Questo diario elettronico ha una storia che ne giustifica le scelte. E’ iniziato durante un mio soggiorno a Bethlehem fra il 2003 e il 2004: allora si chiamava Betlemme.splinder.com ed è ancora reperibile, anche come link alla voce “vecchio diario”. Con l’aiuto tecnico di amici gentili è diventato un po’ più sofisticato e ha preso il nome di diari e altro. Anche in questa nuova edizione contiene un mio diario da Bethlehem (aprile – giugno 2005). Nei miei racconti ho cercato di impormi un orizzonte di osservazione che coincidesse "con un cerchio immaginario da tracciare intorno ai miei piedi". Mi spostavo infatti in un territorio ristretto e, per quanto il “muro”, insieme ad altri ostacoli, consentiva ho voluto raccontare quanto vedevo, senza pretese di andare oltre. Ma ogni volta, tornata a casa, mi sono resa conto che quanto i media più diffusi riferiscono della situazione palestinese è spesso falsificato da pregiudizi, quando non da ignoranza dei fatti. E così ho voluto continuare a proporre le riflessioni che l’osservazione di una realtà di profonda sofferenza, in un territorio importante per la pace nel mondo, mi suggeriva. Non so se sia una testimonianza significativa … ma almeno a me serve a dar ordine a pensieri che la realtà rende sempre più tormentosi. Durante una mia visita al museo di Israele a Jerusalem mi ha colpito l’ombra proiettata da una statua dello scultore Bourdelle che mi è sembrata rappresentare una situazione dove l’oppressione, la violenza e la paura si sperimentano ogni giorno. La riporto, sperando –se mai continuerò con questo diario- di poterla un giorno considerare non più significativa. .

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Chi sono e cosa faccio

Sono anziana, pensionata, curiosa: mi piace conoscere il mondo e il Medio Oriente mi affascina. Ho soddisfatto il mio desiderio quando ho avuto l’opportunità di collaborare con l´International Center di Bethlehem (organizzazione che spesso indicherò con la sigla ICB) insegnando italiano. Chi volesse conoscere l’ICB può andare al sito Annadwa.org e chi volesse servirsi dei servizi si informazione che l’ICB offre può andare a Bethlehemmedia.net


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sabato, 01 ottobre 2005

Leggo e ricopio da Internazionale 30 settembre/6 ottobre 2005 n.610 pag.17
L’articolo “In una riserva” è di Amira Hass (la corrispondente da Ramallah del quotidiano israeliano Ha'aretz. È l'unica giornalista israeliana ad avere mai vissuto nei Territori palestinesi. Scrive la rubrica “Il diario” per Internazionale)

Sono rimasta sorpresa: nel nuovo appartamento di M. e T., a Ramallah, si vedevano pochi libri. Lei è sociologa mentre lui a suo tempo aveva aperto una pionieristica casa editrice di testi in arabo, perciò mi sarei aspettata una casa piena di volumi. Ma come mi avessero letto nel pensiero, T. ha indicato al veranda e poi ha detto: “La maggior aprte dei nostri libri è ancora dentro le scatole. Non vale la pena tirarli fuori, perché nessuno sa per quanto tempo potremo continuare a vivere qui”.
M. e T. sono entrambi palestinesi con carta di identità israeliana. Un tempo vivevano a Gerusalemme Est e facevano i pendolari per andare a lavora a Ramallah. Poi, nell’ottobre del 2000, le autorità d’Israele vietarono agli israeliani (compresi i palestinesi) l’ingresso nelle aree di competenza dell’autorità Palestinese.
All’inizio si riusciva a entrare e a uscire senza essere fermati dai soldati o dia poliziotti. Gradualmente però il posto di blocco si è trasformato in una fortezza blindata, un incubo e l’”entrata” meridionale dell’area di Ramallah si è trasformata nella porta – delimitata da reticolati e mura – di un’enorme riserva. Non c’è modo di sfuggire agli sguardi di rimprovero di un soldato adolescente, dell’età di loro figlio, che deve obbedire agli ordini.
Così M. e T. si sono trasferiti a Ramallah, e quando devono andare a Gerusalemme Est usano un percorso più lungo, passando dall’entrata settentrionale, dove i soldati osservano da lontano. Ma alcuni nuovi lavori di costruzione fanno temere un posto di blocco con un rigido controllo militare simile all’altro. Se così sarà. M. e T: dovranno andarsene per non rimanere bloccati a Ramallah. L’entrata orientale è chiusa da tempo: Lavori di costruzione simili sono in corso in altre parti della Cisgiordania, delineando gli altri bantunstan. E il mondo applaude a Sharon.

E ancora dallo stesso settimanale, stessa pagina, una notizia:
Strategia irachena
Il 27 settembre il movimento islamico palestinese Hamas ha rivendicato il rapimento e l’omicidio di Sasson Nuriel, 50 anni, cittadino israeliano, il cui corpo il cui corpo è stato ritrovato a Ramallah, Cisgiordania. Secondo Hamas, Nuriel, che abitava nella colonia ebraica di Pisgat Zeev, a nord di Gerusalemme, era un agente dei servizi segreti israeliani (Shin Beth). In un comunicato, accompagnato da foto dell’ostaggio legato e imbavagliato, Hamas sostiene di aver rapito Nuriel per scambiarlo con alcuni prigionieri palestinesi e di essere stato costretto ad ucciderlo dopo l’aggravarsi della situazione in Cisgiordania. Dopo l’omicidio Israele ha lanciato operazioni di rappresaglia nei Territori.

Trascrivo infine da <blogfriends.splinder com> (della scorsa notte) una nota secondo me connessa a quanto ho riportato sopra:
 «...è appena il caso di ribadire che il procedimento italiano ha per oggetto, appunto, l'uccisione di un cittadino all'estero e non già "azioni intraprese da Israele durante legittime attività militari di difesa" [...] Appare infatti auspicabile che il tragico episodio dell'uccisione di Raffaele Ciriello - e l'eventuale sussistenza di profili penali ravvisabili in tale episodio - vengano valutati da un giudice indipendente di quello Stato, e non già solamente dalla stessa autorità militare cui appartiene la persona che sparò la raffica fatale. Tanto più che - nella risposta israeliana alla rogatoria di questo Ufficio - non viene fornita alcuna spiegazione del lasso di tempo di 55 secondi intercorso tra tale raffica e gli spari che l'hanno preceduta e che l'avrebbero giustificata ...» … [Procura della Repubblica presso il Tribunale Ordinario di Milano - dalla richiesta di archiviazione per reato commesso da persone ignote e contestuale denuncia ai fini dell'instaurazione di procedimento penale all'estero rivolte al Giudice per le indagini preliminari e al Ministero della giustizia, atto firmato a Milano l'11 settembre 2003]

