Questo diario elettronico ha una storia... (continua)


giovedì, 29 gennaio 2009
Dal sito della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni
info@simmweb.it
 
"D I V I E T O   D I    S E G N A L A Z  I O N E”
• FIACCOLATA DAVANTI MONTECITORIO •
Lunedì 2 febbraio dalle 17,30 alle 20,00
• scarica la dichiarazione di Amedeo Bianco - Presidente FNOMCeO •
presentata alla
• Conferenza Stampa •
Mercoledì 28 gennaio ore 11.30
 Hotel Nazionale - Piazza Montecitorio 131
 Roma
 
*****
Ricopio il testo della dichiarazione, citata sopra cui potete anche accedere direttamente anche da qui     augusta
 
Messaggio inviato il 28 gennaio 2009 al
Presidente della SIMM in occasione della
conferenza stampa di presentazione
dell’appello “DIVIETO DI
SEGNALAZIONE. SIAMO MEDICI ED
INFERMIERI NON SIAMO SPIE”
promosso da MSF, SIMM, ASGI, OISG

Cari amici,
profondamente rammaricato di non poterVi raggiungere di persona,
ritengo tuttavia doveroso farVi pervenire il mio saluto nonché l’adesione della FNOMCeO all’iniziativa odierna.
In più occasioni e in più sedi la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri ha avuto modo di evidenziare, negli ultimi mesi, il totale dissenso sulla abolizione del comma 5 dell’art. 35 del D.lgs. 286/’98.
Vale la pena ribadire le motivazioni di tale dissenso, motivazioni che direttamente attengono alla matrice etico-deontologica dell’esercizio professionale medico e ai suoi delicati risvolti civili e sociali.
Come medici siamo convinti di avere gli stessi diritti e gli stessi doveri di tutti i cittadini, sebbene i nostri doveri si sostanzino nel garantire diritti universali della persona prima ancora che dei cittadini, e cioè quelli che concernono la tutela della salute nel rispetto della dignità di ogni individuo.
Come in guerra, anche in quella più sanguinosa, un briciolo di ragione si traduce in “corridoi umanitari”per consentire l’elementare esercizio della solidarietà e della vicinanza ai più fragili, allo stesso modo riteniamo che in una comunità moderna e civile (e in pace) l’accesso alle cure debba costituire ovunque e sempre una “area protetta” disolidarietà e umanità.
Inutile ricordare che uno dei principi fondamentali che riguardano la
salute come bene collettivo è fondato sul libero accesso alle cure e quindi ogni misura o provvedimento che possa limitare tale libertà rischia di tradursi in un boomerang per la tutela della salute
collettiva.
Queste considerazioni non fanno gli uni diversi dagli altri, ma abbracciano tutti in modo indistinto e profondamenteintercettano i profili e l’esercizio della nostra libertà di scienza e coscienza, che siamo pronti a rivendicare in ogni circostanza.
Auguro a tutti un sentito buon lavoro e invio i miei saluti più cordiali.
Amedeo Bianco
 
                                                            ***
Della questione che precede ho scritto lo scorso anno il 21, 26, 28, 31 ottobre, 3, 6, 11, 14, 19, 21, 24 novembre. 1, 2 e 16 dicembre.     Nel 2009:3, 4, 6,15 e 25  gennaio.
 
                                                          ******
 
Tornando a Gaza
Riporto il testo tradotto di un breve appello diffuso questa mattina dalla BBC

Le nazioni unite lanciano un forte appello per Gaza:
Necessitano 613 milioni di dollari per aiutate il popolo colpito dall’offensiva militare a Gaza
”Sono necessità enormi e di tanti tipi –ha detto il massimo rappresentante ufficiale aL forum economico mondiale di Davos. E ha aggiunto che i fondi sarebbero usati per “per aiutare a superare almeno in parte queste difficoltà”
L’annuncio arriva mentre si teme il collasso del cessate il fuoco unilaterale offerto dall’esercito di Israele ai militanti di Hamas
Due razzi sono stati sparati contro Israele mentre bombardamenti aerei colpivano la parte meridionale di Gaza.
 
E, a proposito di Gaza, ho un paio di SEGNALAZIONI

1. L’amica Marte cui fa capo il blog <incircolo.blogspot.com> ha introdotto con un suo intervento l’argomento del boicottaggio ai prodotti israeliani. Ne é nata un conversazione a distanza fra noi che si può leggere nei commenti del diario“memoria e smemorati” (19 gennaio).
Io ne sono felice: ho sempre sperato che diari e altro mi desse l’occasione di comunicare; questa volta ci siamo riuscite e potrebbe diventare oggetto di discussione anche per altri.
Chi fosse interessato a ricevere informazioni può andare al blog di Marte (anche direttamente dal mio omonimo link) in data 29 gennaio (22.48 – la rivoluzione nel cestello della spesa) dove troverà anche
le indicazioni necessarie per riferirsi alle fonti dell’iniziativa.
 
2. Segnalo anchel’articolo War and Natural Gas: The Israeli Invasion and Gaza's Offshore Gas Fields by Michel Chossudovsky (Guerra e gas naturale: l’invasione israeliana e i giacimenti di gas al largo di Gaza).
Non mi azzardo a tradurlo per la presenza di termini tecnici che é meglio non affronti.
Potete comunque raggiungerlo dal collegamento.  
Se ne può trovare qualche breve tratto tradotto collegandosi  al sito ‘luogo comune’   (www.luogocomune.net/site/modules/news).
Sarebbe simpatico se un lettore/trice esperto ce lo traducesse.

2. BAMBINI: MOLTI I POSSIBILI ABUSI
Tornando a quanto ho scritto il 27 gennaio sono casualmente venuta a sapere che il sindaco di Udine, in una conferenza stampa nella giornata delle memoria, ha riferito che l’assessore alla cultura si é imbattuto, alla fermata di un autobus, nella scritta ‘Juden Raus’ e che una signora aveva fatto una segnalazione su altro caso di antisemitismo. Ero io che avevo passato l’informazione ma, correttamente, il sindaco che non mi aveva interpellato, non ha fatto il mio nome.
La scritta Juden Raus, nella stessa zona della città in cui avevo visto il manifesto descritto nel diario del 27, conferma la fondatezza della mia paura di un razzismo dilagante che il risveglio dell’antisemitismo rafforza. Non a caso é la radice storica della violenza anche normativa, esercitata anche in Italia, e certamente sostenuta da recente professione di negazionismo vescovile.
Sono lieta però che una giornalista, che ha scritto delle due segnalazioni, abbia colto la specificità “dello sfruttamento dell’immagine dei bambini”.
E’ un tratto che andrebbe posto all’attenzione dell’opinione pubblica: il richiamo ai bambini, nello stile ‘piccoli razzisti crescono’, secondo me connota di vergogna e orrore irrimediabili ogni forma di razzismo, che si lega così alle radici di ogni possibile crescita umana.
Almeno per chi se ne accorge.                        augusta
 
collegamenti:  migrazioni,  scarica la dichiarazione,  qui,  articolo,  luogo comune
 
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categoria:bambini, guerra conflitti e violenze, israele palestina, segnalazioni da altri blog
martedì, 27 gennaio 2009
BAMBINI: MOLTI I POSSIBILI ABUSI
 
Girando per Udine il sabato mattina
In un luogo molto affollato della mia città (piazzale Osoppo – Udine), vicino ad un negozio che, per essere centro di distribuzione di filmati é molto praticato da giovani, sabato scorso mi é capitato di vedere tre copie di un manifesto, privo di qualsiasi firma e recapito.
Provo a descriverlo, rifiutandomi di pubblicarne l’immagine (che ho ripreso) e di farla in qualsiasi modo girare perché la considero oscena.
Nella parte superiore del manifesto c’é una fotografia a formato rettangolare, rappresentante bambini, dichiarati israeliani, che mettevano la propria firma su bombe destinate a colpire Gaza (da tempo circola su internet).
Poco sotto ci sono due immagini che evidentemente raffigurano situazioni riprese a Gaza: in una si vede un uomo che regge un cadaverino e, accanto, c’é il corpo di un bimbo massacrato, abbandonato a terra.
Fra le due foto una scritta che recita “Il regalo dai bambini israeliani ai bambini palestinesi”. Al termine ancora una scritta “Fermate Erode” e infine il simbolo del mirino di un fucile (un cerchio contenente due segmenti a forma di croce).
Ho avvisato i vigili urbani e poi segnalato il fatto in questura. A tarda sera i tre manifesti erano stati raschiati.
Se a questo si pensa come soluzione sufficiente, dissento.
Non a caso ne avevo scritto a due assessori del comune di Udine, sperando in un loro intervento di cui non ho trovato traccia, pur avendone cercato notizie direttamente fra i comunicati stampa del comune.

Le immagini e le informazioni
Non é un caso che sui muri delle città ci siano le più svariate forma di propaganda: chi é attento alla comunicazione sa che quell’esposizione è oggetto efficace di lettura e attenzione e, proprio per questo, accanto ai tre manifesti di cui ho detto, si potevano leggere inviti a spettacoli, concerti ecc. ecc. e altre notizie chiaramente orientate ad un pubblico giovane.
Quale il messaggio delle immagini che è inevitabile contestualizzare nella tragedia di Gaza?
Lasciamo perdere l’orrore dell’invito finale (a cosa può essere associato il simbolo di un mirino?) restano i bambini raffigurati come mittenti della distruzione dei piccoli palestinesi.
Credo possa affermare che l’immagine dei firmatari non ha nulla di spontaneo; non si entra in un deposito di bombe, pronte ad essere caricate sugli aerei, durante un’allegra passeggiata campestre. Qualcuno ha aperto ai bambini le porte di quel deposito.
Già ai bambini, per aderire ad un loro desiderio di associarsi ad un bombardamento o erano stati umiliati a comparse per facilitare la trasmissione di un messaggio subliminale?
Chi avesse voluto o usato quel messaggio non fa differenza.
Quello che é certo che sia l’Italia che lo stato di Israele sono firmatari della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo (orribile traduzione di children che, in questo caso, indica convenzionalmente i minori)

Le Nazioni Unite e i minorenni
La Convenzione di New York (in Italia ratificata con legge 176/1991) riconosce certamente la
libertà di espressione anche ai bambini, ma
”Gli Stati parti adottano ogni misura legislativa, amministrativa, sociale ed educativa per tutelare il fanciullo contro ogni forma di violenza, di oltraggio o di brutalità fisiche o mentali...” (art. 19) e convengono che “l’educazione del fanciullo ... deve avere come finalità: b) sviluppare nel fanciullo il rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e dei principi consacrati nella Carta delle Nazioni Unite;
d) preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera, in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia tra tutti i popoli e gruppi etnici, nazionali e religiosi e delle persone di origine autoctona”. (art. 29).
E’ chiaro che suscitare un orrore fine a se stesso non rientra negli impegni degli ‘stati parte’ mentre, nel caso di minori, il primo impegno dovrebbe essere l’offerta di aiuto perché possano conoscere –al livello che la loro età consente- alternative alla violenza, sia agita in forma primaria, sia come reazione.
Personalmente non vedo come sia congruente ad una formazione alla pace offrire, ancora una volta, l’incentivo ad una reazione di vendetta, riconoscendo il nemico persino nei bambini, quasi che vi fossero popoli malvagi per natura.
Così siamo al fondamento del razzismo, di
ogni razzismo.

