Questo diario elettronico ha una storia... (continua)


venerdì, 03 aprile 2009
Un doppio saluto
 
Doppio perché per una quindicina di giorni non scriverò nulla; potrò ricominciare solo dopo il16 aprile e perché allora passerò al mio sito web diariealtro.altervista.org.
Apro questa parentesi di lontananza con l’angoscia di chi sa che ricominciando non solo avrà memoria dei vari orrori in corso, ma dovrà registrarne di nuovi.
Fra i tanti segnalo la possibile approvazione del pacchetto sicurezza alla camera dei deputati.
Poche delle mostruosità già approvate in senato hanno avuto il ‘privilegio’ di essere conosciute e di suscitare una reazione dell’opinione pubblica: ricordo tra queste la proposta violazione del segreto professionale dei medici nei confronti degli immigrati irregolari.
Poco nota invece quella che impedirà agli immigrati irregolari di accedere ad atti di stato civile e di registrare i nuovi nati.
Poiché il primo luogo in cui si compirà questo crimine per omissione (non é un termine giuridico ma non so come altrimenti descriverlo) saranno i comuni, mi aspettavo una reazione, analoga a quella dei medici, di sindaci, assessori, consiglieri comunali di maggioranza e opposizione.
Invece nulla.
A Udine, dove vivo, ho provato a interessare oltre ai signori di cui sopra (fra cui ho fatto alcune scelte di persone cui attribuivo competenza e dignità e su cui ora i miei dubbi prevalgono sulla fiducia).
Non c’é stato alcun pubblico segno di attività politico-cerebrale in materia.
Per una verifica diretta della norma che ho ricordato sopra potete andare al sito della camera dei deputati (proposta di legge 2180, articolo 45, comma 1, lettera f: testo criptico, ma penso sia doveroso cercar di capirlo e di prefigurarsene le conseguenze.
Se ne possono trovare informazioni nel mio post del 28 marzo e in quelli là segnalati, nonché in parecchi articoli e segnalazioni
di
www.diariealtro.altervista.org
"Fiora Luzzatto, ex-dirigente dell’Ufficio anagrafe di Isernia, ha scritto in rete:
«Da due secoli i registri di stato civile sono la fotografia della situazione demografica ‘vera’ di un paese.
Gli uffici comunali si occupano semplicemente di verificare [attraverso l’attestato di assistenza al parto] se effettivamente sia nato un bambino. Tutte le circostanze giuridiche e politiche che riguardano i genitori sono irrilevanti.
Ora si vorrebbe trasformare gli ufficiali di stato civile in inquisitori, che verificano i permessi di soggiorno.
 Può un paese civile non avere un quadro certo della propria situazione demografica?»"
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martedì, 10 febbraio 2009
Un senatore che sa quel che fa
 
Un annuncio per gli udinesi
 
Giovedì 12 febbraio 2009 alle ore 20.30 a Zugliano presso il
Centro Balducci: Presentazione del libro di non poesie in edizione bilingue
LA CHIAVE NELLA MANO - KLJCHNA DLANU
di Božidar Stanišich- traduzione e cura di Alice Parmeggiani

Non sono solita mettere in questo blog annunci di incontri.
Gli spazi che l’organizzazione del mio blog consente non mi sembrano
adatti. Questa volta lo faccio perché il titolo della serata non solo richiama il lavoro di scrittore
di Božidar Stanišich (cui chiedo scusa per non aver trovato la ‘c’ accentata della sua lingua che ho sostituito con il ch) e quello della sua traduttrice Alice Parmeggiani,
ma anche perché l’argomento delle ‘chiavi’ che si sono spostate e si spostano ancora, segni di una casa proibita o distrutta, mi ha molto intrigata e ne ho scritto nel mio vecchio blog betlemme.splinder.com il 4 e 5 agosto 2004.
Chi vorrà, potrà trovarvi anche alcuni testi che allora avevo inserito.


Torno al senatore

Il sen. Ichino avrebbe dovuto leggere ieri l’intervento che traggo dal suo sito. Non so se l’abbia potuto fare: Mi sembra in ogni caso importante conoscerlo.

Oggetto: Opinione di Pietro Ichino (cercando con onestà intellettuale e secondo coscienza e non per calcolo politico e strumentalizzazione di parte)

INTERVENTO IN DIFESA DELLA LIBERTA’ DI COSCIENZA DEL CITTADINO NELLA ZONA DI RAGIONEVOLE DUBBIO - ALMENO DAL PUNTO DI VISTA CIVILE - CHE TALVOLTA DIVIDE I DUE CONFINI GIURIDICI DELLA CERTEZZA DELL’ESISTENZA DI UNA VITA
UMANA E DELLA CERTEZZA DELLA MORTE
 
