1938.
Di solito mi limito a citare quei testi: oggi ne riporto l’incipit che, non a caso, inizia dall’interessamento all’istituto familiare (posso dire che ci sono tutte le condizioni per un family day che non si copra sotto i buoni sentimenti?)
augusta

REGIO DECRETO-LEGGE 5 settembre 1938 - XVI, n. 1390
Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista

DECRETO-LEGGE 17 novembre 1938-XVII, n.1728

Provvedimenti per la difesa della razza italiana

VITTORIO EMANUELE III PER GRAZIA DI DIO E PER LA VOLONTÀ DELLA NAZIONE RE D'ITALIA IMPERATORE D'ETIOPIA

Ritenuta
la necessità urgente ed assoluta di provvedere;
Visto l'art. 3, n. 2, della legge 31 gennaio 1926-IV, n. 100, sulla facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche;
Sentito il Consiglio dei Ministri;
Sulla proposta del DUCE, Primo Ministro Segretario di Stato, Ministro per l'interno, di concerto coi Ministri per gli affari esteri, per la grazia e giustizia, per le finanze e per le corporazioni;
Abbiamo decretato e decretiamo:

 CAPO I
Provvedimenti relativi ai matrimoni

Art. 1. Il matrimonio del cittadino italiano di razza ariana con persona appartenente ad altra razza è proibito. Il matrimonio celebrato in contrasto con tale divieto è nullo

Pagina diario scritta da: AUG a 10:28 | link | commenti (3) | | Torna su
bambini, israele palestina, rassegnastampa

            Segue al precedente post. Non riuscivo a pubbicare tutto insieme:

E finalmente il diario delle suore di Betlemme, che a giorni spero di rivedere, nella speranza di trovare commenti di lettori e scusandomi per la lunghezza del testo che ritengo inevitabile

augusta

Siamo sempre più imprigionati dal muro e da una situazione caotica e critica: per molti Betlemiti è perfino difficile accorgersi che il Natale si avvicina, presi dalla preoccupazione di sopravvivere…Abbiamo visto tanto dolore e tristezza ma, ancora una volta, ancora mille volte, diciamo “GRAZIE”! Perché qui in Betlemme “ un Bambino ci è stato donato”. Perché anche oggi i bambini ci regalano il sorriso di Dio. Perchè su questa nostra città sofferente continuano a riversarsi, come un fiume, l’amore e la solidarietà: Anche quest’anno 2007 una folla di amici e pellegrini è venuta in visita al Baby Hospital…facendoci sentire la loro squisita, concreta vicinanza e simpatia.

Le cure  in cifre

Il Baby Hospital tenta di “aggiustarsi” al gran numero di bambini.

È interessante soffermarsi su qualche cifra per capire il tipo di presenza e di servizio che ci viene chiesto.

Nel 2006 il numero dei bambini che sono stati curati al Baby Hospital ha raggiunto i 34000: di essi,  4100 sono stati ricoverati, e 29900 hanno ricevuto un trattamento ambulatoriale. Queste cifre significano molto. Parlano di una popolazione estremamente giovane, di situazioni socio-economiche precarie, di condizioni igienico-sanitarie critiche, del disagio causato dai prolungati scioperi nell’ospedale governativo: mesi di sciopero dei dipendenti da mesi senza stipendio!  

A Betlemme e nei villaggi circostanti la vita è difficile e dura. Grava sulla popolazione la mancanza di libertà, che li costringe a vivere rinchiusi dentro il “muro di separazione”; le tensioni non mancano, ma i bambini donano gioia, sorriso,  vitalità e  futuro a questa popolazione oppressa. E vengono al mondo volentieri, i bambini, benedizione infinita per tante mamme giovani e bellissime, che credono nella vita e nella Provvidenza in maniera cieca e assoluta. Il tasso di natalità raggiunge il 3,1%. A Gaza, perennemente sotto assedio, la natalità è ancora superiore: 3,7%.

La capacità di sofferenza, di tolleranza, di paziente attesa sembra essere la carta vincente di questa popolazione.

