Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

Eccomi

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Per prelevare l'indirizzo feed di questo Blog, utilizza il mouse con la funzione 'Tasto destro, copia collegamento'. Per leggere i contenuti tramite Feed, puoi scaricare e utilizzare l'aggregatore di Freereader, che trovi all'indirizzo http://download.html.it/recensione.asp?recensione=1489. Questo Feed XML è offerto da www.jelot.net/rss/rssify.php

Blogger: AUG
Nome: Augusta

Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


Contatore

visitato *loading* volte

 
domenica, 09 marzo 2008

Si discute in questi giorni il decreto relativo agli infortuni sul lavoro.
Mi chiedo se tanto accadrebbe se il Presidente della Repubblica non ne avesse fatto da tempo un caso nazionale, se non ci fossero stati (in deroga allo stillicidio continuo di singole perdite) tre casi (Torino, Venezia, Molfetta) in cui il numero contemporaneo di morti avesse emozionato l’opinione pubblica.
Voglio però permettermi un cenno all’oggetto del contendere fra governo e confindustria.
Si discute di multe che oggi arrivano ad un massimo di 1.033 euro per il datore di lavoro totalmente inadempiente nei confronti dei sistemi di sicurezza (o meglio della vautazione dei rischi), somma che  – con il decreto in discussione- dovrebbe arrivare a 24.000 euro, riducibili ad un quarto se il datore di lavoro trovato in fallo inizia l’adeguamento mai prima intrapreso.
Tanto ho capito dal coacervo d’informazioni che ci arrivano, ma devo pensare di aver capito bene se è di questo che si discute e non dei necessari processi di formazione e dei compiti delle ASL, compiti di prevenzione e vigilanza che la scarsità di personale destinatovi rende difficilmente praticabili in tempi dovutamente rapidi e soprattutto antecedenti il succedersi di eventi, che –se soltanto rincorsi- continueranno ad essere tragici.


Ragionando su questo tema mi sono tornate alla mente vecchie questioni: non so se interessino, ma fanno parte della storia della mia vita e mi aiutano a decidere, o meglio, quando devo prendere una decisione, non posso rifiutarmi a queste memorie che si presentano anche se non evocate.
Mi sono chiesta il perché di tanta ignoranza in fatto di minacce alla vita e mi sono ricordata una fase spiacevole del mio impegno in consiglio regionale.
Discutevamo il piano sanitario –come dovuto a seguito della legge 833 del 1978 –e tutti sapevamo quanto importante sarebbe stato il problema della prevenzione (era il tempo in cui si parlava seriamente della legge 194, senza ridurla alla questione dell’aborto come va ora di moda fra i profeti dello squallore) e della necessità di vincolare la spesa anche a quello e simili scopi. Non se ne fece quasi nulla: i vari, si fa per dire, responsabili in fase operativa erano troppo impegnati a rincorrere i desideri del pubblico, manovrati o meno che fossero (non fu così per tutti, ma per molti).
Anche ciò che poteva essere fatto si disperse nei rivoli di una pigra indifferente continuità che non volle o seppe impegnarsi sui temi della prevenzione.
Saper governare con attenzione alle risorse? Bene comune?
Facciamoci un pensierino.
Così quando vedo persone che strillano (e questo vale per politici d’ambo i sessi ma anche per personaggi osannati per il loro rigore intellettuale e morale e per la loro generosità nella società civile) rispetto della persona, uguaglianza, accettazione delle differenze ricordo … (le chiamano valori e le trasversali doppiezze con cui vengono usati e abusati mi ha reso odiosa la parola) be’ ricordo tante cose ma una in particolare.
Riporto stralci di una lettera che scrissi il 18 agosto 1996 all’allora presidente della camera dei deputati on. Luciano Violante

Egregio Presidente,

a questa mia lettera unisco una cartolina che in Friuli la Lega Nord sta diffondendo a tappeto (sembra che ne siano già state distribuite più di 50.000 copie) in merito alla quale mi permetto di scriverLe.

Purtroppo, a mio parere, la cultura che giustifica la supremazia di un gruppo umano sugli altri (e il fatto che oggi si preferisca il riferimento all'etnia anziché alla razza non toglie significato al termine razzismo) é diffusa ben oltre la Lega.
Personalmente ho assistito all'evidente insinuarsi di questa cultura del degrado nella realtà in cui vivo, il Friuli‚ sede del più grande campo di sfollati dalla ex Jugoslavia presenti in Italia. Un'abile campagna di stampa li ha via via demonizzati e nulla ha fatto nemmeno il Prefetto (cui spetta la gestione degli interventi previsti dalla legge 390\92 che riconosce agli sfollati il diritto al "permesso di soggiorno per ragioni umanitarie") per modificarne il rapporto con l'opinione pubblica; le forze politiche tutte (Lega a parte) si sono disinteressate della questione, salvo personali interventi di una consigliera regionale di Rifondazione, e di un consigliere regionale dei Verdi cui in alcune circostanze si é unito anche il capogruppo del PdS (nell’estraneità totale del gruppo e del partito d’appartenenza) Naturalmente interventi di tipo caritativo, che ci sono e ci sono stati, non hanno avuto alcun significato nell'introdurre modifiche culturali in situazioni di questo tipo, anzi talvolta esasperano il rigetto di chi non vuole che le sofferenze del "comunque diverso" siano in alcun modo lenite.
Fra gli sfollati presenti in Italia ci sono anche persone d’etnia Rom e su queste la Lega ha abilmente concentrato l'attenzione della popolazione citando il D.L.319\96. Quella citazione ‚ un grossolano, ma proprio per questo abile, falso, contro cui nessuno di coloro che avrebbero avuto il dovere di far chiarezza si é mosso. Io sono intervenuta più volte sulla stampa locale e, quando ho trovato le cartoline "anti Rom" in distribuzione nel comune in cui risiedo, mi sono rivolta al sindaco.
(n.d.r. che spera di rendere intelligibile una situazione pasticciata e lontana nel tempo.
 In quella cartolina si chiedeva al destinatario, l’allora Presidente della Repubblica, di poter appartenere all’etnia rom, dato che ogni Rom avrebbe ricevuto dallo stato 35.000 lire al giorno.
La cartolina sosteneva un falso in quanto le 35.000 lire al giorno venivano date ai profughi dalla ex Jugoslavia che disponevano di un permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, residenti negli appositi campi.
Poiché fra i profughi c’erano molti Rom, la Lega giocava abilmente riducendo i profughi stessi a una sola etnia,quella appunto di Rom, “dimenticando” la distinzione fra coloro che disponevano del riconoscimento dello status di profughi e coloro che non ne disponevano e facendoli tutti destinatari di una regalia)

 

Non scrissi solo al presidente della camera, ma a sindaci, responsabili di stimate associazioni, politici locali, parroci … e non ebbi risposta da alcuno.
Sapevo, per tante ragioni, quanto infame fosse quella bugia e ancor oggi la considero il segno di come la Lega Nord abbia saputo far emergere il peggio del buon senso comune e esaltarne ciò che c’è di più abietto.
Per capire mi aiuto ancora rileggendo testimonianze relative al 1938 e anni successivi: il consenso che l’Italia seppe offrire alle leggi razziali può insegnare molto.

