Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


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lunedì, 30 giugno 2008

ANNIVERSARI INTRIGANTI

Noi tireremo dritto: 30 luglio 1938 – Trieste

Ho pubblicato nell’ultimo diario alcuni tratti di una intervista ad Amos Luzzatto, presidente emerito dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, pensando di non tornare sulla questione dei Rom e invece non solo non ce la faccio a chiudere il discorso, ma voglio ancora proporre alcune analisi convenienti al mio, ma spero non solo mio, punto di vita.
Segnalo intanto che, navigando per blog, ho trovato il nome di un interessantissimo sito riguardante in modo specifico la questione zingari;
l’ho messo fra i miei link e ne trascrivo l’indicazione per chi mi legge
http://coopofficina.splinder.com.

Le dichiarazioni di adamantina fermezza del ministro Maroni mi hanno fatto tornare in mente la frase (pronunciata da un noto capo di un cronologicamente lontano governo in un discorso a Trieste il
30 luglio 1938)  "Anche nella questione della razza noi tireremo dritto".
Fra un mese saranno ottant'anni
… ma Maroni non sa e nessuno dei suoi consulenti gliene farà scomoda memoria, né a lui né al capo del governo di cui la smemorata creatura è ministro.
So di essere noiosa ma aggiungo una serie di altre date che possono aiutarci a leggere nelle sequenze di eventi del passato ma forse anche a prevedere atroci sequenze del futuro.:
14 luglio 1938 Manifesto della razza (redatto da studiosi fascisti e docenti universitari)
5 agosto 1938 Primo numero della rivista "La difesa della razza"
Leggi razziali italiane (1938: anno XVII° dell’era fascista)
7 agosto Regio Decreto-Legge n.1381: Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri
22 agosto Censimento speciale degli ebrei
1-2 settembre Riunione del Gran Consiglio del fascismo
5 settembre Regio Decreto-Legge n.1390: Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista;
Regio Decreto-Legge n.1539: Istituzione, presso il Ministero dell’Interno, delConsiglio superiore per la demografia
20 settembre Regio Decreto-Legge n. 1630: Istituzione di scuole elementari per fanciulli di razza ebraica.
6 ottobre Carta della razza (emanata dal gran Consiglio del fascismo)
7, 9,10 novembre Riunione del Gran Consiglio del fascismo
17 novembre Regio Decreto-Legge n.1728. Provvedimenti per la difesa della razza italiana (n. d.r.: non dimenticare che fu firmata dal re sabaudo).
Veloce lettura di buon livello: Michele Sarfatti. Le leggi antiebraiche spiegate agli italiani di oggi Einaudi tascabili 2002 Torino (ci sono anche i testi delle leggi razziali di sett’anni fa).

Perché ci torno su.

Sono molto preoccupata dalla semplificazione che, ritengo in buona fede, richiama a fronte delle impronte da prendersi ai minori rom l’esito dei lager per ciò che riguarda la persecuzione degli ebrei nel secondo dopoguerra.
Sono preoccupata perché l’enormità del paragone può rivoltarsi come un boomerang che permette di sorvolare sugli strumenti istituzionali, culturali e pratici (primo fra tutti il consenso) che resero possibili i campi di sterminio; perché dimostra uno sciagurato, diffuso disinteresse per le condizioni dell’infanzia in fasi grigie come questa che da noi viviamo, condita da indifferenza e ignoranza.
Mi permettete una citazione biblica?
“Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca”. (
Apocalisse cap. 3, 15-16).

Scelgo quindi
l’intervista di Alessandra Longo, pubblicata da La Repubblica del 26 giugno che di tutto ciò si occupa.

ROMA - «Sono stato bambino e non potevo andare a scuola con gli altri. Ricordo che mi indicavano con il dito: “Mamma, guarda, quello è un giudeo!”. Sono cose successe 70 anni fa, cose che mi hanno segnato la carne e la memoria. Cose che non dimenticherò mai per quel che ancora mi resta da vivere. Prendere le impronte ai bambini Rom, come vorrebbe Maroni, significa compiere una schedatura etnica. E questo è totalmente inaccettabile». Amos Luzzatto è a Firenze, a presentare il libro dei suoi 80 anni: «Conta e racconta. Memorie di un ebreo di sinistra». L´Italia che lo circonda gli piace sempre meno e quest´ultima notizia lo turba profondamente.
Luzzatto, che cosa sta succedendo al nostro Paese? Anni fa sarebbe venuta in mente ad un governo una proposta del genere?
«C´è un razzismo latente nella cultura italiana, dovuto purtroppo ad un´insufficienza culturale. Ciclicamente si manifesta. Ricordo di essere stato a Palazzo Chigi quando, durante un precedente governo Berlusconi, venne fuori l´idea di schedare tutti gli immigrati. Ero presidente dell´Unione delle Comunità ebraiche e dissi che, se le prendevano a loro, avrebbero dovuto prenderle anche a noi. Mi spiegarono che non era un´iniziativa mirata ma solo l´inizio di un processo di identificazione generalizzato. Forse fiutarono l´aria. Alla fine, non ne fecero nulla. Io sono rimasto a quell´episodio».
Adesso non sembra che ci sia alcun imbarazzo. Si evoca esplicitamente la schedatura di bambini.
«Infatti quest´ipotesi è di gran lunga peggiore. Prendere i polpastrelli dei piccoli di un certo gruppo etnico significa considerarli ladri congeniti, prevedere che diventeranno dei delinquenti e commetteranno dei reati. E´ evidente e inaccettabile il segno razziale di questa iniziativa».
Immagino le ricordi qualcosa.
«Sì, mi ricorda il mio essere bambino, bollato, timbrato, come giudeo di cui non fidarsi».
Come finirà?
«Non credo che sia costituzionalmente corretto un processo di schedatura su queste basi chiaramente discriminatorie».
Le armi della legge e quelle della parola…
«Sì, da ebreo esprimo tutta la mia riprovazione».
Si può parlare di nuovo fascismo?
«Direi piuttosto di razzismo. La Lega è una destra populista».
Dove porta la strada della schedatura ai piccoli rom?
«Si comincia così e poi si va avanti con l´allontanamento dalle scuole, le classi differenziate, le discriminazioni diffuse. Questo pesa terribilmente sul vissuto di un bambino che si sente trattato diversamente dai suoi coetanei, vive come un appestato, carico di ossessioni e nevrosi. E´ una ferita che dura una vita».
L´Italia di oggi, quella che si sente rappresentata dal governo Berlusconi, sembra aver preso questa direzione.
«Esattamente la direzione contraria agli obiettivi di integrazione che vogliono dire soprattutto rispetto delle tradizioni e delle culture altrui».
Luzzatto, la gente che non condivide che cosa deve fare? Chiedere, provocatoriamente, come fece lei a suo tempo, che vengano prese le impronte a tutti?
«Noi allora reagimmo così. Certo, in questo caso, sarebbe fuori luogo coinvolgere nella protesta i bambini ebrei. I bambini, tutti i bambini, sono, fino a prova contraria, innocenti e devono essere protetti dalla crudeltà degli adulti».
Com´è quest´Italia? «Un Paese che ha perso la memoria».