Il comune di Udine e la pace.
Io mi aspettavo, di fronte a quel manifesto che non possono dire di non conoscere, una reazione pubblica dei responsabili nella struttura politica del comune.
In questo caso si sarebbe potuta manifestare con un’attenzione rispettosa alle vittime di un conflitto di cui le non ragioni che lo animano sembrano oscurare ogni speranza di conclusione, ai bambini definiti israeliani e infangati in un’immagine impropria, ai bambini e ai giovani (io non so più che pensare della coscienza corazzata di molti adulti e vecchi che spesso la sofferenza trascorsa sembra aver trasformato in durezza e in indifferenza) che quel manifesto hanno visto e che nessuno ha –pubblicamente- aiutato a leggere, a chi quel manifesto ha pensato ed è stato indotto a costruirlo forse dalla ignoranza della storia del razzismo in Italia che ha il suo momento fondante dall’antisemitismo.
E’ qui il caso di ricordare che l’antisemitismo é stato reso trasferibile alle coscienze di molti dall’antigiudaismo, ben diffuso dalla chiesa cattolica e non solo da quella fra le chiese cristiano (é una cultura che spiega certe recenti decisioni papali? Penso che ci ritornerò)?
Solo chi conosce quella storia può capire la dimensione devastante della riscoperta dell’argomento da parte di gruppi neonazisti, nello stile oggi antisemiti domani anti....un qualche altro e via via devastando nella catena delle diversità.
Che effetto possono aver avuto per gli ebrei romani i blocchi alle serrature che hanno impedito di sollevare le loro saracinesche? Qualcuno saprebbe spiegargli una impossibile diversità dagli effetti mortali delle
leggi razziali del 1938?

Il comune di Udine ha creato un
Tavolo della pace, formato da varie associazioni con cui ha stipulato un protocollo che in pratica è una delega per politiche di pace (quali sono evidentemente possibili ad un comune) a una serie di pur rispettabili privati.
Nel riconoscere le attività che le associazioni svolgono il protocollo afferma
C’è bisogno di progetti concreti a favore delle persone e delle comunità disagiate, ma anche di lavorare sulla ricerca”, collocandosi così fra accademia e beneficenza, a meno che non prenda in considerazione anche il disagio della privazione di conoscenza e le modalità per superarlo. Ma questo può avvenire là dove le persone vivono, non in pur prestigiose sedi associative che si rivolgono, giustamente, ai propri iscritti e simpatizzanti.

Quando la conoscenza e l’esperienza diventano sapienza.
Ha scritto di recente Bruno Segre, storico esponente della comunità ebraica italiana:
“E tuttavia, nel nostro Paese stanno trionfalmente affermandosi le destre politiche e, nel loro ambito, la Lega Nord la quale, facendo leva sulla difesa del territorio, favorisce demagogicamente lo sviluppo di un mito del microterritorio, in omaggio al quale gli abitanti di un quartiere o di una regione si percepiscono come i tutori di uno spazio minacciato, da cui tutti gli stranieri andrebbero espulsi.
Naturalmente, la nozione di territorio può funzionare a vari livelli. La sacralizzazione dei piccoli territori può essere molto violenta ma é limitata. Ciò che desta preoccupazione é l'eventuale trasferimento e l'applicazione generalizzata di questo fenomeno di difesa del territorio a una scala più vasta. Tale generalizzazione si verificò in Italia con il fascismo che, a livello fantasmatico, operò una trasformazione del territorio nazionale nella proprietà di un popolo o di una razza.
  


E ancora Stefano Levi Della Torre:
In condizioni pacifiche esiste una fattispecie giuridica che si chiama “abuso di legittima difesa”. Se Israele ha diritto morale a una legittima difesa, che ne è dell’abuso? L’abuso è questo intollerabile massacro. Ci sono i morti. E i feriti? A migliaia, persone distrutte, senza gambe, senza braccia, sventrate, spezzate nell’anima, spesso senza sangue o in cancrena per mancanza di medicine, di medici, di acqua, di corrente elettrica, di cibo, già a causa dell’embargo, poi della distruzione. Che cosa vale tutto questo?
Si dice, spesso a ragione, che i terroristi si fanno scudo dei civili. Dunque i civili sono ostaggi. Si massacrano gli ostaggi? La pratica degli scudi umani è ignobile perché cinicamente espone degli esseri umani al sacrificio, ma perché sarebbe meno ignobile l’azione di chi quel sacrificio lo compie sparando comunque? O forse la convivenza della popolazione con Hamas è intesa di per sé come connivenza, nell’idea aberrante di una “colpa collettiva” a giustificazione del massacro. Ma non è questa idea esattamente simmetrica a quella dei terroristi contro cui si combatte, non solo per necessità ma anche in nome dei “nostri principi superiori?”

Sono parole che confortano, cui nulla ho da aggiungere.  
augusta

 

Poiché conosco Bruno Segre gli ho chiesto qualche notizia che ci aiuti a conoscerlo almeno un po’: ecco le notizie che ho ricevuto.

(Lucerna, 1930) ha studiato filosofia a Milano alla scuola di Antonio Banfi. Si è occupato di sociologia della cooperazione ed educazione degli adulti nell’ambito del Movimento Comunità fondato da Adriano Olivetti. Ha insegnato in Svizzera dal 1964 al 1969. Per oltre dieci anni ha fatto parte del Consiglio del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano. Dal 1991 al 2007 ha presieduto l’Associazione “Amici di Nevé Shalom / Wahat al-Salam”.

Ha dedicato contributi a vari aspetti e momenti della cultura e della storia degli ebrei. Autore di  Gli ebrei in Italia (Fenice 2000, 1993; nuova edizione La Giuntina, 2001) e di Shoah (Il Saggiatore, 1998; nuova edizione 2003), dirige il  periodico di vita e cultura ebraica  Keshet.

Per Stefano Levi Della Torre fate clic qui

 

collegamenti: convenzioneleggi razziali: tavolo; levi 

 

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lunedì, 19 gennaio 2009
MEMORIA E SMEMORATI
 
27 gennaio
Il 27 gennaio si celebrerà la giornata della memoria che, come opportunamente ricorda un comunicato stampa del comune di Udine, é stata istituita (con legge 20 luglio 2000 n. 211) per  commemorare tutte le vittime della persecuzione fascista e nazista (ebrei, rom, omosessuali, disabili, malati di mente e testimoni di Geova),
Nella stessa occasione verrà inaugurata la mostra  che raccoglie i testi delle poesie e una selezione di disegni realizzati dai bambini ebrei rinchiusi nel campo di Theresienstadt (Terezín, in lingua ceca) in Boemia, a un centinaio di chilometri a nord di Praga
Non so se ci sarà consapevolezza del significato essenziale di questo riferimento ai bambini, le vittime più importanti di ogni guerra, perché rappresentano quel futuro che si vuole negare prima che si affacci all’esistenza.
Non pochi episodi di guerre, anche recenti, ricordano l’arma dello stupro (strumento per far nascere i figli dell’aggressore, umiliando il nemico fin dal ventre delle donne obbligate al concepimento). Se ne é parlato molto in occasione della crisi balcanica degli anno ’90 ora l’argomento sembra aver perso interesse.
Le violenze delle dittature si sono servite anche del rapimento dei piccoli, a volte neonati: lo ricordano con straordinaria continuità le nonne argentine di piazza di maggio. Le mamme non possono far memoria perché sono state per lo più eliminate.
Oggi i bambini sono le prime vittime della guerra israelo-palestinese: massacrati i piccoli di Gaza, irrigiditi dalla paura i sopravissuti, insieme ai bimbi israeliani, terrorizzati nel Negev dai razzi Qassam e in Galilea da altri razzi, dalla contestata e incerta paternità.
Mi é arrivata una lettera da Bocche scucite, una organizzazione che fa capo a Pax Christi e che riporta documentazione diretta dalle terre palestinesi ma che non ha saputo tutelarsi dal gioco pericoloso della specularità dei massacri, arrivando –nel messaggio che precede l’ultima lettera- a scrivere che é doveroso opporsi alla violenza “anche invitanto al boicottaggio”. Non dice se si tratti di boicottare i negozi di ebrei, cittadini italiani o le merci in arrivo da Israele, ma la prima ipotesi non può essere scartata dato che da giorni se ne parla con l’incoscienza che nasce dal non aver memoria. Ed é poi eticamente, politicamente, storicamente sensata questa identificazione assoluta fra ebrei italiani e cittadini di Israele?
Non mi rigiro nell’equidistanza, voglio solo ricordare che il boicottaggio di negozi nel ghetto di Roma (o di altre città) significherebbe colpire quegli stessi luoghi che nel 1938 conobbero l’obbligo della stella gialla che facilitò il trasferimento dei proprietari e delle loro famiglie ai campi di stermino.
Un invito alla pace? Un gesto di responsabilità nel promuoverla?
A me sembra che molti stiano facendo la somma algebrica delle vittime, e quindi annullandole, senza rendersi conto che così distruggono memorie dolorose, con una di quelle operazioni che ci hanno portato alla deresponsabilizzazione di fronte ai crimini di un passato che ancora ci appartiene (penso evidentemente alle
leggi razziali).
Se qualcuno desidera l’ultima delle lettere di Bocche scucite (ripeto interessantissima prescindendo dal messaggio che ho citato e che comunque è estraneo al testo vero e proprio) può chiederla al mio indirizzo
augdep@alice.it e io mi impegno ad inviarla. Vi troverà informazioni e le modalità per richiedere direttamente le lettere successive.
 
