Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


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domenica, 23 marzo 2008

Errata corrige
Nel precedente diario ho identificato il 20 marzo come giornata del rapimento Moro: era invece il 16.

Inserisco una notizia che spero dia frutti positivi …

Dal Corriere della sera on line   23 marzo 2008
Hamas-Fatah: accordo per ripresa colloqui
Le due principali fazioni palestinesi hanno siglato una bozza di riconciliazione

SANA'A (Yemen) - Accordo raggiunto tra i palestinesi di Hamas (che controlla Gaza) e Fatah (dominante in Cisgiordania). Le due principali fazioni palestinesi hanno infatti siglato un accordo di riconciliazione a Sana'a, capitale dello Yemen, impegnandosi dopo mesi di ostilità a riprendere i colloqui.
«UNITÀ DEL POPOLO» - «Noi, in rappresentanza di Fatah e Hamas, riconosciamo l'iniziativa yemenita come l'intelaiatura sulla base della quale riprendere il dialogo tra i due movimenti per far tornare la situazione palestinese a quella che era prima degli incidenti di Gaza», si legge nel documento firmato da Moussa Abu Marzouk per Hamas e da Azzam al-Ahmed per Fatah. Nella dichiarazione si ribadisce anche «l'unità del popolo, del territorio e dell'autorità palestinese». I colloqui, avviati la settimana scorsa dal presidente yemenita Ali Abdullah Saleh, sono stati più volte sul punto di fallire. Saleh chiedeva alle parti di accettare di tornare al tavolo dei colloqui dall'inizio di aprile, ma il controllo di Gaza era uno dei nodi più difficili da sciogliere. Fatah chiedeva ad Hamas di rinunciare al controllo della Striscia e Hamas voleva che Fatah liberasse gli esponenti arrestati in Cisgiordania. Il piano yemenita prevede anche elezioni, la creazione di un nuovo governo di unità nazionale e la riforma delle forze di sicurezza.

E alla (speriamo) buona notizia precedente unisco il ricordo di un lontano 23 marzo che nell’approssimarsi delle elezioni mi sembra più attuale che mai.
Mi diranno esagerata: sarò più esplicita nei prossimi giorni.
Intanto spero che l’articolo che segue venga letto                augusta

da Il sole 24ore 23 marzo

Settantacinque anni fa i pieni poteri a Hitler: così una democrazia elesse un dittatore   di Nino Gorio

Il 23 marzo 1933 un voto quasi unanime del Parlamento consegnò Berlino nelle mani del leader nazista. Che poi in soli tre mesi abolì partiti e sindacati, epurò l'apparato statale da oppositori ed ebrei e aprì il suo primo lager a Dachau. Dettaglio sorprendente, il dittatore più feroce del ‘900 aveva un largo appoggio popolare

"La Repubblica era morta: un ometto, uno straniero semianalfabeta, seguito da un terzo del Paese, ne era stato il becchino numero uno". L'epitaffio, firmato da Eugene Davidson, storico californiano del nazismo, si riferisce a una data precisa: 23 marzo 1933, esattamente tre quarti di secolo fa. La repubblica in oggetto è quella tedesca, il "becchino" è ovviamente Adolf Hitler, che in quel giorno di primavera assunse i pieni poteri, inaugurando la dittatura che doveva portare alla seconda guerra mondiale e allo sterminio di milioni di ebrei.
A ripensarci oggi vengono i brividi, ma i giornali tedeschi salutarono l'evento con applausi praticamente univoci: anche perché la libertà di stampa era già sospesa e quindi l'entusiasmo era forzato. Meno univoco, ma di poco, fu il Parlamento, dove solo la Spd (socialista) votò contro: i comunisti della Kpd erano assenti dall'aula e tutti gli altri deputati sottoscrissero il decreto che consegnava senza condizioni il Paese a Hitler e al suo partito, la Nsdap. La Germania nazista nacque così, con un parto quasi indolore e con molte levatrici.
Va detto che la scadenza del "compleanno" non è accettata da tutti, perché in realtà nei primi mesi del 1933 la Nsdap prese il potere a tappe. Così c'è chi fissa la svolta il 30 gennaio, quando l'"ometto straniero" (Hitler era nato a Braunau, Austria) fu nominato cancelliere. Chi il 28 febbraio, quando fu varato il "Decreto per la difesa del popolo e dello Stato", prima legge liberticida del nuovo premier. Chi il 5 marzo, quando le elezioni politiche assegnarono a nazisti e loro alleati 340 seggi parlamentari su 647, confermando Hitler al governo.
Ma la data-chiave fu proprio il 23 marzo. Prima di allora, infatti, i nazisti erano entrati nella stanza dei bottoni passando bene o male sui binari previsti dalla Costituzione democratica della Repubblica di Weimar, in vigore dal 1919. Hitler non era ancora "führer" (titolo creato ad personam solo nel 1934) ma "reichskanzler", come i capi dei governi precedenti. "Persino i pieni poteri erano previsti, come norma di emergenza, dalla Costituzione" sottolinea il politologo Giorgio Galli, traduttore italiano del "Mein Kampf", il "vangelo" di Hitler.
Dopo il 23 marzo, invece, tutto cambiò. Infatti, Costituzione alla mano, i pieni poteri potevano durare quattro anni al massimo, mentre Hitler li prese come un incarico senza scadenza, che poi si tenne fino alla morte, nel 1945. E da subito usò l'investitura ricevuta dal Parlamento per far piazza pulita della repubblica parlamentare che avrebbe dovuto guidare. Fin dalle prime settimane del nuovo corso, ne fecero le spese tutti i bersagli designati: partiti, sindacati, autonomie locali, attività economiche ebraiche, burocrati fuori linea.
Questo processo di nazificazione si dipanò con una rapidità impressionante. A fine marzo una fabbrica a 20 km da Monaco fu riciclata nel primo campo di concentramento della Germania hitleriana (Dachau). Il 7 aprile un diktat-purga allontanò dall'apparato statale funzionari ebrei o politicamente sospetti. Il 2 maggio finirono fuorilegge tutti i sindacati tranne il Daf (nazista). Il 22 giugno toccò lo stessa sorte alla Spd, i cui beni furono confiscati; poi tutti gli altri partiti furono costretti a sciogliersi, facendo confluire i loro deputati nella Nsdap.
Insomma: in tre mesi la Germania fu rivoltata come un calzino. E l'operazione si completò entro altri sette con l'abolizione dei Länder, i governi regionali in cui articolava la struttura federale della repubblica. Ancor più stupefacente della rapidità d'azione dei nazisti fu però il consenso (quanto meno passivo) che la facilitò: se a marzo la Nsdap aveva raccolto il 43,9% dei voti, un referendum sulla politica di Hitler, indetto a mo' di test in novembre, registrò il 92,2% di sì. Risultato truccato? Forse, ma è difficile pensare a 9 voti falsi su 10.
La verità era probabilmente un'altra. L'asso nella manica dei nazisti era Joseph Goebbels, un giornalista renano, fanatico ma colto (tanto da essere soprannominato "Herr Doktor"), che già da marzo era diventato ministro per l'"Informazione, propaganda ed educazione popolare". Spregiudicato e intelligente, Herr Doktor aveva inventato tecniche inedite di comunicazione, basate sulla ripetizione ossessiva di notizie false o di slogan a effetto, che alla lunga venivano "digeriti" e fatti propri da chi li ascoltava come se fossero oro colato.
Oggi quelle tecniche non stupiscono più: dopo la guerra furono fatte proprie sia dalla propaganda politica sovietica che da quella americana e tuttora sono alla base di gran parte della pubblicità commerciale. Senza forzare più di tanto, si può dire che Goebbels fu l'inventore dei moderni spot televisivi, anche se all'epoca il ruolo della tv l'aveva la radio. E, sentendosi dire da mattina a sera via etere che la Germania aveva "un avvenire radioso" e che all'origine di tutti i problemi c'erano gli ebrei, i tedeschi finirono per crederci.
Del resto, la testa di Goebbels aveva cominciato a manipolare le altre già prima che Herr Doktor diventasse ministro. Con un mese di anticipo sui pieni poteri a Hitler, il 27 febbraio a Berlino era andato a fuoco il Reichstag e la propaganda nazista aveva pilotato l'opinione pubblica fino a far credere che l'incendio fosse opera di un "complotto bolscevico" orchestrato da tre deputati comunisti bulgari, con la complicità di una rete tedesca. Appunto sfruttando il caso Reichstag, Hitler era stato portato in carrozza alla svolta del 23 marzo.
Di vero c'era solo che uno psicopatico olandese di simpatie comuniste, Marinus van der Lubbe, era stato preso mentre vagava seminudo e fuori di testa intorno al Reichstag. Ma tanto era bastato al governo Hitler per far arrestare 4mila oppositori e intellettuali. A giudizio erano poi finite solo 4 persone, di cui tre assolte al processo. Ma grazie a Goebbels i tedeschi avevano continuato a credere alla prima versione. E il 23 marzo avevano applaudito a una repubblica che si suicidava, eleggendo democraticamente un feroce dittatore.