n.b. Raffaele Ciriello era un fotoreporter italiano ucciso a Ramallah nel 2002

E’ pessima abitudine di molti opinionisti che scrivono anche per importanti quotidiani o parlano a radio e TV, contrapporre violenza a violenza, come se fra morte, dolore, umiliazioni potessero proporsi tranquillizzanti somme algebriche. E invece le violenze si sommano e basta.
A quanto scrive Amira Hass aggiungo che se un o una palestinese dei Territori sposa una persona palestinese ma cittadina/o di Israele (cd arabi-israeliani) ai due è impedita, fino al compimento dei 38 anni, la convivenza in Israele e, se vanno a vivere nei Territori, dove la convivenza non è impedita, il lavoro in Israele è ad alto rischio per i posti di blocco ecc., secondo la situazione descritta dalla giornalista. Non è abitudine di Israele concedere il ricongiungimento familiare.
Israele per “risolvere” le questioni ha un esercito, i Palestinesi non ce l’hanno (e, se usano le armi, ciò non è un attacco “legale” ma “terrorismo”). Potrebbe difenderli (ovviamente nelle scelte di pace non nella violenza) la solidarietà internazionale che non c’è o, se si manifesta, spesso è nocivamente chiassosa e confusa.              augusta

 

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donne, terrorismo, israele palestina, rassegnastampa, vittime di guerra, guerra conflitti e violenze, culturapace

lunedì, 12 settembre 2005

UNA CONSIDERAZIONE.

Mi piacerebbe poter seguire le notizie sull’uscita dell’esercito Israeliano dal territorio occupato di Gaza, ma così non sarà visto che per un paio di settimane non scriverò nulla.
Mi limito alla considerazione che da tempo mi gira per la testa e che cerco, faticosamente, di sintetizzare. Forse non  interessa a nessuno … se non a me ma scrivere mi aiuta a pensare.
I Palestinesi sono vittime di un’occupazione militare che, per ciò che riguarda la West Bank o Cisgiordania e Gaza, dura dal 1967, anche se in Italia non hanno neppure il riconoscimento dell’informazione corretta.  Ho sentito spesso, per esempio, anche un noto corrispondente del TG1 (e non solo lui), dire :”Gerusalemme, capitale di Israele…”, mentre la capitale di Israele è Tel Aviv (e non è una considerazione indifferente: si lega proprio al cuore delle questioni che caratterizzano la realtà del paese …o dei due paesi?!).
Non entro ora nella questione della creazione dello stato di Israele nel 1948, perché quello ormai è stato internazionalmente riconosciuto, ma voglio ricordare che anche storici israeliani da qualche anno segnalano modi inaccettabili nelle azioni militari di allora.
Comunque sia i Palestinesi sono vittime da 38 anni di un’occupazione militare che si è tradotta anche (e la faccenda sta pesantemente peggiorando sul piano civile, politico ed economico) in una violenta frantumazione fisica del territorio dovuta alla costruzione del muro (non commento e rimando a ciò che si diceva del muro di Berlino).
Non considero il rapporto muro-terrorismo come un rapporto di causa-effetto, perché non attribuisco al terrorismo alcuna legittimità, ma ritengo che i Palestinesi siano e restino vittime anche se, al loro interno, c’è la scelta, violenta e non politica, di gruppi terroristi e, come vittime di una lunga ingiustizia, debbano essere internazionalmente considerati.
Gli Israeliani sono invece vittime della paura che il terrorismo crea, ma non è accettabile che facciano della loro comprensibile paura una norma di interpretazione assoluta della situazione civile, sociale, politica in cui hanno potere e importanti sostegni internazionali e che ne traggano giustificazione per azioni quotidianamente violente che possono esercitare anche senza azioni terroristiche (anche se poi ogni tanto qualche frangia impazzita ci si prova).
A loro basta l’esercito.
E comunque hanno uno stato riconosciuto che può garantirli e rappresentarli…
So che le mie considerazioni non risolvano nulla: ma io non riesco a sentirmi appagata e tranquilla nell’essere –drasticamente e acriticamente- filo questo o quello o, come capita anche più spesso, anti questo o quello, quasi che una declamazione di pseudo principi risolvesse il problema

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terrorismo, israele palestina, vittime di guerra, diari di augusta

mercoledì, 13 luglio 2005

Riporto, sempre dal sito www.ildialogo.org l'appello che trascrivo e il cui testo contiene anche l'indicazione della fonte originaria.  Prima di scrivere questa segnalazione anch'io ho aderito, non perché lo ritenga esauriente e perfetto ma perché aiuta a dire da che parte una/uno sta (il che mi sembra una sfida non irrilevante ai controlli prossimi venturi)      augusta

DAL POPOLO DELLA PACE SOLIDARIETA’ AI MUSULMANI E ALLE MUSULMANE D’ITALIA: LE BOMBE HANNO COLPITO ANCHE VOI

 

 

Una lettera di solidarietà indirizzata "ai musulmani e alle musulmane in Italia" è stata inviata oggi da quaranta esponenti delle associazioni che componevano il comitato "Fermiamo la Guerra", promotore delle manifestazioni "milionarie" contro la guerra all’Iraq del 15 febbraio 2003 e del 20 marzo 2004.
"Pensiamo che le bombe di Londra colpiscano anche voi" - dicono i firmatari, che si dichiarano "scandalizzati che alcuni giornali definiscano ’islamico’ il terrorismo" e propongono una collaborazione con il popolo della pace per evitare lo "scontro di civiltà".
La lettera è stata inviata al Centro Cultrale Islamico della Moschea di Roma, all’Unione delle Comunità Islamiche in Italia (UCOII), al Centro islamico Culturale d’Italia, al COREIS e nei prossimI giorni verrà inviata ad altri organismi e a tutte le moschee italiane.
Ulteriori adesioni alla "lettera di solidarietà ai musulmani e alle musulmane che vivono in Italia" si raccolgono su
http://www.unponteper.it/lettera

Testo della lettera      Ai musulmani e alle musulmane che vivono in Italia

Cari amici, care amiche, vi scriviamo, pensiamo, a nome di milioni di persone, di quei milioni di uomini e donne che nel nostro paese si sono opposti e si oppongono alla guerra.
Vi scriviamo per offrire la nostra solidarietà dopo il terribile attentato di Londra.
Pensiamo che queste bombe colpiscano anche voi.
Vi hanno colpiti perché tra le vittime delle bombe ci sono cittadini britannici di religione musulmana.
Vi colpiscono perché chi le ha messe ha utilizzato, infangandola, la religione in cui credete.
Vi colpiranno, perché faranno crescere il razzismo e la xenofobia, anche tra la gente comune, nel nostro paese.
Siamo scandalizzati che alcuni giornali e commentatori politici continuino a definire terrorismo "islamico" un’azione che offende l’umanità che la vostra religione esprime.
Siamo preoccupati per il fatto che questo attentato viene preso a giustificazione per continuare le guerre che colpiscono vostri correligionari, per giustificare la repressione di chi nei vostri paesi si oppone a governi dispotici.
Vi offriamo la nostra solidarietà, come sempre abbiamo fatto, anche per le tante vittime delle guerre che attraversano i vostri territori.
Non sono guerre fatte in nostro nome, come le bombe di Londra, sappiamo, non sono in vostro nome.
Non permettiamo che i signori della guerra e i gruppi terroristi trascinino il mondo in quello che loro chiamano "scontro di civiltà"! Questo può e deve essere evitato, lo possiamo fare insieme.
Un saluto fraterno dal "popolo della pace".

