Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Blogger: AUG
Nome: Augusta

Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

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martedì, 06 maggio 2008

Lui dice di rappresentare anche me, lui…

 

“Potevo fare di quest’Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto”. (Mussolini 16 novembre 1922)  [i]
Perché oggi ho iniziato con questa citazione (completata nella nota) spero lo si capirà nel corso di questa mia angosciata pagina di diario; per il momento mi limito a dire che quando insegnavo leggevo sempre questo discorso con i miei studenti e il testo mi serviva sia a chiarire –per contrasto- il significato di democrazia parlamentare (troppo spesso denigrata dall’opposta ipotesi di un assemblearismo che troppi ritengono vox populi partecipante perché, per alcuni, si lega ad un sentimento morale che vorrebbe farsi legge in nome di se stesso) e in un secondo tempo mi serviva a chiarire il significato dell’aggettivo “sociale”nella dizione ufficiale di quella repubblica (appunto “sociale, italiana”) che di solito ricordiamo come Repubblica di Salò.
Ma torniamo ai nostri giorni.
Ho scritto più volte, anche recentemente (23 aprile), quanto io consideri pericolosa la Lega come termine di mediazione fra l’esercizio di un potere che si millanta estraneo alla violenza e la “buona” coscienza collettiva che ha da tempo dismesso un pensiero proprio in nome di un populismo che più becero è più fa presa.
Ieri sera mi sono sacrificata e, con carta e penna, ho affrontato gli abili squallori di Porta a Porta. Avevo sentito che nella registrazione pomeridiana della trasmissione c’erano state affermazioni sconcertanti dell’on. Fini, presidente della camera e volevo rendermi conto. Sono stata accontentata. Speravo di no.
Infatti l’abile, algido presidente ha definito i naziskin che hanno ammazzato un giovane a Verona “balordi che si richiamano all’ispirazione dei naziskin”, ha ricordato un disgustoso sconcertante episodio di crudele bullismo avvenuto a Viterbo (territorio non padano), ha richiamato “all’equità e alla serenità”, evidentemente perseguendo l’obiettivo di “depoliticizzare” le motivazioni di quello che ormai si sapeva essere l’assassinio di un giovane ammazzato a calci in testa. Sbaglio se sono convinta che il compimento di un’azione così “naturalmente” ripugnante richiede preparazione e forse allenamento?
L’abile regia di Vespa ha inserito di seguito l’intervista ad un magistrato il quale, attenendosi ai fatti sinora noti o almeno a quelli che tali si possono comprovare (com’è suo dovere professionale), si è rifiutato di prestarsi al gioco di una precipitosa e improvvida politicizzazione dell’assassinio e ha concluso parlando di “banalità della tragedia”. La citazione indicava a mio parere persona intelligente, lucida e competente nel suo discreto riferimento a Hanna Arendt.
Ma quanti lo avranno colto?
Subito dopo interveniva il giornalista Michele Brambilla (mi scuso ma non ricordo se editorialista o direttore de Il giornale) che parlava dei naziskin come portatori di “simboli e idee che la storia ha sconfitto” e, aggiungo io, che la non memoria della Lega Nord riaccende di nuovi, vincenti significati.
Precedentemente però il Presidente della camera aveva detto una cosa assai preoccupante: “Gravi i fatti di Verona, molto più gravi le contestazioni della sinistra radicale contro la fiera del libro”.
Ricordo che il primo maggio questi soggetti nella migliore delle ipotesi naif, contestatori della libertà di scegliere le proprie letture, per sottoporle al vaglio preventivo di una censura politica, avevano bruciato un paio di bandiere dello stato di Israele. Se l’on. Fini avesse voluto dare un fondamento pur vagamente ragionevole alla sua asserzione, avrebbe dovuto richiamare l’analogia con gli interventi nazisti in proposito (ne ha fatto memoria onorevole quando ha visitato lo Yad Vashem dove i bruciamenti dei testi sacri dell’ebraismo e di molto altro sono ampiamente illustrati?) e non lasciar trasparire un abile riferimento allo “stato offeso” (vuol riproporci lo strisciante concetto di sacralità dello stato)?
Comunque della faccenda boicottaggio della Fiera del libro ho scritto il 25 gennaio (“Un boicottaggio tutto nostro” e vi ho fatto riferimento il 27 e 28 dello stesso mese) e non ci torno su.
Chiedo invece se i promotori del boicottaggio ad Israele nella Fiera del Libro abbiano ragionato sul significato della politica e si siano chiesti se sia (mimando Carl Schmitt) la continuazione della violenza con altri mezzi o un tentativo di radicale alternativa ad ogni violenza.
Credo che non ci abbiano ragionato mai, con l’apporto attivo di movimenti sedicenti pacifisti,
Strillare in piazza è più facile e soddisfacente che pensare.
Fossero solo loro a pagare le conseguenze per il vuoto di pensiero che possiedono e moltiplicano!  Il guaio è che le paghiamo tutti.
augusta

 

[i] Chi volesse leggere il discorso per intero può trovarlo anche nel sito: http://www.roberto-crosio.net/DIDATTICA_IN_RETE/Mussolini_bivacco.htm
Nel sito http://www.anpi.it/cronol/1922.htm si trova invece una schematica cronologia degli avvenimenti del 1922

Ancora più interessante il sito web che riporta il discorso di Mussolini dopo il delitto Matteotti (3 gennaio 1925) quando Mussolini assunse i pieni poteri:
http://www.bloggers.it/schio/index.cfm?blogaction=permalink&id=41078598-93C8-3AA4-7171104A2F6430C6.

E’ chiaramente intitolato a
R.N.C.R. - R.S.I. - CONTINUITA' IDEALE  -  Federazione di Vicenza

 


Pagina diario scritta da: AUG a 14:13 | link | commenti (1) | | Torna su
guerra conflitti e violenze, diari di augusta

mercoledì, 09 aprile 2008

 

              VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale   4  / 10  aprile n. 738  pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (28 ottobre 2001).

Dati aggiornati alle 16 del  2 aprile 2008

Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.

Palestinesi         5.177        

Israeliani          1.067        
Altre vittime         78         
Totale               6.322        

Internazionale  4  / 10  aprile n. 738  pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle  16 del 2 aprile 2008

Iracheni               82.625  /   90.149
Soldati statunitensi                4.012      
Soldati di altre nazionalità       309         


                         Vittime e distruttori d’altro tipo.

