Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

Eccomi

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Per prelevare l'indirizzo feed di questo Blog, utilizza il mouse con la funzione 'Tasto destro, copia collegamento'. Per leggere i contenuti tramite Feed, puoi scaricare e utilizzare l'aggregatore di Freereader, che trovi all'indirizzo http://download.html.it/recensione.asp?recensione=1489. Questo Feed XML è offerto da www.jelot.net/rss/rssify.php

Blogger: AUG
Nome: Augusta

Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

visitato *loading* volte

 
giovedì, 14 febbraio 2008

Ho ricevuto dalla mia amica Makiko Yamada,  giapponese trasferita in Italia a seguito del suo  matrimonio, una lettera che mi ha dato conforto in un periodo molto brutto e mi ha stimoltato la decisione di riprendere a scrivere su questo mio diario.  
Spero che la notizia arrivi ai giornali locali (e non solo locali) e che l’impegno di Makiko   trovi il riscontro che merita.                                         augusta

 

Un premio della Fondazione Giapponese “Foundation for Encouragement of Social Contribution-Syakaikoken-shou” per Makiko

 

Ho ricevuto il premio per il mio contributo sociale dalla “Foundation for Encouragement of Social Contribution-Syakaikoken-shou” il 13 Novembre 2007 a Tokyo.

Questa fondazione Giapponese assegna ogni anno un premio alle persone meritevoli, che hanno contribuito con un’azione a salvare delle persone da un incidente, oppure che per più di 15 anni hanno continuato fare del bene per la società civile e che non hanno ancora ricevuto un riconoscimento.

Quasi tutti i casi sono segnalati da persone amiche o da un’associazione o da un amministratore di comunità che sa dell’ esistenza di questo premio.

Queste nomine vengono poi selezionate ed esaminate dalla Fondazione stessa

– quest’ anno ci sono state 208 domande e sono stati premiati 43 casi.

E’ stata una persona amica del mio paese a presentare la mia nomina, poi un consigliere di questa Fondazione è venuto verificare le mie “credenziali” nell’agosto dell’anno scorso a casa di miei genitori, a Hokkaido, dove per caso mi trovavo.

Il motivo per cui questo premio mi è stato assegnato e’ di fare da ponte fra l’Italia e il Giappone per la causa di Hiroshima e Nagasaki e i suoi testimoni da più di 15 anni,con sacrificio e passione, nonostante gli impegni della famiglia e del lavoro.

Per Esempio nell’estate 2007 ho scritto un libretto con Suzuko sulla diffusione

dell’ albero Aoghiri in Italia, che sta assumendo dimensioni sempre più grandi ed è diventata una realtà.

Infatti da qualche anno l’albero Aoghiri e il suo seme viene richiesto dalla comunità di Primulacco che ha collegato il concetto della pace dell’Aoghiri alla sua festa dei fiori.

Il 29 Ottobre dell’anno scorso ho organizzato una mostra fotografica intitolata “ No more Hiroshima e Nagasaki” all’Università di Pordenone e ho collaborato ad un’ iniziativa che prevedeva la testimonianza di tre professori giapponesi venuti a Roma, dove ho quindi mandato un Aoghiri per la pace che e’ stato trapiantato – appunto- a Roma.

L’ 8 gennaio è venuto inoltre a suonare un gruppo di Kokarinisti, con gli strumenti costruiti con albero morto ( si chiama Enoki in giapponese, il nome italiano e’ bagolaro cinese) dopo il bombardamento atomico di Hiroshima,

Ho trovato una grande disponibilità presso il Centro Ernesto Balducci, per collegare con “un ponte”  il Giappone con Italia, e non solo.

In generale, la motivazione del premio e’ l’aver fatto una cosa utile per la società e il continuo migliorare per una causa, anche quando non riconosciuti pubblicamnete.

In effetti due persone prima di me sono state riconosciute per il loro impegno a prendersi cura delle gente che sono senza fissa dimora e che vivono fino alle fine della loro vita nel “quartiere proibito” di Tokyo .

Dopo di me una Vietnamita che vive negli Stati Uniti e aiuta le vittime delle mine anti-uomo. Poi due suore giapponesi che lavorano per gli immigrati in Sudamerica da 40 anni.

Il sito di fondazione e’ www.fesco.or.jp , disponibile anche in inglese.

E' una realtà del Giappone finora anche a me sconosciuta.

C'erano solo quattro stranieri a essere premiati, e il più anziano era un medico russo che vive al centro di Tokyo, lavora nella sua clinica e presta da tanti anni soccorso alle persone immigrate in difficoltà.

Mi sono presentata alla cerimonia di premiazione con un vestito friulano perché sono ormai passati 27 anni dal mio arrivo in Friuli,che è quindi diventato la mia seconda patria di fatto.

Un proverbio giapponese recita “Ai yori aoku” e significa,”il colore blu dell’acqua in cui è  è stata colorata di blu è più blu della stoffa stessa”. Vuol dire che una persona o un allievo deve impegnarsi di più rispetto alla visibilità del risultato.Una stoffa blu come quella del vestito friulano che portavo.

Il giorno dopo la cerimonia sono andata a trovare Suzuko a Hiroshima: lei si trovava in ospedale, ha avuto un raffredore e ha trovato un’inclinazione a una costola.

Ho parlato con Sig. Yamada e li ho ringraziati.

Non e’ facile ricordare e trasmettere una tragedia alla nuova generazione per non ripetere gli errori della storia.

Spero di mantenere sempre il significato profondo di questa missione per rendere i nostri rapporti più umani e di conseguenza migliorare l’umanità.

Colgo l’occasione per ringraziare le persone che collaborano con il Centro Balducci, e miei familiari e in particolare mia suocera Maria che mi ha aiutata fare sbocciare i semi di Aoghiri.