I miei precedenti

Il 24 gennaio del 2007 ho pubblicato un'intervista a Joseph (Tommy) Lapid presidente dello Yad Vashem  (il grande museo della Shoà) da 16 luglio 2006.
Nato nel 1931 a Novy Sad (Yugoslavia)  è un sopravvissuto all’Olocausto.
E’ stato giornalista radiofonico, parlamentare, vice primo ministro e ministro della giustizia. E’ morto lo scorso primo giugno.
Anche lui ha ricordato, a fronte di ciò che osservava al check point di Hebron, le molestie che, bambino, aveva subito nel suo paese natale.
Chi volesse leggere il testo inglese dell’intervista può andare a:
http://www.haaretz.com/hasen/spages/815603.html

Come allora concludo con una citazione di Ryszard Kapuscinski

“Filo spinato
Tu scrivi dell’uomo nel lager
io - del lager nell’uomo
per te il filo spinato è all’esterno
per me si aggroviglia in ciascuno di noi
- Pensi che ci sia tanta differenza?
Sono due facce della stessa pena”.

augusta

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bambini, israele palestina, rassegnastampa, guerra conflitti e violenze, segnalazioni da altri blog, diari di augusta

venerdì, 27 giugno 2008

CITTADINI E SUDDITI

 

Nel primo diario di questo mese riportavo una nota dell’Associazione Alma Terra di Torino, di cui trascrivo un brano:

L’alba di questa mattina, Milano-Rogoredo, tra la tangenziale est, la ferrovia e sotto i cavi dell’alta tensione, campo nomade del comune - dunque autorizzato e censito -, quattro casette di legno, il resto roulotte e baracche, la kher, la casa della famiglia Bezzecchi, arrivati in Italia dalla Slovenia nel 1943 e qui, tra un campo e l’altro, giunti alla quinta generazione. Sono circa quaranta persone e tutti stamani sono sfilati uno per uno davanti a polizia, carabinieri e vigili urbani per declinare nome, cognome, generalità, stato civile. Ognuno ha mostrato il documento di identità e ad ognuno è stata fatta la fotocopia”.

Nell’ultimo numero di Ho un sogno (per gli udinesi: mensile che potete trovare presso la Libreria Universitaria CLUF, via Gemona 22) è stato pubblicato un appello che trascrivo:
 
Sono passati settant'anni dalla promulgazione delle leggi razziali e dalla pubblicazione della rivista "La difesa della razza"di Guido Landra e dei primi rastrellamenti che sfociarono dopo un breve periodo di tempo in un ordine esplicito di "internamento degli zingari italiani"in campi di concentramento (Circ. Bocchini 27/04/41),quei "campi del Duce" di cui in Italia si è preferito perdere la memoria.

"RICORDARE PER NON DIMENTICARE"

Sono passati settant'anni, ma le preoccupazioni, la percezione del pericolo, I PROVVEDIMENTI PUBBLICI SONO GLI STESSI DI OGGI.

E'agghiacciante quello che sta avvenendo oggi sotto i nostri occhi, a Milano.

Rimanere in SILENZIO oggi vuol dire essere responsabili dei disastri di domani.

NESSUNA collaborazione di Enti o Associazioni  è giustificata ( VERGOGNA)........

 

Mi appello alla società civile, chiedo un sostegno per le comunità di rom e sinti Milanesi.............voci dal silenzio........

Ricordo che domani sarà schedato anche mio padre, CITTADINO ITALIANO, che ha patito la persecuzione nazifascista con l'internamento in campo concentrazionale italiano (Tossicia).................mio nonno deportato a Birkenau e uscito dal camino................VERGOGNA

MI VERGOGNO,IN QUESTO MOMENTO, DI ESSRE CITTADINO ITALIANO E CRISTIANO.................

Chiedo in questo momento tragico per la democrazia e la cultura a Milano ed in Italia, di URLARE il proprio dissenso per questa politica razzista, incivile e becera.

RICORDO E NON DIMENTICO che oggi siamo noi e domani..............................

Milano, 05/06/2008 Rag. Giorgio Bezzecchi (Rom-medaglia d'oro al valor civico)

Ai lettori dello “storico” Corriere della sera è stato chiesto: “Il ministro Maroni propone di prendere le impronte ai bambini dei campi nomadi. Siete d’accordo?”

Mentre scrivo ci sono poco più di 15.000 risposte; ci viene riferito che  più di 9.000 sudditi concordano con il ministro  (vedere per credere, il sito web è a disposizione di tutti: http://www.corriere.it/appsSondaggi/votazioneDispatch.do?method=
risultati&idSondaggio=2917


Non riesco a commentare: affido l’ipotesi ministeriale al giudizio dei lucidi ottant’anni di quel gran signore che è Amos Luzzatto, presidente emerito dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (traggo da un’intervista su Repubblica del 26 giugno):
Prendere le impronte ai bambini Rom, come vorrebbe Maroni, significa compiere una schedatura etnica. E questo è totalmente inaccettabile».
<…>  «C´è un razzismo latente nella cultura italiana, dovuto purtroppo ad un´insufficienza culturale. Ciclicamente si manifesta.». <:::>
«Prendere i polpastrelli dei piccoli di un certo gruppo etnico significa considerarli ladri congeniti, prevedere che diventeranno dei delinquenti e commetteranno dei reati. E´ evidente e inaccettabile il segno razziale di questa iniziativa». <…>
 «Si comincia così e poi si va avanti con l´allontanamento dalle scuole, le classi differenziate, le discriminazioni diffuse. Questo pesa terribilmente sul vissuto di un bambino che si sente trattato diversamente dai suoi coetanei, vive come un appestato, carico di ossessioni e nevrosi. E´ una ferita che dura una vita».
 

VORREI…

 

Vorrei fosse reso noto che l’ONU ha dichiarato lo stupro crimine di guerra.

Vorrei sapere perché il card. Poletti consentì al seppellimento del boss della banda della Magliana Renato De Pedis nella cripta della Basilica di Sant’Apollinare.


Vorrei capire perché il quotidiano israeliano Haaretz, di cui ho sempre apprezzato la puntualità dell’informazione, ha relegato in una breve nota la notizia del suicidio di un militare israeliano durante la partenza del presidente francese dall’aeroporto di Tel Aviv.
Ne traduco alcuni passi:
Giovedì un poliziotto addetto al servizio di frontiera si é ucciso sparandosi a 200 metri dal presidente francese Nicolas Sarkozy che stava imbarcandosi al termine del suo viaggio in Israele.  <…> Gli ufficiali del servizio di sicurezza (Shin Bet), corsi immediatamente verso il luogo da cui proveniva lo sparo, trovarono il poliziotto, che aveva preso posizione in cima a un edificio, giacente di sotto a terra. La squadra Magen David Adom non poteva risuscitarlo e ne fu dichiarata la morte  (MDA: squadra di emergenza sanitaria).

Gli ufficiali esclusero l’ipotesi che si fosse sparato accidentalmente prima della caduta o che il fucile avesse sparato in seguito all’impatto con il terreno e conclusero che evidentemente si era ucciso con il suo fucile M-16, cadendo poi dall’edificio. L’autopsia ha confermato le loro conclusioni.
Gli ufficiali del servizio di polizia di frontiera hanno detto che l’uomo, appartenete alla comunità dei Drusi, aveva reso il suo servizio come poliziotto di frontiera per otto anni dopo aver assolto il suo servizio nell’esercito di Israele (ndt: IDF Forza di difesa israeliane). La sua famiglia ha chiesto che non ne venga pubblicato il nome”.

Alla fine dell’articolo ci sono i commenti dei lettori. Alcuni esprimono dubbi sulla fondatezza delle interpretazioni ufficiali, dubbi che a me sono stati suggeriti dall’insolita beffarda ironia della frase:A Magen David Adom team could not resuscitate him and he was declared dead”.
fonte: http://www.haaretz.com/hasen/spages/995777.html

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domenica, 23 marzo 2008

Errata corrige
Nel precedente diario ho identificato il 20 marzo come giornata del rapimento Moro: era invece il 16.

