Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Blogger: AUG
Nome: Augusta

Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

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giovedì, 12 giugno 2008

Traggo la nota che segue dal sito www.ildialogo.org. Ho la massima, sperimentata fiducia nel lavoro dell’ASGI (www.asgi.it) e perciò trascrivo                     augusta

 

Forniamo ai nostri lettori il seguente documento “Osservazioni sulle norme in materia di stranieri” che ci è giunto dall’A.S.G.I. - Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione di Torino. Lo forniamo, come nostro costume, al fine di consentire l’approfondimento della questione lasciando ai lettori il giudizio sui suoi contenuti.

Il documento dell’ASGI contiene
osservazioni giuridiche sulle norme relative agli stranieri contenute nel cosiddetto "pacchetto sicurezza". Si tratta di un testo molto articolato che prende in esame:

- il decreto legge 23.05.92 - misure urgenti in materia di pubblica sicurezza
- il ddl A 733
- lo schema di D.Lgs recante modifiche del D.lgs 30/07 sui cittadini comunitari (circolazione e
  soggiorno)
- lo schema di D.Lgs modificativo del D.Lgs 5/07 sul ricongiungimento famigliare
- lo schema di D.Lgs recante modifiche del D.Lgs 25/08 (procedure asilo)
- il DPCM recante la dichiarazione dello stato di emergenza in Campania, Lombardia e Lazio
  in relazione agli insediamenti Rom

Il documento è stato inviato dall’asgi al governo, ai parlamentari e a tutte le associazioni.
Obiettivo del lavoro dell’ASGI è quello di evidenziare le gravissime criticità del pacchetto sicurezza fornendo a tutti, in questo difficile momento, un approfondimento ed una griglia di analisi utile per orientare l’azione politica e culturale.
L’approccio del documento è inevitabilmente tecnico ed è stato pensato in primo luogo per
fornire ai parlamentari uno strumento per la presentazione di emendamenti.
Ringraziamo l’ASGI per avercelo messo a disposizione.

 

OSSERVAZIONI SULLE NORME IN MATERIA DI STRANIERI CONTENUTE NEI PROVVEDIMENTI DEL "PACCHETTO SICUREZZA" APPROVATI DAL CONSIGLIO DEI MINISTRI NELLA RIUNIONE DEL 21 MAGGIO 2008
Per leggere il documento (36 pagine) andare a:

www.ildialogo.org/osservatori/razzismo/ASGIpacchettosicurezza2008.pdf

SEGNALAZIONE

Purtroppo non ho il tempo di scrivere anche oggi, come sarebbe doveroso, sulla strage continua di lavoratori.    Segnalo il la pagina di oggi da <battelloebbro,splinder.com>

    La spoon river dei lavoratori: in Sicilia 42 morti in sei mesi

 

Pagina diario scritta da: AUG a 22:35 | link | commenti | | Torna su
segnalazioni da altri blog, stranieri in italia, culturapace

domenica, 08 giugno 2008

A PROPOSITO DI VIOLENZE CONTRO I MINORI

 

Oggi è successa una cosa piuttosto interessante: il quotidiano locale Messaggero Veneto ha pubblicato con rilievo una mia lettera, che trascrivo di seguito, lo stesso rilievo che ha dato ieri all’intelligente lettera di un’altra donna che sollecitava un interesse positivo per la conduzione del Mittelfest di Cividale, dopo le accuse meschine e tristarelle del friulano sen.Saro.
Avevo spedito questa lettera il 6 giugno, dopo aver tentato la strada di sollecitazione dei politici locali e della società civile. Avevo inviato a tutti costoro il messaggio con la premessa che potrete pure leggere sotto, ottenendo (anche a seguito di tentativi telefonici) le risposte che sintetizzo:

- sui frequentatissimi blog di un consigliere regionale Pd e del segretario

regionale del Pd (dove avevo mi ero illusa di proporre un appello) mi è stato risposto da parte di abituali interlocutori: a) che il ripetersi di uguali post in siti diversi li “infesta”; b) che nel mio blog pubblico testi troppo lunghi (purtroppo non sono capace di argomentare per slogan!);

- per altra via mi è stato espresso il sospetto di una mia attività con
   presunzioni moralizzatrici nei confronti dei clienti delle prostitute, altri
  –all’opposto- mi hanno chiesto di parlare anche di costoro;

-  unico risultato per ora positivo l’iniziativa di una interlocutrice che si
   occupa di questioni attinenti la realtà femminile (e che ha diffuso precise
    informazioni in merito al furto governativo dei finanziamenti previsti per la
   legge sulla violenza sessuale, anche familiare) che ha inviato la mia lettera
   alla sua mailing list.

Allora preciso che non mi sono occupata di problemi morali (che qui non costituiscono il campo del mio interesse) ma di crimini compiuti nei confronti di persone già violentate da trasferimenti illegali e che, con vari mezzi, per esempio il sequestro del passaporto da parte dei magnaccia-passeurs, non sono messe in condizioni di difendersi e, anche in questo campo, ho scelto un solo obiettivo: quello delle minorenni straniere costrette a prostituirsi, evidentemente appetite (o appetiti se ragazzini) da coloro che non ritengono necessario rivolgersi al turismo sessuale (o non ne hanno la possibilità).
Qualcuno ha manifestato il sospetto che io voglia invitare il sindaco –nella funzione assunta di ‘responsabile alla sicurezza’ - a verificare di persona o tramite suo delegato dove il reato si compia. E’ chiaro che la massima autorità locale non è tenuta a sostituirsi alla polizia, può invece farsi partecipe di un’assunzione di responsabilità che spetta, oltre a lui, all’esercizio di tante funzioni, a partire dai consultori familiari e che il sospetto che io voglia che il sindaco –o chi da lui delegato- si faccia parte in causa di diretti controlli sul territorio non mi riguarda e umilia chi lo esprime.
Qui la prevenzione e la tutela dovrebbero essere gli obiettivi primari…
Per il resto dei miei destinatari ….é da registrare solo un cupo silenzio.
Staremo a vedere per il futuro.

Ecco ora la mia lettera con relativa premessa:

In questi giorni mi sento molto insicura, non per me stessa ma per quello che vedo attorno e che colpisce i soggetti deboli, a partire da bambine e bambini, vittime di roghi delle loro abitazioni (siano pur baracche sempre abitazioni sono), della cacciata dei loro genitori, anche se in altro paese sarebbero protetti come rifugiati a norma della convenzione di Ginevra e delle connesse leggi specifiche che ci ostiniamo a non volere, del pregiudizio, del bullismo provocato, della annosa campagna della lega che, iniziando anni fa, ha ormai creato opinione.

Sullo schermo del mio PC ho messo da tempo - a sostituzione di una precedente immagine relativa alla guerra in Iraq - un disegno di un bimbo del Darfour: é uno di quei disegni che saranno ammessi  come prove delle stragi in quel paese al tribunale de L'Aja.
Ho paura di doverlo presto sostituire con l'immagine di qualche orrore vicino: per quanto vedere faccia male credo che non vedere sia peggio.

