Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Nome: Augusta

Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


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venerdì, 28 marzo 2008

FRA VIOLENZA, IGNORANZA E (FORSE) MALAFEDE


Purtroppo i tristi atteggiamenti che ho indicato nel titolo spesso impediscono anche di concedersi il conforto di una risata liberatoria.
Non ricordo se fosse il giorno di Pasqua (o uno dei due precedenti) e, mentre Rai1 riempiva il palinsesto di prima serata con cerimonie papali, ItaliaUno pensava bene di trasmettere un film connesso all’evento e finiva per scegliere “Le crociate”.
La mia prima reazione fu una sghignazzata: non mi sembrava che la Pasqua fosse l’occasione per ricordare un manipolo di bravi ragazzi ferrati che scesero dall’Europa all’oriente mediterraneo per invadere terre altrui e riprendersele.
Il pretesto “Terra santa” li portò a Gerusalemme solo nel primo tentativo, cui si erano preparati e allenati strada facendo massacrando comunità ebraiche, ma la risata mi si strozzò in gola a seguito di un’autocensura impostasi per vari motivi.
Per ora n’elenco due
.

Primo motivo di autocensura


Le ragioni sono ampiamente e correttamente elencate nel documento che segue e non le ripeto:
Il fatto che un gruppo di cattolici competenti (e memori di quel che fu il Concilio vaticano II) lo abbia proposto alla firma è un gran conforto.

A proposito della “preghiera per gli ebrei”
Con il motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, Papa Benedetto XVI reintroduce la possibilità di utilizzare la formula liturgica pre-conciliare, in lingua latina, per la celebrazione eucaristica. A seguito di tale provvedimento, lo scorso 6 febbraio – nella ricorrenza del mercoledì delle ceneri – il Pontefice modifica la preghiera per gli ebrei del Venerdì Santo contenuta nel Missale Romanum anteriore al Concilio Vaticano II, sostituendo il riferimento al «popolo accecato [che deve essere] strappato dalle tenebre» con l’espressione «Preghiamo per gli Ebrei. Il Signore Dio Nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini». La disposizione del Papa è contenuta in una nota della Segreteria di Stato della Santa Sede.
Tale modifica giustifica di fatto una preghiera liturgica alternativa e contrapposta a quella vigente, e che a nostro parere è in contrasto con i testi conciliari Dignitatis humanae, sulla libertà religiosa, e Nostra aetate, sul rapporto fra la Chiesa cattolica e le altre religioni, in cui si afferma che «gli ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento. […] gli ebrei non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura» (Nostra aetate, 4).
Il provvedimento inoltre sembra contraddire palesemente il magistero precedente, poiché si contrappone a quanto affermato negli Orientamenti e suggerimenti per l’applicazione della dichiarazione conciliare Nostra aetate, 4 (1975), che al punto I afferma: «condizione del dialogo è il rispetto dell’altro, così come esso è, e soprattutto il rispetto della sua fede e delle sue convinzioni religiose. […] La Chiesa, per la sua stessa natura, deve annunciare Gesù Cristo al mondo. Per evitare che questa testimonianza resa a Gesù Cristo appaia agli ebrei come una violenza, i cattolici dovranno aver cura di vivere e di annunciare la loro fede nel più rigoroso rispetto della libertà religiosa».
La preghiera del Venerdì Santo, nella versione post-conciliare, esprime suppliche indirizzate alla salvezza di tutti gli uomini: nel caso specifico degli ebrei, questo significa pregare perché il Signore «li aiuti a progredire sempre nell’amore del Suo Nome e nella fedeltà alla Sua Alleanza». Si prega affinché tutti seguano lo Spirito nella via che è loro data e che, per Israele, non può che essere la fedeltà all’Alleanza mai revocata (cfr. Rm 11). Poiché, inoltre, il Venerdì Santo è il giorno in relazione al quale è stata rivolta al popolo ebraico l’accusa di deicidio – accusa infondata, ma foriera di abissi di orrore – ritoccare il cambiamento introdotto dal Concilio Vaticano II appare un regresso, pericolosamente prossimo alla teologia della sostituzione di Israele e capace di evocare gli antichi tentativi di conversione. Posizione, questa, che ci pare da respingere in base alla stretta ortodossia cristiana e ad una corretta prospettiva escatologica.
Non possiamo che manifestare il nostro rammarico per una scelta che mette a serio rischio più di quaranta anni di dialogo, in quanto qualunque cosa possa far pensare a un tentativo di conversione è inconciliabile con il riconoscimento ed il rispetto della verità nella fede dell’altro.
Bartolini Elena Lea – Docente di Giudaismo – Centro Studi del Vicino Oriente di Milano
Bartolomei Maria Cristina – Docente di Filosofia Morale e Teologa – Università di Milano
De Benedetti Paolo – Docente di Giudaismo – Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale
Milani Claudia – Dottoranda di Ricerca – Università di Chieti
Perani Mauro – Docente di Ebraico – Università di Bologna, Presidente della European Association for Jewish Studies

Chi desiderasse aderire, può comunicarlo al seguente indirizzo e-mail: elenalea@alice.it, ossia Elena Lea Bartolini che scrive:
Vi inviamo in allegato l’aggiornamento delle firme di adesione al documento relativo alle “preghiera per gli ebrei” che ha raggiunto poco fa quota 501.
Vi ricordiamo che il documento è presente sui seguenti siti, che ringraziamo a nome di tutti per l’ospitalità:
www.ildialogo.org     
www.mauropesce.net    www.noisiamochiesa.org


Inoltre il documento compare anche sulla versione on-line di MicroMega visitabile al seguente indirizzo:
http://temi.repubblica.it/micromega-online/a-proposito-della-preghiera-per-gli-ebrei-un-appello/ì

 