Inserisco una notizia che spero dia frutti positivi …

Dal Corriere della sera on line   23 marzo 2008
Hamas-Fatah: accordo per ripresa colloqui
Le due principali fazioni palestinesi hanno siglato una bozza di riconciliazione

SANA'A (Yemen) - Accordo raggiunto tra i palestinesi di Hamas (che controlla Gaza) e Fatah (dominante in Cisgiordania). Le due principali fazioni palestinesi hanno infatti siglato un accordo di riconciliazione a Sana'a, capitale dello Yemen, impegnandosi dopo mesi di ostilità a riprendere i colloqui.
«UNITÀ DEL POPOLO» - «Noi, in rappresentanza di Fatah e Hamas, riconosciamo l'iniziativa yemenita come l'intelaiatura sulla base della quale riprendere il dialogo tra i due movimenti per far tornare la situazione palestinese a quella che era prima degli incidenti di Gaza», si legge nel documento firmato da Moussa Abu Marzouk per Hamas e da Azzam al-Ahmed per Fatah. Nella dichiarazione si ribadisce anche «l'unità del popolo, del territorio e dell'autorità palestinese». I colloqui, avviati la settimana scorsa dal presidente yemenita Ali Abdullah Saleh, sono stati più volte sul punto di fallire. Saleh chiedeva alle parti di accettare di tornare al tavolo dei colloqui dall'inizio di aprile, ma il controllo di Gaza era uno dei nodi più difficili da sciogliere. Fatah chiedeva ad Hamas di rinunciare al controllo della Striscia e Hamas voleva che Fatah liberasse gli esponenti arrestati in Cisgiordania. Il piano yemenita prevede anche elezioni, la creazione di un nuovo governo di unità nazionale e la riforma delle forze di sicurezza.

E alla (speriamo) buona notizia precedente unisco il ricordo di un lontano 23 marzo che nell’approssimarsi delle elezioni mi sembra più attuale che mai.
Mi diranno esagerata: sarò più esplicita nei prossimi giorni.
Intanto spero che l’articolo che segue venga letto                augusta

da Il sole 24ore 23 marzo

Settantacinque anni fa i pieni poteri a Hitler: così una democrazia elesse un dittatore   di Nino Gorio

Il 23 marzo 1933 un voto quasi unanime del Parlamento consegnò Berlino nelle mani del leader nazista. Che poi in soli tre mesi abolì partiti e sindacati, epurò l'apparato statale da oppositori ed ebrei e aprì il suo primo lager a Dachau. Dettaglio sorprendente, il dittatore più feroce del ‘900 aveva un largo appoggio popolare

"La Repubblica era morta: un ometto, uno straniero semianalfabeta, seguito da un terzo del Paese, ne era stato il becchino numero uno". L'epitaffio, firmato da Eugene Davidson, storico californiano del nazismo, si riferisce a una data precisa: 23 marzo 1933, esattamente tre quarti di secolo fa. La repubblica in oggetto è quella tedesca, il "becchino" è ovviamente Adolf Hitler, che in quel giorno di primavera assunse i pieni poteri, inaugurando la dittatura che doveva portare alla seconda guerra mondiale e allo sterminio di milioni di ebrei.
A ripensarci oggi vengono i brividi, ma i giornali tedeschi salutarono l'evento con applausi praticamente univoci: anche perché la libertà di stampa era già sospesa e quindi l'entusiasmo era forzato. Meno univoco, ma di poco, fu il Parlamento, dove solo la Spd (socialista) votò contro: i comunisti della Kpd erano assenti dall'aula e tutti gli altri deputati sottoscrissero il decreto che consegnava senza condizioni il Paese a Hitler e al suo partito, la Nsdap. La Germania nazista nacque così, con un parto quasi indolore e con molte levatrici.
Va detto che la scadenza del "compleanno" non è accettata da tutti, perché in realtà nei primi mesi del 1933 la Nsdap prese il potere a tappe. Così c'è chi fissa la svolta il 30 gennaio, quando l'"ometto straniero" (Hitler era nato a Braunau, Austria) fu nominato cancelliere. Chi il 28 febbraio, quando fu varato il "Decreto per la difesa del popolo e dello Stato", prima legge liberticida del nuovo premier. Chi il 5 marzo, quando le elezioni politiche assegnarono a nazisti e loro alleati 340 seggi parlamentari su 647, confermando Hitler al governo.
Ma la data-chiave fu proprio il 23 marzo. Prima di allora, infatti, i nazisti erano entrati nella stanza dei bottoni passando bene o male sui binari previsti dalla Costituzione democratica della Repubblica di Weimar, in vigore dal 1919. Hitler non era ancora "führer" (titolo creato ad personam solo nel 1934) ma "reichskanzler", come i capi dei governi precedenti. "Persino i pieni poteri erano previsti, come norma di emergenza, dalla Costituzione" sottolinea il politologo Giorgio Galli, traduttore italiano del "Mein Kampf", il "vangelo" di Hitler.
Dopo il 23 marzo, invece, tutto cambiò. Infatti, Costituzione alla mano, i pieni poteri potevano durare quattro anni al massimo, mentre Hitler li prese come un incarico senza scadenza, che poi si tenne fino alla morte, nel 1945. E da subito usò l'investitura ricevuta dal Parlamento per far piazza pulita della repubblica parlamentare che avrebbe dovuto guidare. Fin dalle prime settimane del nuovo corso, ne fecero le spese tutti i bersagli designati: partiti, sindacati, autonomie locali, attività economiche ebraiche, burocrati fuori linea.
Questo processo di nazificazione si dipanò con una rapidità impressionante. A fine marzo una fabbrica a 20 km da Monaco fu riciclata nel primo campo di concentramento della Germania hitleriana (Dachau). Il 7 aprile un diktat-purga allontanò dall'apparato statale funzionari ebrei o politicamente sospetti. Il 2 maggio finirono fuorilegge tutti i sindacati tranne il Daf (nazista). Il 22 giugno toccò lo stessa sorte alla Spd, i cui beni furono confiscati; poi tutti gli altri partiti furono costretti a sciogliersi, facendo confluire i loro deputati nella Nsdap.
Insomma: in tre mesi la Germania fu rivoltata come un calzino. E l'operazione si completò entro altri sette con l'abolizione dei Länder, i governi regionali in cui articolava la struttura federale della repubblica. Ancor più stupefacente della rapidità d'azione dei nazisti fu però il consenso (quanto meno passivo) che la facilitò: se a marzo la Nsdap aveva raccolto il 43,9% dei voti, un referendum sulla politica di Hitler, indetto a mo' di test in novembre, registrò il 92,2% di sì. Risultato truccato? Forse, ma è difficile pensare a 9 voti falsi su 10.
La verità era probabilmente un'altra. L'asso nella manica dei nazisti era Joseph Goebbels, un giornalista renano, fanatico ma colto (tanto da essere soprannominato "Herr Doktor"), che già da marzo era diventato ministro per l'"Informazione, propaganda ed educazione popolare". Spregiudicato e intelligente, Herr Doktor aveva inventato tecniche inedite di comunicazione, basate sulla ripetizione ossessiva di notizie false o di slogan a effetto, che alla lunga venivano "digeriti" e fatti propri da chi li ascoltava come se fossero oro colato.
Oggi quelle tecniche non stupiscono più: dopo la guerra furono fatte proprie sia dalla propaganda politica sovietica che da quella americana e tuttora sono alla base di gran parte della pubblicità commerciale. Senza forzare più di tanto, si può dire che Goebbels fu l'inventore dei moderni spot televisivi, anche se all'epoca il ruolo della tv l'aveva la radio. E, sentendosi dire da mattina a sera via etere che la Germania aveva "un avvenire radioso" e che all'origine di tutti i problemi c'erano gli ebrei, i tedeschi finirono per crederci.
Del resto, la testa di Goebbels aveva cominciato a manipolare le altre già prima che Herr Doktor diventasse ministro. Con un mese di anticipo sui pieni poteri a Hitler, il 27 febbraio a Berlino era andato a fuoco il Reichstag e la propaganda nazista aveva pilotato l'opinione pubblica fino a far credere che l'incendio fosse opera di un "complotto bolscevico" orchestrato da tre deputati comunisti bulgari, con la complicità di una rete tedesca. Appunto sfruttando il caso Reichstag, Hitler era stato portato in carrozza alla svolta del 23 marzo.
Di vero c'era solo che uno psicopatico olandese di simpatie comuniste, Marinus van der Lubbe, era stato preso mentre vagava seminudo e fuori di testa intorno al Reichstag. Ma tanto era bastato al governo Hitler per far arrestare 4mila oppositori e intellettuali. A giudizio erano poi finite solo 4 persone, di cui tre assolte al processo. Ma grazie a Goebbels i tedeschi avevano continuato a credere alla prima versione. E il 23 marzo avevano applaudito a una repubblica che si suicidava, eleggendo democraticamente un feroce dittatore.