 

Nuovo poliambulatorio in vista

Pianti a tutto volume e grida a squarciagola ci annunciano fin dal mattino presto che  l’afflusso dei piccoli pazienti nell’ambulatorio è alto.  Le stanze dell’ambulatorio sono divenute ormai troppo piccole e incapaci di reggere l’affollamento e il “traffico”, le attrezzature sono diventate insufficienti, e da tempo siamo in attesa di nuovi necessari lavori di ampliamento dei servizi del poliambulatorio.

 

Sofferenza e amore  

Il Baby Hospital serve il distretto di Betlemme e di Hebron, ed è l’unico ospedale pediatrico della Palestina, aperto a tutti i bambini, ma praticamente inaccessibile a molti villaggi e città a motivo dei blocchi militari che impediscono ai palestinesi la libera circolazione nella propria terra.

La durata media del ricovero in ospedale si aggira sui 3-4 giorni quando si tratta di patologie “stagionali”. “I bambini di Betlemme soffrono delle malattie tipiche della povertà. Sindromi banali come una diarrea, possono mettere i piccoli pazienti in pericolo di vita, perchè i bambini arrivano troppo tardi dal medico e perchè le precarie condizioni igieniche accelerano fortemente il decorso della patologia”.

“In estate molti bambini contraggono infezioni gastrointestinali. I  più deboli sono particolarmente esposti a questo tipo di infezioni.  L’inverno presenta rischi soprattutto per i neonati. Le case non proteggono a sufficienza dal freddo. Molti arrivano da noi in stato di ipotermia. A molti bambini manca la forza di resistere”.

La sofferenza dei bambini si fa particolarmente problematica  quando si tratta di malattie ereditarie o congenite. Qualche giorno fa Mahmoud, ultimo di cinque figli, è ritornato tra gli angeli, raggiungendo i  suoi fratellini e lasciando soli mamma e papà. Una strana malattia li ha colpiti, tutti e cinque: acidemia metilmalonica. I quattro fratellini sono vissuti tre giorni dopo la nascita; a Mahmoud, più fortunato, la vita ha regalato 4 mesi. Altre volte la patologia si fa cronica e la sofferenza dei bambini è un interrogativo continuo, i ricoveri si susseguono uno dopo l’altro, e l’ospedale diventa la loro seconda casa. Shaed è una di loro. In questi mesi di prolungato ricovero è diventata quasi la nostra “miss Baby Hospital”. La si riconosce subito, anzi, si presenta da sè ai pellegrini che vengono a farci visita: Shaed si intrufola tra il gruppo con tutta naturalezza, con l’immancabile pollice in bocca e un sorriso incredibile, riuscendo ad attirare l’attenzione dei visitatori con graziose mosse, quelle adatte per l’occasione. Tutto questo nei suoi giorni “buoni”. Shaed non ha ancora tre anni.  Sulla sua cartella clinica sono registrati 20 ricoveri, l’ultimo dura ormai ora da 4 mesi. La sua sofferenza iniziò presto: a due mesi venne ricoverata per una bronchite, dopo 6 mesi ritornò con una destrocardia bronchiale con asma. Subì un intervento, e da allora  è rimasta costantemente sotto ossigeno, fino a un mese fa; ora viene sottoposta ad un costante controllo della saturazione di ossigeno, così da valutare la possibilità di tornare a casa per alcune ore. Shaed ha un’amichetta al Baby Hospital: si chiama Amjaad, non ha ancora  2 anni.  Ogni volta che viene ricoverata, Shaed la ritrova e trascorrono molto tempo insieme.

Amjaad ha vissuto in ospedale quasi tutta la sua vita. A casa  ha trascorso in tutto 20 giorni, la mamma  li ricorda uno ad uno. Amjaad ha sofferto molto: il suo primo ricovero avvenne quando aveva 10 giorni, è rimasta a lungo nell’incubatrice, nella sezione di neonatologia. Seguirono molti altri ricoveri e la diagnosi fu pesante fin dall’inizio: polmonite, anemia e stomatite prodotta da un fungo.  Questo è il quindicesimo ricovero per Amjaad,  in ospedale ora da 7 mesi. Il suo fratellino maggiore soffre della stessa malattia, anch’egli in ospedale più volte.   

Ciò che più ci stupisce di Amjaad è il suo smagliante sorriso pur in mezzo a tanta sofferenza.   