Secondo motivo di autocensura

Ci sono notizie che è impossibile ignorare per scelte (altrui) di bombardamento mediatico. Una di queste è il battesimo del Vicedirettore del Corriere della sera che ha scelto il cristianesimo, optando –la notte di Pasqua- per un battesimo in S: Pietro, papa celebrante, compiacente e soddisfatto (è lecito supporlo) quanto lo fu per il passaggio dall’anglicanesimo al cattolicesimo dell’ex Primo Ministro inglese Tony Blair. A Tony Blair nessuno (e io insisto nel trovare questo silenzio vergognoso) nella curia vaticana rimproverò l’alleanza con Bush nello scatenare la guerra in Iraq, mentre dichiarazioni di Magdi Allam, tanto grossolane quanto violente, hanno determinato la pubblica reazione del Vaticano.
Il giornalista, nello spiegare la sua conversione al cristianesimo,
aveva definito l'Islam ”fisiologicamente violento" e "storicamente conflittuale" e -leggo su Repubblica on line del 27 marzo- “il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, ha spiegato oggi  <…> che ‘accogliere nella Chiesa un nuovo credente non significa evidentemente sposarne tutte le idee e le posizioni. Magdi Allam - ha aggiunto Padre Lomabrdi - ha il diritto ad esprimere le proprie idee, che rimangono idee personali, senza evidentemente diventare in alcun modo espressione ufficiale delle posizioni del Papa o della Santa Sede’.
Il portavoce della Santa Sede dovrebbe spiegarci perché mai non è stata necessaria le stessa presa di distanza a proposito di Tony Blair. Domanda indiretta del tutto retorica: non lo farà mai.
Eppure le voci delle chiese cristiane mediorientali si sono levate alte e forti (ed evidentemente meno significative dei pubblici comportamenti del vicedirettore del Corriere della sera) contro la guerra in Iraq.
Chi ne volesse qualche esempio, che ho avuto al fortuna di ascoltare direttamente, può andare ai diari del mio viaggio in Siria (clic su ‘viaggioconfronti07’ e appariranno tutti i diari di seguito).
augusta

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venerdì, 15 febbraio 2008

Copio dal sito web http://www.giuristidemocratici.it un testo che ritengo di grande importanza,    Aborto: un attacco ai diritti delle donne.

Sul caso delle indagini presso il Policlinico II di Napoli.

L’Associazione Nazionale Giuristi Democratici:

Premesso che:
- ha appreso a mezzo stampa dell’irruzione senza mandato degli Agenti del Commissariato Arenella in Napoli, presso il Policlinico II, in data 11 febbraio 2008, a fronte di presunta notizia anonima di feticidio;
- ha appreso che in tali circostanze, pur rassicurati sulla legittimità dell’aborto dal personale medico, le forze dell’ordine comunque abbiano proceduto al sequestro del materiale biologico espulso e della cartella clinica della donna, procedendo immediatamente all’interrogatorio della donna, immediatamente a seguito dell’intervento di IVG cui era stata sottoposta;
- ha appreso che nell’ambito di tale intervento le forze dell’ordine avrebbero mostrato alla donna il materiale biologico espulso, e, sempre in quella sede, abbiano proceduto all’interrogatorio di una donna allocata nella stessa stanza dell’indagata, donna peraltro in stato di gravidanza a rischio;

Considerato che:
- le modalità ed i tempi con cui si è esperito l’intervento vanno ad incidere in maniera
rilevante sulla salute psicofisica sia della donna indagata, da pochi minuti sottoposta ad IVG, sia  della donna interrogata, in stato di gravidanza a rischio;
- il sequestro del materiale biologico espulso, alla luce della rilevanza dei referti presentati  e delle testimonianze dei medici coinvolti, appariva del tutto inutile ad effettuare ulteriori  riscontri;
- l’interrogatorio reso senza adeguate garanzie, nell’immediatezza dell’operazione di IVG,  era manifestamente nocivo per l’indagata, costretta, in un momento di vulnerabilità e debolezza psicofisica, a motivare e giustificare una scelta attuata nel suo interesse fondamentale alla salute ed in conformità con le procedure previste dalla legge;
- alla luce del particolare contesto, stante la documentazione medica prodotta, inutile era l’interrogatorio alla donna: qualora riscontrate irregolarità nei referti, di queste semmai andavano interrogati i medici, piuttosto.
- altrettanto in commentabile appare la scelta di ostensione del materiale biologico espulso, quanto censurabile la sua valenza moralmente punitiva.
- Tanto più l’intera procedura pare criticabile, essendo stata posta in essere a seguito di denuncia anonima.

Ricordando che:
- il Governo Italiano già è stato ammonito dal Comitato per l’applicazione della CEDAW in merito alla insufficienza di dati e informazioni sull’impatto delle politiche sanitarie sulle donne, in particolar modo rispetto all’impatto della privatizzazione della sanità sulla salute femminile, e alla mancanza di dati e di informazioni analitiche sull’assistenza sanitaria disponibile per le donne nel Sud del Paese, (raccomandazione 33) e che sempre il Comitato ha richiesto (raccomandazione 34) allo Stato membro di monitorare l’impatto delle proprie politiche sanitarie sulle donne, compreso il Piano Sanitario Nazionale, e di fornire nel suo prossimo rapporto informazioni statistiche ed analisi dettagliate sulle misure adottate per migliorare la salute delle donne, compreso l’impatto di tali misure, in conformità con la raccomandazione generale 24 del Comitato sulle donne e la salute. Il Comitato ha richiesto inoltre allo Stato membro di fornire informazioni sulle politiche sanitarie in atto per le donne del Sud, politiche ad oggi inesistenti;
- il delitto di “feticidio”, e lo stato di abbandono morale e materiale della donna che questo presume, mal si addice a chi scelga di operare legittimamente un aborto in una clinica universitaria, seguita da professionisti. Sarebbe un uso indebito dello strumento penale, se tale imputazione servisse quale mezzo di controllo (a posteriori) della legittimità della valutazione dei sanitari sullo status di salute delle donna e sulla richiesta di interruzione della gravidanza o di aborto terapeutico. Ciò infatti negherebbe la capacità professionale e morale dei sanitari di valutare insieme alla donna, con coscienza e responsabilità, la opportunità e legalità del ricorso all’aborto nella sua specifica situazione.

