Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Blogger: AUG
Nome: Augusta

Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

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mercoledì, 02 agosto 2006

Oggi un lungo diario, l’ultimo fino a settembre: intanto voglio concedermi una pausa e poi ragionare sull’opportunità di andare avanti.
A me diariealtro serve moltissimo perché mi stimola a cercare informazioni, coordinarle, confrontarle, sceglierle.  Ma è una giustificazione sufficiente per tenere aperto un blog?
Comunque oggi, per favore, andate fino in fondo perché là metterò il testo che ritengo più interessante e coinvolgente.                                                      augusta

Da Il Manifesto di ieri traggo un appello che mi piace perché scritto da una persona che mette in gioco se stessa.
Di seguito c’è una citazione che ho ripreso da un’intervista di Moni Ovadia che si trova, sempre in data di oggi, in <battelloebbro.splinder.com>. Merita di essere letta integralmente.

Qualcosa possiamo fare, noi ebrei italiani di Stefania Sinigaglia
Domenica mattina, risveglio davanti alle immagini trasmesse dalla Bbc da Qana, Sud Libano.
«Di fronte agli eserciti e alle superpotenze ci si sente deboli e inermi. Abbiamo dalla nostra parte soltanto la capacità di analisi e raziocinio, la nostra volontà di reagire e di farci ascoltare, e su queste risorse dobbiamo contare. Dobbiamo agire qui ed ora, dal basso, dato che i poteri del mondo dimostrano o connivenza insipiente o colpevole complicità, come organizzazioni e associazioni, ma soprattutto come ebrei singoli quali siamo, insieme alle organizzazioni palestinesi che rifiutano le derive islamiste, dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per evitare una catastrofe comune».
Ho riguardato alcuni miei testi scritti anni fa, come singola ebrea laica già legata al piccolo gruppo «Ebrei contro l'Occupazione», ora libera battitrice grazie alle cesure temporali delle mie peregrinazioni terzomondiste, perfetto cliché dell'ebrea errante del 21esimo secolo. E pour cause: la terra promessa non è in quel lembo di territorio strappato a un altro popolo che da 60 anni ormai lotta per averne la porzione cui il diritto internazionale inascoltato decreta il suo diritto ad accedere. Testi del 2002, pubblicati dal manifesto o usati per riunioni pubbliche, che dicevano: la misura è colma, Israele sta distruggendo se stesso e la sua anima nel distruggere il sogno palestinese di una patria e di un loro ritorno, ossessionato dal miraggio di una impossibile «sicurezza», ottenibile solo al prezzo della rinuncia alla politica di aggressione che dagli anni Ottanta lo ha caratterizzato. Ma questa misura si rivela smisurata, la misura non ha fondo, la follia miope e disastrosa delle dirigenze israeliane (e la cecità di chi le elegge) sfida ogni sforzo di comprensione. Ciascuna nuova compagine governativa supera la precedente in capacità di recare morte e distruzione a popolazioni inermi, perseguendo militarmente un nemico politico che si rivela sempre più ubiquo e inafferrabile, e che come Atlante ad ogni colpo inferto si rialzerà rafforzato, sia in Palestina, a Gaza e in Cisgiordania, sia ora, di nuovo, in Libano, chissà domani in Siria o in Iran. E recando morte e distruzione a civili, e ai civili più poveri e privi di risorse, quelli che non hanno neppure i soldi e la macchina per scappare, addensa su di sé non solo l'obbrobrio di chi ha occhi per vedere ma compatta una nuova più solida resistenza. Invece di distruggere Hezbollah, Israele lo sta rafforzando oltre ogni previsione, in modo perfettamente autolesionista.
Ripensando ai versi del famoso canto pacifista di Bob Dylan di 40 anni fa, quanti morti ci vorranno ancora finchè Israele capisca che non si può esigere il diritto alla propria esistenza finchè non si riconosce il diritto di esistere degli altri? E questi altri sono i loro vicini, i loro, i nostri, cugini. «Degli Ebrei sono cugino», diceva la copertina di un Espresso del giugno del 1967, recante l'immagine di Nasser sconfitto. Già, cugini, e non ci sono lotte peggiori di quelle tra parenti o lontani parenti. Tutti figli in un modo o nell'altro di un Medio Oriente che non smette di sanguinare. Gli Israeliani dicono agli ebrei della diaspora, quei pochi che alzano la voce contro la loro politica distruttiva ed autodistruttiva: voi non siete qui, la pelle è la nostra, noi ci difendiamo. Chiamano traditori o rinnegati i loro dissidenti interni, anche loro una minoranza vocale ma numericamente esigua. Che in questi giorni sono in piazza comunque, come mi ha assicurato una rappresentante di New Profile, una delle organizzazioni che aderiscono alla Coalition of Women for a Just Peace.
La maggioranza, in Israele e anche nella Diaspora, è accecata dal mito del militarismo, che sembra l'unica garanzia di salvezza, perché si hanno negli occhi ancora le immagini degli ebrei buttati come cenci sporchi nei vagoni blindati. Mai più deboli, mai più vilipesi, mai più vittime.
Israele-Faust ha fatto allora un patto con un neo-Mefistofele: mai più vittima, vittime saranno «gli altri». Ma non esisterà nessuna catarsi un questa nuova edizione del Faust, nessun «fermati sei bello». Solo il baratro dell'ignominia di uno Stato che da faro possibile di civiltà e di redenzione si muta in canaglia internazionale.
Che possiamo fare noi ebrei italiani per esprimere il nostro orrore e il nostro rifiuto di fronte a questo nuovo salto di qualità nella discesa agli inferi della politica israeliana? Vogliamo tacere e macinare il nostro disgusto e la nostra rivolta davanti alle immagini di dolore lancinante dei civili libanesi e palestinesi? L'inettitudine della diplomazia è stata finora somma, solo la volontà di pace delle persone di buona volontà ci può forse ancora una volta aiutare ad uscire da questo nuovo carnaio.
Propongo che come singoli e in silenzio, senza alcuna etichetta ci si ritrovi davanti alla Sinagoga di Roma, il venerdì sera prossimo, con un semplice cartello di cartone che ognuno di noi può scriversi a casa, che dica: «Nessuna soluzione militare ai problemi politici in Medio Oriente. Applicazione di tutte le risoluzioni dell'Onu. Solo il negoziato conduce a una pace sostenibile».