È un sorriso che illumina anche noi e ci regala momenti di vera gioia e allegria. A chi ci chiede se il nostro aiuto serve a qualcosa, se  riusciamo a dare speranza in questa situazione, noi rispondiamo: “Sì!”, e con profonda convinzione. Il fatto stesso che siamo qui è molto importante! Ci prendiamo cura  di una folla di bambini e sosteniamo le loro mamme!

Lo scorso anno lo abbiamo fatto 34000 volte.

Per 34mila  volte abbiamo dato speranza!

 

I “clowns” al Baby Hospital

Qualcuno ha arricciato il naso al sentir parlare dell’arrivo dei clowns...  il  dolore  dei bambini dovrebbe andar trattato un po’ più “seriamente”, invece no, è importante  che si trovino per loro tutte le possibilità di ridere e di divertirsi. Così infatti è accaduto oggi, per la fantasia di 4 “mattacchioni”, venuti in Palestina dall’Italia: un’ora di risate e di incanto, di assoluta sorpresa per tanti bambini che si sono trovati davanti questa specie di dottori da circo con camici dipinti e colorati. I loro nomi “d’arte” sono: Dott. Arcobaleno, Dott.ssa Sbrodolina, Dott.ssa Mammola e Dott.ssa Caramella.

In un batter d’occhio la hall dell’ospedale si è trasformata in un palcoscenico, dove tutti, attori e spettatori, eravamo mescolati in una piacevolissima confusione. I bambini più grandicelli, di 2-3 anni,  trotterellavano attorno ai clowns totalmente abbagliati dai loro smaglianti colori. Le mamme si tenevano in braccio i più piccoli e si divertivano più di tutti, inclusa un’anziana nonna di grossa mole, vestita di nero. Le bolle di sapone, grosse, coloratissime, soffiate dolcemente dai clown, volteggiavano luminose attorno ai bambini e incantavano Shaed più d’ogni altro: un mondo di gioia e di magia che volava e volava, e poi, all’improvviso, scompariva...

Dopo essersi esibiti in scene da ridere a crepapelle, i clowns hanno visitato i reparti fermandosi ad ogni lettino e facendone “di cotte e di crude” per far divertire i bambini e attirare la loro attenzione. Ma la piccola Rima, ricoverata in isolamento a causa della polmonite di cui soffre, non ha potuto ricevere la visita dei clowns... povera piccola Rima...quanto avremmo desiderato vederti sorridere!

 

Intanto, non lontano dal Baby Hospital….

La costruzione del “muro di separazione” continua oltre Betlemme, implacabile, ed ora è la volta di Betjala, una cittadina di 15mila abitanti che si estende subito ad ovest di Betlemme, sulla collina più alta;  dalla sommità di essa lo sguardo abbraccia un  paesaggio di incantevole bellezza, dove la natura è incontaminata: sembra un pezzetto di paradiso terrestre rimasto tra noi. Noi lo conosciamo bene: è una delle mete preferite dei nostri tempi di relax. Per gli abitanti di Betjala è la terra dei loro padri, terra ricca di frutteti, di viti e di ulivi, di una varietà infinita di erbe aromatiche che crescono tra le rocce: terra di sorgenti d’acqua preziosa e pura. È l’unico spazio verde per loro, e spesso, l’unica alternativa alle tensioni quotidiane.

Da circa un anno le famiglie proprietarie di quelle terre (per la maggior parte cristiani), e noi stesse, guardiamo quasi smarriti  quel paesaggio incantevole: infatti, proprio sulla parte più alta della città si sta innalzando il muro grigio che la deruberà di una parte consistente del suo territorio. Georgette, un’anziana donna che vive sola con il suo cane, un giorno si è vista arrivare  le ruspe dietro casa (a pochissimi metri!), che hanno cominciato a  scavare all’impazzata. E come lei, molti altri guardano attoniti allo scempio che si sta facendo della loro città: è arrivato il loro turno, come c’è stato un turno per Betlemme e per le città e villaggi stretti dal muro. Anche per gli abitanti di Betjala il muro significherà perdere la proprietà di parecchi appezzamenti di terra,  vivere ancor più rinchiusi tra le loro strade polverose e strette, assenza di spazi verdi, spazi più ristretti, ulteriori limiti alla  libertà di circolazione, riduzione delle  risorse lavorative, conseguenze a livello psicologico, aumento di tensione, di conflitti, disgusto, senso di oppressione, di mancanza di respiro. Quella che prima era la loro terra, forse, potranno vederla da lontano, oltre il muro, oltre le “siepi” di filo spinato.