Anche la stampa italiana ne ha parlato, ma avevo letto la prima notizia sulla BBC.
Una ragazza argentina., rapita in carcere alla sua mamma durante il regime dei colonnelli e “adottata” da una coppia dei suoi rapitori, li ha denunciati e ha potuto ritrovare la nonna e il fratello (i genitori non ci sono più) attraverso la banca del DNA istituita dalle nonne di Piazza di maggio.
Queste “nonne” per assicurare un nucleo familiare ai nipoti nati in carcere (e in carcere rapiti per essere direttamente “adottati” o venduti) si sono dovute sostituire alla generazione dei figli e delle figlie in parte distrutta per allontanare i loro nipoti da chi li aveva fatti strumenti di un bisogno di impossessarsi di altri esseri umani.
Ne avevo incontrato una delegazione quando ero vicepresidente del consiglio regionale; ne ho riportato un ricordo indimenticabile e conservo con amore il fazzoletto bianco che le distingue e che mi hanno regalato allora.

…….         .e non manca il grottesco


Avevo deciso di non andare a votare: l’idea di dovermi asservire a scelte di gruppi che, fiduciosi nelle pigre abitudini degli italiani, ci impongono personaggi incredibili (ma dove li trovano? Ne hanno un deposito a domicilio?) mi ha fatto cambiare parere. Mi sembra che, esprimendo il mio voto, manterrò più forte il mio diritto di protesta.
E poi bisogna opporsi –in qualunque modo, ma per quante elezioni ancora? – a Berlusconi, Casini e Lega Nord ecc. ecc.
Purtroppo vengono fornite ogni giorno nuove ragioni di fastidio.
L’ultima volta ha provveduto al mio ineliminabile quotidiano disgusto Veltroni, responsabile dell’inserimento del gen. Del Vecchio nelle liste elettorali, in posizione irrimediabilmente vincente.
Il Del Vecchio aveva dichiarato (per questa volta evito le citazioni dato che ne ha parlato la stampa di ogni tendenza):
«Non sarei contrario alla creazione di case di piacere per i soldati impiegati nelle missioni all’estero  Non va criminalizzato il soldato che frequenta case di piacere controllate, con ragazze maggiorenni. Frequentarle rientra nelle libere decisioni della persona. Capisco perfettamente le esigenze dei ragazzi proprio perché sono un uomo che ha vissuto per 43 anni la vita militare». In precedenza aveva dichiarato di non ritenere i gay adatti alla vita militare e, contemporaneamente, si era dichiarato  favorevole alle quote rosa nell’esercito».
Ne possiamo dedurre che il generale era (è ancora?) frequentatore di casini e che – secondo le antiche, storiche abitudini di ogni esercito - usa dell’arma consueta dello stupro; nel caso suo –uomo d’ordine – lo preferisce organizzato.
Parla di
libere scelte di ragazze maggiorenni, il generale naif. Evidentemente non ha mai sentito parlare di libertà dal bisogno.
E se alle auspicate soldatesse pungesse vaghezza di sesso a pagamento che farebbe la disinibita creatura? Che cosa le impongono le pari opportunità generale Del Vecchio?
Il Veltroni si è detto indignato delle dichiarazioni ma non gli ha chiesto di levarsi dai piedi: i sodali del Del Vecchio – privati dei loro bellici piaceri – potrebbero cambiare idea sul loro voto.
E tanto interessa di questi tempi.
augusta

Nota: chi volesse informazioni su usi e costumi degli eserciti patri può verificare qualche notizia nella rassegna “antica babilonia” (voce presente nelle categorie).

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rassegnastampa, vittime di guerra, guerra conflitti e violenze, antica babilonia

lunedì, 28 gennaio 2008

1984 n.3 – UNO CHE DOVEVA ESSERE ZITTITO

 

Riporto la lectio doctoralis di David Grossman, come l’ho ripresa da Repubblica.
Ne ho tagliato una parte perché è molto lunga. 
Il n. 1 di 1984 si trova in data 25 gennaio e il n. 2 in data 27 gennaio.
augusta


Da Repubblica on line (28 gennaio 2008)

David Grossman: "La memoria e la Shoah"

Uno dei suoi romanzi più intensi, Vedi alla voce amore, racconta la Shoah vista dagli occhi di un bambino figlio di sopravvissuti. David Grossman, uno dei massimi scrittori contemporanei, ha ricevuto dall'Università di Firenze domenica 27 gennaio, in occasione del Giorno della Memoria, la laurea honoris causa. Ecco parte del discorso che ha letto durante la cerimonia               di David Grossman


Sei milioni di ebrei morirono in Europa in un eccidio senza precedenti nella storia dell´umanità e dopo il quale l´umanità non fu più la stessa. Ecco alcuni interrogativi che la Giornata della memoria risveglia: esiste oggi un dibattito sulla Shoah in quanto avvenimento dal significato universale e non esclusivamente ebraico? Tale dibattito è significativo, e autentico, oppure, con l´andar degli anni, si è trasformato in una sorta di obbligo formale? E noi, rappresentanti di questa generazione, di tutti i popoli e le religioni, comprendiamo l´incisività e l´attualità degli interrogativi che la Shoah ci prospetta e la rilevanza che hanno ancora oggi, soprattutto oggi?

Queste domande concernono, peraltro, anche il nostro rapporto con gli stranieri, i diversi, i deboli di ogni nazione del globo; concernono l´indifferenza che il mondo mostra, di volta in volta, verso episodi di massacro in Ruanda, in Congo, in Kosovo, in Cecenia, nel Darfur; concernono la malvagità e la crudeltà del genere umano che nel periodo della Shoah si profilarono come concreta possibilità di comportamento. In che modo trovano espressione nella nostra vita e quale influenza hanno sulla conformazione e sulla condotta del genere umano? In altre parole: la memoria che serbiamo della Shoah può essere veramente una sorta di segnale d´avvertimento morale? E siamo noi in grado di trasformare i suoi insegnamenti in parte integrante della nostra vita? (...)

Mentre gli altri popoli possono, con relativa facilità, evitare di riflettere sulle conseguenze della Shoah - e dunque sfuggire a un dibattito profondo che le concerne - noi, in Israele, siamo condannati a dibatterle ripetutamente, a cadere talvolta nella trappola dell´angoscia esistenziale che la Shoah ha scavato in noi, a definire gli aspetti significativi della nostra vita nei termini categorici, estremi, che la Shoah ha lasciato impresso in noi. In un certo senso si può dire che il popolo ebraico, e di fatto quasi ogni ebreo, sia un colombo viaggiatore della Shoah, che lo voglia o no.