«C´è in gioco la sensibilità particolare di un popolo che ha rischiato l´estinzione dalla faccia della terra per scelta chirurgica. Da qui si attivano meccanismi di reazione che possono apparire e che possono essere inaccettabili. Ma questa ipersensibilità è, lo dicevo, un boomerang. Devono fermarsi, riflettere su quel stanno facendo e sull´impatto anche visivo delle loro azioni. Forse è venuto il momento di smetterla anche l´unilateralismo, si torni alla strada indicata da Rabin, non ce ne sono altre».    (Moni Ovadia)

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E ora lo spazio di Monica

monica

INTERVENTO  N.  5
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                                                                             “BEIRUT ’75”

In questi giorni ho riletto alcune pagine di questo libro, spietato quanto bello, di Ghada Samman, scrittrice nata a Damasco e ora residente a Parigi, che è stato pubblicato in Italia nel 1995 da Jouvence con il titolo Un taxi per Beirut.
“Tutte le donne e tutti gli uomini sognano Beirut”
dice uno dei protagonisti all’inizio del romanzo nel quale, come in una tragedia greca, non è ammesso alcun miracolo e del quale tutti i personaggi sono destinati inevitabilmente ad una fine crudele, inghiottiti da quella città che da sogno collettivo si trasforma in una divoratrice di sogni e di vite.
Prima della presentazione, a cura di Carmen Llera Moravia, si legge:
Questo romanzo rivela il potere della letteratura nel prevedere il futuro. Ghada Samman ha scritto questo libro e lo ha pubblicato nel 1974, quando Beirut era ancora nel pieno del suo benessere. Nel romanzo la veggente Fa’iza profetizza la tragedia imminente quando dice al bey che è venuto a consultarla: “Vedo un grande dolore. Vedo sangue, molto sangue”. Pochi mesi dopo l’uscita del libro scoppiò effettivamente la guerra del Libano, confermando questo vaticinio, nella data che compare nel titolo: 1975.
Beirut 2006. Da ormai due settimane il paese dei cedri è ripiombato nell’incubo della guerra.
Non sono mai stata in Libano – non ancora, come mi piace dire dei posti che vorrei visitare –, ma mi ha sempre incuriosita. Perché da grande appassionata di musica e letteratura araba non posso non rimanere colpita dal “miracolo libanese”: l’incredibile numero di cantanti, scrittori e poeti che quella terra stretta tra le montagne e il mare, la cui superficie è di poco più grande di quella del Friuli Venezia Giulia, ha visto nascere nel corso della sua storia.
Accanto al dolore e alla rabbia per quanto sta accadendo in questi giorni nutro la speranza che, auspicabilmente con il sostegno, non solo economico, dell’Occidente e del mondo arabo – entrambi, secondo me, ugualmente colpevoli e assenti in questo dramma, tranne poche eccezioni –, il Libano possa mostrarsi capace di un altro “miracolo” e tornare ad essere il paese che ha ispirato tanti artisti. 
______________________________
E infine una poesia scritta da una adolescente malata terminale di cancro in un ospedale di New York, che riesce a dirci parole di saggezza (e paradossalmente di speranza) che non sembrano appartenere alle pazzie che siamo costretti a vedere tutti i giorni
(ringrazio Alda che me l’ha inviata)