Ora desidero affidare un commento (tratto dal siti web Il dialogo), commento che ritengo importante e che condivido totalmente, alla
riflessione di Bruno Segre   (15 gennaio)

"Seguo da giorni passo dopo passo, ora dopo ora il succedersi delle violenze in atto a Gaza e tra Gaza e Israele. Le notizie che riesco a raccogliere mi procurano un dolore che sfiora il dolore fisico.
Personalmente non ho la pretesa ne' la capacità ne' le competenze per dire a chicchessia "che cosa si dovrebbe fare" per restituire a quelle popolazioni condizioni di vita decenti. Temo che le due forze che si fanno la guerra (Hamas spalleggiato dall'Iran e l'establishment di governo in Israele) non siano in realtà "forze" bensì siano profondamente deboli - in particolare sul terreno di quel tipo di progettualità politica che animò, tanto per intenderci, il compianto Yitzhak Rabin -, e che pertanto si facciano reciprocamente la guerra perché soltanto la guerra offre a ciascuna di loro l'illusione di essere "una forza". In sostanza, l'esistenza feroce degli uni fa da ricostituente all'esistenza feroce degli altri, e viceversa. Tutto ciò, sulla pelle delle rispettive società civili, che fanno le spese di questi tragici giochi di potere. Mi pare che stiamo assistendo, purtroppo, alla recita replicata di un copione antichissimo e consunto.
Voglio evitare, tuttavia, di vedere buio pesto nel futuro del Vicino Oriente. Fra meno di una settimana entrerà alla Casa Bianca Barack Obama alla testa di un'equipe di donne e uomini che la società civile americana (dotata evidentemente di un'inattesa vitalità e capacità di ripresa) ha scelto perché affrontino, possibilmente con successo, gli immani problemi che l'umanità' post-Bush si trova oggi di fronte. Tra questi problemi c'é anche, e non é detto che sia quello più grave, il pluridecennale conflitto israelo-palestinese e israelo-arabo. Sono sicuro che i nuovi governanti Usa faranno del loro meglio per aiutare le parti in conflitto a riaprire il negoziato. Sarebbe importante che anche in Europa si lavorasse nella stessa direzione".

Ignoranza come progetto politico condiviso nel presente e per il futuro?
Non so se coloro che vogliono imporre sermoni in italiano nelle moschee siano sordidamente innocenti o spudorati nelle loro sicurezze, ma veramente la proposta dell’italico obbligo linguistico per gli imam sia nelle moschee che nei luoghi di preghiera musulmani a me sembra vada oltre il ridicolo (ammesso che ci sia da ridere).
Il presidente della camera l’ha condivisa con l’emiro del Dubai che non mi sembra persona notoriamente esemplare per la volontà di partecipazione del suo popolo alle sue ricchezze né particolarmente famoso per progetti di trasparente diffusione culturale.
Per quel che io ne so gli italiani convertiti all’islam sono un’esigua minoranza, a fronte della presenza di immigrati arabi soprattutto di prima generazione. E’ chiaro che costoro vanno a pregare per motivi di fede o di proclamazione della propria identità e non capisco perché dovrebbero trarre vantaggio spirituale dallo starsene in piedi o seduti a terra ascoltando un sermone, incomprensibile per la maggior parte di loro, mentre c’é chi progetta di inserire i loro figli in classi speciali dove possano esercitarsi a non imparare l’italiano.
Anche qui la memoria, se ci fosse, potrebbe aiutarci (ma chi sono i consulenti del presidente della camera in materia di cultura?).
Io ricordo di aver letto il diario di un parroco di un paesello delle valli del Natisone, dove la popolazione appartiene alla minoranza slovena.
Costui, obbligato dalle norme seguenti il concordato del ‘29 e da altri provvedimenti del regime d’allora, a celebrare la messa in latino (mentre prima il ‘vecchio’ concordato austriaco gliene consentiva la celebrazione nella lingua locale), e poi a pronunciare il sermone in italiano, lamentava dolorosamente il distacco di una popolazione dalla chiesa in cui non si riconosceva più. E tutto ciò avveniva in un tempo e in un luogo in cui la chiesa rappresentava uno strumento di aggregazione e di comunicazione quasi esclusivo.
Perché gli indicibili promotori dell'italiano non provvedono invece a concludere l’iter già aperto per firmare l’intesa con la comunità islamica in Italia, a norma dell’
art. 8 della Costituzione? In quella sede potrebbero concordare garanzie sul ruolo degli imam, compatibili con la libertà di culto e la necessità di evitare sermoni eversivi.
Ma davvero c’é tanta paura di un po’ di legalità?


Mi permetto di suggerire una
lettura che mi sembra importante:
Jean-Marie Muller *La violenza non è una fatalità, ma …


COLLEGAMENTI:    legge, leggi razziali, il dialogo, art. 8, lettura
postato da: AUG alle ore 18:19 | permalink | commenti (7)
categoria:israele palestina, rassegnastampa, diari di augusta
venerdì, 16 gennaio 2009
 
Diplomazia per la pace
 
 
Samer entra in facebook_ continua dal post del 14 gennaio
 
Avevo concluso il mio diario del 14 gennaio creando un collegamento che consente di leggere il testo di un’intervista con Liron e Samer, i due ragazzi israeliano e palestinese accolti a Verona nella settimana della pace e che poi, insieme a 18 ragazzi veronesi, hanno partecipato all'ONU dei Giovani.
Per inciso, nel suo viaggio in Austria Samer é stato sostenuto da parents circle, una straordinaria organizzazione di cui ho più volte parlato nel mio blog. Purtroppo, se voglio continuare in questo racconto non posso far altro che assicurarvene il collegamento.
Meravigliato per il silenzio di Samer, che ora studia nell’Illinois, Marco Menin gli ha scritto ed ecco la risposta:

 “Ciao Marco. ti ringrazio per la tua solidarietà … La situazione è molto frustrante e mi auguro che possa cambiare, oggi sono è stato fortemente turbato: mentre guardavo la televisione, ho visto uno dei miei amici israeliani che aveva partecipato con me al campo per la pace organizzato in Austria fra ragazzi israeliani e palestinesi… il mio amico è ora un soldato israeliano nell’esercito, e mi ha scioccato quando l’ho visto con altri 2 soldati sulla cima di un carro armato mentre lanciava razzi verso Gaza. Non posso credere che uno dei miei amici sia diventato un criminale ... Egli non era così ... Mi sento come se qualcuno mi avesse pugnalato con un coltello ... Come può un amico che ha creduto nella pace diventare oggi un criminale ed essere coinvolto in un massacro, un crimine in cui centinaia di bambini e civili sono stati uccisi? Come, non riesco a capire ... al vedere il mio vecchio amico uccidere il mio popolo mi si spezza il cuore ... Non ho niente da dire .. Posso solo pregare che questo si possa fermare, è così doloroso per me vedere i miei amici morti e il bombardamento di Gaza, e poi anche vedere i miei vecchi amici di Israele diventare mostri e criminali di guerra ... Prego affinché questo si arresti immediatamente”

Samer ha poi descritto in facebook, di cui ho già detto, il suo punto di vista sulla guerra in atto, che potrete leggere tradotto nel sito di fiori di pace al n. 67
Successivamente si è rivolto ai suoi amici con cui ha condiviso il percorso veronese con un messaggio di cui propongo (finché non vi sarà di meglio) la mia traduzione che alle 13 del 16 gennaio ripropongo riveduta e corretta.
 

Cari tutti, palestinesi e israeliani,
sono molto frustrato vedendo quel che accade oggi a Gaza, ma, quando leggo i post su Facebook, sono anche deluso.
In queste discussioni ho letto parole di rabbia e biasimo, giudizi e talvolta  vi ho trovato anche un linguaggio inappropriato. Noi come gruppo, tutti noi. un giorno abbiamo detto che ci impegnavamo per la pace e a vivere con i nostri vicini, Giusto?
Ma cosa accade oggi? Mi rendo conto che entrambe le parti seguono coloro che pensano di risolvere i problemi con la violenza, assassini, stragi e persino sparando missili. In queste discussioni vedo che gli studenti israeliani tentano di giustificare una guerra brutale e sproporzionata e i
crimini contro l’umanità che l’esercito del loro paese commette a Gaza.
Allo stesso tempo i Palestinesi considerano quello che gli israeliani fanno al loro popolo e cercano di giustificare il comportamento di Hamas e i missili che vengono lanciati contro il territorio di Israele, atti anche questi di violenza.
Noi sappiamo che queste azioni sono sbagliate e disumane; e allora perché cerchiamo di giustificarle? La mia anima piange quando sento tutto ciò.
Perché cerchiamo di giustificare la violenza quando ci eravamo trovati d’accordo sul fatto che la violenza non ci porterà pace? Perché parliamo come hanno fatto oggi i leader di Hamas o il portavoce dell’esercito israeliano? Perché usiamo il loro linguaggio quando eravamo d’accordo sul fatto  che quelle persone non avrebbero risolto la situazione per noi?
Perché?
Ai miei amici israeliani: l’attacco del vostro esercito a Gaza, che ancora non ha avuto successo, non vi porterà sicurezza.
Pensate di poter cancellare con la forza un partito politico come Hamas che è sostenuto da un milione e mezzo di persone? Se Israele vuole la pace non deve fare tutto questo.
Gli attacchi su Gaza terrorizzano i civili e li caricano di odio e ostilità verso Israele. Quale il risultato di questo attacco? Hamas é ancora là e le persone che vorrebbero attaccare Israele ora sono più numerose di prima. Quando terrorizzate i civili diffondete l’odio fra loro. Oggi Israele minaccia la pace; Israele fa male a se stessa e pianta semi di odio in almeno due future generazioni.