<Qui si inserisce la storia di Leib ed Ester Rochman che ho tagliato.
Chi volesse leggerla, come pubblicata da Repubblica, può andare a: http://firenze.repubblica.it/dettaglio/David-Grossman:-La-memoria-e-la-Shoah/1418143?ref=rephp
>


Ci sono altre milioni di storie come questa. Ogni persona morta, o sopravvissuta, è una vicenda a sé e tutte queste storie, in apparenza, si mantengono su un piano totalmente diverso da quello su cui sono dibattute oggi le grandi "questioni" relative alla Shoah, sempre che siano dibattute. Tali questioni vertono soprattutto sulla negazione della Shoah, sull´incremento del numero dei neo-nazisti in diverse nazioni e sul rafforzamento dell´antisemitismo nel mondo. Negli ultimi anni la discussione circa il diritto dei tedeschi di considerarsi vittime di quella guerra al pari di altri popoli, o addirittura di creare una simmetria - errata e inammissibile a mio parere - tra la loro sofferenza e quella degli ebrei durante la Shoah, si fa sempre più accesa.

Le vicende personali di Leib ed Ester Rochman, così come quelle di altri milioni di persone, si mantengono, come ho detto, su un piano diverso, ma senza di esse un dibattito sulla Shoah non sarebbe completo e sarebbe impossibile creare un legame emotivo tra le generazioni future e ciò che avvenne allora. Dirò di più: senza quelle storie personali il dibattito sulla Shoah potrebbe talvolta apparire un tentativo inconsapevole di difendersi dall´orrore palese. E, spingendoci oltre, si potrebbe ipotizzare che senza di esse il dibattito generico, di principio, si spegnerebbe lentamente.

Proprio le vicende individuali, private, sono il "luogo" più universale, la dimensione entro la quale è possibile creare il senso di identificazione umana e morale con le vittime che permette a chiunque di porsi ardui interrogativi: come mi sarei comportato io se fossi vissuto a quell´epoca, in quella realtà? Come mi sarei comportato se fossi stato una delle vittime, o un connazionale degli aguzzini? Ho l´impressione che fino a che non risponderemo a queste domande - ognuno per conto proprio - fino a che non ci sottoporremo a questo auto-interrogatorio, non potremo dire a noi stessi di aver affrontato pienamente ciò che avvenne laggiù. E se non lo faremo, dimenticheremo.

Più si assottiglia il numero dei sopravvissuti - e malgrado il lavoro di documentazione portato avanti da "Yad vaShem", il museo israeliano dedicato alla memoria delle vittime della Shoah, e, nell´ultimo decennio, dall´archivio Spielberg - più cresce l´importanza dell´arte quale possibile mezzo per affrontare questi interrogativi. La letteratura, la poesia, il teatro, la musica, il cinema, la pittura e la scultura sono i "luoghi" in cui l´individuo moderno può affrontare la Shoah e sperimentare le sensazioni e la particolare esperienza umana che la ricerca e il dibattito accademici solitamente non sono in grado di far rivivere.

Traduzione di Alessandra Shomroni   

 

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israele palestina, rassegnastampa, guerra conflitti e violenze

domenica, 27 gennaio 2008

1984 N.2

Mi sembra importante leggere l’intervista a Yehoshua. Ascoltare voci diverse e contrapposte per me è sempre stato un esercizio essenziale, ma dopo l’atmosfera di paura dei libri che ho testimoniato due giorni fa, la conclamata incapacità di considerare la sfera della cultura nella società civile come un fenomeno che non può dipendere meccanicamente dalla politica (e da una politica militarizzata dalla necessità di schierarsi!) l’altrui paura del libro mi ossessiona.
Così, anche se propongo l’intervista dello scrittore senza interruzioni o riassunti, non voglio togliermi la parola e ho scelto di mettere di mio le note a pie’ di pagina.                             augusta


Repubblica -27 gennaio 2008  

Dentro la Shoah  Intervista a Yehoshua 

di ENRICO FRANCESCHINI

GERUSALEMME - "Se Mosè potesse viaggiare nel tempo, vedere con i suoi occhi le scene dell'Olocausto e poi tornare alla propria epoca, cosa farebbe per evitare che i suoi discendenti scompaiano nei lager nazisti?" È uno spunto da romanzo di fantascienza quello che Abraham B. Yehoshua offre agli europei per il Giorno della Memoria. Da qualche anno il 27 gennaio è il giorno dedicato in quasi tutti i paesi europei Europa al ricordo della Shoah: lo sterminio di sei milioni di ebrei nei campi di concentramento del Terzo Reich. Un momento di riflessione, cordoglio, espiazione. Per Yehoshua, la ricorrenza è una tappa in più a disposizione dell'umanità per "provare a capire una tragedia che riguarda tutti, per cercare un vaccino contro questa follia collettiva, affinché non possa mai ripetersi". E alla fine della sua conversazione con Repubblica, il grande scrittore israeliano rivela cosa avrebbe potuto fare Mosè, di ritorno dal futuro, per cambiare il corso della storia.

Signor Yehoshua, cosa vuol dire oggi ricordare l'Olocausto?
"Vuol dire occuparsi di qualcosa che non tocca solo gli ebrei. Infatti non siamo solo noi ebrei che rivisitiamo la Shoah. In Europa, in America, in buona parte del mondo contemporaneo, gli studiosi e gli storici ma anche la gente comune provano e riprovano a capire cosa fosse quel patologico aspetto del nazismo che passa sotto il nome di "soluzione finale". E paradossalmente io trovo che, con il passare degli anni, più ci allontaniamo da quello che è avvenuto, più l'interesse verso l'Olocausto aumenta, anziché diminuire"
[1].
Perché?
"Perché non lo abbiamo ancora compreso fino in fondo
[2]. Prendiamo la prima guerra mondiale, o la seconda: il mondo se ne è occupato a lungo, poi le ha collocate nel proprio passato remoto, le ha per così dire risolte e archiviate, lasciando che soltanto gli specialisti continuino a frugare in quegli avvenimenti. Con l'Olocausto, invece, dopo quasi sessant'anni l'interesse non si è esaurito, ma cresce. Con l'Olocausto siamo davanti a qualcosa che turba e avvince anche popoli niente affatto coinvolti nello sterminio degli ebrei. Qualcosa di sconvolgente che continua a catturare l'interesse dell'umanità".

Il fascino perverso dell'orrore supremo?
"L'orrore per un progetto che fa accapponare la pelle: sterminare un intero popolo, cancellare una razza dalla faccia della terra. Il punto è: perché sterminarlo? Nella storia del mondo non mancano le guerre, i massacri, anche i tentativi di sterminio: solo che in genere si può individuare una ragione, non dico una giustificazione, ma una logica, per quanto spietata. Un popolo vuole sterminarne un altro per strappargli territorio, ricchezze, potere, per prevenire un attacco. Ma nella Shoah abbiamo visto un popolo, anzi più d'uno, perché i tedeschi hanno potuto contare sull'assistenza di vari alleati, che cerca di sterminare un altro popolo per nessuna delle ragioni sopra citate. Verrebbe da dire: per nessuna ragione. Per puro odio razziale, senza motivazioni razionali".

