Questo diario elettronico ha una storia... (continua)


venerdì, 17 giugno 2005

Per chi trovasse confuso questo sovrapporsi di argomenti diversi e di tempi diversi, suggerisco una lettura tematica evidenziando, a sinistra, la categoria di riferimento (nel caso specifico Viaggio confronti 2005).

 

 

 


E infine l’ultima puntata del racconto del viaggio di Confronti 2005.. E’ il 30 marzo.
Dall’insediamento a Ramallah…ci spostiamo verso nord su una strada comoda e veloce.
Se non si conosce la viabilità israeliana, se non ci si rende conto di viaggiare su un autobus privato a “targa gialla”, si pensa a uno stato moderno, moderno perché siamo nell’unica democrazia del Medio Oriente ecc. ecc.
Ma non è così: quando il terreno si alza è possibile scorgere una strada parallela: quella “concessa” ai Palestinesi nei Territori occupati. Altre strade la intersecano perpendicolarmente e all’incrocio si scorgono ampie macchie gialle: sono i taxi (service economici e taxi meno) che arrivano ai check point, scaricano i passeggeri che, dopo una passeggiata più o meno lunga, possono salire su un altro mezzo a pagamento, per andare … dove vogliono … se i militari consentono. Capita infatti che i militari fermino i mezzi (in particolare i service collettivi) quando gli va per controlli estenuanti di visti e Identity Card (carte di identità palestinesi, identificabili dal colore anche in caso che chi le esamina non sappia leggere né l’arabo né l’ebraico).
La cosa che più mi turba è il gesto di sufficienza e indifferenza che i giovani militari oppongono all’esibizione del mio passaporto: loro vogliono solo le ID (qui tutti le chiamano così e qualcuno mi ha chiesto se in Italia le chiamiamo CI) più il permesso specifico che consente quel particolare trasferimento. Essere differenziata per privilegio per me ha lo stesso significato che essere razzialmente discriminata e la cosa mi offende. Inoltre a quel punto so che la sosta, ormai al sole che picchia, può essere anche lunga: mi attacco alla mia bottiglia d’acqua che, in quei momenti, non scioglie l’amaro in bocca.

A Ramallah veniamo ricevuti  nella sede del Consiglio Legislativo Palestinese dai due vicepresidenti.
Oggi si ricorda il giorno della terra, per cui i Palestinesi lottarono e si cerca di inviare un  messaggio a Israele e al mondo intero.
La terra va salvata dalle violazioni ed è necessario “protestare contro il muro dell’odio”, dicono i nostri interlocutori, e aggiungono: “Per la salvezza della nostra gente abbiamo accettato una soluzione che ci riconosce il 22% della Palestina storica, che Israele non ha riconosciuto e il muro produce una ulteriore confisca. La Palestina storica (con questo termine i palestinesi intendono il territorio prima del 1948) copriva 27.000 kmq di territorio, oggi ridotto, per i Palestinesi, a 5.000 kmq che alla fine saranno 2000 . . e vi si trovano 200 insediamenti”. 19 insediamenti sono stati costruiti attorno a Jerusalem.
Nei 300 kmq. di Gaza sono presenti un milione e 300.000 Palestinesi, cui è “concesso” il 60% della terra, mentre il restante 40% è riservato ai 5.000 Israeliani che si trovano nei 17 insediamenti dell’area.
E la costruzione di insediamenti continua: anche il ritiro da Gaza servirà, dicono, a inserirne di nuovi nella West Bank.  
Nella conferenza fra Israele e l’Egitto sono state aperte le trattative per il controllo del confine. Un’ipotesi ne prevede l’affidamento al controllo egiziano.
Affermano di aver accettato unilateralmente il cessate il fuoco , mentre da parte di Israele – che non applicherebbe gli accordi di Sharm el Sheik- continua l’occupazione e aggressione. Jerico e Tulkarem sono zone ancora chiuse e molti villaggi sono totalmente separati fra loro e dalle città del loro distretto.
 