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israele palestina, rassegnastampa

martedì, 19 febbraio 2008

 Da tempo ricevo da Giovanna e Antonio informazioni sulla Palestina. Oggi  mi hanno invato questo racconto, tradotto da Giovanna, che, secondo me, merita di essere letto. Dei limiti alla pesca mi avevano parlato nel 2000, in occasione della mia ultima visita a Gaza .Oggi quei limiti, già allora drammatici, sono vissuti in un contesto di fame      augusta

Racconti sotto assedio: il Sindacato dei Pescatori di Rafah

“Sono pescatore da 36 anni, da quando avevo 15 anni. Il mio villaggio di origine, Il Jura, era famoso per i suoi pescatori. Quando mio padre è emigrato a Gaza nel 1948, ci è venuto in barca”.

Jamal Mohammed Bassalla è il portavoce del Sindacato dei Pescatori di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza. Il sindacato rappresenta circa 450 pescatori del posto, ed il suo quartier generale si trova sulla spiaggia poco fuori Rafah. Stamattina  Jamal ed il suo equipaggio stanno seduti su un  telone impermeabile sulla spiaggia, bevendo te intorno ad un piccolo fuoco fatto con legame alla deriva. Le condizioni del mare sono infide, e stanno spettando che il tempo migliori.

“Ci voglio due o tre ore per preparare le barche, ma siamo tutti i giorni pronti” dice Jamal “Controlliamo le reti, la benzina per la barca, le batterie, le scorte di cibo, il sistema di posizionamento globale: tutto ciò di cui abbiamo bisogno per lavorare. Quando il tempo migliora noi siamo quasi immediatamente pronti”. In estate Jamal ha un equipaggio di 18 uomini, e rimangono in mare fino a 24 ore di fila. Ma in inverno l’equipaggio è di solo 6 o 7 uomini. Lavorano insieme da anni, e si capiscono l’un l’altro approfonditamente.

Ci sono circa 3.500 pescatori di professione che lavorano lungo i 40 chilometri di costa della Striscia di Gaza. Con il loro lavoro danno sostegno ad almeno 40.000 persone, tra meccanici, pescivendoli e migliaia di famiglie di pescatori locali. L’industria della pesca a Gaza è diminuita moltissimo, specialmente negli ultimi 5 anni, a causa dell’intensificarsi delle restrizioni punitive israeliane su quanto i pescatori possano uscire al largo senza che venga sparato loro addosso e senza che subiscano vessazioni. Gli Accordi ad Interim sulla Striscia di Gaza e sulla West Bank firmati tra Israele e l’OLP nel 1944/5 non sono conformi agli standard dei diritti umani internazionali, poiché limitano il movimento dei civili palestinesi, ed il diritto dei pescatori di Gaza di pescare oltre la loro linea di costa. Gli Accordi ad Interim hanno sancito che ai pescatori palestinesi è permesso di pescare fino a 20 miglia nautiche dalla costa di Gaza.

Ma Jamal ed i suoi colleghi affermano che adesso non possono pescare più di 2.5 chilometri fuori costa, senza rischiare che venga sparato loro addosso. “Se usciamo oltre in mare, gli israeliani possono spararci addosso, distruggere le nostre reti e le nostre barche, oppure obbligarci a tornare a riva” dice “Soffriamo di queste restrizioni dal 2003 e recentemente hanno iniziato ad usare contro di noi anche missili ed elicotteri”. Il Sindacato dei Pescatori di Rafah dice che le navi da guerra israeliane sono in mare 24 ore su sette giorni a settimana, e che quindi loro non hanno nessuna possibilità di uscire in mare aperto.

Israele afferma che le restrizioni sulla pesca fanno parte di una strategia globale sulla sicurezza per combattere i trafficanti di armi ed i kamikaze palestinesi. Ma Khalil Shahin, Direttore dell’Unità dei Diritti Economici e Sociali dei Palestinesi presso il Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR) evidenzia il fatto che Israele non ha mai ottemperato agli accordi ad Interim. “Israele non ha mai permesso ai pescatori di Gaza di pescare a 20 miglia nautiche dalla costa” dice “Al massimo hanno permesso di pescare a 12 miglia nautiche dalla costa. E questo accadeva nella metà degli anni 90, quando i pescatori di Gaza catturavano circa 3.000 tonnellate di pesce all’anno. Ma la produttività è calata fortemente dal 2002, a causa dell’intensificarsi delle restrizioni. Adesso i pescatori catturano meno di 500 tonnellate di pesce all’anno. Ciò è una conseguenza inevitabile delle continue violazioni da parte di Israele degli Accordi ad Interim”

Oltre ad avere le loro barche, le loro reti ed altre attrezzature da pesca danneggiate o distrutte, più di 70 pescatori palestinesi sono stati arrestati dagli israeliani l’anno scorso. Jamal Bassalla ed i suoi colleghi sono arrabbiati e frustrati in quando non riescono più a guadagnarsi da vivere con la pesca senza rischiare la vita. Un altro membro del sindacato, Abdullah, dice che lui affronta i rischi. “Porto la mia barca a 4 o 5 chilometri dalla costa – che scelta ho! Qualche volta ce la facciamo, ma altre volte, mentre stiamo portando a secco quanto pescato, incominciano a spararci e ci obbligano a tornare indietro. E noi siamo costretti ad abbandonare tutto il pesce”.

I pescatori di Rafah dicono che queste restrizioni hanno influito anche sul tipo di pesce che catturano, facendoli puntare sempre di più su pesci di acqua bassa come le sardine. Alcuni hanno fatto ricorso a reti più piccole, catturando pesci più piccoli e giovani per aumentare il loro pescato. Jamal afferma che non hanno scelta a causa del blocco israeliano, ma i pescatori sono stati criticati per la sovrapesca che rimane nei magazzini locali. Ironicamente il numero dei pescatori a Gaza è aumentato dalla metà degli anni 90, perché parte delle migliaia di uomini che lavoravano in Israele sono diventati pescatori professionisti per sopravvivere.

Il mare è la più grande risorsa naturale di Gaza, e per gli uomini del Sindacato di Rafah, la soluzione alla lori crisi è radicalmente semplice: lotteremo per i nostri diritti secondo gli Accordi ad Interim. “Abbiamo bisogno di mari aperti” dice Jamal “Sono un pescatore istruito: ho un diploma in geografia dell’Università di Beirut, ma sono tornato a pescare perché amo il mare”. Ha due fratelli e sei figli. Tutti loro sono pescatori. “Abbiamo reti e barche” dice “siamo pronti a lavorare”.

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domenica, 17 febbraio 2008

A questo punto voglio ignorare i richiami di un’attualità che sembra farsi ogni giorno più triste, per tentare di completare i miei progetti da tanto tempo trascurati.

Comincio con il riprodurre il testo di un articolo di Confronti (appartiene al numero di febbraio)  che propone una bella sintesi del viaggio in Israele e Palestina 2007-2008
di cui ho cominciato il racconto il 18 gennaio.                                            augusta

 

Israele – Palestina -  Viaggio Confronti 2007-2008
Medio Oriente. Pace entro il 2008: un miraggio nel deserto?
di Lucia Cuocci e David Gabrielli

Con un gruppo di «Confronti», attorno a Capodanno siamo stati in Israele, nei Territori palestinesi ed in Giordania, incontrando personalità dell’uno e dell’altro «fronte». Abbiamo trovato motivi di speranza, ma anche problemi e situazioni incandescenti che fanno dubitare delle speranze della Conferenza di Annapolis.

Guardare al triste passato o immaginare un futuro di pace? Raccontare tragiche storie quotidiane o sorvolarle perché la fine dell’incubo ci è garantita ormai prossima, entro quest’anno? Nel nostro nuovo viaggio a Gerusalemme e dintorni, attorno a Capodanno, con un gruppo di amici ed amiche di Confronti, abbiamo visto e sentito ebrei ed arabi israeliani, e poi palestinesi, con le loro storie di dolore, disperazione, speranza, per cui anche noi siamo stati continuamente investiti da motivi di tremenda angoscia e da inviti a sognare un avvenire carico di promesse. Questi ambivalenti sentimenti si sono rafforzati poi quando abbiamo cercato di capire il senso implicito ed esplicito della visita del presidente statunitense George W. Bush, il 9, 10 e 11 gennaio, in Israele e nei Territori palestinesi, e poi proseguita per altri cinque giorni con tappe in Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto.