DANZA LENTA
 Hai mai guardato I bambini
 In un girotondo?
 O ascoltato il rumore della pioggia
 Quando cade a terra?
 O seguito mai lo svolazzare irregolare di una farfalla?
 O osservato il sole allo svanire della notte?
 Faresti meglio a rallentare.
 Non danzare cosi veloce.
 Il tempo è breve.
 La musica non durerà.
 Percorri ogni giorno
 In volo?
 Quando dici "Come stai"?"
 Ascolti la risposta?
 Quando la giornata è finita
 Ti stendi sul tuo letto
 Con centinaia di questioni successive
 Che ti passano per la testa?
 Faresti meglio a rallentare.
 Non danzare cosi veloce
 Il tempo è breve.
 La musica non durerà
 Mai detto a tuo figlio,
 lo faremo domani?
 Senza notare nella fretta,
 Il suo dispiacere?
 Mai perso il contatto,
 Con una buona amicizia che poi è finita
 Perché tu non avevi mai avuto tempo
 Di chiamare e dire "Ciao"?
 Faresti meglio a rallentare.
 Non danzare cosi veloce
 Il tempo è breve.
 La musica non durerà
 Quando corri cosi veloce per giungere da qualche parte
 Ti perdi la metà del piacere di andarci.
 Quando ti preoccupi e corri tutto il giorno,
 E´ come un regalo mai aperto . . . Gettato via.
 La vita non è una corsa.
 Prendila più piano
 Ascolta la musica
 Prima che la canzone sia finita.


NOTA DELL'8 LUGLIO 2007
LA NOTIZIA DELLA BAMBINA MALATA TERMINALE SI é DIMOSTRATA UNA BUFALA

Ho pubblicato altre poesie di bambini il 19 e  il 22 febbraio 2005   
Arrivederci a settembre
Se qualcuno vuole aggiornare il blog, lo spazio dei commenti è a disposizione.           augusta

Pagina diario scritta da: AUG a 13:19 | link | commenti (3) | | Torna su
bambini, israele palestina, rassegnastampa, guerra conflitti e violenze, segnalazioni da altri blog, monica, culturapace

lunedì, 03 luglio 2006

Quel che ci dice Mafalda in luglio:

IN TUTTO IL MONDO HA SEMPRE FUNZIONATO LA LEGGE DELLE COMPENSAZIONI: SE ALZI LA VOCE TI ABBASSANO IL LIVELLO DI VITA!


e dopo Mafalda ……

monica

INTERVENTO  N.  4
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LA FORZA DEL PREGIUDIZIO