Il Consiglio legislativo – che, a causa dell’isolamento di Gaza, deve ricorrere anche alla teleconferenza per le sue riunioni - è formato da 88 membri; è stato eletto nel 1996 e sarà rinnovato nel 2005, l’anno delle elezioni per la Palestina. (N. di A.: la data del 17 luglio, cui il 30 marzo facevano riferimento i nostri interlocutori, è però slittata).
L’istituzione lavora anche per commissioni, che qui vengono chiamate Comitati. Sono undici ma tre, trasversali, rivestono un’importanza particolare: quelle per la questione dei rifugiati e di Jerusalem, e quella contro gli insediamenti.
La nuova legge elettorale prevede (secondo un modello che i due vicepresidenti paragonano al sistema tedesco) che i deputati vengano eletti al 50% in rappresentanza dei distretti e al 50%  in rappresentanza dei partiti politici.
Insistono sulla correttezza delle elezioni di Abu Mazen, cui si contrapponevano altri sei candidati e che ha avuto il 62% dei voti e non il 100% come accadeva in precedenza.
N. di A:
Sarebbe piacevole potermi giovare dell’ampio dépliant che ci è stato consegnato con le informazioni sulla struttura istituzionale dell’Autorità Palestinese; spero di ritrovarlo in Italia, non l’ho con me e non l’avrò nella valigia dopo che ho saputo che, al rientro in Italia del gruppo di Confronti, ad A. è stato sequestrato.

Si fa cenno poi ai rifugiati, che vengono suddivisi fra quelli che vivono fuori della Palestina e i profughi approdati nella West Bank (35 % della popolazione) a Gaza (il 65 %) durante la guerra del 1967. L’Autorità Palestinese vuole un riconoscimento formale e l’accettazione del principio del diritto al ritorno (analogamente a ciò che avviene per la legge dello stato di Israele per coloro che dimostrano la propria appartenenza al “popolo ebraico”).
E’ chiaro che nessuno pensa a un trasferimento in massa che non si sa neppure se gradito agli interessati, soprattutto a quelli residenti all’estero.
Interrogati sull’accordo di Ginevra i nostri interlocutori dichiarano di non accettarlo per ché chi lo ha sottoscritto rappresenta solo se stesso e vi sarebbero stati ignorati i problemi dello status di Jerusalem e dei rifugiati)

Si considera anche il problema dei palestinesi in carcere (buona parte dell’incontro si è svolto attraverso domande e risposte) che sono circa 10.000 di cui 300 hanno meno di 16 anni.
3 o 4 piccoli sono nati in carcere e vi si trovano con le loro mamme per allattamento .
La violazione dei diritti umani ha influenza pesanti sui bambini che privilegiano in forma preoccupante i giochi di guerra e soffrono di incubi notturni.

Molte scuole sono state chiuse da Israele per farne installazioni militari. E questo addolora moltissimo i due vicepresidenti: “E’ la prima volta che gestiamo da noi – e non altri paesi arabi- il sistema di istruzione palestinese”.
Affermano che nelle scuole si insegna che Israele esiste, così come la Palestina, e che è necessario creare le condizioni, anche culturali, per assicurare una situazione sostenibile in cui entrambi possano vivere.
In realtà molto è cambiato –dicono- nella mentalità e nel linguaggio palestinese.
Nel 1948 sostenevano l’esistenza di “una” Palestina”, nel 1978 hanno accettato il principio che ha animato anche gli accordi di Oslo “due popoli, due stati”.
Nella mentalità corrente dei politici israeliani c’è invece l’idea che Israele non faccia parte del Medio Oriente   - anche negli sport Israele partecipa ai campionati europei e non a quelli medio orientali _  e ancora propongono nei loro curricula una visione di Israele “dal Mediterraneo al Giordano”.