Nulla è strano in questa situazione: Il frutteto di Jamal (17mila mq.) è venuto a trovarsi all’interno di un insediamento ebraico! Se Jamal vuole raccogliere i frutti della sua terra, deve chiedere  il permesso  ai nuovi inquilini, e può dirsi fortunato, perchè fino ad oggi gli permettono ancora di vedere la sua terra. Lui si siede per un po’ all’ombra degli alberi e pensa, pensa continuamente. È un uomo buono, Jamal, mite e gentile, e gli abitanti ebrei dell’insediamento gli fanno un atto di cortesia, fino a quando sarà possibile. Tra breve il muro sarà costruito anche in quella zona, e la terra di Jamal, rimarrà di là del muro, annessa a Gerusalemme, inaccessibile.

Fa parte di questo piano di annessione anche la collina di Cremisan, luogo di silenzio e di rara tranquillità, dalla verdissima pineta e dai pendii ricoperti di viti e ulivi: luogo rinomato per il buon vino dei Padri Salesiani. Molti degli alberi del bosco sono già stati sradicati per far posto al muro. Nei pressi di questa collina Jamal possiede altri 30mila mq. coltivati ad ulivi: li perderà tutti.

 

Come si può parlare di pace di fronte a questa realtà?

Uno dei problemi più pesanti è la scarsità d’acqua,  vera questione politica.  La Palestina non è padrona delle proprie sorgenti d’acqua, non ne ha diritto.  Israele preleva per il proprio uso l’80% dell’acqua dei territori palestinesi e “permette” loro di usare il rimanente 20%.5 Anche se nella stagione invernale si gode della benedizione della pioggia, stranamente la quantità d’acqua concessa alla popolazione sembra sempre meno. Le conseguenze vengono pagate soprattutto dai poveri. Lo tocchiamo con mano  nella casa di Helen, che si prende cura di un fratello e di una sorella disabili, non autosufficienti, bisognosi di molte cure. “Spesso ci manca l’acqua, dice, anche per la pulizia personale, e la devo comperare”.  Non c’è acqua per i giardini, per gli orti, e tutto si secca. Eppure poco lontano, in Israele, i prati sono verdi e freschi anche sotto il sole infuocato dell’estate appena trascorsa, e i nuovi insediamenti ebraici che accerchiano Betlemme hanno acqua in abbondanza, con un uso pro-capite di gran lunga superiore a quello della popolazione palestinese.  

 

Il muro “artistico”

Mentre in Betlemme ci hanno rinchiusi con blocchi di cemento orribili a vedersi,  con sporcizia e immondizie che si accumulano e svolazzano in ogni direzione, (incluse quelle gettate per disprezzo dai soldati del check point), dalla parte Israeliana non è così: il muro è stato dipinto con cura, vi appongono scritte del tipo ”la pace sia voi”(!), come si nota presso il portone per entrare in Betlemme;  altrove il muro  è stato “abbellito” da collinette verdi che sembrano ridurne in parte le impressionanti dimensioni.“Il muro dovrebbe essere costruito ad arte, con un pò di gusto…intonato con il paesaggio…”, così si diceva, in mezzo a tante critiche per un orrore vivente che sta  trafiggendo la Terra Santa. Immaginiamo quindi che ad un certo punto architetti e artisti si siano messi a tavolino studiando come fare un “bel muro”, che non faccia impressione e che dia sicurezza senza far venire un colpo al cuore.

Così è sorto un nuovo tipo di barriera per dividere Israele e Palestina, un muro non di blocchi di cemento, ma di mattoni o mattonelle, di varie misure, armonici, con rilievi e colore  intonati con il paesaggio, perfino gradevoli all’occhio. Generalmente viene posto a fianco delle strade percorse solo da Israeliani, costruite però su territorio palestinese: strade larghe, moderne, tra colline tagliate senza pietà, strade immerse in un ambiente naturale da sogno, accompagnate dal “muro di separazione” in nome della sicurezza,  ma che è un muro gradevole d’aspetto: esso sbarra la strada ai Palestinesi e li obbliga a percorsi convulsi per raggiungere  località  in linea d’aria vicinissime.