L’Associazione Nazionale Giuristi Democratici esprime:
- la propria solidarietà alle donne coinvolte;
- il proprio malessere a fronte del censurabile intervento delle forze dell’ordine;
- profonda preoccupazione ed attenzione per quanto nel complesso accaduto presso il Policlinico di Napoli;

Si auspica:
- che prontamente vengano posti in essere i necessari accertamenti per verificare la legittimità delle operazioni effettuate;
- che non si addivenga a superflue ed arbitrarie compressioni dell’autodeterminazione femminile nella scelta di sottoporsi ad IVG, nei limiti e con le procedure previste dalla legge, criminalizzando o tentando di criminalizzare a posteriori scelte già valutate e adeguatamente documentate come legittime dal personale medico incaricato di seguire la donna nell’iter abortivo;
- che non si tenti, attraverso un utilizzo indiscriminato dello strumento penale, lontano da una sua applicazione costituzionalmente orientata, di sviare l’attenzione dai problemi che affliggono la società tutta, quella campana in maniera particolare, fomentando gli animi a dispute ideologiche, etiche e morali che non attraverso il piano repressivo possono svilupparsi o radicarsi come affermate;
- che si ponga invero maggiore attenzione alla carenza di formazione e informazioni sulla salute delle donne, special modo nel Sud Italia, e si concentri la propria attenzione sul rafforzamento delle strutture consultoriali di supporto alla libera determinazione della donna, piuttosto che minarne l’esercizio attraverso il controllo penale, che potrebbe esacerbare il problema pur ancora presente degli aborti clandestini;
- che tale episodio non sia prodromico ad una strumentalizzazione politica volta a mettere in discussione diritti fondamentali costituzionalmente garantiti e giuridicamente acquisiti che fanno ormai parte della consapevolezza collettiva quali l'autodeterminazione della donna ed il diritto alla salute della donna in gravidanza.

Si impegna:
- nel sostenere l’informazione e la tutela giurisdizionale del diritto alla salute delle donne in gravidanza.

Associazione Nazionale Giuristi Democratici  - 

Gruppo di lavoro nazionale “Genere e Famiglie”
Avv. ssa Elena Coccia  - Dott.ssa Barbara Spinelli                               

Bologna-Napoli-Torino, 12 febbraio 2008

 

Voglio però ricordare che il legame socialmente pericoloso fra Vaticano e atei sempre più devoti, pur di affermarsi, si soddisfa anche della falsità.  Era facile riscontrare l’evidenza del percorso squallido che il papa si è consentito. Infatti, dopo aver dichiarato positiva la moratoria sulla pena di morte, ha trasferito il termine all’aborto (sull’onda di Ferrara), senza dichiarare il vizio d’origine di questo gioco linguistico.
L’ho già scritto non so più quante volte, ma lo ripeto: il papa non aveva diritto esprimersi positivamente in merito alla moratoria sulla pena di morte dato che il Catechismo della chiesa cattolica ammette la pena capitale (art. 2267,  leggibile nel sito ufficiale del Vaticano
www.vatican.va).

Ne ho scritto diffusamente, riportando anche il testo dell’articolo 2267, lo scorso 8 aprile.

E non basta. Piuttosto recentemente l’ex primo ministro inglese Tony Blair è passato dalla chiesa anglicana alla chiesa cattolica, suscitando la manifesta, espressa  soddisfazione di cardinali vari. Nessuno gli ha chiesto conto della sua alleanza con Bush e il conseguente disastro irakeno. E parlano di  pace e di rispetto della vita …

Ieri, scrivendo il breve commento che ho proposto sopra, avevo deciso di fermarmi qui.

Non so se la notte porti consiglio ma, oggi, ho cambiato parere e continuo.

Il problema “aborto” è emerso improvvisamente, isolato da ogni contesto e sostenuto dalla dichiarata crudeltà verso una donna che l’aveva praticato. A questo proposito ho scelto di pubblicare il documento dei giuristi democratici, proprio per la realistica crudezza del linguaggio. Le risposte, multiple e diverse, che  sono scaturite dall’evento napolrtano, sono a mio parere  quasi tutte sommarie e non a caso usano tutte e sempre la parola aborto e non il termine correttamente riferibile alla legge 194 di “interruzione volontaria di gravidanza”,  normalmente abbreviata in IVG.

Non lo dico per pignoleria linguistica ma perché ho la certezza, per aver purtroppo verificato il fatto, che molte donne –anche autorevoli per  ruoli importanti che rivestono in politica, professioni specifiche, cultura e chiese - non hanno mai letto la legge.

Ho verificato, per esempio – e lo ritengo il fatto più grave - che le donne impegnate nelle istituzioni (soprattutto locali e regionali) preferiscono associarsi a movimenti urlanti (a volte anche giustamente) che esercitare il loro dovere di verifica, a partire dai finanziamenti la cui entità e il cui uso è strettamente correlato al problema della prevenzione, fondamentale per la corretta funzionalità della 194. Anche in questo caso la scelta dei consensi che pagano alle elezioni sembra anteporsi al dovere imposto dal ruolo.
E questo fatto –per sé deplorevole- comporta molte conseguenze. Mi limito ad una.

Nel 1978 la presenza di straniere in Italia era pressoché inesistente; oggi sono le maggiori frequentatrici dei consultori.
Un movimento consapevole di donne, capace di quella sintesi che appartiene alla buona politica, per esempio, avrebbe dovuto reagire alla circolare Moratti ricordando che in assenza di servizi che appoggino le donne nella cura dei figli il lavoro può essere inaccessibile e, alla mancata esibizione del contratto di lavoro, consegue la perdita di ogni possibile permesso di soggiorno. Infatti la sentenza del giudice di Milano che contrasta (per ora?!) la liceità della circolare Moratti nasce proprio dalla denuncia di una signora marocchina che si è trovata in tale situazione, avendo perso il lavoro e quindi il permesso di soggiorn e quindi il posto del suo bambino alla scuola per l’infanzia..