Signor Presidente, Colleghi, Rappresentanti del Governo
            Vorrei distinguere, nel mio intervento, la parte che svolgo nella mia veste di politico e quella che svolgo come cristiano, o almeno aspirante tale. Non perché questo mi conduca a due conclusioni diverse, ma perché mi sembra necessario sottolineare una distinzione tra i due piani del discorso, che troppo sovente è ignorata o trascurata.
Nella veste di membro, laico, del Parlamento di una Repubblica laica, chiamato a stabilire quale sia il confine tra vita meramente biologica e vita umana, tra stato vegetativo reversibile e irreversibile, ritengo che la legge debba limitarsi a definire il confine al di qua del quale c’è sicuramente vita umana da difendere con ogni mezzo, e il diverso confine al di là del quale il corpo umano può e deve essere considerato a tutti gli effetti morto. Questi sono i soli certi fines, i confini sicuri, cheun ordinamento civile può e deve porre. Ed essi non sempre coincidono tra loro. Dico che non coincidono perché tra di essi talvolta si presenta una sorta di zona grigia, una zona di ragionevole opinabilità – corrispondente a quella che gli anglosassoni chiamano band of reasonableness delle opzioni possibili – dove possono verificarsi una infinità di situazioni-limite particolari la cui qualificazione è controvertibile. Qui, a ogni cittadino deve essere consentito, con l’assistenza del medico o di altro consigliere qualificato di sua scelta, agire secondo la propria coscienza.
Per quel che mi riguarda, in una situazione nella quale, come nel caso di Eluana Englaro, fosse ragionevole ritenere irreversibile la mia totale perdita di coscienza, cioè ritenere il mio corpo di fatto condannato a una vita puramente vegetativa, privato irreversibilmente di mente e coscienza, sentirei gravemente lesa la dignità della mia persona se quel corpo venisse mantenuto in vita per lungo tempo, ancorché nel modo più amorevole e rispettoso. Penso che questo senso di ribellione all’idea di una prolungata permanenza forzata in vita del proprio corpo privato per sempre della coscienza sia condivisa dalla grande maggioranza dei miei concittadini. Per questo ritengo che un legislatore laico, fissati i confini della zona di ragionevole opinabilità, debba riconoscere ai familiari di chiunque si trovi in una situazione di questo genere la libertà di scegliere secondo coscienza: di scegliere, cioè, se continuare o no ad alimentare una vita che può essere altrettanto ragionevole ritenere ancora vita umana, quanto non ritenerla più tale.
È evidente, oltretutto, che in una situazione di questo genere l’alimentazione forzata equivale sostanzialmente a un trattamento terapeutico: obbligare i parenti della persona non cosciente a praticarlo violerebbe il principio costituzionale che garantisce il diritto di rifiutare le cure.
            Detto questo, e parlo ancora come membro, laico, del Parlamento di una Repubblica laica, rispetto e difendo il diritto di chiunque, nel nostro Paese, quindi anche dei vescovi e in generale del Magistero ecclesiastico cattolico, come degli esponenti di ogni altra chiesa o comunità religiosa, di esprimere liberamente la propria opinione sul discrimine tra vita e morte, tra vita biologica e vita umana, e anche su che cosa la legge dovrebbe stabilire al riguardo: dissento dunque recisamente da chi vede negli interventi delle Autorità religiose sul terreno politico-legislativo una ingerenza indebita o comunque una scorrettezza.
È come cristiano – forse sarebbe meglio dire: come persona impegnata a coltivare intensamente il patrimonio plurimillenario della tradizione biblica –, è in questa veste che mi rammarico di interventi del tipo di quelli che la Chiesa cattolica con frequenza compie su ciò che questo Parlamento deve o non deve fare. E mi rammarico dell’atteggiamento – che non esito a definire clericale, nel senso peggiore del termine ‑ di un Governo che a questi interventi assoggetta programmaticamente e sistematicamente il proprio agire; incurante, oltretutto, del fatto che della nostra tradizione biblica non è depositaria soltanto la Chiesa cattolica, ma anche altre, come quelle protestanti e in particolare quella valdese; ne è depositaria pure, e da molto prima, la Comunità israelitica. E tutte queste, dalle Scritture, traggono insegnamenti di etica politica talora profondamente diversi rispetto alla Chiesa cattolica.
In consonanza con tanta parte di questa grande comunità di persone che nella tradizione biblica cercano il senso della propria vita, penso che la testimonianza di una Chiesa cristiana non debba mai consistere nell’indicare la soluzione giuridico-legislativa specifica da preferire, né tanto meno le concrete modalità dell’impegno politico; penso che essa invece debba educare i cristiani all’esercizio responsabile della propria coscienza, lasciando che proprio quest’ultima resti il punto di riferimento fondamentale per ciascuno di loro nelle scelte politiche, giuridiche, tecniche. Pietro Scoppola amava citare, a questo proposito, un’affermazione del Concilio Lateranense IV del 1215: “Quidquid fit contra conscientiam aedificat ad Gehennam” (“qualsiasi cosa che si faccia contro la propria coscienza prepara all’Inferno”). Ultimamente, la Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II ha detto, con altre parole, la stessa cosa (§ 16): “L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al suo cuore: obbedire ad essa è la dignità stessa dell’uomo e secondo questa egli sarà giudicato. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio”. Nelle materie che vanno “rese a Cesare” (Mt., XXII, 21) – e tra queste vi è certamente la materia della legislazione civile ‑ le scelte operative devono esprimere i valori in cui crediamo attraverso la mediazione della coscienza di ciascuno di noi.
            “Rendere a Cesare quel che è di Cesare” significa rispettare la laicità dello Stato, della sua politica, della sua legislazione. Questa laicità è sostanzialmente il metodo che consente a tutte le persone di buona volontà di trovare un terreno comune sul quale mettere in comunicazione le loro coscienze, ispirate a fedi e filosofie anche molto diverse, per cooperare nella ricerca delle soluzioni tecniche, politiche, legislative migliori per il bene del Paese. Quel terreno comune viene meno se c’è qualcuno che su di esso (quello, appunto, che il Vangelo ci invita a “rendere a Cesare”), si presenta con la verità in tasca, già bell’e confezionata, certificata con il sigillo della conformità alla volontà di Dio. Con gli occhi di chi legge la Bibbia, vedo in questa pretesa una violazione del secondo Comandamento: “non nominare il nome di Dio invano”.
            Per concludere, chiedo alla Chiesa di affermare con forza il valore della vita; ma di rendere alla scienza ciò che le è proprio. Lasciare, cioè ai neurologi la valutazione tecnica circa l’irreversibilità della scomparsa di una componente essenziale della vita umana: la mente, la coscienza; lasciare, più in generale, ai medici la scelta del modo concretamente più umano e caritatevole di trattare, nella loro infinita varietà, i casi in cui si determina questa scomparsa irreversibile. È compito della Chiesa continuare a educare con rigore e passione le persone ai valori evangelici; ma essa deve lasciare loro – e in particolare a quelle che sono impegnate negli organi legislativi e amministrativi dello Stato – la libertà di compiere secondo coscienza le scelte proprie della funzione civile o professionale che esse svolgono, confrontandosi in proposito con le persone di fede diversa senza la pretesa di possedere in quel campo una verità rivelata, direttamente attinta dalla volontà divina. Anzi, credo che la Chiesa debba vegliare a che nessuno avanzi questa pretesa, nessuno violi il secondo Comandamento.
            Al Governo e al Parlamento chiedo di riconoscere e proteggere, come impone la Costituzione, nella zona tra i due confini ‑ della certezza di vita umana da una parte, della certezza di morte dall’altra ‑, quella band of reasonableness delle opzioni possibili, all’interno della quale ogni cittadino, cristiano o no, deve poter decidere e agire secondo la propria coscienza.
Senatore Pietro Ichino
 
11 febbraio - concordato
Mi limito a segnalare collegandolo, l’importante articolo di Giovanni Franzoni,
Due concordati, due ricorrenze nessun festeggiamento
Ottant'anni dai Patti lateranensi, venticinque dalla revisione di Craxi. Due anniversari in un'Italia sempre più soggiogata dal potere ecclesiastico.
Collegamenti: sito, articolo
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giovedì, 29 gennaio 2009
Dal sito della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni
info@simmweb.it
 
"D I V I E T O   D I    S E G N A L A Z  I O N E”
• FIACCOLATA DAVANTI MONTECITORIO •
Lunedì 2 febbraio dalle 17,30 alle 20,00
• scarica la dichiarazione di Amedeo Bianco - Presidente FNOMCeO •
presentata alla
• Conferenza Stampa •
Mercoledì 28 gennaio ore 11.30
 Hotel Nazionale - Piazza Montecitorio 131
 Roma
 
*****
Ricopio il testo della dichiarazione, citata sopra cui potete anche accedere direttamente anche da qui     augusta
 
Messaggio inviato il 28 gennaio 2009 al
Presidente della SIMM in occasione della
conferenza stampa di presentazione
dell’appello “DIVIETO DI
SEGNALAZIONE. SIAMO MEDICI ED
INFERMIERI NON SIAMO SPIE”
promosso da MSF, SIMM, ASGI, OISG