Ma, muro grigio o muro artistico, per i Palestinesi significa la stessa cosa.

Ad essi ormai non rimane più che stare a guardare...,  come quel  gruppo di contadini che abbiamo visto seduti di là dal filo spinato, ad osservare attoniti  le terre a cui non possono piu'accedere.

 

Chi parla di Stato Palestinese?

Con un territorio costituito da isolotti, città separate una dall’altra, Cisgiordania separata da Gaza, economicamente  assoggettato a Israele, chi mai può parlare di Stato Palestinese? A noi viene da sorridere con tristezza, pensando a questa povera Palestina ridotta così, sotto la minaccia di vedersi strappare ulteriori terre per ulteriori insediamenti ebraici. Proviamo ancor più amarezza quando ci viene raccontato che  a volte sono stati  i Palestinesi stessi a vendere la propria terra, a volte costretti, a volte con traffici “sotterranei” di vario tipo: è un argomento di cui non si parla….se non di nascosto, perchè rischioso.

Chi mai può credere allo Stato Palestinese?

 

Poveri e ricchi nella stessa prigione

Intanto, nel Distretto di Betlemme, che include la città e i villaggi circostanti, lo spazio vitale si riduce e si restringe sempre di più, la popolazione gira sempre su se stessa, la città è sempre più affollata e caotica, crescono le tensioni e i conflitti nelle famiglie e tra le famiglie. Si riducono interessi e orizzonti, si riducono relazioni e contatti. Non potendo uscire liberamente dalla città, chi possiede denaro, cerca di usarlo per rendere meno spiacevole la vita,  si costruisce case bellissime e comode, cerca la buona tavola. In città aumenta vertiginosamente il numero dei ristoranti dando la sensazione che il cibo conti sempre di più. Il denaro e il benessere si concentrano sempre più nelle mani di pochi ricchi, dando via libera all’ingiustizia sistematica e organizzata: i proprietari dei negozi di souvenirs danno paghe “da fame” ai loro dipendenti, sono i primi a lamentarsi della situazione difficile,  ma nei loro negozi faraonici “spellano” i pellegrini e i turisti con prezzi da capogiro, organizzando perfino dei disgustosi sermoni sugli articoli messi in bella vista. Erano i primi a lamentarsi delle conseguenze disastrose dell’intifada, hanno licenziato operai e  dimezzato  salari. Dopo qualche tempo, li vediamo innalzare ville che sembrano castelli, sfacciatamente, mentre il numero delle famiglie povere  aumenta sempre di più.

Piuttosto che venire sfruttati in maniera così vergognosa, alcuni rifiutano il lavoro e preferiscono rimanere disoccupati.

I poveri di Betlemme portano avanti silenziosamente i loro drammi quotidiani, sono essi che vivono le conseguenze concrete di una situazione sociale e politica che non trova soluzioni; molti sopravvivono mendicando l’aiuto ad organizzazioni umanitarie, fino a quando anch’esse, “per non creare dipendenza”, così dicono, tagliano i programmi di aiuto, causando un’autentica disperazione in non poche famiglie.

Il governo si cura pochissimo dei cittadini, è piuttosto la corruzione che governa, il favoritismo. Gran parte delle risorse e dell’aiuto economico per la Palestina proviene dal mondo cristiano, ma se a Betlemme un cristiano chiede aiuto ad un’organizzazione governativa, può accadere che lo deridano e lo spediscano alle istituzioni gestite da cristiani,  come è successo a Rahigeh,  un’anziana donna che fa da madre e padre ai suoi tre nipoti rimasti orfani in un solo  giorno.    

 

I cristiani a Betlemme

I problemi di Betlemme pesano particolarmente sulla minoranza cristiana, sempre più decimata dall’emigrazione e ora ridotta sì e no ad un quarto  della popolazione. In tutta la Palestina (quasi 4 milioni di abitanti), i cristiani rappresentano l’1.5% della popolazione. Di quasi ogni famiglia cristiana ci sono membri all’estero, in alcune famiglie quasi tutti. I giovani se ne vanno perchè, chiusi dal “muro di separazione”, non trovano più lavoro, nè prospettive, e i padri di famiglia perchè non riescono a mantenere i propri figli. Rimangono tanti anziani, con scarso sostegno economico e bisognosi di cure.  