Grazie a tutti quelli che mi sono stati vicini

Pagina diario scritta da: AUG a 08:12 | link | commenti (1) | | Torna su
donne, culturapace

domenica, 26 agosto 2007

Tre anni dalla morte di Enzo Baldoni …

 

… e mi permetto qualche riferimento al mio blog, non per narcisismo ma per una ragione, spero, obiettiva.
La prima è il mio sforzo di ricercare, per quanto tempo, capacità ed energie mi consentano, notizie e commenti –a volte piccoli, a volte ampi, autorevoli, ma volatili nella memoria- occultati o esibiti ma poi sepolti  sotto una marea di altre informazioni di cui si dimentica la connessione con le precedenti.
Il rozzo sistema di “categorie” che mi sono costruita mi permette ricerche relativamente veloci, a beneficio almeno della mia memoria che ormai si avvale anche di stampelle per esistere e, forse, resistere. So che esistono i sistemi anche più sofisticati per andare direttamente ai riferimenti, ma non li so usare.
Nel mio precedente blog <betlemme.splinder.com> avevo scritto parecchio nei giorni della scomparsa e della morte del giornalista (ho frettolosamente recuperato le date del 26, 27 e 29 agosto 2004), ma è chiaro che il testo fondamentale per conoscerne il lavoro é il suo blog, ancora fortunatamente attivo:     
http://bloghdad.splinder.com/


Scrivevo un anno fa:

In agosto si è silenziosamente celebrato  il secondo anniversario della morte del giornalista Ezio Baldoni che, come Grazia Cutuli (uccisa in Afghanistan nel novembre del 2001) e altri, troppi  giornalisti, ha pagato con la vita l’impegno di informarci.
Non c’è stato nulla di “ufficiale” a ricordarlo, se non in settori definiti e limitati della società civile, così come è stato sottovalutato il sacrificio del pacifista Angelo Frammartino, ucciso per errore a Gerusalemme.
*
Forse così hanno voluto le famiglie (e probabilmente per le famiglie è meglio così) ma io ricordo il furore mediatico attorno al rapimento di quattro guardie del corpo in Iraq nel 2004, rapimento che si concluse con l’assassinio di Quattrocchi. Attorno ai quei quattro si creò una sorta di ammirata solidarietà nazionale, vistosamente proclamata da noti personaggi, solidarietà urlata e sbandierata che a Baldoni e Frammartino è stata –nelle sue forme ufficiali – negata.
Probabilmente i corpi cui i quattro facevano la guardia avevano – ufficialmente- maggior valore della ricerca della verità e della costruzione della pace.

NOTA* Frammartino è stato ucciso a Gerusalemme, lungo le mura della vecchia città, il 10 agosto 2006. Il suo assassino, un palestinese, ha spiegato il suo gesto dicendo che pensava trattarsi di un colono israeliano. Io vorrei che ragionassimo su queste parole per chiederci, stabilito che questa affermazione trova il suo spazio naturale nelle terre sotto occupazione militare (si vedano le dichiarazioni del presidente del museo dell’Olocausto che ho riportato il 24 gennaio scorso ), fin dove possiamo parlare di resistenza e fin dove di terrorismo.

Riporto poi un passo di un articolo di Barbara Spinelli (La stampa 29/08/2004  -   Il martire di Baghdad  di Barbara Spinelli):


Fa bene Sergio Romano a osare la parola martire, a proposito dell'assassinio di Enzo Baldoni. Ogni martire è testimone, e questa era l'idea che Baldoni si faceva del proprio mestiere: non opinionista e neppure corrispondente, ma semplice reporter che coglie l'attimo e lo narra nella sua nudità. Nei suoi blog, su Internet, si definiva un turista di guerra e faceva perfino l'elogio dell'ignoranza: «A volte l'ignoranza è un vantaggio. O hai approfondito per anni un Paese, o ci vai tabula rasa. Arrivi senza preconcetti e, per sbaglio, ti capita di vedere quello che altri non vedono. Lo sguardo di Candide...».
Il Candide di Voltaire scopre nel suo girovagare che il mondo non si dirige nella migliore delle direzioni possibili, che è fatto di rumore e di sangue, che l'irrazionale ha un suo granitico potere di seduzione, che non è vero quel che dicono i falsi ottimisti, per cui le prove del male non contano: che il razionale coincide ineluttabilmente con il reale, che il mondo e la politica o sono razionali, o non sono reali. «Mi piace l'idea di viaggiare per sbaglio», scriveva Baldoni su Bloghdad (http://bloghdad.splinder.com) e cercava di imparare divertendosi: «Adesso sta a me far vedere che non sono un quaquaraquà europeo». Il 7 agosto raccontava i tre modi di recarsi a Baghdad: il modo dei «giornalisti stagionati e annoiati»; degli «iracheni di ritorno, mesti e preoccupati»; e infine dei «ragazzoni muscolosi, di poche parole ma di molto fisico».

E ancora parecchi mesi dopo, sempre Spinelli: (
La stampa 6 febbraio 2005. Finisce l'illusione, comincia l'Iraq)

Noi, come tutti i cittadini italiani, non sappiamo cosa stia realmente accadendo in Iraq.
La situazione irachena è estremamente ingarbugliata. Le informazioni che abbiamo sono parziali e filtrate dai comandi militari che fanno sapere, come succede in ogni guerra, solo quello che a loro interessa. Quei giornalisti indipendenti che non si sono accontentati delle informazioni dei militari sono stati uccisi, e sono finora già una trentina, fra cui il povero Enzo Baldoni.

E usando di quello “sguardo di Candide” che la Spinelli così bene ci ha offerto, riporto ancora una pagina del mio blog:

Leggo sul Corriere della sera di oggi – 14 settembre 2006- un articolo di Fiorenza Sarzanini “Nassiriya, soldati italiani a processo”, così segnalato in prima pagina:
”Spararono contro i civili durante la battaglia dei ponti di Nassiriya, 5 agosto 2004: il rinvio a giudizio chiesto dalla Procura militare per tre soldati italiani, accusati di aver colpito un’ambulanza, uccidendo quattro persone”.
Nel contesto dell’articolo (a pag. 5 e, sottolineo, del Corriere della sera) si legge:
”Il 25 gennaio scorso Allocca (torrettista e capo arma del mezzo anfibio d’assalto AAV7 in forza ai lagunari del Serenissima) arriva davanti ai magistrati. E ammette: <Sparai contro il mezzo perché così mi fu ordinato dal maresciallo Fabio Stival”>.
L’accusato aggiunge che se avesse saputo che si trattava di un’ambulanza avrebbe chiesto “spiegazioni al superiore”… (fine della citazione).


Come che sia siamo alla solita obbedienza, potenzialmente omicida, tipica della cultura militarizzata

Scrivevo l’undici dicembre 2005, riportando il testo di un filmato diffuso da Rainews24 e pubblicato giovedì 8 dicembre dal Corriere della sera on line (parlano sempre i militari italiani combattenti nella “battaglia dei ponti a Nassiriya):
”E’ ancora vivo quello?”.   “Guarda come si muove ‘sto bastardo”.   “Guarda com’è bellino per terra”.    “Alza la testa …  ma dev’essere ferito di brutto”      ”Luca, annichiliscilo”
Luca esegue con successo: non sappiamo se l’annichilito sia militare o civile, uomo o donna, vecchio o giovane. Che importa! E’ solo un effetto collaterale, uno dei tanti!
Ai morti nemici bisogna togliere ogni traccia di identità per renderli disumani.
Questo è uno degli obiettivi della guerra.
Certamente siamo lontani dal poter sperare in una pace piena, tale da non essere ridotta alla ‘non-guerra’, ma le adesioni sciagurate e improvvide alla politica USA del dopo l’11 settembre 2001 hanno reso difficile e lontano il raggiungimento della pace vera.