Cari amici,
profondamente rammaricato di non poterVi raggiungere di persona,
ritengo tuttavia doveroso farVi pervenire il mio saluto nonché l’adesione della FNOMCeO all’iniziativa odierna.
In più occasioni e in più sedi la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri ha avuto modo di evidenziare, negli ultimi mesi, il totale dissenso sulla abolizione del comma 5 dell’art. 35 del D.lgs. 286/’98.
Vale la pena ribadire le motivazioni di tale dissenso, motivazioni che direttamente attengono alla matrice etico-deontologica dell’esercizio professionale medico e ai suoi delicati risvolti civili e sociali.
Come medici siamo convinti di avere gli stessi diritti e gli stessi doveri di tutti i cittadini, sebbene i nostri doveri si sostanzino nel garantire diritti universali della persona prima ancora che dei cittadini, e cioè quelli che concernono la tutela della salute nel rispetto della dignità di ogni individuo.
Come in guerra, anche in quella più sanguinosa, un briciolo di ragione si traduce in “corridoi umanitari”per consentire l’elementare esercizio della solidarietà e della vicinanza ai più fragili, allo stesso modo riteniamo che in una comunità moderna e civile (e in pace) l’accesso alle cure debba costituire ovunque e sempre una “area protetta” disolidarietà e umanità.
Inutile ricordare che uno dei principi fondamentali che riguardano la
salute come bene collettivo è fondato sul libero accesso alle cure e quindi ogni misura o provvedimento che possa limitare tale libertà rischia di tradursi in un boomerang per la tutela della salute
collettiva.
Queste considerazioni non fanno gli uni diversi dagli altri, ma abbracciano tutti in modo indistinto e profondamenteintercettano i profili e l’esercizio della nostra libertà di scienza e coscienza, che siamo pronti a rivendicare in ogni circostanza.
Auguro a tutti un sentito buon lavoro e invio i miei saluti più cordiali.
Amedeo Bianco
 
                                                            ***
Della questione che precede ho scritto lo scorso anno il 21, 26, 28, 31 ottobre, 3, 6, 11, 14, 19, 21, 24 novembre. 1, 2 e 16 dicembre.     Nel 2009:3, 4, 6,15 e 25  gennaio.
 
                                                          ******
 
Tornando a Gaza
Riporto il testo tradotto di un breve appello diffuso questa mattina dalla BBC

Le nazioni unite lanciano un forte appello per Gaza:
Necessitano 613 milioni di dollari per aiutate il popolo colpito dall’offensiva militare a Gaza
”Sono necessità enormi e di tanti tipi –ha detto il massimo rappresentante ufficiale aL forum economico mondiale di Davos. E ha aggiunto che i fondi sarebbero usati per “per aiutare a superare almeno in parte queste difficoltà”
L’annuncio arriva mentre si teme il collasso del cessate il fuoco unilaterale offerto dall’esercito di Israele ai militanti di Hamas
Due razzi sono stati sparati contro Israele mentre bombardamenti aerei colpivano la parte meridionale di Gaza.
 
E, a proposito di Gaza, ho un paio di SEGNALAZIONI

1. L’amica Marte cui fa capo il blog <incircolo.blogspot.com> ha introdotto con un suo intervento l’argomento del boicottaggio ai prodotti israeliani. Ne é nata un conversazione a distanza fra noi che si può leggere nei commenti del diario“memoria e smemorati” (19 gennaio).
Io ne sono felice: ho sempre sperato che diari e altro mi desse l’occasione di comunicare; questa volta ci siamo riuscite e potrebbe diventare oggetto di discussione anche per altri.
Chi fosse interessato a ricevere informazioni può andare al blog di Marte (anche direttamente dal mio omonimo link) in data 29 gennaio (22.48 – la rivoluzione nel cestello della spesa) dove troverà anche
le indicazioni necessarie per riferirsi alle fonti dell’iniziativa.
 
2. Segnalo anchel’articolo War and Natural Gas: The Israeli Invasion and Gaza's Offshore Gas Fields by Michel Chossudovsky (Guerra e gas naturale: l’invasione israeliana e i giacimenti di gas al largo di Gaza).
Non mi azzardo a tradurlo per la presenza di termini tecnici che é meglio non affronti.
Potete comunque raggiungerlo dal collegamento.  
Se ne può trovare qualche breve tratto tradotto collegandosi  al sito ‘luogo comune’   (www.luogocomune.net/site/modules/news).
Sarebbe simpatico se un lettore/trice esperto ce lo traducesse.

2. BAMBINI: MOLTI I POSSIBILI ABUSI
Tornando a quanto ho scritto il 27 gennaio sono casualmente venuta a sapere che il sindaco di Udine, in una conferenza stampa nella giornata delle memoria, ha riferito che l’assessore alla cultura si é imbattuto, alla fermata di un autobus, nella scritta ‘Juden Raus’ e che una signora aveva fatto una segnalazione su altro caso di antisemitismo. Ero io che avevo passato l’informazione ma, correttamente, il sindaco che non mi aveva interpellato, non ha fatto il mio nome.
La scritta Juden Raus, nella stessa zona della città in cui avevo visto il manifesto descritto nel diario del 27, conferma la fondatezza della mia paura di un razzismo dilagante che il risveglio dell’antisemitismo rafforza. Non a caso é la radice storica della violenza anche normativa, esercitata anche in Italia, e certamente sostenuta da recente professione di negazionismo vescovile.
Sono lieta però che una giornalista, che ha scritto delle due segnalazioni, abbia colto la specificità “dello sfruttamento dell’immagine dei bambini”.
E’ un tratto che andrebbe posto all’attenzione dell’opinione pubblica: il richiamo ai bambini, nello stile ‘piccoli razzisti crescono’, secondo me connota di vergogna e orrore irrimediabili ogni forma di razzismo, che si lega così alle radici di ogni possibile crescita umana.
Almeno per chi se ne accorge.                        augusta
 
collegamenti:  migrazioni,  scarica la dichiarazione,  qui,  articolo,  luogo comune
 
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domenica, 23 settembre 2007

Segnalo il sito http://www.ildialogo.org:80/etica/idra16092007.htm che riporta integralmente il Documento Vaticano sull’alimentazione e idratazione artificiali, che ho ricopiato: 


CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

RISPOSTE A QUESITI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE STATUNITENSE CIRCA L’ALIMENTAZIONE E L’IDRATAZIONE ARTIFICIALI


Primo quesito: È moralmente obbligatoria la somministrazione di cibo e acqua (per vie naturali oppure artificiali) al paziente in “stato vegetativo”, a meno che questi alimenti non possano essere assimilati dal corpo del paziente oppure non gli possano essere somministrati senza causare un rilevante disagio fisico?

Risposta: Sì. La somministrazione di cibo e acqua, anche per vie artificiali, è in linea di principio un mezzo ordinario e proporzionato di conservazione della vita. Essa è quindi obbligatoria, nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che consiste nel procurare l’idratazione e il nutrimento del paziente. In tal modo si evitano le sofferenze e la morte dovute all’inanizione e alla disidratazione.

Secondo quesito: Se il nutrimento e l’idratazione vengono forniti per vie artificiali a un paziente in “stato vegetativo permanente”, possono essere interrotti quando medici competenti giudicano con certezza morale che il paziente non recupererà mai la coscienza?

