Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Blogger: AUG
Nome: Augusta

Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

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martedì, 22 gennaio 2008

Ringrazio Augusta per lo spazio offerto che mai come in questo momento si dimostra così prezioso, poiché può essere usato per comunicare ciò che nella stampa europea è pressoché taciuto. Per chi non si ricorda di me, sono Omar, vengo dal cosiddetto Medio Oriente.

 

Popolo di Gaza, tenete duro!!!

 

La striscia di Gaza, fino a qualche giorno fa, era un esteso carcere a cielo aperto di 378 km2, contenente un milione e mezzo di carcerati, dei quali la metà ha meno di 16 anni. Ora, dopo che Ehud Olmert, primo ministro israeliano, ha ordinato il blocco di tutte le frontiere, non lasciando passare nè carburante, né medicinali, né, ovviamente, viveri, la striscia è diventata un grande forno di gran lunga peggiore dei forni usati dai nazisti. Se chiedete ad uno di Gaza com’è la situazione attuale, egli risponderebbe che la morte è più misericordiosa della sofferenza provata in questi giorni a Gaza, poiché vedere tuo figlio morire davanti ai tuoi occhi senza che tu possa reagire è più doloroso della morte. Qui manca l’elettricità, mancano i farmaci, le sale operatorie sono inagibili. Quel che non manca è solo la morte. Ci sono più di quattrocento feriti che avrebbero bisogno di cure, di cui la metà sono bambini, lasciati all’aria aperta, al freddo di gennaio, con una scarsa speranza di essere salvati. Le celle frigorifere delle stanze mortuarie non funzionano…e come potrebbero, senza elettricità.

            Cinquanta sono le vittime dopo il bombardamento israeliano degli ultimi tre giorni. Olmert, il suo amico Bush e alcuni arabi sostengono apertamente che i bombardamenti andranno avanti, così come il blocco di Gaza. E questo paese, Israele, dovrebbe essere l’unica rappresentanza di democrazia nel Medio Oriente, il paese che rappresenta la civiltà occidentale nella regione, il paese fondato con il pretesto di salvare gli ebrei dalla morte e dal pregiudizio, e per alleggerirsi dalle colpe commesse dall’Europa nella prima metà del secolo scorso; questo stato sta facendo subire qualcosa di paragonabile alla shoah, poiché morire di fame e di freddo sotto i bombardamenti israeliani costretti in una striscia di terra non è diverso e forse è peggio di morire in camere a gas.

Il mondo occidentale ipocrita si impegna quasi quotidianamente per la causa del Darfur; ha invaso l’Iraq, lo ha occupato e ha ucciso un milione di iracheni sotto lo slogan di liberarli; ha fondato uno stato per il popolo di Timor est. Lo stesso mondo occidentale, però, si toglie da ogni responsabilità, non muove un dito, non alza una mano e non prende in mano una penna contro le macellazioni e le barbarie nei confronti del popolo palestinese, poiché Israele è sopra della legge e può fare tutto ciò che vuole: uccidere, distruggere, lasciar morire di fame, bloccare spietatamente senza preoccuparsi di un freno dall’esterno che tanto non giunge.

Forse, prima di colpevolizzare il resto del mondo, bisogna dare la colpa agli arabi: i paesi arabi appoggiano, infatti, tutto ciò con il loro complice silenzio, non fanno altro che condannare la situazione debolmente e in maniera dimessa, per non far arrabbiare né Israele né gli Stati Uniti. Perché il presidente egiziano Hosni Mubarak non apre il confine di Rafah di fronte ai feriti e ai bisognosi? Se non vuole permettere l’uscita dei palestinesi come vuole Israele, perché non lascia almeno entrare aiuti umanitari? Lui ha senz’altro la sua parte di responsabilità, se non legale, almeno morale. Nel momento in cui la striscia di Gaza è stata occupata, questa apparteneva all’amministrazione egiziana e gli scolari di Gaza studiavano nei libri di testo egiziani la storia dei faraoni. Mubarak ha paura di essere accusato di violare la legge internazionale? Non fare arrabbiare Israele è per lui più importante della rabbia di milioni di egiziani che condividono il dolore dei loro fratelli a Gaza?