E non posso sottrarmi, anche se vado lunga, ad un altro ricordo: lo cito anche perché documentato.
1997. Già erano particolarmente affollate marce attorno alla base di Aviano.
Vi partecipavano anche esponenti di Rifondazione e si parlava solo di nucleare, non di contraddizioni locali.
Il sindaco di Aviano era PdS (o Ds non ricordo la data del cambiamento di quel nome) e aveva sollecitato la regione e il Comitato Misto Paritetico Servitù Militari (poiché facevo parte di quell’organismo possiedo e mantengo tutta la corrispondenza ricevuta) a protestare per i danni che la base provocava e che in un suo documento aveva diligentemente elencato.
Nel 1997, a ridosso di un momento elettorale, ricevette dall’allora governo Prodi un certo numero di miliardi per asfaltare le strade che gipponi americani massacravano. Scrisse allora, insieme ai sindaci dell’area, (20/08/1997 protocollo del comune di Aviano n.17955) “…I Sindaci chiariscono che, con ciò, sono evidentemente venute meno le motivazioni che li avevano indotti in passato (vedi nota del 19/08(1996 prot. 17999) a mettere in opera quanto in proprio potere per ostacolare gli interventi di ampliamento della base di Aviano.”
E infatti successivamente la base fu ampliata
Non ho mai trovato traccia di spiegazione di questo atteggiamento né da parte delle forze politiche coinvolte né da parte deileader dei  marciatori e loro seguaci, rispettati per i valori morali che pubblicizzano.
Perché dovrei riconoscere credibilità a tutti costoro, da cui non ho mai sentito, fosse pur sussurare, una parola cridica e autocritica?

Oggi mi si presentano liste elettorali e vi ritrovo fra gli interessati e i sostenitori molti inetti che ho conosciuto nel passato (parecchi bloccati in liste prefabbricate): non basta cambiar nome per riciclarsi diversi.
Se continuità in politica c’è, la ritrovo anche nell’opportunismo più sfacciato e beffardo, nella paura del pensiero critico, nella diffidenza della conoscenza che non sia manovrabile secondo le non-ragioni del potere e dei suoi sudditi.
Non solo ma … come voto il 13 aprile?
A destra mai, per la Lega e suoi opportunistici alleati neppure: cosa posso fare per mantenere il rispetto di me stessa?
Per i partiti e partitini che ancora si riconoscono nella scia della DC … è meglio non parlino mai con una donna che, ora vecchia, è stata ragazzina negli anni ’50 e giovane donna nei ’60 e non ha dimenticato e non dimenticherà mai la frustrazione generata dalla supponenza di chi le negava persino la libertà di guardare e pensare.
Che fare?

augusta

Pagina diario scritta da: AUG a 10:00 | link | commenti | | Torna su
stranieri in italia, diari di augusta

sabato, 22 dicembre 2007

            Segue al precedente post. Non riuscivo a pubbicare tutto insieme:

E finalmente il diario delle suore di Betlemme, che a giorni spero di rivedere, nella speranza di trovare commenti di lettori e scusandomi per la lunghezza del testo che ritengo inevitabile

augusta

Siamo sempre più imprigionati dal muro e da una situazione caotica e critica: per molti Betlemiti è perfino difficile accorgersi che il Natale si avvicina, presi dalla preoccupazione di sopravvivere…Abbiamo visto tanto dolore e tristezza ma, ancora una volta, ancora mille volte, diciamo “GRAZIE”! Perché qui in Betlemme “ un Bambino ci è stato donato”. Perché anche oggi i bambini ci regalano il sorriso di Dio. Perchè su questa nostra città sofferente continuano a riversarsi, come un fiume, l’amore e la solidarietà: Anche quest’anno 2007 una folla di amici e pellegrini è venuta in visita al Baby Hospital…facendoci sentire la loro squisita, concreta vicinanza e simpatia.

Le cure  in cifre

Il Baby Hospital tenta di “aggiustarsi” al gran numero di bambini.

È interessante soffermarsi su qualche cifra per capire il tipo di presenza e di servizio che ci viene chiesto.

Nel 2006 il numero dei bambini che sono stati curati al Baby Hospital ha raggiunto i 34000: di essi,  4100 sono stati ricoverati, e 29900 hanno ricevuto un trattamento ambulatoriale. Queste cifre significano molto. Parlano di una popolazione estremamente giovane, di situazioni socio-economiche precarie, di condizioni igienico-sanitarie critiche, del disagio causato dai prolungati scioperi nell’ospedale governativo: mesi di sciopero dei dipendenti da mesi senza stipendio!  

A Betlemme e nei villaggi circostanti la vita è difficile e dura. Grava sulla popolazione la mancanza di libertà, che li costringe a vivere rinchiusi dentro il “muro di separazione”; le tensioni non mancano, ma i bambini donano gioia, sorriso,  vitalità e  futuro a questa popolazione oppressa. E vengono al mondo volentieri, i bambini, benedizione infinita per tante mamme giovani e bellissime, che credono nella vita e nella Provvidenza in maniera cieca e assoluta. Il tasso di natalità raggiunge il 3,1%. A Gaza, perennemente sotto assedio, la natalità è ancora superiore: 3,7%.

La capacità di sofferenza, di tolleranza, di paziente attesa sembra essere la carta vincente di questa popolazione.

 

Nuovo poliambulatorio in vista

Pianti a tutto volume e grida a squarciagola ci annunciano fin dal mattino presto che  l’afflusso dei piccoli pazienti nell’ambulatorio è alto.  Le stanze dell’ambulatorio sono divenute ormai troppo piccole e incapaci di reggere l’affollamento e il “traffico”, le attrezzature sono diventate insufficienti, e da tempo siamo in attesa di nuovi necessari lavori di ampliamento dei servizi del poliambulatorio.

 

Sofferenza e amore  

Il Baby Hospital serve il distretto di Betlemme e di Hebron, ed è l’unico ospedale pediatrico della Palestina, aperto a tutti i bambini, ma praticamente inaccessibile a molti villaggi e città a motivo dei blocchi militari che impediscono ai palestinesi la libera circolazione nella propria terra.

La durata media del ricovero in ospedale si aggira sui 3-4 giorni quando si tratta di patologie “stagionali”. “I bambini di Betlemme soffrono delle malattie tipiche della povertà. Sindromi banali come una diarrea, possono mettere i piccoli pazienti in pericolo di vita, perchè i bambini arrivano troppo tardi dal medico e perchè le precarie condizioni igieniche accelerano fortemente il decorso della patologia”.

“In estate molti bambini contraggono infezioni gastrointestinali. I  più deboli sono particolarmente esposti a questo tipo di infezioni.  L’inverno presenta rischi soprattutto per i neonati. Le case non proteggono a sufficienza dal freddo. Molti arrivano da noi in stato di ipotermia. A molti bambini manca la forza di resistere”.