Pagina diario scritta da: AUG a 21:21 | link | commenti | | Torna su
israele palestina, rassegnastampa

martedì, 19 febbraio 2008

 Da tempo ricevo da Giovanna e Antonio informazioni sulla Palestina. Oggi  mi hanno invato questo racconto, tradotto da Giovanna, che, secondo me, merita di essere letto. Dei limiti alla pesca mi avevano parlato nel 2000, in occasione della mia ultima visita a Gaza .Oggi quei limiti, già allora drammatici, sono vissuti in un contesto di fame      augusta

Racconti sotto assedio: il Sindacato dei Pescatori di Rafah

“Sono pescatore da 36 anni, da quando avevo 15 anni. Il mio villaggio di origine, Il Jura, era famoso per i suoi pescatori. Quando mio padre è emigrato a Gaza nel 1948, ci è venuto in barca”.

Jamal Mohammed Bassalla è il portavoce del Sindacato dei Pescatori di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza. Il sindacato rappresenta circa 450 pescatori del posto, ed il suo quartier generale si trova sulla spiaggia poco fuori Rafah. Stamattina  Jamal ed il suo equipaggio stanno seduti su un  telone impermeabile sulla spiaggia, bevendo te intorno ad un piccolo fuoco fatto con legame alla deriva. Le condizioni del mare sono infide, e stanno spettando che il tempo migliori.

“Ci voglio due o tre ore per preparare le barche, ma siamo tutti i giorni pronti” dice Jamal “Controlliamo le reti, la benzina per la barca, le batterie, le scorte di cibo, il sistema di posizionamento globale: tutto ciò di cui abbiamo bisogno per lavorare. Quando il tempo migliora noi siamo quasi immediatamente pronti”. In estate Jamal ha un equipaggio di 18 uomini, e rimangono in mare fino a 24 ore di fila. Ma in inverno l’equipaggio è di solo 6 o 7 uomini. Lavorano insieme da anni, e si capiscono l’un l’altro approfonditamente.

Ci sono circa 3.500 pescatori di professione che lavorano lungo i 40 chilometri di costa della Striscia di Gaza. Con il loro lavoro danno sostegno ad almeno 40.000 persone, tra meccanici, pescivendoli e migliaia di famiglie di pescatori locali. L’industria della pesca a Gaza è diminuita moltissimo, specialmente negli ultimi 5 anni, a causa dell’intensificarsi delle restrizioni punitive israeliane su quanto i pescatori possano uscire al largo senza che venga sparato loro addosso e senza che subiscano vessazioni. Gli Accordi ad Interim sulla Striscia di Gaza e sulla West Bank firmati tra Israele e l’OLP nel 1944/5 non sono conformi agli standard dei diritti umani internazionali, poiché limitano il movimento dei civili palestinesi, ed il diritto dei pescatori di Gaza di pescare oltre la loro linea di costa. Gli Accordi ad Interim hanno sancito che ai pescatori palestinesi è permesso di pescare fino a 20 miglia nautiche dalla costa di Gaza.

Ma Jamal ed i suoi colleghi affermano che adesso non possono pescare più di 2.5 chilometri fuori costa, senza rischiare che venga sparato loro addosso. “Se usciamo oltre in mare, gli israeliani possono spararci addosso, distruggere le nostre reti e le nostre barche, oppure obbligarci a tornare a riva” dice “Soffriamo di queste restrizioni dal 2003 e recentemente hanno iniziato ad usare contro di noi anche missili ed elicotteri”. Il Sindacato dei Pescatori di Rafah dice che le navi da guerra israeliane sono in mare 24 ore su sette giorni a settimana, e che quindi loro non hanno nessuna possibilità di uscire in mare aperto.

Israele afferma che le restrizioni sulla pesca fanno parte di una strategia globale sulla sicurezza per combattere i trafficanti di armi ed i kamikaze palestinesi. Ma Khalil Shahin, Direttore dell’Unità dei Diritti Economici e Sociali dei Palestinesi presso il Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR) evidenzia il fatto che Israele non ha mai ottemperato agli accordi ad Interim. “Israele non ha mai permesso ai pescatori di Gaza di pescare a 20 miglia nautiche dalla costa” dice “Al massimo hanno permesso di pescare a 12 miglia nautiche dalla costa. E questo accadeva nella metà degli anni 90, quando i pescatori di Gaza catturavano circa 3.000 tonnellate di pesce all’anno. Ma la produttività è calata fortemente dal 2002, a causa dell’intensificarsi delle restrizioni. Adesso i pescatori catturano meno di 500 tonnellate di pesce all’anno. Ciò è una conseguenza inevitabile delle continue violazioni da parte di Israele degli Accordi ad Interim”

Oltre ad avere le loro barche, le loro reti ed altre attrezzature da pesca danneggiate o distrutte, più di 70 pescatori palestinesi sono stati arrestati dagli israeliani l’anno scorso. Jamal Bassalla ed i suoi colleghi sono arrabbiati e frustrati in quando non riescono più a guadagnarsi da vivere con la pesca senza rischiare la vita. Un altro membro del sindacato, Abdullah, dice che lui affronta i rischi. “Porto la mia barca a 4 o 5 chilometri dalla costa – che scelta ho! Qualche volta ce la facciamo, ma altre volte, mentre stiamo portando a secco quanto pescato, incominciano a spararci e ci obbligano a tornare indietro. E noi siamo costretti ad abbandonare tutto il pesce”.

I pescatori di Rafah dicono che queste restrizioni hanno influito anche sul tipo di pesce che catturano, facendoli puntare sempre di più su pesci di acqua bassa come le sardine. Alcuni hanno fatto ricorso a reti più piccole, catturando pesci più piccoli e giovani per aumentare il loro pescato. Jamal afferma che non hanno scelta a causa del blocco israeliano, ma i pescatori sono stati criticati per la sovrapesca che rimane nei magazzini locali. Ironicamente il numero dei pescatori a Gaza è aumentato dalla metà degli anni 90, perché parte delle migliaia di uomini che lavoravano in Israele sono diventati pescatori professionisti per sopravvivere.

Il mare è la più grande risorsa naturale di Gaza, e per gli uomini del Sindacato di Rafah, la soluzione alla lori crisi è radicalmente semplice: lotteremo per i nostri diritti secondo gli Accordi ad Interim. “Abbiamo bisogno di mari aperti” dice Jamal “Sono un pescatore istruito: ho un diploma in geografia dell’Università di Beirut, ma sono tornato a pescare perché amo il mare”. Ha due fratelli e sei figli. Tutti loro sono pescatori. “Abbiamo reti e barche” dice “siamo pronti a lavorare”.