Tutti i paesi europei hanno tenuto un atteggiamento esemplare e positivo riguardo alle infermiere bulgare arrestate in Libia. Tutta Europa si è avvicinata alla Bulgaria e tutti hanno normalizzato i loro rapporti diplomatici con la Libia solo dopo che quest’ultima ha rilasciato le cinque infermiere.

Tutti i paesi africani si sono avvicinati a Nelson Mandela durante la sua guerra giusta contro l’Apartheid, perché gli arabi non si avvicinano al popolo di Gaza? No, hanno scelto invece di accogliere Bush donandogli medaglie d’oro e festeggiando con danze orientali, firmando contratti di armi da decine di miliardi di dollari. Ci viene da chiedere, perché questi stessi non hanno chiamato Bush per chiedergli di far sì che gli israeliani fermino questa catastrofe umana in un piccolo territorio come quello di Gaza. Perché Mahmoud Abbas, il presidente palestinese, non lascia Ramallah e non va a disturbare la coscienza sporca del mondo arabo e non fa sentire la sua voce a livello internazionale? Perché non esce dalla sua villa e non va a Gaza a dimostrare solidarietà, perché non dedica un po’ del suo tempo per porre fine alla divisione tra il popolo palestinese e per ritrovare un’unità che potrebbe forse salvare almeno qualche vita umana?

Il popolo palestinese tiene duro contro il blocco e la fame e affronta la morte con coraggio e fede, nonostante tutti gli ostacoli posti da governi amici che spendono miliardi per armi con il fine non di affrontare i nemici, bensì di salvare l’economia americana e francese e offrire posti di lavoro nelle industrie belliche occidentali. La resistenza di questo popolo disturba gli israeliani dimostrando a tutto il mondo l’orribile immagine della politica israeliana con il suo carattere sanguinario.

Ciò che fa Olmert insieme al suo ministro della difesa Barak indica la depressione e la sconfitta all’interno della politica israeliana e non il loro potere. Non hanno vinto nella loro ultima guerra contro il Libano, non sanno come trattare con le resistenze nel libano e in Palestina, non sanno cosa decidere per l’Iran. Non sono riusciti a imporre la normalizzazione con i paesi arabi ad Annapolis. Non è esagerato concludere che, nonostante l’assenza di corrente, gli abitanti di Gaza vivono con la luce dalla loro parte, mentre i loro oppressori, dalla politica israeliana fino ai paesi del golfo, vivono nell’oscurità delle loro anime.

Omar

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bambini, israele palestina, guerra conflitti e violenze, omar

mercoledì, 11 aprile 2007

L'identità

Il concetto dell’identità fa parte ormai di molte discipline: lo incontriamo nella sociologia, nell’antropologia, nell’etnologia, il fine ultimo della quale,se non il solo, per dirla con Levi-Strauss è quello di analizzare e di interpretare le "differenze" (Anthropologie structurale). Lo troviamo nella letteratura (basti pensare al canone letterario e allo studio delle letterature nazionali), nella religione, nelle scienze politiche, nella psicoanalisi di Colin Wilson (The Outsider) ecc. E’ così interdisciplinare, poiché l’identità di una persona (o di una comunità) è costituita da una moltitudine di appartenenze: religiosa, etnica, linguistica, tribale, l’appartenenza a una professione o a un certo ambiente sociale … La lista è assai più lunga. Queste discipline ribadiscono la stretta correlazione tra identità e alterità. La questione dell’Altro appare come costitutiva dell’identità stessa, ma ci viene da domandare: chi è L’Altro? Per "noi" è il diverso, il nemico, e se non parla la "nostra lingua" è il barbaro.