La sofferenza dei bambini si fa particolarmente problematica  quando si tratta di malattie ereditarie o congenite. Qualche giorno fa Mahmoud, ultimo di cinque figli, è ritornato tra gli angeli, raggiungendo i  suoi fratellini e lasciando soli mamma e papà. Una strana malattia li ha colpiti, tutti e cinque: acidemia metilmalonica. I quattro fratellini sono vissuti tre giorni dopo la nascita; a Mahmoud, più fortunato, la vita ha regalato 4 mesi. Altre volte la patologia si fa cronica e la sofferenza dei bambini è un interrogativo continuo, i ricoveri si susseguono uno dopo l’altro, e l’ospedale diventa la loro seconda casa. Shaed è una di loro. In questi mesi di prolungato ricovero è diventata quasi la nostra “miss Baby Hospital”. La si riconosce subito, anzi, si presenta da sè ai pellegrini che vengono a farci visita: Shaed si intrufola tra il gruppo con tutta naturalezza, con l’immancabile pollice in bocca e un sorriso incredibile, riuscendo ad attirare l’attenzione dei visitatori con graziose mosse, quelle adatte per l’occasione. Tutto questo nei suoi giorni “buoni”. Shaed non ha ancora tre anni.  Sulla sua cartella clinica sono registrati 20 ricoveri, l’ultimo dura ormai ora da 4 mesi. La sua sofferenza iniziò presto: a due mesi venne ricoverata per una bronchite, dopo 6 mesi ritornò con una destrocardia bronchiale con asma. Subì un intervento, e da allora  è rimasta costantemente sotto ossigeno, fino a un mese fa; ora viene sottoposta ad un costante controllo della saturazione di ossigeno, così da valutare la possibilità di tornare a casa per alcune ore. Shaed ha un’amichetta al Baby Hospital: si chiama Amjaad, non ha ancora  2 anni.  Ogni volta che viene ricoverata, Shaed la ritrova e trascorrono molto tempo insieme.

Amjaad ha vissuto in ospedale quasi tutta la sua vita. A casa  ha trascorso in tutto 20 giorni, la mamma  li ricorda uno ad uno. Amjaad ha sofferto molto: il suo primo ricovero avvenne quando aveva 10 giorni, è rimasta a lungo nell’incubatrice, nella sezione di neonatologia. Seguirono molti altri ricoveri e la diagnosi fu pesante fin dall’inizio: polmonite, anemia e stomatite prodotta da un fungo.  Questo è il quindicesimo ricovero per Amjaad,  in ospedale ora da 7 mesi. Il suo fratellino maggiore soffre della stessa malattia, anch’egli in ospedale più volte.   

Ciò che più ci stupisce di Amjaad è il suo smagliante sorriso pur in mezzo a tanta sofferenza.   

È un sorriso che illumina anche noi e ci regala momenti di vera gioia e allegria. A chi ci chiede se il nostro aiuto serve a qualcosa, se  riusciamo a dare speranza in questa situazione, noi rispondiamo: “Sì!”, e con profonda convinzione. Il fatto stesso che siamo qui è molto importante! Ci prendiamo cura  di una folla di bambini e sosteniamo le loro mamme!

Lo scorso anno lo abbiamo fatto 34000 volte.

Per 34mila  volte abbiamo dato speranza!

 

I “clowns” al Baby Hospital

Qualcuno ha arricciato il naso al sentir parlare dell’arrivo dei clowns...  il  dolore  dei bambini dovrebbe andar trattato un po’ più “seriamente”, invece no, è importante  che si trovino per loro tutte le possibilità di ridere e di divertirsi. Così infatti è accaduto oggi, per la fantasia di 4 “mattacchioni”, venuti in Palestina dall’Italia: un’ora di risate e di incanto, di assoluta sorpresa per tanti bambini che si sono trovati davanti questa specie di dottori da circo con camici dipinti e colorati. I loro nomi “d’arte” sono: Dott. Arcobaleno, Dott.ssa Sbrodolina, Dott.ssa Mammola e Dott.ssa Caramella.

In un batter d’occhio la hall dell’ospedale si è trasformata in un palcoscenico, dove tutti, attori e spettatori, eravamo mescolati in una piacevolissima confusione. I bambini più grandicelli, di 2-3 anni,  trotterellavano attorno ai clowns totalmente abbagliati dai loro smaglianti colori. Le mamme si tenevano in braccio i più piccoli e si divertivano più di tutti, inclusa un’anziana nonna di grossa mole, vestita di nero. Le bolle di sapone, grosse, coloratissime, soffiate dolcemente dai clown, volteggiavano luminose attorno ai bambini e incantavano Shaed più d’ogni altro: un mondo di gioia e di magia che volava e volava, e poi, all’improvviso, scompariva...

Dopo essersi esibiti in scene da ridere a crepapelle, i clowns hanno visitato i reparti fermandosi ad ogni lettino e facendone “di cotte e di crude” per far divertire i bambini e attirare la loro attenzione. Ma la piccola Rima, ricoverata in isolamento a causa della polmonite di cui soffre, non ha potuto ricevere la visita dei clowns... povera piccola Rima...quanto avremmo desiderato vederti sorridere!

 

Intanto, non lontano dal Baby Hospital….

La costruzione del “muro di separazione” continua oltre Betlemme, implacabile, ed ora è la volta di Betjala, una cittadina di 15mila abitanti che si estende subito ad ovest di Betlemme, sulla collina più alta;  dalla sommità di essa lo sguardo abbraccia un  paesaggio di incantevole bellezza, dove la natura è incontaminata: sembra un pezzetto di paradiso terrestre rimasto tra noi. Noi lo conosciamo bene: è una delle mete preferite dei nostri tempi di relax. Per gli abitanti di Betjala è la terra dei loro padri, terra ricca di frutteti, di viti e di ulivi, di una varietà infinita di erbe aromatiche che crescono tra le rocce: terra di sorgenti d’acqua preziosa e pura. È l’unico spazio verde per loro, e spesso, l’unica alternativa alle tensioni quotidiane.

Da circa un anno le famiglie proprietarie di quelle terre (per la maggior parte cristiani), e noi stesse, guardiamo quasi smarriti  quel paesaggio incantevole: infatti, proprio sulla parte più alta della città si sta innalzando il muro grigio che la deruberà di una parte consistente del suo territorio. Georgette, un’anziana donna che vive sola con il suo cane, un giorno si è vista arrivare  le ruspe dietro casa (a pochissimi metri!), che hanno cominciato a  scavare all’impazzata. E come lei, molti altri guardano attoniti allo scempio che si sta facendo della loro città: è arrivato il loro turno, come c’è stato un turno per Betlemme e per le città e villaggi stretti dal muro. Anche per gli abitanti di Betjala il muro significherà perdere la proprietà di parecchi appezzamenti di terra,  vivere ancor più rinchiusi tra le loro strade polverose e strette, assenza di spazi verdi, spazi più ristretti, ulteriori limiti alla  libertà di circolazione, riduzione delle  risorse lavorative, conseguenze a livello psicologico, aumento di tensione, di conflitti, disgusto, senso di oppressione, di mancanza di respiro. Quella che prima era la loro terra, forse, potranno vederla da lontano, oltre il muro, oltre le “siepi” di filo spinato.