Se gli asili mancano non è colpa dei bambini, ma dell’imprevidenza di chi governa e amministra ed è pessima risposta, nociva della dignità del nostro vivere, scatenare la guerra fra poveri. In questo clima possono rientrare anche aborti, gestiti a pagamento nella segretezza del privato, in sicurezza complice per le donne ricche, in mano a “mammane” per donne povere. Si riaffaccia lo spettro del “prima 194”.

Speculare al silenzio delle donne é il silenzio delle associazioni che si occupano di migranti (e soprattutto di donne migranti). E’ logico. Questi e queste sono stati affidati ad un privato che ha scoperto –per questa via- la possibilità di garantire se stesso acquisendo pubblici  contributi e riesce a rendersi credibile soprattutto negli ammiccamenti che assicurano il voto di scambio più che nell’attenzione al sostegno di diritti.
Semplifico esagerando? Certamente sì: ma l’osservazione del panorama, generale e locale, me lo consente.
augusta

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lunedì, 14 gennaio 2008

Il 23 dicembre ho scritto della circolare Moratti e della pubblicazione del mio testo –sotto forma di appello – nel sito www.ildialogo.org

A commento di quell’appello ho ricevuto tre messaggi; ringrazio chi mi ha scritto e riporto il terzo messaggio con la mia risposta.


Messaggio firmato, ricevuto da Cesena:

Si considera sempre chi vuole fare rispettare la legalita' come una persona che sbaglia,ma se non combattiamo l'illegalita' come possiamo poi insegnare il rispetto delle leggi? Come considerare allo stesso modo i figli degli immigrati regolari,che devono fare parte della nostra societa' con quelli che sono clandestini e che non sottostanno nemmeno alle regole che noi abbiamo? Inoltre non so in lombardia,ma dalle mie parti gli asili sono insufficenti e molti bambini sono costretti agli asili privati pagando profumatamente,allora che facciamo? Mettiamo fuori i figli degli italiani e mettiamo al loro posto i figli degli irregolari?


Risposta

Gentile interlocutore,
capisco le reazioni del buon senso; si fondano su abitudini consolidate che a loro volta sacralizzano decisioni prese un tempo e ritenute “naturali”. Quanto “naturali” o almeno ovvie?
Mi permetta un ricordo personale: quando, trent’anni fa o giù di lì. ebbi modo di occuparmi dei regolamenti dei nidi comunali (ed essendo donna ero una presenza nuova, e per molti irritante, in una realtà istituzionale) mi scontrai con un pregiudizio, oggi talmente superato da essere dimenticato.
Secondo il buon senso di allora l’esclusione delle ragazze-madri e la marginalizzazzione del frutto della loro “colpa” era una difesa della società (se il frutto di un discutibile concepimento fosse stato equiparato ai concepimenti “legali” la situazione premiale avrebbe incentivato quel tipo d’illegalità e, aggiungo io, impoverito gestori di brefotrofi e ricoveri vari, frutto di ricchezza per molti!).
Quando tentai di mettere fra i criteri di priorità i bambini di famiglia monoparentale si alzò un reattivo muro di rifiuto, che riuscii a sgretolare invitando, con tutta la rudezza che la situazione m’ispirava (e non me ne pento), lor signori ad immaginarsi vedovi con un bambino,
Parlare di diritti dei minori, che non solo bagagli appresso dei loro genitori, sarebbe stato tempo perso: la convenzione di New York sarebbe stata votata almeno quindici anni dopo, ma la strada era quella, anche se il buon senso la ignorava. I tempi erano cambiati, alcune donne lo sapevano, i maschi (almeno quelli collocati ad un qualsivoglia livello di potere che ancora gestivano come esclusivamente loro riservato per natura) non se n’erano accorti.
Oggi la situazione è diversa; il tempo trascorso ha travolto il mondo di allora e ci ha posto sfide nuove: una, spesso percepita come “la”, è la presenza dei migranti.
I migranti sono una risorsa (ce lo hanno detto mille volte) senza aggiungere che se non avessero figli sarebbe meglio. Qualcuno non lo fa per pudore, qualcuno ha capito che anche i bambini sono una risorsa (classi scolastiche numerose e quindi posti di lavoro per insegnanti, garanzie future per la sostenibilità del sistema pensionistico…)
Ma i migranti, lei obietta, sono legali e “illegali” e la sua reazione si riferisce ai figli di questi ultimi.
Sorvolo sulla campagna contro i romeni (dopo un orrendo delitto cui solo la famiglia della vittima ha reagito con dignità) che si pose in un contesto dove l’ingresso “illegale” del popolo, percepito da molti come tutto “colpevole”, non può essere “illegale”, perché lo stato da cui provengono è legittima parte dell’Unione Europea.
Restiamo a coloro che “non comunitari” entrano senza permesso di soggiorno.
Anche se fra loro ci sono persone dall’attività illegale, non per questo si differenziano da noi autoctoni. Seguendo il suo ragionamento si dovrebbero quindi estromettere dalle scuole dell’infanzia i figli di mafiosi, camorristi e corruttori vari, pur se d’italica stirpe.
Proviamo a chiederci, escludendo coloro che vanno alla ricerca del crimine “facile”, perché sono illegali. La prima risposta è ancora una domanda: perché alla loro esigenza di sopravvivenza si risponde con una tipologia di lavori illegali per opera e virtù di chi li offre, non per il loro non programmato ingresso?
E allora chi escludiamo dalle scuole per l’infanzia? I figli di chi crea il lavoro in nero, che incentiva quindi con una gestione approssimata della sua attività anche gli infortuni sul lavoro e le malattie che dal lavoro non protetto conseguono, o coloro che accettano tali lavori per sopravvivere?
Le regole che costoro, come lei dice, rifiutano sono quelle della legalità in una società civile o quelle imposte da un padronato che, tra le altre, per mezzo loro si assicura un reddito e non ne paga il prezzo delle tasse?
Tutto questo ragionamento sarebbe inutile se partissimo dal principio che i minori hanno diritto ad una tutela per sé e non in conseguenza dello status di mamma e papà.
So però che questa ovvietà sul piano del diritto non assicura posti alle scuole per l’infanzia e so quanto tali posti siano necessari. Io stessa ricordo con angoscia l’infanzia (ormai lontana) dei miei figli per cui mai ebbi l'opportunità di un posto ai nidi).
E allora?
La prima colpa è dell’imprevidenza delle amministrazioni che, pur chiudendo un occhio –e anche due- sulla risorsa “lavoro in nero” e sapendo che avrebbe incentivato la presenza straniera, anche fertile e feconda, non hanno impostato una politica per l’infanzia e oggi non sanno come affrontare un problema reale che crea –dall’una e dall’altra parte di chi paga il prezzo di questa impotenza- sofferenze reali.
Sono stata già lunga eppure avrei molto da aggiungere. Ma non voglio esagerare.
Mi permetta di una conclusione semplificatoria: in ogni momento di difficoltà c’è bisogno di un “nemico” che distragga dalla vista di ciò che può essere messo in discussione.
La storia in questo caso è purtroppo quella magistra vitae che ha costruito il sistema consolidato del rapporto fra nazionalismo e guerra, sistema che spesso viene utilmente esteso ad altre situazioni.
Perché cedere alla facilitazione offerta da una realtà sociale e politica mal gestita facendo di una categoria di bambini i propri nemici?
Forse un conflitto – o meglio un dialogo- con soggetti più meritevoli del nostro sdegno (ma dotati di poteri decisionali) potrebbe evitarci di ridurre a nostro nemico il bambino figlio di immigrati privi di permesso di soggiorno e magari aprire la strada alla difficile speranza di un cambiamento.
Augusta De Piero