E credo che il ricordo migliore di Baldoni siano le su parole (l’indicazione per raggiungere il suo blog si trova all’inizio di questa raccolta di frammenti)

 

"Mettiamola così: nelle prossime 24 ore ho la possibilità abbastanza concreta di crepare. Ovviamente non succederà - ma, se dovesse succedere, sappiate che sono morto felice facendo quello che più mi  piace al mondo: viaggiare in paesi che non hanno mai visto un turista prima di me."

"Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch'io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L'indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato".    [ENZO BALDONI]


E per concludere, un commento che condivido totalmente             augusta

La Stampa martedì 31 agosto 2004 
IL DIRETTORE DI LE MONDE: QUESTA GUERRA E’ STATA DICHIARATA A TUTTE LE DEMOCRAZIE                  «Impensabile una Maginot»   di Jean-Marie Colombani


Di fronte all’odioso ricatto al quale, attraverso due giornalisti, è sottoposta la Francia, contano solo la solidarietà del Paese, espressa dal presidente della Repubblica, e la speranza che si concludano felicemente gli appelli alla ragione, ammesso che questa parola abbia un significato per dei sequestratori che si sono già macchiati del vile assassinio del nostro collega italiano Enzo Baldoni.
La nostra solidarietà va innanzitutto alle famiglie di Christian Chesnot e Georges Malbrunot, così come ai nostri colleghi del «Figaro», di Rtl e Rf11. Non possiamo dimenticare la particolare esposizione al rischio di tutta una categoria professionale, che ogni anno paga con un pesante tributo l’esercizio - per conto di tutti - della libertà d’espressione, come ricorda continuamente l’associazione «Reporters sans frontières».
Professione a rischio, rischio accettato consapevolmente: perché la stampa libera è il posto più avanzato della difesa dell’ideale democratico. Ovunque, chiunque cerchi di stabire un regime autoritario comincia sempre con il voler mettere la museruola alla stampa. Ancor più quando si tratta di gruppi - o di movimenti - che, nel nome di un Islam integralista, conducono una guerra ideologica contro la democrazia.
Questa guerra voluta dal terrorismo che si appella all’Islam riguarda - come sappiamo sin dal primo giorno - tutte le democrazie. Nessuna è al riparo e nessuna diplomazia può pensare di costruire una qualunque linea Maginot capace di proteggerci meglio dei nostri vicini spagnoli o italiani dalla volontà di morte che è all’opera dagli attacchi dell’11 settembre 2001.
Si toccano così i limiti dell’antiamericanismo, che troppo spesso sembra prendere il posto della politica estera francese. Anche se la mobilitazione qua di Yasser Arafat, là delle massime autorità sunnite ci differenzia fortemente dalla diplomazia italiana, alla quale una mobilitazione del genere è totalmente mancata.
Se noi siamo «il nemico lontano», non dobbiamo però dimenticare «il nemico vicino», la principale posta in gioco di questa guerra: le masse musulmane. L’obiettivo ricercato è il controllo ideologico dell’universo musulmano affinché questo, quando è presente a Parigi, a Londra o a Madrid, faccia prevalere la sharia sulla legge.
Da questo punto di vista, la reazione della Francia, del suo presidente e dei leader della comunità musulmana, è doppiamente salutare. Salutare per la comunità musulmana che - indipendemente dalle divisioni interne - mostra, attraverso le dichiarazioni più autorevoli, di aver compreso il messaggio per quello che è: una minaccia per lei stessa, per tutte quelle e quelli che vogliono far vivere un Islam francese, in Francia. E salutare per la repubblica francese, che fa prova della sua capacità di superare un disaccordo - la legge sul velo - per evitare di piegarsi a un ricatto esterno.
Era possibile - e, ai nostri occhi, legittimo - criticare un passo che pretendeva di regolare per legge, come per miracolo, la questione dell’integrazione scolastica. Erano possibili altre vie, che lasciavano un maggior spazio alla pedagogia: non è quello il minimo che ci si possa aspettare dalla scuola?
Ma, di fronte al ricatto, non c’è che una risposta: tra il velo e la scuola, essendo la legge quella che è, le giovani musulmane devono scegliere la scuola. E togliersi il velo quando ci entrano. Tocca poi alla società francese accettare che quelle ragazze, fuori dalla scuola, si presentino come vogliono e dunque - se questa à la loro scelta - con il velo sul capo. Questo non significa per nulla rinunciare alla lotta per l’uguaglianza dei sessi e contro l’oppressione delle donne. Ma quella battaglia lì - che è una battaglia di idee - non passa attraverso la repressione.
Noi sappiamo anche - e non avevamo nessun bisogno di vivere questo episodio angosciante per ricordarcelo - che la questione centrale della società francese è propria quella dell’integrazione. Viviamo una sorta di corsa contro l’orologio che ci ordina di favorire la generazione che sarà quella della sedentarizzazione - in francese si direbbe della «laicità» - dell’islam d’Europa: urge dunque che siano sempre più numerosi le donne e gli uomini di confessione musulmana che faranno vivere le nostre pratiche democratiche. Proprio quelle che gli estremisti che hanno catturato due giornalisti francesi vorrebbero vederci rifiutare.
Copyright Le Monde

Sarebbe bello se qualcuno, fornito di ricordi sugli argomenti di questa pagina di diario, ne scrivesse. I commenti sono a disposizione.                augusta

 

Pagina diario scritta da: AUG a 10:59 | link | commenti | | Torna su
rassegnastampa, guerra conflitti e violenze, diari di augusta, culturapace

sabato, 04 agosto 2007

Riporto un testo che ho tratto da Repubblica del 3 luglio (anche se quasi tutti i quotidiani ne parlano). Vi si può leggere la descrizione del fatto (e il riferimento al sito web permetterà a chi lo voglia di vedere i disegni dei bambini del Darfur).
Scriverò un mio commento perché quei disegni mi hanno risvegliato ricordi che non voglio rimuovere.
Lo farò alla fine così, chi non ha voglia di leggere il mio personale racconto dei primi anni ’90, può lasciar perdere.                                                   
Domani invece riporterò un articolo del prof. Cassese sull’argomento
augusta

http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/darfur-disegni/darfur-disegni.html
(sito web che permette di vedere i disegni dei bambini).