Nulla è strano in questa situazione: Il frutteto di Jamal (17mila mq.) è venuto a trovarsi all’interno di un insediamento ebraico! Se Jamal vuole raccogliere i frutti della sua terra, deve chiedere  il permesso  ai nuovi inquilini, e può dirsi fortunato, perchè fino ad oggi gli permettono ancora di vedere la sua terra. Lui si siede per un po’ all’ombra degli alberi e pensa, pensa continuamente. È un uomo buono, Jamal, mite e gentile, e gli abitanti ebrei dell’insediamento gli fanno un atto di cortesia, fino a quando sarà possibile. Tra breve il muro sarà costruito anche in quella zona, e la terra di Jamal, rimarrà di là del muro, annessa a Gerusalemme, inaccessibile.

Fa parte di questo piano di annessione anche la collina di Cremisan, luogo di silenzio e di rara tranquillità, dalla verdissima pineta e dai pendii ricoperti di viti e ulivi: luogo rinomato per il buon vino dei Padri Salesiani. Molti degli alberi del bosco sono già stati sradicati per far posto al muro. Nei pressi di questa collina Jamal possiede altri 30mila mq. coltivati ad ulivi: li perderà tutti.

 

Come si può parlare di pace di fronte a questa realtà?

Uno dei problemi più pesanti è la scarsità d’acqua,  vera questione politica.  La Palestina non è padrona delle proprie sorgenti d’acqua, non ne ha diritto.  Israele preleva per il proprio uso l’80% dell’acqua dei territori palestinesi e “permette” loro di usare il rimanente 20%.5 Anche se nella stagione invernale si gode della benedizione della pioggia, stranamente la quantità d’acqua concessa alla popolazione sembra sempre meno. Le conseguenze vengono pagate soprattutto dai poveri. Lo tocchiamo con mano  nella casa di Helen, che si prende cura di un fratello e di una sorella disabili, non autosufficienti, bisognosi di molte cure. “Spesso ci manca l’acqua, dice, anche per la pulizia personale, e la devo comperare”.  Non c’è acqua per i giardini, per gli orti, e tutto si secca. Eppure poco lontano, in Israele, i prati sono verdi e freschi anche sotto il sole infuocato dell’estate appena trascorsa, e i nuovi insediamenti ebraici che accerchiano Betlemme hanno acqua in abbondanza, con un uso pro-capite di gran lunga superiore a quello della popolazione palestinese.  

 

Il muro “artistico”

Mentre in Betlemme ci hanno rinchiusi con blocchi di cemento orribili a vedersi,  con sporcizia e immondizie che si accumulano e svolazzano in ogni direzione, (incluse quelle gettate per disprezzo dai soldati del check point), dalla parte Israeliana non è così: il muro è stato dipinto con cura, vi appongono scritte del tipo ”la pace sia voi”(!), come si nota presso il portone per entrare in Betlemme;  altrove il muro  è stato “abbellito” da collinette verdi che sembrano ridurne in parte le impressionanti dimensioni.“Il muro dovrebbe essere costruito ad arte, con un pò di gusto…intonato con il paesaggio…”, così si diceva, in mezzo a tante critiche per un orrore vivente che sta  trafiggendo la Terra Santa. Immaginiamo quindi che ad un certo punto architetti e artisti si siano messi a tavolino studiando come fare un “bel muro”, che non faccia impressione e che dia sicurezza senza far venire un colpo al cuore.

Così è sorto un nuovo tipo di barriera per dividere Israele e Palestina, un muro non di blocchi di cemento, ma di mattoni o mattonelle, di varie misure, armonici, con rilievi e colore  intonati con il paesaggio, perfino gradevoli all’occhio. Generalmente viene posto a fianco delle strade percorse solo da Israeliani, costruite però su territorio palestinese: strade larghe, moderne, tra colline tagliate senza pietà, strade immerse in un ambiente naturale da sogno, accompagnate dal “muro di separazione” in nome della sicurezza,  ma che è un muro gradevole d’aspetto: esso sbarra la strada ai Palestinesi e li obbliga a percorsi convulsi per raggiungere  località  in linea d’aria vicinissime.

Ma, muro grigio o muro artistico, per i Palestinesi significa la stessa cosa.

Ad essi ormai non rimane più che stare a guardare...,  come quel  gruppo di contadini che abbiamo visto seduti di là dal filo spinato, ad osservare attoniti  le terre a cui non possono piu'accedere.

 

Chi parla di Stato Palestinese?

Con un territorio costituito da isolotti, città separate una dall’altra, Cisgiordania separata da Gaza, economicamente  assoggettato a Israele, chi mai può parlare di Stato Palestinese? A noi viene da sorridere con tristezza, pensando a questa povera Palestina ridotta così, sotto la minaccia di vedersi strappare ulteriori terre per ulteriori insediamenti ebraici. Proviamo ancor più amarezza quando ci viene raccontato che  a volte sono stati  i Palestinesi stessi a vendere la propria terra, a volte costretti, a volte con traffici “sotterranei” di vario tipo: è un argomento di cui non si parla….se non di nascosto, perchè rischioso.

Chi mai può credere allo Stato Palestinese?

 

Poveri e ricchi nella stessa prigione

Intanto, nel Distretto di Betlemme, che include la città e i villaggi circostanti, lo spazio vitale si riduce e si restringe sempre di più, la popolazione gira sempre su se stessa, la città è sempre più affollata e caotica, crescono le tensioni e i conflitti nelle famiglie e tra le famiglie. Si riducono interessi e orizzonti, si riducono relazioni e contatti. Non potendo uscire liberamente dalla città, chi possiede denaro, cerca di usarlo per rendere meno spiacevole la vita,  si costruisce case bellissime e comode, cerca la buona tavola. In città aumenta vertiginosamente il numero dei ristoranti dando la sensazione che il cibo conti sempre di più. Il denaro e il benessere si concentrano sempre più nelle mani di pochi ricchi, dando via libera all’ingiustizia sistematica e organizzata: i proprietari dei negozi di souvenirs danno paghe “da fame” ai loro dipendenti, sono i primi a lamentarsi della situazione difficile,  ma nei loro negozi faraonici “spellano” i pellegrini e i turisti con prezzi da capogiro, organizzando perfino dei disgustosi sermoni sugli articoli messi in bella vista. Erano i primi a lamentarsi delle conseguenze disastrose dell’intifada, hanno licenziato operai e  dimezzato  salari. Dopo qualche tempo, li vediamo innalzare ville che sembrano castelli, sfacciatamente, mentre il numero delle famiglie povere  aumenta sempre di più.

Piuttosto che venire sfruttati in maniera così vergognosa, alcuni rifiutano il lavoro e preferiscono rimanere disoccupati.