Un messaggero interessato

Sul viaggio di Bush – il suo primo, da presidente, in Israele e nei Territori palestinesi – pendevano fattori diversi ma, infine, convergenti, per spingerlo alla sua missione: il disastro iracheno, avviato da lui stesso con l’attacco anglo-americano del marzo 2003 al regime di Saddam Hussein accusato, con false prove, di costruire armi di distruzione di massa; l’incombente Iran, da lui ad Abu Dhabi (il 13 gennaio) definito «il principale sponsor del terrorismo» e paese che «sfida le Nazioni Unite e minaccia ovunque la sicurezza delle nazioni»; e da lui, e da Israele, ancora accusato di costruire la bomba atomica, a dispetto del fatto che non Teheran, ma la National Intelligence Estimate (Nie), la rete di tutte le agenzie di intelligence degli Stati Uniti d’America, in un rapporto ufficiale del dicembre 2007 abbia affermato che «l’Iran ha interrotto il suo programma nucleare nel 2003»; le elezioni del prossimo novembre e l’inesorabile scadenza degli otto anni della sua presidenza; la pubblicazione (non ancora nota, mentre scriviamo), prevista per fine gennaio 2008, del rapporto Winograd, la commissione israeliana incaricata di accertare le responsabilità della fallimentare guerra contro gli hezbollah libanesi dell’estate del 2006, e che potrebbe obbligare il premier Ehud Olmert alle dimissioni ove addossasse soprattutto a lui il peso di quella «avventura».

In tale contesto Bush ha voluto la Conferenza di Annapolis che il 27 novembre scorso (vedi Confronti, 1/2008) ha visto convenire nel Maryland non solo Olmert e il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), esponente di al-Fatah, il partito di Yasser Arafat, ma anche rappresentanti di vari paesi arabi, dall’Arabia saudita alla Siria (la cui presenza non era affatto «ovvia»). La presenza araba più vasta possibile era stata voluta dagli Usa in funzione anti-iraniana più che in appoggio ai «fratelli» palestinesi. Tuttavia, il frutto concreto della Conferenza è stata una dichiarazione con cui Olmert e Abbas s’impegnano ad arrivare ad una pace complessiva – implicante cioè la soluzione di tutti i problemi pendenti – entro il 2008.

Un traguardo che, oltre alle difficoltà obiettive di risolvere i problemi di fondo (confini definitivi tra Israele e la Palestina; profughi; status di Gerusalemme; insediamenti; spartizione delle acque; sicurezza dell’uno ma anche dell’altro stato), ne ha anche di supplementari legate alla condizione dei due leader: Olmert, la cui leadership è contestata non solo da partiti della coalizione governativa (come Israel Beitenu – partito russofono di destra, guidato dal «falco» Avigdor Libermann – assolutamente contrario ad abbandonare l’occupazione militare e coloniale della Cisgiordania), ma anche da un settore di Kadima, il suo partito, e che le conclusioni della commissione Winograd potrebbero ulteriormente indebolire; e Mahmoud Abbas che governa solo in Cisgiordania (West Bank, in inglese), essendo da giugno la Striscia di Gaza in mano ad Hamas, il movimento di resistenza islamico (che il 25 gennaio 2006 aveva vinto democraticamente le elezioni parlamentari), nemmeno invitato ad Annapolis, in quanto considerato «terrorista», e che comunque ritenne quella Conferenza una «trappola» per distruggere i palestinesi.

Nei suoi discorsi a Tel Aviv, Gerusalemme e Ramallah (la capitale «tecnica» e provvisoria dei Territori palestinesi), Bush ha cercato di rassicurare non solo Israele, sottolineando la saldissima alleanza israelo-americana, e ribadendo l’indisponibilità a trattare con i «terroristi» (cioè con Hamas); ma anche i palestinesi, parlando della desiderata fine dell’«occupazione israeliana» della West Bank: «L’accordo di pace deve istituire una Palestina patria del popolo palestinese proprio come Israele è la patria per il popolo ebraico». Ogni accordo, ha aggiunto, esige «aggiustamenti territoriali» (favorevoli ad Israele, rispetto ai confini armistiziali del 1949 con la Cisgiordania); Israele dovrà avere confini «sicuri, riconoscibili e difendibili»; la Palestina dovrà avere «continuità territoriale» (riferimento solo alla West Bank o anche ad un necessario «corridoio» tra essa e la Striscia?); i profughi, risarciti internazionalmente, potranno «tornare» solo nello Stato di Palestina. Sul nodo complessissimo di Gerusalemme (i palestinesi rivendicano la parte Est come capitale del loro costituendo Stato; nel 1980 la Knesset – parlamento israeliano – ha proclamato l’intera Gerusalemme, Est ed Ovest, «capitale eterna ed indivisibile d’Israele») il capo della Casa Bianca è rimasto sulle generali: «Entrambe le Parti hanno profonde preoccupazioni politiche e religiose. Per raggiungere una pace durevole, il presidente Abbas e il premier Olmert dovranno incontrarsi e fare scelte difficili, ed io penso che le faranno».

Un insieme di affermazioni che, se per un verso sembrano confermare la volontà statunitense di entrare nel vivo dei problemi per far raggiungere alle Parti un compromesso ragionevole, dall’altro suscitano interrogativi. Ad esempio, gli «aggiustamenti territoriali» significano che tutti gli insediamenti costruiti lungo il confine con la West Bank, e più addentro, fino – in certi punti – a trenta chilometri entro la Cisgiordania, diverranno parte di Israele? E questo «Stato degli ebrei» significa che gli arabi che vivono in esso (il 20% dell’intera popolazione) non sono a casa loro là ove sono nati e ove stavano i loro padri?

Il presidente ha promesso di tornare a Gerusalemme in maggio, per constatare i progressi fatti nelle trattative tra israeliani e palestinesi, e si è detto sicuro che entro il 2008 la pace, sognata ad Annapolis, sarà raggiunta. In maggio Israele celebrerà i sessant’anni della sua esistenza; i palestinesi i sessant’anni dalla naqba, la catastrofe. Ma, intanto, al di là delle parole, variamente interpretabili, di Bush, bisognerà vedere come gli aspri temi della trattativa – confini definitivi, profughi, insediamenti, Gerusalemme, sorgenti d’acqua – verranno svolti. In sé, certamente è possibile una pace giusta, sulla linea delle risoluzioni dell’Onu (tra queste, i palestinesi citano sempre la 194, dell’11 dicembre 1948, che prevedeva il diritto al ritorno dei loro profughi nel paese dove erano nati, nel frattempo divenuto Israele; gli ebrei israeliani le risoluzioni che unanimemente riaffermano il diritto di Israele all’esistenza – il che al-Fatah riconosce, ma ad un Israele che si contenga nei confini antecedenti la guerra dei sei giorni del 1967). In pratica, però, alta è la probabilità che si mantengano sostanzialmente i fatti compiuti, facendo pagare il conto ai palestinesi ed obbligandoli ad una resa. Né è detto che Siria, Egitto, Giordania, Emirati ed Arabia Saudita abbiano interesse a che nasca un vero Stato di Palestina, perché, se realmente democratico, sarebbe di «cattivo esempio» per i loro regimi autocratici o teocratici. O che ce l’abbia l’Iran del presidente Mahmoud Ahmadinejad che, minacciando di cancellare lo Stato ebraico dalla carta geografica, in realtà salda ancor più Israele agli Stati Uniti ed espone maggiormente i palestinesi a vedere svanire il loro sogno di una patria libera e indipendente.