Dunque le motivazioni vanno cercate nell'irrazionale?
"L'Olocausto fece emergere quella che io chiamo "giudeofobia" [3], una sorta di irrazionale paura degli ebrei, una paura che genera fanatica avversione e perfino paranoia. Al punto che Hitler, chiuso nel bunker di Berlino durante gli ultimi giorni della guerra, confidava ai suoi collaboratori di essere stato sconfitto dalle forze occulte del "giudaismo internazionale", non dall'America e dall'Unione Sovietica".

Da dove viene questo odio paranoico?
"Affonda le radici in secoli di razzismo, intolleranza, discriminazione, accompagnate da frequenti sussulti di violenza, che hanno avuto nella Shoah la loro esplosione culminante. Due millenni e più di antisemitismo, un odio per gli ebrei che si è diffuso attraverso i veicoli più svariati: la chiesa cristiana, il comunismo, e oggi buona parte dell'Islam".

L'antisemitismo è tornato a farsi sentire anche in Europa.
"Non è mai scomparso del tutto. L'Europa ha bisogno di vincere i suoi sensi di colpa. Ha interpretato a lungo il sionismo come una nuova forma di colonialismo, per cui accusa Israele di fare, con l'occupazione dei territori palestinesi, quello che le potenze europee fecero in Africa e in Asia nel secolo scorso. Ma il sionismo non era colonialismo: gli ebrei non sono tornati nella Terra Promessa per colonizzare gli arabi, né per dominarli, anche se nel loro ritorno ci sono aspetti tutt'altro che da assolvere
[4]. Inoltre l'Europa si sente responsabile per quello che è accaduto ai palestinesi. Gli ebrei sono fuggiti dall'Europa e hanno fondato il loro stato in Israele dopo la tragedia dell'Olocausto, perpetrato da tedeschi ed europei: ma il prezzo è stato pagato dai palestinesi. Ebbene, poiché gli ebrei accusano gli europei per la Shoah, ora molti europei possono accusare Israele per l'oppressione dei palestinesi. E concludere che in fondo gli ebrei non sono migliori o diversi da loro".

Non c'è il rischio che qualunque critica della politica di Israele verso i palestinesi possa essere tacciata di antisemitismo?
"I primi a criticare la politica di Israele verso i palestinesi, e nel modo più aspro, sono molti israeliani, me compreso. Dunque non solo si può, si deve criticare Israele. Ma a mio parere l'Europa dovrebbe criticare di più anche Arafat e l'Autorità palestinese per gli errori enormi che hanno commesso, per l'uso della violenza e del terrorismo, per le opportunità mancate".

Secondo lei l'Europa è fondamentalmente anti-israeliana?
"Certamente non lo fu in passato. C'era grande simpatia e solidarietà verso di noi nei primi anni di vita del nostro Stato. I giovani europei venivano a lavorare come volontari nei kibbutz. Allora Israele destava profondo entusiasmo".

L'umore è mutato dopo la guerra dei Sei Giorni del '67, o meglio con l'occupazione di Cisgiordania e Gaza?
"Trent'anni e passa di occupazione hanno rappresentato un danno enorme per Israele. E ancora più dell'occupazione, ci hanno danneggiato le colonie ebraiche, i nostri insediamenti nei Territori occupati. Non sono serviti a nulla, sono moralmente ripugnanti, rappresentano un disastro".

In Israele l'Olocausto viene celebrato in primavera, con una cerimonia toccante: due minuti di silenzio in cui l'intero paese si ferma sull'attenti. Cosa suggerisce agli europei che il 27 gennaio vorranno ricordare e riflettere?
"Ricordare serve a cercare un vaccino che impedisca all'umanità di ripiombare in quella follia collettiva che è stata la Shoah. Chiedersi come evitare che una tragedia simile possa ripetersi. Sa, a volte io immagino di convocare in una stanza, con un tocco di bacchetta magica, tutti i grandi saggi dell'ebraismo del passato, da Mosè in poi, e di proiettare su una parete un documentario sull'Olocausto: i treni piombati, i lager, i camini, i mucchi di cadaveri... Poi, riaccesa la luce, direi a ciascuno: vai, torna nella tua epoca, fai tutto quello che puoi per cambiare la storia, per impedire che si avveri ciò che hai visto".

Il passato si può cambiare solo al cinema...
"O in un romanzo. Ma è un esercizio utile. Ecco, immagino che Mosè, tornato tra gli ebrei del suo tempo, faccia in modo di essere sepolto nella Terra Promessa. Come è noto, Mosè riuscì soltanto a intravedere da lontano questa nostra terra, nessuno sa dove fu sepolto. Bene, immaginiamo che ordini ai suoi fidi: "Prendete il mio corpo e portatelo in Israele, costruitemi come tomba un'immensa piramide, fate sì che il mio popolo rimanga sempre vicino a essa". Chissà, forse così gli ebrei non avrebbero lasciato Israele, non si sarebbero dispersi per il mondo, non ci sarebbe stata la diaspora. E nemmeno l'Olocausto. Nella prima metà del Novecento, i padri del sionismo, Herzl incluso, ammonivano: in Europa si prepara una grande catastrofe per gli ebrei. E un brutto giorno la catastrofe è arrivata".



[1] E’ vero. Forse lo è per tante ragioni. La prima è l’uso spesso abnorme che si fa degli effetti della Shoà per “giustificare” la politica israeliana nei confronti dei palestinesi. Se ne parla e così qualcuno si chiede: ma cos’era?  La seconda è il senso di colpa irrisolto degli europei e degli occidentali in genere che hanno concesso che la Shoà avvenisse sotto i loro occhi e che forse vissero come una liberazione l’esodo degli ebrei nel loro nuovo stato. Oggi su il Sole 24 ore c'é un interessante articolo di Tony Judt (La vera lezione di Auschwitz))di cui ricopio un passaggio, riservandomi di pubblicarlo integralmente se riuscirò ad averne il testo scaricato da Internet: “Dopo il 1945 la generazione dei nostri genitori accantonò il problema del male perché –per loro- aveva troppo significato. La generazione che verrà dopo di noi corre il pericolo di accantonare il problema perché ora contiene troppo poco significato. Come si può impedire che ciò avvenga?”
Tento una mia risposta (parziale): non con i proclami e le manifestazioni in cui la presenza in piazza sostituisce l’esercizio della mente e l’impegno etico (quella lasciamola ai cardinali e al papa che se ne compiacciono) ma con la conoscenza e con la conoscenza di ciò che avvenne da noi, prima di rivolgere lo sguardo altrove. Io comincerei a discutere di Shoà partendo dalle leggi razziali italiane e
paragonandovi le scempiaggini dell’oggi quando confliggono con i diritti umani. Bisogna vincere il buon senso che ci giustifica perché nel trascorrere del tempo si è creato le argomentazioni per farlo.