Nei disegni dei bimbi del Darfur le prove dell'orrore del genocidio (3 agosto 2007)

"Una ricostruzione quasi fotografica dei massacri visti da occhi incolpevoli"
Servono a smentire la tesi del governo sudanese che nega ogni responsabilità

Bombe contro i civili, fosse comuni, decapitazioni, villaggi incendiati o distrutti, i sudanesi che attaccano con tank ed elicotteri e la popolazione che si difende con le frecce. Questo hanno visto i bambini del Darfur, e questo hanno raccontato in 500 disegni quelli tra loro che sono riusciti a fuggire e a trovare rifugio nei campi profughi del Ciad.

Adesso questi disegni saranno consegnati alla Corte penale internazionale che accusa il ministro degli Affari umanitari sudanese, Ahmed Muhammed Harun, e uno dei leader delle milizie janjaweed, Ali Mohammed Ali Abd-al-Rahman, di crimini di guerra.

Dai fogli e dalle matite colorate distribuiti ai bambini per distrarli mentre le loro madri venivano intervistate sulle atrocità che avevano visto durante la guerra è emersa una "prova", tanto involontaria quanto significativa del genocidio. Almeno questa è la speranza della organizzazione non governativa Waging peace che ha raccolto i disegni dei piccoli e li consegnerà alla Corte. "I bambini hanno fornito una registrazione fotografica", ha detto Rebecca Tinsley, direttore dell'organizzazione. "Quanto emerge dalle immagini supporta quello che sappiamo che sta accadendo in Darfur e contraddice quello che afferma il governo sudanese".

 

 

Qui inizia il testo troppo personale, forse….ma un diario è un diario.

Non posso far a meno di parlare dei disegni dei bambini, ma non posso e non voglio limitarmi alla consueta esibizioni di orribilmente buoni sentimenti, perciò devo contestulizzare.

Era il 1991: la regione Friuli-Venezia Giulia, a ridosso del confine dell’allora Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia, ne vide immediatamente l’inizio della distruzione.
Era giugno e i cosiddetti 10 giorni della Slovenia mostrarono le truppe della Repubblica slovena in conflitto con quelle della Repubblica Federativa.
Attorno a Gorizia c’erano punti privilegiati per andar a vedere i fuochi della guerra locale, le cui uniche vittime della violenza militare furono alcuni camionisti provenienti dall’est Europa (forse dalla Romania: qui oggi non faccio verifiche e do spazio solo ai miei ricordi) bloccati in fila al confine chiuso.
Poi la Croazia, la Bosnia (il riconoscimento della cui statualità – primo stato ad agire in questo senso fu la Città del Vaticano, regnante Giovanni Paolo II) … e il vaso di Pandora si scoperchiò del tutto.
Non voglio fare la storia di quella guerra ma non posso dimenticare i miliziani croati che vidi una sera a Fiume passeggiare in divisa con il rosario infilato nelle mostrine, la cui croce sbatacchiava al ritmo dei passi, sull’icona degli Ustascia che li contraddistingueva, cucita alla manica sinistra, in alto. Vedevo meglio di adesso, ma non troppo da lontano: però, se mi avvicinavo a quelle mostrine, quei tizi le esibivano con orribile orgoglio.
Ce n’erano di varie fogge ma io ero in grado di riconoscerne una.
Qui si potrebbe (e si dovrebbe ) aprire un altro ragionamento … ma lasciamo perdere.
Immediatamente iniziò il flusso dei profughi. L’Italia riesumò una vecchia legge con cui aveva accolto i discendenti degli italiani cacciati dalla Libia e l’applicò ai membri della comunità italiana slovena e croata.
Ma i profughi non erano solo discendenti di italiani e, per accogliere chi “italiano” non era, fu inventata una formula (applicata nel bene e nel male) “ turisti umanitari”.
Constatato che non era possibile applicare la convenzione di Ginevra e riconoscerli rifugiati politici. si votò (settembre 1992) la legge 390 e i turisti umanitari divennero
sfollati delle Repubbliche sorte nei territori della ex Jugoslavia”
Un gruppo di competenti parlamentari seriamente pacifisti (e a mia memoria fu l’ultimo caso in cui il lavoro preparatorio fu fatto in contatto con rappresentanti istituzionali in regioni e enti locali, loro collegati attraverso l’associazione per la pace) riuscì a far approvare l’art.2bis: “ La Repubblica italiana è impegnata a garantire comunque l'ingresso e l'ospitalità ai giovani cittadini delle Repubbliche ex- jugoslave che siano in età di leva o richiamati alle armi, che risultino disertori o obiettori di coscienza".
Qui, secondo me, si dimostrò l’incapacità e la fragilità culturale del mondo associativo che io ritenevo capace di cogliere il significato politico innovativo di quel testo e di “imporne” l’applicazione. Nella nostra regione lo compresero solo sparute, ininfluenti minoranze, la maggioranza consentì che un (spesso improprio) controllo ai confini rimandasse a morire ammazzati  pacifisti autentici e persone che avevano imparato “sul campo” il significato di una guerra opportunisticamente rappresentata come interetnica.
I “politici” approfittarono per acquisire consenso al loro disimpegno e peggio (sarebbe qui il caso di discutere anche l’uso abiettamente razzista, ma accolto dal pacioso silenzio dei “buoni”, che la Lega Nord fece pochi anni dopo l’approvazione della legge 390) e le associazioni importanti, quelle che non avevano dato fastidio (o lo avevano fatto con meno visibilità) poterono trionfalmente esibire loro attività di beneficenza in luogo della tutela dei diritti. Certamente anche la beneficenza è necessaria se non c’è una garantita distribuzione delle risorse (acqua compresa!) secondo un principio di giustizia, ma occorre esserne consapevoli.
E non parlo di certe pubbliche manifestazioni fondate su slogan emozionali costruiti al di fuori di ogni seria analisi della situazione contestuale.
E’ un mondo che io ho abbandonato, anche –ma non solo- per questa ragione; in parte l’ho fatto attorno al 1995 e, definitivamente, nel 1997 (ma questa è un’altra storia).
 