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giovedì, 15 novembre 2007

Un grazie a Lidia Menapace perché la sua “lettera dal palazzo" mi ha ridato la determinazione a scrivere qualche cosa che da tempo mi gira per la testa insieme alla domanda: “ma ne vale la pena?”
Intanto leggiamo Lidia (da
www.ildialogo.org ) augusta


L’improvvido pregiudizio di sinistra
di Lidia Menapace

Oggi, dopo che la maggior parte degli articoli della finanziaria erano stati approvati, con poche sorprese e in complesso una buona tenuta della maggioranza, è venuto in votazione un odg sull’ottopermille, sul quale avevamo deciso di cercar di raccogliere il massimo possibile di consenso dall’aula.
Molti e molte di noi avevamo sottoscritto il testo, io no per poter chiedere la parola per illustrare le ragioni per le quali volevo aggiungere la mia firma.
Così ho potuto dire che il testo proposto era molto equilibrato e del tutto accettabile e niente affatto improponibile (come ci era stato obiettato nella prima parte della discussione, impedendo che prendessimo la parola col pretesto che si trattava di materia concordataria sottratta al parlamento). Non è vero, l’odg mirava solo ad ottenere che lo stato italiano decida secondo ciò che ha sottoscritto e destini la quota che non è stata devoluta da cittadini e cittadine esplicitamente alla Chiesa cattolica, ad iniziative civili di assistenza beneficenza e attività sociali.

Poi ho fatto alcuni esempi per dimostrare che vi sono novità nel rapporto tra stato e chiesa e perciò anche l’idea di discutere il Concordato e le intese non è poi così strana, se pensiamo che la ministra Bindi confligge laicamente con i Paolini e se nessuno sa spiegare perchè a una solenne cerimonia di stato la compagna di un carabiniere ucciso a Nassiriya non aveva potuto assistere non essendo sposata. Che razza di laicità è ? Soggiungevo inoltre che questo papa quando recita il Padre nostro e arriva al punto "et ne nos inducas in tentationem" (penso che il papa preghi in latino) si trovi a dover chiedere a se stesso a quali tentazioni è esposto e probabilmente deve ammettere che è propenso ad intervenire a gamba tesa (la metafora calcistica non è irriverente dato che Benedetto XVI vuole che il Vaticano abbia anche la sua nazionale di calcio) nelle cose interne italiane. Inoltre il prorompente sviluppo dell’Islam e il fatto che il Vaticano essendo uno stato nè democratico nè laico non può aderire all’Unione europea, lo inducono a un certo pericoloso neotemporalismo.

Concludevo col dire che sappiamo di essere in minoranza al parlamento, ma una minoranza democratica non ha altra strada per crescere, se non di discutere e convincere o essere convinta da ragionamenti altrui, non trattata a censure e divieti. Sono intervenuti anche altri senatori e per la prima volta in Senato invece di frettolose condanne e strilli di cattolici "perseguitati" si è avviato un civile dibattito che alla fine ha raccolto 93 voti a favore, 202 contro e 10 astenuti. Questo è il massimo di voti che oggi si possono raccogliere al Senato sul tema della laicità, presentato nel modo più preciso colto e tranquillo.

Non potevate aspettare che la nostra azione costruita per essere di una qualche efficacia si svolgesse come avevamo deciso? e perchè volevate che facessimo subito uno sconquasso col che avremmo raccolto meno voti, aperto la gara a chi violava di più i patti di maggioranza e ottenuto che si allargasse e consolidasse lo schieramento fondamentalista? Ho solo torto a dire che credo di aver diritto almeno al vostro dubbio e a non essere inseguita a ogni passo da rampogne e stupori che addirittura precedono la richiesta di informazioni? Questo non si chiama pregiudizio?
Quando dico che sono allarmata e intristita dall’immediatismo e sommarietà analitica a sinistra, a ciò mi riferisco, scusate, buonanotte. Adesso sono abbastanza contenta saluti lidia.