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israele palestina, rassegnastampa

domenica, 17 febbraio 2008

A questo punto voglio ignorare i richiami di un’attualità che sembra farsi ogni giorno più triste, per tentare di completare i miei progetti da tanto tempo trascurati.

Comincio con il riprodurre il testo di un articolo di Confronti (appartiene al numero di febbraio)  che propone una bella sintesi del viaggio in Israele e Palestina 2007-2008
di cui ho cominciato il racconto il 18 gennaio.                                            augusta

 

Israele – Palestina -  Viaggio Confronti 2007-2008
Medio Oriente. Pace entro il 2008: un miraggio nel deserto?
di Lucia Cuocci e David Gabrielli

Con un gruppo di «Confronti», attorno a Capodanno siamo stati in Israele, nei Territori palestinesi ed in Giordania, incontrando personalità dell’uno e dell’altro «fronte». Abbiamo trovato motivi di speranza, ma anche problemi e situazioni incandescenti che fanno dubitare delle speranze della Conferenza di Annapolis.

Guardare al triste passato o immaginare un futuro di pace? Raccontare tragiche storie quotidiane o sorvolarle perché la fine dell’incubo ci è garantita ormai prossima, entro quest’anno? Nel nostro nuovo viaggio a Gerusalemme e dintorni, attorno a Capodanno, con un gruppo di amici ed amiche di Confronti, abbiamo visto e sentito ebrei ed arabi israeliani, e poi palestinesi, con le loro storie di dolore, disperazione, speranza, per cui anche noi siamo stati continuamente investiti da motivi di tremenda angoscia e da inviti a sognare un avvenire carico di promesse. Questi ambivalenti sentimenti si sono rafforzati poi quando abbiamo cercato di capire il senso implicito ed esplicito della visita del presidente statunitense George W. Bush, il 9, 10 e 11 gennaio, in Israele e nei Territori palestinesi, e poi proseguita per altri cinque giorni con tappe in Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto.

Un messaggero interessato

Sul viaggio di Bush – il suo primo, da presidente, in Israele e nei Territori palestinesi – pendevano fattori diversi ma, infine, convergenti, per spingerlo alla sua missione: il disastro iracheno, avviato da lui stesso con l’attacco anglo-americano del marzo 2003 al regime di Saddam Hussein accusato, con false prove, di costruire armi di distruzione di massa; l’incombente Iran, da lui ad Abu Dhabi (il 13 gennaio) definito «il principale sponsor del terrorismo» e paese che «sfida le Nazioni Unite e minaccia ovunque la sicurezza delle nazioni»; e da lui, e da Israele, ancora accusato di costruire la bomba atomica, a dispetto del fatto che non Teheran, ma la National Intelligence Estimate (Nie), la rete di tutte le agenzie di intelligence degli Stati Uniti d’America, in un rapporto ufficiale del dicembre 2007 abbia affermato che «l’Iran ha interrotto il suo programma nucleare nel 2003»; le elezioni del prossimo novembre e l’inesorabile scadenza degli otto anni della sua presidenza; la pubblicazione (non ancora nota, mentre scriviamo), prevista per fine gennaio 2008, del rapporto Winograd, la commissione israeliana incaricata di accertare le responsabilità della fallimentare guerra contro gli hezbollah libanesi dell’estate del 2006, e che potrebbe obbligare il premier Ehud Olmert alle dimissioni ove addossasse soprattutto a lui il peso di quella «avventura».

In tale contesto Bush ha voluto la Conferenza di Annapolis che il 27 novembre scorso (vedi Confronti, 1/2008) ha visto convenire nel Maryland non solo Olmert e il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), esponente di al-Fatah, il partito di Yasser Arafat, ma anche rappresentanti di vari paesi arabi, dall’Arabia saudita alla Siria (la cui presenza non era affatto «ovvia»). La presenza araba più vasta possibile era stata voluta dagli Usa in funzione anti-iraniana più che in appoggio ai «fratelli» palestinesi. Tuttavia, il frutto concreto della Conferenza è stata una dichiarazione con cui Olmert e Abbas s’impegnano ad arrivare ad una pace complessiva – implicante cioè la soluzione di tutti i problemi pendenti – entro il 2008.

Un traguardo che, oltre alle difficoltà obiettive di risolvere i problemi di fondo (confini definitivi tra Israele e la Palestina; profughi; status di Gerusalemme; insediamenti; spartizione delle acque; sicurezza dell’uno ma anche dell’altro stato), ne ha anche di supplementari legate alla condizione dei due leader: Olmert, la cui leadership è contestata non solo da partiti della coalizione governativa (come Israel Beitenu – partito russofono di destra, guidato dal «falco» Avigdor Libermann – assolutamente contrario ad abbandonare l’occupazione militare e coloniale della Cisgiordania), ma anche da un settore di Kadima, il suo partito, e che le conclusioni della commissione Winograd potrebbero ulteriormente indebolire; e Mahmoud Abbas che governa solo in Cisgiordania (West Bank, in inglese), essendo da giugno la Striscia di Gaza in mano ad Hamas, il movimento di resistenza islamico (che il 25 gennaio 2006 aveva vinto democraticamente le elezioni parlamentari), nemmeno invitato ad Annapolis, in quanto considerato «terrorista», e che comunque ritenne quella Conferenza una «trappola» per distruggere i palestinesi.

Nei suoi discorsi a Tel Aviv, Gerusalemme e Ramallah (la capitale «tecnica» e provvisoria dei Territori palestinesi), Bush ha cercato di rassicurare non solo Israele, sottolineando la saldissima alleanza israelo-americana, e ribadendo l’indisponibilità a trattare con i «terroristi» (cioè con Hamas); ma anche i palestinesi, parlando della desiderata fine dell’«occupazione israeliana» della West Bank: «L’accordo di pace deve istituire una Palestina patria del popolo palestinese proprio come Israele è la patria per il popolo ebraico». Ogni accordo, ha aggiunto, esige «aggiustamenti territoriali» (favorevoli ad Israele, rispetto ai confini armistiziali del 1949 con la Cisgiordania); Israele dovrà avere confini «sicuri, riconoscibili e difendibili»; la Palestina dovrà avere «continuità territoriale» (riferimento solo alla West Bank o anche ad un necessario «corridoio» tra essa e la Striscia?); i profughi, risarciti internazionalmente, potranno «tornare» solo nello Stato di Palestina. Sul nodo complessissimo di Gerusalemme (i palestinesi rivendicano la parte Est come capitale del loro costituendo Stato; nel 1980 la Knesset – parlamento israeliano – ha proclamato l’intera Gerusalemme, Est ed Ovest, «capitale eterna ed indivisibile d’Israele») il capo della Casa Bianca è rimasto sulle generali: «Entrambe le Parti hanno profonde preoccupazioni politiche e religiose. Per raggiungere una pace durevole, il presidente Abbas e il premier Olmert dovranno incontrarsi e fare scelte difficili, ed io penso che le faranno».

Un insieme di affermazioni che, se per un verso sembrano confermare la volontà statunitense di entrare nel vivo dei problemi per far raggiungere alle Parti un compromesso ragionevole, dall’altro suscitano interrogativi. Ad esempio, gli «aggiustamenti territoriali» significano che tutti gli insediamenti costruiti lungo il confine con la West Bank, e più addentro, fino – in certi punti – a trenta chilometri entro la Cisgiordania, diverranno parte di Israele? E questo «Stato degli ebrei» significa che gli arabi che vivono in esso (il 20% dell’intera popolazione) non sono a casa loro là ove sono nati e ove stavano i loro padri?