E allora mi sono chiesta se, per quanto malamente sia nata al sindaco di Udine l'idea di farsi responsabile per sicurezza (il prof. Honsell dice security manager ma a me non va), perché non approfittarne per rovesciare la frittata e chiedergli di farsi responsabile di coloro che sono minacciati e non hanno voce per dire la loro paura e il loro costante disagio?

Io ricordo bene l'angoscia che mi portavo dietro ovunque, comunque, senza sosta durante la seconda guerra mondiale e penso a quei piccoli come a me stessa allora.

Ho scelto un disagio fra i tanti e ho inviato la lettera aperta che vi trasmetto al sindaco do Udine e al Messaggero Veneto. Ora la invio ad alcuni amici e responsabili in comune: la lista dei destinatari é cieca e quindi nessuno corre il rischio di veder girare impropriamente il suo indirizzo.
Ora aspetto un paio di giorni e poi, sia che io riceva direttamente o meno risposta dal Sindaco, sia che non la riceva ne scriverò nel mio diario elettronico: diariealtro.splinder.com. E' la mia futura memoria e chiunque potrà aggiungere nei commenti le sue opinioni quali che siano.

augusta

 

Egregio signor sindaco prof. Honsell

Mi scuso se mi rivolgo direttamente a lei, ma ho letto che ha assunto personalmente il titolo di “responsabile alla sicurezza” e tanto spero mi giustifichi dato che non conosco e non mi risulta sia stata comunicata la procedura amministrativa per esprimerle correttamente la percezione dei nostri disagi di cui ritengo lei vorrà farsi carico.
Prima di tutto mi permetta di giustificare la mia scorretta traduzione di ‘security manager’.
Non voglio rivolgermi ad un direttore o amministratore o gestore (quale un ‘manager’ è) di altrui sicurezze: preferisco un responsabile. Posso?
E ora il mio profondo disagio: ho letto che un cittadino italiano trentenne ha violentato una ragazzina nordafricana minorenne. Insieme alla mia più affettuosa solidarietà alla piccola e alla sua mamma (che ha avuto l’intelligenza di accompagnarla ad un consultorio e di non seppellire il ‘disonore’ nel buio di una nicchia familiare o localistica o altro che sia) mi auguro che la ragazzina abbia trovato un aiuto efficace che le dia la forza di reggere un’esperienza traumatica, dominandone i riscontri negativi che potrebbero inquinare la sua vita.
Insieme a questa piccola vittima della brutalità e del pregiudizio (almeno di genere) voglio però ricordare altre simili vittime di stupri, questa volta ripetuti e che si presume ragionevolmente saranno ripetuti in futuro, se seppelliti nell’ingiustizia di chi non vuol vedere, per avvoltolarsi tranquillo (o tranquilla) nel pregiudizio.
Oggi il giornalista Gian Antonio Stella, nella sua qualità di conduttore della nota trasmissione Prima Pagina di Radio3, ha ricordato che fra le prostitute straniere presenti in Italia, a seguito di un commercio di carne umana che ritengo in ogni caso paragonabile alla schiavitù, ci sono parecchie minorenni di cui evidentemente abusano anche cittadini autoctoni.
Credo che Stella meriti, nel riferire questa informazione, la stessa stima che ha meritato con le sue note pubblicazioni, perciò gli do fiducia.
Ecco quindi il mio disagio profondo, ora più specifico dell’orrore e del disgusto per i frequentatori di bambine coatte alla strada (e perciò oggettivamente violentatori), che esprimo al responsabile alla sicurezza (certa che il diritto appunto alla sicurezza dei e delle minori, autoctone e non, sia in primo piano nell’attenzione sua e dei suoi collaboratori): le consta la presenza di frequentatori-violentatori di minori, udinesi o comunque operanti sul territorio di cui lei è primo (ma non il solo) responsabile?
E se non le consta vuol occuparsene per sapere, capire, informare, provvedere?

Grata per una risposta.
Augusta De Piero  -  Udine

 

RETE FRA BLOG


Segnalo uno scambio di blog fra diariealtro e battelloebbro.splinder.com. Abbiamo cercato entrambi di dare informazioni ai lettori sul problema degli zingari, senza prevenzioni per la duplicazione delle notizie: ognuno ha i suoi lettori ed è importante uscire dal conformismo della paura con tutti i mezzi. Ringrazio il responsabile di battelloebbro.


COMUNICAZIONI ANONIME

 

Oggi, di primissima mattina un interlocutore anonimo ha scritto un suo commento in data 3 maggio 2007. Non è la prima volta che ciò accade e di solito trascrivo i commenti anonimi e temporalmente scoordinati nella data appropriata.
Questa volta però, date le caratteristiche del linguaggio del signore o signora in questione, non lo faccio per rispetto dei lettori, anche se per il momento non cancello il commento.                                                                              augusta

Pagina diario scritta da: AUG a 12:06 | link | commenti (1) | | Torna su
donne, bambini, guerra conflitti e violenze, segnalazioni da altri blog, stranieri in italia, diari di augusta

sabato, 07 giugno 2008

Premessa: qualcuno mi ha suggerito testi brevi, ben spaziati, precisando che il linguaggio di internet è “mordi e fuggi”. Io sono zuccona e continuerò così finché (ma ci vorrà qualche mese) non sarò in grado di sostituire questo mio blog con un vero sito, che sarà ceretamente di più facile lettura.                   augusta

 

 

VITTIME DI VARIE VIOLENZE

 

Differenziamo gli autobus?
Ricevo e trascrivo
                                              Torino, 04 giugno 2008

Vogliamo denunciare un grave episodio, accaduto questa mattina, di cui è stata testimone una Mediatrice interculturale di Moncalieri.  Alle 08:30 circa, sul bus 67 (capolinea di Moncalieri), pieno di gente che a quell’ora è diretta a scuola o a lavoro,  è salita una pattuglia della polizia, ha intimato a tutti gli stranieri di scendere, ha diviso maschi e femmine con bambini, ha chiesto il permesso di soggiorno.
Molte persone avevano con sé solo la carta di identità italiana, altri il permesso di soggiorno, altri ancora né l’uno né l’altro.
Tutto l’episodio si è svolto accompagnato da frasi quali : “non ce ne frega niente della vostra carta di identità italiana” , “
è finita la pacchia”, “l’Italia non è più il Paese delle meraviglie”.
Gli agenti hanno fatto salire tutti  gli uomini su un cellulare, solo un uomo marocchino, mostrando la carta di identità italiana, si è rifiutato di salire, chiedendo di che cosa veniva  accusato e che avrebbe fatto riferimento al suo avvocato.  Gli agenti l’hanno lasciato andare.
Nessuno dei passeggeri  rimasti sull’autobus è intervenuto, anzi, molte delle persone presenti, anche sui balconi delle case intorno e sui marciapiedi, hanno applaudito.
Ci aspettiamo che venga fatta chiarezza e che non si ripeta mai più un simile episodio in un Paese che si dichiara civile e democratico.