Risposta: No. Un paziente in “stato vegetativo permanente” è una persona, con la sua dignità umana fondamentale, alla quale sono perciò dovute le cure ordinarie e proporzionate, che comprendono, in linea di principio, la somministrazione di acqua e cibo, anche per vie artificiali.

Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, nel corso dell’Udienza concessa al sottoscritto Cardinale Prefetto, ha approvato le presenti Risposte, decise nella
Sessione Ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.
Roma, dalla Sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 1° agosto 2007.                                William Cardinale Levada     Prefetto

               Angelo Amato, S.D.B. Arcivescovo tit. di Sila            Segretario

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Confesso che alla prima lettura di questo documento mi sono detta che non sapevo se augurare ai malati terminali di trovarsi in un opulento occidente garantiti (o obbligati?) dall’accanimento terapeutico o in un paese del terzo mondo (o anche, pur se occidentali, in condizioni di personale povertà) per essere liberati da trattamenti coatti -e in definitiva crudeli- se messi in atto contro la loro volontà.
Poi mi sono rimproverata per la mia rozzezza contabile finché non ho letto il commento ufficiale della congregazione per la dottrina della fede alle norme di cui sopra.
E’ documentatissimo (non con fatti tratti dalla realtà e dall’esperienza ma con documenti vaticani) e ne riporto solo un breve tratto che potete leggere di seguito. Chi volesse consultare il  testo integrale può ricorrere a questo indirizzo, oltre a quello indicato all’inizio:

http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/

documents/rc_con_cfaith_doc_20070801_nota-commento_it.html

 

Chi preferisce navigare può anche cominciare dal principo: www.vatican.va.

Io non aggiungo altri commenti, ma a questo punto –sconvolta dal realistico materialismo vaticano- mi permetto una domanda senza farmi autocritiche:
a chi giova vendere prodotti idonei all’alimentazione artificiale e le macchine adatte per introdurli nel corpo del paziente?           augusta

 

E ora il breve tratto della nota di commento della Congregazione per la dottrina della fede:      “Nell’affermare che la somministrazione di cibo e acqua è moralmente obbligatoria in linea di principio, la Congregazione della Dottrina della Fede non esclude che in qualche regione molto isolata o di estrema povertà l’alimentazione e l’idratazione artificiali possano non essere fisicamente possibili, e allora ad impossibilia nemo tenetur, sussistendo però l’obbligo di offrire le cure minimali disponibili e di procurarsi, se possibile, i mezzi necessari per un adeguato sostegno vitale. Non si esclude neppure che, per complicazioni sopraggiunte, il paziente possa non riuscire ad assimilare il cibo e i liquidi, diventando così del tutto inutile la loro somministrazione. Infine, non si scarta assolutamente la possibilità che in qualche raro caso l’alimentazione e l’idratazione artificiali possano comportare per il paziente un’eccessiva gravosità o un rilevante disagio fisico legato, per esempio, a complicanze nell’uso di ausili strumentali.Questi casi eccezionali nulla tolgono però al criterio etico generale, secondo il quale la somministrazione di acqua e cibo, anche quando avvenisse per vie artificiali, rappresenta sempre un mezzo naturale di conservazione della vita e non un trattamento terapeutico. Il suo uso sarà quindi da considerarsi ordinario e proporzionato, anche quando lo “stato vegetativo” si prolunghi”.

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giovedì, 26 luglio 2007

ITALICA INFORMAZIONE a più voci

 

Credevo che questa calda estate sopisse certe discussioni e speravo di concludere molto rapidamente il mio diario siriano (viaggio confronti07). Purtroppo non è così e mi piace raccontare proprio in forma di diario il mio accostamento a una squallida notizia.

Martedì scorso verso le 20 ero in automobile e ho aperto la radio (Radio 1) dove era in corso una nota trasmissione “Alla radio ciò che dice la TV e non solo”. Il responsabile della trasmissione stessa, i suoi ospiti, coloro che via via intervenivano esprimevano  la loro solidarietà al Vicedirettore del Corriere della sera in forme così emozionate da rendersi emozionanti.
Lì per lì ho pensato ad un attentato contro Magdi Allam, ma poco dopo quando i signori hanno cominciato a parlare di raccolta di firme e censura ho pensato a un gruppo di idioti dediti ad attività da MinCulPop. Ma non ne ero convinta .
Arrivata a casa mi sono data da fare e ho scoperto che un giornalista del Corriere  (Pierluigi Battista. La petizione per mettere un libro all’indice) aveva segnalato appunto una raccolta di firme relativamente a qualche cosa  che lo stesso Allam aveva pubblicato in un suo libro, criticando intellettuali italiani e professori universitari.  
(articolo reperibile:
/www.corriere.it/Primo_Piano/

Editoriali/2007/07_Luglio/19/petizione_libro_allam.shtml).
Non mi bastava per capire e per fortuna il prezioso sito
www.ildialogo.org (
http://www.ildialogo.org/islam/reset24072007.htm)  mi consentiva di arrivare alla fonte dello scandalo.    
Riporto il documento che rovescia la notizia.
Magdi Allam non si difendeva da un attacco, ma erano i firmatari  del testo pubblicato su Reset che si difendevano dal suo attacco,  provocando il confuso contrattacco dei suoi estimatori che mi é capitato di ascoltare.

 

RESET (caffeeuropa.it/reset/)                   Luglio-agosto 2007      pag. 10
NO AL GIORNALISMO TIFOSO. 
Un documento con centinaia di firme critica Magdi Allam

 

Nel suo recente libro ‘Viva Israele’ (Mondatori) ma Magdi Allam accusa lo studioso Massimo Campanini non di antisemitismo e di fingere di ignorare il pericolo islamista. Campanini, di cui sono molto conosciuti e apprezzati i saggi che ha pubblicato sul mondo islamico, la filosofia, la cultura e la storia dei paesi arabi, è anche un prezioso collaboratore di questa rivista. Magdi Allam scrive tra l’altro che “il caso del professor Campanini non è l’unico. L’Università italiana pullula di professori cresciuti all’ombra delle moschee dell’Ucoii, simpatizzanti con i fratelli musulmani, consapevolmente o irresponsabilmente collusi con la loro ideologia di morte”.

Abbiamo chiesto a Campanini di replicare personalmente e  liberamente a queste accuse di  Magdi Allam. E nel frattempo nel mondo universitario è circolato un breve documento di solidarietà per i bersagli delle accuse contenute nel libro e di critica per l’autore. Lo hanno sottoscritto docenti, ricercatori, giornalisti, scrittori ed esponenti a vario titolo del mondo culturale.
Il documento.

Senza entrare nel merito delle accuse specifiche rivolte nell’ultimo libro di Magdi Allam a singoli colleghi noti a chiunque si interessi di questioni relative al Medio Oriente e all’islamico non solo come ricercatori seri qualificanti, ma persino come persone coinvolte svariate forme di impegno civile, intendiamo protestare fermamente davanti alla sfrontatezza di chi afferma che le università italiane, “pullulano” di docenti “collusi con un’ideologia di morte profondamente ostile ai valori e ai principi della civiltà occidentale e all’essenza stessa della nostra umanità”.

