Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Blogger: AUG
Nome: Augusta

Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

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mercoledì, 21 marzo 2007

                                                                             APPELLO

Ho sentito della proposta di far partecipare i talebani al tavolo della pace.
Condivido, nella speranza che esista qualcuno, riconosciuto, che li rappresenta, altrimenti potremmo fare un giochino con Tizio poco dopo smentito da Caio e da Sempronio, pure in disaccordo fra loro su qualche surrettizia opinione religiosa.
I talebani però non sono solo guerrieri o guerriglieri che dir si voglia, ma anche distruttori dei diritti umani non solo occasionali (come capita nei rapimenti).
I talebani sono soprattutto programmatori della negazione dei diritti nei confronti delle donne.
Io ricordo donne afgane in Italia che molti anni fa chiedevano di esserne liberate perché era loro negata non solo ogni visibilità fisica (attenzione il burqa non è il velo islamico!) ma soprattutto era negato lo studio, l’esercizio delle professioni, la cura della propria salute, la tutela della maternità …
Ora le donne sono le prime vittime – consapevoli - della “politica talebana”.
Perché non identificarne un gruppo, un’associazione o altro che abbia una qualche visibilità e rappresentatività e proporne una presenza alle trattative di pace, come detentrici di un diritto primario ad autorevolmente interloquire con i talebani?
Forse che l’Italia non è andata militarmente in Afghanistan per difendere i diritti umani (che non sono oggetto di beneficenza, militarizzata o no che sia)?
Il diritto di parola non può e non deve essere fondato solo sulla consuetudine all'uso delle armi, né la pace può essere umiliata a una non-guerra.
augusta

Non credo che la partecipazione –che non si risolva in omaggio- trovi molto ascolto.
Comunque ci tengo a ricordare che, tornato a casa e al lavoro Daniele Mastrogiacomo, sono “sotto controllo della polizia afgana” (non so come definire la loro posizione)
Rahmatullah Hanefi, capo del personale afgano e responsabile della sicurezza dell’ospedale di Emergency, e Adjmal Nashkbandi, l’interprete che Mastrogiacomo ha visto "andare via libero" e di cui poi si sono perse le tracce.
Possiamo dire che in un paese sotto occupazione militare (anche se dispone di un proprio governo il cui limite di autonomia non è noto) è eroe chi si prende libera parola e/o offre ad altri la stessa opportunità?
Non dimentichiamo neppure la moglie dell’autista Sayed Agha, decapitato dai talebani e il bambino che ha perso (chissà se qualcuno/a si ricorderà di lui durante il family day: penso di no).
Non dimentichiamo infine che il nostro paese ha ospitato spie straniere per rapire (sorry:arrestare) Abu Omar e abbandoniamo quindi ogni supponente spocchia quando esprimiamo giudizi.
 
Avviso: poiché ho già avuto richieste in merito segnalo che sul mio blog non si raccolgono firme; si offrono idee che, se accettate ed elaborate possono mettere in moto un’operatività responsabile, se rigettate possono essere lasciate lì e non faranno male a nessuno.

 24 marzo. Ho trovato questa mattina nel sito ildialogo.org un bell'articolo di Floriana Lipparini che chiarisce molti punti del mio sbrigativo appello.
Mi scuso con l'autrice per averlo riportato di mia iniziativa nei commenti.    augusta

 

Pagina diario scritta da: AUG a 14:29 | link | commenti (2) | | Torna su
bambini, diari di augusta, ostaggi

sabato, 15 luglio 2006

Questo diario sarà troppo lungo, anche se scriverò una parte minima delle cose che vorrei dire, ma i documenti su cui ragionare si affollano, la situazione internazionale in genere e mediorientale in particolare è agghiacciante ed è impossibile – almeno per me- allontanarmene anche solo col pensiero.
Provo ad andare per ordine (se ordine-  in una situazione di guerra sempre più diffusa - ci può essere).

                                                   
primo capitolo

Una decina di giorni fa ho scritto al ministro per la Solidarietà Sociale; trascrivo la lettera cui non ho ancora ricevuto risposta.

All’On. Ministro
Paolo Ferrero
        SUA SEDE

On. Ministro
sono una singola cittadina, non collegata ad alcuna realtà associativa e mi rivolgo a lei per un problema che mi sta a cuore.  Ne sono incoraggiata dall’aver sentito, nel primo discorso del Presidente Prodi, un richiamo preciso alla questione israelo-palestinese, la cui drammaticità, se ve ne fosse stato bisogno, è dimostrata una volta di più da quanto sta accadendo.
Non voglio intervenire in merito alla questione generale, ben conoscendone la complessità ma intrattenerla solo su un problema specifico, che, a mio parere, si connette a quella solidarietà sociale che identifica il suo ministero.
Parlo dei minori palestinesi nelle carceri israeliane che attualmente superano le 380 unità.
Parecchi di loro hanno meno di 14 anni, in alcuni casi si tratta di neonati incarcerati con le madri.
Molti soffrono la cosiddetta “detenzione amministrativa” che esime la giustizia israeliana dal dare alcuna informazione a famiglie ed avvocati (dove sono incarcerati, imputazioni che giustifichino il loro stato di prigionia, se mai un bambino può essere imputato e incarcerato…)
L’Italia è firmataria della Convenzione di New York del 1989 - che nel nostro stato è legge
(LEGGE 27 maggio 1991 n. 176. - pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell'11 giugno 1991, n. 135) - e ne é firmatario anche lo stato di Israele.
I minori sono affidati a tutti noi, a prescindere dalla nazionalità, proprio da quella Convenzione.
Sono vissuta per parecchi mesi in Palestina, ho lavorato (come volontaria) all’International Center di Betlemme, conosco quindi anche direttamente la situazione di quella popolazione ed è quel dolore condiviso che mi spinge a chiederle di impegnarsi perché, in attesa di una pace che –almeno per il futuro - possa assicurare giustizia, ai minori sia risparmiato l’orrore del carcere quando non della tortura o almeno, se ci sono casi per cui la carcerazione risulti inevitabile, ciò avvenga con la trasparenza dovuta e nel rispetto di quelle modalità di vita che devono essere assicurate a minorenni.
Il mio richiamo alla legalità non è distacco: ho paura delle voci che si alzano urlando generalità contro questo o contro quello; spesso suscitano un effetto catartico fine a se stesso che, come tutti i buoni sentimenti, fa presto a rendersi silente.
Secondo me un impegno fondato su una domanda forte, determinata e instancabile di
rispetto della legalità, che riconosce e tutela i diritti dei più deboli, potrebbe essere un passo importante (uno dei tanti passi possibili) in una politica di pace che è doveroso praticare anche se la speranza è difficile, ma, come dice un mio amico palestinese, meglio accendere una candela che maledire il buio.
Sperando in una sua risposta porgo
cordiali saluti e auguri di buon lavoro.          (firma)

Nota:
Ho trovato molte interessanti informazioni nel sito web della sezione palestinese dell’onlus  Defence for children (
http://www.dci-pal.org) che, a proposito dei minori in carcere ha pubblicato un’ampia ricerca:
Catherine Cook, Adam Hanieh and Adah Kay  - Stolen Youth – The Politics of Israel’s Detention of Palestinian Children.  Pluto Press. London – Sterling, Virginia (345 Archway Road, London n.6 5AA and 22883 Quicksilver Drive, Sterling, VA 20166-2012, USA)

Purtroppo mi sono resa conto, parlando con altri che pur condividono la mia preoccupazione per i bambini in carcere, che non riesco a far chiarezza sul significato della mia lettera.