Ai miei amici palestinesi: io so che quando un popolo é sotto attacchi selvaggi e ripugnanti reagisce, e sappiamo che reagire é naturale.
E’ naturale cercare di vendicarsi e procurare danno a coloro che stanno mandando i loro figli a ridurre la nostra vita a qualche cosa di miserabile, a coloro che hanno eletto un governo che dispiega eserciti numerosi per distruggerci ora e in futuro. Bisogna aspettarsi la reazione. Ma ora fermiamoci e poniamoci una domanda. Quale aiuto possono darci i razzi (o i fuochi d’artificio) che Hamas lancia contro Israele? Questi razzi hanno ucciso circa una dozzina di israeliani in cinque anni e non hanno cambiato nulla per noi. Come possono migliorare la situazione? Quei razzi convinceranno gli Israeliani a scegliere un governo più brutale che possa fermare Hamas con la violenza. Ciò significa che gli israeliani eleggeranno un governo più estremista che farà crescere sempre più la disperazione dei Palestinesi.
A entrambe le parti dico: per favore smettete di difendere coloro che credono nella violenza e agiscono secondo questo convincimento, smettete di far sì che le loro azioni sembrino accettabili perché non lo sono. Noi abbiamo un diverso modo di pensare, non dovremmo lasciare che la loro propaganda ci  guidi.

Come persone che da entrambe le parti credono nella pace pensiamo a un modo migliore per reagire alla sofferenza del nostro popolo.
Per esempio che cosa possono fare gli attivisti per la pace da entrambe le parti per fermare tutto questo disastro e questo caos, questa sproporzionata guerra di vendetta e rappresaglia? Tutti noi in questo gruppo dovremmo essere impegnati a discutere e trovare una risposta a questa domanda.
Dovremmo cominciare a pensare a ciò che noi – le persone che credono nella pace- possiamo fare per fermare tutta questa violenza e queste uccisioni..
E’ tempo per tutti noi di riconoscere di nuovo che chi agisce con violenza, non importa a quale parte appartenga, ha torto e da qui cominciare a considerare ciò che siamo in grado di fare.
Pregate per la pace      Samer


Pray for peace, להתפלל לשלום, صلوا من أجل السلام, Pregare per la pace !

Nota: Samer, nello sforzo di capire e di considerare l’altro interlocutore con cui costruire e non nemico da distruggere, ci offre la dimensione  potenziale di Fiori di pace, come pensato da Confronti e da Il Germoglio di Verona. Un’indicazione che ha purtroppo poco ascolto.
Samer, nel quadro di un forte richiamo alla responsabilità personale, conclude con un richiamo alla preghiera e lo scrive in inglese, in ebraico, in arabo e in italiano, riconoscendosi evidentemente in un unico Dio, che non frantuma in linguaggi che vogliono escludersi l’un l’altro
E tanto esclude l’uso politico delle religioni, così devastante e così praticato, oggi e nella nostra storia.

Scuole di legalità
Ricordate Emmanuel Bonsu. Il giovane ghanese che il 29 settembre fu aggredito, picchiato e umiliato a Parma la città dove vive con la sua famiglia perché ritenuto un corriere della droga?
Oggi dieci vigili sono stati indagati e quattro arrestati.
La famiglia di Emmanuel ha dichiarato:
"Ci dispiace per le famiglie dei vigili", dimostrando –loro che sanno cosa significa soffrire violenza e ingiustizia- una capacità di solidarietà che a loro non é stata concessa.
Repubblica ha assicurato un collegamento con l’edizione locale del quotidiano che potete leggere qui.
 
COLLEGAMENTI: sostenutoparents circlefiori di pacequi
mercoledì, 14 gennaio 2009
Una piazza virtuale
 
Prima di tutto segnalo la petizione promossa dall’organizzazione http://www.avaaz.org/ che chiede l’immediato cessate il fuoco.
Per chi non riuscisse a trovarne il testo nel sito che ho indicato sono disposta a inviarlo a richiesta.
Il mio indirizzo e-mail é aperto per accogliere l’indirizzo di chi me ne facesse richiesta: augdep@alice.it
 
Fiori di pace
Ieri ho accennato al progetto Fiori di pace e alla sua continuità anche durante questa guerra attraverso i messaggi che ragazzi israeliani e palestinesi – che hanno condiviso periodi di vita comune in Italia, a Verona – hanno deciso di scambiarsi su facebook.
A facebook non posso rinviare direttamente nessuno (perché si entra nel gruppo di discussione per invito di un amministratore) ma posso segnalare ciò che ne viene pubblicato e riferirne, dato che le porte di quel gruppo mi sono state aperte.
Di Fiori di pace avevo scritto anche nel mio vecchio blog
Betlemme (chi volesse potrà, ad esempio trovarne notizia il 21 novembre del 2004) e ho continuato a seguirne l’evoluzione nel corso di questi anni.
Gli incontri fra ragazzi israeliani e palestinesi (che durano un paio di settimane con la supervisione dei loro educatori e in particolare di Mostafà Qossoqsi, uno psicologo di Nazaret) hanno trovato un importante riferimento a Verona, dove la disponibilità e l’entusiasmo dell’associazione Il
germoglio hanno creato le condizioni per il loro soggiorno.
Nel sito web de Il germoglio troverete molto materiale e anche le indicazioni utili per giungere ai due DVD che illustrano il progetto, uno in generale e uno a proposito dell’intervista a due ragazzi di cui scriverò ancora. Del primo ha parlato anche
RAI 3: ne é regista Lucia Cuocci, che anni fa assunse la responsabilità di Fiori di pace nell’ambito dell’area progetti promossa dalla rivista Confronti.
I ragazzi che nei loro paesi d’origine, Israele e il territorio palestinese, non possono incontrarsi, ora si trovano obbligati ad essere nemici.
Così, con uno spirito che io accosto a quello di Nelson Mandela, hanno fatto ciò che non riesce alla diplomazia: si sono messi a parlare fra loro costruendo la loro piazza, un apposito gruppo in facebook, monitorato dallo psicologo che li ha seguiti nelle loro esperienze italiane, da Lucia Cuocci e in cui interviene anche il presidente de Il germoglio, Marco Menin.
Lascio alla sua relazione la descrizione di questo avvenimento, a mio parere straordinario, su cui tornerò anche nei prossimi giorni.
La relazione é molto lunga, io la riporterò per stralci, ma chi lo desideri potrà leggerla integralmente
qui.
 
Fiori di Pace alla prova della guerra.
Da alcuni anni (il primo dei 5 gruppi finora ospitato a Verona è stato nella nostra città nell’ottobre 2005) siamo impegnati ad offrire a ragazzi israeliano e palestinesi l’opportunità di un incontro impossibile nella loro terra, attraverso il progetto Fiori di Pace.
 
I drammatici eventi di questi giorni hanno messo i “nostri” ragazzi di fronte ad una sfida inedita, mettendo a dura prova le relazioni che fra loro si sono sviluppate nel tempo: certamente è molto difficile sentirsi “amici” quando il nostro paese è sottoposto ad un attacco di cui anche il solo nome, “piombo fuso”, mostra con eloquenza gli obiettivi.

La sollecitazione è venuta da due ragazze israeliane, Maya e Shir, con un messaggio inviato agli amici del gruppo su Facebook che riunisce alcuni fra i ragazzi israeliani, palestinesi e italiani che hanno partecipato a Fiori di Pace: “Ciao a tutti voi… ciò che avviene a Gaza e l’entrata degli israeliani a Gaza ci rende davvero tristi e crediamo che questo sia il luogo migliore per comprendere le ragioni dell’altra parte.
È davvero importante per noi che voi possiate ricordare le discussioni che abbiamo avuto in Italia, e speriamo anche che possiate tentare di capirci, perché noi stiamo tentando di capire voi.
Crediamo che anche se è triste che siano uccisi dei civili, Israele non avesse altra scelta… e persino mentre Israele porta aiuti a Gaza loro continuano a bombardare Israele… Israele non può continuare così.
Vogliamo sapere cosa pensate di questo, e ci dispiace se qualcuno si sente offeso”.

Questa richiesta ha scatenato risposte polemiche e aspre, quanto le notizie che ci arrivavano sulle morti e le foto ed i filmati che riprendevano la distruzione (la discussione è riportata integralmente sul sito www.fioridipace.org). E mentre i ragazzi israeliani tentavano di comunicare la sofferenza di fronte a quella che percepiscono come una via senza altre uscite, i coetanei palestinesi rispondevano con rabbia, come Mohammed: “Maya, non puoi pensare a qualcosa che Israele non abbia ancora tentato? Bene, certamente non puoi farlo, sono sicuro che non c’è altra via che uccidere la gente a Gaza. Forse potrebbero colpirli con bombe nucleari??? E finirla del tutto con loro??? Mi chiedo come diavolo tu possa giustificare queste azioni!!! Intendo dire che se è sbagliato è sbagliato. In che modo quei civili che sono morti a Gaza potevano mettere in pericolo la pace e la sicurezza di Israele??? 300 esseri umani in tre giorni!!! Noi stiamo parlando di vite, anime!!! Non solo numeri!!! È incredibile! Qualunque cosa tu dica non cambierà mai il mio pensiero!!! È del tutto sbagliato!”.

Anche la posizione di Manal, ragazza Araba Israeliana, è molto sofferta. Quando viene accusata di non identificarsi con il paese dove vive, esprime tutta la sua fatica e contraddizione dell’essere cittadina di uno stato che sente come aggressore del suo popolo: “quando vedi oltre 300 persone morire in 4 giorni, e le fotografie dell’accaduto sono davvero dure da guardare, non credo vorresti identificarti con Israele, sebbene io viva qui. So che la gente di Sderot è spaventata dai razzi ma Hamas sta facendo questo a causa dell’insostenibile situazione a Gaza: non c’è abbastanza cibo, né medicine, né elettricità. Vorresti tu vivere in questa condizione?”