Io stesso sono stato presentato in questo blog da Augusta come "voce che rappresenta l’alterità". Considerando il contenuto del blog, la mia voce non può rappresentare l’alterità, perché mi trovo d’accordo quasi sempre con il pensiero di Augusta e con i commenti dei visitatori. Allora quale alterità? Sicuramente non quella razziale, né tanto meno quella linguistica (ho sempre scritto in italiano). Non è nemmeno quella religiosa (potrei essere laico!). Sono il "diverso" in un contesto conflittuale*. Ora spiego con un esempio, a mio avviso, molto significativo; se uno svedese (Altro?) scrivesse in questo blog un articolo sulla cultura scandinava o quella extraterrestre! (Altra?), non si potrebbe dire che egli rappresenti l’alterità, lo stesso può dirsi di un messicano "creolo" o di un ebreo "orientale" e delle loro culture.

"L’Altro in un contesto conflittuale" non è un concetto nato con le righe di Augusta quando mi ha presentato; esso è politically correct perché fa parte del subcosciente della collettività, e della politica internazionale. Frantz Fanon nel suo volume, scandalosamente sottovalutato, Pelle nere maschere bianche, ci accompagna in un viaggio psicoanalitico per analizzare un comportamento collettivo molto simile al nostro, per arrivare alla conclusione che il mito del negro cattivo fa parte del subcosciente collettivo in Francia e non è solo un pensiero di O. Mannoni, l’autore di Psychologie de la colonisation criticato severamente da Fanon.

 

Questa nozione dell’alterità in un contesto conflittuale trova oggi gran fortuna nel pensiero politico radicale, a causa della posizione relativistica dell’antropologia che ha dato spazio a una tesi (Clash of Civilizations) dell’estremista Samuel Huntington, o a parole dell’ ex presidente del Consiglio sulla superiorità della cultura occidentale: << "noi" abbiamo Mozart e Michelangelo, "loro" no>>. Il paradosso dell’antropologia consiste, da un lato, nel costruire una teoria capace di sfidare tutti gli etnocentrismi prodotti lungo il cammino del pensiero europeo e, dall’altro, nel mettere in discussione la possibilità di giudicare le altre culture. Non a caso l’ontologia della sfida e il diritto alle diversità, all’alterità di razza, di genere, o di "conflitto" oggi sembrano allontanarsi dall’antropologia, superata dagli studi di Edward Said, Homi Bhabha, Aijaz Ahmad, Spivak e altri scrittori che vengono dal Terzo Mondo ma scrivono nell’Occidente mostrando che i concetti di superiorità, etnocentrismi, o deterritorializzazioni linguistiche fanno parte del "progetto coloniale".

Said nel suo celebre volume Orientalismo, adottando il metodo di Michel Foucault, indaga sulla complicità esistente fra forme di conoscenza e strategie politiche. Sapere e potere sono le due indivisibili basi dell’autorità: il miglior alleato del controllo politico e economico degli altri popoli è stato per lungo tempo il mercato della "conoscenza" che da un lato ha teso a sostenere la dominazione coloniale e dall’altro è diventato un’arma di persuasione occulta nel costruire una nuova identità dei popoli colonizzati subordinata all’Occidente.

Homi Bhabha, uno dei maggiori teorici del postcolonialismo, ha osservato nel suo saggio su nazione e narrazione che l’identità rivela, nella sua ambivalente e vacillante rappresentazione, la sua storicità e apre la strada alla possibilità di narrazioni sulla gente e le sue differenze. Qui va sottolineato l’importante ruolo che ha la letteratura nell’approfondire il concetto dell’identità, se non addirittura di crearle uno spazio. Si pensi al Crollo del nigeriano Chinua Achebe, il primo romanzo che esamina la realtà africana da un punto di vista africano, mettendo in luce l’identità del nero e quella dell’altro (il bianco). Si pensi anche alle poesie "politiche" del poeta siriano Nizar Qabbani, o alle poesie del cileno Neruda, o dell’irlandese Yeats.

 

L’identità è un concetto molto delicato. Amin Maalouf ci dice che l’identità è fatta di molteplici appartenenze ma essa è una, e che noi la viviamo come un tutto. L’identità di una persona non è una giustapposizione di appartenenze autonome, è un disegno su una pelle tesa; basta che una sola appartenenza venga toccata ed è tutta la persona a vibrare (L’identità 1998).