Non mi sento di soffermarmi sugli aspetti che rendono talvolta speculari incontri con i coloni e con l’Autorità palestinese. Leggere gli appunti del 30 marzo, mi ha riportato nelle difficoltà di quel giorno.
Voglio invece segnalare che dal 30 giugno al 2 luglio ci sarà a Bethlehem (Hotel Intercontinental – l’incontro sembra comunque molto elitario, se non altro per il costo d’iscrizione: 250$ – una conferenza sui “bambini dietro le sbarre” promossa sa Defence for Children International”. Se ne può trovare notizia anche sul numero di giugno di “www.thisweekinpalestine.com”
Defence for Children International è una ONG indipendente fondata durante l’Anno Internazionale del bambino (1979) per assicurare un’azione internazionale attiva, pratica, sistematica e impegnata specificatamente diretta a promuovere i proteggere i diritti del bambino:
Mi sembra importante invece sottolineare che la stessa associazione ha promosso la pubblicazione di uno studio in proposito (Esiste anche un DVD della stessa origine e sullo stesso argomento).
Ne cito gli estremi sperando che si diffonda perché è condotto con criteri di apprezzabile rigore e sistematicità.
Catherine Cook, Adam Hanieh, Adah Key. Stolen Youth. The Politics of Israel ’s detention of Palestinian Children. Pluto Press. London Sterling, Virginia
.
Pluto Press:

345 Archway Road, London N6 5AA
   www.plutobooks.com

 

 

 

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categoria:bambini, diari di augusta, viaggioconfronti05
lunedì, 13 giugno 2005

Per chi trovasse confuso questo sovrapporsi di argomenti diversi e di tempi diversi, suggerisco una lettura tematica evidenziando, a sinistra, la categoria di riferimento (nel caso specifico Viaggio confronti 2005).

 

 