Mi sono rivolta ad un ministro della repubblica nel totale disinteresse per la parte politica cui appartiene a livello di partito, come cittadina italiana che chiede ad un proprio rappresentante di farsi garante della legalità internazionale.
La Convenzione sui diritti del fanciullo (mi spiace di dover usare questa orribile traduzione deamicisiana, ma tant’è; comunque il termine ufficiale è
Convention on the Rights of the Child.
Per chi volesse leggerla nella traduzione italiana: http://www.infoleges.it/NewsLetter/Articoli/Scheda.aspx?IDArticolo=59#))
impegna i firmatari nei confronti di ogni essere umano, tanto più nel caso di minori.
Non si tratta quindi di chiedere al ministro di darsi da fare per offrire un contributo ad un possibile scambio di prigionieri (la tutela dei minori in carcere appartiene a norme internazionali, valide al di là e prima di ogni strumentalizzazione bellicista) né corrispondere (con un improbabile gesto efficace di significato globale) ad un desiderio totale di pace, ma gli si chiede di impegnarsi per un singolo soggetto secondo principi affermati per legge.

                                                   
secondo capitolo

Se i governi italiano e israeliano si sono accordati per scambi in materia militare (riporto di seguito la relativa legge) perché non lo dovrebbero fare per la tutela dei minori?

Legge 17 maggio 2005, n. 94
: "Ratifica ed esecuzione del Memorandum d'intesa tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo dello Stato di Israele in materia di cooperazione nel settore militare e della difesa, fatto a Parigi il 16 giugno 2003" (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 130 del 7 giugno 2005)
ART. 1. (Autorizzazione alla ratifica).
1. Il Presidente della Repubblica è autorizzato a ratificare il Memorandum d'intesa fra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo dello Stato di Israele in materia di cooperazione nel settore militare e della difesa, fatto a Parigi il 16 giugno 2003.
ART. 2.
(Ordine di esecuzione).
1. Piena ed intera esecuzione è data al Memorandum di cui all'articolo 1, a decorrere dalla data della sua entrata in vigore, in conformità a quanto disposto dall'articolo 9 del Memorandum stesso.
ART. 3. (Copertura finanziaria).
1. Per l'attuazione della presente legge è autorizzata la spesa di euro 11.390 annui ad anni alterni a decorrere dall'anno 2005. Al relativo onere si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2005-2007, nell'ambito dell'unità previsionale di base di parte corrente «Fondo speciale» dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2005, allo scopo parzialmente utilizzando l'accantonamento relativo al Ministero degli affari esteri.
2. Il Ministro dell'economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.
ART. 4. (Entrata in vigore).1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
(Si omette il testo del Memorandum)

nota di  augusta. P
er leggere il testo del Memorandum, che è in formato PDF e quindi non posso riportare, andare  a: http://dex1.tsd.unifi.it/juragentium/it/surveys/palestin/ItIsr.pdf.       
Merita lo “sforzo”.

Sarebbe interessante conoscere i modi di applicazione della legge su cui sopra, la sua incidenza sul bilancio, i progetti messi concretamente in atto e finanziati e capire infine se se ne fa riferimento nel Documento di programmazione economico-finanziaria e le ricadute sulla recente manovra (se ci sono)..
Purtroppo ho trovato una nota informativa secondo cui
Dopo essere stato ratificato al senato nel febbraio 2005 (grazie ai voti del gruppo Democratici di sinistra-Ulivo schieratosi con il centro-destra) e alla camera in maggio, il memorandum d'intesa è divenuto la legge 17 maggio 2005 n. 94, entrata in vigore l'8 giugno. La cooperazione tra i ministeri della difesa e le forze armate dei due paesi riguarda «l'importazione, esportazione e transito di materiali militari», «l'organizzazione delle forze armate», la «formazione/addestramento». Sono previste a tale scopo «riunioni dei ministri della difesa e dei comandanti in capo» dei due paesi, «scambio di esperienze fra gli esperti», «organizzazione delle attività di addestramento e delle esercitazioni», «partecipazione di osservatori alle esercitazioni militari». La legge prevede anche la «cooperazione nella ricerca, nello sviluppo e nella produzione» di tecnologie militari tramite «lo scambio di dati tecnici, informazioni e hardware». Vengono inoltre incoraggiate «le rispettive industrie nella ricerca di progetti e materiali» di interesse comune” (fonte :
http://www.agorapisa.it/ da un articolo di Manlio Dinucci)
Vorrei non fosse vero, ma temo lo sia.

                                                    terzo capitolo

La voce che chiede pace in Israele/Palestina è spesso abbandonata a chi si schiera di qui o di là e si esaurisce nelle manifestazioni di emozioni che, per alcuni, si trasformano in passioni durevoli, per i più si riducono ad emozioni volatili.
Purtroppo chi si schiera da una sola parte ignora le voci che nella società civile di quei paesi (ma possiamo usare il plurale quando ad uno dei due popoli è negata anche la dignità di riferimento ad un proprio stato?) cercano –nonostante tutto- di lavorare insieme.
So che sarò beffata per questa mia insistenza mentre una guerra con più fronti è in corso, una guerra che coinvolge popoli con stati e popoli senza stati, ma io continuo perché per me è necessario (se altre giustificazioni non ho nei miei vaniloqui valga almeno questa).
Mi limito ad un esempio che trovo in un elemento rivelatore presente ossessivamente nel linguaggio dei mezzi di disinformante informazione. perché i Palestinesi in genere e persino bambini in carcere sono “prigionieri” e i soldati dello stato di Israele sono “rapiti”?
E’ chiaro che per me dovrebbero essere liberati gli uni e gli altri, ma la sconnessione linguistica rappresenta un elemento che potrebbe essere utile approfondire.
Purtroppo i segnali che vengono dalla società cosiddetta-civile italiana non sono incoraggianti.
Perché la società civile italiana (uso l’aggettivo civile tanto per chiarezza, pur trovandolo improprio) ha scelto di identificarsi in un ambiente di anche corrotti pallonari, onorati dai ghirigori e sbuffi delle acrobatiche Frecce Tricolori, e ai responsabili istituzionali del più alto livello non è sembrato vero rincorrere questa emozione nazional-popolare (??!) forse per non perdere un consenso di piazza?
E’ davvero utile questa dismissione di chiarezza e responsabilità?
O è un modo per coprire l’assenza di esercizio della ragione giocando sulle emozioni dei giochi, cui una volta seguiva il nutrimento (panem et circenses) e che ora probabilmente servono solo ad oscurare il senso della decenza e che  circenses senza panem sono?
E’ evidente (spero) che il fatto che io parli dei minori palestinesi in carcere è uno dei problemi possibili ,con cui cerco di reagire all’effetto soporifero del buon senso, ma un’attenzione puntuale alla Convenzione per i diritti dei minori è un elemento di civiltà che riterrei doveroso promuovere, al di sopra e prima dei nostri più o meno esibiti e credibili  buoni sentimenti.
augusta