Fabio Alberti (Un ponte per.), Gino Barsella (Sdebitarsi), Giuseppe Beccia (Unione degli Studenti), Gianfranco Benzi (CGIL), Marco Berlinguer (Transform Italia), Marco Bersani (Attac - Italia), Maurizio Biosa (Forum del Teatro), Raffaela Bolini (ARCI), Nadia cervoni (Donne in Nero), Luigi Ciotti (Gruppo Abele), Lisa Clark (Beati i costruttori di pace), Associazione Culturale Punto Rosso, Giorgio Dal Fiume (CTM - Altromercato), Cecilia Dall’Olio (Focsiv), Tonio Dall’Olio (Pax Christi), Unione degli Universitari, Nadia Demond (Marcia Mondiale delle Donne), Gianni Fabris (Altragricoltura), Tommaso Fattori (Firenze Social Forum), Nella Ginatempo (Bastaguerra), Maurizio Gubbiotti (Legambiente), Giuseppe Iuliano (Cisl), Flavio Lotti (Tavola della pace), Filippo Mannucci (Mani Tese), Giulio Marcon (Sbilanciamoci), Sergio Marelli (Associazione ONG Italiane), Pero Maria Maestri (Guerre & Pace), Alessandra Mecozzi (FIOM), Alfio Nicotra (Rifondazione Comunista), Maso Notarianni (Emergency), Luigia Pasi (Sincobas), Anna Pizzo (Carta), Fabio Protasoni (ACLI), Giampiero Rasimelli (Forum del Terzo Settore), Franco Russo, Raffaele Salinari (Terres des Hommes), Gabriella Stramaccioni (Libera), Antonio Tricarico (Campagna Banche Arnmate), Riccardo Troisi (Rete di Lilliput), Rosita Viola (Consorzio Italiano Solidarietà)

 

 

Martedì, 12 luglio 2005

 

 

 

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terrorismo, segnalazioni da altri blog, culturapace

domenica, 20 marzo 2005

VITTIME  (di guerre e di cui è possibile fare la conta …) 

 

 

 

 

Internazionale  18 / 24 marzo  2005 n. 582 pag. 17

Numero di vittime dall’inizio della seconda intifada (28 settembre 2000).
Dati aggiornati alle 16 del 16 marzo 2005.
Tra le vittime palestinesi sono inclusi i kamikaze, mentre non sono conteggiate le persone accusate di collaborazionismo e uccise da altri palestinesi.
Palestinesi         3.683
Israeliani              986
Altre vittime          74
Totale                4.743

Internazionale  18 / 24 marzo  2005 n. 582 pag. 16

Numero di vittime dall’inizio della guerra in Iraq (12 marzo 2003)
Dati aggiornati alle 16 del 9 marzo 2005.

Iracheni           16.389 – 18.670
Americani                       1.518
Altre vittime                      176

 

 

 

 

Per la prima volta da quando ricopio da Internazionale il numero delle vittime lo schema che riguarda palestinesi e israeliani uccisi non si è modificato.
Vorrei poterlo prendere per un segno di speranza.
Il macello infame dell’Iraq - iniziato due anni fa- invece continua e fra le sue vittime considero anche Giuliana Sgrena che immagino turbata da una sofferenza enorme, aggravata da molte delle infamie della corrente disinformazione.
Perciò riporto la sua voce, come si è espressa direttamente, alcuni giorni dopo il suo rilascio, la prima volta che ha potuto concedere un’intervista senza che altri parlase per lei.                                                augusta