 

[2] Ed evitiamo di incolpare i giovani. Gliene hanno parlato a scuola? Come?
E’ stato approfondito con loro, ad esempio, il significato del bullismo o è bastata un’alzata di spalle? Quanta violenza precoce viene tollerata dagli adulti, soprattutto se esercitata dai forti nei confronti dei debili?
Lo scorso anno (si veda il mio diario del 24 gennaio 2007) il presidente dello Yad Vashem ha ricordato proprio le molestie che subivano in Europa prima della Shoà i bambini ebrei. Perché coloro che vogliono provvedere al boicottaggio contro la fiera del libro non hanno proposto di invitare questo autorevole vecchio signore?

 

[3]  Quante fobie dello stesso tipo stiamo preparando?
Ancora un passo dall’articolo che ho citato sopra: “Facciamo un piccolo esercizio. Vi sentireste al sicuro, accettati e benvoluti, negli Stati Uniti, oggi, se foste un mussulmano o un immigrato clandestino? E se foste un 'Paki' in certe zone dell’Inghilterra? O un marocchino in Olanda? Un nero in Svizzera? Uno stranieri in Danimarca? Un rumeno in Italia? Uno zingaro ovunque in Europa?"

[4] Però sono andati in Palestina convinti che fosse “una terra senza popolo”.

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rassegnastampa, guerra conflitti e violenze

martedì, 22 gennaio 2008

Ringrazio Augusta per lo spazio offerto che mai come in questo momento si dimostra così prezioso, poiché può essere usato per comunicare ciò che nella stampa europea è pressoché taciuto. Per chi non si ricorda di me, sono Omar, vengo dal cosiddetto Medio Oriente.

 

Popolo di Gaza, tenete duro!!!

 

La striscia di Gaza, fino a qualche giorno fa, era un esteso carcere a cielo aperto di 378 km2, contenente un milione e mezzo di carcerati, dei quali la metà ha meno di 16 anni. Ora, dopo che Ehud Olmert, primo ministro israeliano, ha ordinato il blocco di tutte le frontiere, non lasciando passare nè carburante, né medicinali, né, ovviamente, viveri, la striscia è diventata un grande forno di gran lunga peggiore dei forni usati dai nazisti. Se chiedete ad uno di Gaza com’è la situazione attuale, egli risponderebbe che la morte è più misericordiosa della sofferenza provata in questi giorni a Gaza, poiché vedere tuo figlio morire davanti ai tuoi occhi senza che tu possa reagire è più doloroso della morte. Qui manca l’elettricità, mancano i farmaci, le sale operatorie sono inagibili. Quel che non manca è solo la morte. Ci sono più di quattrocento feriti che avrebbero bisogno di cure, di cui la metà sono bambini, lasciati all’aria aperta, al freddo di gennaio, con una scarsa speranza di essere salvati. Le celle frigorifere delle stanze mortuarie non funzionano…e come potrebbero, senza elettricità.

            Cinquanta sono le vittime dopo il bombardamento israeliano degli ultimi tre giorni. Olmert, il suo amico Bush e alcuni arabi sostengono apertamente che i bombardamenti andranno avanti, così come il blocco di Gaza. E questo paese, Israele, dovrebbe essere l’unica rappresentanza di democrazia nel Medio Oriente, il paese che rappresenta la civiltà occidentale nella regione, il paese fondato con il pretesto di salvare gli ebrei dalla morte e dal pregiudizio, e per alleggerirsi dalle colpe commesse dall’Europa nella prima metà del secolo scorso; questo stato sta facendo subire qualcosa di paragonabile alla shoah, poiché morire di fame e di freddo sotto i bombardamenti israeliani costretti in una striscia di terra non è diverso e forse è peggio di morire in camere a gas.

Il mondo occidentale ipocrita si impegna quasi quotidianamente per la causa del Darfur; ha invaso l’Iraq, lo ha occupato e ha ucciso un milione di iracheni sotto lo slogan di liberarli; ha fondato uno stato per il popolo di Timor est. Lo stesso mondo occidentale, però, si toglie da ogni responsabilità, non muove un dito, non alza una mano e non prende in mano una penna contro le macellazioni e le barbarie nei confronti del popolo palestinese, poiché Israele è sopra della legge e può fare tutto ciò che vuole: uccidere, distruggere, lasciar morire di fame, bloccare spietatamente senza preoccuparsi di un freno dall’esterno che tanto non giunge.

Forse, prima di colpevolizzare il resto del mondo, bisogna dare la colpa agli arabi: i paesi arabi appoggiano, infatti, tutto ciò con il loro complice silenzio, non fanno altro che condannare la situazione debolmente e in maniera dimessa, per non far arrabbiare né Israele né gli Stati Uniti. Perché il presidente egiziano Hosni Mubarak non apre il confine di Rafah di fronte ai feriti e ai bisognosi? Se non vuole permettere l’uscita dei palestinesi come vuole Israele, perché non lascia almeno entrare aiuti umanitari? Lui ha senz’altro la sua parte di responsabilità, se non legale, almeno morale. Nel momento in cui la striscia di Gaza è stata occupata, questa apparteneva all’amministrazione egiziana e gli scolari di Gaza studiavano nei libri di testo egiziani la storia dei faraoni. Mubarak ha paura di essere accusato di violare la legge internazionale? Non fare arrabbiare Israele è per lui più importante della rabbia di milioni di egiziani che condividono il dolore dei loro fratelli a Gaza?

Tutti i paesi europei hanno tenuto un atteggiamento esemplare e positivo riguardo alle infermiere bulgare arrestate in Libia. Tutta Europa si è avvicinata alla Bulgaria e tutti hanno normalizzato i loro rapporti diplomatici con la Libia solo dopo che quest’ultima ha rilasciato le cinque infermiere.