Il direttore del sito ww.ildialogo.org – che pubblica regolarmente ciò che segnalo (e persino le mie elucubrazioni e di tutto ciò sono molto grata) mi ha inviato questa poesia di Bertold Brecht:e, anche da qui, lo ringrazio                                       augusta

Quando la guerra comincia
forse i vostri fratelli si trasformeranno
e i loro volti saranno irriconoscibili.
Ma voi dovete rimanere eguali.

Andranno in guerra, non
come ad un massacro, ma
ad un serio lavoro. Tutto
avranno dimenticato.
Ma voi nulla dovete dimenticare.

Vi verseranno grappa nella gola
come a tutti gli altri.
Ma voi dovete rimanere lucidi.

(E' tutto quello che per il momento riesco a dirti. Mala tempora currunt.
Ciao  Giovanni)

 

Ma poiché i mala tempora sono tali anche fuori dai teatri di guerra traduco e riporto la notizia che ho appena tratto da “Ecumenical News International  - “News Highlights  14 July 2006” (owner-eni-summary@wccx.wcc-coe.org <owner-eni-summary@wccx.wcc-coe.org>)

Ebrei ortodossi aggrediscono un gruppo di turisti a Gerusalemme, riconoscibili come “pro Cristiani di Israele”

E’ stata gettata un’ombra  sulla crescente familiarità fra Ebrei e Cristiani sostenitori di Israele dopo l’aggressione di un gruppo di turisti “pro Cristiani israeliani” in visita al quartiere degli ebrei ultraortodossi a Gerusalemme.
I visitatori cristiani indossavano T-shirts color arancio con la scritta “Ama il tuo prossimo come te stesso” durante la loro visita al quartiere di Mea Shearim, nel cuore di Gerusalemme.
Un gruppo di circa 100 uomini ultra-ortodossi si mise a sputare contro i circa 50 turisti, a spingerli, cacciarli, picchiarli nel corso di un incidente che ebbe luogo alla fine di giugno.
Secondo una fonte di polizia tre dei turisti e un poliziotto che tentava di frenare l’aggressione furono leggermente feriti..

nota: l’arancione è il colore dei coloni, fortemente sostenuti dagli ultraortodossi, quindi non può essere stato quello a stimolare l’aggressione. La scritta?
Anche in passato ci sono state aggressioni a cristiani (in un caso, che parecchio tempo fa ho riferito nel mio diario,  si trattava di una processione di Armeni)

Pagina diario scritta da: AUG a 22:24 | link | commenti | | Torna su
israele palestina, rassegnastampa, guerra conflitti e violenze, segnalazioni da altri blog, diari di augusta, ostaggi

mercoledì, 16 novembre 2005

E se essere alleati significa anche essere complici che faremo?
Lasceremo ai nostri figli il compito di chiedere perdono?     augusta

 

Fonte: il notiziario di Internazionale che cita: The Seattle Times, Stati Uniti
http://www.seattletimes.com
Washington ammette l'uso del fosforo bianco a Fallujah.
Il Pentagono ha ufficialmente ammesso che le truppe statunitensi usarono il fosforo bianco come arma durante la battaglia di Fallujah, lo scorso novembre. Ma nega che sia stato impiegato anche contro i civili, come dimostra invece un reportage di Rainews24 mandato in onda la scorsa settimana. 

Fonte:
http://www.articolo21.info/notizia.php?id=2738
Roberto Morrione* *direttore di Rainews24
Mai, nella lunga storia del Servizio Pubblico televisivo, un reportage, né alcun altro programma della Rai, era stato ripreso e diffuso da tante TV, radio, siti Internet, agenzie di stampa, giornali di tutti i continenti. Il motore di ricerca Google attestava ieri che sul Web vi sono state centinaia di migliaia di notizie sull’inchiesta. Le opinioni pubbliche, i popoli del pianeta, hanno bisogno di pace quanto di informazione libera. Rai News 24 ha ricevuto in questi giorni e sta ricevendo centinaia e centinaia di messaggi via Internet: esprimono tre concetti. L’orrore per quanto è stato documentato, rigorosamente, nell’inchiesta di Sigfrido Ranucci e Maurizio Torrealta; l’ira e la protesta per l’utilizzazione di armi proibite e disumane da parte di chi era entrato in Iraq affermando di volerle cercare per impedirne l’uso, senza trovarle; la richiesta di diffusione del reportage e di informazione vera rivolta alla grande stampa e ai canali televisivi, a partire da quelli della Rai. Perché alla straordinaria eco nel mondo e alla richiesta di tanti ascoltatori, non corrispondono, se non in piccola parte, l’audiovisivo e i giornali del nostro Paese?
È una domanda che molti si pongono. C’è chi – i portavoce del Pentagono e dell’Ambasciata americana, ma anche voci italiane – accusa Rai News 24 di non essere stato neutrale, di avere alimentato una strumentale polemica antiamericana. A costoro voglio assicurare che Rai News 24 ha sempre seguito e continuerà a seguire in assoluta autonomia solo la ricerca della verità e le leggi della correttezza e della profondità dell’informazione.
Su un piano personale, aggiungo che amo l’America: quella che venne a liberarci dal fascismo e dal nazismo, quella dei diritti civili e dei fratelli Kennedy, l’America dell’informazione coraggiosa e della libertà nel cinema e nella letteratura. L’America che sa individuare i propri errori e correggerli, che vuole discutere e diffondere i valori della democrazia pacificamente e non con le armi e imponendo interessi economici e modelli di consumo. Anche l’America di oggi sta discutendo sugli orrori di Falluja e sul nostro reportage. L’ha fatto il network indipendente Democracy Now. Lo stanno facendo grandi quotidiani come il New York Times e emittenti come la Tv del democratico Al Gore: spero che il dibattito si sviluppi in quel Paese, soprattutto in quel Paese.
Noi continueremo a fare la nostra parte, al di fuori di ogni legittima posizione politica, come responsabili professionisti dell’informazione e come operatori del Servizio Pubblico. Il resto non ci appartiene.                                                                                       14/11/2005, ore 13:50:29