Non credevo di occupare i quasi tre mesi del mio soggiorno in Palestina per riportare i miei appunti sul viaggio di Confronti che ha avuto luogo dal 24 al 30 marzo, ma le cose da dire e da fare sono tante, la mia abitudine a verificare ogni notizia non aiuta la velocità.
Così sono alla penultima puntata: 30 marzo, visita a un insediamento nella regione di Gush Etzion, area a sud di Jerusalem, ad est della green line (il confine del 1967), interna cioè ai Territori Occupati della Cisgiordania o West Bank.
Non si pensi all’insediamento come a un edificio o poco più (in qualche caso è così, come ad Hebron di cui spero più avanti di poter dire qualche cosa); normalmente gli insediamenti sono ampie aree di territorio, con villaggi, città di piccola e media grandezza, insediamenti industriali di cui nulla è dato sapere (il sistema che impedisce anche la tutela dell’acqua dall’inquinamento mi ricorda quello delle basi “affidate” alle forze armate USA in Italia) ecc. ecc.  Il distretto di Bethlehem, interno all’area di Gush Etzion, è praticamente circondato e insieme spezzato nella sua unità da insediamenti israeliani: è per questo che spostarsi nel “proprio” territorio implica il passaggio per uno o più (di solito più) check points: sono quelli a cui vengono fermati anche i malati e dove capita che le donne – che raggiungono il proprio ospedale di riferimento- siano costrette a partorire, il che spesso ha determinato la morte dei loro piccoli. Ne ho parlato diffusamente nel mio “vecchio diario” (Betlemme.splinder.com il18 novembre 2003, il 27 novembre 2003, il 5 dicembre 2003 e in parecchi altri punti che ora sarebbe lungo recuperare).
A Gush Etzion si trovano insediamenti di vecchia data, certamente irrobustiti dall’arrivo di tanti ebrei dalla Russia e dagli stati ex satelliti, riconosciuti cittadini di Israele in base alla legge del ritorno. Molti sono abitati da gruppi religiosi estremisti, quale Gush Emunim, ma da queste parti ho imparato che per addentarsi nel discorso dei gruppi religiosi ci vuole un’estrema prudenza e la disponibilità a rivedere i propri schemi.
La località specifica in cui ci troviamo si chiama Kefar Etzion (vi si trova il Visitor center). Comunque per chi volesse farsi un’idea della situazione su mappe cito alcuni siti web in cui può trovarne di utilissime: www.arij.org  -
 Applied Research Institute Jerusalem; www.ochaopt.org  -  UN Office for the Coordination of Humanitarian Affairs e www.gsecc.com (vai a palmap). Chi volesse fare un confronto con le mappe israeliane può andare a
www.gushetziontour.co.il. (Web site indicato nel volantino che ci è stato consegnato, ma io non sono riuscita ad entrarvi).
Torniamo quindi ai coloni dell’area di Gush Etzion. Ci riceve colui che svolge le funzioni di sindaco che non trascura di far memoria delle radici bibliche della zona (cita Abramo e arriva vertiginosamente a Davide, ricordandone il combattimento con il gigante Golia che sarebbe avvenuto da queste parti. Naturalmente ignora, o finge di ignorare, la connessione del popolo arabo con la vicenda di Abramo).
Ricorda la presenza ebraica parlando, a mio parere impropriamente, di insediamenti già dal 1926 (mi sembra che in questi luoghi il concetto di insediamento – presenza israeliana in terra militarmente occupata, non riconosciuta internazionalmente come stato di Israele – non dovrebbe essere usato prima del 1967). Forse il sindaco intendeva kibbuz.
Comunque ricorda che quella prima organizzazione ebraica fu devastata da un pogrom (e siamo sempre al linguaggio: è corretto chiamare pogrom le rivolte arabe? Non mi sembra, ma non lo faccio notare al sindaco perché non voglio suscitare tanto facili quanto inutili irritazioni). Così fu anche per la seconda presenza ebraica (1936-1939).
Nel 1943 nell’area vivevano quattro comunità ebraiche che nel 1948 protessero Jerusalem dall’esercito egiziano che le distrusse. Solo nell’ultima battaglia, combattuta il giorno precedente la proclamazione dello stato di Israele, morirono 240 persone (non si fa la conta dei morti “dall’altra parte”. Contare solo i morti dei vincitori è un’usanza cara alla cultura militare, in Israele così diffusa). Anche nella conta dei morti negli ultimi anni del conflitto(24 residenti di Gush Etzion tra soldati e civili) sfuggono i morti “dell’altra parte”.
Nel 1967 gli orfani dei caduti (così li classifica il sindaco, ma non è la prima volta che sento questa dizione, idonea a stimolare un sentimento di continuità nella storia umana dell’insediamento) tornarono per ristabilire la loro presenza a Gush Etzion dove oggi risiedono 20 comunità.
Già gli orfani …. Una storia che continua e che, proprio nel confronto, dovrebbe far pensare. Il giornalista israeliano Gideon Levy aveva scritto su Haaretz  
(Domenica 17 ottobre 2004): “Mentre nel considerare l’insieme delle vittime dell’intifada il rapporto è di tre palestinesi per ogni israeliano ucciso, quando si contano i bambini il rapporto è di cinque a uno”.
Il nostro interlocutore afferma che il centro di Gush Etzion (1000 metri) è il punto più alto della terra di Israele. (Mi rendo conto dell’improprietà del linguaggio, visto che siamo in Palestina; non me ne faccio carico, mi limito a riferire i discorsi che ascolto).
Il muro, che si svilupperà ad oriente di Gush Etzion ne annetterà il territorio ad Israele.
Certamente per le città e i villaggi palestinesi della zona quel muro, che assicura all’insediamento parte di territorio palestinese e ne garantisce la continuità con lo stato di Israele, creerà una specie di terra di nessuno fra la green line (confine del 1967) e il muro stesso, che spezzerà – come in  tanti Altri punti - la continuità del territorio palestinese.
Il sindaco dice che all’interno della regione le relazioni con gli arabi(raramente usa il termine Palestinesi) sono buone tanto che vorrebbe che il muro fosse costruito in modo da evitare una separazione degli israeliani dalla popolazione araba perché l’unica possibilità di convivenza è la conoscenza. Ma il governo non è d’accordo: considera il muro esclusivamente nella sua funzione di barriera difensiva verso l’esterno.
E’ contrario al “disimpegno” (piano Sharon per l’evacuazione di alcuni insediamenti) che potrebbe far riemergere il terrorismo. Afferma che “dare gratuitamente ai palestinesi dopo quattro anni di terrore le comunità ebraiche di Gaza e il nord della Samaria significa dare loro la vittoria; sarebbe “la resa di Israele perché i Palestinesi hanno ottenuto ciò che volevano senza dare nulla” (sic).
Ricorda il forte contrasto fra l’islam e i valori occidentali, cui contribuirebbero anche il libri di testo palestinesi dove gli americano sono presentati come “il nemico”.
Fa esplicito riferimento ad Oriana Fallaci di cui dice di assumere il punto di vista.
Chi gliene ha parlato? Forse la Dante Alighieri nel diffondere la cultura italiana?