Il presidente ha promesso di tornare a Gerusalemme in maggio, per constatare i progressi fatti nelle trattative tra israeliani e palestinesi, e si è detto sicuro che entro il 2008 la pace, sognata ad Annapolis, sarà raggiunta. In maggio Israele celebrerà i sessant’anni della sua esistenza; i palestinesi i sessant’anni dalla naqba, la catastrofe. Ma, intanto, al di là delle parole, variamente interpretabili, di Bush, bisognerà vedere come gli aspri temi della trattativa – confini definitivi, profughi, insediamenti, Gerusalemme, sorgenti d’acqua – verranno svolti. In sé, certamente è possibile una pace giusta, sulla linea delle risoluzioni dell’Onu (tra queste, i palestinesi citano sempre la 194, dell’11 dicembre 1948, che prevedeva il diritto al ritorno dei loro profughi nel paese dove erano nati, nel frattempo divenuto Israele; gli ebrei israeliani le risoluzioni che unanimemente riaffermano il diritto di Israele all’esistenza – il che al-Fatah riconosce, ma ad un Israele che si contenga nei confini antecedenti la guerra dei sei giorni del 1967). In pratica, però, alta è la probabilità che si mantengano sostanzialmente i fatti compiuti, facendo pagare il conto ai palestinesi ed obbligandoli ad una resa. Né è detto che Siria, Egitto, Giordania, Emirati ed Arabia Saudita abbiano interesse a che nasca un vero Stato di Palestina, perché, se realmente democratico, sarebbe di «cattivo esempio» per i loro regimi autocratici o teocratici. O che ce l’abbia l’Iran del presidente Mahmoud Ahmadinejad che, minacciando di cancellare lo Stato ebraico dalla carta geografica, in realtà salda ancor più Israele agli Stati Uniti ed espone maggiormente i palestinesi a vedere svanire il loro sogno di una patria libera e indipendente.

Voci variegate dalle due parti

Come in ogni altro nostro viaggio, anche in questo, di Capodanno, tanto in Israele che nei Territori abbiamo incontrato autorità, personalità, gruppi, appunto per ascoltare, come è giusto che sia, le varie campane, le varie sensibilità. Senza poter qui riferire di ogni incontro, ne segnaliamo solo alcuni. Ad Ibillin, in Galilea, là ove egli fondò gli istituti di Mar Elias, monsignor Elias Chacour, vescovo melkita (greco-cattolico) di Akka, ci ha parlato delle sofferenze degli arabi della Palestina (britannica) quando nel 1948 nacque Israele, e delle loro difficoltà, ancor oggi, di essere considerati cittadini di serie A alla pari degli ebrei; e nel kibbutz di Sde Eliyahu, vicino al Kinneret, il lago di Genesaret, abbiamo incontrato Mario Levi, un ebreo di Trieste che riparò in Palestina, allora sotto Mandato britannico, per sfuggire alle leggi razziali del 1938, e che là ha contribuito grandemente a sviluppare un kibbutz religioso che anche oggi è all’avanguardia per alcune tecniche ecologiche che nelle colture eliminano i pesticidi affidando certi compiti ad insetti ed api. Abbiamo anche incontrato esponenti di Parents’ circle, che raggruppa cinquecento famiglie israeliane e palestinesi che hanno avuto al loro interno una vittima, a causa dei bombardamenti israeliani o dei kamikaze palestinesi, e che vogliono che da questo sangue non sorga una catena di vendette, ma uno stimolo alla riconciliazione. È stato particolarmente toccante ascoltare il loro travaglio interiore per giungere alla loro scelta di aprire ponti, e non costruire nuovi muri, con l’altra parte.

A Jenin (Nord della Cisgiordania, dove vi è anche un campo profughi palestinese, teatro nel 2002 di un asperrimo scontro con i soldati israeliani) abbiamo fatto festa insieme ad alcuni dei ragazzi e ragazze palestinesi che Confronti, insieme ad altre organizzazioni, invita ormai dal 2004 nell’ambito dell’iniziativa «Fiori di pace»; un progetto che vede la partecipazione di giovani israeliani e palestinesi che qui in Italia convivono, discutono, giocano e incontrano coetanei italiani. A Betlemme abbiamo incontrato l’imam della moschea antistante la basilica della Natività.

Le ipotesi di Otniel Schneller per la pace

Alla Knesset ci ha ricevuti Otniel Schneller, deputato di Kadima – il partito creato nel 2005 da Ariel Sharon – e consigliere di vari premier. Egli ci ribadisce che Israele vuole la pace, e infatti ha fatto la pace con l’Egitto (1979) e con la Giordania (1994); ma, precisa, «con questi due paesi non avevamo un contenzioso territoriale, mentre con i palestinesi siamo in conflitto per la terra». Altro ancora, sottolinea, è il problema dell’Iran, «paese guidato da islamici radicali. Esso non minaccia solamente Israele, ma l’intero Occidente. E se vincono gli islamici radicali cambieranno gli stessi equilibri politici internazionali». Per quanto riguarda l’attuale rapporto con i palestinesi, il deputato lo inquadra «nell’àmbito di due conflitti: tra Israele e palestinesi; e tra al-Fatah ed Hamas. Noi non accettiamo di trattare con il Movimento di resistenza islamico, perché ciò significherebbe trattare con l’islam radicale. Se sostenessimo Hamas dovremmo poi aprire agli Hezbollah e ad al-Qaeda. Noi non vogliamo parlare con i terroristi, ma con Abu Mazen».

Affrontando nel concreto i problemi da risolvere per giungere alla pace, Schneller premette che è importante ascoltare l’altra parte, sentire le sue opinioni. Poi entra nel vivo di alcuni temi. «Bisogna arrivare alla pace gradualmente; bisogna risolvere un problema alla volta, perché se un problema è risolto si facilita la soluzione del successivo. Noi vogliamo la pace, ed è nostro interesse che sia creato uno Stato di Palestina. Esso potrebbe essere costituito da circa l’87% dei Territori attuali, e dovrebbe prevedere anche scambi di terre [con questa espressione di solito si ipotizza che una certa parte di territorio oggi israeliano potrebbe diventare palestinese, e una certa parte di territorio palestinese potrebbe diventare israeliano. Se la futura Palestina fosse costituita dalla Striscia di Gaza e da tutta la Cisgiordania attuale coprirebbe il 22% del territorio del Mandato britannico, ed Israele il 78%]». Per Gerusalemme – «che non appartiene solo ad Israele, ma all’intero popolo ebraico sparso nel mondo. Se ce la tolgono, ci tolgono il cuore» – il deputato ritiene che forse si potrebbe trovare, nelle trattative con i palestinesi, una soluzione temporanea, al fine di avviare insieme una nuova positiva atmosfera, per procedere poi ad una soluzione definitiva.

Schneller ci ha ricordato di aver fatto parte della delegazione israeliana, guidata dal premier Ehud Barak, che nel luglio del 2000, a Camp David, trattò con Yasser Arafat per giungere, sotto la supervisione del presidente Bill Clinton, ad una pace definitiva. In quelle trattative – questa la ricostruzione del deputato – Arafat disse che quello di Gerusalemme non era un problema politico, ma religioso; ma, ci dice il deputato, «se è un problema che riguarda Dio, è irrisolvibile. Noi aspettiamo che i palestinesi cambino idea, e dicano che è un problema politico, che può essere oggetto di trattativa» [per l’intero islam Gerusalemme è la terza città santa; e quello che per gli ebrei è il monte del Tempio – edificio che qui si elevava prima di essere distrutto dai romani nel 70 dell’era volgare – per i musulmani è la Spianata delle moschee, legata al ricordo di un viaggio mistico, là, del profeta Muhammad]. In concreto, il nostro interlocutore ci suggerisce quale potrebbe essere un’ipotesi di soluzione: «la parte occidentale di Gerusalemme interamente ad Israele; la parte orientale in gran parte ai palestinesi; ed un regime speciale per le “aree sante” che si trovano tra queste due parti» [in sostanza, ci pare di capire, il «regime speciale» riguarderebbe la Città vecchia, dove si trovano i maggiori luoghi santi ebraici, cristiani e musulmani].