 


Sono gia’ oltre 3.000 le firme raccolte sul sito www.articolo21.info per chiedere che l’inchiesta “Falluja. La strage nascosta” realizzata da Sigfrido Ranucci per Rainews24 sia trasmessa dalla Rai in prima serata. “Le numerose firme raccolte che verranno inviate al presidente e al direttore generale della Rai – afferma Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo21 – confermano che tra la gente c’e’ una grande voglia di verita’. Per questo riteniamo che gli italiani abbiano il diritto di vedere integralmente questo documento straordinario che conferma quanto questa guerra sia stata preceduta da colossali bugie mediatiche”. “Vorremmo pertanto che Rai1, la “rete ammiraglia” del servizio pubblico trasmetta in prima serata l’inchiesta di Rainews24 e parli del Nigergate e del caso Calipari che sono inspiegabilmente spariti dall’informazione televisiva”.            14/11/2005, ore 16:50

 

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domenica, 20 marzo 2005

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …) 

 

 

 

 

Internazionale  18 / 24 marzo  2005 n. 582 pag. 17

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (28 settembre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 16 marzo 2005.
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi         3.683
Israeliani              986
Altre vittime          74
Totale                4.743

Internazionale  18 / 24 marzo  2005 n. 582 pag. 16

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (12 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 9 marzo 2005.

Iracheni           16.389 – 18.670
Americani                       1.518
Altre vittime                      176

 

 

 

 

Per la prima volta da quando ricopio da Internazionale il numero delle vittime lo schema che riguarda palestinesi e israeliani uccisi non si è modificato.
Vorrei poterlo prendere per un segno di speranza.
Il macello infame dell’Iraq - iniziato due anni fa- invece continua e fra le sue vittime considero anche Giuliana Sgrena che immagino turbata da una sofferenza enorme, aggravata da molte delle infamie della corrente disinformazione.
Perciò riporto la sua voce, come si è espressa direttamente, alcuni giorni dopo il suo rilascio, la prima volta che ha potuto concedere un’intervista senza che altri parlase per lei.                                                augusta