I poveri di Betlemme portano avanti silenziosamente i loro drammi quotidiani, sono essi che vivono le conseguenze concrete di una situazione sociale e politica che non trova soluzioni; molti sopravvivono mendicando l’aiuto ad organizzazioni umanitarie, fino a quando anch’esse, “per non creare dipendenza”, così dicono, tagliano i programmi di aiuto, causando un’autentica disperazione in non poche famiglie.

Il governo si cura pochissimo dei cittadini, è piuttosto la corruzione che governa, il favoritismo. Gran parte delle risorse e dell’aiuto economico per la Palestina proviene dal mondo cristiano, ma se a Betlemme un cristiano chiede aiuto ad un’organizzazione governativa, può accadere che lo deridano e lo spediscano alle istituzioni gestite da cristiani,  come è successo a Rahigeh,  un’anziana donna che fa da madre e padre ai suoi tre nipoti rimasti orfani in un solo  giorno.    

 

I cristiani a Betlemme

I problemi di Betlemme pesano particolarmente sulla minoranza cristiana, sempre più decimata dall’emigrazione e ora ridotta sì e no ad un quarto  della popolazione. In tutta la Palestina (quasi 4 milioni di abitanti), i cristiani rappresentano l’1.5% della popolazione. Di quasi ogni famiglia cristiana ci sono membri all’estero, in alcune famiglie quasi tutti. I giovani se ne vanno perchè, chiusi dal “muro di separazione”, non trovano più lavoro, nè prospettive, e i padri di famiglia perchè non riescono a mantenere i propri figli. Rimangono tanti anziani, con scarso sostegno economico e bisognosi di cure.  

Essere minoranza qui è diventato molto difficile. Ai cristiani spesso viene chiesto di essere eroi, di resistere a denti stretti. Spesso però il fatto di essere nati nella città di Gesù Cristo non è sufficiente a trattenerli nella Terra Santa, specie in questi anni quando la costruzione del muro ha dato il colpo finale ai loro sogni di pace e di sviluppo sociale ed economico.

I cristiani si trovano “tra l’incudine e il martello”. I musulmani da un lato e gli ebrei dall’altro,  rivendicano questa terra tutta e solo per loro, ognuno dalla sua parte, e non nascondono la loro opposizione al fatto che i cristiani vivano qui, anzi, fanno tutto il possibile perchè se ne vadano, rendendo sempre più dure le loro condizioni di vita.  

Le difficoltà da parte del Governo di Israele a dare il visto e i permessi di soggiorno ai religiosi, si inscrivono in questa politica di “pulizia”. Non si dimostra apertamente l’ostilità verso i cristiani, così da attirare l’attenzione, ma tutto viene fatto in maniera sottile, subdola, complicando la vita quotidiana e aumentando le misure restrittive.  In nome della propria sicurezza non si riesce più a vedere i diritti dell’ altro, che pure  è un essere umano. Non si nega l’importanza e l’utilità della presenza cristiana, ma si preferisce una presenza “temporanea”, che non dia troppo fastidio, del tipo “va e torna”, “6 giorni di pellegrinaggio in tutto”, senza troppo coinvolgersi con la sofferenza e i problemi della popolazione, e che porti buoni vantaggi economici per il Paese.

Come tutti gli abitanti di Betlemme, i cristiani soffrono profondamente per la vita priva di libertà che sono costretti a vivere, come tutti stanno ore in coda ai posti di controllo, vengono umiliati, vengono derubati delle loro terre, sottostanno a tutte le restrizioni e  ingiustizie perpetrate contro la popolazione, anche se mai compiono atti di violenza ai danni di Israele.

Come tutti, essi pagano pesanti conseguenze, eppure, paradossalmente, essi continuano a provare nostalgia dei tempi dell’occupazione Israeliana (1967 – 1995), quando almeno si godeva di un pò di libertà.

Oggi, in questa Betlemme ridotta a prigione a cielo aperto, privati della più essenziale libertà di movimento e di conservare le normali relazioni con i familiari rimasti al di là del “muro di separazione”,  bloccati dal raggiungere Gerusalemme per andare a pregare sui Luoghi Santi, ostacolati nella vendita dei loro prodotti artigianali, umiliati e trattati anch’essi come potenziali terroristi, i cristiani tendono ad accumulare un profondo senso di vuoto, di delusione per il presente, di sfiducia e preoccupazione per il futuro.  Si devono adattare a vivere in “prigione”, o devono lasciare il Paese, facendo così il più grande favore a Israele, che vorrebbe a poco a poco “svuotare” queste terre; e un grande favore anche ai musulmani, molti dei quali ritengono i cristiani gente estranea e importata.

Uno dei problemi che causano insicurezza e preoccupazione nei cristiani è la mancanza di leggi e di norme che garantiscano  e difendano i diritti dei cittadini. Quello che sta accadendo in Betlemme a riguardo delle proprietà terriere evidenzia come essi siano facilmente esposti ad abusi e soprusi. Molti cristiani non vogliono parlare per paura di minacce e ritorsioni, ma qualcuno ha il coraggio di farlo, perchè non ha più nulla da perdere, come Emily e Salim, due coniugi ormai avanti negli anni, ma decisi a lottare contro un’ingiustizia che si trascina da mesi.

Alcune persone (o meglio, un’organizzazione criminale) di un villaggio vicino si sono impossessate della loro proprietà( 6mila mq. di terra), se la sono divisa con muri di cemento, distruggendo gli ulivi. Un rappresentante dell’Autorità Palestinese chiede 1000 $ per scacciare gli intrusi, riceve il denaro dalla coppia, ma non fa nulla per ripristinare i diritti lesi, e si tiene il denaro: sembra essere d’accordo con la stessa organizzazione di ladri. Alle reazioni dei due coniugi, gli usurpatori rispondono con minacce e violenza anche fisica: il pover’uomo, già di salute precaria e con i postumi di un’operazione al cuore, viene percosso e ancora oggi porta le conseguenze del trauma subito, trauma fisico e psichico.  Si rivolgono  a vari membri dell’Autorità Palestinese cercando il loro intervento, ma nessuno fa nulla. Si rivolgono al Presidente, che sembra prendere a cuore il loro caso,  ma ancora nulla.

Anche altre famiglie di Betlemme sono state derubate in modo simile, e le storie da raccontare sono molte....

Continua Emily: “Puoi ricorrere alla corte, ti rispondono con gentilezza, sembrano interessati al caso, chiedono di presentare il tale documento, poi il tal’altro…ma nessuno ti difende. Queste bande di ladri, hanno amici anche in corte, hanno contatti con avvocati: tu credi di trovare difesa, ma di nascosto quelli ti sono nemici, trovano continuamente pretesti per posporre e non affrontare il caso”.