Bisogna, però, non esagerare nelle reazioni quando l’identità viene toccata. Non dobbiamo dimenticare che essa è un frutto della nostra immaginazione**. Conviene, dunque, ricorrere all’incontro, al dialogo, alla critica o (soprattutto) all’autocritica. Il già citato Orientalismo, uscito nel 1978, ha lanciato nuovi metodi di ricerca e nuove metodologie critiche in quasi tutte le realtà dove la dicotomia "Noi" e "Loro" turba la mentalità dei loro popoli: India, Pakistan, Africa, America Latina, Irlanda, USA. Nel mondo arabo, invece, l’opera di Said non ha avuto successo perché, a detta dell’autore stesso, è stata letta associando l’Occidente all’altro in un contesto conflittuale. "Noi" siamo per forza e per definizione vittime innocenti, e "loro" sono per forza colpevoli.

* L'altro in un contesto conflittuale: Occidente - Vicino Oriente (l'altro per il mediorientale è l'occidentale; e l'altro per l'occidentale è il mediorientale)

**"L'uomo che trova dolce la sua patria non è che un tenero principiante; colui per il quale ogni terra è come la propria è già un uomo forte; ma solo è perfetto colui per il quale tutto il mondo non è che un paese straniero" Io che sono giordano, che vive in Italia, ho letta questa citazione in "La conqiusta dell'America" di Tzvetan Todorov, bulgaro che vive in Francia, che l'ha presa a prestito da Edward Said, palestinese che viveva negli Stati Uniti  (m. 2003), il quale l'aveva trovata in Erich Auerbach, tedesco esule in Turchia.

Omar

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stranieri in italia, culturapace, omar

mercoledì, 28 marzo 2007

Sono Omar, un ragazzo arabo, studente di letterature comparate. Intendo
offrire qualche contributo alla conoscenza della cultura araba. Ho pubblicato in Diariealtro il 30 maggio 2006 "Il delitto d'onore" , il 27 aprile 2006 "Una lettera a Amos Oz" e il 18 aprile dello stesso anno "Musica del deserto". Oggi vi parlerò della traduzione dall’arabo in italiano e dall’italiano in arabo.

Un ponte tra le sponde del Mediterraneo

 Nel periodo di più larga espansione, quando gli arabi iniziarono a diffondere la loro cultura e la loro religione nella penisola arabica settentrionale (l’odierno vicino oriente), conobbero tanti popoli e impararono le loro lingue e le loro scienze. In questo modo la lingua araba si è potuta arricchire di tanti termini aramaici e siriaci  nella prima fase dalla nascita dell’islam. Le prime traduzioni in lingua araba, che riguardavano testi scientifici, iniziarono, però, nel periodo omayyade (661-750). Il primo traduttore dell’epoca fu Khaled Bin Yazid, nipote di Muawiya (m. 704), il primo califfo omayyade. Fu, però, solo nel periodo abbaside (750-1258), specialmente alla corte di Harun Al-Rashid e suo figlio Al–Mamun, che l’attività di traduzione fiorì dando luogo ad un risorgimento scientifico e letterario nel mondo islamico, il quale comprendeva già tanti paesi asiatici, nordafricani ed europei: molti libri di filosofia, logica, medicina, astronomia, matematica, storia, chimica  e anatomia furono tradotti in arabo da lingue diverse, tra le quali il greco, il persiano, il siriaco, il caldeo e l’egizio. Questo rinascimento culturale dette vita ad uno sviluppo nella lingua araba rendendola un idioma scientifico basato sulla logica. Ciò attrasse vari studiosi dall’Europa (Francia e Inghilterra), i quali, con i loro viaggi e le loro letture, contribuirono a trasmettere una consapevolezza in Europa della civiltà islamica, che si estendeva dall’Atlantico al Pacifico, con la lingua araba come lingua franca, l’idioma più diffuso che fosse mai esistito.