Ricordato che già nel 2005 Israele ha abbandonato gli insediamenti della Striscia di Gaza (erano ventuno, popolati da circa ottomila coloni, e sparsi su un terzo del territorio della Striscia dove vive circa un milione e mezzo di palestinesi), Schneller ha detto che gli insediamenti attuali nella Cisgiordania sono 148, abitati da trecentomila coloni. Egli dichiara la disponibilità di Israele a «smobilitare» e «risistemare» gli insediamenti in diversi blocchi, il che comporterebbe lo spostamento dei coloni, ma non dei palestinesi. In prospettiva – questa la nostra interpretazione della proposta – Israele intenderebbe abbandonare gli insediamenti sparsi a pelle di leopardo in Cisgiordania per concentrarli tutti a ridosso della linea armistiziale del 1949, più o meno ad ovest dell’attuale muro: in altre parole, questa lunga striscia diverrebbe Israele e, in compenso (questa, ripetiamo, la nostra interpretazione di suggestioni che Schneller non ha elaborato), una – quasi equivalente? – estensione di terre oggi israeliane diverrebbe palestinese.

Il deputato ammette che, nell’insieme, israeliani e palestinesi «oggi non sono pronti per la pace»: afferma che il Likud (partito di destra dal quale Sharon uscì per fondare Kadima) è contrario al compromesso sopra delineato, e che contrario è anche il 50% degli israeliani; sul fronte palestinese, aggiunge, è favorevole Abu Mazen, contrario Hamas (il quale propone che tutti i profughi palestinesi possano tornare nella terra che ora è Israele, ipotesi che quest’ultimo mai potrà accettare). Perciò, da una parte, Schneller non condivide l’ottimismo degli americani sulle conclusioni di Annapolis ma, dall’altra, è ottimista perché ritiene che «la nostra società sarà via via più disponibile a capire». Infine, il deputato ci dice: «Ho contribuito a creare cinquanta insediamenti in Cisgiordania. Là vivo io, con i miei figli e i miei nipoti. È la mia terra. Ma se un giorno il governo israeliano mi chiederà di andare via da là, perché questo sarà necessario per arrivare alla pace con i palestinesi, io lo farò, perché voglio la pace. E Dio ci chiede di fare la pace».

Tanto per documentare l’estrema contrapposizione delle posizioni, basti dire che Dany Dayan, leader dei coloni in Giudea e Samaria (termini biblici per indicare la West Bank) ha affermato che, malgrado le possibili pressioni di Bush e di Olmert, «ci opporremo con tutte le forze al nostro ritiro da questa terra e dagli insediamenti»; e che ai palestinesi si potrà dare solo un’ampia autonomia amministrativa, «ma mai uno Stato». Mentre rappresentanti di Hamas hanno dichiarato che scopo della visita di Bush era solo quello di garantire il sostegno all’occupazione militare della Cisgiordania, e di far ingoiare ai palestinesi l’idea di un loro Stato frammentato, composto da alcuni Bantustan, e circondato da insediamenti ebraici. Esponenti ebrei israeliani di Parent’s circle ci hanno detto, da parte loro, che rappresentanti di Kadima, come Schneller, affermano sì di voler la pace con i palestinesi, «ma non sono disposti a pagarne il prezzo».

Il muro. La costruzione del muro di separazione tra Israele e la Cisgiordania – che Sharon fece iniziare a costruire nel 2002, allo scopo dichiarato di impedire al massimo l’infiltrazione di kamikaze in Israele – non è eretto sul confine armistiziale del 1949, ma spesso si addentra fino a trenta chilometri in territorio palestinese. Malgrado la Corte internazionale dell’Aja, nel luglio 2004, abbia dichiarato «illegale» tale costruzione, e ne abbia chiesto l’abbattimento, il governo israeliano ha proseguito nell’opera, ora giunta ad una lunghezza di circa 170 chilometri (ma sarebbe di sei o settecento chilometri, se ultimata).

Il Caritas Baby Hospital

All’entrata di Betlemme il muro fa particolare impressione perché non solo taglia in due alcune strade, ma ad un certo punto fa una strana «gobba», per inserire dalla parte di là (verso Israele) la tomba di Rachele: nessuna ragione di sicurezza, dunque, ma solo un contentino anche agli ebrei religiosi che volevano avere sotto mano l’asserito sepolcro della seconda moglie del patriarca Giacobbe. Il muro sovrasta anche il Caritas Baby Hospital (Cbh), che andiamo a visitare. È, questa, una struttura nata dal nulla nel 1952 ad opera del sacerdote svizzero Ernst Schnydrig; essa vive solo con il sostegno di benefattori (vi è una rete di sostegno anche in Italia). Nella regione di Betlemme ed Hebron vivono oltre 100.000 bambini al di sotto dei quattro anni; per questi piccoli l’Autorità palestinese non riesce a garantire l’assistenza sanitaria. Il Cbh è l’unico ospedale pediatrico in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Attualmente nel Cbh lavorano duecento dipendenti, infermiere e infermieri, tutti palestinesi; è guidato dalle suore elisabettine di Padova, ma il direttore sanitario è un palestinese. Nel 2006, al Cbh sono stati curati 34.000 bambini, 4.100 sono stati ricoverati, e 29.900 hanno ricevuto un trattamento ambulatoriale.

Suor Donatella ci illustra la situazione del Cbh: l’80% dei piccoli ricoverati è di famiglia musulmana; a parte quelli ricoverati, ogni giorno viene visitato un altro centinaio di bambini nell’ambulatorio per i servizi territoriali. Molte sono le difficoltà per una buona gestione della salute, particolarmente di quella delle donne che, spesso, si rivolgono al Cbh: nel mondo palestinese vi è, in generale, una mentalità maschilista; gli uomini non accettano che le loro donne usino contraccettivi; spesso ragazze di 15-16 anni rimangono incinte, ma non hanno nessuna preparazione alla maternità. Malattie specifiche derivano anche dall’abitudine diffusa di matrimoni tra cugini. Altri problemi derivano dal muro («per protesta, ma affidandoci solo alla preghiera, ogni venerdì andiamo presso il muro a recitare il rosario!»), aggiunge suor Donatella, perché le normative delle autorità israeliane rendono difficile l’arrivo in Cisgiordania di medicine spedite dall’Europa per il Cbh, e che giungono via nave ad Ashdod (porto commerciale a sud di Tel Aviv) o all’aeroporto Ben Gurion, ma qui, talora, vengono trattenute per giorni, così che è capitato che latte in polvere è marcito alla dogana. Un’ulteriore difficoltà è derivata dal muro: vi sono stati dei casi, afferma suor Donatella, di donne incinte che si recavano a partorire in ospedale che sono state fermate per ore al muro, e là sono morte o sono morti i loro neonati.

Infine, un cenno ai cristiani che, in Terra santa (considerando insieme Israele, che ha sui sette milioni di abitanti, e i Territori palestinesi con 3,5 milioni), sono 167mila, suddivisi in tredici Chiese: dunque una piccola e frastagliata minoranza. In linea di principio, dall’una e dall’altra parte è ad essi garantita la libertà religiosa (tralasciamo, qui, il contenzioso in atto tra lo Stato d’Israele e la Santa Sede per la questione della tassazione delle proprietà ecclesiastiche cattoliche e del visto per suore e religiosi stranieri). Cristiani palestinesi ci dicono, però, che non solo nella Striscia di Gaza, ma anche in Cisgiordania, con pretesti burocratici e con pressioni varie gruppi musulmani tentano di spingere i cristiani ad andarsene via. I leader delle Chiese ritengono che, se continuerà l’attuale emorragia, indotta o voluta, tra una ventina d’anni la Terra santa sarà quasi priva di cristiani autoctoni.