Essere minoranza qui è diventato molto difficile. Ai cristiani spesso viene chiesto di essere eroi, di resistere a denti stretti. Spesso però il fatto di essere nati nella città di Gesù Cristo non è sufficiente a trattenerli nella Terra Santa, specie in questi anni quando la costruzione del muro ha dato il colpo finale ai loro sogni di pace e di sviluppo sociale ed economico.

I cristiani si trovano “tra l’incudine e il martello”. I musulmani da un lato e gli ebrei dall’altro,  rivendicano questa terra tutta e solo per loro, ognuno dalla sua parte, e non nascondono la loro opposizione al fatto che i cristiani vivano qui, anzi, fanno tutto il possibile perchè se ne vadano, rendendo sempre più dure le loro condizioni di vita.  

Le difficoltà da parte del Governo di Israele a dare il visto e i permessi di soggiorno ai religiosi, si inscrivono in questa politica di “pulizia”. Non si dimostra apertamente l’ostilità verso i cristiani, così da attirare l’attenzione, ma tutto viene fatto in maniera sottile, subdola, complicando la vita quotidiana e aumentando le misure restrittive.  In nome della propria sicurezza non si riesce più a vedere i diritti dell’ altro, che pure  è un essere umano. Non si nega l’importanza e l’utilità della presenza cristiana, ma si preferisce una presenza “temporanea”, che non dia troppo fastidio, del tipo “va e torna”, “6 giorni di pellegrinaggio in tutto”, senza troppo coinvolgersi con la sofferenza e i problemi della popolazione, e che porti buoni vantaggi economici per il Paese.

Come tutti gli abitanti di Betlemme, i cristiani soffrono profondamente per la vita priva di libertà che sono costretti a vivere, come tutti stanno ore in coda ai posti di controllo, vengono umiliati, vengono derubati delle loro terre, sottostanno a tutte le restrizioni e  ingiustizie perpetrate contro la popolazione, anche se mai compiono atti di violenza ai danni di Israele.

Come tutti, essi pagano pesanti conseguenze, eppure, paradossalmente, essi continuano a provare nostalgia dei tempi dell’occupazione Israeliana (1967 – 1995), quando almeno si godeva di un pò di libertà.

Oggi, in questa Betlemme ridotta a prigione a cielo aperto, privati della più essenziale libertà di movimento e di conservare le normali relazioni con i familiari rimasti al di là del “muro di separazione”,  bloccati dal raggiungere Gerusalemme per andare a pregare sui Luoghi Santi, ostacolati nella vendita dei loro prodotti artigianali, umiliati e trattati anch’essi come potenziali terroristi, i cristiani tendono ad accumulare un profondo senso di vuoto, di delusione per il presente, di sfiducia e preoccupazione per il futuro.  Si devono adattare a vivere in “prigione”, o devono lasciare il Paese, facendo così il più grande favore a Israele, che vorrebbe a poco a poco “svuotare” queste terre; e un grande favore anche ai musulmani, molti dei quali ritengono i cristiani gente estranea e importata.

Uno dei problemi che causano insicurezza e preoccupazione nei cristiani è la mancanza di leggi e di norme che garantiscano  e difendano i diritti dei cittadini. Quello che sta accadendo in Betlemme a riguardo delle proprietà terriere evidenzia come essi siano facilmente esposti ad abusi e soprusi. Molti cristiani non vogliono parlare per paura di minacce e ritorsioni, ma qualcuno ha il coraggio di farlo, perchè non ha più nulla da perdere, come Emily e Salim, due coniugi ormai avanti negli anni, ma decisi a lottare contro un’ingiustizia che si trascina da mesi.