Finita questa parte dell’incontro, veniamo affidati ad una colona, che si è insediata qui proveniente dagli USA. Se il pragmatismo del primo interlocutore poteva lasciar spazio a qualche possibilità di dialogo, l’incontro con questa signora è stato per me totalmente scoraggiante.
Non è facile riportarne il discorso che procede per assiomi. Comunque la signora propone quelli che definisce due “principi”: 1. no alla ipotesi dei due stati. “Il paese –afferma- è NOSTRO dal Giordano al Mediterraneo; se ci fossero due stati Israele diventerebbe una striscia”. Di fatto, secondo la colona, ci sono tre stati per due popoli perché la Giordania è palestinese.
Nello stesso tempo però, e siamo al principio numero 2, “non vogliamo apartheid”.
Come uscire da questa contraddizione? La signora colona vuole che “la cittadinanza non sia connessa alla terra ma alla persona” (concetto un po’ barbarico che non fa onore alla scuole USA che l’hanno più o meno acculturat). I Palestinesi secondo lei dovrebbero avere lo status di cittadini giordani in Israele, dove potrebbero vivere come stranieri, godendo dei diritti civili, ed esercitare in Giordania i loro diritti politici.
A questa affermazione fa seguire considerazioni altrettanto sconcertanti. Per quanto duri siano certi incontri poche volte ho provato un senso di estraneità e di incomunicabilità quali questa signora è riuscita a suscitare.
Ne metto alcuni esempi alla rinfusa, così come alla rinfusa ci sono stati proposti.
”Se accettassimo di istituire un secondo stato –dice- LORO porterebbero i cosiddetti rifugiati (sic) su questa terra montuosa che costituisce un sesto di Israele”.
Per lei il riconoscimento del diritto dei rifugiati al ritorno (risoluzione dell’ONU n.194 dell’11 dicembre 1948! – si veda mio diario del 17 maggio) significa un automatico trasferimento in blocco di tutti i discendenti degli evacuati e dei fuggiaschi del 1948 e si chiede “Cosa farebbero qui da sei a otto milioni di persone povere, in un regime corrotto senza democrazia?”, dando per scontate molte eventualità che scontate non sono.
Parlando del muro ne sostiene la necessità perché nessuna barriera, che non fosse così fisicamente risolutiva (e prende come esempio la barriera fra USA e Messico) potrebbe fermare chi cerca lavoro e chi “vuole rubare dall’altra parte” (sic!)
Non capisce perché gli arabi possano vivere in Israele e “io non posso vivere, in Giudea, culla del mio popolo”.
E’ assolutamente contraria al piano di evacuazione di Sharon (“Il primo ministro e il parlamento avevano promesso di non sradicare alcuna comunità ebraica e ne hanno già sradicate 22”. Quando dice comunità intende insediamenti).
Secondo lei gli arabi vogliono il Medio Oriente mussulmano (forse, arrivando dagli USA, ignora l’esistenza della presenza cristiana? I miei dubbi sul livello culturale delle scuole USA aumentano ad ogni parola, ma forse la signora è stata una cattiva studentessa di ottime, democratiche scuole!).
Conclude: “Siamo fratelli e vogliamo l’unità del popolo ebraico, senza violenze e in democrazia”. Non mi è chiaro di chi si senta sorella ma non ho voglia di chiederglielo.

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categoria:donne, israele palestina, viaggioconfronti05
giovedì, 26 maggio 2005

Per chi trovasse confuso questo sovrapporsi di argomenti diversi e di tempi diversi, suggerisco una lettura tematica evidenziando, a sinistra, la categoria di riferimento (nel caso specifico Viaggio confronti 2005).