Certamente da parte di molti prevale la ripetizione acritica delle posizioni politiche di parte. Per qualcuno fra gli israeliani le idee sono molto chiare e nette: “Dite cose senza senso!!! Parlate di Gaza? Degli attacchi dell’esercito? E cosa dite degli attacchi di Hamas? Ashkelon? Ashdod? Della gente che passa tutto il giorno nei rifugi, da anni? Voi dite sempre che Israele è colpevole e Israele doveva e Israele tutto! E questa è la prima volta che Israele attacca!!!”.

Però quello che è stupefacente è la volontà di comunicare comunque: anche se in tutti c’è la consapevolezza che non può essere una discussione su Facebook a risolvere un intricato problema politico, c’è grande in tutti la volontà di far comprendere all’altro il proprio punto di vista, e di tentare di comprendere a loro volta. Senza rinnegare le proprie idee, ma senza neppure rinunciare al confronto.
E così Itai, diciassettenne israeliano, dopo aver ribadito la sua convinzione che il governo israeliano non avesse altra scelta per garantire la sicurezza della sua popolazione, ha riflettuto sulla possibilità di scelta che è invece possibile per le persone da ambo le parti: “La “regola” per questa scelta è che almeno una persona dall’altra parte ti stia ascoltando. Questa scelta è ascoltare e rispettare questa “persona dall’altra parte” per un grande obiettivo: comprendersi. Cercare di capire perché è così arrabbiato o perché è così triste, prudente o felice. Comprendere è qualcosa di grande e piccolo, e non è così facile, perché nessuno che viva “dall’altra parte” può davvero comprendere cosa significhi attendere ore e ore ai checkpoint o convivere con la paura dei soldati, oppure quali siano i sentimenti di una madre che lascia i suoi figli andare alle armi, o un uomo che piange mentre suona l’allarme missilistico…

Credo che in questo si possa leggere la grandezza del percorso che stanno seguendo questi ragazzi: anche in una situazione di conflitto acceso e drammatico, che porta a serrare le file per respingere l’idea stessa che il nemico possa avere delle ragioni, ostinarsi a voler mantenere aperto un canale di comprensione ascoltando le opinioni dell’altro, perfino quando accendono un fuoco, nella convinzione che comunque l’altro è una persona, con i suoi sogni, desideri, passioni, errori.
 
Samer entra in facebook
A questo punto la relazione entra nel vivo dell’intervento di un ragazzo palestinese, Samer, che ora studia negli Stati Uniti.
Pur se lontano dal teatro di guerra Samer ha avuto un’esperienza che lo ha sconvolto: ne scriverò uno dei prossimi giorni.
Per ora mi limito a rendere possibile la lettura dell’
intervista, realizzata a Verona l’estate scorsa,  che lo vede protagonista assieme a un ragazzo israeliano.


COLLEGAMENTI: Betlemme, germoglio, Rai3. qui, intervista
lunedì, 12 gennaio 2009

VITTIME (di guerre e di cui è possibile fare la conta)
(la scheda precedente é del 28 dicembre e precede l’inizio delle stragi a Gaza)
 
Internazionale 19/29 dicembre 2008 n. 775 pag. 14
Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000). Dati aggiornati alle 16 del 7 gennaio 2009
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        6.000
Israeliani          1.093        
Altre vittime         79         
Totale                6.463   
     

Internazionale 19/29 dicembre 2008 n. 775 pag. 14
Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003). Dati aggiornati alle 16 del 7 gennaio 2009
Iracheni                      90.253 / 98.521
Soldati statunitensi                  4.222

Soldati di altre nazionalità       317
Cercar di fare pace
 
a Verona
Un blog che si presenta come CONTAMINAZIONI ha riportato un messaggio volantino presentato da Marco Menin, presidente dell’associazione culturale ‘Il germoglio’ che si è fatta carico di realizzare il progetto Fiori di pace promosso dall’organizzazione della rivista Confronti.
Scrive la conduttrice di ‘contaminazioni’ (e mi associo) “
Invito chi passa di qui a visitare il sito dell'iniziativa fiori di pace" e a leggere i messaggi che i ragazzi israeliani e palestinesi si sono scambiati a proposito di Gaza”.
Non voglio commentare, ma vi suggerisco con profonda convinzione di leggere quei messaggi.
E ora il commento di Marco Menin alla manifestazione di Verona dove ha presentato il volantino che potete leggere
qui.
"Oggi ho partecipato ad una manifestazione contraddittoria e, per me, sofferta, per la pace in Palestina. Al di là della ovvia banalità, per cui tutti vorremmo la pace, il problema è quello di capire quali obiettivi concretamente porsi e proporre.
A parte l'emotività, che certo gioca brutti scherzi ma non possiamo farne a meno, non vedo futuro nelle posizioni partigiane, di chi dice "noi siamo i buoni, perciò abbiamo sempre ragione, andiamo dritti verso la gloria!".
Dico una cosa lapalissiana ma che talvolta molti dimenticano: la pace la si deve fare col nostro nemico, mica con il nostro fratello.
A Verona la manifestazione è stata ordinata e tranquillissima, ma gli slogan erano unilaterali. Io non sono parte in causa diretta, non ho morti da piangere, e posso concedermi il lusso di ragionare sulla prospettiva: che fare per aiutare la pace?
Certo credo non serva a nulla dire "colpa tua, colpa sua..."
E così abbiamo distribuito 500 copie di questo volantino, prima di tutto a coloro che partecipavano alla manifestazione; poi l'ho letto dal palco, e molti (anche se non tutti) hanno anche battuto le mani, forse per educazione... avevano applaudito anche agli interventi più accesi di condanna di Israele (solo di Israele...)
Ma è stata una grande fatica.
Mi auguro sia servito almeno ad aiutare qualcuno a ragionare che fra israeliani e palestinesi l'unica vai possibile è quella del dialogo e della riconciliazione...”

a Udine
Io non sono capace di andare in una piazza dove si divide il mondo in schieramenti per cui spendersi (a parole) da una parte o dall’altra.
Non mi interessa condividere emozioni: può essere iniziativa catartica, ma c’é ben altro da fare.
Ma se a volte la piazza urla, il Tavolo della pace creato dal comune di Udine, mettendo assieme associazioni che si riconoscono reciprocamente ed esclusivamente autorevoli, tace.
Diceva il comunicato dell’Ufficio stampa del Comune emanato il 29 ottobre scorso che il Tavolo “
si occuperà di coordinare la programmazione e la realizzazione di progetti educativi e culturali relativi alla pace, alla cooperazione e ai diritti umani
”.
E ancora (con le parole dell’assessore di riferimento)
:
“Il tema della pace va affrontato impegnandosi su più fronti. C’è bisogno di progetti concreti a favore delle persone e delle comunità disagiate, ma anche di lavorare sulla ricerca”.
A proposito di ‘persone e comunità disagiate’ dalla meditabonda commissione non é venuta una parola sull’impegno regionale a togliere l’assistenza sanitaria alle persone prive di permesso di soggiorno (compresi bambini e donne incinte).
E continua il comunicato con un argomento che in questo momento, se desse luogo non dico a un’azione, ma a una parola potrebbe essere significativo nell’indicare l’impegno per la pace della città: “nel corso dell’anno scolastico 2008-2009 sarà attivo un programma di iniziative dedicato alle tematiche della pace intesa come accoglienza della diversità, sostenibilità e parità di accesso alle risorse tra Nord e Sud del mondo al fine di costruire una società basata sulla pacifica convivenza”.
 Collegamenti: contaminazioni; confronti; fiori di pace; messaggiqui
sabato, 10 gennaio 2009
UN UOMO E UN CANE

Una storia possibile
 
Nell’anno primo dell’era nuova, in un luogo qualsiasi, in una stagione qualsiasi un signore cammina col suo cane.
Perché? Il particolare è irrilevante, perciò non mi ingegno ad inventarlo.
E rilevante invece il fatto che vengono investiti entrambi.
Entrambi feriti, vengono soccorsi e portati l’uomo in ospedale, il cane alla struttura veterinaria. Vengono curati entrambi, l’uomo da un medico, il cane da un veterinario.
Guariranno ma non é un lieto fine. O sì?
Il medico che cura l’uomo capisce che si tratta di straniero privo di permesso di soggiorno e, ligio a ciò che gli impone il decreto n. 1 dell’anno primo dell’era nuova, telefona alla questura; parla il dialetto locale che il poliziotto di turno (già sottoposto a costosi corsi di purezza linguistica) capisce in tutte le sue sfumature e quindi raccoglie, senza esitazioni, la denuncia.
L’uomo viene trasferito in un centro lavori compensativi (in modo da ripagare le spese delle cure ospedaliere), dove si provvede alla sua identificazione.
Viene rispedito al suo paese. Cosa sarà di lui non si sa e non si saprà, ma non interessa. Se n’è andato e tanto basta.
Il cane, guarito pure lui, viene trasferito al canile; qui troverà, oltre ai servizi pubblici (scadenti ma essenziali) anche volontari animalisti che se ne occupano e lanciano un appello per la sua adozione.
Le cronache dell’anno primo dell’era nuova non ci informano sulla riuscita del progetto adozione. E’ certo che al cane si é aperta un’opportunità.
n.b.: oggi, 11 gennaio, ho modificato il testo in seguito al suggerimento di un lettore 'letterato'. Le parole in rosso sono state spostate dalla prima riga.
Grazie Boz.
 
Un appello.