«La notte più lunga della mia vita»  Giuliana Sgrena racconta la notte di venerdì. Il viaggio con i rapitori, la grande paura durante l'attesa, la gioia della liberazione e il fuoco americano che ha ucciso Nicola Calipari, a 700 metri dall'aeroporto       Alessandro Mantovani
«Venerdì e sabato erano giorni di novità. Di sabato avevo fatto il video, di sabato avevo scritto la lettera. Così venerdì aspettavo che dicessero qualcosa, anche perché lui, il carceriere che si mostrava più disponibile, sembrava allegro. E l'altro a un certo punto era uscito. 'Vabbè, mi sono detta, per chiedere aspetto `». E' il racconto di Giuliana Sgrena, il giorno della grande paura e della gioia che dura mezz'ora, fino alle raffiche che ammazzano il suo liberatore, Nicola Calipari, il poliziotto che dirigeva le Operazioni internazionali del Sismi. La nostra inviata è ancora all'ospedale militare del Celio, aspetta di essere operata e ha male alla spalla ma sta meglio, anche gli ematomi sul volto stando andando via. Ci accoglie seduta, con lei c'è Pier. Giuliana sapeva già dei contatti in corso, sabato 19 febbraio aveva scritto di suo pugno la lettera ai familiari, la prova che il Sismi cercava. E per due volte l'avevano fatta parlare al telefono, sabato 25 e ancora lunedì 28: una cassetta è finita alla Croce rossa italiana, l'altra chissà. Domenica 27 le avevano detto che sarebbe stata liberata e il giorno è arrivato di venerdì, un mese esatto dopo il rapimento alla moschea Al Nahrein di Baghdad. Era venerdì anche il 4 febbraio.
«Quando l'iracheno mi ha portato il pranzo gli ho chiesto: `Sei felice perché resto o perché me ne vado?'. 'So che te ne andrai ma non so quando, chiedi all'altro...'. E poi: `Te ne andrai domani, Inshallah, se Dio vuole'. `Giorno più giorno meno', così ho pensato. E invece dopo qualche ora, non so quante, sono entrati tutti e due. Ero a letto come al solito - ricorda Giuliana - e ho notato che non portavano il consueto camicione lungo, si erano quasi vestiti eleganti, camicia e pantaloni. Ho provato a scherzare: `Che è? Un matrimonio?'. E loro: `Complimenti, te ne vai a Roma, la tua roba dov'è?'. Avevano fretta. Mi chiedevano: `Sei pronta? Sei sicura?'. Volevano prepararmi: `Guarda che sarà una cosa difficile... Abbiamo promesso alla tua famiglia - perché loro parlavano sempre della famiglia - di rimandarti a casa sana e salva, ma se qualcosa va storto ci ammazzano tutti'. Sapevo già che era il momento più delicato. `Se ci fermano, sia gli americani che la polizia irachena, non fare segni, non dire che sei un'occidentale».
Sull'auto dei rapitori
«Mi sono messa la felpina nera con la zip, che nel primo video sembrava verde. Jeans neri e sopra il mio vecchio cappottino molto anonimo, che in un paese arabo va sempre bene. Mi hanno ridato la mia roba - dice ancora Giuliana - ma non tutto. C'erano gli accrediti, i documenti e i soldi, quasi tutti. Erano mille dollari e ne ho riavuti ottocento, hanno voluto fare il gesto... Non mi hanno restituito tutti i blocchetti, né i telefoni, né la macchina fotografica digitale. Prima di uscire dalla casa mi hanno fatto mettere un'imbottitura sotto gli occhiali da sole, non se fosse giorno o già notte».
«Mi hanno fattoo salire in macchina, sono saliti anche loro due e, pur non vedendo, mi sono accorta che alla guida c'era un altro. Hanno parlato al cellulare, forse altri ci precedevano o ci seguivano. Non lo so. Abbiamo girato un po' ma non molto, una ventina di minuti. Finalmente siamo arrivati, non so dove perché ero bendata, e ci siamo fermati. Mi hanno detto `aspetta' e sono rimasta lì, con una fifa pazzesca. Sempre nella stessa macchina. Ero lì da sola con il terrore. Ho capito che era un punto di passaggio, c'erano automobili che si fermavano. `Sarà questa?', pensavo. A un certo punto ho sentito da fuori voci concitate. No, non è durata più di mezz'ora, ero agitata ma non è durata di più». C'è stato un ritardo di due ore nella consegna ma Giuliana esclude di aver passato così tanto tempo ad aspettare. «Sentivo sirene della polizia e soprattutto un elicottero americano sopra di me. Mi sono ricordata di Mogadiscio, quando ho intervistato Osman Atto che era ricercato: sopra di noi c'era un elicottero americano. `Se va bene, mi sono detta, non mi beccano neanche stavolta'».
«Sono Nicola, sei libera, vieni»
«Quando è tornato, uno dei miei carcerieri mi ha detto: `Dieci minuti'. `E ora che faccio?', ho pensato. Così ho cominciato a contare, 'quando arrivo a sessanta sarà un minuto'. Per arrivare a seicento ci avrò senz'altro messo meno di dieci minuti. E intanto mi domandavo: 'Chissà chi verrà?'. Sapevo che sarei potuta finire in mano ad un altro gruppo. Finché non è arrivato Nicola, che ha aperto la portiera di destra mentre io ero seduta dall'altra parte: `Sono un amico di Pier e di Gabriele, sei salva, libera, vieni con me'. Gli occhiali non li tolgo, non ci penso nemmeno. `Abbandonati a me', dice Nicola. La loro macchina doveva essere lì, la raggiungiamo subito. `Mi siedo vicino a te', dice Nicola. Alla guida c'è il suo collega, il posto accanto è vuoto. Ho ancora le bende, solo dopo qualche minuto Nicola dice: `Puoi toglierle'».
«La prima cosa che vedo? Una strada periferica di Baghdad, però non sto a fissarla: se quando mi hanno rapita cercavo di fissare ogni dettaglio, in quel momento di gioia guardavo lui, non mi interessava guardare fuori. E poi Nicola mi ha travolto di parole, ha fatto un sacco di nomi di amici: `Mi hanno detto di non tornare senza Giuliana'. Allora ho capito di essere libera, mi sembrava di essere rinata». A bordo non c'era nessun altro, il quarto uomo Giuliana non l'ha visto. «Non posso escludere che ci fosse un'altra auto, una staffetta, ma non ho avuto questa sensazione».
Le telefonate dall'auto
«Quando mi sono tolta le bende l'autista ha telefonato, secondo me a Baghdad: `Siamo in tre, stiamo arrivando'. Ho intuito che qualcuno ci aspettava in aeroporto, forse un loro collega, ma nessuno me l'ha detto, neanche dopo, l'ho solo intuito. Nel frattempo Calipari mi ha detto: `Ora chiamiamo Roma'. Ma non trovava i suoi occhiali, non riusciva a chiamare. Ha buttato un telefono sul sedile davanti perché non funzionava. Con l'altro telefono è riuscito a chiamare il capo del Sismi a Roma e me l'ha passato, non so cosa gli ho detto: 'Grazie', senz'altro ho detto `grazie'. 'Ti richiamo', gli ha detto poi Nicola. Non so se ha detto `ti richiamo quando siamo in salvo', non ricordo, ma certo non era una situazione di sicurezza assoluta. Lo stesso anche dopo, quando l'autista ha detto `da qui sono 700 metri all'aeroporto' e subito sono arrivati gli spari. In una situazione normale avrebbe detto: 'Siamo quasi arrivati'».
«Non ho visto il faro dei soldati»
«Non ho visto posti di blocco. Certo io parlavo, guardavo Nicola, ero euforica, però mi sarei accorta se ci avessero fermato, perché avrei avuto paura. Calipari e il suo collega hanno acceso la luce interna: forse per poter telefonare, forse proprio per motivi di sicurezza, perché la prima cosa è farsi vedere in faccia. Il viaggio sarà durato venti minuti o mezz'ora, non di più. Ricordo un sottopassaggio, però non ho seguito la strada: di sicuro non era la strada principale, sarebbe stato da pazzi, ma una strada alternativa fuori dalle zone abitate. Comunque siamo arrivati su questa strada, tutta allagata, la macchina ha sbandato e ho detto: 'Ma guarda tu se ora andiamo a sbattere'. Poi quella frase, `ancora settecento metri', e subito i colpi».
«C'è una curva a destra, le raffiche sono arrivate mentre la macchina girava, sempre dal lato destro dove era seduto Nicola. Non ho visto nessun fascio di luce, ho solo sentito le raffiche». Il maggiore che guidava l'auto invece l'ha visto, ma i colpi, ha spiegato, sono arrivati contemporaneamente, in violazione di tutte le procedure, subito sull'abitacolo e non al motore. «Non so - dice Giuliana - se fosse un'arma sola o di più, era buio. So che i colpi hanno investito subito l'auto, nessuno ha sparato in aria, l'ufficiale al volante ha gridato: `Ci stanno attaccando' e mi pare abbia cercato di telefonare, però ce l'ha fatta solo dopo, da fuori. E' uscito gridando: `Siamo italiani'. Nicola invece non ha detto più niente, si è buttato addosso a me che intanto cercavo di scivolare più giù che potevo, tra i due sedili. Mi ha salvata».
«Sono ancora viva, Nicola è morto»
«L'autista era sceso, mi sembrava impossibile che gli americani ci attaccassero. Sono rimasta in macchina, con un fanale hanno illuminato la zona e allora ho visto un mezzo blindato a una decina di metri dalla strada, sulla destra. E' la dinamica del fatto che fa pensare a un agguato, voi cosa avreste pensato? Faccio in tempo a sentire l'ufficiale, che era sceso e da lì telefonava, credo a Roma, mi è sembrato che si fidasse più di chiamare Roma che non Baghdad: `Nicola è morto, lei è lontana ma ha gli occhi aperti...'».
«Sento Nicola sopra di me, cerco di spostarlo e non ci riesco. In quel momento si avvicinano i soldati, sette otto. Aprono la porta sul lato destro, capiscono che Nicola è morto e lo tirano su. Mi sembrano interdetti, forse a uno sfugge un'imprecazione, poi chiama: `C'è un morto'. Allora vengono dalla mia parte, a sinistra. Aprono. Ma sono bloccata, incastrata. Vicino a me, sul sedile, sento un mucchio di proiettili: ci saranno state anche le schegge dei vetri dei finestrini ma a me sembravano proiettili. E quelle che ho nella spalla non sono schegge di vetro».
 Con gli americani all'ospedale
«'Sono ancora viva', ho pensato. Sentivo la ferita alla spalla ma non ero morta. I soldati mi hanno tirata fuori, sono rimasta sdraiata per terra mentre uno di loro mi tagliava i vestiti. Pensavano fossi messa peggio. Un altro ha provato a mettermi una flebo, ecco il risultato», e mostra una tumefazione sul polso. «Non so cosa sia successo all'autista, io sono rimasta con i soldati, mi hanno portato all'ospedale sul blindato. Erano americani, giovani. Americani e non d'origine latinoamericana. Non respiravo più, il polmone si stava stringendo, chiedevo continuamente acqua. Lì per lì mi hanno solo chiesto il nome e la nazionalità, più tardi in un'orecchio uno mi ha chiesto: `Ma tu sei la giornalista che avevano rapito?'. Non sapevo che dire, poi ho detto sì. `Mica mi potrà ammazzare qui dentro', ho pensato».
«Nel frattempo, su mia richiesta, era arrivato l'ambasciatore De Martino. L'ambasciatore ha chiamato Gianni Letta e me l'ha passato. Poi mi hanno fatto l'anestesia totale per togliere il proiettile. Quando mi sono svegliata ho chiesto della collana che avevo, la collana della resistenza apparsa nel video. Gli americani non l'hanno più trovata».