Voci variegate dalle due parti

Come in ogni altro nostro viaggio, anche in questo, di Capodanno, tanto in Israele che nei Territori abbiamo incontrato autorità, personalità, gruppi, appunto per ascoltare, come è giusto che sia, le varie campane, le varie sensibilità. Senza poter qui riferire di ogni incontro, ne segnaliamo solo alcuni. Ad Ibillin, in Galilea, là ove egli fondò gli istituti di Mar Elias, monsignor Elias Chacour, vescovo melkita (greco-cattolico) di Akka, ci ha parlato delle sofferenze degli arabi della Palestina (britannica) quando nel 1948 nacque Israele, e delle loro difficoltà, ancor oggi, di essere considerati cittadini di serie A alla pari degli ebrei; e nel kibbutz di Sde Eliyahu, vicino al Kinneret, il lago di Genesaret, abbiamo incontrato Mario Levi, un ebreo di Trieste che riparò in Palestina, allora sotto Mandato britannico, per sfuggire alle leggi razziali del 1938, e che là ha contribuito grandemente a sviluppare un kibbutz religioso che anche oggi è all’avanguardia per alcune tecniche ecologiche che nelle colture eliminano i pesticidi affidando certi compiti ad insetti ed api. Abbiamo anche incontrato esponenti di Parents’ circle, che raggruppa cinquecento famiglie israeliane e palestinesi che hanno avuto al loro interno una vittima, a causa dei bombardamenti israeliani o dei kamikaze palestinesi, e che vogliono che da questo sangue non sorga una catena di vendette, ma uno stimolo alla riconciliazione. È stato particolarmente toccante ascoltare il loro travaglio interiore per giungere alla loro scelta di aprire ponti, e non costruire nuovi muri, con l’altra parte.

A Jenin (Nord della Cisgiordania, dove vi è anche un campo profughi palestinese, teatro nel 2002 di un asperrimo scontro con i soldati israeliani) abbiamo fatto festa insieme ad alcuni dei ragazzi e ragazze palestinesi che Confronti, insieme ad altre organizzazioni, invita ormai dal 2004 nell’ambito dell’iniziativa «Fiori di pace»; un progetto che vede la partecipazione di giovani israeliani e palestinesi che qui in Italia convivono, discutono, giocano e incontrano coetanei italiani. A Betlemme abbiamo incontrato l’imam della moschea antistante la basilica della Natività.

Le ipotesi di Otniel Schneller per la pace

Alla Knesset ci ha ricevuti Otniel Schneller, deputato di Kadima – il partito creato nel 2005 da Ariel Sharon – e consigliere di vari premier. Egli ci ribadisce che Israele vuole la pace, e infatti ha fatto la pace con l’Egitto (1979) e con la Giordania (1994); ma, precisa, «con questi due paesi non avevamo un contenzioso territoriale, mentre con i palestinesi siamo in conflitto per la terra». Altro ancora, sottolinea, è il problema dell’Iran, «paese guidato da islamici radicali. Esso non minaccia solamente Israele, ma l’intero Occidente. E se vincono gli islamici radicali cambieranno gli stessi equilibri politici internazionali». Per quanto riguarda l’attuale rapporto con i palestinesi, il deputato lo inquadra «nell’àmbito di due conflitti: tra Israele e palestinesi; e tra al-Fatah ed Hamas. Noi non accettiamo di trattare con il Movimento di resistenza islamico, perché ciò significherebbe trattare con l’islam radicale. Se sostenessimo Hamas dovremmo poi aprire agli Hezbollah e ad al-Qaeda. Noi non vogliamo parlare con i terroristi, ma con Abu Mazen».

Affrontando nel concreto i problemi da risolvere per giungere alla pace, Schneller premette che è importante ascoltare l’altra parte, sentire le sue opinioni. Poi entra nel vivo di alcuni temi. «Bisogna arrivare alla pace gradualmente; bisogna risolvere un problema alla volta, perché se un problema è risolto si facilita la soluzione del successivo. Noi vogliamo la pace, ed è nostro interesse che sia creato uno Stato di Palestina. Esso potrebbe essere costituito da circa l’87% dei Territori attuali, e dovrebbe prevedere anche scambi di terre [con questa espressione di solito si ipotizza che una certa parte di territorio oggi israeliano potrebbe diventare palestinese, e una certa parte di territorio palestinese potrebbe diventare israeliano. Se la futura Palestina fosse costituita dalla Striscia di Gaza e da tutta la Cisgiordania attuale coprirebbe il 22% del territorio del Mandato britannico, ed Israele il 78%]». Per Gerusalemme – «che non appartiene solo ad Israele, ma all’intero popolo ebraico sparso nel mondo. Se ce la tolgono, ci tolgono il cuore» – il deputato ritiene che forse si potrebbe trovare, nelle trattative con i palestinesi, una soluzione temporanea, al fine di avviare insieme una nuova positiva atmosfera, per procedere poi ad una soluzione definitiva.

Schneller ci ha ricordato di aver fatto parte della delegazione israeliana, guidata dal premier Ehud Barak, che nel luglio del 2000, a Camp David, trattò con Yasser Arafat per giungere, sotto la supervisione del presidente Bill Clinton, ad una pace definitiva. In quelle trattative – questa la ricostruzione del deputato – Arafat disse che quello di Gerusalemme non era un problema politico, ma religioso; ma, ci dice il deputato, «se è un problema che riguarda Dio, è irrisolvibile. Noi aspettiamo che i palestinesi cambino idea, e dicano che è un problema politico, che può essere oggetto di trattativa» [per l’intero islam Gerusalemme è la terza città santa; e quello che per gli ebrei è il monte del Tempio – edificio che qui si elevava prima di essere distrutto dai romani nel 70 dell’era volgare – per i musulmani è la Spianata delle moschee, legata al ricordo di un viaggio mistico, là, del profeta Muhammad]. In concreto, il nostro interlocutore ci suggerisce quale potrebbe essere un’ipotesi di soluzione: «la parte occidentale di Gerusalemme interamente ad Israele; la parte orientale in gran parte ai palestinesi; ed un regime speciale per le “aree sante” che si trovano tra queste due parti» [in sostanza, ci pare di capire, il «regime speciale» riguarderebbe la Città vecchia, dove si trovano i maggiori luoghi santi ebraici, cristiani e musulmani].

Ricordato che già nel 2005 Israele ha abbandonato gli insediamenti della Striscia di Gaza (erano ventuno, popolati da circa ottomila coloni, e sparsi su un terzo del territorio della Striscia dove vive circa un milione e mezzo di palestinesi), Schneller ha detto che gli insediamenti attuali nella Cisgiordania sono 148, abitati da trecentomila coloni. Egli dichiara la disponibilità di Israele a «smobilitare» e «risistemare» gli insediamenti in diversi blocchi, il che comporterebbe lo spostamento dei coloni, ma non dei palestinesi. In prospettiva – questa la nostra interpretazione della proposta – Israele intenderebbe abbandonare gli insediamenti sparsi a pelle di leopardo in Cisgiordania per concentrarli tutti a ridosso della linea armistiziale del 1949, più o meno ad ovest dell’attuale muro: in altre parole, questa lunga striscia diverrebbe Israele e, in compenso (questa, ripetiamo, la nostra interpretazione di suggestioni che Schneller non ha elaborato), una – quasi equivalente? – estensione di terre oggi israeliane diverrebbe palestinese.

Il deputato ammette che, nell’insieme, israeliani e palestinesi «oggi non sono pronti per la pace»: afferma che il Likud (partito di destra dal quale Sharon uscì per fondare Kadima) è contrario al compromesso sopra delineato, e che contrario è anche il 50% degli israeliani; sul fronte palestinese, aggiunge, è favorevole Abu Mazen, contrario Hamas (il quale propone che tutti i profughi palestinesi possano tornare nella terra che ora è Israele, ipotesi che quest’ultimo mai potrà accettare). Perciò, da una parte, Schneller non condivide l’ottimismo degli americani sulle conclusioni di Annapolis ma, dall’altra, è ottimista perché ritiene che «la nostra società sarà via via più disponibile a capire». Infine, il deputato ci dice: «Ho contribuito a creare cinquanta insediamenti in Cisgiordania. Là vivo io, con i miei figli e i miei nipoti. È la mia terra. Ma se un giorno il governo israeliano mi chiederà di andare via da là, perché questo sarà necessario per arrivare alla pace con i palestinesi, io lo farò, perché voglio la pace. E Dio ci chiede di fare la pace».