Mercoledì, 14 novembre 2007

 

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venerdì, 09 novembre 2007

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale 9/15 novembre 2007 n.718 pag.14

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 7 novembre 2007
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        4.790        
Israeliani         1.054        
Altre vittime         77         
Totale               5.921         

Internazionale 9/15 novembre 2007 n.718 pag.14

 Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  del 7 novembre 2007
Iracheni   76.226  /  83.042
Soldati statunitensi   3.857                             
Soldati di altre nazionalità  304

        

Le vittime possono essere di tanti tipi: non è necessario togliere la vita per distruggere la speranza di vivere con dignità

dal sito www.ildialogo.org:

La destituzione di Mons. Bregantini è un fatto gravissimo per la Chiesa e per la Calabria


NOI SIAMO CHIESA
Via N.Benino 3 00122Roma
Tel.3331309765 -- 0039022664753
E-mail
vi.bel@iol.it
www.we-are-church.org/it

Comunicato Stampa
La rimozione di Mons. Bregantini dalla diocesi di Locri è un provvedimento irresponsabile ed è contro il rinnovamento della Chiesa e contro la Calabria civile, propositiva e fattiva.
Il trasferimento di Mons. Giancarlo Bregantini alla diocesi di Campobasso lascia stupefatti e smarriti. E’ forse possibile non ritenerlo una conseguenza di pressioni che il Vaticano, assumendosi gravissime responsabilità, ha subito e che sono state esercitate da tutti i poteri mafiosi e forti nei cui confronti si è elevata costantemente la forte denuncia del vescovo di Locri ? Come è stato possibile che, nonostante le tante precedenti parole di istituzioni e personalità, le energie sane, giovanili e democratiche presenti in Calabria nella Chiesa e nella società, siano state ancora così pesantemente mortificate ?
Non si tratta con tutta evidenza di un promovetur ut amoveatur ma solo di un vergognoso amoveatur e basta. Rischiano ora di fermarsi sia il rinnovamento della Chiesa promosso da Mons. Bregantini, sia le sue realizzazioni concrete che hanno creato le premesse nella Locride per un’alternativa al dominio della ndrangheta nella società e nell’economia.
Il movimento "Noi Siamo Chiesa" è parte di quanti in Calabria ed in tutto il mondo cattolico progressista denunciano le decisioni del Vaticano ed esprime la sua completa solidarietà a Mons. Bregantini, a cui ha inviato un messaggio.

                                          "NOI SIAMO CHIESA"


Roma, 8 novembre 2007

"Noi Siamo Chiesa" fa parte del movimento internazionale We Are Church-IMWAC, fondato a Roma nel 1996. Esso è impegnato nel rinnovamento della Chiesa Cattolica sulla base e nello spirito del Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965). IMWAC è presente in venti nazioni ed opera in collegamento con gli altri movimenti per la riforma della Chiesa cattolica.

Giovedì, 08 novembre 2007

ore 24 di venerdì.

aggiungo un grazie per i contributi offerti nei commenti.
Ci volevano!  augusta

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vittime di guerra, segnalazioni da altri blog

domenica, 21 ottobre 2007

SEGNALAZIONI

 

Il 10 ottobre, Lino – il responsabile del sito Battello Ebbro – mi ha inviato un’importante segnalazione: chi vada al sito http://www.radioalt.it/radioalt/materiale/Mantova/Hass.mp3
potrà ascoltare un intervento della giornalista Amira Hass,
registrato al festival della letteratura di Mantova.  Di Amira Hass, giornalista israeliana che vive in Cisgiordania a Ramallah e collaboratrice di Internazionale, ho scritto più volte su questo blog

 

Oggi esce in libreria, Il cane alato, il nuovo libro di Božidar Stanišić.
Se do spazio ad una informazione letteraria, cosa insolita per il mio blog, è per segnalare, un’espressione di una forma nuova di scrittura: quella degli scrittori esuli, privati non della lingua (Božidar scrive normalmente nella sua lingua materna e si giova del lavoro di traduttrice di Alice Parmeggiani) ma dei luoghi in cui quella lingua avevano appreso e dove la loro cultura e professionalità si erano formate.
Qualcuno parla già di “letteratura migrante”: mi sembra un bel modo di indicare lo spostamento della parola, patrimonio di chi che ne sa far uso.
Božidar Stanišić (Visoko, Bosnia, 1956) già professore di Lettere a Maglaj, località a nord di Sarajevo, dal 1992 vive con la famiglia a Zugliano (Pozzuolo), in Friuli. Ha pubblicato tre raccolte poetiche:
Primavera a Zugliano
, Non-poesie e Metamorfosi di finestre. In prosa, oltre a numerosi contributi letterari e saggistici in riviste e quotidiani, ha pubblicato I buchi neri di Sarajevo (1993), Tre racconti (1998) e Bon voyage (2003). Le sue opere hanno avuto traduzioni in sloveno, inglese, francese, albanese e giapponese.

Božidar Stanišić, Il cane alato, Zevio (Verona), Perosini Editore, pp. 184, euro 14,00

 

ARMENIA puntata n. 2

PRECEDENTI:
Premessa        11 agosto 2007
Puntata n.1   21 agosto
Il leggendario pullman n. 2 di Giuliano Zolo 15 agosto 2007


Non è solo una storia di fantasmi del passato.
Avevo iniziato questo diario scrivendo, già nella premessa, del genocidio:
Riprendendo il mio racconto a fine ottobre (dopo una lunga sosta, che non è stata dimenticanza o disinteresse) devo immediatamente farvi riferimento.
Ricordo che per alcuni miei compagni di viaggio il genocidio era un evento lontano, il grande male tragico e terribile della storia armena, non significativo per la comprensione del presente.
In quella premessa scrivevo anche di un’Europa allora silente e oggi, proprio per l’imporsi di vicende di questo terribile presente, non mi riesce di farmi erede di quel silenzio. Fu un silenzio complice di violenza e, quando fenomeni di questo tipo non vengono elaborati nella coscienza collettiva, prima o poi riemergono con tutto il peso di ciò che non è stato risolto. Chi si è interessato di Shoah (od Olocausto che dir si voglia) sa bene come quell’evento –ben più famoso del genocidio armeno- sia ancora soggetto a un dibattito, fonte di certezze e di problemi, da qualunque parte lo si consideri
.
[1]
Ma torniamo al “male grande”, che oggi diventa elemento di una politica in atto. Ricopio una telegrafica presentazione dei fatti riprendendola da Internazionale, il settimanale che, facendo riferimento alla stampa estera, riesce a dare una apprezzabile conoscenza degli avvenimenti.
Ecco il testo (Internazionale 19/25 ottobre pag. 13)
Stati Uniti- Schiaffo ad Ankara: “La commissione affari esteri della camera dei rappresentanti ha approvato, con 27 voti a favore e 21 contrari, una risoluzione che riconosce il genocidio degli armeni tra il 1915 e il 1917 all’epoca dell’Impero Ottomano. Il testo, che sarà ora sottoposto all’intera assemblea, è stato approvano nonostante l’opposizione del presidente George W; Bush. Il governo turco ha minacciato ritorsioni, mentre il parlamento ha dato via libera alle operazioni nel nord dell’Iraq contro i ribelli del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK).”
[2]