E così finalmente arrivo ai bambini.
L’Italia è firmataria della Convenzione di New York del 1989 - che nel nostro stato è legge (LEGGE 27 maggio 1991 n. 176. - pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell'11 giugno 1991, n. 135). Mai ne ho sentito parlare nel contesto di convegni autorevolmente organizzati (o meglio se ne parla, ma solo in convegni di specialisti, come se il problema dei diritti dei minori – tale è il significato della parola “bambini”, come convenzionalmente assunta nella Convenzione – fosse un corpo separato, estraneo ai “
doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. art.2 Costituzione Repubblica italiana”).
Comunque quando ho visto i disegni dei bambini del Darfur ho sentito un vero pugno nello stomaco. Sono uguali a quelli che i bambini della ex Jugoslavia avevano realizzato nel 1992/93; che da una parte ci siano le case, dall’altra le capanne, poco importa.
La testimonianza del fuoco e del sangue è la stessa, la minuziosità nel disegnare le armi la stessa, l’intuizione che l’oppressore, se non il massacratore, porta una uniforme (un piccolo ragionamento sulla parola “uniforme” ci sta bene: tutti uguali nell’apparenza a testimonianza di cervelli omologati!) e non solo.
Disegni uguali ne ho visti nel 1997 anche in una scuola di Ramallah.
In più là c’erano le ambulanze che trasformavano il macello in un rito: uno cade, lo si soccorre (o lo si porta al cimitero) e si ricomincia.
Sarebbe molto interessante uno studio comparato dei disegni: oltre le emozioni da pasta Barilla, per favore.
Come possono crescere bambini così?
Ricordo che i disegni dei bimbi ex Jugoslavi furono presentati in una bellissima mostra (che io andai a vedere anche a Milano), per i bimbi di Ramallah credo di avere la fotografia di qualche disegno (se mai riordinerò le mie diapositive: allora non avevo la camera digitale), i disegni dei bimbi del Darfur sono a disposizione di tutti (le tecnologie come strumenti di conoscenza non manipolata come i giornalisti “embedded”?).
Perché non farne un ragionamento oltre i confini e trarne qualche indicazione propositiva di politica internazionale?
Scatta la mia autocensura: bestia perché continui a pensare al futuro? Non ti ricordi in che mondo e in che regione vivi?
Cara autocensura, sono fatta così: essere impenitente nella stupidità non è un reato, anche se ti riduce alla solitudine.
Ah dimenticavo, uno dei disegni dei bimbi del Darfur è diventato l’immagine del mio schermo: così, almeno io, starò male tutti i giorni e sarò stuzzicata a pensare a qualche modo per uscirne. Non se ne esce da soli, diceva Bertolt Brecht e. aggiungo io, nemmeno costruendosi artatamente cucce privilegiate, chiuse a chi non ci è “uniforme”,
augusta

Pagina diario scritta da: AUG a 10:05 | link | commenti (2) | | Torna su
bambini, rassegnastampa, guerra conflitti e violenze, diari di augusta, culturapace

venerdì, 03 agosto 2007

I materiali che ho raccolto oggi sono così sovrabbondanti che non so come farò a “smaltirli” tutti, tanto più che molti – all’interno della mia concezione politica – si connettono fra loro. Cercherò di farne qualche cosa per domani o dopodomani.
Intanto, ringraziando ancora il sito web “il dialogo” per il suo prezioso lavoro di trascrizione di testi di facile raccolta, riporto questo articolo che proprio “il dialogo” ha diffuso.
Segnalo anche la pubblicazione di una mia lettera su Il manifesto di oggi, relativa all’aspetto politico della ripugnante vicenda  –che va ben oltre il livello “sesso e droga”.
Mi piacerebbe che si moltiplicassero gli interventi in merito: non posso accettare che la segreteria di un qualsivoglia partito, a seguito della legge in vigore, possa coartare la nostra volontà sottoponendola ai propri grossolani e opportunistici desiderata. Nella fattispecie l’ignobile, intollerabile operazione è riconducibile all’
Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro, sigla UDC.
augusta

 

www.ildialogo.org/islam/hambra02082007.htm    Giovedì, 02 agosto 2007
 L’Al-hambra, modello per la Casa europea 
di Ingmar Karlsson,
Ambasciatore e Consigliere del Ministro degli Affari esteri della Svezia

Riceviamo questo testo dal nostro carissimo amico Breigheche Aboulkheir, Presidente Alleanza Islamica d’Italia (per contatti: info@alleanza-islamica.it) che c’è le ha inviate in risposta alle farneticanti dichiarazioni dell’avv. Taromina che ha definito le sale di preghiera islamiche come covi terroristici.
Nella sua lettera egli così ci ha scitto:
"regalate questo allegato (AL HAMBRA,MODELLO PER LA CASA EUROPEA),SCRITTO DA UN EUROPEO a tutti i vostri amici italiani e non.
Il sapere e il dialogo è l’arma vincente per costruire insieme LA CASA EUROPEA, la casa di TUTTI quelli che la abitano".
Ringraziamo Breigheche Aboulkheir per queste sue parole e per questo testo che invitiamo tutti i nostri lettori a diffondere. In fondo è possibile scaricarlo in formato PDF utile per la stampa.

 

Tra le relazioni svolte alla conferenza sui rapporti tra la cultura europea e la cultura islamica e sulla posizione dei Musulmani in Europa, che si è tenuta a Stoccolma, l’anno scorso, è da segnalare il tema trattato dal Signor Ingmar Karlsson, Ambasciatore e Consigliere del Ministro degli Affari esteri della Svezia: L’Al-hambra, modello per la Casa europea.Da questa relazione traiamo alcuni brani significativi, poiché l’autore non è musulmano. Ci siamo permessi di eseguire alcune interpolazioni.

"Da più di 1400 anni il mondo islamico e la cristianità vivono in stretto contatto . I loro rapporti sono stati caratterizzati, per la maggior parte di questo arco di tempo più che millenario, da una profonda ostilità.

Infatti, nella prospettiva cristiana, tutto ciò che viene dopo la fondazione del Cristianesimo, risultato del superamento del Giudaismo, che i cristiani considerano come precursore, è falso e, quindi, non può essere tollerato.

Per questo motivo nei paesi dove i Cristiani hanno preso il potere non c’è mai stato spazio per l’Islàm.

Al contrario, nello Stato Islamico i seguaci del cristianesimo e del giudaismo, considerati, alla luce dell’insegnamento coranico, "Gente del Libro", hanno avuto spazio per professare la loro religione.

Cristiani e Giudei, infatti, per i Musulmani,sono i detentori di Scritture, e benché non riconoscano l’ultimo Profeta, essi si affermano monoteisti; quindi, a fronte della loro sottomissione all’autorità dello Stato musulmano, hanno il diritto di vivere in esso e di praticare la loro religione.

Negli anni trenta del VII secolo dell’era volgare le popolazioni di Siria ed Egitto e quelle di Mesopotamia e dell’altipiano iranico accolsero i Musulmani come liberatori . Per i cristiani di Siria, d’Egitto e Mesopotamia la fine del dominio bizantino fu l’inizio del pieno esercizio della libertà religiosa, fino ad allora pesantemente condizionata dalle prese di posizione della corte imperiale nelle controversie teologiche che imperversavano nella cristianità.