Alcune persone (o meglio, un’organizzazione criminale) di un villaggio vicino si sono impossessate della loro proprietà( 6mila mq. di terra), se la sono divisa con muri di cemento, distruggendo gli ulivi. Un rappresentante dell’Autorità Palestinese chiede 1000 $ per scacciare gli intrusi, riceve il denaro dalla coppia, ma non fa nulla per ripristinare i diritti lesi, e si tiene il denaro: sembra essere d’accordo con la stessa organizzazione di ladri. Alle reazioni dei due coniugi, gli usurpatori rispondono con minacce e violenza anche fisica: il pover’uomo, già di salute precaria e con i postumi di un’operazione al cuore, viene percosso e ancora oggi porta le conseguenze del trauma subito, trauma fisico e psichico.  Si rivolgono  a vari membri dell’Autorità Palestinese cercando il loro intervento, ma nessuno fa nulla. Si rivolgono al Presidente, che sembra prendere a cuore il loro caso,  ma ancora nulla.

Anche altre famiglie di Betlemme sono state derubate in modo simile, e le storie da raccontare sono molte....

Continua Emily: “Puoi ricorrere alla corte, ti rispondono con gentilezza, sembrano interessati al caso, chiedono di presentare il tale documento, poi il tal’altro…ma nessuno ti difende. Queste bande di ladri, hanno amici anche in corte, hanno contatti con avvocati: tu credi di trovare difesa, ma di nascosto quelli ti sono nemici, trovano continuamente pretesti per posporre e non affrontare il caso”.

Per arrivare ad impossessarsi di un certo pezzo di terra, le organizzazioni criminali cominciano con la raccolta di informazioni sui proprietari,  e a questo scopo ingaggiano cristiani, che ricevono lauti compensi. Intanto presso l’ufficio di registrazione delle proprietà emergono  strani documenti. I due coniugi parlano chiaramente di falsificazione di firme con la collaborazione di rappresentanti dell’Autorità Palestinese. Altri proprietari sono stati convinti, subendo minacce e pressioni, a firmare documenti compromettenti, per il loro “vantaggio”.  Alla fine, ma troppo tardi, il proprietario si accorge che non è più padrone della sua terra.

È  la  “mafia della terra”.

Mentre la voce le si ferma in gola, Emily ci indica desolata  il loro appezzamento di terra,  ora devastato.

La situazione di Betlemme è molto delicata in questo momento. Molte famiglie sono emigrate in altri paesi, spesso lasciano le loro proprietà in custodia a vicini, e tornano  dopo un certo tempo per concludere i contratti di vendita. In queste condizioni le terre possono diventare ancor di più facile preda.

“Non comperate terra dai cristiani, fra un pò di tempo l’avremo tutta gratis”, così dicono in Betlemme, sapendo della debolezza della minoranza cristiana.

Questo è solo un piccolo squarcio su quanto avviene a danno  di persone indifese.

Molti sono così disgustati da questa situazione che non possono pensare ad uno Stato Palestinese governato da gente così “ladra e corrotta”.

Betlemme, 2 dicembre 2007

 

 

Pagina diario scritta da: AUG a 10:14 | link | commenti | | Torna su
bambini, israele palestina, rassegnastampa, stranieri in italia

martedì, 20 novembre 2007

20 novembre -  Quando si cancellano le mail

Volevo continuare il discorso di ieri, ma avrei molto da dire e oggi non ho tempo.
Perciò interrompo quel filone, riservandomi di riprenderlo, per dare una notizia …stravagante.
La mattina ascolto la rassegna stampa di Prima pagina, a prescindere dalla mia convergenza  con chi la conduce, anzi con un particolare interesse per i giornalisti che mi sono ideologicamente estranei perché ritengo importante, non potendo munirmi di una serie ampia di quotidiani (che non avrei nemmeno il tempo di leggere), confrontarmi con una pluralità di opinioni.
Questa settimana la rassegna è condotta dal giornalista Marcello Foa, inviato de Il Giornale. Un ascoltatore gli ha telefonato chiedendo informazioni sulla Convenzione “per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza” di cui aveva sentito alla televisione.
Il giornalista, che evidentemente non conosceva o non ricordava il documento, dopo aver affermato che non ne aveva trovato notizia nei giornali da lui consultati (eppure oggi ricorre l’anniversario della approvazione di quel documento) gli ha risposto in modo confuso concludendo “magari mi informo e domani ne parleremo, se ne avremo l’opportunità”.
Prima di scrivere ho verificato tutto e chi volesse farlo può andare al sito web:
http://www.radio.rai.it/radio3/primapagina/index.cfm
da cui può passare alla riproduzione in mp3 (e ascoltare e scaricare quanto detto)
http://www.radio.rai.it/radio3/podcast/lista.cfm?id=811
Ho pensato di far cosa utile (e poi mi indigno sempre quando si sorvola sui diritti dei minori) scrivendo a Prima Pagina (primapagina@rai.it) e indirizzando la nota che trascrivo al giornalista e alla redazione.