«La notte più lunga della mia vita»  Giuliana Sgrena racconta la notte di venerdì. Il viaggio con i rapitori, la grande paura durante l'attesa, la gioia della liberazione e il fuoco americano che ha ucciso Nicola Calipari, a 700 metri dall'aeroporto       Alessandro Mantovani
«Venerdì e sabato erano giorni di novità. Di sabato avevo fatto il video, di sabato avevo scritto la lettera. Così venerdì aspettavo che dicessero qualcosa, anche perché lui, il carceriere che si mostrava più disponibile, sembrava allegro. E l'altro a un certo punto era uscito. 'Vabbè, mi sono detta, per chiedere aspetto `». E' il racconto di Giuliana Sgrena, il giorno della grande paura e della gioia che dura mezz'ora, fino alle raffiche che ammazzano il suo liberatore, Nicola Calipari, il poliziotto che dirigeva le Operazioni internazionali del Sismi. La nostra inviata è ancora all'ospedale militare del Celio, aspetta di essere operata e ha male alla spalla ma sta meglio, anche gli ematomi sul volto stando andando via. Ci accoglie seduta, con lei c'è Pier. Giuliana sapeva già dei contatti in corso, sabato 19 febbraio aveva scritto di suo pugno la lettera ai familiari, la prova che il Sismi cercava. E per due volte l'avevano fatta parlare al telefono, sabato 25 e ancora lunedì 28: una cassetta è finita alla Croce rossa italiana, l'altra chissà. Domenica 27 le avevano detto che sarebbe stata liberata e il giorno è arrivato di venerdì, un mese esatto dopo il rapimento alla moschea Al Nahrein di Baghdad. Era venerdì anche il 4 febbraio.
«Quando l'iracheno mi ha portato il pranzo gli ho chiesto: `Sei felice perché resto o perché me ne vado?'. 'So che te ne andrai ma non so quando, chiedi all'altro...'. E poi: `Te ne andrai domani, Inshallah, se Dio vuole'. `Giorno più giorno meno', così ho pensato. E invece dopo qualche ora, non so quante, sono entrati tutti e due. Ero a letto come al solito - ricorda Giuliana - e ho notato che non portavano il consueto camicione lungo, si erano quasi vestiti eleganti, camicia e pantaloni. Ho provato a scherzare: `Che è? Un matrimonio?'. E loro: `Complimenti, te ne vai a Roma, la tua roba dov'è?'. Avevano fretta. Mi chiedevano: `Sei pronta? Sei sicura?'. Volevano prepararmi: `Guarda che sarà una cosa difficile... Abbiamo promesso alla tua famiglia - perché loro parlavano sempre della famiglia - di rimandarti a casa sana e salva, ma se qualcosa va storto ci ammazzano tutti'. Sapevo già che era il momento più delicato. `Se ci fermano, sia gli americani che la polizia irachena, non fare segni, non dire che sei un'occidentale».
Sull'auto dei rapitori
«Mi sono messa la felpina nera con la zip, che nel primo video sembrava verde. Jeans neri e sopra il mio vecchio cappottino molto anonimo, che in un paese arabo va sempre bene. Mi hanno ridato la mia roba - dice ancora Giuliana - ma non tutto. C'erano gli accrediti, i documenti e i soldi, quasi tutti. Erano mille dollari e ne ho riavuti ottocento, hanno voluto fare il gesto... Non mi hanno restituito tutti i blocchetti, né i telefoni, né la macchina fotografica digitale. Prima di uscire dalla casa mi hanno fatto mettere un'imbottitura sotto gli occhiali da sole, non se fosse giorno o già notte».
«Mi hanno fattoo salire in macchina, sono saliti anche loro due e, pur non vedendo, mi sono accorta che alla guida c'era un altro. Hanno parlato al cellulare, forse altri ci precedevano o ci seguivano. Non lo so. Abbiamo girato un po' ma non molto, una ventina di minuti. Finalmente siamo arrivati, non so dove perché ero bendata, e ci siamo fermati. Mi hanno detto `aspetta' e sono rimasta lì, con una fifa pazzesca. Sempre nella stessa macchina. Ero lì da sola con il terrore. Ho capito che era un punto di passaggio, c'erano automobili che si fermavano. `Sarà questa?', pensavo. A un certo punto ho sentito da fuori voci concitate. No, non è durata più di mezz'ora, ero agitata ma non è durata di più». C'è stato un ritardo di due ore nella consegna ma Giuliana esclude di aver passato così tanto tempo ad aspettare. «Sentivo sirene della polizia e soprattutto un elicottero americano sopra di me. Mi sono ricordata di Mogadiscio, quando ho intervistato Osman Atto che era ricercato: sopra di noi c'era un elicottero americano. `Se va bene, mi sono detta, non mi beccano neanche stavolta'».
«Sono Nicola, sei libera, vieni»
«Quando è tornato, uno dei miei carcerieri mi ha detto: `Dieci minuti'. `E ora che faccio?', ho pensato. Così ho cominciato a contare, 'quando arrivo a sessanta sarà un minuto'. Per arrivare a seicento ci avrò senz'altro messo meno di dieci minuti. E intanto mi domandavo: 'Chissà chi verrà?'. Sapevo che sarei potuta finire in mano ad un altro gruppo. Finché non è arrivato Nicola, che ha aperto la portiera di destra mentre io ero seduta dall'altra parte: `Sono un amico di Pier e di Gabriele, sei salva, libera, vieni con me'. Gli occhiali non li tolgo, non ci penso nemmeno. `Abbandonati a me', dice Nicola. La loro macchina doveva essere lì, la raggiungiamo subito. `Mi siedo vicino a te', dice Nicola. Alla guida c'è il suo collega, il posto accanto è vuoto. Ho ancora le bende, solo dopo qualche minuto Nicola dice: `Puoi toglierle'».
«La prima cosa che vedo? Una strada periferica di Baghdad, però non sto a fissarla: se quando mi hanno rapita cercavo di fissare ogni dettaglio, in quel momento di gioia guardavo lui, non mi interessava guardare fuori. E poi Nicola mi ha travolto di parole, ha fatto un sacco di nomi di amici: `Mi hanno detto di non tornare senza Giuliana'. Allora ho capito di essere libera, mi sembrava di essere rinata». A bordo non c'era nessun altro, il quarto uomo Giuliana non l'ha visto. «Non posso escludere che ci fosse un'altra auto, una staffetta, ma non ho avuto questa sensazione».
Le telefonate dall'auto
«Quando mi sono tolta le bende l'autista ha telefonato, secondo me a Baghdad: `Siamo in tre, stiamo arrivando'. Ho intuito che qualcuno ci aspettava in aeroporto, forse un loro collega, ma nessuno me l'ha detto, neanche dopo, l'ho solo intuito. Nel frattempo Calipari mi ha detto: `Ora chiamiamo Roma'. Ma non trovava i suoi occhiali, non riusciva a chiamare. Ha buttato un telefono sul sedile davanti perché non funzionava. Con l'altro telefono è riuscito a chiamare il capo del Sismi a Roma e me l'ha passato, non so cosa gli ho detto: 'Grazie', senz'altro ho detto `grazie'. 'Ti richiamo', gli ha detto poi Nicola. Non so se ha detto `ti richiamo quando siamo in salvo', non ricordo, ma certo non era una situazione di sicurezza assoluta. Lo stesso anche dopo, quando l'autista ha detto `da qui sono 700 metri all'aeroporto' e subito sono arrivati gli spari. In una situazione normale avrebbe detto: 'Siamo quasi arrivati'».
«Non ho visto il faro dei soldati»
«Non ho visto posti di blocco. Certo io parlavo, guardavo Nicola, ero euforica, però mi sarei accorta se ci avessero fermato, perché avrei avuto paura. Calipari e il suo collega hanno acceso la luce interna: forse per poter telefonare, forse proprio per motivi di sicurezza, perché la prima cosa è farsi vedere in faccia. Il viaggio sarà durato venti minuti o mezz'ora, non di più. Ricordo un sottopassaggio, però non ho seguito la strada: di sicuro non era la strada principale, sarebbe stato da pazzi, ma una strada alternativa fuori dalle zone abitate. Comunque siamo arrivati su questa strada, tutta allagata, la macchina ha sbandato e ho detto: 'Ma guarda tu se ora andiamo a sbattere'. Poi quella frase, `ancora settecento metri', e subito i colpi».
«C'è una curva a destra, le raffiche sono arrivate mentre la macchina girava, sempre dal lato destro dove era seduto Nicola. Non ho visto nessun fascio di luce, ho solo sentito le raffiche». Il maggiore che guidava l'auto invece l'ha visto, ma i colpi, ha spiegato, sono arrivati contemporaneamente, in violazione di tutte le procedure, subito sull'abitacolo e non al motore. «Non so - dice Giuliana - se fosse un'arma sola o di più, era buio. So che i colpi hanno investito subito l'auto, nessuno ha sparato in aria, l'ufficiale al volante ha gridato: `Ci stanno attaccando' e mi pare abbia cercato di telefonare, però ce l'ha fatta solo dopo, da fuori. E' uscito gridando: `Siamo italiani'. Nicola invece non ha detto più niente, si è buttato addosso a me che intanto cercavo di scivolare più giù che potevo, tra i due sedili. Mi ha salvata».
«Sono ancora viva, Nicola è morto»
«L'autista era sceso, mi sembrava impossibile che gli americani ci attaccassero. Sono rimasta in macchina, con un fanale hanno illuminato la zona e allora ho visto un mezzo blindato a una decina di metri dalla strada, sulla destra. E' la dinamica del fatto che fa pensare a un agguato, voi cosa avreste pensato? Faccio in tempo a sentire l'ufficiale, che era sceso e da lì telefonava, credo a Roma, mi è sembrato che si fidasse più di chiamare Roma che non Baghdad: `Nicola è morto, lei è lontana ma ha gli occhi aperti...'».
«Sento Nicola sopra di me, cerco di spostarlo e non ci riesco. In quel momento si avvicinano i soldati, sette otto. Aprono la porta sul lato destro, capiscono che Nicola è morto e lo tirano su. Mi sembrano interdetti, forse a uno sfugge un'imprecazione, poi chiama: `C'è un morto'. Allora vengono dalla mia parte, a sinistra. Aprono. Ma sono bloccata, incastrata. Vicino a me, sul sedile, sento un mucchio di proiettili: ci saranno state anche le schegge dei vetri dei finestrini ma a me sembravano proiettili. E quelle che ho nella spalla non sono schegge di vetro».
 Con gli americani all'ospedale
«'Sono ancora viva', ho pensato. Sentivo la ferita alla spalla ma non ero morta. I soldati mi hanno tirata fuori, sono rimasta sdraiata per terra mentre uno di loro mi tagliava i vestiti. Pensavano fossi messa peggio. Un altro ha provato a mettermi una flebo, ecco il risultato», e mostra una tumefazione sul polso. «Non so cosa sia successo all'autista, io sono rimasta con i soldati, mi hanno portato all'ospedale sul blindato. Erano americani, giovani. Americani e non d'origine latinoamericana. Non respiravo più, il polmone si stava stringendo, chiedevo continuamente acqua. Lì per lì mi hanno solo chiesto il nome e la nazionalità, più tardi in un'orecchio uno mi ha chiesto: `Ma tu sei la giornalista che avevano rapito?'. Non sapevo che dire, poi ho detto sì. `Mica mi potrà ammazzare qui dentro', ho pensato».
«Nel frattempo, su mia richiesta, era arrivato l'ambasciatore De Martino. L'ambasciatore ha chiamato Gianni Letta e me l'ha passato. Poi mi hanno fatto l'anestesia totale per togliere il proiettile. Quando mi sono svegliata ho chiesto della collana che avevo, la collana della resistenza apparsa nel video. Gli americani non l'hanno più trovata».