                                                  ASSOCIAZIONE ALMATERRA

 

Per informazioni relative al campo sinti di Mestre potete andare a <battelloebbro.spolinder.com> 6 giugno

Segnalazione dal sito <www.ildialogo.it>

Le nuove leggi razziali all’opera     Cronaca di una schedatura razziale

Dal quotidiano La Repubblica riprendiamo la crona su quanto è accaduta questa mattina 6 giugno 2008 alle ore 5 presso il campo nomadi autorizzato del comune di Milano. Nessun clandestino ma cittadini italiani regolarmente censiti presso il comune di milano sottoposti ad una schedatura etnica. Fra essi una famiglia già vittima del nazifascismo. E’ una vera e propria vergogna.


"Schedati perché nomadi"  I supercommissari in azione
 di CLAUDIA FUSANI

"Schedati perché nomadi" I supercommissari in azione
Una delle casette del campo nomadi di via Impastato a MIlano-Rogoredo dove stamani all’alba è scattato il blitz
MILANO - I bambini hanno scherzato con le divise e sono impazziti per il furgone della Scientifica, quello con le macchine fotografiche e gli strumenti come vedi nei film. Gli adulti hanno accettato in silenzio, "con grande umiliazione". I vecchi hanno avuto "paura", uno soprattutto: Goffredo, 69 anni, il capofamiglia, sopravvissuto durante la guerra a un "campo del Duce" dove venivano deportati gli zingari, una di quelle pagine di cui si è persa memoria. Le sirene e le macchine della polizia; loro, gli zingari, tutti in fila a mostrare i documenti; le cinque e mezzo del mattino di un giorno qualsiasi: brutti ricordi nella testa di Goffredo.

L’alba di questa mattina, Milano-Rogoredo, tra la tangenziale est, la ferrovia e sotto i cavi dell’alta tensione, campo nomade del comune - dunque autorizzato e censito -, quattro casette di legno, il resto roulotte e baracche, la kher, la casa della famiglia Bezzecchi, arrivati in Italia dalla Slovenia nel 1943 e qui, tra un campo e l’altro, giunti alla quinta generazione. Sono circa quaranta persone e tutti stamani sono sfilati uno per uno davanti a polizia, carabinieri e vigili urbani per declinare nome, cognome, generalità, stato civile. Ognuno ha mostrato il documento di identità e ad ognuno è stata fatta la fotocopia.

"Censimento dei rom", secondo il prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi, da dieci giorni super commissario per gli zingari con gli ampi poteri previsti dall’ordinanza della Presidenza del Consiglio pubblicata in Gazzetta il 30 maggio.
"Una schedatura umiliante" secondo Giorgio Bezzecchi, 47 anni, ragioniere, uno dei cinque figli di Goffredo, vicepresidente dell’Opera nomadi della Lombardia, fino all’anno scorso responsabile dell’Ufficio nomadi del Comune e adesso ricercatore presso l’università. "Quello che è successo stamani non era mai accaduto, è agghiacciante e tutti devono sapere, tutti..." insiste Bezzecchi.

Così mentre stamani a Roma veniva sgomberato un campo nomadi in zona Testaccio (anche qui con molte polemiche ma va detto che al tempo stesso il sindaco Alemanno sta convocando uno per uno i capifamiglia dei rom), a Milano si procedeva con la schedatura-censimento. I prefetti super commissari per i nomadi sono tre, Roma, Milano e Napoli dove però gli "sgomberi", per ora, sono stati fatti in un altro modo dalla camorra. Giorgio Bezzecchi non vive più al campo ma ieri sera, sapendo che ci sarebbe stato quello che definisce "blitz" si è fermato con il padre e le famiglie dei suoi quattro fratelli. "La nostra famiglia, tutta la nostra famiglia - spiega Bezzecchi - è italiana, abbiamo i documenti, lavoriamo, paghiamo le tasse, luce e acqua, i nostri figli vanno a scuola. In comune, dove ho lavorato per 23 anni, e in prefettura lo sanno perfettamente. Arrivare all’alba, circondare il campo e illuminarlo con le lampade, svegliarci e metterci in fila e fare la fotocopia del nostri documenti è stato molto più che umiliante. Sanno chi siamo, conoscono la famiglia Bezzecchi, mio padre è medaglia d’oro al valore civile. Perché questo blitz di evidente matrice razziale?".

E’un fatto che il primo atto ufficiale del commissario per i rom di Milano è proprio il monitoraggio della famiglia Bezzecchi, Rogoredo, Milano. "Sono arrivati alle cinque e mezzo - racconta Giorgio - hanno circondato il campo, lo hanno illuminato, sono venuti casa per casa, roulotte per roulotte, ci hanno svegliato, ci hanno fatto uscire, hanno fotografato le case e poi i nostri documenti. Hanno finito intorno alle sette e mezzo. Io credo - aggiunge Bezzecchi - che tutti
debbano sapere e capire cosa sta succedendo: sono italiano, sono cristiano e sono stato schedato in base alla mia razza.
Rimanere in silenzio oggi vuol dire essere responsabili dei disastri di domani".

Con Bezzecchi proviamo a metterla così, che in fondo è solo un censimento, qualcosa di utile per affrontare una volta per tutte la questione rom, per conoscerli e quindi poter essere di aiuto a chi vuol vivere in Italia rispettando le regole. "Tanto per cominciare - risponde - noi siamo sinti italiani registrati all’anagrafe quindi non capisco cosa debbano censire  visto che già esistiamo. Più in generale - lo dico perché ho lavorato per 23 anni all’Ufficio nomadi del comune di Milano - il censimento già esiste dei campi autorizzati. A Milano ci sono tra i 5 e i 5.500 nomadi". Una discriminazione, quindi, "anche se presentata come positiva".

Sessanta anni fa, ricorda Bezzecchi, usciva la rivista "La difesa della razza" di Guido Landra, furono approvate le prime leggi razziali, poi i primi rastrellamenti. "Mio nonno fu portato a Birkenau ed è uscito dal camino... Mio padre fu portato
a Tossicia ed è tornato indietro. Stamani lo hanno svegliato all’alba e lo hanno messo in fila. Io oggi, italiano e sinti, dico vergogna".
(6 giugno 2008)
http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/cronaca/sicurezza-politica-7/censimento-campi-rom/censimento-campi-rom.html

Roma, 29 maggio  Il governo italiano è indifferente alla violenza familiare
"È incredibile che il Governo per finanziare l'indiscriminato sgravio fiscale dell'Ici sulla prima casa abbia deciso di azzerare completamente il fondo per il Piano contro la violenza sulle donne istituito dal governo Prodi nella passata legislatura". Lo dicono le deputate del Pd Emilia De Biasi, Manuela Ghizzoni e Carmen Motta.

Che si domandano: "Ma il governo non era l'alfiere della sicurezza?". E poi, "dove sono finite le belle intenzioni e le prediche contro il lassismo che ripetevano quotidianamente in campagna elettorale? Sono finite in fumo". Secondo le tre esponenti del Pd, "la violenza alle donne e' un fenomeno preoccupante e in ascesa. E un paese civile dovrebbe combatterla senza esitazioni e con il massimo dispiegamento di risorse economiche, politiche e culturali. Purtroppo- concludono- constatiamo che dopo le autostrade e le televisioni la nuova priorita' del governo e' proprio l'abolizione dei 20 milioni di euro per il Piano contro la violenza alle donne". Si tratta di "un assurdo abbassamento della guardia che riporta il fenomeno della violenza sulle donne nel segreto delle famiglie mentre, come e' noto, la maggior parte delle violenze alle donne avviene proprio in ambito familiare".

 VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …)

Internazionale  6 / 12  giugno 2008  n. 747 pag. 14
Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (26 ottobre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 4 giugno 2008
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi        5.258        
Israeliani          1.077        
Altre vittime         78         
Totale               6.413        

Internazionale  6  /  12  giugno 2008  n. 747 pag. 14
Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16  del  4 giugno 2008
Iracheni              84.302  /  91.794
Soldati statunitensi               4.090                            
Soldati di altre nazionalità     309         
 

Pagina diario scritta da: AUG a 18:44 | link | commenti (2) | | Torna su
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domenica, 09 marzo 2008

Si discute in questi giorni il decreto relativo agli infortuni sul lavoro.
Mi chiedo se tanto accadrebbe se il Presidente della Repubblica non ne avesse fatto da tempo un caso nazionale, se non ci fossero stati (in deroga allo stillicidio continuo di singole perdite) tre casi (Torino, Venezia, Molfetta) in cui il numero contemporaneo di morti avesse emozionato l’opinione pubblica.
Voglio però permettermi un cenno all’oggetto del contendere fra governo e confindustria.
Si discute di multe che oggi arrivano ad un massimo di 1.033 euro per il datore di lavoro totalmente inadempiente nei confronti dei sistemi di sicurezza (o meglio della vautazione dei rischi), somma che  – con il decreto in discussione- dovrebbe arrivare a 24.000 euro, riducibili ad un quarto se il datore di lavoro trovato in fallo inizia l’adeguamento mai prima intrapreso.
Tanto ho capito dal coacervo d’informazioni che ci arrivano, ma devo pensare di aver capito bene se è di questo che si discute e non dei necessari processi di formazione e dei compiti delle ASL, compiti di prevenzione e vigilanza che la scarsità di personale destinatovi rende difficilmente praticabili in tempi dovutamente rapidi e soprattutto antecedenti il succedersi di eventi, che –se soltanto rincorsi- continueranno ad essere tragici.


Ragionando su questo tema mi sono tornate alla mente vecchie questioni: non so se interessino, ma fanno parte della storia della mia vita e mi aiutano a decidere, o meglio, quando devo prendere una decisione, non posso rifiutarmi a queste memorie che si presentano anche se non evocate.
Mi sono chiesta il perché di tanta ignoranza in fatto di minacce alla vita e mi sono ricordata una fase spiacevole del mio impegno in consiglio regionale.
Discutevamo il piano sanitario –come dovuto a seguito della legge 833 del 1978 –e tutti sapevamo quanto importante sarebbe stato il problema della prevenzione (era il tempo in cui si parlava seriamente della legge 194, senza ridurla alla questione dell’aborto come va ora di moda fra i profeti dello squallore) e della necessità di vincolare la spesa anche a quello e simili scopi. Non se ne fece quasi nulla: i vari, si fa per dire, responsabili in fase operativa erano troppo impegnati a rincorrere i desideri del pubblico, manovrati o meno che fossero (non fu così per tutti, ma per molti).
Anche ciò che poteva essere fatto si disperse nei rivoli di una pigra indifferente continuità che non volle o seppe impegnarsi sui temi della prevenzione.
Saper governare con attenzione alle risorse? Bene comune?
Facciamoci un pensierino.
Così quando vedo persone che strillano (e questo vale per politici d’ambo i sessi ma anche per personaggi osannati per il loro rigore intellettuale e morale e per la loro generosità nella società civile) rispetto della persona, uguaglianza, accettazione delle differenze ricordo … (le chiamano valori e le trasversali doppiezze con cui vengono usati e abusati mi ha reso odiosa la parola) be’ ricordo tante cose ma una in particolare.
Riporto stralci di una lettera che scrissi il 18 agosto 1996 all’allora presidente della camera dei deputati on. Luciano Violante

Egregio Presidente,

a questa mia lettera unisco una cartolina che in Friuli la Lega Nord sta diffondendo a tappeto (sembra che ne siano già state distribuite più di 50.000 copie) in merito alla quale mi permetto di scriverLe.

Purtroppo, a mio parere, la cultura che giustifica la supremazia di un gruppo umano sugli altri (e il fatto che oggi si preferisca il riferimento all'etnia anziché alla razza non toglie significato al termine razzismo) é diffusa ben oltre la Lega.
Personalmente ho assistito all'evidente insinuarsi di questa cultura del degrado nella realtà in cui vivo, il Friuli‚ sede del più grande campo di sfollati dalla ex Jugoslavia presenti in Italia. Un'abile campagna di stampa li ha via via demonizzati e nulla ha fatto nemmeno il Prefetto (cui spetta la gestione degli interventi previsti dalla legge 390\92 che riconosce agli sfollati il diritto al "permesso di soggiorno per ragioni umanitarie") per modificarne il rapporto con l'opinione pubblica; le forze politiche tutte (Lega a parte) si sono disinteressate della questione, salvo personali interventi di una consigliera regionale di Rifondazione, e di un consigliere regionale dei Verdi cui in alcune circostanze si é unito anche il capogruppo del PdS (nell’estraneità totale del gruppo e del partito d’appartenenza) Naturalmente interventi di tipo caritativo, che ci sono e ci sono stati, non hanno avuto alcun significato nell'introdurre modifiche culturali in situazioni di questo tipo, anzi talvolta esasperano il rigetto di chi non vuole che le sofferenze del "comunque diverso" siano in alcun modo lenite.
Fra gli sfollati presenti in Italia ci sono anche persone d’etnia Rom e su queste la Lega ha abilmente concentrato l'attenzione della popolazione citando il D.L.319\96. Quella citazione ‚ un grossolano, ma proprio per questo abile, falso, contro cui nessuno di coloro che avrebbero avuto il dovere di far chiarezza si é mosso. Io sono intervenuta più volte sulla stampa locale e, quando ho trovato le cartoline "anti Rom" in distribuzione nel comune in cui risiedo, mi sono rivolta al sindaco.
(n.d.r. che spera di rendere intelligibile una situazione pasticciata e lontana nel tempo.
 In quella cartolina si chiedeva al destinatario, l’allora Presidente della Repubblica, di poter appartenere all’etnia rom, dato che ogni Rom avrebbe ricevuto dallo stato 35.000 lire al giorno.
La cartolina sosteneva un falso in quanto le 35.000 lire al giorno venivano date ai profughi dalla ex Jugoslavia che disponevano di un permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, residenti negli appositi campi.
Poiché fra i profughi c’erano molti Rom, la Lega giocava abilmente riducendo i profughi stessi a una sola etnia,quella appunto di Rom, “dimenticando” la distinzione fra coloro che disponevano del riconoscimento dello status di profughi e coloro che non ne disponevano e facendoli tutti destinatari di una regalia)

 

Non scrissi solo al presidente della camera, ma a sindaci, responsabili di stimate associazioni, politici locali, parroci … e non ebbi risposta da alcuno.
Sapevo, per tante ragioni, quanto infame fosse quella bugia e ancor oggi la considero il segno di come la Lega Nord abbia saputo far emergere il peggio del buon senso comune e esaltarne ciò che c’è di più abietto.
Per capire mi aiuto ancora rileggendo testimonianze relative al 1938 e anni successivi: il consenso che l’Italia seppe offrire alle leggi razziali può insegnare molto.