Per i seguaci del giudaismo, la fine del dominio bizantino portò alla fine delle persecuzioni alle quali essi erano sovente sottoposti dalle strutture di potere cristiane.

Si potrebbe anche dire che, grazie alla tolleranza dei musulmani, cristiani e giudei hanno potuto sopravvivere in quella parte del mondo.

Una tolleranza notevole per l’epoca, caratterizzata dall’intolleranza e dalla crudeltà.La ricerca del sapere da parte dei musulmani fece si che il patrimonio culturale e scientifico accumulato dalle culture precedenti nei territori liberati dall’avanzata dell’Islàm, venisse religiosamente raccolto, conservato, tradotto, rielaborato e sviluppato.

Fu anche grazie a questa iniziativa che l’occidente ha potuto conoscere gran parte delle realizzazioni della civiltà greco-ellenistica.

A questa iniziativa parteciparono attivamente e diedero il loro contributo Cristiani ed Giudei.

A partire dal 750 e.v. fino al 1258, cioè dalla data di fondazione di Baghdàd alla sua distruzione da parte dei Mongoli, durante il Califfato Abbaside, il mondo islamico fu sede di una cultura brillante, caratterizzata dalla pacifica coesistenza di Musulmani, Cristiani e Giudei, mentre i popoli dell’Europa settentrionale giravano coperti di pelli di bestia. Baghdàd era chiamata la Città della Pace.

Nelle masse europee sono, ancor oggi, ampiamente diffusi pregiudizi ancorati al medio evo e vecchi clichés. Tra questi ultimi quello secondo il quale Carlo Martello, a Poitiers, nell’anno 732 e.v., salvò la civiltà europea dal naufragio con la sua vittoria sui Saraceni.

I cosiddetti Saraceni, respinti al di là dei Pirenei, diedero vita nella penisola iberica ad uno stato islamico, la cui durata nel tempo fu di circa 800 anni.

Questa realtà statuale nel continente europeo, ben lungi dall’essere un disastro per l’Europa, fu sede di un’esperienza straordinariamente fruttuosa di cooperazione costruttiva tra Musulmani, Giudei e Cristiani, che portò ad una fioritura senza precedenti delle scienze, della filosofia, dell’arte e della cultura.

Nelle strutture dell’ordinamento islamico si realizzò nella penisola iberica una pacifica convivenza delle tre comunità religiose, delle quali quella musulmana, inizialmente minoritaria, diventò quella maggioritaria con il passare del tempo, per la forza di attrazione dell’Islàm.

Molti, comunque, furono Cristiani e Giudei che rimasero fedeli alla loro religione.Erano cinque le lingue d’uso quotidiano. L’arabo andaluso e il dialetto romanico, da cui si svilupperà lo spagnolo, erano le due parlate. Arabo classico, ebraico e latino erano le lingue scritte.

L’intervento islamico nella Spagna, richiesto dalle popolazioni romaniche sfruttate ed oppresse dall’aristocrazia militare visigotica strettamente legata con le gerarchie cattoliche e dalla presenza giudaica, vittima della persecuzione religiosa, portò all’insurrezione generale che in pochi mesi portò alla liberazione di quasi tutta la penisola dal dominio degli oppressori. I Giudei, in quanto appartenenti alla Gente del Libro, godettero nell’Andalusia di una condizione di pace, mai raggiunta altrove nè prima nè dopo.Il clima favorevole garantito dall’Islàm fece sì che i Giudei partecipassero attivamente alla vita culturale ed a loro è dovuta una parte notevole della ricca produzione scientifica, filosofica e letteraria, di cui Cordova, la Capitale dell’Andalus fu il centro. Ci fu un vero e proprio rinascimento della lingua ebraica, che, per la prima volta, nella Spagna musulmana, fu utilizzata per fini diversi da quelli religiosi.

Nel 755 il principe omayyade ’abdu-r-Rahmàn realizzò il primo Stato islamico in Europa, l’Emiràto di Cordova, politicamente indipendente dal Califfato Abbaside di Baghdàd e nel 929 l’Emiro ’abdu-l-Rahmàn III proclamò il Califfato, assumendo il titolo di Principe dei Credenti. Sul piano materiale e su quello culturale il Califfato di Cordova fu sul finire del primo millennio la potenza europea più fiorente. La capitale, Cordova, aveva circa mezzo milione di abitanti, strade dotate di illuminazione pubblica, un efficace sistema di fognatura e ben trecento bagni pubblici, in un epoca in cui le capitali europee erano fatte di capanne di legno!

La minoranza visigotico-cristiana, spodestata dall’intervento islamico

all’inizio dell’VIII sec., si era arroccata nelle montagne inaccessibili del nord della penisola, in attesa del momento favorevole per la rivincita.

Il momento venne quando i Musulmani di Spagna si lasciarono irretire dalla discordia e questo fu loro fatale!

Nel 1013 il Califfàto di Cordova si frantumò in piccoli reami locali e le lotte intestine misero in condizione gli staterelli cristiani del nord di prendere l’iniziativa per la "reconquista". A partire dall’XI secolo le terre perdute furono progressivamente riconquistate.

Granata, l’ultimo baluardo dell’Islàm in Europa, si arrese nel 1492, con la sua Fortezza Rossa (al-hamrà), che era il simbolo di quella simbiosi felicemente raggiunta tra Musulmani, Giudei e Cristiani, che fu chiamata "convivencia".

Il crollo della presenza politica dell’Islàm nella Spagna determinato dalla discordia dei musulmani e dalla spada degli invasori cristiani, non trascinò con sé, immediatamente, la civiltà che era fiorita con la garanzia politica dell’Islàm.

I Musulmani, che erano la grande massa degli Spagnoli romano-iberici convertiti all’Islàm, erano più urbanizzati, tecnicamente più avanzati, spiritualmente diversi ed aperti al mondo. Toledo, dopo la sua conquista da parte cristiana, divenne un centro di traduzione in latino della letteratura scientifica arabo-islamica e da tutti i paesi d’Europa vi affluirono studiosi assetati di conoscenza. I letterati musulmani, giudei e cristiani di Toledo, Cordova, Siviglia e Granada ebbero un ruolo determinante nella nascita dell’umanesimo occidentale. Dall’Andalusia si diffusero in Europa non soltanto il sapere dell’antichità, ma anche le realizzazioni della scienza e della tecnica ottenute come risultato della ricerca portata avanti dagli studiosi musulmani.