Ci pare davvero eccessivo che quanti, in sede di dibattito scientifico e civico, esprimono posizioni differenti da una pretesa unica “verità interpretativa” divengano automaticamente estranei a universali valori di civiltà o, addirittura alieni dalla comune umanità. Una tale impostazione non solo è lontanissima dallo spirito e dai valori di una democrazia costituzionale -e molto più in linea con il con ideologie totalitarie - ma si pone anche a siderale distanza dal senso critico che sta alla base della ricerca storica e scientifica e dalla stessa, difficile ma essenziale, missione dell’informazione giornalistica di una società plurale.

Tutto ciò rischia di contribuire, purtroppo, al preoccupante imbarbarimento dell’informazione in un paese come il nostro che già si trova a pagare un prezzo troppo alto alle varie forme di partigianeria che lo travagliano. Già abbiamo visto sentenze discutibili coinvolgere colleghi noti per la  loro serietà ed equilibrio nell’affrontare il tema dell’Islam, con addirittura condanne penali che prevedono una pena detentiva. Il giornalismo rischia di cadere in una logica da tifo calcistico piuttosto che analitica e razionale, soprattutto quando si toccano temi delicati e sensibili come quelli religiosi e, in particolare, relativi all’islam e alle questioni legate all’area medio-orientale.
La libertà di ricerca ne paga il prezzo, schiacciata tra opposti estremismi interpretativi, e non solo. Ci auguriamo che tali tendenze trovino presto voci più equilibrate e meno partigiane a contrastarle, e che queste trovino a loro volta ascolto nel mondo dell’informazione, in quello politico, in quello culturale e in quello religioso.

(Seguono le firme  che chi lo desidera può leggere alla fonte)


Non è finita: da tempo nel sito web http://www.ilcircolo.net/lia  la curatrice scrive di Magdi Allam il quale ha pubblicato sul Corriere corrispondenza privata della signora in questione, senza averne il consenso (chi vuole conoscere anche questa raffinata iniziativa può andare al sito citato e –in data 20 luglio- troverà tutte le indicazioni per poter leggere l’intera storia).
La signora si è quindi rivolta al garante della privacy che ha prodotto un’interessante sentenza di cui riporto solo uno stralcio:

Nel caso di specie, invece, interi stralci della stessa risultano essere stati pubblicati in assenza di un consenso espresso dei diretti interessati.
Dal complesso della documentazione prodotta dalle parti e, in particolare, dalle dichiarazioni rese, in diverse sedi, dalla stessa mittente dell'email, non può inoltre desumersi alcun genere di assenso implicito.

 

Che dire? Evviva Radio 1 (si veda anche la lettera che ho pubblicato il  23 luglio, questa relativa a Rai 1 - TV) e un plauso a Lia che si difende in forma pubblica e trasparente, quella forma che può farsi tutela dei diritti di tutti e non solo protezione di sé.
augusta

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lunedì, 19 marzo 2007

Pensare a rovescio


Lo scorso venerdì cercavo di scrivere qualche cosa sullo squallore della discussione post dico/pacs e non riuscivo a venirne fuori finché non mi sono resa conto che, avvoltolandomi negli argomenti che volevano promotori attivi il papa & la sua corte e recettori passivi i “politici”, non era possibile se non indulgere ad atteggiamenti di compassione (spesso non benevola per i secondi) e a sbalordimento nei confronti del primo, incapace non dico di capire, ma di vedere il mondo in cui vive.  Attenzione al nuovo “non expedit”!
Bastava rivoltare la frittata e considerare elementi doverosamente e autonomamente attivi i politici  per cominciare a ragionare.
E così mi sono lasciata andare al divertente esercizio mentale di rovesciare le argomentazioni che sostengono molte comuni opinioni e ho scoperto che in questo modo si svuotano (le comuni opinioni) di ogni significato.
Faccio un esempio: la mattina ho il vizio di sentire la rassegna stampa di radio3e di reagire non tanto a ciò che dicono i giornalisti quanto a ciò che sento dalle telefonate dagli ascoltatori. e così oggi, mentre provavo un fastidio che non riuscivo a definire bene a fronte delle telefonate in cui persone molto assennate si chiedevano preoccupate il costo della liberazioni di Mastrogiacomo (per fortuna avvenuta); ho rovesciato l’argomentazione e mi sono chiesta qual sia il costo di un morto in guerra anziché di un vivo.

Io non so venirne a capo aritmeticamente ma proviamo a considerare costo complessivo della guerra, non solo la mostruosa organizzazione che viene spedita altrove o costruita per difesa, ma anche quello degli infortunati sopravvissuti, la perdita di reddito per le famiglie, gli edifici distrutti, le pensioni da pagare agli eredi e aggiungiamo anche il costo delle armi distrutte da sostituire ecc. ecc. e immaginiamo il capitale che uno stato deve mettere assieme per mandare un esercito ad ammazzare qualcuno o a far ammazzare qualcuno dei suoi.
Poi dividiamo quel capitale per il numero dei morti e chiediamoci quanto costa ammazzare una persona in guerra: quanto il prezzo di un fucile? di più? di meno?
Non lo so. ma credo che per questa strada l’opposizione alla guerra per i benpensanti diventi più convincente di quanto non sia quando si sente dire che la “vita è sacra”.
Se poi ci si chiede: quando è sacra, come, se ci sono eccezioni… il ragionamento si complica e io mi fermo qui, anche se mi sto mentalmente divertendo.
Provateci!


comportamenti accettabili e no

Poiché in questi giorni c’è tutto un chiacchiericcio su chi chiacchierava, anche qui ho provato a rovesciare i termini della questione. Un signore è stato esposto al pubblico ludibrio perché parlava con un’altra persona in automobile. Nessuno ha detto che quel signore compisse atti osceni in luogo pubblico, che passasse una bomboletta spray a un naziskin pronto a disegnare svastiche da qualche parte, che pagasse il pizzo a qualcuno.
Il fatto che molti giudicavano era il dialogo inascoltato (almeno così è stato dichiarato) con persona in automobile la cui intimità era nota ai più.
Io non ho l’abitudine di chiedere alle persone che conosco quali siano le loro abitudini sessuali, o informazioni sulla vita privata … perché non sono argomenti dirimenti.
Parlo se ne ho voglia; sto in casa se ho voglia di star zitta.
Ma c’è un caso ancora più complesso: se una persona mi si avvicina con l’automobile per chiedermi un’informazione (e io mi accosto al finestrino per non strillare) dovrei, per accontentare il prossimo guardone: 1) chiedere la carta d’identità; 2) se è persona coniugata o convivente (ancora no ma presto accadrà); 3) quali sono le sue tendenze e abitudini sessuali, per concludere prenda la prima a destra e la terza a sinistra; pochi metri avanti e troverà l’ufficio postale.                        
Ma sono tutti matti?                                                                                      augusta