Nel nostro viaggio siamo stati anche in Giordania e, dal monte Nebo, abbiamo visto la terra che, secondo la Bibbia, Dio ha promesso a Mosè e al popolo di Israele: egli la vide – da lassù, infatti, si domina la valle del Giordano, il Mar Morto, Gerico e il profilo di Gerusalemme – ma non vi entrò. Ci chiediamo se ebrei israeliani ed arabi palestinesi potranno veder sorgere, entro pochi mesi, la pace nella giustizia, o se questa rimarrà un miraggio, e l’ingiustizia continuerà ad incombere.

Post-scriptum. Mentre chiudiamo questo numero, nuovi eventi rendono sempre più un miraggio la pace promessa ad Annapolis. Il 15 gennaio le forze israeliane hanno compiuto un raid nella Striscia, provocando una cinquantina di feriti e 19 morti (tra questi, un figlio ventiquattrenne di Mahmoud al-Zahar, dirigente di Hamas ed ex ministro degli Esteri). Cecchini palestinesi hanno ucciso un volontario ecuadoriano che lavorava nel campo di un kibbutz vicinissimo alla barriera che separa la Striscia da Israele. In risposta all’attacco israeliano, gruppi palestinesi hanno lanciato razzi Qassam contro la città israeliana di Sderot, ferendo cinque civili. Il presidente israeliano Shimon Peres ha dichiarato: «Di fronte ai continui attacchi dei terroristi contro il nostro territorio siamo lasciati senza alternativa che non sia quella di rispondere e di fermarli». Opposto il commento di Abu Mazen: «Ciò che è avvenuto oggi è una carneficina contro il popolo palestinese. Il quale non può far passare sotto silenzio questi massacri».

Intanto, come risposta al lancio, dalla Striscia, di razzi Qassam contro il proprio territorio (110 nei tre giorni precedenti), il 17 gennaio il governo israeliano ha deciso di impedire che a Gaza entrino aiuti umanitari, fossero pure quelli delle Nazioni Unite.

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lunedì, 28 gennaio 2008

1984 n.3 – UNO CHE DOVEVA ESSERE ZITTITO

 

Riporto la lectio doctoralis di David Grossman, come l’ho ripresa da Repubblica.
Ne ho tagliato una parte perché è molto lunga. 
Il n. 1 di 1984 si trova in data 25 gennaio e il n. 2 in data 27 gennaio.
augusta


Da Repubblica on line (28 gennaio 2008)

David Grossman: "La memoria e la Shoah"

Uno dei suoi romanzi più intensi, Vedi alla voce amore, racconta la Shoah vista dagli occhi di un bambino figlio di sopravvissuti. David Grossman, uno dei massimi scrittori contemporanei, ha ricevuto dall'Università di Firenze domenica 27 gennaio, in occasione del Giorno della Memoria, la laurea honoris causa. Ecco parte del discorso che ha letto durante la cerimonia               di David Grossman


Sei milioni di ebrei morirono in Europa in un eccidio senza precedenti nella storia dell´umanità e dopo il quale l´umanità non fu più la stessa. Ecco alcuni interrogativi che la Giornata della memoria risveglia: esiste oggi un dibattito sulla Shoah in quanto avvenimento dal significato universale e non esclusivamente ebraico? Tale dibattito è significativo, e autentico, oppure, con l´andar degli anni, si è trasformato in una sorta di obbligo formale? E noi, rappresentanti di questa generazione, di tutti i popoli e le religioni, comprendiamo l´incisività e l´attualità degli interrogativi che la Shoah ci prospetta e la rilevanza che hanno ancora oggi, soprattutto oggi?

Queste domande concernono, peraltro, anche il nostro rapporto con gli stranieri, i diversi, i deboli di ogni nazione del globo; concernono l´indifferenza che il mondo mostra, di volta in volta, verso episodi di massacro in Ruanda, in Congo, in Kosovo, in Cecenia, nel Darfur; concernono la malvagità e la crudeltà del genere umano che nel periodo della Shoah si profilarono come concreta possibilità di comportamento. In che modo trovano espressione nella nostra vita e quale influenza hanno sulla conformazione e sulla condotta del genere umano? In altre parole: la memoria che serbiamo della Shoah può essere veramente una sorta di segnale d´avvertimento morale? E siamo noi in grado di trasformare i suoi insegnamenti in parte integrante della nostra vita? (...)

Mentre gli altri popoli possono, con relativa facilità, evitare di riflettere sulle conseguenze della Shoah - e dunque sfuggire a un dibattito profondo che le concerne - noi, in Israele, siamo condannati a dibatterle ripetutamente, a cadere talvolta nella trappola dell´angoscia esistenziale che la Shoah ha scavato in noi, a definire gli aspetti significativi della nostra vita nei termini categorici, estremi, che la Shoah ha lasciato impresso in noi. In un certo senso si può dire che il popolo ebraico, e di fatto quasi ogni ebreo, sia un colombo viaggiatore della Shoah, che lo voglia o no.


<Qui si inserisce la storia di Leib ed Ester Rochman che ho tagliato.
Chi volesse leggerla, come pubblicata da Repubblica, può andare a: http://firenze.repubblica.it/dettaglio/David-Grossman:-La-memoria-e-la-Shoah/1418143?ref=rephp
>


Ci sono altre milioni di storie come questa. Ogni persona morta, o sopravvissuta, è una vicenda a sé e tutte queste storie, in apparenza, si mantengono su un piano totalmente diverso da quello su cui sono dibattute oggi le grandi "questioni" relative alla Shoah, sempre che siano dibattute. Tali questioni vertono soprattutto sulla negazione della Shoah, sull´incremento del numero dei neo-nazisti in diverse nazioni e sul rafforzamento dell´antisemitismo nel mondo. Negli ultimi anni la discussione circa il diritto dei tedeschi di considerarsi vittime di quella guerra al pari di altri popoli, o addirittura di creare una simmetria - errata e inammissibile a mio parere - tra la loro sofferenza e quella degli ebrei durante la Shoah, si fa sempre più accesa.

Le vicende personali di Leib ed Ester Rochman, così come quelle di altri milioni di persone, si mantengono, come ho detto, su un piano diverso, ma senza di esse un dibattito sulla Shoah non sarebbe completo e sarebbe impossibile creare un legame emotivo tra le generazioni future e ciò che avvenne allora. Dirò di più: senza quelle storie personali il dibattito sulla Shoah potrebbe talvolta apparire un tentativo inconsapevole di difendersi dall´orrore palese. E, spingendoci oltre, si potrebbe ipotizzare che senza di esse il dibattito generico, di principio, si spegnerebbe lentamente.

Proprio le vicende individuali, private, sono il "luogo" più universale, la dimensione entro la quale è possibile creare il senso di identificazione umana e morale con le vittime che permette a chiunque di porsi ardui interrogativi: come mi sarei comportato io se fossi vissuto a quell´epoca, in quella realtà? Come mi sarei comportato se fossi stato una delle vittime, o un connazionale degli aguzzini? Ho l´impressione che fino a che non risponderemo a queste domande - ognuno per conto proprio - fino a che non ci sottoporremo a questo auto-interrogatorio, non potremo dire a noi stessi di aver affrontato pienamente ciò che avvenne laggiù. E se non lo faremo, dimenticheremo.