 

 29 marzo  - il gruppo di Confronti visita il Deisha camp, alla periferia di Bethlehem, dove vivono 11.000 persone in mezzo kmq. Molti sono discendenti di rifugiati dal 1948, persone costrette dalla violenza militare o dal terrore ad abbandonare i propri villaggi (questi rifugiati provengono da 46 villaggi diversi), convinte di potervi tornare dopo pochi giorni.
Inizialmente furono alloggiati in tende (lentamente sostituite da baracche e poi anche da case) e furono e sono assistiti dall’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East - www.un.org/unrwa/)

Riporto, traducendola, la definizione  di rifugiato palestinese data dall’UNRWA. “… i rifugiati palestinesi sono persone la cui normale residenza di trovava in Palestina fra il mese di giugno 1946 e il mese di maggio 1948, che persero sia la loro casa sia i mezzi di sussistenza in seguito al conflitto arabo-israeliano del 1948.
I servizi dell’UNRWA possono essere assicurati ai residenti nell’area di operazioni considerata in questa definizione, che si sono iscritti all’Agenzia e che necessitano di assistenza. La definizione di rifugiato dell’UNRWA copre anche i discendenti di coloro che divennero rifugiati nel 1948. Il numero dei Palestinesi iscritti quali rifugiati è conseguentemente cresciuto da 914.000 nel 1959 a più di quattro milioni nel 2002 e continua ad aumentare in seguito alla crescita naturale della popolazione”.
Aggiungo che campi di rifugiati (per un totale di 59) si trovano in Giordania, Libano, Siria, West Bank (Cisgiordania) e nella striscia di Gaza. Non tutti i rifugiati, regolarmente registrati, vivono nei campi e, per coloro che vi risiedono, sussiste una significativa limitazione dei diritti civili; non hanno potuto votare, ad esempio, nemmeno nelle recenti elezioni palestinesi.

Durante la visita ci viene ricordata la storia del campo, la sua crescita disordinata (nelle città palestinesi l’assenza di un piano regolatore è evidente, ma nei capi offre immagini tragiche).
Il comitato che si occupa dell’organizzazione del campo lavora con varie ONG ma non con l’Autorità Palestinese.
Ci dicono che durante la prima intifada il campo venne chiuso entro un reticolato (cd. fence), addirittura oscurato con lastre di lamiera e l’ingresso e l’uscita sull’unica strada che allora collegava Jerusalem ed Hebron, e che veniva percorsa anche dai coloni che oggi godono di una propria viabilità (con strade costruite su terra palestinese), avvenivano controllati da un girello situato in una specie di gabbia (ne ho parlato nel mio <betlemme.splinder.com>, raggiungibile da qui con il link “vecchio diario”, in data 25 novembre 2003). In questo periodo i residenti al Deisha conobbero la durezza di un’occupazione colonialista.
Durante la seconda intifada molti furono uccisi (è stato loro dedicato anche un monumento. Si veda in www.peacereporter.net  il mio articolo “Ulivi di pace” del 17 maggio), molti furono feriti, tanto da riportare anche gravi e permanenti disabilità, 14 case venero demolite.
I residenti nel campo lamentano di non aver una propria voce con cui essere ascoltati.
Nel Deisha camp ci sono due scuole per complessivi 3000 studenti (soggetti ai doppi turni).
C’è una mensa collettiva per i più poveri, ci sono infermieri e medici volontari e una scuola per disabili.
Di recente è stato costruito un edificio con un’ampia sala che rappresenta un punto di incontro.
Numerosi progetti sono cogestiti con i governi giapponese e canadese.
Chi ci parla rifiuta l’ipotesi dei due stati e sostiene la scelta di un solo stato palestinese.
Interrogato sulla fattibilità di un simile progetto … risponde che sarà realizzabile quando “sarà vinto il capitalismo internazionale” (sic!).