E non posso sottrarmi, anche se vado lunga, ad un altro ricordo: lo cito anche perché documentato.
1997. Già erano particolarmente affollate marce attorno alla base di Aviano.
Vi partecipavano anche esponenti di Rifondazione e si parlava solo di nucleare, non di contraddizioni locali.
Il sindaco di Aviano era PdS (o Ds non ricordo la data del cambiamento di quel nome) e aveva sollecitato la regione e il Comitato Misto Paritetico Servitù Militari (poiché facevo parte di quell’organismo possiedo e mantengo tutta la corrispondenza ricevuta) a protestare per i danni che la base provocava e che in un suo documento aveva diligentemente elencato.
Nel 1997, a ridosso di un momento elettorale, ricevette dall’allora governo Prodi un certo numero di miliardi per asfaltare le strade che gipponi americani massacravano. Scrisse allora, insieme ai sindaci dell’area, (20/08/1997 protocollo del comune di Aviano n.17955) “…I Sindaci chiariscono che, con ciò, sono evidentemente venute meno le motivazioni che li avevano indotti in passato (vedi nota del 19/08(1996 prot. 17999) a mettere in opera quanto in proprio potere per ostacolare gli interventi di ampliamento della base di Aviano.”
E infatti successivamente la base fu ampliata
Non ho mai trovato traccia di spiegazione di questo atteggiamento né da parte delle forze politiche coinvolte né da parte deileader dei  marciatori e loro seguaci, rispettati per i valori morali che pubblicizzano.
Perché dovrei riconoscere credibilità a tutti costoro, da cui non ho mai sentito, fosse pur sussurare, una parola cridica e autocritica?

Oggi mi si presentano liste elettorali e vi ritrovo fra gli interessati e i sostenitori molti inetti che ho conosciuto nel passato (parecchi bloccati in liste prefabbricate): non basta cambiar nome per riciclarsi diversi.
Se continuità in politica c’è, la ritrovo anche nell’opportunismo più sfacciato e beffardo, nella paura del pensiero critico, nella diffidenza della conoscenza che non sia manovrabile secondo le non-ragioni del potere e dei suoi sudditi.
Non solo ma … come voto il 13 aprile?
A destra mai, per la Lega e suoi opportunistici alleati neppure: cosa posso fare per mantenere il rispetto di me stessa?
Per i partiti e partitini che ancora si riconoscono nella scia della DC … è meglio non parlino mai con una donna che, ora vecchia, è stata ragazzina negli anni ’50 e giovane donna nei ’60 e non ha dimenticato e non dimenticherà mai la frustrazione generata dalla supponenza di chi le negava persino la libertà di guardare e pensare.
Che fare?

augusta

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stranieri in italia, diari di augusta

sabato, 22 dicembre 2007

            Segue al precedente post. Non riuscivo a pubbicare tutto insieme:

E finalmente il diario delle suore di Betlemme, che a giorni spero di rivedere, nella speranza di trovare commenti di lettori e scusandomi per la lunghezza del testo che ritengo inevitabile

augusta

Siamo sempre più imprigionati dal muro e da una situazione caotica e critica: per molti Betlemiti è perfino difficile accorgersi che il Natale si avvicina, presi dalla preoccupazione di sopravvivere…Abbiamo visto tanto dolore e tristezza ma, ancora una volta, ancora mille volte, diciamo “GRAZIE”! Perché qui in Betlemme “ un Bambino ci è stato donato”. Perché anche oggi i bambini ci regalano il sorriso di Dio. Perchè su questa nostra città sofferente continuano a riversarsi, come un fiume, l’amore e la solidarietà: Anche quest’anno 2007 una folla di amici e pellegrini è venuta in visita al Baby Hospital…facendoci sentire la loro squisita, concreta vicinanza e simpatia.

Le cure  in cifre

Il Baby Hospital tenta di “aggiustarsi” al gran numero di bambini.

È interessante soffermarsi su qualche cifra per capire il tipo di presenza e di servizio che ci viene chiesto.

Nel 2006 il numero dei bambini che sono stati curati al Baby Hospital ha raggiunto i 34000: di essi,  4100 sono stati ricoverati, e 29900 hanno ricevuto un trattamento ambulatoriale. Queste cifre significano molto. Parlano di una popolazione estremamente giovane, di situazioni socio-economiche precarie, di condizioni igienico-sanitarie critiche, del disagio causato dai prolungati scioperi nell’ospedale governativo: mesi di sciopero dei dipendenti da mesi senza stipendio!  

A Betlemme e nei villaggi circostanti la vita è difficile e dura. Grava sulla popolazione la mancanza di libertà, che li costringe a vivere rinchiusi dentro il “muro di separazione”; le tensioni non mancano, ma i bambini donano gioia, sorriso,  vitalità e  futuro a questa popolazione oppressa. E vengono al mondo volentieri, i bambini, benedizione infinita per tante mamme giovani e bellissime, che credono nella vita e nella Provvidenza in maniera cieca e assoluta. Il tasso di natalità raggiunge il 3,1%. A Gaza, perennemente sotto assedio, la natalità è ancora superiore: 3,7%.

La capacità di sofferenza, di tolleranza, di paziente attesa sembra essere la carta vincente di questa popolazione.

 

Nuovo poliambulatorio in vista

Pianti a tutto volume e grida a squarciagola ci annunciano fin dal mattino presto che  l’afflusso dei piccoli pazienti nell’ambulatorio è alto.  Le stanze dell’ambulatorio sono divenute ormai troppo piccole e incapaci di reggere l’affollamento e il “traffico”, le attrezzature sono diventate insufficienti, e da tempo siamo in attesa di nuovi necessari lavori di ampliamento dei servizi del poliambulatorio.

 

Sofferenza e amore  

Il Baby Hospital serve il distretto di Betlemme e di Hebron, ed è l’unico ospedale pediatrico della Palestina, aperto a tutti i bambini, ma praticamente inaccessibile a molti villaggi e città a motivo dei blocchi militari che impediscono ai palestinesi la libera circolazione nella propria terra.

La durata media del ricovero in ospedale si aggira sui 3-4 giorni quando si tratta di patologie “stagionali”. “I bambini di Betlemme soffrono delle malattie tipiche della povertà. Sindromi banali come una diarrea, possono mettere i piccoli pazienti in pericolo di vita, perchè i bambini arrivano troppo tardi dal medico e perchè le precarie condizioni igieniche accelerano fortemente il decorso della patologia”.

“In estate molti bambini contraggono infezioni gastrointestinali. I  più deboli sono particolarmente esposti a questo tipo di infezioni.  L’inverno presenta rischi soprattutto per i neonati. Le case non proteggono a sufficienza dal freddo. Molti arrivano da noi in stato di ipotermia. A molti bambini manca la forza di resistere”.