“La Convenzione di New York (1989) sui diritti del fanciullo (orribile traduzione italiana di ‘child’ che, convenzionalmente, indica il minore)  nel nostro stato è legge 
- pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell'11 giugno 1991, n. 135)
La prego di informarne gli ascoltatori: ne hanno diritto e lo hanno soprattutto i minori”

Ho ricevuto la risposta automatica che ricopio:

Your message
  To:      Redazione Primapagina
  Subject: per il giornalista che conduce P.P. e per la redazione
  Sent:    Tue, 20 Nov 2007 08:38:07 +0100
was deleted without being read on Tue, 20 Nov 2007 10:18:24 +0100

Per chi fosse interessato il numero verde che dalle 7 del mattino consente il contatto con la redazione è 800050333.
augusta

21 novembre -  Chi ha paura dei diritti dei bambini

Riprendo oggi l’argomento trattato ieri –e speravo di finirla lì – senza scrivere un post staccato dal precedente perché mi farà  piacere, se saranno letti, che lo siano congiuntamente.
Questa mattina non potevo telefonare a Prima Pagina (per cui avevo scritto il messaggio, ieri cancellato dalla redazione, che mi sembrava di urgenza assoluta) ma potevo ascoltare.
Il problema “giornata dell’infanzia” (perché giornata dell’infanzia e non “dei diritti del minore”, dato che della ricorrenza della Convenzione di New York del 1989 si tratta?) si è riproposto a Prima Pagina con riferimento ai bambini soldato.
Il conduttore della trasmissione ha detto due parole sulla questione, rifacendosi ad un articolo de L’Unità, è tornato a citare la giornata “dell’infanzia” e ha finito lì.
Anche oggi ho riascoltato la trasmissione (perché a volte dubito di me stessa, quando le questioni che attirano la mia attenzione sono troppo grossolane per essere credibili senza riserve) e ora posso dire con certezza che mai gli è sfuggita la parola “diritti”.
Che sia censurata? Da chi? Perché? E se censurata non è perché non viene pronunciata quando è necessario riferimento?

augusta

 

Pagina diario scritta da: AUG a 11:44 | link | commenti (2) | | Torna su
bambini, rassegnastampa

sabato, 13 ottobre 2007

La strage degli innocenti   Gideon Levy, Ha'aretz, Israele


Nell'anno ebraico appena concluso sono stati uccisi
dieci israeliani e 457 palestinesi:
92 erano bambini o adolescenti.
Un massacro che non ha precedenti


Chi mi conosce sa che apprezzo molto il quotidianio israeliano Ha’aretz e, in particolare, il giornalista Gideon Levy per il suo interesse verso i bambini.
Ne ho scritto parecchie volte (per esempio il 18 luglio di quest’anno e, prima, il 6 novembre dello scorso anno).
E chi mi legge sa che sono restia a pubblicare pezzi particolarmente orrifici, ma questa volta ho ceduto all’autorevolezza di Levy e al fatto che gli orrori non fanno parte di propaganda alcuna ma sono “oggettivamente” riportati da un quotidiano israeliano, noto per la sua obiettività.
Così lo scrittore David Grossman ha salutato suo figlio morto in guerra un anno fa:
Hai illuminato la nostra vita, Uri. Io e la mamma ti abbiamo cresciuto con amore. Era così facile volerti bene, con tutto il cuore, e so che anche tu sei stato bene. Che la tua breve vita è stata bella. Spero di essere stato un padre degno di un figlio come te”.
Il fatto che la breve vita di Uri fosse stata bella diventa elemento di consolazione, ma quanti dei bambini di cui scrive Levy hanno avuto una vita bella?      
 augusta



La strage degli innocenti 
 

L’anno appena trascorso è stato piuttosto tranquillo. Secondo l