Tanto per documentare l’estrema contrapposizione delle posizioni, basti dire che Dany Dayan, leader dei coloni in Giudea e Samaria (termini biblici per indicare la West Bank) ha affermato che, malgrado le possibili pressioni di Bush e di Olmert, «ci opporremo con tutte le forze al nostro ritiro da questa terra e dagli insediamenti»; e che ai palestinesi si potrà dare solo un’ampia autonomia amministrativa, «ma mai uno Stato». Mentre rappresentanti di Hamas hanno dichiarato che scopo della visita di Bush era solo quello di garantire il sostegno all’occupazione militare della Cisgiordania, e di far ingoiare ai palestinesi l’idea di un loro Stato frammentato, composto da alcuni Bantustan, e circondato da insediamenti ebraici. Esponenti ebrei israeliani di Parent’s circle ci hanno detto, da parte loro, che rappresentanti di Kadima, come Schneller, affermano sì di voler la pace con i palestinesi, «ma non sono disposti a pagarne il prezzo».

Il muro. La costruzione del muro di separazione tra Israele e la Cisgiordania – che Sharon fece iniziare a costruire nel 2002, allo scopo dichiarato di impedire al massimo l’infiltrazione di kamikaze in Israele – non è eretto sul confine armistiziale del 1949, ma spesso si addentra fino a trenta chilometri in territorio palestinese. Malgrado la Corte internazionale dell’Aja, nel luglio 2004, abbia dichiarato «illegale» tale costruzione, e ne abbia chiesto l’abbattimento, il governo israeliano ha proseguito nell’opera, ora giunta ad una lunghezza di circa 170 chilometri (ma sarebbe di sei o settecento chilometri, se ultimata).

Il Caritas Baby Hospital

All’entrata di Betlemme il muro fa particolare impressione perché non solo taglia in due alcune strade, ma ad un certo punto fa una strana «gobba», per inserire dalla parte di là (verso Israele) la tomba di Rachele: nessuna ragione di sicurezza, dunque, ma solo un contentino anche agli ebrei religiosi che volevano avere sotto mano l’asserito sepolcro della seconda moglie del patriarca Giacobbe. Il muro sovrasta anche il Caritas Baby Hospital (Cbh), che andiamo a visitare. È, questa, una struttura nata dal nulla nel 1952 ad opera del sacerdote svizzero Ernst Schnydrig; essa vive solo con il sostegno di benefattori (vi è una rete di sostegno anche in Italia). Nella regione di Betlemme ed Hebron vivono oltre 100.000 bambini al di sotto dei quattro anni; per questi piccoli l’Autorità palestinese non riesce a garantire l’assistenza sanitaria. Il Cbh è l’unico ospedale pediatrico in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Attualmente nel Cbh lavorano duecento dipendenti, infermiere e infermieri, tutti palestinesi; è guidato dalle suore elisabettine di Padova, ma il direttore sanitario è un palestinese. Nel 2006, al Cbh sono stati curati 34.000 bambini, 4.100 sono stati ricoverati, e 29.900 hanno ricevuto un trattamento ambulatoriale.

Suor Donatella ci illustra la situazione del Cbh: l’80% dei piccoli ricoverati è di famiglia musulmana; a parte quelli ricoverati, ogni giorno viene visitato un altro centinaio di bambini nell’ambulatorio per i servizi territoriali. Molte sono le difficoltà per una buona gestione della salute, particolarmente di quella delle donne che, spesso, si rivolgono al Cbh: nel mondo palestinese vi è, in generale, una mentalità maschilista; gli uomini non accettano che le loro donne usino contraccettivi; spesso ragazze di 15-16 anni rimangono incinte, ma non hanno nessuna preparazione alla maternità. Malattie specifiche derivano anche dall’abitudine diffusa di matrimoni tra cugini. Altri problemi derivano dal muro («per protesta, ma affidandoci solo alla preghiera, ogni venerdì andiamo presso il muro a recitare il rosario!»), aggiunge suor Donatella, perché le normative delle autorità israeliane rendono difficile l’arrivo in Cisgiordania di medicine spedite dall’Europa per il Cbh, e che giungono via nave ad Ashdod (porto commerciale a sud di Tel Aviv) o all’aeroporto Ben Gurion, ma qui, talora, vengono trattenute per giorni, così che è capitato che latte in polvere è marcito alla dogana. Un’ulteriore difficoltà è derivata dal muro: vi sono stati dei casi, afferma suor Donatella, di donne incinte che si recavano a partorire in ospedale che sono state fermate per ore al muro, e là sono morte o sono morti i loro neonati.

Infine, un cenno ai cristiani che, in Terra santa (considerando insieme Israele, che ha sui sette milioni di abitanti, e i Territori palestinesi con 3,5 milioni), sono 167mila, suddivisi in tredici Chiese: dunque una piccola e frastagliata minoranza. In linea di principio, dall’una e dall’altra parte è ad essi garantita la libertà religiosa (tralasciamo, qui, il contenzioso in atto tra lo Stato d’Israele e la Santa Sede per la questione della tassazione delle proprietà ecclesiastiche cattoliche e del visto per suore e religiosi stranieri). Cristiani palestinesi ci dicono, però, che non solo nella Striscia di Gaza, ma anche in Cisgiordania, con pretesti burocratici e con pressioni varie gruppi musulmani tentano di spingere i cristiani ad andarsene via. I leader delle Chiese ritengono che, se continuerà l’attuale emorragia, indotta o voluta, tra una ventina d’anni la Terra santa sarà quasi priva di cristiani autoctoni.

Nel nostro viaggio siamo stati anche in Giordania e, dal monte Nebo, abbiamo visto la terra che, secondo la Bibbia, Dio ha promesso a Mosè e al popolo di Israele: egli la vide – da lassù, infatti, si domina la valle del Giordano, il Mar Morto, Gerico e il profilo di Gerusalemme – ma non vi entrò. Ci chiediamo se ebrei israeliani ed arabi palestinesi potranno veder sorgere, entro pochi mesi, la pace nella giustizia, o se questa rimarrà un miraggio, e l’ingiustizia continuerà ad incombere.

Post-scriptum. Mentre chiudiamo questo numero, nuovi eventi rendono sempre più un miraggio la pace promessa ad Annapolis. Il 15 gennaio le forze israeliane hanno compiuto un raid nella Striscia, provocando una cinquantina di feriti e 19 morti (tra questi, un figlio ventiquattrenne di Mahmoud al-Zahar, dirigente di Hamas ed ex ministro degli Esteri). Cecchini palestinesi hanno ucciso un volontario ecuadoriano che lavorava nel campo di un kibbutz vicinissimo alla barriera che separa la Striscia da Israele. In risposta all’attacco israeliano, gruppi palestinesi hanno lanciato razzi Qassam contro la città israeliana di Sderot, ferendo cinque civili. Il presidente israeliano Shimon Peres ha dichiarato: «Di fronte ai continui attacchi dei terroristi contro il nostro territorio siamo lasciati senza alternativa che non sia quella di rispondere e di fermarli». Opposto il commento di Abu Mazen: «Ciò che è avvenuto oggi è una carneficina contro il popolo palestinese. Il quale non può far passare sotto silenzio questi massacri».

Intanto, come risposta al lancio, dalla Striscia, di razzi Qassam contro il proprio territorio (110 nei tre giorni precedenti), il 17 gennaio il governo israeliano ha deciso di impedire che a Gaza entrino aiuti umanitari, fossero pure quelli delle Nazioni Unite.