La sofferenza dei bambini si fa particolarmente problematica  quando si tratta di malattie ereditarie o congenite. Qualche giorno fa Mahmoud, ultimo di cinque figli, è ritornato tra gli angeli, raggiungendo i  suoi fratellini e lasciando soli mamma e papà. Una strana malattia li ha colpiti, tutti e cinque: acidemia metilmalonica. I quattro fratellini sono vissuti tre giorni dopo la nascita; a Mahmoud, più fortunato, la vita ha regalato 4 mesi. Altre volte la patologia si fa cronica e la sofferenza dei bambini è un interrogativo continuo, i ricoveri si susseguono uno dopo l’altro, e l’ospedale diventa la loro seconda casa. Shaed è una di loro. In questi mesi di prolungato ricovero è diventata quasi la nostra “miss Baby Hospital”. La si riconosce subito, anzi, si presenta da sè ai pellegrini che vengono a farci visita: Shaed si intrufola tra il gruppo con tutta naturalezza, con l’immancabile pollice in bocca e un sorriso incredibile, riuscendo ad attirare l’attenzione dei visitatori con graziose mosse, quelle adatte per l’occasione. Tutto questo nei suoi giorni “buoni”. Shaed non ha ancora tre anni.  Sulla sua cartella clinica sono registrati 20 ricoveri, l’ultimo dura ormai ora da 4 mesi. La sua sofferenza iniziò presto: a due mesi venne ricoverata per una bronchite, dopo 6 mesi ritornò con una destrocardia bronchiale con asma. Subì un intervento, e da allora  è rimasta costantemente sotto ossigeno, fino a un mese fa; ora viene sottoposta ad un costante controllo della saturazione di ossigeno, così da valutare la possibilità di tornare a casa per alcune ore. Shaed ha un’amichetta al Baby Hospital: si chiama Amjaad, non ha ancora  2 anni.  Ogni volta che viene ricoverata, Shaed la ritrova e trascorrono molto tempo insieme.

Amjaad ha vissuto in ospedale quasi tutta la sua vita. A casa  ha trascorso in tutto 20 giorni, la mamma  li ricorda uno ad uno. Amjaad ha sofferto molto: il suo primo ricovero avvenne quando aveva 10 giorni, è rimasta a lungo nell’incubatrice, nella sezione di neonatologia. Seguirono molti altri ricoveri e la diagnosi fu pesante fin dall’inizio: polmonite, anemia e stomatite prodotta da un fungo.  Questo è il quindicesimo ricovero per Amjaad,  in ospedale ora da 7 mesi. Il suo fratellino maggiore soffre della stessa malattia, anch’egli in ospedale più volte.   

Ciò che più ci stupisce di Amjaad è il suo smagliante sorriso pur in mezzo a tanta sofferenza.   

È un sorriso che illumina anche noi e ci regala momenti di vera gioia e allegria. A chi ci chiede se il nostro aiuto serve a qualcosa, se  riusciamo a dare speranza in questa situazione, noi rispondiamo: “Sì!”, e con profonda convinzione. Il fatto stesso che siamo qui è molto importante! Ci prendiamo cura  di una folla di bambini e sosteniamo le loro mamme!

Lo scorso anno lo abbiamo fatto 34000 volte.

Per 34mila  volte abbiamo dato speranza!

 

I “clowns” al Baby Hospital

Qualcuno ha arricciato il naso al sentir parlare dell’arrivo dei clowns...  il  dolore  dei bambini dovrebbe andar trattato un po’ più “seriamente”, invece no, è importante  che si trovino per loro tutte le possibilità di ridere e di divertirsi. Così infatti è accaduto oggi, per la fantasia di 4 “mattacchioni”, venuti in Palestina dall’Italia: un’ora di risate e di incanto, di assoluta sorpresa per tanti bambini che si sono trovati davanti questa specie di dottori da circo con camici dipinti e colorati. I loro nomi “d’arte” sono: Dott. Arcobaleno, Dott.ssa Sbrodolina, Dott.ssa Mammola e Dott.ssa Caramella.

In un batter d’occhio la hall dell’ospedale si è trasformata in un palcoscenico, dove tutti, attori e spettatori, eravamo mescolati in una piacevolissima confusione. I bambini più grandicelli, di 2-3 anni,  trotterellavano attorno ai clowns totalmente abbagliati dai loro smaglianti colori. Le mamme si tenevano in braccio i più piccoli e si divertivano più di tutti, inclusa un’anziana nonna di grossa mole, vestita di nero. Le bolle di sapone, grosse, coloratissime, soffiate dolcemente dai clown, volteggiavano luminose attorno ai bambini e incantavano Shaed più d’ogni altro: un mondo di gioia e di magia che volava e volava, e poi, all’improvviso, scompariva...

Dopo essersi esibiti in scene da ridere a crepapelle, i clowns hanno visitato i reparti fermandosi ad ogni lettino e facendone “di cotte e di crude” per far divertire i bambini e attirare la loro attenzione. Ma la piccola Rima, ricoverata in isolamento a causa della polmonite di cui soffre, non ha potuto ricevere la visita dei clowns... povera piccola Rima...quanto avremmo desiderato vederti sorridere!

 

Intanto, non lontano dal Baby Hospital….

La costruzione del “muro di separazione” continua oltre Betlemme, implacabile, ed ora è la volta di Betjala, una cittadina di 15mila abitanti che si estende subito ad ovest di Betlemme, sulla collina più alta;  dalla sommità di essa lo sguardo abbraccia un  paesaggio di incantevole bellezza, dove la natura è incontaminata: sembra un pezzetto di paradiso terrestre rimasto tra noi. Noi lo conosciamo bene: è una delle mete preferite dei nostri tempi di relax. Per gli abitanti di Betjala è la terra dei loro padri, terra ricca di frutteti, di viti e di ulivi, di una varietà infinita di erbe aromatiche che crescono tra le rocce: terra di sorgenti d’acqua preziosa e pura. È l’unico spazio verde per loro, e spesso, l’unica alternativa alle tensioni quotidiane.

Da circa un anno le famiglie proprietarie di quelle terre (per la maggior parte cristiani), e noi stesse, guardiamo quasi smarriti  quel paesaggio incantevole: infatti, proprio sulla parte più alta della città si sta innalzando il muro grigio che la deruberà di una parte consistente del suo territorio. Georgette, un’anziana donna che vive sola con il suo cane, un giorno si è vista arrivare  le ruspe dietro casa (a pochissimi metri!), che hanno cominciato a  scavare all’impazzata. E come lei, molti altri guardano attoniti allo scempio che si sta facendo della loro città: è arrivato il loro turno, come c’è stato un turno per Betlemme e per le città e villaggi stretti dal muro. Anche per gli abitanti di Betjala il muro significherà perdere la proprietà di parecchi appezzamenti di terra,  vivere ancor più rinchiusi tra le loro strade polverose e strette, assenza di spazi verdi, spazi più ristretti, ulteriori limiti alla  libertà di circolazione, riduzione delle  risorse lavorative, conseguenze a livello psicologico, aumento di tensione, di conflitti, disgusto, senso di oppressione, di mancanza di respiro. Quella che prima era la loro terra, forse, potranno vederla da lontano, oltre il muro, oltre le “siepi” di filo spinato.