Per arrivare ad impossessarsi di un certo pezzo di terra, le organizzazioni criminali cominciano con la raccolta di informazioni sui proprietari,  e a questo scopo ingaggiano cristiani, che ricevono lauti compensi. Intanto presso l’ufficio di registrazione delle proprietà emergono  strani documenti. I due coniugi parlano chiaramente di falsificazione di firme con la collaborazione di rappresentanti dell’Autorità Palestinese. Altri proprietari sono stati convinti, subendo minacce e pressioni, a firmare documenti compromettenti, per il loro “vantaggio”.  Alla fine, ma troppo tardi, il proprietario si accorge che non è più padrone della sua terra.

È  la  “mafia della terra”.

Mentre la voce le si ferma in gola, Emily ci indica desolata  il loro appezzamento di terra,  ora devastato.

La situazione di Betlemme è molto delicata in questo momento. Molte famiglie sono emigrate in altri paesi, spesso lasciano le loro proprietà in custodia a vicini, e tornano  dopo un certo tempo per concludere i contratti di vendita. In queste condizioni le terre possono diventare ancor di più facile preda.

“Non comperate terra dai cristiani, fra un pò di tempo l’avremo tutta gratis”, così dicono in Betlemme, sapendo della debolezza della minoranza cristiana.

Questo è solo un piccolo squarcio su quanto avviene a danno  di persone indifese.

Molti sono così disgustati da questa situazione che non possono pensare ad uno Stato Palestinese governato da gente così “ladra e corrotta”.

Betlemme, 2 dicembre 2007

 

 

Pagina diario scritta da: AUG a 10:14 | link | commenti | | Torna su
bambini, israele palestina, rassegnastampa, stranieri in italia

domenica, 21 ottobre 2007

SEGNALAZIONI

 

Il 10 ottobre, Lino – il responsabile del sito Battello Ebbro – mi ha inviato un’importante segnalazione: chi vada al sito http://www.radioalt.it/radioalt/materiale/Mantova/Hass.mp3
potrà ascoltare un intervento della giornalista Amira Hass,
registrato al festival della letteratura di Mantova.  Di Amira Hass, giornalista israeliana che vive in Cisgiordania a Ramallah e collaboratrice di Internazionale, ho scritto più volte su questo blog

 

Oggi esce in libreria, Il cane alato, il nuovo libro di Božidar Stanišić.
Se do spazio ad una informazione letteraria, cosa insolita per il mio blog, è per segnalare, un’espressione di una forma nuova di scrittura: quella degli scrittori esuli, privati non della lingua (Božidar scrive normalmente nella sua lingua materna e si giova del lavoro di traduttrice di Alice Parmeggiani) ma dei luoghi in cui quella lingua avevano appreso e dove la loro cultura e professionalità si erano formate.
Qualcuno parla già di “letteratura migrante”: mi sembra un bel modo di indicare lo spostamento della parola, patrimonio di chi che ne sa far uso.
Božidar Stanišić (Visoko, Bosnia, 1956) già professore di Lettere a Maglaj, località a nord di Sarajevo, dal 1992 vive con la famiglia a Zugliano (Pozzuolo), in Friuli. Ha pubblicato tre raccolte poetiche:
Primavera a Zugliano
, Non-poesie e Metamorfosi di finestre. In prosa, oltre a numerosi contributi letterari e saggistici in riviste e quotidiani, ha pubblicato I buchi neri di Sarajevo (1993), Tre racconti (1998) e Bon voyage (2003). Le sue opere hanno avuto traduzioni in sloveno, inglese, francese, albanese e giapponese.

Božidar Stanišić, Il cane alato, Zevio (Verona), Perosini Editore, pp. 184, euro 14,00

 

ARMENIA puntata n. 2

PRECEDENTI:
Premessa        11 agosto 2007
Puntata n.1   21 agosto
Il leggendario pullman n. 2 di Giuliano Zolo 15 agosto 2007


Non è solo una storia di fantasmi del passato.
Avevo iniziato questo diario scrivendo, già nella premessa, del genocidio:
Riprendendo il mio racconto a fine ottobre (dopo una lunga sosta, che non è stata dimenticanza o disinteresse) devo immediatamente farvi riferimento.
Ricordo che per alcuni miei compagni di viaggio il genocidio era un evento lontano, il grande male tragico e terribile della storia armena, non significativo per la comprensione del presente.
In quella premessa scrivevo anche di un’Europa allora silente e oggi, proprio per l’imporsi di vicende di questo terribile presente, non mi riesce di farmi erede di quel silenzio. Fu un silenzio complice di violenza e, quando fenomeni di questo tipo non vengono elaborati nella coscienza collettiva, prima o poi riemergono con tutto il peso di ciò che non è stato risolto. Chi si è interessato di Shoah (od Olocausto che dir si voglia) sa bene come quell’evento –ben più famoso del genocidio armeno- sia ancora soggetto a un dibattito, fonte di certezze e di problemi, da qualunque parte lo si consideri
.
[1]
Ma torniamo al “male grande”, che oggi diventa elemento di una politica in atto. Ricopio una telegrafica presentazione dei fatti riprendendola da Internazionale, il settimanale che, facendo riferimento alla stampa estera, riesce a dare una apprezzabile conoscenza degli avvenimenti.
Ecco il testo (Internazionale 19/25 ottobre pag. 13)
Stati Uniti- Schiaffo ad Ankara: “La commissione affari esteri della camera dei rappresentanti ha approvato, con 27 voti a favore e 21 contrari, una risoluzione che riconosce il genocidio degli armeni tra il 1915 e il 1917 all’epoca dell’Impero Ottomano. Il testo, che sarà ora sottoposto all’intera assemblea, è stato approvano nonostante l’opposizione del presidente George W; Bush. Il governo turco ha minacciato ritorsioni, mentre il parlamento ha dato via libera alle operazioni nel nord dell’Iraq contro i ribelli del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK).”
[2]


Se vogliamo essere seri non possiamo dare per scontato l’uso del temine genocidio, che ha una sua precisa definizione nella:

Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio
Adottato da Resolution 260 (III) A dell' Assemblea generale di U.N. il 9 dicembre 1948. Entrata in vigore: il 12 gennaio 1951.
Ne trascrivo le parti essenziali
:

Art. I: Le Parti contraenti confermano che il genocidio, sia che venga commesso in tempo di pace sia che venga commesso in tempo di guerra, è un crimine di diritto internazionale che esse si impegnano a prevenire ed a punire.
Art. II: Nella presente Convenzione, per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religiose, come tale:

(a) uccisione di membri del gruppo;
(b) lesioni gravi all'integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
(c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a
      provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
(d) misure miranti a impedire nascite all'interno del gruppo;
(e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.

Da sessant’anni a questa parte, se voliamo identificare in un evento –comunque orrendo-  il genocidio dobbiamo esaminarlo attraverso le categorie internazionalmente riconosciute.
Per ciò che riguarda l’Armenia, alcuni stati lo hanno già fatto nelle forme che ciascuno ha ritenuto opportune.
Ne riporto l’elenco dal sito della BBC (11 ottobre 2007:
The Armenian debate)

Chile passed a Senate Resolution in 2007
Argentina
passed a law in 2006.
Lithuania
passed an Assembly Resolution in 2005.
Slovakia
passed a National Assembly Resolution in 2004.
Canada
passed a House of Commons Resolution in 2004.
Switzerland
passed a National Council Resolution in 2003.
France
passed a law in 2001.
Greece
passed a Parliament Resolution in 1996 establishing a day of the commemoration of the genocide.
European Parliament passed a Parliament Resolution in 1987.
Cyprus passed a House of Representatives Resolution in 1982.