Ricopio l’appello che ho trovato su Il manifesto e che non é facile reperire. Probabilmente lo torneranno a pubblicare ma, siccome mi piace e l’ho firmato lo diffondo anch’io, anche se è lungo.
Questo blog non raccoglie firme.
Per le adesioni all’appello rivolgersi a paceinpalestina@gmail.com
augusta

La questione morale del nostro tempo
di Ali Rashid, Moni Ovadia

Le immagini che giungono da Gaza ci parlano di una tragedia di dimensioni immani e le parole non bastano per esprimere la nostra indignazione. Col passare dei giorni cresce la barbarie che insieme alla vita, alle abitazioni, agli affetti, ai luoghi della cultura e della memoria, distrugge in tutti noi l'umanità e con essa il sogno e la speranza. E deforma in noi il buon senso, mortifica la cultura del diritto, forgiata dalle tragedie del secolo passato per prevenirne la ripetizione.
Così diventano carta straccia le convenzioni internazionali e le norme basilari del diritto internazionale nonché le sue istituzioni, paralizzate dai veti e svuotate di autorevolezza oltre che di strumenti per l'agire.
Così crescono l'odio e il rancore, si radicalizzano le posizioni e le distanze diventano incomunicabilità. Le stesse responsabilità si confondono, tanto che la vita in una prigione a cielo aperto diviene la normalità, l'invasione di uno degli eserciti più potenti del mondo è alla stessa stregua di un atto pur esecrabile di terrorismo.
Ma così non si aiuta la pace, che è fatta in primo luogo di ascolto, dialogo e compromesso. Certo, anche di diritto, ma abbiamo visto che per questa sola via sessant'anni non sono bastati e dopo ogni crisi ci si è ritrovati con un po' di rancore in più e di certezza del diritto in meno.
Noi sappiamo che l'occupazione genera resistenza, la guerra rafforza il terrorismo, la violenza cambia le persone e i fondamentalismi si alimentano reciprocamente. Ma abbiamo anche imparato in tutti questi anni che gli obiettivi di pace, sicurezza e prosperità non passano attraverso l'uso della forza delle armi, ma attraverso l'adozione di scelte accettabili per entrambe le parti in causa e l'avvio di un processo di riconoscimento reciproco, del dolore dell'altro in primo luogo, che è il primo passo verso la riconciliazione.
Al contrario, ogni volta che ci si è avvicinati ad un compromesso accettabile, il ricorso scellerato alla violenza, all'assassinio premeditato, all'annichilimento dell'altro, è servito a demolire ciò che si era pazientemente costruito, quel po' di fiducia reciproca in primo luogo.
Il tutto viene poi complicato dal peso della storia che in questo contesto, nel rapporto fra Europa, «Terrasanta» e Medio Oriente, agisce come un macigno non elaborato, generando falsa coscienza, ipocrisia, irresponsabilità.
L'esito è stato l'incancrenirsi di una questione, quella palestinese, che ha avuto ed ha effetti destabilizzanti in tutta la regione ed anche oltre, diventando - come ebbe a definirla Nelson Mandela - «la questione morale del nostro tempo».
Di questo vulnus si sono nutriti in questi anni il terrorismo e il fondamentalismo, regimi autoritari e cultori dello scontro di civiltà. A pagare sono state le popolazioni della regione, sono i bambini e i ragazzi cresciuti in un contesto di odio, di violenza e di paura, ma anche la democrazia e la cultura laica che pure traevano vigore dalle tradizioni ebraiche e arabo-palestinesi.
Così anche da questa guerra, assassina e stupida come ogni guerra, a trarne vantaggio saranno solo i fondamentalismi e chi pensa che la soluzione possa venire dall'annichilimento dell'avversario.
Come hanno scritto nei giorni scorsi Vaclav Havel, Desmond Tutu ed altri uomini di cultura «...quello che è in gioco a Gaza è l' etica fondamentale del genere umano. Le sofferenze, l' arbitrio con cui si distruggono vite umane, la disperazione, la privazione della dignità umana in questa regione durano ormai da troppo tempo. I palestinesi di Gaza, e tutti coloro che in questa regione vivono nel degrado e privi di ogni speranza non possono aspettare l' entrata in azione di nuove amministrazioni o istituzioni internazionali. Se vogliamo evitare che la Fertile Crescent, la "Mezzaluna fertile" del Mediterraneo del Sud divenga sterile, dobbiamo svegliarci e trovare il coraggio morale e la visione politica per un salto qualitativo in Palestina».
Per questo facciamo appello alle persone che amano la pace e che vedono nella tragedia di queste ore la loro stessa tragedia, di fare tutto ciò che è nelle loro possibilità affinché vi sia
l'immediato, totale, cessate il fuoco - non la beffa delle «tre ore»;
la fine dell'assedio sulla Striscia di Gaza e il rispetto delle istituzioni palestinesi democraticamente elette;
l'intervento di una forza di pace internazionale sotto l'egida delle Nazioni Unite in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza lungo i confini del '67;
l'avvio di un negoziato per arrivare ad una soluzione politica basata sul rispetto dei diritti dei popoli, delle minoranze e della persona, nell'ambito di un processo che possa garantire nell'immediato confini sicuri per lo Stato di Israele e per lo Stato di Palestina;
la creazione di un comitato per la pace in Palestina, che superi i limiti e le strumentalizzazioni che hanno caratterizzato le iniziative degli ultimi anni;
l'adesione delle persone e delle associazioni che hanno a cuore la pace in Medio Oriente per impedire che il conflitto si trasformi in guerre di religione e tra civiltà, con la promozione di iniziative su tutto il territorio italiano e la convocazione di una manifestazione nazionale al più presto.
Non di meno, in un contesto dove l'interdipendenza è il tratto del nostro tempo e come persone che hanno comuni radici mediterranee, non smettiamo di pensarci come cittadini di una comune regione post-nazionale euromediterranea, parte di una cultura che - attraverso la storia di conflitti tra città e campagna, o nella concorrenza tra fede e sapere, o nella lotta tra i detentori del dominio politico e le classi antagoniste - si è lacerata più di tutte le altre culture e non ha potuto fare a meno di apprendere nel dolore come le differenze possano comunicare.
In questo spirito ci impegniamo a ricostruire quel che la guerra sta abbattendo, i ponti fra le persone, le culture, i luoghi della pace in e fra entrambe le società, per creare nuovi terreni di relazione e collaborazione fra l'Italia e la Palestina, intensificando altresì gli atti di solidarietà verso tutte le vittime, in modo particolare la popolazione della Striscia di Gaza.


sabato, 03 gennaio 2009
Il mondo a rovescio
 
“Il 2009 è arrivato, non so se si può sperare qualcosa, speriamo almeno che sia il 2009 a sperare in noi”
(leucotea).
 
Arriva quanto mai opportuna la risposta di una lettrice al mio augurio per il nuovo anno. Ed è anche consolatoria dopo la lettura di un quotidiano locale oggi.
Quasi un’intera pagina riporta confuse informazioni sulle cure agli stranieri privi di permesso di soggiorno, qui chiamati ‘clandestini’. Tra l’altro il termine –oltre che a giornalisti cui sarebbe opportuno suggerire un uso appropriato dei dizionari – appartiene anche alle esternazioni del post capodanno di un consigliere regionale, capogruppo di un partito di maggioranza, presente in giunta.

Recita l’art. 16 dello statuto regionale: "I Consiglieri regionali rappresentano la intera Regione senza vincolo di mandato…"  
Stabilito che il capogruppo di cui sopra e i suoi simili non rappresentano me (che dovrei altrimenti escludermi da coloro in cui il nuovo anno può sperare) ricordo, come necessarie premesse, la relazione del dr. Guglielmo Pitzalis (pubblicata in questo blog il 16 dicembre) e tutta la documentazione proposta dal sito di
medicina delle migrazioni, che ho citato più volte.
Soltanto il pregiudizio razzista e xenofobo può sostenere le dichiarazioni di chi nega l’assistenza sanitaria agli immigrati privi di permesso di soggiorno.

Sì o No alle cure per il migrante privo di permesso di soggiorno
Da
quello che il quotidiano locale che sopra ho ricordato scrive si può desumere che:
1.
alcuni direttori sanitari di aziende della regione hanno confermato la continuità delle cure –e quindi della tessera STP - per gli stranieri privi di permesso di soggiorno (ne ho scritto già il 7 agosto, in un diario che dovrò in una prossima puntata riconsiderare);
2.
il capogruppo della Lega Nord (partito in maggioranza e in giunta) ha protestato in nome di quelli che dichiara essere i costi del servizio e ha accusato i direttori generali delle aziende di voler assumere un ruolo politico qualora non smantellino il servizio per gli stranieri.
Qui devo fare una precisazione: il signor capogruppo LN scrive di tecnici che devono applicare gli indirizzi dei politici, glissando, con sconvolgente disinvoltura, sul fatto che i tecnici direttamente interessati sono i medici, obbligati per deontologia professionale a curare i malati e a non trasformarsi in
spie del regime, come la Lega Nord ha proposto nel pacchetto sicurezza in discussione al senato. Voglio aggiungere che questi signori mi impongono purtroppo un atteggiamento di prudenza di fronte ai medici: so che, anche in Friuli Venezia Giulia, c’é chi si é dignitosamente opposto ai tentativi di farsi beffe dell’etica professionale ma chi mi assicura che questo riguardi tutti?
Se sarò costretta ad avvicinare un medico ignoto cosa potrò fare?
Chiedergli la reiterazione del giuramento di Ippocrate?
Rischiare che si occupi di me un essere che –se spergiuro- considero indegno e inaffidabile?
Io a queste faccende sto attenta e non da oggi: il 25 novembre 2005 ho raccontato in questo blog di aver cambiato medico dopo aver trovato nello studio dell’allora mio medico di base volantini dell’organizzazione ‘Scienza e vita’ in cui si invitavano gli italiani a non votare nel referendum sulla fecondazione assistita. Non credo che farsi beffa di una garanzia costituzionale, quale é il referendum, appartenga all’esercizio della professionalità di un sanitario.
Sono rimasta orripilata, per esempio, dalle pubbliche dichiarazioni di un medico che, avendo visitato Eluana Englaro ha avuto l’impudicizia di fare pubbliche dichiarazioni sulle sue capacità di deglutizione.
E il segreto professionale? Spero di non incontrarlo mai.
3. l’assessore regionale alla sanità ha confermato la correttezza degli interventi dei direttori ma usando gli argomenti relativi al rischio sanitario generale in caso di malattie non curate in una fascia di popolazione.
Quello che vorrei sentirgli dire (o forse l’ha detto ma il giornale non ne ha riferito) riguarda il rispetto dovuto delle norme internazionali e nazionali sulle cure ai non cittadini e, soprattutto, mi sembra necessario si faccia garante della deontologia professionale dei medici, che non vorrei fosse dimenticata per assenza di etica o per personale fragilità.
In questo ruolo avrebbe anche l’appoggio dell’Ordine dei medici della
provincia di Udine.