Se vogliamo essere seri non possiamo dare per scontato l’uso del temine genocidio, che ha una sua precisa definizione nella:

Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio
Adottato da Resolution 260 (III) A dell' Assemblea generale di U.N. il 9 dicembre 1948. Entrata in vigore: il 12 gennaio 1951.
Ne trascrivo le parti essenziali
:

Art. I: Le Parti contraenti confermano che il genocidio, sia che venga commesso in tempo di pace sia che venga commesso in tempo di guerra, è un crimine di diritto internazionale che esse si impegnano a prevenire ed a punire.
Art. II: Nella presente Convenzione, per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religiose, come tale:

(a) uccisione di membri del gruppo;
(b) lesioni gravi all'integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
(c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a
      provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
(d) misure miranti a impedire nascite all'interno del gruppo;
(e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.

Da sessant’anni a questa parte, se voliamo identificare in un evento –comunque orrendo-  il genocidio dobbiamo esaminarlo attraverso le categorie internazionalmente riconosciute.
Per ciò che riguarda l’Armenia, alcuni stati lo hanno già fatto nelle forme che ciascuno ha ritenuto opportune.
Ne riporto l’elenco dal sito della BBC (11 ottobre 2007:
The Armenian debate)

Chile passed a Senate Resolution in 2007
Argentina
passed a law in 2006.
Lithuania
passed an Assembly Resolution in 2005.
Slovakia
passed a National Assembly Resolution in 2004.
Canada
passed a House of Commons Resolution in 2004.
Switzerland
passed a National Council Resolution in 2003.
France
passed a law in 2001.
Greece
passed a Parliament Resolution in 1996 establishing a day of the commemoration of the genocide.
European Parliament passed a Parliament Resolution in 1987.
Cyprus passed a House of Representatives Resolution in 1982.

Source: National Academy of Science of the Republic of Armenia, The Armenian Genocide Museum-Institute

SOS  La ricerca di queste informazioni non é veloce né facile: per accettarle – in scienza e coscienza- bisogna provvedere a parecchi confronti.
Prego chi volesse integrarle, criticarle, demolirle (ma non per ragioni ideologiche!) di infiltrarsi nei commenti, anche in forma anonima
augusta



[1]  Non posso permettermi di far riferimento ad una bibliografia già sterminata. Mi limito a una citazione /cfr. Internazionale n.715 pag. 71) ISRAELE E LA SHOAH di Idith Zertal. Einaudi.
”Oltre ad essere una tragedia storica da commemorare la Shoah è stata, per Israele, una categoria attraverso cui interpretare la sua stessa esistenza, il rapporto con gli altri popoli e i conflitti combattuti dal 1948 a oggi. Idith Zertal, storica dell’Università ebraica di Gerusalemme, ricostruisce la formazione dell’identità israeliana dopo Auschwitz, concentrandosi sul periodo che va dai primi anni quaranta alla guerra dei sei giorni. E mostra come la sacralizzazione della Shoah abbia funzionata a colte da schermo, impedendo a Israele di leggere il mondo circostante”. (gv)

[2]  E’ in gioco, tra l’altro, la certezza dell’uso delle basi in territorio turco per i voli statunitensi verso 
    l’Iraq.
Chi volesse seguire questo aspetto della vicenda potrà utilmente far riferimento alla BBC che, nel proprio sito, ha l’ottima abitudine di collegare un articolo con i precedenti sul medesimo argomento. Un esempio:  quella che segue è l’indicazione per trovare l’articolo “Armenia welcomes ‘genocide’ vote”, con i suoi precedenti elencati nella colonna di destra.
http://news.bbc.co.uk/2/hi/americas/7039562.stm



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segnalazioni da altri blog, stranieri in italia, armenia07, viaggioarmenia07

giovedì, 11 ottobre 2007

Ho tratto la lettera che segue dal sito del Presidente del Consiglio Regionale del Friuli-Venezia Giulia  (alessandrotesini.it) e –anche se propone un linguaggio inusuale per un blog - la pubblico subito perché se inusuale è il linguagggio, non è neppure abituale che i presidenti dei consigli regionali chiedano al segretario di stato vaticano una modifica del catechismo:
Di seguito la mia risposta                                  

Moratoria sulla pena di morte: lettera al Cardinal Tarcisio Bertone                                   Ottobre 7th, 2007

Eminenza rev.ma,

l’Italia, con l’appoggio dei  27 Paesi dell’Unione Europea, è impegnata all’ ONU nella difficile battaglia civile per la moratoria universale della pena di morte, come primo passo per la sua abolizione totale. A questo grande fronte aderisce idealmente anche la Conferenza dei Presidenti delle Assemblee Legislative delle Regioni e delle Province Autonome.  La speranza che nutriamo è che si possa giungere, nel mondo, a una sospensione  dell’applicazione della pena di morte da parte di tutti gli Stati.

Il significato di questa iniziativa non è soltanto simbolico, ma segnala un importante mutamento della diplomazia internazionale: l’ottica di fondo in cui, infatti, viene inquadrata la pena capitale è quella dei diritti umani e come tale  riguarda l’intera comunità civile internazionale.