Source: National Academy of Science of the Republic of Armenia, The Armenian Genocide Museum-Institute

SOS  La ricerca di queste informazioni non é veloce né facile: per accettarle – in scienza e coscienza- bisogna provvedere a parecchi confronti.
Prego chi volesse integrarle, criticarle, demolirle (ma non per ragioni ideologiche!) di infiltrarsi nei commenti, anche in forma anonima
augusta



[1]  Non posso permettermi di far riferimento ad una bibliografia già sterminata. Mi limito a una citazione /cfr. Internazionale n.715 pag. 71) ISRAELE E LA SHOAH di Idith Zertal. Einaudi.
”Oltre ad essere una tragedia storica da commemorare la Shoah è stata, per Israele, una categoria attraverso cui interpretare la sua stessa esistenza, il rapporto con gli altri popoli e i conflitti combattuti dal 1948 a oggi. Idith Zertal, storica dell’Università ebraica di Gerusalemme, ricostruisce la formazione dell’identità israeliana dopo Auschwitz, concentrandosi sul periodo che va dai primi anni quaranta alla guerra dei sei giorni. E mostra come la sacralizzazione della Shoah abbia funzionata a colte da schermo, impedendo a Israele di leggere il mondo circostante”. (gv)

[2]  E’ in gioco, tra l’altro, la certezza dell’uso delle basi in territorio turco per i voli statunitensi verso 
    l’Iraq.
Chi volesse seguire questo aspetto della vicenda potrà utilmente far riferimento alla BBC che, nel proprio sito, ha l’ottima abitudine di collegare un articolo con i precedenti sul medesimo argomento. Un esempio:  quella che segue è l’indicazione per trovare l’articolo “Armenia welcomes ‘genocide’ vote”, con i suoi precedenti elencati nella colonna di destra.
http://news.bbc.co.uk/2/hi/americas/7039562.stm



Pagina diario scritta da: AUG a 14:17 | link | commenti (1) | | Torna su
segnalazioni da altri blog, stranieri in italia, armenia07, viaggioarmenia07

lunedì, 20 agosto 2007

1       Da Repubblica on line di ieri 19 agosto.

Lascio a chi mi legge la decisione di collegare queste notizie a quanto ho scritto sugli zingari il 13 e il 16 di questo mese.
Osservare e ragionare (al di fuori del montante cattivo buon senso comune) a volte aiuta a guardare il macrocosmo nel microcosmo, diverso per dimensione ma non per intensità.
Per chi poi volesse anche rinverdire la propria memoria storica (ricordando quel che disse Hanna Arendt a proposito del fatto che ciò che è accaduto una volta può ripetersi) rimando al mio diario del 3 maggio.
augusta  


Human Rights First, allarme in Europa "In aumento antisemitismo e omofobia"  http://www.humanrightsfirst.org/
Il presidente dell'organizzazione: "Servono leggi che prevedano pene adeguate
ma la gran parte dei Paesi europei non ha nemmeno sistemi di monitoraggio"

 

ROMA - Aumentano, nell'ultimo decennio, i crimini legati all'odio, e con inquietante intensità. E si registra una recrudescenza nei fenomeni di antisemitismo e di violenza contro gay e lesbiche. Queste le principali conclusioni del rapporto 2007 realizzato dalla "Human Rights First", una ong che si occupa della difesa dei diritti umani. Il documento si riferisce agli avvenimenti del 2006, e spiega come i governi europei - soprattutto in Francia, Germania, Regno Unito, Federazione Russa e Ucraina - si siano impegnati nel combattere i crimini legati all'odio razziale, anche se è ancora lunga la strada da percorrere.

Antisemitismo. Nel rapporto si legge che "l'antisemitismo persiste ad alto livello in tutta Europa e in America del Nord". Nel 2006, gli attacchi a sfondo antisemita sono aumentati rispetto all'anno precedente, raggiungendo il picco più alto dal 1984, anno in cui è iniziato il monitoraggio del fenomeno.

Musulmani. La discriminazione e le violenze nei confronti della popolazione musulmana europea restano inalterate nel corso del 2006, nonostante un numero di casi inferiore al 2005, quando si verificò un picco vertiginoso dopo gli attacchi terroristici alla metropolitana di Londra.

Omosessuali. La violenza contro gli omosessuali è sempre più manifesta in numerose parti d'Europa, e solo Svezia e Regno Unito si sono impegnati a monitorare gli episodi in modo dettagliato e ufficiale. Una maggiore presenza pubblica degli omosessuali ha portato con sé, in molti casi, un incremento nella retorica omofobica e nelle ripercussioni violente. Come nel caso dei Gay Pride organizzati in cinque città dell'Est europeo - Mosca, Bucarest, Varsavia, Riga e Tallin - durante la primavera e l'estate del 2006.

Russia e Germania. Nella Federazione Russa c'è stata una proliferazione di attacchi violenti nei confronti di minoranze etniche e religiose nazionali. Un caso per tutti: lo scorso gennaio, un estremista ha ferito con un coltello nove fedeli riuniti in preghiera nella sinagoga di Mosca. Con la stessa intensità si sono registrati attacchi razzisti in Ucraina nei confronti di persone di origine africana e di altre minoranze. Crimini di matrice razziale hanno raggiunto le soglie più alte dall'introduzione dell'attuale sistema di monitoraggio, nel 2001.

Ong: "Governi indifferenti". Nel corso della conferenza di presentazione del rapporto, Maureen Byrnes, direttrice di "Human Rights First", ha osservato che "la violenza motivata da pregiudizi razziali è un serio problema in Europa. Mentre alcuni Paesi, come Francia, Germania e Regno Unito, si sono impegnati a monitorare sistematicamente i crimini, la maggior parte non raccoglie neanche dati che consentano di compilare statistiche. Il che riflette l'indifferenza da parte di molti governi".

Lotta all'odio fra le priorità. "Gli Stati europei in particolare - ha detto Byrnes - devono porre fra le priorità politiche la necessità di combattere i crimini legati all'odio razziale". Secondo "Human Rights First", gli strumenti si trovano nelle mani dei governi europei: le conclusioni del rapporto invitano all'adozione di leggi che prevedano pene adeguate per tali reati, a stabilire dei sistemi ufficiali di monitoraggio dei crimini legati all'odio, e ad adottare una politica di tolleranza zero.
 