Molte persone – parenti e amici – quando le ho informate del mio prossimo viaggio in Siria e Giordania hanno reagito in maniera allarmata. Ho sentito di tutto: tentativi di dissuasione ed esclamazioni del tipo “Sei impazzita! È pericolosissimo!”. Una mia amica americana, molto preoccupata, mi ha detto: “Ma sarà pieno di musulmani!”, come se questo fosse di per sé sinonimo di rischio.
So che i miei amici e parenti non rappresentano un caso particolare: l’idea secondo la quale i paesi arabi sarebbero luoghi non sicuri, specialmente per le donne, è diffusissima in Occidente.
Se devo dire la verità, io capisco le persone che hanno paura. Non perché questa sia sempre motivata, anzi. Non nego che in alcuni paesi arabi ci siano luoghi e situazioni nei quali possa essere rischioso per una donna trovarsi sola, ma certamente non si tratta della regola; d’altra parte neanche le nostre città sono sicure quanto crediamo: pensiamo alla diffusione di casi di violenza contro le donne. In realtà comprendo questa paura semplicemente perché l’ho avuta anch’io e conosco bene il meccanismo che è alla sua base: il pregiudizio.
In un passato ormai per me (fortunatamente) remoto anch’io ne sono stata vittima e ho vissuto nell’islamofobia. L’11 settembre era ancora lontano e la guerra al terrorismo non riempiva le pagine dei giornali e i notiziari alla televisione, ma lo stereotipo che faceva dell’Islam una religione aggressiva e oppressiva era già radicato, come la credenza secondo la quale ogni uomo nei paesi arabi sarebbe pronto a rapire le sventurate e sprovvedute occidentali che vi si avventurano per portarle nel suo harem.
Forse qualcuno sorriderà – e me ne rallegro perché significa che tali idee non sono comuni a tutti, come immagino e spero –, ma pregiudizi di questo tipo sono ancora molto forti e si nutrono spesso dell’ignoranza che –  ahi me! – impera ai nostri giorni.
Proprio riguardo al fenomeno dei rapimenti, alcuni giorni fa, una conoscente mi faceva notare che, se una tale idea è tanto diffusa, “qualcosa di vero alla base dovrà pur esserci!”. Non sono in possesso di dati statistici su episodi di questo genere, ma credo di poter affermare con certezza che si sia trattato di casi rarissimi, quando non apertamente di leggende metropolitane.
Molti sono convinti che ogni buon musulmano abbia quattro mogli, mentre in realtà la pratica della poligamia è ormai in declino in molti paesi islamici (tranne che in Arabia Saudita e in pochi altri; in Tunisia è addirittura vietata), per molti motivi tra i quali quello economico.
Alcuni si stupiscono del fatto che, durante il mese del Ramadan, dal tramonto fino all’alba sia lecito mangiare e bere in abbondanza (oltre che fumare e avere rapporti tra coniugi), cosa più che naturale se si considera che dall’alba al tramonto tali cose sono vietate. Sembrerà impossibile, ma mi è capitato di parlare con persone che credevano che il digiuno continuasse anche dopo il tramonto (per un mese?!) o con altre che pensavano che particolari cibi o bevande fossero comunque consentite anche durante il giorno.
Faccio sempre fatica a spiegare che non tutte le donne musulmane sono sottomesse e vivono in casa prigioniere dei mariti o delle famiglie. Molte mie amiche musulmane, sia in Italia che in Siria, lavorano o studiano e si muovono liberamente; alcune non portano il velo, la maggior parte si. Sono consapevole del fatto che esistono situazioni limite nell’abbigliamento e nella libertà di movimento imposte dai mariti o dalle famiglie (in alcuni casi anche scelte dalle stesse donne), ma bisogna saper distinguere e capire che tali realtà cambiano da paese a paese, in base al contesto sociale, alla cultura e all’ambiente (ad esempio città o campagna). In Libia ci sono donne nell’esercito, in altri paesi donne piloti di aerei (anche in Arabia Saudita, se non vado errata, dove peraltro, però, le donne non possono invece guidare la machina), in Libano – paese arabo a maggioranza cristiana – ci sono più donne che ricoprono incarichi politici di quante ce ne siano da noi.
“Ma – si dirà – le donne continuano ad essere pesantemente discriminate e oggetto di violazioni dei loro diritti”. Questo è vero, ed è vero purtroppo anche per la civile Europa se pensiamo che uno studio voluto dal Consiglio Europeo ha dimostrato, ad esempio, che la prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 45 anni, in Europa, è la violenza domestica.
C’è una cosa comunque da dire a proposito dei pregiudizi: sono, come si dice oggi, “bipartisan”.
Tanto è difficile qui sfatare i luoghi comuni sulle donne musulmane, altrettanto lo è là sfatare quelli sulle donne occidentali, ritenute di facili costumi (il cinema americano non ci aiuta!).
Solo poco tempo fa un amico siriano di vecchia data mi ha confessato che la prima volta che recai in Siria sua zia non voleva salire in macchina con me perché riteneva che, essendo italiana, sarei stata sporca e maleodorante!
Sono solo alcuni esempi che possono anche far sorridere, ma nascondono i rischi che stanno dietro all’ignoranza. Solo una corretta informazione può aiutare a superare le false convinzioni e a svelarne l’infondatezza.
Nel mio caso ciò che mi ha spinta a verificare le mie idee è stata la curiosità, il desiderio di provare a vedere se il “nemico” era proprio come lo immaginavo. Ho cominciato ad informarmi e la voglia di conoscere – come una sorta di dantesca pena del contrappasso per la mia precedente ignoranza – non mi ha ancora abbandonata. Per fortuna.          