Il problema è anche della Chiesa cattolica per il suo ruolo universale e per la vasta influenza del suo Magistero nella formazione delle coscienze. E alla Chiesa cattolica la Conferenza dei Presidenti si rivolge ponendo la questione della revisione del Catechismo in merito all’argomento.

Il nuovo Catechismo della Chiesa cattolica e altri documenti del più recente Magistero, infatti, considerano lecita la pena di morte in casi di estrema gravità.
Non solo tra i credenti c’era la speranza di una chiara condanna di questa pratica. Così però non è stato.
E’ vero che è stata ristretta la portata del principio della sua liceità,  affermata in un inciso e limitata a pochissimi casi. Sul piano teorico è comunque ammessa, e questo è il punto.

Riteniamo che, dopo la profonda evoluzione del Magistero ecclesiale in questi anni, resti da compiere questo passo: escludere in assoluto, anche in linea di principio, la pena di morte, mostrando il coraggio di rompere con la cultura e la tradizione del passato e ponendo il Catechismo radicalmente su questa linea profetica.

Negli ultimi decenni c’è stata una crescita delle coscienze circa il valore fondamentale della vita dell’uomo, che ha portato a ripensare alle ragioni poste a sostegno della legittimità della pena capitale: la protezione della società, la dissuasione dal compiere gravi delitti e l’espiazione per il male compiuto.

La sensibilità etica prevalente e la coscienza cristiana rifiutano ormai tali ragioni. La società ha sì il dovere di proteggere i suoi membri contro i criminali, ma utilizzando solo mezzi che, oltre a essere efficaci, siano anche umani. Inoltre, la pena di morte non ha la forza di dissuasione che generalmente le si attribuisce. Infine, infliggendo la pena capitale a chi ha ucciso non si fa giustizia e non si ristabilisce l’ordine violato.

Le maggiori obiezioni alla pena di morte salgono proprio dalla coscienza cristiana. Il Dio cristiano è il Dio della vita e non della morte. Per il Cristianesimo l’uomo è “immagine” di Dio e, in quanto tale, ha diritti inalienabili fra cui quello della vita. Dentro e fuori la Chiesa si sta ampliando e consolidando nell’opinione pubblica una coscienza collettiva che avversa la pena capitale.

In questo orizzonte è indispensabile negare il principio che l’autorità pubblica abbia il potere di decidere della vita e della morte dei cittadini.
La Chiesa, che si propone nel ruolo di madre e maestra in umanità, non può rimanere immobile su questo specifico punto, che per i più è in contrasto con l’essenza del messaggio evangelico. Senza un sostanziale cambio di rotta appaiono poco convincenti le tante richieste di sospendere le esecuzioni capitali o i tanti appelli alla abolizione della pena di morte dall’ordinamento giuridico degli Stati che ancora la prevedono.

Nelle parole di Papa Giovanni Paolo II, pronunciate nel corso della sua instancabile opera apostolica in ogni parte del mondo, abbiamo ravvisato segni di speranza che la Chiesa possa rivedere le sue posizioni in materia di pena di morte.

Certi di interpretare un sentire diffuso nelle istituzioni pubbliche e in larghi strati delle comunità da noi rappresentate, chiediamo, con la dovuta deferenza, che la Chiesa rifiuti il principio della liceità della pena di morte, eliminandone ogni esplicito riferimento da tutti i suoi documenti magisteriali.

Confidiamo che questa nostra richiesta trovi ascolto presso il Santo Padre e un’eco positiva nel Magistero ecclesiale autentico.

Nel ringraziare Sua Eminenza per l’attenzione che vorrà riservare alla presente,  colgo l’occasione per significarLe i sensi della mia più alta stima.

Con ossequi vivissimi.                                            

Il Coordinatore della Conferenza dei Presidenti
delle Assemblee Legislative delle Regioni e delle Province  autonome

                                                                            Alessandro Tesini

A Sua Eminenza                                          
il Cardinal Tarcisio Bertone,
Segretario di Stato di Sua Santità
CITTÀ DEL VATICANO
______________________________________________________

Caro Sandro
Ti ringrazio molto per questa lettera al card. Bertone con un richiamo corretto alla necessità della cancellazione dal catechismo della chiesa cattolica dell’articolo 2267 che ammette, pur con dichiarati limiti, la liceità della pena capitale.
Ci mancherebbe che i limiti non ci fossero, ma non sono quelli l’argomento che mi sembra ti coinvolga e che coinvolge molti di noi che vorrebbero l’espressione di un semplice “no”.
Credo che aver toccato questo problema, presentando un’iniziativa della coscienza laica nei confronti del magistero cattolico, sia uno spazio nuovo da offrire allo svolgersi del rapporto chiesa stato che occupa tanti spazi della storia italiana, fin dalla nascita dello stato di cui siamo cittadini.
Non possiamo dimenticare inoltre che in anni più oscuri l’elaborazione di questo concetto è stata promossa da coscienze laiche, anche se appartenenti a credenti cattolici e più ampiamente cristiani.
L’abolizione dell’articolo 2267 gioverebbe anche all’avvicinamento della chiesa cattolica ad altre chieste cristiane che questo passo hanno già compiuto
La federazione delle chiese evangeliche in Italia (FGEI) ha rinnovato il suo “no” proprio il 10 ottobre, giornata mondiale contro la pena di morte, affiancandosi così – senza se, senza ma e senza superflui distinguo - alle forze consapevoli (a prescindere dall’appartenenza religiosa o dall’inesistenza di tale appartenenza) che operano nella società civile.
Non credo che la strada che hai intrapreso, rappresentando anche la conferenza dei presidenti delle assemblee legislative e delle province autonome, sarà facile e vuota da ostacoli ma val al pena provare.
Rinnovandoti il mio ringraziamento

augusta

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mercoledì, 10 ottobre 2007

Quando parla un Nobel..

Le stampelle di Storace ricordano il regime
di RITA LEVI-MONTALCINI