Il contributo islamico alla scienza medica in Europa è uno dei trasferimenti scientifici più consistenti della storia. Gli astronomi musulmani realizzarono enormi progressi nello studio dei movimenti dei corpi celesti e fino dal XI secolo, attraverso i loro studi, erano giunti alla conclusione che la terra è un corpo celeste di forma sferica. La rivoluzione copernicana non sarebbe stata possibile senza i loro lavori preparatori, di cui Copernico poté aver conoscenza durante i suoi studi all’Università di Padova.

Di fondamentale importanza per lo sviluppo in Europa della scienza, della tecnica ed i ogni campo di attività in cui entrano in gioco i calcoli numerici, l’utilizzazione del sistema decimale, usato nel mondo islamico e l’introduzione dello zero.

Zero, cifra, algebra, algoritmo sono parole che derivano dall’arabo. I numeri dall’Europa usati per i suoi calcoli sono detti "cifre arabe" perché dal mondo arabo-islamico vennero introdotte nella pratica contabile ad opera dell’italiano Fibonacci. Questa importazione rappresentò una vera e propria rivoluzione in tutti i campi, poiché l’uso del sistema posizionale permetteva di trattare i problemi di aritmetica e di matematica in modo di gran lunga più agevole di quanto non lo permettesse il sistema quantitativo ereditato dai Romani.

La geografia ebbe notevole impulso in relazione al Pellegrinaggio alla Mecca, il quinto pilastro dell’Islàm, stante che l’Islàm si estendeva su larghe aree dei tre continenti del mondo antico.Furono tracciati e descritti itinerari intercontinentali, riguardanti sia la geografia all’interno del mondo islamico, sia all’esterno di esso per i traffici ed i commerci.

Ben poco c’è nella cultura europea di cui non si possa trovare anticipazioni nello spirito scientifico promosso dall’Islàm.

Ibn Firnàs, ben seicento anni prima di Leonardo da Vinci progetta una "macchina volante".

Averroè, figlio dell’Andalus, morto nel 1198, con il suo Commentario di Aristotele, ricordato anche da Dante nella Divina Commedia, esercitò un influsso straordinario sul pensiero filosofico dell’Occidente.

Abdu-r-Rahmàn Ibn Khaldùn, con la sua Muqàddima (Prolegomeni) alla Storia universale e per la sua critica alle fonti è il padre fondatore non solo della scienza storica moderna, ma anche della sociologia.

Influssi fondamentali anche nella letteratura e nella poesia romanza ebbero i temi e le forme della poesia e della letteratura arabo-islamica.

Radici nel mondo islamico hanno le due opere fondamentali della letteratura italiana: la Divina Commedia di Dante e il Decamerone del Boccaccio.

La presenza dell’Islàm in Europa (Spagna e Sicilia) e la sua determinante influenza culturale fuori dai suoi confini storici si riscontra nel grandissimo numero di parole entrate nel patrimonio linguistico europeo. Pare che la ricerca etimologia in tale campo abbia dato come risultato che nella lingua spagnola una parola su cinque sia di origine araba e che nella lingua italiana le parole di origine araba siano circa mille e cinquecento.

I fatti della storia permettono di affermare con sicurezza che le atrocità di cui i cristiani si macchiarono nei confronti dei musulmani ebbero origine in un sentimento, peraltro fondato, di una reale inferiorità culturale. Nel 1499 il cardinale Ximenes fece bruciare sulla pubblica piazza 80.000 libri scritti in arabo, con il pretesto che la lingua araba era la lingua di una "razza eretica e spregevole". Tre anni più tardi, i Musulmani che non avevano optato per l’emigrazione nella Casa dell’Islàm furono messi di fronte alla scelta tra la conversione al cristianesimo, l’esilio o la morte, mentre venivano espulsi circa 250.000 Giudei, che avevano rifiutato di convertirsi. Di questi Giudei, la maggior parte si stanziò nella Casa dell’Islàm, in Marocco, Tunisia, Turchia, mentre un certo numero venne in Italia.

Era finita la convivencia! La Spagna venne colpita dalla stessa follia razziale autistica che insanguina la Bosnia d’oggi. Il proselitismo religioso del Cristianesimo si mutò in un programma di violenta imposizione del battesimo e di sterminio di marca razzista dei riluttanti, per la creazione di uno Stato etnicamente omogeneo e monolitico dal punto di vista religioso. Il sangue, che fino a quel momento non aveva avuto importanza che per una nobiltà senza partito, divenne un criterio funesto di selezione. Fernando ed Isabella non vollero passare alla storia come i sovrani delle tre religioni, ma come regnanti cattolici: questo significò la fine della "convivencia"!

L’espulsione dalla Spagna e l’irruzione apocalittica dei Mongoli, che distruggono Baghdàd, nel 1258, mettono in crisi le strutture portanti del Califfato, dando inizio ad un lungo processo di progressivo degrado economico e culturale di cui il mondo musulmano soffre ancor oggi in parte.......L’Europa moderna, come risulta da quanto precedentemente detto, ha più radici islamiche di quanto generalmente si immagini. L’Europa è il prodotto della fusione di Oriente e Occidente. Islàm e giudaismo sono state idee costruttive dell’Europa verso la fine del Medio Evo.

Durante il medio evo europeo nella Spagna Musulmana fu vissuta una esperienza di armonia tra le diverse aree culturali della società andalusa, senza considerazioni di razza o di religione; si realizzò una convivencia, che l’orientalista W. Montgomery Watt ha definito con i termini di simbiosi, amalgama e fusione.

La Spagna musulmana è una sfida ai nostri pregiudizi ed ai nostri stereotipi! Nell’Europa di oggi l’Islàm è, nello stesso momento, un elemento estraneo, un elemento originale e, in dipendenza dell’immigrazione crescente, un elemento nuovo. Per questo l’Europa assomiglia sempre di più alla Spagna moresca, popolata da persone che vivono in una terra di nessuno tra culture diverse.Una Unione Europea, oggi, non è più concepibile senza un tocco verde dell’Islàm. Ne consegue che l’interrogativo se la Casa Europea possa essere costruita, oppure no, sul modello dell’Alhambra è della stessa importanza per l’avvenire dell’Europa di quanto lo sono quello relativo alla realizzazione del mercato interno e alla creazione della banca centrale europea.

Pagina diario scritta da: AUG a 13:55 | link | commenti | | Torna su
rassegnastampa, diari di augusta, culturapace

giovedì, 19 luglio 2007

Come si può spendere l’8 per mille

 

COMUNICATO STAMPA

 

“Fiori di pace”: ragazzi israeliani e palestinesi si incontreranno a Poppi (Arezzo) per la terza volta.