monica

Pagina diario scritta da: AUG a 17:55 | link | commenti (1) | | Torna su
monica

lunedì, 22 maggio 2006

LA MIA SIRIA


Questo periodo dell’anno mi ricorda la Siria. Non perché ci sia mai andata in questa stagione – gli impegni scolastici mi costringono sempre a partire nei mesi estivi –, ma perché questo è il momento in cui il viaggio prende forma nella mia mente e si concretizza nel disbrigo delle pratiche necessarie: la richiesta del visto, la prenotazione dei biglietti…
Sul modulo per la richiesta del visto alla voce “motivo del viaggio” scrivo “turismo”, ma se potessi essere sincera direi “amore per questo paese incantevole, per la sua storia, la sua cultura, amicizia con persone meravigliose…”. Mi chiedo se l’ambasciatore capirebbe o mi giudicherebbe una con qualche rotella in meno.
La verità è che per me la Siria è tutto questo e molto altro ancora.
È Aleppo, la città del mio cuore, troppo bella per poterla descrivere per me che non sono un poeta; ma forse posso prendere in prestito le parole che Nizar Qabbani, grandissimo poeta siriano (1923-1998), dedicò alla sua amata Damasco:

Non posso parlare di Damasco
senza che s’intrecci sulle mie dita il gelsomino.
Non posso pronunciare il suo nome
senza che sulle mie labbra
s’addensi il nettare
dell’albicocca, del melograno, della mora e del cotogno
Non posso ricordarla
senza che su un muretto della memoria
si posino mille colombe
… e mille colombe volano.

È Palmira, la città della regina Zenobia, che sorge nel deserto sulla strada verso l’Iraq e che, per le sue magnifiche rovine romane, ha poche eguali nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo.
È Ma’aloula, paesino cristiano a pochi chilometri da Damasco, tra le cui case color malva e sabbia, si parla ancora l’aramaico, la lingua di Gesù.
È i suoi molti castelli: il Krak dei Cavalieri, il castello di Saladino – quello che in Occidente viene soprannominato “feroce” e che, invece, gli Arabi ricordano per la sua magnanimità e saggezza – …
Ma è soprattutto il legame con amici stupendi il cui affetto, la cui disponibilità e la cui ospitalità mi è impossibile descrivere a parole.
Ricordo che tre anni fa – era appena scoppiata la guerra in Iraq –, quando mi invitarono ad andare a trovarli, mi dissero: “Vieni adesso, la situazione è ancora tranquilla. Noi saremo i prossimi, ma per ora non c’è alcun pericolo”.
Provai una stretta al cuore al sentire quelle parole. La guerra è una cosa assurda e orrenda, qualunque popolo colpisca, ma quando si abbatte su un paese vicino al proprio cuore è, se possibile, ancora più terribile.
Quando ai telegiornali italiani sento definire la Siria uno “Stato canaglia”, uno dei paesi dell’“asse del male” da politici ignoranti che credono o fingono di credere alla guerra come strumento di pace, riprovo quel dolore misto a rabbia.
Vorrei che quelle persone potessero vedere la bellezza che la Siria ha espresso nel corso dei millenni, conoscerne la gente, sentire il profumo delle spezie mentre si cammina nella penombra dei suoi bellissimi suq… La conoscenza reciproca sarebbe il miglior modo per prevenire le guerre (ed evitare quelle “preventive”, crudelmente indifferenti alla vita e al dolore di un popolo sconosciuto).
Può sembrare un’utopia, ma io mi auguro di no.

Puoi dire che sono un sognatore, ma non sono l’unico.
Spero che un giorno ti unirai a noi e che il mondo sarà una cosa sola.

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monica

giovedì, 27 aprile 2006

PARLO ARABO?