APPELLO & altro

E dopo tante chiacchiere faccio seguito all’appello del prof. Alberigo che avevo pubblicato il 15 febbraio con questo commento dello stesso professore che traggo da ADISTA del 17 marzo pg. 4:
33789. ROMA-ADISTA. "Nei suoi sedici anni di presidenza la Cei è in gran parte divenuta una scuola con un maestro e tanti allievi, e la Chiesa si è ridotta al silenzio";"se parla solo Ruini, tanto meglio". È aspro il giudizio del prof. Giuseppe Alberigo sul lungo "regno" del card. Camillo Ruini. Il professore è stato intervistato, il 5/3, dal Corriere della Sera, contemporaneamente all'ex presidente del Senato, Marcello Pera che, invece, ha difeso e lodato l'opera del porporato.
Alla domanda sul perché Ruini abbia invitato i cattolici a "svegliarsi", a "evitare il pericolo dell'irrilevanza", Alberigo ha risposto: "Questo è il nodo cruciale: il bisogno del nemico. Prima c'era il nemico, ma ora non è più in commercio. E allora l'avversario è diventato la cultura e la società laica, il ‘laicismo', la modernità". Ma perché darsi un nemico? "Perché è più semplice raccogliere le file quando si può dire: attenzione, dobbiamo reagire. Ruini denuncia la società contemporanea come ostile, e allora è chiaro che si debba chiamare la Chiesa alle armi, difendersi e se possibile contrattaccare. Come poi questo si connetta con il Vangelo io, francamente, non so dirlo. Ma parlare di un poveretto che duemila anni fa è morto in croce e ha predicato la salvezza, il privilegio dei poveri, è più scomodo, non c'è alcun dubbio".
E ancora: "L'atteggiamento che ha guidato la presidenza Ruini non solo ha portato la Chiesa ad essere un fattore di divisione nella società italiana, ma ha diviso la stessa Chiesa. Il che è altrettanto grave ed allarmante. I vescovi non osano parlare chiaro e forte, ma quando si sono fatte le consultazioni ha prevalso chi rappresentava una linea diversa. La maggioranza non ne può più". Ma se i vescovi non parlano, è colpa di Ruini? "Il clima della Chiesa in Italia va forse al di là delle responsabilità di Ruini. C'è una sorta di mortificazione, come se l'episcopato fosse un po' orfano della fine delle ideologie, dell'ostilità netta contro il comunismo, della Dc. Bisogna dare atto al cardinale Ruini di averci provato, a rimediare. Il progetto culturale è questa cosa qui. Mi pare che l'esito sia stato catastrofico". Perciò, "ora speriamo si volti pagina".
(www.adista.it)

E infine la rubrica purtroppo consueta:

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale 16  /  22  marzo 2007  n. 684 pag. 15

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 14 marzo 2007
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        4.5022        
Israeliani          1.048        
Altre vittime         77         
Totale               5.647        

Internazionale 16  /  22  marzo 2007  n. 684 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  del  14  marzo 2007
Iracheni              58.637 /  64.444
Soldati statunitensi               3.197                            
Soldati di altre nazionalità     258         

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mercoledì, 17 agosto 2005

Oggi riporto la traduzione di un altro pezzo di Carola Cameran: Le strade proibite, tratto dal sito <www.eappi.org/eappiweb.nsf/index_f.htm> alla voce “Rapports des Accompagnateurs”:
E’ un racconto che offre l’immagine della quotidianità in una terra (West Bank o Cisgiordania e Striscia di Gaza) conquistata nel 1967, la cui conquista non è mai stata riconosciuta, che non appartiene allo stato di Israele, e che, da allora, è militarmente occupata.                     augusta

9 maggio Le strade proibite
di Carola Cameran
Domenica 8 maggio l’associazione islamo-cristiana “Istituto arabo di educazione – AEI” (Arabic Education Institut) ci invita a visitare con loro il villaggio di Makmus (Emmaus), 20 km. a nord di Bethlehem.
Lo scopo dell’associazione è quello di promuovere azioni non-violente per la pace in Israele e Palestina per mezzo del dialogo, di attività formative e di incontri fra cristiani e mussulmani.
Ai membri dell’associazione vengono proposti parecchi gruppi di lavoro, ma i gruppi di giovani e donne sono quelli che maggiormente attirano i partecipanti.
Per questa domenica l’AEI ha organizzato a Makmus-Emmaus un incontro per gli studenti di tre scuole diverse: la scuola luterana di Ramallah, la scuola evengelica episcopale di Ramallah e la scuola Dar Al Kalima di Bethlehem. Voglio sottolineare che per tutti i ragazzi questa è la prima uscita dalla propria città dopo lo scoppio della seconda Intifada (n.d.r.: iniziata il 28 settembre del 2000). Il tema dell’incontro è “un progetto di viaggio pedagogico islamo-cristiano” e gli obiettivi. “far uscire i giovani dalla loro “zona”, trarre profitto dalla “Terra Santa”, passeggiare e discutere, giocare, scambiare esperienze, condividere un pasto.
L’appuntamento è alle sette del mattino e, a dispetto di tutti i pregiudizi interculturali, il gruppo di Bethlehem è puntuale. Viaggiamo su di un autobus occupato da giovani studenti come ovunque nel mondo, giovani che ridono, si divertono, ascoltano musica e mangiano patatine chips. Ma è una normalità apparente, perché questi stessi giovani dovranno presto misurarsi con la realtà dei posti di blocco (check point), dei controlli d’identità, delle attese interminabili per sapere se avranno il permesso di passare o meno. Per capire questa situazione è necessario sapere che il percorso avviene solo attraverso Territori palestinesi, non tocca lo stato di Israele.
Al primo posto di blocco abbassiamo il volume della musica e stiamo zitti. Due soldati armati di mitragliatrici* salgono sull’autobus. Chiedono al professore responsabile del gruppo cosa fanno questi giovani, cosa vogliono, il motivo del viaggio, e se si tratti di cristiani o di mussulmani.
Il signor Fouad, il professore responsabile, risponde cortesemente a tutte le domande, precisando che si tratta di studenti cristiani e mussulmani. La risposta crea un problema: “Sarebbe stato preferibile che si trattasse solo di studenti cristiani”, dice il primo soldato mentre il secondo passa fra i sedili dell’autobus per verificare l’identità di ogni passeggero. Due giovani studenti scendono dall’autobus perché i soldati hanno dubbi sulla loro età. Dopo più di dieci minuti di verifiche, l’autobus può ripartire: Sembra che di regola la faccenda sia più penosa, ma la presenza di tre accompagnatori ecumenici internazionali nell’autobus ha reso le cose più facili. E’ la piccola gioia della giornata.
Superato il posto di blocco, i giovani riprendono a cantare, a ridere, a raccontarsi le loro storie di ragazzi palestinesi.
Ma dopo poco meno di mezz’ora si profila un altro ostacolo: questa volta si tratta di un posto di blocco improvvisato (“Fly check point”) nel mezzo di una strada palestinese.
Ri-controllo, ri-verifica, mitragliatrice* ri-puntata. Ma questa volta la faccenda é veloce e i militari lasciano passare l’autobus senza fare troppe domande. L’autobus riprende la sua strada, ma … non c’è due senza tre. Due jeep di soldati israeliani creano una barriera e l’autobus fa marcia indietro per cercare un altro passaggio.
Nessuno sembra autocompiangersi e questo è il grande fascino di questa storia.
I ragazzi, i professori, gli accompagnatori hanno l’aria di affrontare tutti questi ostacoli alla loro libertà di movimento con la massima dignità e soprattutto con molta pazienza. “Cosa possiamo fare contro tutto questo? Nulla. Solo sperare”.
Ed è questo ascolterò spesso durante questo viaggio di 20 km. percorsi in due ore e mezza.