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lunedì, 28 gennaio 2008

1984 n.3 – UNO CHE DOVEVA ESSERE ZITTITO

 

Riporto la lectio doctoralis di David Grossman, come l’ho ripresa da Repubblica.
Ne ho tagliato una parte perché è molto lunga. 
Il n. 1 di 1984 si trova in data 25 gennaio e il n. 2 in data 27 gennaio.
augusta


Da Repubblica on line (28 gennaio 2008)

David Grossman: "La memoria e la Shoah"

Uno dei suoi romanzi più intensi, Vedi alla voce amore, racconta la Shoah vista dagli occhi di un bambino figlio di sopravvissuti. David Grossman, uno dei massimi scrittori contemporanei, ha ricevuto dall'Università di Firenze domenica 27 gennaio, in occasione del Giorno della Memoria, la laurea honoris causa. Ecco parte del discorso che ha letto durante la cerimonia               di David Grossman


Sei milioni di ebrei morirono in Europa in un eccidio senza precedenti nella storia dell´umanità e dopo il quale l´umanità non fu più la stessa. Ecco alcuni interrogativi che la Giornata della memoria risveglia: esiste oggi un dibattito sulla Shoah in quanto avvenimento dal significato universale e non esclusivamente ebraico? Tale dibattito è significativo, e autentico, oppure, con l´andar degli anni, si è trasformato in una sorta di obbligo formale? E noi, rappresentanti di questa generazione, di tutti i popoli e le religioni, comprendiamo l´incisività e l´attualità degli interrogativi che la Shoah ci prospetta e la rilevanza che hanno ancora oggi, soprattutto oggi?

Queste domande concernono, peraltro, anche il nostro rapporto con gli stranieri, i diversi, i deboli di ogni nazione del globo; concernono l´indifferenza che il mondo mostra, di volta in volta, verso episodi di massacro in Ruanda, in Congo, in Kosovo, in Cecenia, nel Darfur; concernono la malvagità e la crudeltà del genere umano che nel periodo della Shoah si profilarono come concreta possibilità di comportamento. In che modo trovano espressione nella nostra vita e quale influenza hanno sulla conformazione e sulla condotta del genere umano? In altre parole: la memoria che serbiamo della Shoah può essere veramente una sorta di segnale d´avvertimento morale? E siamo noi in grado di trasformare i suoi insegnamenti in parte integrante della nostra vita? (...)

Mentre gli altri popoli possono, con relativa facilità, evitare di riflettere sulle conseguenze della Shoah - e dunque sfuggire a un dibattito profondo che le concerne - noi, in Israele, siamo condannati a dibatterle ripetutamente, a cadere talvolta nella trappola dell´angoscia esistenziale che la Shoah ha scavato in noi, a definire gli aspetti significativi della nostra vita nei termini categorici, estremi, che la Shoah ha lasciato impresso in noi. In un certo senso si può dire che il popolo ebraico, e di fatto quasi ogni ebreo, sia un colombo viaggiatore della Shoah, che lo voglia o no.


<Qui si inserisce la storia di Leib ed Ester Rochman che ho tagliato.
Chi volesse leggerla, come pubblicata da Repubblica, può andare a: http://firenze.repubblica.it/dettaglio/David-Grossman:-La-memoria-e-la-Shoah/1418143?ref=rephp
>


Ci sono altre milioni di storie come questa. Ogni persona morta, o sopravvissuta, è una vicenda a sé e tutte queste storie, in apparenza, si mantengono su un piano totalmente diverso da quello su cui sono dibattute oggi le grandi "questioni" relative alla Shoah, sempre che siano dibattute. Tali questioni vertono soprattutto sulla negazione della Shoah, sull´incremento del numero dei neo-nazisti in diverse nazioni e sul rafforzamento dell´antisemitismo nel mondo. Negli ultimi anni la discussione circa il diritto dei tedeschi di considerarsi vittime di quella guerra al pari di altri popoli, o addirittura di creare una simmetria - errata e inammissibile a mio parere - tra la loro sofferenza e quella degli ebrei durante la Shoah, si fa sempre più accesa.

Le vicende personali di Leib ed Ester Rochman, così come quelle di altri milioni di persone, si mantengono, come ho detto, su un piano diverso, ma senza di esse un dibattito sulla Shoah non sarebbe completo e sarebbe impossibile creare un legame emotivo tra le generazioni future e ciò che avvenne allora. Dirò di più: senza quelle storie personali il dibattito sulla Shoah potrebbe talvolta apparire un tentativo inconsapevole di difendersi dall´orrore palese. E, spingendoci oltre, si potrebbe ipotizzare che senza di esse il dibattito generico, di principio, si spegnerebbe lentamente.

Proprio le vicende individuali, private, sono il "luogo" più universale, la dimensione entro la quale è possibile creare il senso di identificazione umana e morale con le vittime che permette a chiunque di porsi ardui interrogativi: come mi sarei comportato io se fossi vissuto a quell´epoca, in quella realtà? Come mi sarei comportato se fossi stato una delle vittime, o un connazionale degli aguzzini? Ho l´impressione che fino a che non risponderemo a queste domande - ognuno per conto proprio - fino a che non ci sottoporremo a questo auto-interrogatorio, non potremo dire a noi stessi di aver affrontato pienamente ciò che avvenne laggiù. E se non lo faremo, dimenticheremo.

Più si assottiglia il numero dei sopravvissuti - e malgrado il lavoro di documentazione portato avanti da "Yad vaShem", il museo israeliano dedicato alla memoria delle vittime della Shoah, e, nell´ultimo decennio, dall´archivio Spielberg - più cresce l´importanza dell´arte quale possibile mezzo per affrontare questi interrogativi. La letteratura, la poesia, il teatro, la musica, il cinema, la pittura e la scultura sono i "luoghi" in cui l´individuo moderno può affrontare la Shoah e sperimentare le sensazioni e la particolare esperienza umana che la ricerca e il dibattito accademici solitamente non sono in grado di far rivivere.

Traduzione di Alessandra Shomroni   

 

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israele palestina, rassegnastampa, guerra conflitti e violenze

martedì, 22 gennaio 2008

Ringrazio Augusta per lo spazio offerto che mai come in questo momento si dimostra così prezioso, poiché può essere usato per comunicare ciò che nella stampa europea è pressoché taciuto. Per chi non si ricorda di me, sono Omar, vengo dal cosiddetto Medio Oriente.

 

Popolo di Gaza, tenete duro!!!

 

La striscia di Gaza, fino a qualche giorno fa, era un esteso carcere a cielo aperto di 378 km2, contenente un milione e mezzo di carcerati, dei quali la metà ha meno di 16 anni. Ora, dopo che Ehud Olmert, primo ministro israeliano, ha ordinato il blocco di tutte le frontiere, non lasciando passare nè carburante, né medicinali, né, ovviamente, viveri, la striscia è diventata un grande forno di gran lunga peggiore dei forni usati dai nazisti. Se chiedete ad uno di Gaza com’è la situazione attuale, egli risponderebbe che la morte è più misericordiosa della sofferenza provata in questi giorni a Gaza, poiché vedere tuo figlio morire davanti ai tuoi occhi senza che tu possa reagire è più doloroso della morte. Qui manca l’elettricità, mancano i farmaci, le sale operatorie sono inagibili. Quel che non manca è solo la morte. Ci sono più di quattrocento feriti che avrebbero bisogno di cure, di cui la metà sono bambini, lasciati all’aria aperta, al freddo di gennaio, con una scarsa speranza di essere salvati. Le celle frigorifere delle stanze mortuarie non funzionano…e come potrebbero, senza elettricità.

            Cinquanta sono le vittime dopo il bombardamento israeliano degli ultimi tre giorni. Olmert, il suo amico Bush e alcuni arabi sostengono apertamente che i bombardamenti andranno avanti, così come il blocco di Gaza. E questo paese, Israele, dovrebbe essere l’unica rappresentanza di democrazia nel Medio Oriente, il paese che rappresenta la civiltà occidentale nella regione, il paese fondato con il pretesto di salvare gli ebrei dalla morte e dal pregiudizio, e per alleggerirsi dalle colpe commesse dall’Europa nella prima metà del secolo scorso; questo stato sta