 

 

 

Alla proverbiale difficoltà della lingua araba si deve questo nostro modo di dire che si usa rivolgere all’interlocutore quando sembra non capire come se, appunto, chi parla si esprimesse in una lingua incomprensibile.

È vero l’arabo è una lingua molto complessa – a detta degli stessi arabi che, peraltro, ne utilizzano, generalmente, una forma “semplificata” (i dialetti), limitando l’uso dell’arabo classico all’area dell’ufficialità (telegiornali, conferenze, quotidiani, libri…) –, ma questo modo di dire non rende giustizia almeno a due aspetti importanti.

 

In primo luogo alla sua bellezza, ricchezza e musicalità. Se ne avete l’occasione, ascoltate una poesia o una canzone: anche senza capire il significato delle parole, il ritmo vi trasmetterà delle emozioni…

 

In secondo luogo non tiene conto del fatto che, se certamente non si può dire che la lingua italiana e quella araba siano imparentate – in quanto la prima è una lingua romanza facente parte della famiglia delle lingue indoeuropee, mentre la seconda appartiene al ceppo delle lingue semitiche – è innegabile che l’influsso dell’arabo sulla nostra lingua delle origini è stato secondo solo a quello delle lingue germaniche.

 

Moltissime parole che usiamo quotidianamente (Lorenzo Lanteri nel libro Le parole di origine araba nella lingua italiana edito a Padova nel 1991 dalla casa editrice Zanatel Katrib ne indica 600) ci arrivano dall’arabo.

 

Nomi di piante: albicocco, arancia, caffè, carciofo, limone, melanzana, zafferano… Vocaboli relativi al commercio: denaro, dogana, fondaco, gabella, magazzino, tara, tariffa, traffico… Parole legate alle scienze e alle tecniche: alambicco, alchimia, algebra, algoritmo, almanacco, cifra, nadir, zero… Parole di uso comune: azzardo, azzurro (da azraq, mentre celeste è di derivazione latina), bizzeffe, caraffa, cotone, facchino, gatto, giacca, meschino, nafta, quintale, sciroppo, sceriffo, zucchero 

 

A volte, per giungere fino a noi, le parole hanno affrontato un lungo viaggio nel tempo e nello spazio, un viaggio affascinante e spesso meraviglioso.

 

La parola assassino deriva da hashish ed era il nome di una setta, quella degli Assassini appunto, i cui membri, durante il medioevo, in Siria, venivano spinti a commettere omicidi dopo aver assunto droghe.

 

Il termine cerasa, che in alcuni dialetti italiani (ma non solo: si pensi all’inglese cherry) sostituisce la parola ciliegia, deve il suo nome alla città di Jerash, in Giordania, dove i Romani, per la prima volta, incontrarono questo frutto delizioso.

 

La parola ragazzo deriva dal verbo raqasa che significa “correre da un posto all’altro” ed indicava in origine il ragazzo di bottega, il garzone.

 

Queste parole (sono solo pochi esempi: l’elenco potrebbe essere molto più lungo) testimoniano come in passato i rapporti con l’altra sponda del Mediterraneo fossero importanti e fitti e come il nostro mare sia stato solcato più spesso da navi mercantili che da navi da guerra e dimostrano quanto importante sia stata l’influenza della lingua araba sull’italiano. Senza dimenticare qual è stato il ruolo che gli Arabi hanno avuto nella trasmissione delle opere greche che sono alla base della cultura occidentale, si pensi all’opera di Aristotele.

 

Dunque la prossima volta che vi diranno “parlo arabo?” non sbaglierete rispondendo “Sì, anche tu parli un po’ arabo…” 

 

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monica

martedì, 18 aprile 2006

Mi chiamo Monica, ho trentun anni e insegno Lettere.
Mi interessa la cultura araba, in particolare quella mediorientale.