 

 

 

 

 

 

 

 

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terrorismo, rassegnastampa, vittime di guerra, ostaggi

sabato, 19 marzo 2005

Passata la prima drammatica euforia, il rapimento di Giuliana Sgrena viene sempre più contestualizzato in un quadro negativo, che, quando appartiene ai soliti fogli di disinformazione non meraviglia, quando appartiene a cd. politici che di tutto e di tutti usano pur di mantenere la scena sono persino ovvi (gente che la carenza del pensiero costringe alla povertà della parola …).
Quando invece il giudizio negativo viene dalle persone che da lei e dai giornalisti (uomini e donne) come lei potevano ricevere il contributo prezioso della conoscenza fa male.
Perciò per alcuni giorni cercherò di raccogliere qualche cosa in controtendenza         augusta

La stampa  
13 marzo 2005 Riscatto in tempo di guerra  di Barbara Spinelli

Da quando Giuliana Sgrena è stata liberata c’è una singolare propensione al pentimento nell’aria, quasi si volesse riscrivere la storia e farla andare in una direzione tutta diversa da quella avvenuta, e voluta. D’un tratto s’aprono grandi discussioni etiche e dottrinarie attorno al pagamento dei riscatti, e numerosi politici inorridiscono all’idea che il crimine di sequestro e terrorismo venga per questa via finanziato, moltiplicato, e legittimato.
È come se tutti volessero tornare, dopo aver chiuso per anni gli occhi sulle trattative, alla buona condotta osservata in passato con i sequestratori di Aldo Moro. O meglio, come se si volesse tornare al mito che su tale condotta fu confezionato: con il crimine non si tratta, anche a costo di sacrificare la vita dell’ostaggio. Dietro ogni commercio col nemico si nasconde un intollerabile cedimento, è la tesi degli inflessibili d'oggi. Forse per la Sgrena si è versato un riscatto, forse no. Comunque son tanti a far capire che se fu pagato fu errore gravissimo, da non ripetere mai più. Son tanti a pentirsi, anche tra i politici che durante l'affare Moro non s'opposero affatto al trattativismo di Craxi.
Il risultato di questo generale pentimento è visibile: da quando è stata rapita, mai la vita di Giuliana Sgrena ha avuto un valore più basso, per gran parte dei politici italiani. C'è anzi da domandarsi se non abbia perso ogni sorta di valore, dopo averne avuto tanto per gli amici, i colleghi, il sottosegretario Letta. Se la sua tribolazione di giornalista-testimone sia veramente apprezzata, e per cosa e per chi l'agente Nicola Calipari abbia dato in dono la vita. La frase del ministro della Giustizia Castelli («Giuliana Sgrena ha creato enormi problemi al governo, e anche lutti che forse era meglio evitare») non è molto diversa da quella pronunciata da Claudio Scajola, allora ministro dell'Interno, sulla scorta negata a Marco Biagi: «Figura centrale Biagi? Fatevi dire da Maroni se era una figura centrale: era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza» (Cipro, 29 giugno 2002).
Naturalmente dare i soldi a un nemico è qualcosa che sempre ripugna, ed è il motivo per cui si può capire lo sdegno odierno. Ma non per questo quel che ripugna è sempre sbagliato, nell'esperienza bellica. Dal punto di vista della lotta al terrorismo e della giustizia, è preferibile non patteggiare con chi stravolge l'idea della guerra asimmetrica, adottando metodi che non distinguono tra nemici armati e civili inermi: stravolgimento favorito dal riacquisto di prigionieri. Ma il contesto in cui avviene il riacquisto conta e anch'esso dovrebbe cessare di essere un tabù, nella disputa sul caso Sgrena.
Il contesto non è quello delle Brigate Rosse che rapirono Moro nel ‘78; anche se nel frattempo sappiamo da Andreotti che una trattativa venne prospettata con le br, su iniziativa di Paolo VI e con il pieno appoggio di Andreotti e del comunista Pecchioli, per liberare lo statista tramite versamento di riscatto. L'appello a restituire Moro senza condizioni copriva già allora una doppia verità, e la spaccatura del Paese fra trattativisti e intransigenti sta rivelandosi una leggenda, smentita d'altronde dalla condotta successiva nel rapimento D’Urso e Cirillo. Ma una cosa sono la leggenda Moro e la lotta poliziesca condotta in Italia contro i terroristi, altra è il rapimento di innocenti e inermi in Iraq, nel quadro di una guerra che in parte ha come bersaglio gli occupanti e in parte è conflitto civile. Si poteva anche evitare di dare a tutto questo il nome di guerra. Nella lotta contro le br o la raf, i governi in Italia e Germania volevano evitare proprio questo, negli Anni 80: il passaggio dal codice civile a quello militare, la trasformazione d'un crimine comune in stato di guerra. Ma guerra è stata chiamata, e guerra adesso abbiamo in Iraq: una guerra cui l'Italia partecipa con propri soldati, e che continua anche se gli iracheni si son recati alle urne sperando di finirla.
È una guerra speciale inoltre: sempre più incancrenita, caratterizzata da violenze contro i civili. Come ha scritto Marcello Sorgi su questo giornale, rispondendo il 10 marzo a un lettore: «La particolarità della situazione e la presenza di un terrorismo ancora molto forte ha reso la situazione tale da far scontare a persone innocenti, come la giornalista Giuliana Sgrena, conseguenze di una situazione di dopoguerra che è sfuggita al controllo». Se la trattativa umanitaria diventa consigliabile non è dunque per arrendevolezza: è perché c'è guerra appunto, e perché essa è sfuggita di mano. In queste condizioni urge sapere quel che si vuole, scrive Riccardo Barenghi su La Stampa. Forse l’intransigenza morale sarebbe preferibile, ma allora bisogna «concludere, con brutale onestà intellettuale, che chiunque diventa ostaggio, nel momento stesso in cui lo diventa, è un uomo (o una donna) già morto».
La brutale onestà intellettuale non vale solo per il pagamento dei riscatti. Vale anche per la guerra, e vale per la protezione dei giornalisti che questa guerra ce la fanno vedere, non limitandosi a teorizzarla come buona o cattiva.
La guerra, in primo luogo: per capirla vale la pena discuterla brutalmente come tale, e non come operazione di pace o azione poliziesca contro un terrorismo senza patria né statuto di combattente. Se è guerra, la trattativa ha non solo una ragion d'essere, ma una tradizione antica. Con il nemico si è sempre negoziato, senza che esso cessasse per questo d'esser osteggiato (che avrebbero fatto i partigiani, se i tedeschi avessero proposto la liberazione dei prigionieri di Marzabotto e delle Fosse Ardeatine in cambio di denaro?). A meno di trattare l'avversario non alla stregua di nemico ma di delinquente, come in quei conflitti senza più separazione tra guerra e pace, militari e civili, nemico e delinquente, che lo studioso di diritto Carl Schmitt descrive nella sua Teoria Del Partigiano. Da questo punto di vista è assai utile la distinzione che Franzo Grande Stevens ha fatto il 10 marzo su questo giornale: guerriglia e terrorismo sono due fenomeni diversi, e di questa diversità la legge tiene conto. Si ha guerriglia quando «ci si propone di mandar via dal proprio Paese, con un'organizzazione paramilitare e clandestina, un esercito straniero o un regime considerato illegittimo». Si ha terrorismo quando l'avversario colpisce non solo il nemico ma «tende a instaurare in una comunità una sensazione diffusa di paura, di incertezza, di insicurezza, di instabilità».
Il rapimento di Giuliana Sgrena si colloca a mio parere nel fragile confine fra i due tipi di conflitto, e quel confine conviene guardarlo con meno ideologia, con linguaggio più fedele alle verità locali, con senso della realtà. I rapitori di Moro volevano esser riconosciuti come interlocutori politici, dunque come combattenti. I rapitori della Sgrena hanno uno statuto di politici che non possiamo confutare dal momento che li abbiamo scelti come avversari in una guerra, indipendentemente dal metodo bellico criminoso da essi adoperato.
I giornalisti, in secondo luogo: sono utili o no? Vanno salvati con trattative o invece no? Vanno protetti, versando sotto banco soldi dei contribuenti? O hanno ragione i governi (come quello francese, e adesso il nostro) a chieder loro di non esporsi più inutilmente e di non far pagare prezzi alla collettività? La questione è essenziale, in democrazia riguarda non solo le forze politiche ma ciascuno di noi cittadini, e andrebbe affrontata nel momento stesso in cui si discute di riscatti. Così come andrebbe affrontata, in simultanea, la questione dei video: ha senso mostrare un ostaggio che in lacrime implora aiuto, e pretendere in simultanea di non trattare mai con i carcerieri?
Per gli italiani che hanno propri soldati distaccati sul teatro bellico, e che in maggioranza sono stati contrari a questa guerra, è non solo essenziale ma vitale che il giornalista sia sul posto, e che il suo mestiere sia apprezzato. La sua scomparsa dai teatri di guerra è una vittoria, per i combattenti-terroristi, infinitamente più importante e pregiata dei soldi. Assenti i giornalisti, tutto avviene a porte chiuse, nello spaesamento, al riparo d'ogni testimonianza: le morti dei nostri cittadini e le ingiustizie o torture delle truppe di occupazione, l'uccisione dei civili iracheni, l'organizzazione d'un voto, o l'offensiva sistematica contro la libera stampa (37 morti in due anni).
È una risorsa che possiamo decidere di proteggere oppure ignorare e gettar via, dando all'ignoranza e al cinismo il nome non sempre probabile di intransigenza morale. Ma se facciamo questo dobbiamo esser coerenti sino in fondo, cinici sino in fondo, e concludere che il giornalista o il medico senza frontiere o l'umanitario sono figure superflue, nelle moderne guerre asimmetriche, di cui senza rimorsi possiamo fare a meno. Nella migliore delle ipotesi sono figure eroiche, ma talmente moleste da far pensare talvolta a un tafano, talaltra a un rompicoglioni