Tutti i paesi africani si sono avvicinati a Nelson Mandela durante la sua guerra giusta contro l’Apartheid, perché gli arabi non si avvicinano al popolo di Gaza? No, hanno scelto invece di accogliere Bush donandogli medaglie d’oro e festeggiando con danze orientali, firmando contratti di armi da decine di miliardi di dollari. Ci viene da chiedere, perché questi stessi non hanno chiamato Bush per chiedergli di far sì che gli israeliani fermino questa catastrofe umana in un piccolo territorio come quello di Gaza. Perché Mahmoud Abbas, il presidente palestinese, non lascia Ramallah e non va a disturbare la coscienza sporca del mondo arabo e non fa sentire la sua voce a livello internazionale? Perché non esce dalla sua villa e non va a Gaza a dimostrare solidarietà, perché non dedica un po’ del suo tempo per porre fine alla divisione tra il popolo palestinese e per ritrovare un’unità che potrebbe forse salvare almeno qualche vita umana?

Il popolo palestinese tiene duro contro il blocco e la fame e affronta la morte con coraggio e fede, nonostante tutti gli ostacoli posti da governi amici che spendono miliardi per armi con il fine non di affrontare i nemici, bensì di salvare l’economia americana e francese e offrire posti di lavoro nelle industrie belliche occidentali. La resistenza di questo popolo disturba gli israeliani dimostrando a tutto il mondo l’orribile immagine della politica israeliana con il suo carattere sanguinario.

Ciò che fa Olmert insieme al suo ministro della difesa Barak indica la depressione e la sconfitta all’interno della politica israeliana e non il loro potere. Non hanno vinto nella loro ultima guerra contro il Libano, non sanno come trattare con le resistenze nel libano e in Palestina, non sanno cosa decidere per l’Iran. Non sono riusciti a imporre la normalizzazione con i paesi arabi ad Annapolis. Non è esagerato concludere che, nonostante l’assenza di corrente, gli abitanti di Gaza vivono con la luce dalla loro parte, mentre i loro oppressori, dalla politica israeliana fino ai paesi del golfo, vivono nell’oscurità delle loro anime.

Omar

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lunedì, 19 novembre 2007

Da “www.ildialogo.or

Il triangolo nero

Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne

La storia recente di questo paese e’ un susseguirsi di campagne d’allarme, sempre piu’ ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando “emergenze” e additando capri espiatori.
Una donna e’ stata violentata e uccisa a Roma. L’omicida e’ sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena e’ la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L’odioso crimine scuote l’Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.
Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena e’ stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignita’? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che e’ italiana, e che l’assassino non e’ un uomo, ma un rumeno o un rom.
Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all’uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanita’. Delle loro condizioni, nulla e’ piu’ dato sapere.
Su queste vicende si scatena un’allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell’ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.
E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall’Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla piu’ forte, denunciando l’emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalita’ (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli piu’ bassi dell’ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa 2005, L’omicidio volontario in Italia e l’indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima e’ una donna; piu’ di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro e’ sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide piu’ della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto.
Nell’estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non e’ un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l’aspetto fisico e la disponibilita’ sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parita’ femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell’influenza politica, l’Italia e’ 84esima. Ultima dell’Unione Europea. La Romania e’ al 47esimo posto.
Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?
Succede che e’ piu’ facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell’insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.
Succede che e’ piu’ facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all’assistenza sanitaria, al lavoro e all’alloggio dei migranti; che e’ piu’ facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.
Succede che sotto il tappeto dell’equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.
Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno e’ vittima di un omicidio bianco.
Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, meta’ delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che e’ sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).
Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani - dopo aver “delocalizzato” e creato disoccupazione in Italia - pagano salari da fame ai lavoratori.
Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d’ora di popolarita’. Non si chiedono cosa avverra’ domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che e’ dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre gia’ echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco.
Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell’ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di liberta’, dignita’ e civilta’; che rende indistinguibili responsabilita’ individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.
Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell’intolleranza il triangolo nero degli asociali, il marchio d’infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom.
E non sembra che l’ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.
Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dell’intelligenza e della ragione.
Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Essere rumeni o rom non e’ una forma di “concorso morale”.
Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.
Nessun popolo e’ illegale.

Proposto da Alessandro Bertante, Gianni Biondillo, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Helena Janeczek, Loredana Lipperini, Monica Mazzitelli, Marco Philopat, Marco Rovelli, Stefania Scateni, Antonio Scurati, Beppe Sebaste, Lello Voce, Wu Ming.
 Venerdì, 16 novembre 2007

Sarò lunga, qualcuno mi ha scritto tempo fa che non bisogna esagerare in lunghezza: il fatto è che io sto esagerando in brevità perché troppe sono le cose da dire che non voglio tacere, finché non ci sarà tolto il diritto di parlarne pubblicamente.
Abbiamo abbandonato il razzismo ad una bega fra storace e Fini, mentre dovrebbe farsi interesse collettivo primario. Ho pubblicato un documento che ritengo importante e che nel sito <
http://www.petitiononline.com/trianero/petition.html> si può ancora firmare.
Ogni volta che scatta un fatto di violenza se non ci riesce di attribuirla tutta a uno straniero (e i Romeni ci impediscono di usare la parola “extracomunitario”) ci stupiamo, come se fosse la prima volta. E invece è una delle tante, di tutti i giorni.
Scelta per scelta mi soffermo sull’episodio, accoratamente segnalato da un preside di Mantova, degli studenti che hanno ripreso con i telefonini l’agonia di una donna (ha importanza che fosse nera?) mentre moriva sotto le ruote di un autobus.
Se io volessi meravigliarmi, ma non me lo consento, me lo impedirebbe il mio blog.
Ecco la fonte di quello scempio, una fonte che ci interessa tutti perché i protagonisti sono soldati italiani che non erano in Iraq perché passavano di la, qualcuno li aveva mandati con un diffuso consenso. Chi era l’attore dell’invio? Chi lo ha sostenuto?
Ricopio la notizia, così come l’avevo scritta il 14 settembre 2006. Mi limito ad aggiungere un titolo:


CATTIVI o PESSIMI MAESTRI?