Dai ragazzi, vittime dimenticate del conflitto israelo-palestinese,

una testimonianza di speranza e di convivenza pacifica

 

 

Roma, 18 luglio 2007 – “Fiori di pace”: dieci ragazzi palestinesi e dieci ragazzi israeliani arriveranno  in Italia il 22  luglio per incontrarsi, conoscersi e svolgere delle attività insieme ad un gruppo di coetanei italiani. Il progetto a sostegno del dialogo per la pace e la convivenza nell’area mediorientale è giunto alla sua terza edizione.  E' promosso dal mensile di dialogo interreligioso Confronti e finanziato con i fondi Otto per mille dell'Unione italiana delle chiese cristiane avventiste del 7° giorno (UICCA).  Qust'anno il progetto, che prevede l'inserimento delle due delegazioni nell'ambito di campi scout dell'Associazione italiana scout avventisti (AISA) , avrà luogo fino al 7 agosto, la delegazione sarà fino al 26 luglio in Italia presso il centro avventista “Casuccia Visani” a Poppi (Arezzo)  e poi parteciperà al Camporee internazionale che si terrà a Fointanebleau (Francia), campo scout avventista  promosso dalla Euro Africa Division e che vedrà la partecipazione di circa 2000  giovani provenienti da molti paesi europei

“I ragazzi israeliani e palestinesi sono le vittime dimenticate del conflitto israelo-palestinese, ne subiscono le conseguenze senza avere la possibilità di cambiare la propria situazione di vita. Con il progetto “Fiori di pace “  noi vogliamo offrire loro,  per il terzo anno,  una scuola di pace”, ha dichiarato il pastore Daniele Calà, responsabile Giovani dell'UICCA  che ha aggiunto: “‘Fiori di pace’ è un’occasione importante, perché questi ragazzi possano conoscere i coetanei che stanno dall’altra parte del muro ma è una occasione altrettanto importante per i nostri giovani che con la loro presenza ricevono e offrono una profonda testimonianza cristiana”

La delegazione sarà ricevuta dal sindaco di Poppi (Arezzo) Graziano Agostini e dalla giunta comunale  presso il Castello di Poppi il 24 luglio alle ore 11. Sarà presente anche il presidente dell'Unione delle chiese cristiane avventiste del 7° giorno (UICCA) pastore Daniele Benini

I ragazzi palestinesi che partecipano all'iniziativa provengono da Jenin nei Territori palestinesi e sono coordinati dall'associazione di consulenza psicologica “Nafs” di Nazareth, mentre i ragazzi israeliani (ebrei e arabi) vengono da una scuola bilingue della Galilea che fa capo all'organizzazione “Hand in Hand”. I due gruppi sono guidati da quattro accompagnatori e un consulente psicologico.

 

Nei giorni di permanenza in Italia sono previsti incontri con enti ed istituzioni locali. Per informazioni ed interviste contattare Lucia Cuocci al numero 335 5902338

 

Pagina diario scritta da: AUG a 16:46 | link | commenti | | Torna su
bambini, rassegnastampa, culturapace

mercoledì, 11 luglio 2007

Riporto l’informazione tratta da www.ildialogo.org perché fra le tante banalità del pregiudizio che ci vengono somministrate( e assolutismi proclamati) mi sembra un’indicazione importante, almeno nel metodo                augusta

«Laboratorio Cittadinanza»
Progetto pilota per l’integrazione degli immigrati musulmani
di Confronti

Comunicato stampa

Con la partecipazione del ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero, il giovedì 12 luglio alle ore 11.30, si terrà una conferenza stampa presso il Centro islamico culturale d’Italia (la Grande Moschea di Roma) a conclusione del progetto pilota “Laboratorio Cittadinanza”: un percorso formativo di educazione civica destinato agli immigrati musulmani.

Giovedì 12 luglio alle ore 11.30 il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero e il responsabile del Centro Islamico Culturale d’Italia Abdellah Redouane incontreranno i giornalisti in occasione della conferenza stampa indetta a conclusione del progetto pilota “Laboratorio Cittadinanza”: un percorso formativo di educazione civica destinato agli immigrati musulmani, promosso e patrocinato dal Ministero della Solidarietà sociale e eseguito dalla rivista Confronti in collaborazione con il Centro islamico culturale d’Italia - Grande Moschea - e la partecipazione della moschea Al Fath (via della Magliana).
L’incontro sarà coordinato da Mostafa El Ayoubi caporedattore della rivista Confronti.

Il progetto “Laboratorio Cittadinanza è composto da due filoni:
Uno linguistico (di lingua italiana) per le donne, realizzato presso il Centro Islamico Culturale d’Italia - Grande Moschea; e uno di cultura generale e di educazione civica effettuato presso la Moschea Al Fath di via della Magliana, a Roma.

Il corso è il primo del genere che sia stato realizzato e tenuto in luogo di culto. Condotto da esperti docenti italiani e da giornalisti, e centrato sugli aspetti fondamentali della Carta Costituzionale, sulla storia recente del nostro paese e sulla conoscenza del territorio italiano, il corso è stato frequentato da 20 uomini e 15 donne appartenenti alla comunità musulmana della Capitale.

La conferenza stampa si svolgerà presso Moschea di Roma (Viale della Moschea, 85).
Per informazione: 
redazione@confronti.net  Tel 064820503
Martedì, 10 luglio 2007

Pagina diario scritta da: AUG a 09:44 | link | commenti (2) | | Torna su
rassegnastampa, stranieri in italia, culturapace

lunedì, 02 luglio 2007

Mafalda in luglio nel suo calendario 2007:            “CHE STRESS!”

Mafalda in farmacia consegna al farmacista una scatoletta di medicinali vuota e chiede:.  “Nervo-calm gocce”
Il farmacista preoccupato:  
Nervo calm? Non sarà per te, vero?”
Mafalda: “Per me? Nooo!”      Farmacista (sollevato): “AH!”

Mafalda: ”E’ per mio papà che non mi ha risposto cosa diavolo è
                l’erotismo.  Lei potrebbe spiega….”
Mafalda a casa di fronte a mamma e papà con l’espressione sgomenta, presenta la
                sua  scatoletta: “Mancano venti gocce che ha preso il farmacista!”

 

 Come ogni anno avviso tempestivamente in merito alla giornata del dialogo cristiano-islamicoche quest’anno si terrà il : 5 ottobre 2007 ultimo venerdì di Ramadan
Troverete tutte le informazioni nel sito www.ildialogo.org.
Nella colonna a destra c’è la scritta:
29/06/2007 - Appello per la Sesta giornata ecumenica del dialogo cristiano - islamico
Ciccando sulla scritta
«costruire speranza e convivialità» troverete tutte le informazioni e avrete anche la possibilità di aderire all'appello   
 
augusta



Care Amiche, Cari Amic