Se nel periodo sopra menzionato l’interesse per i testi da tradurre, nel mondo arabo, verteva su materie scientifiche, bisogna aspettare tempi più recenti, tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, perché l’interesse vero e proprio per la letteratura europea, e in particolare per quella italiana, avesse inizio, vale a dire quando i contatti tra mondo arabo e Italia si sono fatti diretti. Infatti, fu proprio durante l’occupazione italiana della Libia che fu tradotta La Divina Commedia in arabo (1930-1933), per la prima volta, dal libanese Abbud Abu Rashed. Questa traduzione è stata criticata per la mancanza di un apparato critico, nonostante ciò bisogna premiare il primo tentativo di far conoscere al pubblico arabo il capolavoro dantesco. Un merito maggiore va all’egiziano Hassan Othman, la cui magnifica traduzione della Commedia è accompagnata da un apparato critico a cui il traduttore ha dedicato tanti anni della sua vita facendo ricerche nelle biblioteche italiane, tedesche e francesi, seguendo le tracce del poeta fiorentino e comparando le varie traduzioni europee.

            Il traduttore più prolifico tra gli arabi che hanno tradotto dalla letteratura italiana è senz’altro l’egiziano Taha Fawzi, il quale ha tradotto trentuno opere, tra cui I promessi sposi di Alessandro Manzoni; Cuore di Edmondo De Amicis.

Mohammad Ismael, un altro traduttore egiziano, si è limitato a tradurre alcuni drammi di Luigi Pirandello tra cui Sei personaggi in cerca d’autore (1967). Il giordano Issa Al Nauri ebbe la fortuna di conoscere molti autori italiani contemporanei e di tradurne alcune opere. Egli ha pubblicato una raccolta di racconti di vari autori dal titolo Atfal wa ‘aja’is (Bambini e anziani, Beirut, 1961); ha inoltre tradotto Fontamara di Ignazio Silone (Beirut, 1963), Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa (Beirut, 1973) e ha curato un’antologia della poesia italiana, che raccoglie centoquattro poesie di venticinque poeti italiani.

Oltre a quelli sopra citati ci sono altri italianisti degni di essere menzionati come Khalifa Al Tellisi, Mustafa Al Ial e Fuoad Ka’bazi. Purtroppo non ci sono molti altri traduttori significativi; è pur vero che sono state tradotte tante altre opere di autori italiani come Moravia o Machiavelli, ma da una terza lingua come il francese o l’inglese.  Ma questo è dovuto alla predominanza culturale, linguistica e politica di Francia e Inghilterra che hanno avuto un contatto diretto, o meglio rapporto (colonizzatore – colonizzato) con i paesi arabi dall’Ottocento fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Questo non vuol dire che lo spazio dedito alla letteratura italiana non possa essere paritario, data la sua ricchezza, il suo importante rapporto storico che ebbe con la poesia araba nel XII secolo e il rilevante contributo che non può altro che arricchire il patrimonio letterario mediterraneo. Una riflessione analoga si potrebbe fare per la ricezione della letteratura araba in Italia.

  E’ opportuno ricordare che esiste un’immensa lacuna nella conoscenza generale degli studi arabi e islamici, perché una percentuale notevolissima e, per definizione, non quantificabile di manoscritti arabi di ogni argomento, fin dai primordi della storia islamica resta non pubblicata e, in alcuni casi, nemmeno catalogata.
 La poesia è sempre stata il genere prediletto nella storia della letteratura araba. Questo, inutile dirlo, rappresenta un ostacolo per molti traduttori che, trovandosi davanti ad una rigida metrica ed una rima fissa che caratterizzano la poesia classica, dove i versi rispettano una struttura predeterminata, sono costretti spesso a trasmettere esclusivamente il contenuto tralasciando il valore stilistico. Nonostante questo, esistono dei tentativi notevoli come quello di F. Gabrieli. Diversa è la situazione per la poesia araba moderna e, di conseguenza, per la traduzione di questa, poiché essa ha abbandonato gli schemi classici dando vita al verso libero, nato con la poesia Unshudat Al Matar  (Ode alla pioggia) dell’iracheno Badr Shaker Al Sayyab (m. 1964). Poeti contemporanei come Nizar Qabbani, Mahmud Darwish e Adonis si sono rifugiati, nei momenti più tragici così frequenti in una terra sconvolta da guerre qual è il Vicino Oriente, in questa nuova forma letteraria che meglio riflette il loro senso identitario e i loro valori storici e culturali, tema e stile che hanno contribuito a farli conoscere in Europa e, specialmente per il poeta Adonis, in Italia.
La traduzione, specialmente quella letteraria, può essere considerata uno degli strumenti essenziali per conoscere le culture altre e per alzare un ponte che le collega. Bisogna riconoscere il merito di tanti personaggi come, per esempio, Fouad Ka’abazi che oltre a pubblicare tanti articoli sulla cultura italiana nei quotidiani libici, ha anche curato una raccolta di poesia araba uscita in Italia nel 1962 (Mondadori, Milano). Eloquente è il titolo del suo libro pubblicato in Libia Melodie arabe su corde occidentali, in cui emerge il nobile concetto di rendere le sponde del Mediterraneo meno lontane.    
 