 

 

 

 

 

 

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rassegnastampa, vittime di guerra, ostaggi

domenica, 06 marzo 2005

 

Oggi non pubblico la solita tabella di Internazionale; la rivista cui sono abbonata non è ancora arrivata.
Ma qualche cosa voglio dire.
So che se la rivista mi fosse stata recapitata avrei aumentato la cifra delle vittime israeliane, segnata dalla recente strage di Tel Aviv. Già lo sapevo mentre copiavo la tabella della settimana scorsa, non aggiornata per l’imminenza dell’evento terroristico. Dal 28 gennaio la cifra delle vittime israeliane (981) non si modificava, mentre lo stillicidio palestinese continuava: 3.363 il 28 gennaio, 3.680 il 27 febbraio: + 17.
Ho detto tante volte – e lo ripeto- che il conto delle vittime per me non è una somma algebrica, ma una somma tout court e la mancata modifica di uno degli addendi mi sembrava già un segno di speranza per immaginare che anche l’altro si bloccasse in un immediato futuro. Non è stato così.

 

 

 

 

 

 


Ieri, e lo sappiamo tutti, è stata la giornata di due arrivi: Giuliana Sgrena e Nicola Calipari.
Una è viva , l’altro no.
Da giorni non scrivo perché le vicende degli ultimi giorni mi hanno molto turbata e la mente saltava da un argomento all’altro senza che io sapessi che fare
Ma ora riprenderò per quanto il tempo me lo consentirà (sto preparando il mio prossimo soggiorno in Palestina. Tranquilli è la preparazione di un progetto didattico non militare, né terroristico!) e me ne hanno dato spunto due frasi che ho annotato e trascrivo.
Ieri mattina volevo vedere l’arrivo di Giuliana Sgrena e dei poliziotti feriti.
Quando ho aperto il televisore la Rai non trasmetteva ancora nulla. Poi per fortuna ha aperto il servizio e ho potuto abbandonare la trasmissione di Emilio Fede che stavo vedendo e, purtroppo, ascoltando.
Emilio Fede ha detto, parlando delle pallottole che hanno ferito e ucciso: “Non si può dire un conflitto a fuoco. E’ stata una sparatoria”.  Evidentemente morire e rischiar di morire per “una sparatoria” può avere un significato diverso che venir ammazzati in un conflitto.
E io mi chiedo – a proposito di quelle non conflittuali pallottole- “sparate da chi?”.
Forse lo sapremo. I militari hanno un nome e cognome, oltre che appartenenza, e chi ne fa uso (Fede forse avrebbe detto “dà ordini”) sarà molto accorto ad servirsene come capro espiatorio. E’ già successo.
E se non bastasse Abu Graib (dove comunque la responsabilità personale è stata certo più alta di quella del disgraziato che spara in una situazione collettiva, comunque la si definisca) ricordate il Cermis (ma di questo voglio scrivere nei prossimi giorni).
L’altra frase che non voglio dimenticare, anche per il dolore e la dignità con cui è stata pronunciata, è quella di Gabriele Polo, il direttore de Il Manifesto che ieri sera si trovava a partecipare al dibattito de L’Infedele di Gad Lerner.
L’atteggiamento di alcuni degli ospiti (in voce e in video) era stranamente aggressivo e Gabriel Polo ha avuto la dignità di non alzare la voce e, prima di allontanarsi per andare ad accogliere la salma di Calipari, ha detto “in un processo anche la parte lesa ha diritto di parola”. Poi se ne è andato.