 

 

 

 

 

 

 

 

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terrorismo, rassegnastampa, vittime di guerra, ostaggi

domenica, 06 marzo 2005

 

Oggi non pubblico la solita tabella di Internazionale; la rivista cui sono abbonata non è ancora arrivata.
Ma qualche cosa voglio dire.
So che se la rivista mi fosse stata recapitata avrei aumentato la cifra delle vittime israeliane, segnata dalla recente strage di Tel Aviv. Già lo sapevo mentre copiavo la tabella della settimana scorsa, non aggiornata per l’imminenza dell’evento terroristico. Dal 28 gennaio la cifra delle vittime israeliane (981) non si modificava, mentre lo stillicidio palestinese continuava: 3.363 il 28 gennaio, 3.680 il 27 febbraio: + 17.
Ho detto tante volte – e lo ripeto- che il conto delle vittime per me non è una somma algebrica, ma una somma tout court e la mancata modifica di uno degli addendi mi sembrava già un segno di speranza per immaginare che anche l’altro si bloccasse in un immediato futuro. Non è stato così.

 

 

 

 

 

 


Ieri, e lo sappiamo tutti, è stata la giornata di due arrivi: Giuliana Sgrena e Nicola Calipari.
Una è viva , l’altro no.
Da giorni non scrivo perché le vicende degli ultimi giorni mi hanno molto turbata e la mente saltava da un argomento all’altro senza che io sapessi che fare
Ma ora riprenderò per quanto il tempo me lo consentirà (sto preparando il mio prossimo soggiorno in Palestina. Tranquilli è la preparazione di un progetto didattico non militare, né terroristico!) e me ne hanno dato spunto due frasi che ho annotato e trascrivo.
Ieri mattina volevo vedere l’arrivo di Giuliana Sgrena e dei poliziotti feriti.
Quando ho aperto il televisore la Rai non trasmetteva ancora nulla. Poi per fortuna ha aperto il servizio e ho potuto abbandonare la trasmissione di Emilio Fede che stavo vedendo e, purtroppo, ascoltando.
Emilio Fede ha detto, parlando delle pallottole che hanno ferito e ucciso: “Non si può dire un conflitto a fuoco. E’ stata una sparatoria”.  Evidentemente morire e rischiar di morire per “una sparatoria” può avere un significato diverso che venir ammazzati in un conflitto.
E io mi chiedo – a proposito di quelle non conflittuali pallottole- “sparate da chi?”.
Forse lo sapremo. I militari hanno un nome e cognome, oltre che appartenenza, e chi ne fa uso (Fede forse avrebbe detto “dà ordini”) sarà molto accorto ad servirsene come capro espiatorio. E’ già successo.
E se non bastasse Abu Graib (dove comunque la responsabilità personale è stata certo più alta di quella del disgraziato che spara in una situazione collettiva, comunque la si definisca) ricordate il Cermis (ma di questo voglio scrivere nei prossimi giorni).
L’altra frase che non voglio dimenticare, anche per il dolore e la dignità con cui è stata pronunciata, è quella di Gabriele Polo, il direttore de Il Manifesto che ieri sera si trovava a partecipare al dibattito de L’Infedele di Gad Lerner.
L’atteggiamento di alcuni degli ospiti (in voce e in video) era stranamente aggressivo e Gabriel Polo ha avuto la dignità di non alzare la voce e, prima di allontanarsi per andare ad accogliere la salma di Calipari, ha detto “in un processo anche la parte lesa ha diritto di parola”. Poi se ne è andato.