 

Leggo sul Corriere della sera di oggi – 14 settembre 2006- un articolo di Fiorenza Sarzanini “Nassiriya, soldati italiani a processo”, così segnalato in prima pagina:
”Spararono contro i civili durante la battaglia dei ponti di Nassiriya, 5 agosto 2004: il rinvio a giudizio chiesto dalla Procura militare per tre soldati italiani, accusati di aver colpito un’ambulanza, uccidendo quattro persone”.
Nel contesto dell’articolo (a pag. 5 e, sottolineo, del Corriere della sera) si legge:
”Il 25 gennaio scorso Allocca (torrettista e capo arma del mezzo anfibio d’assalto AAV7 in forza ai lagunari del Serenissima) arriva davanti ai magistrati. E ammette: “Sparai contro il mezzo perché così mi fu ordinato dal maresciallo Fabio Stival”.
L’accusato aggiunge che se avesse saputo che si trattava di un’ambulanza avrebbe chiesto “spiegazioni al superiore”….Come che sia siamo alla solita obbedienza potenzialmente omicida tipica della cultura militarizzata
Scrivevo l’undici dicembre scorso, riportando il testo di un filmato diffuso da Rainews24 e pubblicato giovedì 8 dicembre dal Corriere della sera on line (parlano sempre i militari italiani combattenti nella “battaglia dei ponti a Nassiriya):
”E’ ancora vivo quello?”.   “Guarda come si muove ‘sto bastardo”.   “Guarda com’è bellino per terra”.    “Alza la testa …  ma dev’essere ferito di brutto”      Luca, annichiliscilo
Luca esegue con successo: non sappiamo se l’annichilito sia militare o civile, uomo o donna, vecchio o giovane. Che importa! E’ solo un effetto collaterale, uno dei tanti!


Non c’è bisogno di ricorrere all’indicazione di Camus, basta tacere e fingere di dimenticare o Camus avrà ancora ragione?
“Viene sempre un momento nella storia in cui chi osa dire che due più due fa quattro viene punito con la morte” (Albert Camus).
augusta

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lunedì, 12 novembre 2007

Da Adista Notizie n.79

"AMICI DEI TERRORISTI". IL CORRIERE ATTACCA L’APPELLO  "GAZA VIVRÀ". E FRANZONI RISPONDE

34136. ROMA-ADISTA. A Gaza un milione e mezzo di esseri umani sono "sotto assedio, accerchiati dal filo spinato, senza possibilità né di uscire né di entrare. Come nei campi di concentramento nazisti, essi sopravvivono in condizioni miserabili, senza cibo né acqua, senza elettricità né servizi sanitari essenziali. Come se non bastasse, l’esercito israeliano continua a martellare Gaza con bombardamenti e incursioni terrestri pressoché quotidiani in cui periscono quasi sempre cittadini inermi". Per questa ragione, una serie di intellettuali e personalità della società civile italiana ha promosso nelle scorse settimane l’appello "Gaza vivrà" (www.gazavive.com), in cui vengono rivolte quattro richieste al governo Prodi: rompere l’"embargo genocida" contro Gaza "cessando di appoggiare la politica di due pesi e due misure per cui chi sostiene al-Fatah mangia e chi sta con Hamas crepa"; farsi carico "in tutte le sedi internazionali sia dell’urgenza di aiutare la popolazione assediata sia di quella di porre fine all’assedio militare di Gaza"; annullare "la decisione del governo Berlusconi di considerare Hamas un’organizzazione terrorista riconoscendola invece quale parte integrante del popolo palestinese"; e cancellare "il Trattato di cooperazione con Israele sottoscritto dal precedente governo". Fra i firmatari figurano i nomi di Gianni Vattimo, Danilo Zolo, Margherita Hack, Edoardo Sanguineti, Franco Cardini, Costanzo Preve, Domenico Losurdo, Giulio Girardi e Giovanni Franzoni.

Tutti costoro vengono definiti da Magdi Allam sul Corriere della Sera (4/11) "il partito degli intellettuali che paragona Israele ai nazisti". Scrive Allam: "Per aver formulato i medesimi concetti il 19 agosto 2006, il presidente e il segretario dell’Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), Mohammed Nour Dachan e Hamza Roberto Piccardo, sono finiti sotto indagine da parte della Procura di Roma per ‘aver diffuso idee fondate sull’odio razziale e religioso’ e per ‘istigazione alla violenza’. Ma a tutt’oggi nessun magistrato si è mosso nei confronti del nuovo aberrante manifesto che paragona Israele al nazismo". "Come è possibile – conclude il giornalista del Corriere – che in Italia, in particolar modo in seno alle università, alla sinistra radicale e ai sindacati, possa affermarsi una posizione così netta a favore di un gruppo terrorista islamico, finora sostenuta soltanto dagli estremisti islamici dell’Ucoii legati ai Fratelli Musulmani? Come è possibile che nelle istituzioni nessuno abbia niente da dire ai 2073 che hanno paragonato Israele al nazismo?".

Giovani Franzoni, interpellato da Adista, risponde così ad Allam: l’editoriale del Corriere "ignora che Hamas trova il suo consenso nella popolazione per il fatto che resiste, anche militarmente, all’occupazione trentennale dei territori palestinesi, ripetutamente condannata dalle Nazioni Unite; tace sul fatto che Hamas abbia offerto una tregua di 10 anni a condizione che Israele si ritiri nei suoi confini e riconosca i diritti dei profughi palestinesi; non considera che Hamas tenti e ritenti, anche nel corso di un doloroso e sanguinoso conflitto interno con la polizia dell’Autorità palestinese, la via della riconciliazione e della trattativa per ricostituire il governo di unità nazionale; non considera, infine, che Hamas dimostri di non essere poi così monolitica nelle sue posizioni ma conosca delle tensioni interne e che Al Qaeda – questa sì, vera organizzazione terroristica – attacchi e critichi Hamas proprio perché insiste nel seguire la via della politica e della trattativa".

Per quanto concerne il paragone con i campi di concentramento nazisti, l’ex abate di San Paolo fuori le mura dichiara: "L’occupazione dei territori palestinesi e la politica del muro offende l’ebraismo e disonora Israele. L’allusione che c’è nell’appello ‘Gaza vivrà’ al fatto che la popolazione palestinese vive prigioniera, come in un Lager a cielo aperto, è umiliante per Israele e per chiunque ami la cultura e la spiritualità ebraica, proprio perché non è infondata. Proprio chi ama l’ebraismo e riconosce lo stato israeliano si indigna per la contraddizione vergognosa che merita, nei suoi comportamenti, la peggiore delle definizioni". (e. c.)

 

E’ una notizia significativa, certamente non entusiasmante.
Chi volese andare ad
www.adista.it troverà anche altro su cui ragionare.
augusta

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domenica, 30 settembre 2007

Uomini e tutt’altro

 

Avevo molte cose da scrivere, racccolto i materiali, confrontato le informazioni ecc. ecc. e non mi rimaneva che pensarci su senza potermi esprimere, causa un malore con cui ancora discuto, per ora da perdente.
 Ma ci sono notizie alla cui pubblicazione non posso rinunciare.