* Nota. Il testo dice “mitraillettes”: non me ne intendo di armi e non so se la mia traduzione è corretta. Comunque, per l’esperienza che ne ho io armi da sparo sono, che i soldati si portano sempre addosso e che hanno l’apparenza di un fucile corto

 

Nota (noiosa) per contestualizzare questi racconti e i loro commenti
Insisto nel ripetere queste notizie perché mi chiedo cosa possono capire tutti coloro cui non viene spiegata la differenza fra i Palestinesi cittadini di Israele (i cd. arabi-israeliani) e Palestinesi dei Territori di ciò che in questi giorni si dice attorno all’uscita dei coloni da Gaza.
Purtroppo anche molte associazioni che direttamente conosco non offrono questa essenziale informazione.
Il 10 agosto avevo pubblicato un altro testo di Carola (Nessuno ne parla) della medesima serie del precedente, mentre il 4 agosto avevo pubblicato un suo pezzo, Il venerdì sera, appartenente ad altra serie (
http://www.erf-rp.org/actualites.php?rub=4&nid=370&tag=2043)
A questo, il 9 agosto, avevo fatto seguire un commento in cui mettevo in discussione l’atteggiamento, a mio parere poco ecumenico, della chiesa cattolica (e anche di altre chiese cristiane) a Bethlehem, aggiungendo poi la nota del
14 agosto in cui stigmatizzo – e se non avrò smentite così resterà – la scelta di indicare come mista per genere la scuola materna dei francescani, che invece è solo maschile.
Vorrei che il pezzo della valdese Carola fosse letto da un importante esponente della cultura valdese italiana che di recente ho ascoltato mentre definiva “poco bilanciato” il programma dell’EAPPI.
Perché? Non lo ha detto.
Ciò che posso aggiungere di mio è che il tragitto che l’autobus dei giovani studenti ha percorso in due ore e mezza (20 km!) può essere molto più pesante. Io mi spostavo con mezzi pubblici e, quando i soldati fermavano un autobus, di norma la sosta era ben più lunga di dieci minuti. Cercavo di non viaggiare mai senza acqua da bere.
La cosa più terribile per me era trovarmi nella condizione di straniero non riconoscibile e quindi non poter far nulla. Carola ha scritto del significato della presenza di tre accompagnatori ecumenici (riconoscibili per una visibile scritta che si portano addosso) che semplicemente condividevano la sorte dei Palestinesi. Poco bilanciati?   augusta

mercoledì, 10 agosto 2005

Il  4 agosto ho pubblicato il primo dei diari di Carola e in quel mio pezzo si possono trovare le informazioni utili per comprenderne i riferimenti.
Questo tratto è ripreso (e tradotto) da http://www.eappi.org/eappiweb.nsf/index_f.htm (voce.
Rapports des Accompagnateurs. Fa parte dell’edizione francese del sito EAPPI -
http://www.eappi.org).              augusta

9 maggio 2005 -
Nessuno ne parla di Carola Cameran
Il tempo qui non passa come in Francia: ho l’impressione che si fermi costantemente su immagini che fino a ieri non conoscevo.
Forse é ciò che capita quando ci sfreghiamo gli occhi per assicurarci che quello che vediamo sia reale. Dopo una settimana i miei occhi sono rossi a forza di sfregarli!
Sono sistemata in una piccola casa a Bethlehem; dista qualche minuto dal muro di separazione e dal principale posto di blocco (check point) che divide Bethlehem da Jerusalem.
E’ tutto così diverso dal mio appartamento di Parigi! Condivido l’abitazione con altri due accompagnatori ecumenici. Heather, una londinese, e Richard, dell’Africa del Sud.
Ognuno di noi ha una camera, il che non succede a tutti i gruppi di accompagnatori che fanno capo al Consiglio Ecumenico delle Chiese, e siamo tutti tre contenti di questo “privilegio”.
Abbiamo trascorso qualche giorno alla “Casa d’Abramo”, un centro d’accoglienza del Soccorso Cattolico a Jerusalem Est.
Il programma era alquanto pesante ma molto stimolante: corso di ebraico e arabo, formazione sulle metodologie d’azione non-violenta, conferenze su argomenti specifici, in particolare sul “muro”, la distruzione illegale di case palestinesi e sui movimento pacifisti israelo-palestinesi. Abbiamo anche fatto un giro turistico “alternativo” a Jerusalem (quartiere armeno, cristiano, ebraico e mussulmano) il che ci ha permesso di vedere i luoghi storici di questa splendida città. Ciò che mi ha particolarmente colpito è stata la visita organizzata da una pacifista israeliana che fa parte del “Comitato israeliano contro la demolizione delle case”(ICAHD) nei dintorni di Jerusalem: un insieme di disperazione, impotenza, tristezza e incredulità che non riesco a togliermi dalla mente. Un percorso lungo il muro che separa Jerusalem e i suoi abitanti, lasciandosi dietro una desolazione che non avrei mai potuto immaginare. Immagini che fino ad ora avevo visto soltanto sugli schermi cinematografici o sfogliando una qualche rivista.
All’arrivo del nostro gruppo gli abitanti di Bethlehem ci hanno accolti molto bene.
Ci hanno fatto capire che la nostra presenza è apprezzata e vi posso assicurare che queste testimonianze d’amicizia danno un significato vero a questa avventura.
Finalmente conosco la ragione del mio essere qui.
La città è inquietante per il suo silenzio e l’assenza di vivacità. Il muro di separazione che avanza come un serpente attorno alla città della Natività le impedisce di “vivere” con i propri mezzi. Il commercio è quasi fermo per la mancanza di clienti: il muro non è certo un’attrazione turistica!
Una volta superato il muro, all’ingresso di Bethlehem una fila di una ventina di taxi attende il passaggio di un pellegrino che offra la possibilità di accendere il motore; vi si avvicinano venditori per proporvi una serie di souvenir fuori moda e potrete avere succhi d’arance spremute al momento per pochi shekel.
Ma le persone mantengono una specie di ostentato ottimismo, l’espressione del loro viso mostra il desiderio di credere che un giorno ritroveranno la vita di un tempo.
La vita continua, nonostante il muro, i check point, i controlli, i negozi chiusi e malgrado il fatto che il mondo sembra averli dimenticati.
nota: ICAHD – organizzazione israeliana non violenta contro al distruzione delle case palestinesi.