 

 

 

 

 

 


Oggi Il Giornale comincia a denigrare la professionalità di Giuliana Sgrena. Forse a Giuliana si prospetta un periodo (e non sarà solo un mese) più duro di quello trascorso in cattività, se ho ben capito il senso di quanto veniva letto poco fa nella rassegna stampa Prima Pagina.
Con i terroristi che l’avevano rapita poteva sentirsi “dall’altra parte”, vivere in mezzo alla volgarità, alla barbarie culturale, alla violenza (per ora disarmata, camorra a parte) decretata metodo di vita è duro per tutti (o almeno per me lo è) e per chi è cittadino/ italiano/a non consente di sentirsi del tutto “dall’altra parte, a meno che non decida di diventare apolide.
Aggiungo una citazione da un editoriale di Sergio Romano pubblicato sul Corriere della Sera di ieri, sabato 5 marzo: “E’ stata usata (n.d.r.: Giuliana Sgrena), paradossalmente, dai suoi stessi simpatizzanti. Sinceramente commossa, ma non indifferente alle ripercussioni politiche dell’avvenimento, una certa sinistra ha trasformato la pietà del paese in dimostrazioni per la pace e quindi per il ritiro degli italiani. Sapeva che avrebbe avuto un largo seguito, che avrebbe trascinato con sé anche gli elementi più moderati del centrosinistra…”.
Ma c’era un modo diverso per onorare Giuliana da quello di diffonderne le idee e gli obiettivi per cui si è sempre spesa? Sono “dietrologa” se collego quanto ho citato dall’articolo dell’ex ambasciatore all’inserimento a prezzi stracciati dell’ultimo libro di Oriana Fallaci in un numero del Corriere, che dopo la distruzione delle due torri ne pubblicò un intero saggio senza aumento di prezzo?                         augusta   

 

 

 

 

 

 

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terrorismo, vittime di guerra, guerra conflitti e violenze, ostaggi

lunedì, 21 febbraio 2005

Potrei intitolare questa pagina "STRUMENTI DI AUTODIFESA".

Il primo strumento lo trovo su un prezioso mensile che vive ormai da quasi quattordici anni con un piccola circolazione locale. Si intitola "Ho un sogno" e nel numero di febbraio 2005 riporta un comunicato della Redazione del sito www.circoloistria.it  Da quel sito è "possibile scaricare la relazione della Commissione mista storico-culturale italo-slovena istituita ufficialmente qualche anno fa dai due Paesi per far luce sulle tragiche vicende che hanno segnato il XX secolo in Istria, a Trieste, a Fiume e in Dalmazia".
Ho verificato, confermo e descrivo il percorso: identificare il sito, evidenziare cultura, documenti e ricerche storiche, Relazione della commissione mista storico-culturale italo-slovena e infine allegato. E' un testo che nulla toglie alla tragicità di quei luoghi e all'orrore di quel tempo, ma almeno impedisce di finire avvoltolati dalla melassa falsificante di una recente fiction televisiva.
Riporto una parte dell'autopresentazione del sito che ho citato: "Il Circolo di Cultura istro-veneta "Istria" è nato nel 1982  …proponendosi una ricomposizione della cultura istriana dopo i traumi ad essa inferti dalla guerra e dal dopoguerra, e particolarmente intensi e profondi a carico della componente istroveneta. Tale sofferenza, a lungo strumentalizzata ed ancora tangibile, appariva ed appare ancora alleviabile attraverso strumenti culturali capaci di instaurare un clima di collaborazione prima di tutto tra gli "andati " ed i "rimasti" e poi tra questi e le altre componenti ora maggioritarie, la slovena e la croata, a prescindere dai tre confini politici ora presenti in terra istriana in una prospettiva territoriale da "Cherso al Carso", per consolidare una collaborazione socio-economica e giungere ad una macroregione europea pluriculturale".
Il 13  febbraio, nella prima pagina di questo mio blog, avevo fatto cenno alla questione, comunemente detta "delle foibe", citando un libro di Guido Crainz: Il dolore e l'esilio (Donzelli 2005).
Gli indirizzi di riferimento per il mensile Ho un sogno sono: C.P. 169. Udine centro. 33100 Udine e
asspp@iol.it.

Il secondo strumento di autodifesa è anch'esso un percorso cognitivo che parte dalla fotografia di uno dei quattro mercenari italiani sequestrati alcuni mesi fa (uno purtroppo non è tornato) vestito da templare. L'ho trovata sul sito www.ilcircolo.net/lia in data 20 febbraio 2005. Al momento sono rimasta sorpresa (i templari ci sono ancora?) poi ho verificato e ho scoperto che il sig. Salvatore Stefio ha un suo sito, aperto i primi di febbraio di quest'anno, molto visitato (ad oggi al contatore risultano 5447 visite ), con molti commenti alla fine di ogni pagina pubblicata. Fin qui non ci sarebbe nulla da dire se non felicitarsi con il "consulente per la sicurezza" (così si autodefinisce nel suo blog <salvatorestefio.splinder.com>) che ha superato la sua terribile avventura e vuole manifestare il suo pensiero, ma… quello che mi ha turbata sono i link che il sito propone.
 Se era prevedibile trovarvi molti riferimenti di carattere militare, se è ovvio che citi l'Ordine Templare di cui l'autore fa parte ,si resta esterrefatti trovando anche il sito di Gladio (come i Templari anche Gladio vice ancora in mezzo a noi).
Ricordate il caso scoppiato nel 1991? Per chi volesse rinfrescarsi la memoria cito il sito digilander.libero.it/infoprc/gladio.html (e comunque ricercando "gladio" su google ne viene di tutto e di più).
Non ho voglia di ripercorrere un episodio della recente storia italiana ma solo chiedermi senso ha la vicinanza di gladio e templari nel sito di una persona che ha sofferto un sequestro in Iraq. Forse nessuno
Però considero questo percorso uno strumento di autodifesa per tante ragioni; la prima è un aiuto a non cadere nel diffuso tranello a guardare ad ogni evento come se nascesse nel momento in cui si pone e non si potessero mai riconoscere legami (tanti e diversi) con un passato che ancora ci pesa addosso.
augusta

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terrorismo, guerra conflitti e violenze, segnalazioni da altri blog

sabato, 19 febbraio 2005

 

Ieri Lino ha lasciato nella pagina dei commenti una foto di Giuliana Sgrena. Lo ringrazio
Spero che a Roma siate in molti (io non ci posso venire) ma vorrei soprattutto che chi può dare la risposta efficace ai suoi carcerieri abbia l’onestà e l’intelligenza di farlo. Vorrei che la nostra voce, da ovunque si faccia sentire, li renda capaci di ascoltare Giuliana, di accettare con  rispetto la sua umana paura e di farsi coinvolgere dalla sua coerenza nel chiedere pace e liberazione per l’Iraq. Vorrei anche che i sequestratori sappiano capire ciò che in molti cerchiamo loro di dire oggi,e abbiamo detto in passato, senza umiliarci a farci corresponsabili di una politica di aggressione e senza accettare la violenza terrorista che, come le cluster bombs, colpisce chi è meno difeso.             augusta