Ricopio la stringhe con cui è possibile andare alla fonte, citata da Repubblica (se qualcuno dei miei lettori volesse verificare e tradurre gliene sarò grata e, forse, non solo io)

http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2007/08/11/AR2007081101051_pf.html

 

2  Ancora da repubblica on line di ieri 19 agosto.

     Editoriale dal fronte firmato da militari della 82esima divisione
    "Dopo la tirannia Baath, gli integralisti islamici, le milizie e la violenza
     criminale"
Sette soldati scrivono sul New York Times "In Iraq abbiamo fallito miseramente"
L'iniziativa per contestare il modo in cui i media americani descrivono il conflitto "Non si parla del crescente disordine civile, politico e sociale che vediamo ogni giorno"

NEW YORK - Altro che conflitto "sempre più sotto controllo". In Iraq gli Stati Uniti sono, di fatto, un "esercito di occupazione" che ha "fallito miseramente". A sostenerlo, stavolta, non sono i soliti commentatori liberal o qualche acceso pacifista, ma sette soldati americani: dal fronte iracheno hanno scritto al New York Times per denunciare i fallimenti della politica Usa nel 'Paese dei due fiumi. E sono finiti nella pagina degli editoriali.

Secondo il soldato Buddhika Jayamaha, i sergenti Wesley Smith, Jeremy Roebuck, Omar Mora, Edward Sandmeier, Yance T. Gray e Jeremy Murphy, della 82esima divisione aerotrasportata, quello "in cui l'America ha fallito" è il fronte più importante nella strategia della contro-insurrezione, vale a dire il miglioramento delle condizioni sociali ed economiche dell'Iraq.

Ma è solo uno degli esempi che compaiono nell'articolo che il quotidiano ha pubblicato sulla pagina dei commenti: "Quattro anni di occupazione e siamo venuti meno a ogni promessa, mentre abbiamo sostituito alla tirannia del partito Baath la tirannia degli integralisti islamici, delle milizie e della violenza criminale".

I sette militari, che presto faranno ritorno in patria, precisano che la loro opinione è strettamente personale e motivata dal modo con cui il conflitto in Iraq viene descritto nella stampa americana come "sempre più sotto controllo, mentre non si parla del crescente disordine civile, politico e sociale che vediamo ogni giorno".

Anche l'affermazione che gli Stati Uniti sono sempre più in controllo dei campi di battaglia in Iraq, secondo i sette soldati, è viziata da una prospettiva americano-centrica. "E' vero - dicono -, siamo militarmente superiori, ma i nostri successi sono sabotati da fallimenti altrove".

La preoccupazione principale dell'iracheno della strada, spiegano nel loro editoriale, è di quando e come verrà ucciso: "Come sentirsi la coscienza a posto quando distribuiamo scorte di cibo?". E la conclusione è amara: "Dobbiamo ammettere che al nostra presenza ha liberato gli iracheni dalla morsa di un tiranno, ma che li abbiamo anche defraudati dal rispetto per se stessi". Presto - scrivono i sette - gli iracheni capiranno che "il modo migliore di riacquistare la loro dignità è di chiamarci per quel che siamo - un esercito di occupazione - e di costringerci a fare le valigie".


Per chi volesse verificare:
 
http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/esteri/iraq-118/iraq-118/iraq-118.html


3  LAST BUT NOT LEAST..

Ha detto mons Bertone al convegno di CL “«Tutti devono pagare le tasse» perché «è un nostro dovere» e questo deve essere fatto «secondo leggi giuste».
Il politico cristiano deve essere attento «nel destinare i proventi delle tasse a opere giuste e all’aiuto dei più poveri».
Io credevo che le tasse servissero a garantire servizi pubblici efficaci ed efficienti, e che -in questo contesto- si dovesse provvedere al rispetto dei doveri di solidarietà sociale (così dice la Costituzione), e quindi a ridurre (con l’obiettivo di farla scomparire) l’emarginazione.
Temo che sulle Bertoniane dichiarazioni si scatenerà un’ondata di comodo idonea a promuovere un efferato populismo, estraneo ad ogni discorso di diritto.
Non dimenticherò mai il medico –che per questo ho abbandonato- che aveva esposto nel suo studio i volantini dell’organizzazione Scienza e Vita con l’invito ai cittadini a non andare a votare al referendum (2005) relativo alla legge sulla fecondazione assistita. E soprattutto non dimenticherò l’indifferenza di coloro (maschi e femmine) con cui ne ho parlato. Ed erano persone che ai tempi craxiani del famoso invito ad andare al mare squittivano e strillavano!
I proventi delle tasse diventeranno elargizioni? E chi elargirà?
Dopo di che ne faremo dei trasporti?
Torneremo ad una sanità a doppio regime (ero già in grado di ragionare quando esisteva un sistema mutualistico -non estensibile ai poveri- che erano “assistiti dai comuni)?
E che faremo della scuola?
Penso che di tutto ciò si riparlerà e certamente il Segretario di Stato (Vaticano) non sarà rallentato dal peso di tutti quelli che gli si appenderanno al mantello, anzi gli daranno forza e velocità.
augusta

Pagina diario scritta da: AUG a 09:14 | link | commenti | | Torna su
rassegnastampa, guerra conflitti e violenze, stranieri in italia, diari di augusta

lunedì, 16 luglio 2007

Nella notizia che riporto dalla rivista Carta (dalla cui edizione on line si può leggere direttamente http://db.carta.org/tools/print.php?url=articoli/articles/art_12657.html&lang=1)
c’è un riferimento al Mittelfest di Cividale, diretto da Moni Ovadia.
Il filo conduttore dell’evento sono i diritti, elencati su cartelloni sparsi per tutta la città.
A volte purtroppo ai cartelli si antepongono cestini traboccanti di rifiuti.
Certo sarebbe bello se indigeni e turisti avessero più cura del territorio urbano (e se il comune si fosse fatto carico di una maggior tutela della cittadina in giornate in cui la curiosità dei turisti può essere soddisfatta e stimolata dall’ambiente oltre che dal festival) ma non è di questo che voglio scrivere.
Il primo dei dibattiti, che per qualche giorno fanno di Cividale “la capitale dei diritti”, ha avuto come protagonista il presidente Scalfaro, cui hanno fatto seguito – in giornate diverse- altri relatori.
Ieri, domenica 15, è stato possibile ascoltare il giudice Piercamillo Davigo e l’ex sindaco Leoluca Orlando. Oratori appassionati, chiari e competenti hanno ottenuto applausi “a scena aperta” e a conclusione dei loro interventi.
E’ mancata del tutto qualsiasi voce locale istituzionale e non.
E’ possibile parlare di diritti (e creare le condizioni per assicurarne il dovuto godimento) se l’ente locale si gioca fuori?
Ma soprattutto perché negare la parola alle voci che avrebbero potuto sottolineare la necessità di farsene carico, conoscendo la situazione del Friuli?
Le domande (che vorrebbero essere filo conduttore del dialogo fra i relatori) sono affidate a un giornalista di un locale quotidiano, quotidiano che non brilla certo per l’attenzione consapevole al problema. I presenti ascoltano e le parole alte dei relatori rischiano di assumere (e temo spesso assumano) una funzione catartica, al Mittelfest e in molte altre occasioni.
Non è un gran risultato             &nb