Omar
 
Ringrazio Omar per il suo rientro nel blog.
A lui ho fatto conoscere la chiave per un accesso diretto al blog stesso e l'ho invitato ad entrare autonomamente proprio per l'alterità che la sua voce può rappresentare.
I commenti comunque sono a disposizione di tutti
augusta

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omar

martedì, 30 maggio 2006

Il delitto d’onore.

Nel mese di dicembre del 2001 il governo giordano ha abolito un articolo del codice penale che garantiva la quasi impunità ai reo confessi di delitti d’onore. Gli articoli 340 e 341, infatti, permettevano la drastica riduzione della pena prevista per l’assassino e sostenevano che “l’atto di uccidere un’altra persona è giustificato in difesa della vita, dell’onore della vita e dell’onore di qualcun’altro”.

Nel suo libro molto controverso “Forbidden Love”, Norma Khouri, scrittrice giordana residente all’estero, racconta la storia della sua amica Dalia, musulmana, uccisa dal padre per aver espresso l’intenzione di sposare un giovane cristiano. La Khouri è accusata dalle autorità giordane di aver fabbricato tutta la storia per i propri interessi ed è considerata nel paese una vera e propria fuorilegge.

  Al di là della veridicità o meno dei fatti raccontati dalla Khouri, il fenomeno esiste ed i delitti d’onore sono quasi all’ordine del giorno in un paese che vorrebbe dare di sé un’immagine di progresso. Una realtà scomoda certamente, che le statistiche ufficiali riportano molto ridimensionata.

  Nel 1998 le Nazioni Unite stimavano che 5.000 donne venivano uccise ogni anno nell’area compresa tra il Pakistan e l’Egitto: circa la metà di loro sarebbero palestinesi e giordane!

  Per meritare la morte, talvolta basta essere uscite di casa senza il permesso dei genitori, avere amicizie maschili, aver subito uno stupro, oltre che, naturalmente, avere una relazione segreta. L’onore, in quest’ultimo caso, può essere riguardagnato dalla famiglia o con un matrimonio riparatore o con l’eliminazione fisica della donna.

  La famiglia reale sostiene l’iniziativa dei gruppi impegnati nella battaglia contro il delitto d’onore, ma pare che i delitti non tendano a diminuire affatto. Probabilmente, una responsabilità grava anche sul parlamento giordano, dominato, da rappresentanti dei gruppi tribali che si oppongono persino alla volontà reale di far comminare pene più severe agli assassini.

Come accade anche in altri ambiti, si cerca di coprire tali pratiche col mantello della religione. Eppure, tutto ciò non ha niente a che fare con la religione, il Corano indica ben altre soluzioni che la morte per gli adulteri, maschi e femmine (sura IV, 19-20). Al contrario, le radici del delitto d’onore stanno solo nell’ignoranza, nella barbarie e nella volontà di annullare l’identità femminile.