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terrorismo, vittime di guerra

giovedì, 17 febbraio 2005

 I quotidiani traboccano del testo dell’appello di Giuliana Sgrena e delle immagini che lei ha chiesto di far vedere.
Su Il Corriere della sera (on line evidentemente) sono anche accompagnate da un ampio commento.
Pubblico qui sotto l’appello di Giuliana come l’ho ripreso da La Stampa.
Non dimentico che in Italia  nulla era apparso in passato di ciò che lei scriveva, delle immagini che inviava.
Allora era oscurata la sua voce, come tante altre voci libere e ragionevoli, come oggi è oscurata lei.
Il Corriere che ora le dà uno spazio importante aveva fatto delle parole di odio volgare scritte da un’altra donna un’operazione commerciale e insieme uno strumento di propaganda: un libello a prezzi stracciati.
Giuliana non aveva spazi ampi (se non, evidentemente, su Il Manifesto) per dirci ciò che vedeva e darci testimonianza della sua corretta professionalità.
L’ascolto della sua voce è diventato possibile solo ora che la sua vita è a rischio.
Ma nonostante tutto questo molti, troppi temo, nel suo messaggio vedono solo il suo dolore, la sua paura (e qualcuno si permette l’ignobile lusso di giustificarla. Perché non dovrebbe averne?) e non sanno capire il senso profondo dell’appello: Giuliana lega la sua disperazione a quella di un popolo di cui si è fatta testimone.                                                                                                                                  augusta


Il testo integrale dell'appello di Giuliana Sgrena  16 febbraio 2005

«Chiedo alla mia famiglia di aiutarmi, a tutti quelli che hanno lottato con me contro la guerra e l'occupazione, vi prego aiutatemi, questo popolo non deve soffrire più così, ritiratevi dall'Iraq» è quanto chiede tra le lacrime Giuliana Sgrena nel video recapitato all'Associated Press.

«Nessuno più deve venire in Iraq, perché tutti gli stranieri, tutti gli italiani, sono considerati dei nemici, per favore fate qualcosa per me», supplica a mani giunte l'inviata del Manifesto rapita a Baghdad il 4 febbraio scorso.

Quindi, la Sgrena - che ha indosso una casacca verde e compare davanti a un sfondo bianco e una scritta araba in rosso, 'Mujahidin senza confini' - rivolge un appello al suo compagno di una vita, Pierre Scolari: «Pierre, aiutami tu, sei sempre stato con me, in tutte le mie battaglie, ti prego, aiutami. Fai vedere le foto che ho fatto sugli iracheni, sui bambini colpiti dalle cluster bomb, sulle donne, ti prego, aiutami a chiedere il ritiro delle truppe, aiutami a salvarmi».

Il video, che ad un certo punto si interrompe tra i singhiozzi dell'inviata, riprende con l'appello al compagno: «Chiedo a mio marito, a Pierre, aiutami, tu solo mi puoi aiutare fino in fondo a chiedere il ritiro delle truppe, io conto su di te, la mia speranza è solo in te, tu devi aiutarmi a chiedere il ritiro delle truppe, tutto il popolo italiano deve aiutarmi, tutti quelli che sono stati con me in queste lotte mi devono aiutare».

«La mia vita dipende da voi, fate pressioni sul governo, questo popolo non vuole occupazione, non vuole truppe, non vuole stranieri, aiutatemi tutti voi a salvarmi, ho sempre lottato con voi», conclude la Sgrena, che riprende poi a parlare in francese, presentandosi come una giornalista del Manifesto «arrivata in Iraq alla fine di gennaio per testimoniare la situazione, che è drammatica, le scuole bombardate, la gente non ha mezzi per vivere, le prigioni sono piene di gente, ci sono delle donne che sono state violentate».

«La situazione è catastrofica, la gente non ha acqua e da mangiare, la situazione è veramente insopportabile per gli iracheni, dovete mettere fine all'occupazione, solo così possiamo uscire da questa situazione», ripete l'inviata, rinnovando l'appello «al marito perché faccia il possibile per aiutare a liberarmi».

 

 

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terrorismo, guerra conflitti e violenze, ostaggi

mercoledì, 16 febbraio 2005

 

Cari amici,
Poco prima che io mi mettessi a scrivere è arrivato l’appello di Giuliana Sgrena.
Questa mattina avevo ascoltato nella rassegna stampa on line Prima Pagina (Rai) la presentazione dell’editoriale di Libero che ora per me rappresenta solo un’assenza di dignitosa professionalità che disturba profondamente, soprattutto se messa a confronto con quella professionalità cui un terrorismo stupido e cieco impedisce di esprimersi.
Trascrivo il riassunto di quel testo che Prima Pagina propone:
<
Libero  Edizione del 16/02/2005 PRODI NEGA I SOLDI PER LIBERARE GIULIANA di Vittorio Feltri
Oggi si vota in Parlamento. Si tratta di dire sì o no alla permanenza delle nostre truppe in Iraq al fine di accompagnare l'avviamento della democrazia. Ovvio che la maggioranza di governo sia compatta: avanti con la missione. Sarebbe drammatico o ridicolo il contrario. Quanto all'opposizione, c'è di che stupirsi, ma non troppo. L'Unione (adesso si chiama così) non è affatto unita. I leader della coalizione si sono incontrati per adottare una linea comune e non l'hanno trovata. Se ne sono imposti una che li farà litigare ancora di più. La linea è quella del no. No alla continuazione della trasferta irachena. I soldati tutti a casa. E l'Iraq? Affari suoi. Molti esponenti dell'Unione, specialmente le "margherite", sono fuori dai gangheri. Consapevoli della figuraccia cui vanno incontro, si sono adoperati affinché vincesse almeno l'astensione; ma i loro sforzi sono stati vani. L'alternativa era rompere. Tuttavia, sfasciare l'Unione il giorno dopo averla creata non avrebbe giovato alla reputazione di Prodi e della "creatura">.
Come può un giornalista confondere gli obiettivi politici con le poste di bilancio e usare questa interpretazione riduttiva come un’arma di ricatto e uno strumento di delegittimazione di Giuliana Sgrena e di chi –con Giuliana (che lo ha detto anche nel suo appello)- vuole e ha sempre voluto la pace?   
Quando mai i fondi per l’intelligence sono stati dichiarati e pubblicamente contabilizzati?
Forse Libero sta solo creando un alibi a priori per il governo e suoi alleati se le cose andranno male.
Me non voglio pensarci. voglio continuare a sperare anche se Libero sembra intenzionato a distruggere la speranza.
Penso a Giuliana, giustamente impaurita (almeno non le viene appiccicata l’iconetta dell’eroe) che si appella a ciò che ha fatto e tutti coloro che in Italia sono stati e sono incapaci di ascoltarla  
Nonostante tutto non voglio fermarmi qui e trascrivo la registrazione di due testi che avevo preparato.
Entrambi cercano di spezzare la catena stupida di causa effetto, per portare il ragionamento oltre a quel punto in cui ci si libera dai meccanismi della violenza e si trova (o almeno si cerca) la capacità di ricominciare.
Ed entrambi si interrogano sul significato che la parola terrorismo può assumere: dare un nome alle cose serve a capire e capire, forse, a trovare altre vie da quelle indegnamente percorse della guerra dichiarata dagli stati, come dal terrorismo.
Avevo già pubblicato il secondo testo, ma lo ripropongo perché si trova (insieme all’articolo cui reagisce sotto forma di lettera) in data 10 febbraio nel mio “vecchio blog”, cui potete arrivare con l’omonimo link.
Ad entrambi mi sembra si colleghi anche l’articolo
Perdono (che, sempre in Betlemme.splinder.com ho pubblicato il primo febbraio).                                                                                                           augusta