Nulla è strano in questa situazione: Il frutteto di Jamal (17mila mq.) è venuto a trovarsi all’interno di un insediamento ebraico! Se Jamal vuole raccogliere i frutti della sua terra, deve chiedere  il permesso  ai nuovi inquilini, e può dirsi fortunato, perchè fino ad oggi gli permettono ancora di vedere la sua terra. Lui si siede per un po’ all’ombra degli alberi e pensa, pensa continuamente. È un uomo buono, Jamal, mite e gentile, e gli abitanti ebrei dell’insediamento gli fanno un atto di cortesia, fino a quando sarà possibile. Tra breve il muro sarà costruito anche in quella zona, e la terra di Jamal, rimarrà di là del muro, annessa a Gerusalemme, inaccessibile.

Fa parte di questo piano di annessione anche la collina di Cremisan, luogo di silenzio e di rara tranquillità, dalla verdissima pineta e dai pendii ricoperti di viti e ulivi: luogo rinomato per il buon vino dei Padri Salesiani. Molti degli alberi del bosco sono già stati sradicati per far posto al muro. Nei pressi di questa collina Jamal possiede altri 30mila mq. coltivati ad ulivi: li perderà tutti.

 

Come si può parlare di pace di fronte a questa realtà?

Uno dei problemi più pesanti è la scarsità d’acqua,  vera questione politica.  La Palestina non è padrona delle proprie sorgenti d’acqua, non ne ha diritto.  Israele preleva per il proprio uso l’80% dell’acqua dei territori palestinesi e “permette” loro di usare il rimanente 20%.5 Anche se nella stagione invernale si gode della benedizione della pioggia, stranamente la quantità d’acqua concessa alla popolazione sembra sempre meno. Le conseguenze vengono pagate soprattutto dai poveri. Lo tocchiamo con mano  nella casa di Helen, che si prende cura di un fratello e di una sorella disabili, non autosufficienti, bisognosi di molte cure. “Spesso ci manca l’acqua, dice, anche per la pulizia personale, e la devo comperare”.  Non c’è acqua per i giardini, per gli orti, e tutto si secca. Eppure poco lontano, in Israele, i prati sono verdi e freschi anche sotto il sole infuocato dell’estate appena trascorsa, e i nuovi insediamenti ebraici che accerchiano Betlemme hanno acqua in abbondanza, con un uso pro-capite di gran lunga superiore a quello della popolazione palestinese.  

 

Il muro “artistico”

Mentre in Betlemme ci hanno rinchiusi con blocchi di cemento orribili a vedersi,  con sporcizia e immondizie che si accumulano e svolazzano in ogni direzione, (incluse quelle gettate per disprezzo dai soldati del check point), dalla parte Israeliana non è così: il muro è stato dipinto con cura, vi appongono scritte del tipo ”la pace sia voi”(!), come si nota presso il portone per entrare in Betlemme;  altrove il muro  è stato “abbellito” da collinette verdi che sembrano ridurne in parte le impressionanti dimensioni.“Il muro dovrebbe essere costruito ad arte, con un pò di gusto…intonato con il paesaggio…”, così si diceva, in mezzo a tante critiche per un orrore vivente che sta  trafiggendo la Terra Santa. Immaginiamo quindi che ad un certo punto architetti e artisti si siano messi a tavolino studiando come fare un “bel muro”, che non faccia impressione e che dia sicurezza senza far venire un colpo al cuore.

Così è sorto un nuovo tipo di barriera per dividere Israele e Palestina, un muro non di blocchi di cemento, ma di mattoni o mattonelle, di varie misure, armonici, con rilievi e colore  intonati con il paesaggio, perfino gradevoli all’occhio. Generalmente viene posto a fianco delle strade percorse solo da Israeliani, costruite però su territorio palestinese: strade larghe, moderne, tra colline tagliate senza pietà, strade immerse in un ambiente naturale da sogno, accompagnate dal “muro di separazione” in nome della sicurezza,  ma che è un muro gradevole d’aspetto: esso sbarra la strada ai Palestinesi e li obbliga a percorsi convulsi per raggiungere  località  in linea d’aria vicinissime.

Ma, muro grigio o muro artistico, per i Palestinesi significa la stessa cosa.

Ad essi ormai non rimane più che stare a guardare...,  come quel  gruppo di contadini che abbiamo visto seduti di là dal filo spinato, ad osservare attoniti  le terre a cui non possono piu'accedere.

 

Chi parla di Stato Palestinese?

Con un territorio costituito da isolotti, città separate una dall’altra, Cisgiordania separata da Gaza, economicamente  assoggettato a Israele, chi mai può parlare di Stato Palestinese? A noi viene da sorridere con tristezza, pensando a questa povera Palestina ridotta così, sotto la minaccia di vedersi strappare ulteriori terre per ulteriori insediamenti ebraici. Proviamo ancor più amarezza quando ci viene raccontato che  a volte sono stati  i Palestinesi stessi a vendere la propria terra, a volte costretti, a volte con traffici “sotterranei” di vario tipo: è un argomento di cui non si parla….se non di nascosto, perchè rischioso.

Chi mai può credere allo Stato Palestinese?

 

Poveri e ricchi nella stessa prigione

Intanto, nel Distretto di Betlemme, che include la città e i villaggi circostanti, lo spazio vitale si riduce e si restringe sempre di più, la popolazione gira sempre su se stessa, la città è sempre più affollata e caotica, crescono le tensioni e i conflitti nelle famiglie e tra le famiglie. Si riducono interessi e orizzonti, si riducono relazioni e contatti. Non potendo uscire liberamente dalla città, chi possiede denaro, cerca di usarlo per rendere meno spiacevole la vita,  si costruisce case bellissime e comode, cerca la buona tavola. In città aumenta vertiginosamente il numero dei ristoranti dando la sensazione che il cibo conti sempre di più. Il denaro e il benessere si concentrano sempre più nelle mani di pochi ricchi, dando via libera all’ingiustizia sistematica e organizzata: i proprietari dei negozi di souvenirs danno paghe “da fame” ai loro dipendenti, sono i primi a lamentarsi della situazione difficile,  ma nei loro negozi faraonici “spellano” i pellegrini e i turisti con prezzi da capogiro, organizzando perfino dei disgustosi sermoni sugli articoli messi in bella vista. Erano i primi a lamentarsi delle conseguenze disastrose dell’intifada, hanno licenziato operai e  dimezzato  salari. Dopo qualche tempo, li vediamo innalzare ville che sembrano castelli, sfacciatamente, mentre il numero delle famiglie povere  aumenta sempre di più.

Piuttosto che venire sfruttati in maniera così vergognosa, alcuni rifiutano il lavoro e preferiscono rimanere disoccupati.

I poveri di Betlemme portano avanti silenziosamente i loro drammi quotidiani, sono essi che vivono le conseguenze concrete di una situazione sociale e politica che non trova soluzioni; molti sopravvivono mendicando l’aiuto ad organizzazioni umanitarie, fino a quando anch’esse, “per non creare dipendenza”, così dicono, tagliano i programmi di aiuto, causando un’autentica disperazione in non poche famiglie.