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giovedì, 27 aprile 2006

Una lettera ad Amos Oz

 

Ieri sera ho finito di leggere il suo meraviglioso libro Contro il fanatismo, e ora che le scrivo questa lettera di ammirazione, vedo  la sua faccia che decora il frontespizio del libro, e i suoi occhi che osservano la mia penna e le chiedono di essere onesta.

A dire il vero, mentre leggevo le prime quattro pagine del libro, ho pensato che lei non avesse nulla di serio da dire, ma dopo ho capito che si trattava di schremz letterario.

Apprezzo tanto la prescrizione che lei ha suggerito per curare il fanatismo nelle società mediorientali (che è valida per tutte le società del mondo, poiché il fanatismo è universalmente diffuso). Lei si trova di fronte ad almeno tre possibilità di risoluzione del fondamentalismo religioso. Queste tre esplorazioni metaforiche: “sense of humour, Letteratura, Musica” convergono verso l’idea di un sacrificio umano comune ad ognuna di queste opportunità; in questo modo ogni possibilità risulta indipendente dalle altre, anche se esse possono collegarsi tra loro secondo una struttura culturale portatrice di significato spirituale sia nella complessità che nel suo carattere di singolo elemento modulare. Mettersi nei panni degli altri con “sense of humour” o senza  puo’ sicuramente portare risultati positivi. Ognuno di noi poteva nascere nel sud del mondo, ognuno di noi poteva nascere in Palestina o in Israele.

La musica (specialmente quella popolare)è restituzione immediata, è immediata risposta ad avvenimenti estranei, è la consegna di una formula spirituale, la necessità quotidiana di rilasciare una formula nuova nata con la natura, ecco! bisogna capire la natura dell’altro, forse viverla, perché no? La letteratura come dice V. Salamov è il destino, è il risultato di una lunga resistenza spirituale, risultato e al tempo stesso mezzo per resistere. La letteratura è anche esperienza, un’esperienza personale, la piu’ personale che ci sia. Leggere Franz Kafka e Mahmoud Darwish afferma tale esperienza: la necessità di esprimere in modo durevole qualcosa d’importante per noi e soprattutto per gli altri.

Grazie Amos

Omar

 

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omar

martedì, 18 aprile 2006

Sono Omar, un ragazzo arabo, studente di letterature comparate. Intendo offrire qualche contributo alla conoscenza della cultura araba.

 


MUSICA DEL DESERTO


Dal cuore del silenzioso deserto, sorge una musica interna che incanta le anime e rende la natura rigida più morbida. Il flauto canta la canzone dell’esistenza, e il suo gemito rimane oltre l’esistenza.
Nel cuore del deserto, l’andatura svelta del cavallo e il passo del cammello ispirano ai poeti arabi bei versi, e con grande sorpresa scopriamo che la metrica di una poesia d’amore corrisponde quasi sempre all’andatura più veloce del cavallo, e la poesia d’elogio funebre corrisponde all’andatura più lenta, mentre nelle poesie filosofiche vi è una musica interna, simile a quella percepita solo dai fedeli quando il Corano viene salmodiato.
La musica è presente anche nel sufismo, è la metafora della “musica interna”, nella sua duplice valenza di ebbrezza paradisiaca e di spirito del pensiero si presenta nelle poesie sufiche, e viene celebrata nella loggia dei dervisci.
La sacralità è una prospettiva di senso che caratterizza il rapporto tra il fedele e la Natura. Un uomo chiese ad al-Ghazali, filosofo arabo del XII, se la musica era vietata secondo la legge islamica. Al-Ghazali gli rispose:
“Se neghi la sacralità della musica,
ti invito a contemplare i cammelli.
Che non seguono il pastore… bensì le sue melodie”.
            Viene il caso di domandarsi se la musica interna romantica sia radicata anche nei posti arabi più verdi, nel Libano? Basti ascoltare Gibran Khalil Gibran cantare:
“Non mi chiedete il nome del mio amoroso.
Temo che cadiate nell’angoscia dei dubbi.
Lo volete vedere?
Lo trovate nel sorriso dei fiumi,
nel ballo della giocosa farfalla,
nel sospiro del prato,
e nelle canzoni dell’usignolo”

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omar