Più si assottiglia il numero dei sopravvissuti - e malgrado il lavoro di documentazione portato avanti da "Yad vaShem", il museo israeliano dedicato alla memoria delle vittime della Shoah, e, nell´ultimo decennio, dall´archivio Spielberg - più cresce l´importanza dell´arte quale possibile mezzo per affrontare questi interrogativi. La letteratura, la poesia, il teatro, la musica, il cinema, la pittura e la scultura sono i "luoghi" in cui l´individuo moderno può affrontare la Shoah e sperimentare le sensazioni e la particolare esperienza umana che la ricerca e il dibattito accademici solitamente non sono in grado di far rivivere.

Traduzione di Alessandra Shomroni   

 

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martedì, 22 gennaio 2008

Ringrazio Augusta per lo spazio offerto che mai come in questo momento si dimostra così prezioso, poiché può essere usato per comunicare ciò che nella stampa europea è pressoché taciuto. Per chi non si ricorda di me, sono Omar, vengo dal cosiddetto Medio Oriente.

 

Popolo di Gaza, tenete duro!!!

 

La striscia di Gaza, fino a qualche giorno fa, era un esteso carcere a cielo aperto di 378 km2, contenente un milione e mezzo di carcerati, dei quali la metà ha meno di 16 anni. Ora, dopo che Ehud Olmert, primo ministro israeliano, ha ordinato il blocco di tutte le frontiere, non lasciando passare nè carburante, né medicinali, né, ovviamente, viveri, la striscia è diventata un grande forno di gran lunga peggiore dei forni usati dai nazisti. Se chiedete ad uno di Gaza com’è la situazione attuale, egli risponderebbe che la morte è più misericordiosa della sofferenza provata in questi giorni a Gaza, poiché vedere tuo figlio morire davanti ai tuoi occhi senza che tu possa reagire è più doloroso della morte. Qui manca l’elettricità, mancano i farmaci, le sale operatorie sono inagibili. Quel che non manca è solo la morte. Ci sono più di quattrocento feriti che avrebbero bisogno di cure, di cui la metà sono bambini, lasciati all’aria aperta, al freddo di gennaio, con una scarsa speranza di essere salvati. Le celle frigorifere delle stanze mortuarie non funzionano…e come potrebbero, senza elettricità.

            Cinquanta sono le vittime dopo il bombardamento israeliano degli ultimi tre giorni. Olmert, il suo amico Bush e alcuni arabi sostengono apertamente che i bombardamenti andranno avanti, così come il blocco di Gaza. E questo paese, Israele, dovrebbe essere l’unica rappresentanza di democrazia nel Medio Oriente, il paese che rappresenta la civiltà occidentale nella regione, il paese fondato con il pretesto di salvare gli ebrei dalla morte e dal pregiudizio, e per alleggerirsi dalle colpe commesse dall’Europa nella prima metà del secolo scorso; questo stato sta facendo subire qualcosa di paragonabile alla shoah, poiché morire di fame e di freddo sotto i bombardamenti israeliani costretti in una striscia di terra non è diverso e forse è peggio di morire in camere a gas.

Il mondo occidentale ipocrita si impegna quasi quotidianamente per la causa del Darfur; ha invaso l’Iraq, lo ha occupato e ha ucciso un milione di iracheni sotto lo slogan di liberarli; ha fondato uno stato per il popolo di Timor est. Lo stesso mondo occidentale, però, si toglie da ogni responsabilità, non muove un dito, non alza una mano e non prende in mano una penna contro le macellazioni e le barbarie nei confronti del popolo palestinese, poiché Israele è sopra della legge e può fare tutto ciò che vuole: uccidere, distruggere, lasciar morire di fame, bloccare spietatamente senza preoccuparsi di un freno dall’esterno che tanto non giunge.

Forse, prima di colpevolizzare il resto del mondo, bisogna dare la colpa agli arabi: i paesi arabi appoggiano, infatti, tutto ciò con il loro complice silenzio, non fanno altro che condannare la situazione debolmente e in maniera dimessa, per non far arrabbiare né Israele né gli Stati Uniti. Perché il presidente egiziano Hosni Mubarak non apre il confine di Rafah di fronte ai feriti e ai bisognosi? Se non vuole permettere l’uscita dei palestinesi come vuole Israele, perché non lascia almeno entrare aiuti umanitari? Lui ha senz’altro la sua parte di responsabilità, se non legale, almeno morale. Nel momento in cui la striscia di Gaza è stata occupata, questa apparteneva all’amministrazione egiziana e gli scolari di Gaza studiavano nei libri di testo egiziani la storia dei faraoni. Mubarak ha paura di essere accusato di violare la legge internazionale? Non fare arrabbiare Israele è per lui più importante della rabbia di milioni di egiziani che condividono il dolore dei loro fratelli a Gaza?

Tutti i paesi europei hanno tenuto un atteggiamento esemplare e positivo riguardo alle infermiere bulgare arrestate in Libia. Tutta Europa si è avvicinata alla Bulgaria e tutti hanno normalizzato i loro rapporti diplomatici con la Libia solo dopo che quest’ultima ha rilasciato le cinque infermiere.

Tutti i paesi africani si sono avvicinati a Nelson Mandela durante la sua guerra giusta contro l’Apartheid, perché gli arabi non si avvicinano al popolo di Gaza? No, hanno scelto invece di accogliere Bush donandogli medaglie d’oro e festeggiando con danze orientali, firmando contratti di armi da decine di miliardi di dollari. Ci viene da chiedere, perché questi stessi non hanno chiamato Bush per chiedergli di far sì che gli israeliani fermino questa catastrofe umana in un piccolo territorio come quello di Gaza. Perché Mahmoud Abbas, il presidente palestinese, non lascia Ramallah e non va a disturbare la coscienza sporca del mondo arabo e non fa sentire la sua voce a livello internazionale? Perché non esce dalla sua villa e non va a Gaza a dimostrare solidarietà, perché non dedica un po’ del suo tempo per porre fine alla divisione tra il popolo palestinese e per ritrovare un’unità che potrebbe forse salvare almeno qualche vita umana?

Il popolo palestinese tiene duro contro il blocco e la fame e affronta la morte con coraggio e fede, nonostante tutti gli ostacoli posti da governi amici che spendono miliardi per armi con il fine non di affrontare i nemici, bensì di salvare l’economia americana e francese e offrire posti di lavoro nelle industrie belliche occidentali. La resistenza di questo popolo disturba gli israeliani dimostrando a tutto il mondo l’orribile immagine della politica israeliana con il suo carattere sanguinario.

Ciò che fa Olmert insieme al suo ministro della difesa Barak indica la depressione e la sconfitta all’interno della politica israeliana e non il loro potere. Non hanno vinto nella loro ultima guerra contro il Libano, non sanno come trattare con le resistenze nel libano e in Palestina, non sanno cosa decidere per l’Iran. Non sono riusciti a imporre la normalizzazione con i paesi arabi ad Annapolis. Non è esagerato concludere che, nonostante l’assenza di corrente, gli abitanti di Gaza vivono con la luce dalla loro parte, mentre i loro oppressori, dalla politica israeliana fino ai paesi del golfo, vivono nell’oscurità delle loro anime.

Omar

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venerdì, 18 gennaio 2008

Bisogna che la smetta di scrivere ciò che penso degli eventi in corso, almeno di quelli che più solleticano la mia attenzione perché altrimenti non inizierò più il racconto del viaggio organizzato da Confronti dal 27 dicembre scorso al 4 gennaio 2008 e soprattutto non riprenderò il diario (viaggio Biblia dello scorso giugno) armeno che ho vigliaccamente abbandonato ma non dimenticato..
Quindi diari e freno al disgusto che provo per quel che sta succedendo e che sentirei il bisogno d’esternare.

Il mio diario del recente viaggio sarà diverso da altri: non tanto una narrazione, quanto la focalizzazione di qualche aspetto che mi ha particolarmente colpito.