Il governo si cura pochissimo dei cittadini, è piuttosto la corruzione che governa, il favoritismo. Gran parte delle risorse e dell’aiuto economico per la Palestina proviene dal mondo cristiano, ma se a Betlemme un cristiano chiede aiuto ad un’organizzazione governativa, può accadere che lo deridano e lo spediscano alle istituzioni gestite da cristiani,  come è successo a Rahigeh,  un’anziana donna che fa da madre e padre ai suoi tre nipoti rimasti orfani in un solo  giorno.    

 

I cristiani a Betlemme

I problemi di Betlemme pesano particolarmente sulla minoranza cristiana, sempre più decimata dall’emigrazione e ora ridotta sì e no ad un quarto  della popolazione. In tutta la Palestina (quasi 4 milioni di abitanti), i cristiani rappresentano l’1.5% della popolazione. Di quasi ogni famiglia cristiana ci sono membri all’estero, in alcune famiglie quasi tutti. I giovani se ne vanno perchè, chiusi dal “muro di separazione”, non trovano più lavoro, nè prospettive, e i padri di famiglia perchè non riescono a mantenere i propri figli. Rimangono tanti anziani, con scarso sostegno economico e bisognosi di cure.  

Essere minoranza qui è diventato molto difficile. Ai cristiani spesso viene chiesto di essere eroi, di resistere a denti stretti. Spesso però il fatto di essere nati nella città di Gesù Cristo non è sufficiente a trattenerli nella Terra Santa, specie in questi anni quando la costruzione del muro ha dato il colpo finale ai loro sogni di pace e di sviluppo sociale ed economico.

I cristiani si trovano “tra l’incudine e il martello”. I musulmani da un lato e gli ebrei dall’altro,  rivendicano questa terra tutta e solo per loro, ognuno dalla sua parte, e non nascondono la loro opposizione al fatto che i cristiani vivano qui, anzi, fanno tutto il possibile perchè se ne vadano, rendendo sempre più dure le loro condizioni di vita.  

Le difficoltà da parte del Governo di Israele a dare il visto e i permessi di soggiorno ai religiosi, si inscrivono in questa politica di “pulizia”. Non si dimostra apertamente l’ostilità verso i cristiani, così da attirare l’attenzione, ma tutto viene fatto in maniera sottile, subdola, complicando la vita quotidiana e aumentando le misure restrittive.  In nome della propria sicurezza non si riesce più a vedere i diritti dell’ altro, che pure  è un essere umano. Non si nega l’importanza e l’utilità della presenza cristiana, ma si preferisce una presenza “temporanea”, che non dia troppo fastidio, del tipo “va e torna”, “6 giorni di pellegrinaggio in tutto”, senza troppo coinvolgersi con la sofferenza e i problemi della popolazione, e che porti buoni vantaggi economici per il Paese.

Come tutti gli abitanti di Betlemme, i cristiani soffrono profondamente per la vita priva di libertà che sono costretti a vivere, come tutti stanno ore in coda ai posti di controllo, vengono umiliati, vengono derubati delle loro terre, sottostanno a tutte le restrizioni e  ingiustizie perpetrate contro la popolazione, anche se mai compiono atti di violenza ai danni di Israele.

Come tutti, essi pagano pesanti conseguenze, eppure, paradossalmente, essi continuano a provare nostalgia dei tempi dell’occupazione Israeliana (1967 – 1995), quando almeno si godeva di un pò di libertà.

Oggi, in questa Betlemme ridotta a prigione a cielo aperto, privati della più essenziale libertà di movimento e di conservare le normali relazioni con i familiari rimasti al di là del “muro di separazione”,  bloccati dal raggiungere Gerusalemme per andare a pregare sui Luoghi Santi, ostacolati nella vendita dei loro prodotti artigianali, umiliati e trattati anch’essi come potenziali terroristi, i cristiani tendono ad accumulare un profondo senso di vuoto, di delusione per il presente, di sfiducia e preoccupazione per il futuro.  Si devono adattare a vivere in “prigione”, o devono lasciare il Paese, facendo così il più grande favore a Israele, che vorrebbe a poco a poco “svuotare” queste terre; e un grande favore anche ai musulmani, molti dei quali ritengono i cristiani gente estranea e importata.

Uno dei problemi che causano insicurezza e preoccupazione nei cristiani è la mancanza di leggi e di norme che garantiscano  e difendano i diritti dei cittadini. Quello che sta accadendo in Betlemme a riguardo delle proprietà terriere evidenzia come essi siano facilmente esposti ad abusi e soprusi. Molti cristiani non vogliono parlare per paura di minacce e ritorsioni, ma qualcuno ha il coraggio di farlo, perchè non ha più nulla da perdere, come Emily e Salim, due coniugi ormai avanti negli anni, ma decisi a lottare contro un’ingiustizia che si trascina da mesi.

Alcune persone (o meglio, un’organizzazione criminale) di un villaggio vicino si sono impossessate della loro proprietà( 6mila mq. di terra), se la sono divisa con muri di cemento, distruggendo gli ulivi. Un rappresentante dell’Autorità Palestinese chiede 1000 $ per scacciare gli intrusi, riceve il denaro dalla coppia, ma non fa nulla per ripristinare i diritti lesi, e si tiene il denaro: sembra essere d’accordo con la stessa organizzazione di ladri. Alle reazioni dei due coniugi, gli usurpatori rispondono con minacce e violenza anche fisica: il pover’uomo, già di salute precaria e con i postumi di un’operazione al cuore, viene percosso e ancora oggi porta le conseguenze del trauma subito, trauma fisico e psichico.  Si rivolgono  a vari membri dell’Autorità Palestinese cercando il loro intervento, ma nessuno fa nulla. Si rivolgono al Presidente, che sembra prendere a cuore il loro caso,  ma ancora nulla.

Anche altre famiglie di Betlemme sono state derubate in modo simile, e le storie da raccontare sono molte....

Continua Emily: “Puoi ricorrere alla corte, ti rispondono con gentilezza, sembrano interessati al caso, chiedono di presentare il tale documento, poi il tal’altro…ma nessuno ti difende. Queste bande di ladri, hanno amici anche in corte, hanno contatti con avvocati: tu credi di trovare difesa, ma di nascosto quelli ti sono nemici, trovano continuamente pretesti per posporre e non affrontare il caso”.

Per arrivare ad impossessarsi di un certo pezzo di terra, le organizzazioni criminali cominciano con la raccolta di informazioni sui proprietari,  e a questo scopo ingaggiano cristiani, che ricevono lauti compensi. Intanto presso l’ufficio di registrazione delle proprietà emergono  strani documenti. I due coniugi parlano chiaramente di falsificazione di firme con la collaborazione di rappresentanti dell’Autorità Palestinese. Altri proprietari sono stati convinti, subendo minacce e pressioni, a firmare documenti compromettenti, per il loro “vantaggio”.  Alla fine, ma troppo tardi, il proprietario si accorge che non è più padrone della sua terra.