La prima è legata a un mio ricordo del 1998: l’incontro a Gaza con il dr. Shafi che mi fece un’impressione straordinaria. L’ho ripensato spesso.
Qualche giorno fa è morto (e ovviamente nei giornali italiani non se ne è parlato o quasi). era stato capo delegazione palestinese a Madrid nel 1991, dove si svolgevano i colloqui a conclusione della prima guerra del Golfo.
Era la prima volta che una delegazione palestinese era ufficialmente presente in una trattativa internazionale.
Contemporaneamente si svolgevano –in segreto- i colloqui di Oslo che si conclusero con la famosa pace di Washington, presente Clinton ecc. ecc.
Ho trovato nel sito
http://www.palestina-balsam.it/n005.html un articolo del dr. Shafi che ci parla di questi due eventi e altro.
Eccolo:


”Alcune posizioni politiche espresse negli ultimi giorni riempiono il mio cuore della speranza che si possa uscire dallo stato di silenzio e indifferenza che pervade la societa' palestinese e affrontare con attenzione, serieta' e efficacia la portata della dura realta'. La mia posizione non puo' definirsi una terza corrente tra l'Autorita' palestinese e l'opposizione islamica. Vorrei mettere in evidenza che la mia posizione e' stata indipendente sin da quando e' nato il mio interesse nella nostra causa nazionale. Non ho mai aderito ad una forza o blocco politico. La mia opposizione all'accordo di Oslo non e' stata una posizione partigiana ma di principio e obiettivita' , probabilmente confermata dagli eventi. Sempre la mia preoccupazione e' stata quella di vedere una seria trasformazione democratica nella societa' palestinese, e questa e' la cosa piu' importante che possiamo fare. Ho paura che senza una trasformazione democratica noi non possiamo affrontare le minacce correnti. Noi dipendiamo tuttora da fattori esterni sul come affrontare queste minacce. Democrazia significa innazitutto legge, rispetto dei diritti umani e di coscienza e un effettivo uso dei fondi pubblici. Questo richiede ordine e disciplina , necessari per ogni realizzazione. Abbiamo lanciato vari richiami e appelli sul bisogno di rimettere in ordine la casa palestinese. Il processo di costruzione della democrazia non e' nato dopo la diminuzione degli aiuti finanziari e per lo stato di caos e indifferenza che prevalgono nella societa' palestinese. Ho partecipato alle elezioni generali del gennaio 1996 nonostante la mia opposizione agli accordi di Oslo perche' speravo che quelle elezioni avrebbero condotto all'aspirata trasformazione democratica. Sono dispiaciuto che questa speranza non sia stata realizzata perche' il consiglio legislativo palestinese non ha assunto le sue responsabilita' nazionali con fermezza. Si e' proseguito su una strada che non riflette i nostri interessi. I negoziati per applicare gli accordi di Oslo hanno fornito una buona copertura alle violazioni israeliane sul terreno come la nota strategia colonizzatrice e dei fatti compiuti, che e' la strategia di base del movimento sionista. Il rimanere al tavolo della trattativa ha dato alla comunita' internazionale la scusa per ignorare la sua responsabilita' di fronte alla sfacciata aggressione israeliana contro il popolo palestinese e alle violazioni delle convenzioni internazionali. Il fatto che la autorita' palestinese non abbia indirizzato la spontaneita' dell'Intifada, non abbia dato rilievo alle caratteristiche positive dell'intifada e non abbia organizzato l'aiuto per alleviare le difficolta' economiche dei cittadini palestinesi, con la possibilita' di non aver nulla alla fine di tutto cio', significa che la situazione e' minacciata al punto che tutto questo sangue e sacrificio potrebbero rilevarsi inutili. La logica di richiedere di unirsi in un comando di unita' nazionale che includa tutte le fazioni politiche con il compito di adottare decisioni per far fronte alla realta' dell'intifada e' quella di mantenere l'unita' nazionale. Gli eventi hanno provato che questo comando di unita' nazionale e' importante. Questo compito non ha nulla a che fare con gli accordi di Oslo. Non credo che l'autorita' palestinese sia legittimata dagli accordi di Oslo. La legittimita' dell'Autorita' Palestinese e' basata sul nostro diritto all'autodeterminazione. In ogni caso non vedo ragione perche' cio' costituisca ostacolo per costituire un comando di unita' nazionale. Ammetto di non essere sicuro che tutte le fazioni sul terreno concordino con la mia insistenza per un comando di unita' nazionale. Comunque penso che la migliore alternativa sia la riforma dell'attuale Autorita'. Devo dire che abbiamo chiesto questa riforma ma nessuno ci ha ascoltato o dato attenzione. Forse altri dovranno prendersi la responsabilita' di promuovere e domandare ancora una volta di perseguire questo obiettivo. Gli eventi dell'11 settembre e quello che e' successo dopo ci possono assistere in questa strada. Giornale Al Quds 18 Novembre 2001

E ora - reso omaggio, ma veramente anche se molto sommessamente-al dr. Shafi- una notizia con un protagonista così squallido che non sarebbe il caso di parlarne se le bizzarrie dei nostri tempi non l’avessero portato alla ribalta per una seconda volta nella sua vita. Si tratta di tale Salvatore Stefio, una delle quattro  guardie del corpo che furono rapite in Iraq quando morì il povero Quattrocchi.

E ora qualche citazione da un articolo on line de il Giornale (venerdì 28 settembre) quotidiana ammiratore dello Stefio &C). L’evento che ha dato origine a tutto ciò è un’accusa della procura di Bari al sullodato Stefio. Ovviamente il Giornale ne ha contestato il contenuto (ah questa magistratura birichina!).


«Mercenari al soldo dello straniero»: questa in soldoni l’accusa della procura di Bari sul reclutamento delle guardie private italiane, che nel 2004 partirono per l’Irak e anziché trovare un ingaggio furono rapiti dai tagliagole iracheni. …
Dopo due anni di indagini le conclusioni della procura di Bari, come rivela L’Espresso, contestano il reato dell’ingaggio di mercenari. Sotto accusa Salvatore Stefio, uno degli ostaggi, che dal 12 aprile 2004 rimase per 56 giorni nelle mani dei sequestratori, e Giampiero Spinelli. L’ipotesi di reato è che «avevano proceduto all’arruolamento nel territorio dello Stato italiano e senza l’approvazione del governo (di quattro guardie private, ndr), affinché militassero in territorio iracheno in favore di forze armate straniere (anglo-americane, per la precisione), in concerto e in cooperazione con le medesime, in contrapposizione a gruppi armati stranieri». I due sono accusati per l’arruolamento di Maurizio Agliana, Umberto Cupertino, Fabrizio Quattrocchi, poi catturati assieme a Stefio, e di Dridi Forese, un ex alpino che non prese parte alla spedizione.