 

 

 

 

 

 


Oggi Il Giornale comincia a denigrare la professionalità di Giuliana Sgrena. Forse a Giuliana si prospetta un periodo (e non sarà solo un mese) più duro di quello trascorso in cattività, se ho ben capito il senso di quanto veniva letto poco fa nella rassegna stampa Prima Pagina.
Con i terroristi che l’avevano rapita poteva sentirsi “dall’altra parte”, vivere in mezzo alla volgarità, alla barbarie culturale, alla violenza (per ora disarmata, camorra a parte) decretata metodo di vita è duro per tutti (o almeno per me lo è) e per chi è cittadino/ italiano/a non consente di sentirsi del tutto “dall’altra parte, a meno che non decida di diventare apolide.
Aggiungo una citazione da un editoriale di Sergio Romano pubblicato sul Corriere della Sera di ieri, sabato 5 marzo: “E’ stata usata (n.d.r.: Giuliana Sgrena), paradossalmente, dai suoi stessi simpatizzanti. Sinceramente commossa, ma non indifferente alle ripercussioni politiche dell’avvenimento, una certa sinistra ha trasformato la pietà del paese in dimostrazioni per la pace e quindi per il ritiro degli italiani. Sapeva che avrebbe avuto un largo seguito, che avrebbe trascinato con sé anche gli elementi più moderati del centrosinistra…”.
Ma c’era un modo diverso per onorare Giuliana da quello di diffonderne le idee e gli obiettivi per cui si è sempre spesa? Sono “dietrologa” se collego quanto ho citato dall’articolo dell’ex ambasciatore all’inserimento a prezzi stracciati dell’ultimo libro di Oriana Fallaci in un numero del Corriere, che dopo la distruzione delle due torri ne pubblicò un intero saggio senza aumento di prezzo?                         augusta   

 

 

 

 

 

 

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giovedì, 17 febbraio 2005

 I quotidiani traboccano del testo dell’appello di Giuliana Sgrena e delle immagini che lei ha chiesto di far vedere.
Su Il Corriere della sera (on line evidentemente) sono anche accompagnate da un ampio commento.
Pubblico qui sotto l’appello di Giuliana come l’ho ripreso da La Stampa.
Non dimentico che in Italia  nulla era apparso in passato di ciò che lei scriveva, delle immagini che inviava.
Allora era oscurata la sua voce, come tante altre voci libere e ragionevoli, come oggi è oscurata lei.
Il Corriere che ora le dà uno spazio importante aveva fatto delle parole di odio volgare scritte da un’altra donna un’operazione commerciale e insieme uno strumento di propaganda: un libello a prezzi stracciati.
Giuliana non aveva spazi ampi (se non, evidentemente, su Il Manifesto) per dirci ciò che vedeva e darci testimonianza della sua corretta professionalità.
L’ascolto della sua voce è diventato possibile solo ora che la sua vita è a rischio.
Ma nonostante tutto questo molti, troppi temo, nel suo messaggio vedono solo il suo dolore, la sua paura (e qualcuno si permette l’ignobile lusso di giustificarla. Perché non dovrebbe averne?) e non sanno capire il senso profondo dell’appello: Giuliana lega la sua disperazione a quella di un popolo di cui si è fatta testimone.                                                                                                                                  augusta


Il testo integrale dell'appello di Giuliana Sgrena  16 febbraio 2005

«Chiedo alla mia famiglia di aiutarmi, a tutti quelli che hanno lottato con me contro la guerra e l'occupazione, vi prego aiutatemi, questo popolo non deve soffrire più così, ritiratevi dall'Iraq» è quanto chiede tra le lacrime Giuliana Sgrena nel video recapitato all'Associated Press.

«Nessuno più deve venire in Iraq, perché tutti gli stranieri, tutti gli italiani, sono considerati dei nemici, per favore fate qualcosa per me», supplica a mani giunte l'inviata del Manifesto rapita a Baghdad il 4 febbraio scorso.

Quindi, la Sgrena - che ha indosso una casacca verde e compare davanti a un sfondo bianco e una scritta araba in rosso, 'Mujahidin senza confini' - rivolge un appello al suo compagno di una vita, Pierre Scolari: «Pierre, aiutami tu, sei sempre stato con me, in tutte le mie battaglie, ti prego, aiutami. Fai vedere le foto che ho fatto sugli iracheni, sui bambini colpiti dalle cluster bomb, sulle donne, ti prego, aiutami a chiedere il ritiro delle truppe, aiutami a salvarmi».

Il video, che ad un certo punto si interrompe tra i singhiozzi dell'inviata, riprende con l'appello al compagno: «Chiedo a mio marito, a Pierre, aiutami, tu solo mi puoi aiutare fino in fondo a chiedere il ritiro delle truppe, io conto su di te, la mia speranza è solo in te, tu devi aiutarmi a chiedere il ritiro delle truppe, tutto il popolo italiano deve aiutarmi, tutti quelli che sono stati con me in queste lotte mi devono aiutare».

«La mia vita dipende da voi, fate pressioni sul governo, questo popolo non vuole occupazione, non vuole truppe, non vuole stranieri, aiutatemi tutti voi a salvarmi, ho sempre lottato con voi», conclude la Sgrena, che riprende poi a parlare in francese, presentandosi come una giornalista del Manifesto «arrivata in Iraq alla fine di gennaio per testimoniare la situazione, che è drammatica, le scuole bombardate, la gente non ha mezzi per vivere, le prigioni sono piene di gente, ci sono delle donne che sono state violentate».

«La situazione è catastrofica, la gente non ha acqua e da mangiare, la situazione è veramente insopportabile per gli iracheni, dovete mettere fine all'occupazione, solo così possiamo uscire da questa situazione», ripete l'inviata, rinnovando l'appello «al marito perché faccia il possibile per aiutare a liberarmi».

 

 

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