Israele – Palestina -  Viaggio Confronti 2007-2008

Prima puntata – 27 dicembre

Arrivo a Tel Aviv, via Zurigo; il 27 dicembre e trasporto immediato al kibbutz religioso di Sde Eliyahu, nel nord di Israele.
Chi volesse saperne di più troverà ogni informazioni nel sito web
www.seliyahu.org.il, che riporta esattamente ciò che ci ha detto Mario Levi, accogliendoci nella sua lingua italiana che ancora non ha perso un  -e nemmeno tanto lieve- accento triestino. Il signor Levi è approdato in Palestina fuggendo all’Italia delle leggi razziali ed è entusiasta della sua ininterrotta esperienza.
In autobus mi permetto di ricordare ai miei amici i testi delle sorelle Cardosi,
[1] che testimoniano la vita di una famiglia non distrutta fino alla sua scomparsa, ma devastata da quelle leggi che costituiscono lo sfondo di un orrore che non mi è sembrato essere adeguatamente testimoniato dalle parole del signor Levi, pago e appagato dall’essere un kibbuzim, tanto da sembrare pacificato con il suo terribile passato.
E non credo sia un’immagine opportuna da trasmettere all’Italia d’oggi dove il razzismo, a mio parere, avanza in tante, variabili forme, morbide, digeribili, quasi legalitarie, che adattano la cultura del rifiuto al nemico del momento (ultimi i bambini, figli d’immigrati irregolari, colpevoli di essere e non di aver commesso crimini, di cui ho scritto l’11 e il 14 gennaio).
La memoria nel racconto del signor Levi è un tributo alla laboriosità intelligente e all’impegno dei kibuzzim-coloni di
Sde Eliyahu, che hanno fatto di una terra paludosa e deserta un’oasi piacevole e produttiva.
Lui, anziano, esalta la sua vita nel kibbutz, dove gli anziani –fruendo come ogni altro dei servizi collettivi- conducono un’esistenza appagante perché l’età non li emargina. Io mi chiedo (in silenzio, non voglio fare la rompiscatole) se quell’esistenza sia altrettanto appagante per i giovani, per gli adolescenti che nel momento forte di scelte esistenziali si trovano inseriti in una società dove il cammino possibile è uno e uno solo
[2].
C’è però una frase di Mario Levi che mi ronza nella testa e che non riesco a digerire. Ha affermato che là, dove lui oggi vive, un tempo c’erano solo beduini “che poi sono improvvisamente e misteriosamente scomparsi”.
Non capisco se il nostro interlocutore non sappia (o finga di non sapere: non so controllare il sospetto) che i beduiti sono (e, per lo stato di Israele, è forse meglio dire erano) popolazioni dedite alla pastorizia e fatalmente al nomadismo, dettato dalla necessità di trovare cibo per i loro animali.
E’ chiaro che, quando il cibo finì senza speranza di rinnovo stagionale, non restò loro che andarsene. Il dissodamento delle paludi e ciò che ne conseguiva, non era probabilmente compatibile con la loro tradizionale economia.
Anche l’Europa, quando le esigenze della moderna agricoltura si fecero incombenti, conobbe situazioni di povertà estrema. per la popolazione che viveva di raccolta e allevamento, approfittando dei terreni incolti per un consolidato sistema di rotazione delle aree coltivabili, accessibili inizialmente senza steccati.
Non sarebbe stato il caso che i primi “coloni” conoscessero un po’ meglio i loro vicini?  Forse no, forse sarebbe stato inutile, forse non ho capito, ma mi piacerebbe saperne di più perché il dubbio non se ne va.



[1] Per i riferimenti alle sorelle Cardosi si veda 3 maggio 2007.
   Non voglio, però dimenticare il museo Yad Layeled che si trova all’interno del Kibbutz
Lokhamei ha-Geta'ot, di cui sono reperibili informazioni nei siti web.
http://www.gfh.org.il/Eng/Index.asp?CategoryID=95

http://www.judaicultures.info/MUSEE-BEIT-LOHAMEI-HAGHETAOT-YAD.html ... e in molti altri

Ne ho scritto anch’io il 5 aprile 2005
E’ un museo che cerca di spiegare ai bambini la storia del ghetto e della shoà.
Chi volesse visitare – anche virtualmente- lo Yad Layeled troverà informazioni su quella straordinaria figura di educatore che fu
Janusz Korczak
, morto con i “suoi” bambini a Terezin. Chissà se la conoscenza del suo lavoro potrebbe essere utile alla sindaca di Milano e a coloro che ne giustificano l’agire?

[2]   Così recita la presentazione del kibbutz nella prima pagina del sito web: “Kibbutz Sde Eliyahu is situated in the fertile Beit Shean valley close to the Sea of Galilee. It is home to 300 members and an equal number of children, and combines an Orthodox Religious Jewish way of life with the principles of kibbutz life and a devotion to the land and people of Israel”.

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martedì, 15 gennaio 2008

Poiché si tratta della prima uscita di questa rubrica nel nuovo anno ho inserito un raffronto con la prima rubrica del 2007, espresso nella cifra preceduta dal segno +
augusta

 

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale  11  /  17  gennaio 2008  n. 726 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 9 gennaio 2008
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        4.910    (+ 409)        
Israeliani          1.057    (+12)    
Altre vittime         77     (=)    
Totale               6.044     (+421)   

Internazionale  11  /  17  gennaio 2008  n. 726 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  del  9 gennaio  2008
Iracheni              80.381  /  87.792)      (+27.280   /  +29.88)
Soldati statunitensi              3.915       (+900)                       
Soldati di altre nazionalità      307   (+56)  

TRASCRIVO

L’ESERCITO ISRAELIANO BLOCCA LA DELEGAZIONE DELL’APPELLO "GAZA VIVRÀ".   INTERVISTA A GIOVANNI FRANZONI

 

34243. ROMA-ADISTA. Lo scorso settembre l’appello "Gaza vivrà" – sottoscritto da migliaia di cittadini italiani e personalità del mondo della cultura (v. Adista n. 79/07) – aveva denunciato le condizioni disumane in cui la popolazione della Striscia di Gaza è costretta a vivere a seguito dell’embargo decretato dalle autorità internazionali. Venute a conoscenza dell’appello, alcune associazioni della società civile di Gaza riunite nel "Centro palestinese per la democrazia e la risoluzione del conflitto" hanno invitato una delegazione di firmatari a visitare i territori sotto embargo per poter manifestare direttamente la propria solidarietà e testimoniare all’opinione pubblica occidentale le conseguenze della politica di isolamento perseguita dal governo israeliano con l’appoggio della comunità internazionale. La delegazione - di cui hanno fatto parte, fra gli altri, Giovanni Franzoni delle Comunità cristiane di Base, il senatore ex Pdci Fernando Rossi, il giornalista Lucio Manisco - è atterrata all’aeroporto di Tel Aviv il 23 dicembre, ma non è riuscita ad entrare a Gaza, bloccata dai soldati israeliani al valico di Erez, al confine tra la Striscia e Israele. Nonostante un presidio organizzato al consolato italiano a Gerusalemme e una protesta messa in scena proprio di fronte al valico, le autorità israeliane si sono rivelate inflessibili nel negare le autorizzazioni ad attraversare il valico.

Al suo rientro a Roma, Adista ha incontrato Giovanni Franzoni. (emilio carnevali)

Con quali motivazioni la delegazione è stata bloccata al valico di Eretz?

Il diniego di accesso al territorio di Gaza al valico di Eretz, per quanto ci è stato comunicato in loco, è venuto dall’esercito e la ragione addotta è stata "per motivi di sicurezza". È però chiaro che la motivazione era politica, perché le autorità israeliane vogliono nascondere la situazione umanitaria all’interno del territorio assediato, privato di risorse alimentari ed energetiche e occultata a occhi indiscreti.

 Anche se non siete riusciti ad entrare, che idea vi siete fatti della situazione all’interno della Striscia?