Che fa la politica? che fa la società civile?
O meglio cosa non fa.
Ieri, nella mia prima puntata, scrivevo “Non so a chi legge, ma a me é utile mettere ordine nei pensieri”.
Ieri i miei pensieri disordinati prevedevano un’altro corso: continuo a sentire le notizie orrende di Gaza, avendo sempre presente che il ministro Frattini ha dichiarato di schierarsi per Israele. L’immagine deprimente del capo delle diplomazia che gioca alla guerra, e dimentica il suo dovere non é dichiarare schieramenti ma impegnarsi per la promozione di un dialogo che faccia tacere le armi, mi ha riportato ai disastri di casa nostra. Così, fra i tanti esempi di mondo a rovescio, ho accettato la stimolazione che mi é venuta dal quotidiano locale
(
seconda puntata – continua)

Trascrivo ancora una volta  le date dei blog nei quali, lo scorso anno, mi sono occupata della negazione delle cure agli stranieri privi di permesso di soggiorno:21, 26, 28, 31 ottobre,  3, 6, 11, 14, 19, 21, 24 novembre. 1, 2 e 16 dicembre.

Collegamenti: medicina delle migrazioni; spie del regime; Friuli Venezia Giulia; dignitosamente opposto; provincia di Udine

postato da: AUG alle ore 21:16 | permalink | commenti
categoria:israele palestina, stranieri in italia, diari di augusta
giovedì, 01 gennaio 2009
STRAGI a GAZA
 
Sono molti gli argomenti che mi si intrecciano nella testa in questi giorni:
Tenterò, un po’ alla volta, di riportarne l’intreccio e le ragioni delle mie –personalissime- considerazioni.
Non so a chi legge, ma a me é utile mettere ordine nei pensieri.
Comincio con due commenti ricevuti che trascrivo (si leggono al termine dei due diari precedenti). Ringrazio molto chi ha scritto perché credo che lo scopo di informazioni alternative sia quello di comunicare non una ‘verità’, che sarebbe stupida presunzione, ma considerazioni ribelli al conformismo dilagante nella società (ex) civile oltre che sui mezzi di (dis)informazione.
Entrambi i blog dei due lettori, che collego, si ritrovano nei miei link.
(
Prima puntata – continua)
augusta

La lega araba, moderata, dice che la guerra di Gaza viene fatta perché le vittime sono deboli, per ragioni elettorali. Chi glielo dice al 50% della popolazione di Gaza, fatto di bambini? (lino )
 
Siamo alle solite direi... E se radessimo al suolo tutto, una volta per sempre? il Muro, la Spianata delle Moschee, la Grotta della Natività e la facessimo finita? E' un paradosso, lo so...ma a volte mi viene in mente (marckuck)
 
Sono autoreferenziale
Così comincio rispondendo a marckuck.
Parecchi dei conquistatori della terra storicamente nota come Palestina si sono dati da fare a distruggere, una delle attività più amate dai conquistatori e dai militari combattenti in genere: i conquistatori romani distrussero il tempio di Gerusalemme (che già Nabucodonosor si era industriato a demolire), l’imperatore Adriano distrusse tutta la città di Gerusalemme e anche la chiesa di Betlemme, oggi si distruggono di preferenza le case (i monumenti possono sempre tornare utili a un’industria turistica).
L’idea comunque di spostare la spianata delle moschee (per organizzarla gli arabi non avevano distrutto nulla: erano stati preceduti dall’esercito romano nel 70 e i bizantini avevano abbandonato il luogo dove si era consumata la condanna di Cristo) solletica anche un gruppo di ebrei che hanno studiato e progettato lo spostamento della medesima per dissociarla dal colle del tempio.
E comunque (é un parere, ma non solo mio) le religioni non sono la causa originaria dei macelli: vengono abbondantemente usate per giustificarli e consolidarli (da qualche parte ho letto che la strage in atto a Gaza per iniziare di sabato ha avuto il consenso del rabbinato, ma era già laicamente progettata) e coloro che vi esercitano una funzione autorevole usano e abusano di coperture religiose secondo criteri selettivi di comodo.
Per esempio solo ora si comincia a far ascoltare la voce di P. Manuel Musallam, il parroco cattolico di Gaza.
Perché finora il mondo cattolico ufficiale é stato praticamente zitto?
Io ho avuto la fortuna di incontrare P. Manuel durante i preziosi viaggi organizzati dalla rivista Confronti
e ne ho riportato una straordinaria impressione,
Il 25 ottobre 2006 ne pubblicai un’intervista tratta da un periodico on line diretto dal sen. Andreotti, superando anche la perplessità che quel direttore mi ispira, perché trovai il testo perfettamente consono alla conoscenza che io avevo di quel parroco.
A Udine nessuna associazione si é dimostrata interessata ai tentativi ripetuti che avevo fatto per diffonderne la voce (delle associazioni e del loro degrado parlerò in una successiva puntata).

Recenti testimonianze:

Dalla radio vaticana (ma non poteva occuparsene prima o, se lo ha fatto, con più 'clamore'?)
23/04/2008 14.31.25
Popolazione stremata nella Striscia di Gaza. È quanto ha dichiarato padre Manuel Musallam, unico sacerdote cattolico di Gaza City, dalla quale non esce da marzo 2000. Secondo il sacerdote questa è la vigilia dell’assedio cruciale e la popolazione palestinese esploderà in un attacco contro l’esercito. “Da quando Israele ha imposto il blocco contro i quotidiani lanci di razzi Qassam orditi da Hamas, non c’è più benzina, - ha dichiarato al Sir - non abbiamo viveri, la corrente è a giorni alterni. Le ambulanze non escono più: ci sono feriti che muoiono dissanguati perché nessuno è in grado di portarli in ospedale”. Padre Musallam, d’accordo con il ministero dell’Istruzione, ha perfino anticipato la chiusura della scuola ai primi di maggio anziché alla fine. “Da quando il personale delle agenzie umanitarie ha lasciato la Striscia, non c’è il cibo assicurato neanche per 10 giorni al mese” ha concluso padre Musallam. Il ministero della Difesa israeliana ha affermato che “c’è una decisione del Governo di non permettere l’uscita da Gaza se non per casi umanitari”. Questo ha ripercussioni su molti aspetti della vita dei palestinesi. Katharina Ritz, capo del Comitato della Croce Rossa a Gerusalemme ha espresso ieri preoccupazione proprio per l’impossibilità per i palestinesi di andare a trovare i loro familiari detenuti nelle carceri israeliane. “E’ importante che le famiglie abbiano contatti con i loro parenti detenuti e psicologicamente ed è altrettanto importante che i detenuti vedano i loro familiari” ha affermato Ritz. Secondo stime del gruppo per i diritti umani israeliano B’tselem, sarebbero 760 i detenuti di Gaza, di cui quattro donne, nelle prigioni israeliane, tutti accusati di crimini contro la sicurezza. (A cura di Virginia Volpe
 
22/12/2008 - 14:19 - TERRA SANTA: GAZA, MUSALLAM (PARROCO) «ISRAELE NON HA RISPETTATO LA TREGUA»
 “In questi sei mesi Israele non ha rispettato la tregua, non ha smesso di entrare a Gaza. Ci sono stati morti, feriti, case distrutte. Hamas ha fatto il possibile per non rispondere”. Presa di posizione del parroco di Gaza, padre Manuel Musallam che in una intervista al Sir oltre a parlare del Natale a Gaza, si sofferma anche sulla fine della tregua tra Hamas e Israele. “Conosco molto bene questa situazione poiché figli di membri di Hamas vengono nella nostra scuola e dunque ho modo di vederli e di parlarci. Ieri c’erano anche loro ad accogliere il Patriarca, Fuad Twal qui a Gaza. Ho invitato tutti i palestinesi, di tutte le fazioni. Già un mese fa membri di Fatah e di Hamas si sono incontrati da me ed ora sono tornati per il patriarca. E’ il momento in cui la Chiesa riunisce ciò che la politica ha disperso”. Oltre al momento presente, padre Musallam getta lo sguardo anche al 2009: “ieri abbiamo inaugurato le celebrazioni del 2009 Anno speciale per Gerusalemme, capitale della cultura araba. In questo anno leggeremo il Vangelo tre volte a settimana oltre alla messa domenicale”. “Ma soprattutto – conclude – attendiamo il viaggio in Terra Santa di Benedetto XVI. Sarà un grande momento che toccherà il mondo musulmano. E chissà se il Papa potrà avvicinarsi o entrare nella Striscia. Se ciò accadesse sarà una pietra miliare nella via della pace e del dialogo”.
 
24/12/2008   Annullate celebrazioni cristiane a Gaza
 
La comunità cristiana della Striscia di Gaza è abituata alle difficoltà e alle festività Natalizie vissute in condizioni difficili, ma quest'anno, dopo la fine della tregua tra Hamas e Israele, la situazione rischia di essere peggiore che in passato. Così, con una decisione clamorosa, le celebrazioni del 25 dicembre sono state annullate.
Non verrà celebrata nemmeno la tradizionale messa di mezzanotte, lo ha annunciato oggi padre Manuel Musallam, unico parroco cattolico della Striscia di Gaza, spiegando che la dolorosa decisione è stata presa per protestare contro l'assedio israeliano di Gaza e le minacce di invasione. La protesta riguarda anche le restrizioni poste da Israele ai pellegrini che intendevano recarsi a Betlemme, in Cisgiordania. Secondo l'agenzia cinese Xinuha, su 800 cristiani della Striscia che hanno chiesto il permesso di recarsi in visita alla città natale di Gesù, solo 280 sono stati autorizzati dalle autorità israeliane che controllano i luoghi di culto nell'area, abitata in grande maggioranza da arabi. “È stato deciso di annullare la preghiera della mezzanotte di Natale a Gaza anche per protestare contro la decisione di Israele di non autorizzare i cristiani di Gaza ad andare a Betlemme”, ha dichiarato Musallam, che ha invitato la comunità cristiana a riunirsi nella scuola della Sacra Famiglia, dove si terrà a una messa silenziosa. A Gaza vivono circa quattromila cristiani, la maggior parte dei quali appartiene alla Chiesa greco-ortodossa.