Il danno di
Pietro Ingrao, pubblicato da
Il manifesto. 12 febbraio 2005
Sono in ansia e in pena - come tanti italiani - per la sorte di Giuliana Sgrena, creatura forte e gentile che - in questi anni difficili - abbiamo visto lottare intrepidamente in difesa della pace e della libertà dei popoli. Temo per la sua vita. Mi ribello all'idea che questa donna ardente, che tanto ha dato di sé agli altri, sia serrata in un carcere e addirittura a rischio di morte. Scrivo queste righe per una ragione: per discutere dell'ipotesi- avanzata da quasi tutti - che Giuliana sia stata rapita da gruppi del terrorismo islamico. Se è così, occorre che siano dette, con scarna nettezza, alcune cose. Sono uno che si è schierato, subito e con chiarezza, contro la «guerra preventiva». Si potrebbe dire più semplicemente: contro l'aggressione mossa dall'America di Bush all'Iraq. Ho partecipato a grandi manifestazioni di popolo contro quell'attacco americano. Ho invocato la Costituzione del mio paese per provare l'illegalità scandalosa della partecipazione italiana a quel vile attacco. E non mi son lasciato ingannare dalle menzogne americane sulle armi segrete celate nei territori iracheni. Ancora oggi mi auguro ardentemente che gli aggressori americani e anche italiani siano sconfitti e costretti dall'opinione pubblica a ritirarsi da quella terra.

Detto ciò sugli aggressori dell'Iraq, il rapimento di Giuliana e la sua segregazione in una cella ignota, la sua impossibilità di difendersi e di comunicare persino con i suoi familiari, l'incertezza angosciosa sul suo destino: tutto questo è una violenza che dà angoscia e ripugnanza. E non si può accettare. Ritengo che la partecipazione italiana all'aggressione contro l'Iraq violi la legge del mio paese e l'immenso sentire del mio popolo. Ma al tempo stesso respingo e condanno il terrorismo. E se è il terrorismo islamico ad avere rapito e imprigionato Giuliana, allora sento il bisogno di dire che ciò - oltre a essere una infamia - è un danno grave fatto alla causa e alla sorte del popolo iracheno. Chi arriva all'assurdo di seppellire in una ignota prigione una combattente amica della pace e del popolo iracheno, quale è Giuliana, paradossalmente aiuta in modo favoloso gli aggressori dell'Iraq: semina confusione, e indebolisce la grande schiera, che in Europa e altrove protesta contro l'aggressione armata americana. E se invece non sono stati gli uomini del «terrorismo» a rapire e imprigionare Giuliana Sgrena perché allora non lo gridano al mondo, non cancellano dal loro petto questa macchia? Dico di più: perché non aiutano a ridare presto, al più presto, libertà a Giuliana? Attenti: gli Stati uniti di Bush sono un avversario potente e pronto a sfruttare anche solo un errore dell'avversario. Tale è la gravità e la grandiosità della partita, nella quale, certo, c'entrano le armi, ma contano molto anche i pensieri e le convinzioni dei popoli.
Tanti nei prossimi giorni, in Italia e altrove, saranno in piazza per invocare che Giuliana sia libera. Se davvero si vuole aiutare il popolo iracheno occupato e frantumato, la scelta - senza se e senza ma
- della via della pace e la limpidezza nell'agire sono fattori ineludibili. Perciò il destino di Giuliana è una grave, dura pietra di paragone.

Il dovere della resistenza. Lettera di Giovanni Franzoni, presidente di Amicizia Italia-Iraq. L'Iraq agli iracheni

Pubblicato da il Manifesto il 2 febbraio

Quanto scrive Danilo Zolo, sul manifesto del 26 gennaio, circa la giusta sentenza del giudice Clementina Forleo, che ha scarcerato tre militanti islamici in base a una giusta e coraggiosa distinzione fra guerriglia armata e terrorismo, a sua volta, è coraggioso e di grande utilità nella giungla lessicale che imperversa sui nostri giornali e telegiornali e che offusca l'opinione del comune lettore, offre spunto ai politici che strumentalizzano le imprecisioni verbali per fare cassa col loro elettorato e potrebbe influenzare magistrati meno accorti e coraggiosi della Forleo. Pur comprendendo che l'affermazione di Zolo sulla legittimità di alcune azioni della resistenza che comportano vittime innocenti, va vista nel quadro imposto dalla situazione bellica, su un punto vorrei fare una precisazione che mi sembra di notevole importanza, per non dire discriminante.
Sono convinto che Zolo sarà consenziente. Zolo afferma che considerare terroristico un atto che «colpisce i civili in modo indiscriminato e ha come obbiettivo la diffusione del panico tra la popolazione... non tiene conto della condizione in cui si trovano popoli oppressi dalla violenza di forze occupanti, come nei casi palestinese e iracheno». «Ne consegue - dice inoltre - che le stragi di civili innocenti compiute nel corso di aggressioni militari, come lo è stato la guerra degli Stati uniti contro l'Iraq (e della Palestina) non sono affatto terroristiche».
Questa distinzione è pertinente finché l'attacco - suicida o non suicida - è un attacco contro una struttura militare e le vittime civili sono solo il triste prezzo da pagare alla guerra e ai suoi «effetti collaterali». Si sono dati casi, peraltro, in cui l'attacco era rivolto alla popolazione in quanto tale. L'attacco di uno shahed (martire) palestinese a un mercato o a una discoteca è un attacco alla popolazione per terrorizzarla. Si può comprendere ma non giustificare sia dal punto di vista umano che da quello politico. Lo stesso vale per un attentato a una moschea (a una chiesa o a un mercato) in Iraq, cosa senz'altro ben vista dagli occupanti stranieri in quanto cerca di provocare la guerra civile nella popolazione irachena (sciiti contro sunniti, curdi contro turcomanni) e quindi di giustificare il perdurare dell'occupazione.
Manterrei quindi la terminologia: anche in tempo di guerra, è atto terroristico intimidire fasce della popolazione civile o spargere il panico con le minacce. Si possono esortare gli elettori a non votare - d'altronde lo si fa anche in Italia - ma non minacciarli di fare con loro il tiro a segno.
Se gli occupanti praticano la guerra sporca, questo la resistenza non lo può fare perché gli occupanti, prima o poi se ne andranno ma la resistenza dovrà rimanere nel paese e ristabilire la concordia nazionale.

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