 

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giovedì, 04 agosto 2005

In questo mio diario ho già scritto – il 18 febbraio- del Caritas Baby Hospital di Bethlehem (CBH), il maggior ospedale pediatrico della West Bank, una realtà di cui ho apprezzato molto gli obiettivi e le modalità con cui viene condotta. Il CBH è sostenuto da un’associazione germano-svizzera e, per chi volesse saperne di più, rinvio al sito http://www.khb.ch, la cui lingua principale è il tedesco, ma è leggibile anche in italiano, inglese e francese.
Avevo conosciuto nel mio precedente soggiorno del 2003 le suore italiane che vi operano, insieme ai medici e al personale palestinese, e così quest’anno ho deciso di partecipare ad una loro iniziativa: ogni venerdì, alle 18, le suore recitano il rosario passeggiando lungo il muro che ormai incombe anche vicino all’ospedale pediatrico.
Devo confessare le mie perplessità iniziali per una scelta “cattolica” (dove cattolico non si propone per il significato letterale di universale, ma può segnare l’appartenenza a una chiesa) in una terra che ha disperato bisogno di dialogo anche sul piano religioso (tutto ciò che può unire dovrebbe essere messo in atto!): il rosario non mi sembrava la più ecumenica delle preghiere; però era una forma visibile di protesta nonviolenta.
Ma, già al primo appuntamento le perplessità crollarono. Incontrai infatti un piccolo, ma riconoscibile gruppo, di “accompagnatori ecumenici”, persone che partecipano al Programma di Accompagnamento Ecumenico in Palestina e Israele, iniziativa coordinata dal Consiglio Ecumenico delle Chiese (
http://www.wcc-coe.org), iniziata nel mese di agosto 2002 (EAPPI - http://www.eappi.org). (N.B .I due siti che ho citato sono pubblicati in più lingue: oltre all’inglese sono leggibili anche in francese, tedesco, spagnolo e russo),.
Gli accompagnatori ecumenici osservano le violazioni dei diritti umani e delle leggi umanitarie internazionali, sostengono atti di resistenza nonviolenta stando al fianco dei Palestinesi cristiani e mussulmani e degli Israeliani attivisti per la pace, offrono protezione con una presenza nonviolenta, sono impegnati in una pubblica politica di appoggio legale e solidali con le chiese e con tutti coloro che lottano contro l’occupazione. Le loro relazioni si possono trovare nel sito
http://www.eappi.org, che ne descrive in forma più diffusa obiettivi e metodi, suddivise nelle diverse lingue di cui il sito dispone.
Lungo il muro passeggiavano Richard, Mario e Pandora (anglicani del Sud Africa che si giovano della loro esperienza dell’apartheid e del suo superamento come valore aggiunto per la comprensione della situazione israelo/palestinese) e Carola, italiana valdese, residente in Francia. Ne pubblico un pezzo di diario (e continuerò traducendo tutti quelli di cui posso disporre) in cui Carola riferisce una situazione particolare che io stessa ho conosciuto e spiega la sua scelta di partecipazione all’iniziativa del suore del CBH. Lo faccio perché, traducendo quanto lei racconta, vi ho ritrovato l’autenticità di uno sguardo non inquinato dal pregiudizio e partecipe dell’atteggiamento rispettoso del pluralismo proprio delle suore del CBH.
I racconti di Carola sono leggibili in francese nel sito dell’EAPPI e nel sito della chiesa di Paris Paisance, che fa parte delle Chiese riformate di Francia (http://www.erf-rp.org e, più specificatamente, in http://www.erf-rp.org/actualites.php?rub=4&nid=370&tag=2043).
Da qui traggo il primo pezzo: Il venerdì sera.

Il venerdì sera partecipo ad una preghiera organizzata dalla piccola comunità di religiose del Baby Caritas Hospital: si svolge davanti al muro di separazione che cresce di giorno in giorno.
Questo pezzo di muro incombe proprio davanti alla casa di Clémence, una donna cattolica, araba e palestinese. E’ originaria della Giordania ma, dopo il matrimonio, vive con la sua famiglia a Bethlehem, la città natale di suo marito. Clémence è una maestra e insegna arabo.
Mi riceve a casa sua, un’abitazione a due piani che condivide con la famiglia del marito.
Le immagini della Madonna sono onnipresenti e Clémence mi dice che ha bisogno di pregare la Vergine per trovare la forza necessaria a sopravvivere alla quotidianità. Sono molto commossa da questa testimonianza di fede anche se è molto lontana dalla mia cultura religiosa.
Un anno fa lei e suo marito si accorsero che nel tratto di terra davanti alla loro casa c’erano strani scavi. Inquieti ne chiesero la ragione ma non giunse loro alcuna risposta. Qualche giorno dopo il muro cominciò a incombere, dritto e alto, proprio davanti alla casa. Ecco la triste ragione degli scavi.
 …. Clémence e suo marito si precipitano ai  diversi uffici amministrativi per cercar di far valere i loro diritti,  Quella terra è loro da generazioni, non è possibile, ci dev’essere un errore.
Hanno la documentazione che dimostra che ne sono i proprietari.
Ma il muro non smette di avanzare, imponendosi come unico dirimpettaio.
Clémence deve installare una grossa lampada al néon in giardino perché il muro impedisce di vedere il sole.  Suo marito costruisce una griglia di protezione e la paura cresce.
”Prima della prima Intifada andavamo a Gilo (il vicino insediamento), i miei bambini giocavano con i bambini israeliani, noi donne ci scambiavamo informazioni e condividevamo il forno per il pane. Oggi non abbiamo neppure il diritto di uscire da Bethlehem. Bisogna chiedere un permesso per andare a Jerusalem dove un tempo ci recavamo per fare spese e bere il the con i commercianti israeliani, passavamo ore simpatiche nei loro negozi. Ottenere il permesso è molto difficile. Talvolta vorrei andare a vedere i soldati al posto di blocco (check point) per chieder loro perché agiscono così, ma so che fanno il loro lavoro, non gliene voglio.
Molti di loro sono più giovani del mio ultimo figlio e io oso parlar loro come farebbe qui qualsiasi altra mamma.
Se si ottiene un permesso è valido fino alle 19 e se non rispettiamo questo orario finiamo direttamente in prigione, per un giorno o due … non si sa…
Il mondo intero ci considera terroristi e ci tiene in prigione, una prigione di cui vedo il muro proprio davanti alla mia finestra. Non abbiamo più diritti, sembra che il mondo ci abbia dimenticati. A vedere il muro sono venuti giornalisti, delegazioni di ogni genere e nulla cambia.
Perché? Io non voglio odiare, voglio semplicemente vivere in pace”.
Siedo davanti a Clémence  e mi sento piccola piccola.
Non posso far nulla per lei se non mostrarle la mia solidarietà, profonda e sincera.
Pregare qui, davanti a questo muro, diventa un gesto di protesta, un gesto fraterno che simboleggia una reale volontà di superare le barriere dei contrasti intereligiosi. 
Non ho mai partecipato a un rosario in tutta la mia vita di convinta valdese ma in questo angolino della terra santa mi sento completamente solidale con Clémence  mentre preghiamo e ne sono veramente commossa.”

Per chi volesse sapere qualche cosa di più sulla persona di Carola rinvio a:
http://www.erf-rp.org/actualites.php?rub=4&nid=370&tag=1855
augusta

 

 

 

 

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