 

 


IL CHADOR E L’ETA’ DELL’IGNORANZA

Ho sempre pensato che sia buona regola nelle conversazioni e, a maggior ragione, quando si parla in pubblico astenersi dal discutere di ciò che non si conosce per evitare di commettere delle gaffes o, peggio, di urtare la sensibilità di qualcuno che, più di noi, padroneggia l’argomento della discussione.
Se a “straparlare” di qualcosa è una persona comune, l’errore è veniale perché resta circoscritto ad una cerchia limitata; se, invece, è commesso da un personaggio pubblico o da chi ha, per mestiere, il compito di informare la gente, diventa – ahi me! – quasi imperdonabile.
Se questo è vero in generale, lo diventa tanto più quando il tema è la religione, terreno quanto mai delicato specie quando non si tratta della religione cattolica sulla quale, molto spesso, già non siamo molto ferrati: figuriamoci quelle altrui!
L’Islam sembra essere oggi argomento molto “alla moda” sul quale tanti (troppi) si sentono autorizzati a parlare. Fin qui nessun problema: siamo in democrazia e ognuno può, liberamente, esprimere la propria opinione. Questa, però, dovrebbe partire da presupposti esatti e non da pregiudizi e falsità che certamente non facilitano il dialogo tra le religioni.
Le parole sono importanti e vanno usate con attenzione.
È ormai invalso l’uso di chiamare chador il velo col quale le donne musulmane si coprono il capo. In realtà chador è una parola persiana che indica il mantello, prevalentemente di colore nero, usato dalle donne soprattutto in Iran, dove è obbligatorio. Il fazzoletto o foulard indossato comunemente dalle musulmane (ce ne sono in realtà molti tipi, ma consideriamo qui quello più diffuso) viene chiamato in arabo hijab parola che deriva dal verbo hajaba “nascondere”, appunto come in italiano “velo” da “velare”. Perché non usare dunque il termine corretto, velo?
Le traduzioni dall’arabo non sembrano decisamente il punto forte dei nostri giornalisti anche quando si tratta di poche parole e verificabili in modo semplicissimo.
Tutti i quotidiani (o la stragrande maggioranza di essi) riportano della frase Allahu akbar la traduzione “Allah è grande” e lo stesso fanno, alla televisione, solerti giornalisti commentando immagini che mostrano folle di uomini che scandiscono le due parole, spesso in tono minaccioso. La traduzione corretta è “Dio è il più grande”.
Apro qui una parentesi: io preferisco tradurre Allah e non è per inutile pignoleria. Credo infatti che chiamarlo Dio contribuisca a far capire che si tratta dello stesso Dio degli ebrei e dei cristiani (tra l’altro i cristiani arabi – palestinesi, libanesi, iracheni, egiziani… – usano appunto la stessa parola, Allah, per indicare Dio). Il fatto di usare in un contesto italiano la parola araba Allah, quando si potrebbe tranquillamente tradurre, mantenendone inalterato il significato, mi sembra nasconda, molte volte, la volontà di farlo apparire come una divinità lontana, “esotica”, passatemi l’infelice espressione che spero non urterà la sensibilità di nessuno. Perché infatti tradurre tutto tranne questa parola? Chi, riportando in italiano un discorso di Bush, direbbe “God benedica gli Stati Uniti”? Non vi pare la stessa cosa? Se conosciamo il significato di una parola, capiamo quello che ci sta dietro e, forse, ci farà meno paura.
Tornando all’espressione “incriminata”, l’impressione che se ne ricava dalle immagini mostrate alla televisione è quella di un grido marziale, guerresco. In realtà non è affatto così. Recentemente ho avuto la fortuna di assistere ad un incontro al quale era stata invitata la scrittrice Hoda Barakat, libanese cristiana, che ne ha spiegato in maniera semplice ed efficacissima il vero significato. Riporto, non le sue testuali parole, ma il senso del suo discorso e l’esempio da lei utilizzato. “Le donne palestinesi che gridano contro i soldati israeliani Allahu akbar vogliono metterli in guardia dal compiere un’ingiustizia. La loro è l’invocazione del più debole contro le angherie del prepotente. È come se li avvertissero di fare attenzione perché un giorno Qualcuno più potente di loro chiederà conto di quell’atto, di quella prepotenza. È come se volessero dire Fermatevi finché siete in tempo perché Dio è più potente anche di voi, Dio è il più grande”.
Sono solo due tra i molti esempi che si potrebbero fare, ma mi sembrano particolarmente significativi.
Mi piace pensare alla lingua come alla chiave d’accesso ad una cultura, non la sola, ma certamente una delle più importanti. Se, comprensibilmente, è difficile pensare di possedere tutte le chiavi necessarie, perché non chiedere aiuto o consiglio a chi ne sa più di noi? Perché non bussare e domandare, cortesemente, di essere lasciati entrare? Sarà sicuramente meglio che restare fuori, in balia dei pregiudizi e dell’ignoranza.

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donne, monica