Una riflessione di Moni Ovadia
 
Le immagini confuse di miliziani di Hamas che a Gaza si muovono con rapidità per armare i missili Qassam e lanciarli contro Israele, seguite dalle immagini più definite dei danni provocati da quelle armi rozze che tuttavia demoliscono, sbrecciano, feriscono e talora uccidono parlano il linguaggio della guerra. Gli israeliani non hanno dubbi al proposito e la stragrande maggioranza di essi e dei partiti che li rappresentano politicamente ritengono che la risposta ad un’azione bellica non possa che essere un’operazione militare. L’esercito ha ottenuto il via libera.  L’intento è quello di fare pagare a caro prezzo a Hamas la sua aggressione contro i territori di confine dello Stato D’Israele. In questa situazione esplosiva, fa la sua timida comparsa qualche gesto di distensione: gli israeliani hanno autorizzato il passaggio di aiuti umanitari verso il devastato territorio, il premier Olmert si è rivolto al popolo di Gaza per sollecitarlo a ribellarsi al “comune” nemico Hamas. Nobile gesto quello di rivolgersi ai popoli, ma a quale popolo? Un popolo nella dignità delle proprie prerogative? Titolare legittimo del proprio futuro? il popolo di una nazione, dotato di un proprio stato? No! Un popolo che oggi vive in stato di assedio? Un popolo la cui maggioranza elettorale ha scelto Hamas in una delle elezioni più libere e democratiche che si siano viste negli ultimi tempi. Se questa è la realtà, il fervorino di Olmert è puramente demagogico ed è un ennesimo viatico per passare da un cul de sac ad un altro. Niente di nuovo sotto il cielo della Terrasanta, se non le ennesime sofferenze degli inermi. Sia Hamas che il governo israeliano potrebbero fare altro, ma da quelle parti  sembra impossibile andare oltre la routine del nefasto status quo. Di prendere il problema  dalla radice poi neanche se ne parla più se non per pura accademia.

L'Associazione Donne Musulmane d'Italia
 
DRAMMATICA SITUAZIONE A GAZA di Associazione Donne Musulmane d'Italia                    
Comunicato stampa
L'Associazione Donne Musulmane d'Italia (A.D.M.I.) guarda attonita al massacro che si sta compiendo a Gaza. Con un'inaudita ferocia viene bombardata una città senza fare distinzione tra militari-civili, uomini-donne, adulti-bambini, caserme-ospedali: é lo sterminio di un'intera popolazione che ha la sola colpa di essere palestinese. Non ci scandalizza solo la situazione di questi ultimi giorni ma l'embargo assassino che procede ormai da mesi nell'indifferenza quasi totale dei governi e della popolazione mondiale.
Tra le ultime vittime ci sono anche due sorelline di 4 e 10 anni: ci chiediamo quale crimini orrendi abbiano mai commesso per morire in questo modo così terrificante. Non dimentichiamo la povera madre che ha perso 4 figlie in un solo colpo.
Abbiamo la fortuna di avere 2 occhi, 2 orecchie e conosciamo 2 lingue: ci stupiscono allora la differenza e il capovolgimento della realtà tra il servizio di un inviato della Rai pagato anche da noi (essendo un servizio pubblico) e il servizio di un inviato di un'emittente quale Al Jazeera, entrambi presenti sullo stesso campo di guerra e non seduti nei salotti degli studi televisivi, lontano da ciò che accade.
Noi dell'A.D.M.I. come persone prima di tutto, e come donne e madri in particolare chiediamo
l'immediata cessazione di questo massacro.
Chiediamo al mondo politico-istituzionale di intervenire per fermare questo genocidio e di intervenire per permettere ai soccorsi di arrivare lì dove c'è bisogno per non peggiorare la situazione. 
Chiediamo anche l'intervento di ogni associazione umanitaria!
Ricorreva questo anno il 60° anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani: ci si chiede allora se i palestinesi sono considerati esseri umani o se sono automaticamente esclusi da questi diritti!??
Chiediamo ad ogni persona di buona volontà, amante della vita e della pace di fare quanto è nelle proprie possibilità, ognuno nel proprio campo. Siamo tutti chiamati ad intervenire per far cessare simili atti di violenza indiscriminata.
Come madri non vogliamo più vedere una madre che piange i proprio figli sepolti tra le macerie.
Come donne non vogliamo più vedere una donna piangere i propri cari uccisi come animali da macello.
Come civili non vogliamo più che altri civili perdano la vita: non accettiamo la scusa "danno collaterale" o "incidente di percorso".
RIDATE LA VITA A GAZA. STOP AL GENOCIDIO
Direttivo ADMI   Associazione Donne Musulmane d'Italia
 

E così torniamo ai bambini, cui faceva riferimento Lino, l’altro mio interlocutore. Non so proprio capire perché si insista su una opportuna distinzione fra civili, militari, donne e bambini.
Nelle azioni militari i più difesi sono i militari, soprattutto se si tratta di guerra aerea; i bambini sono i più indifesi, non solo perché imprudenti, ma soprattutto perché rappresentano il futuro nemico, quello che si vuole distruggere in radice.
E’ la logica della guerra che non ammette regole se non quelle della più utile distruzione.
Alla prossima puntata                                             augusta
 
domenica, 28 dicembre 2008
STRAGI A GAZA
Mentre mi predisponevo a pubblicare il quadro delle vittime, tratto dall’ultimo numeri di Internazionale 2008, e mi riservavo di intervenire in un successivo diario sulla strage di Gaza, ho ricevuto da ‘Giovanna e Antonio’ un comunicato del Centro Palestinese per i diritti umani di cui mi sembra doveroso riportare almeno la conclusione.                                                             augusta
Il PCHR condanna in modo forte tale serie di crimini di guerra commessi dalle forze di occupazione israeliane nella Striscia di Gaza e:
1)      ribadisce la sua richiesta alla comunità internazionale, specialmente alle Parti Contraenti la Quarta Convenzione di Ginevra ed alle organizzazioni internazionali perché intervengano immediatamente per fermare tale deterioramento senza precedenti dei diritti umani e delle condizioni umanitarie nella Striscia di Gaza
2)      ricorda che le stazioni di polizia, gli ufficiali di polizia e giudiziari secondo la legge internazionale sono civili, ed averli colpiti mentre non erano impegnati in azioni militari costituisce una violazione della legge internazionale
3)      puntualizza che la maggioranza degli edifici e dei siti che sono stati attaccati si trovano in aree popolati da civili, quindi dozzine di case sono state gravemente danneggiate. Tali attacchi sono un indicazione del fatto che Israele non si cura della vita e della sicurezza dei civili palestinesi, cosa provata anche dall’alto numero di vittime civili
4)      chiede agli stati ed alle organizzazioni internazionali di fornire urgente assistenza medica ed umanitaria alla Striscia di Gaza, che si trova sotto un stretto assedio che ha avuto ripercussioni su tutti gli aspetti della vita, specialmente per quanto riguarda le condizioni di salute, poiché gli ospedali nella Striscia di Gaza non sono in grado di prestare aiuto ad un tale alto numero di feriti.

VITTIME (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale  19/29 dicembre 2008 n. 775 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 17 dicembre 2008
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.

Palestinesi        5.302        
Israeliani          1.082        
Altre vittime         79         
Totale                6.463        

Internazionale  19/29 dicembre 2008 n. 775 pag. 14

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 17 dicembre 2008

Iracheni              80.884  /  98.136
Soldati statunitensi              4.209

Soldati di altre nazionalità     316

 

 

TRE ATTORI CORAGGIOSI

Sempre da Internazionale (19/29 dicembre 2008 n. 775 pag. 14) ricopio l’articolo di Amira Hass, la corrispondente di Ha’aretz da Ramallah. 
Preciso che l’articolo é stato scritto prime delle stragi e che ho superato l’esitazione a trascriverlo pensando che nulla é peggio e più nocivo delle retoriche esaltazioni di eroismo che necessita di dividere il mondo in amici e nemici.                                   augusta


Le battute degli spettacoli di cabaret sono intraducibili. Soprattutto quando sono in arabo (sul palcoscenico), poi vengono tradotte in ebraico (nella mia testa), in inglese (nel mio articolo) e infine in italiano.

Gaza Ramallah é il titolo di una nuova commedia portata in scena da tre giovani attori palestinesi. Divisa in cinque sketch, prende in giro l’Autorità palestinese e i suoi leader (^conosciamo i nomi di tutti i giocatori del Barcellona, ma non sappiamo quelli dei nostri ministri”), la “bella vita” dei nuovi ricchi a Ramallah, la comunicazione nel mondo economico e politico (un bell’appartamento si accompagna sempre a ottimi rapporti con i politici israeliani), la divisione tra Gaza e Ramallah (“per ogni massacro a Gaza si fa una festa di solidarietà a Ramallah”) e l’abbandono della striscia di Gaza da parte di Al Fatah (“se ne sono andati via tutti per trasferirsi al Grand Park”, un albergo di lusso). Le rare battute su Hamas sono un sintomo di quanto poco gli autori sappiano dei suoi leader e della vita a Gaza. Scommetto che non ci sono mai stati. Come l’insegnante di geografia di uno degli sketch, che non ha mai visto il mare e le città della Palestina, Gerusalemme compresa, ma continua a parlarne con grande orgoglio (N.d.R.: ai palestinesi é vietato l’ingresso nello stato di Israele, salvo concessione di particolari visti).
per mostrare il modo in cui la Palestina é stata smembrata gli attori usano un cocomero, che dividono in tanti piccoli pezzi. Quel che rimane sono Gaza e frammenti di Cisgiordania. Gli attori scherzano anche sul tunnel di Rafah. Sulla madre che, passando per questi tunnel, é andata in Giordania a comprare i pinoli, mentre il marito andava in Siria a comprare i pistacchi. 
Questa commedia si distingue per la sua coraggiosa autoironia e la salutare mancanza di autocommiserazione. E’ un’opera pionieristica. Non tutte le battute sono divertenti, ma sono comunque un modo per liberarsi da logori e vittimistici cliché. Quest’atteggiamento critico é ancora raro sulla stampa palestinese. Non penso che a Gaza uno spettacolo simile, incentrato su Hamas, sarebbe stato tollerato.