La sera raggiungiamo a Jerusalem il centro della chiesa anglicana (St. George) dove incontriamo il vescovo anglicano, Riah Abu el Assal, il rabbino Roberto Arbib e lo sheik Ghassan Manasra (mussulmano sufi).
Il gruppo non è casualmente composito, si tratta di persone che già hanno collaudato una collaborazione nell’ascolto e nella stima reciproca.
La stanchezza mi impedisce di prendere appunti (forse prima o poi mi soccorreranno le trascrizioni di Emanuela). Mi limito a segnalare una delle prime frasi pronunciate dallo sheik che per me ha
la forza di un aforisma. Constatato che i tre interlocutori insieme rappresentano “le religioni del libro” afferma: “Il problema non sta nei testi, ma nell’interpretazione”.

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categoria:viaggioconfronti05
domenica, 22 maggio 2005

Per chi trovasse confuso questo sovrapporsi di argomenti diversi e di tempi diversi, suggerisco una lettura tematica evidenziando, a sinistra, la categoria di riferimento (nel caso specifico Viaggio confronti 2005)      


Emanuela Savelli (partecipante al viaggio di Confronti) mi ha mandato i suoi appunti relativi alla visita alla Knesset. Li ho letti in parallelo ai miei e sono perfettamente sovrapponibili. Così approfitto della sua diligenza per cedere alla pigrizia e trascriverli, aggiungendo solo qualche considerazione quando volevo far apparire il mio pensiero
Grazie Emanuela           augusta


Nota: quanto riportato non è frutto di sbobinamenti, perché non è stato possibile portare il registratore all’interno della knesset. E’ quindi solo frutto di appunti presi a mano.


28/03/05 ore 12:00 Knesset (parlamento israeliano)
Lungo la strada di accesso, chiusa al traffico, troviamo una manifestazione del movimento dei coloni, che protestano per la decisione del governo di Sharon di abbandonare le colonie israeliane costruite a Gaza. La mattina delle visita, il parlamento avrebbe proprio dovuto discutere della richiesta di sottoporre a referendum la decisione di abbandono delle colonie, e l’approvazione della finanziaria, che destinava dei fondi per il risarcimento dei coloni da spostare.
 
Primo incontro:
Jaakov Levi advisor speaker della Knesset, del servizio esteri del parlamento.
Di origine italiana, ci parla nella nostra lingua. E’ vissuto e cresciuto in Italia, anche se vi manca da più di 20 anni. Si occupa del servizio esteri, rapporti con il parlamento.
Levi:
“Il parlamento oggi deve votare per il disimpegno da Gaza e da parte della Samaria, oltre che per l’approvazione del budget, che è importante perché dispone di finanziamenti per il disimpegno.
Se non si approva il budget (n. di aug.: bilancio) entro il 31 marzo, il 28 giugno ci saranno le elezioni anticipate (n.d.aug: questo è previsto dal sistema legislativo di Israele), e entro maggio il referendum. La maggioranza, attualmente è contro il referendum e a favore dell’approvazione budget, ma non si può mai dire. In queste ore ci sono molti incontri, dentro e fuori il parlamento, per poter discutere della cosa, e spesso i parlamentari cambiano opinione anche in modo radicale.”
Luigi:
Il progetto di Sharon per il dispiegamento da Gaza sarà il primo e ultimo passo in questa direzione, o poi ci sarà un piano per il dispiegamento anche dalla Cisgiordania?
Levi:
Chi è contro al piano di dispiegamento da Gaza sostiene che la seconda Intifada è iniziata in seguito al ritiro dal Libano, cioè che ad ogni nostro passo in favore dei palestinesi segue una reazione per noi catastrofica. Noi sosteniamo che questo è un passo unilaterale, a favore della nuova situazione palestinese che non ha più Arafat, che sosteneva il terrorismo. Poi seguiremo le linee della roadmap, con il necessario impegno dei palestinesi a smantellare il terrorismo e la gestione delle armi.
Ma non è un passo che può essere preso come un precedente, anche se non si può escludere del tutto che possa essere un primo passo seguito da altri.
Salvatore:
Quali sono le posizioni nei confronti del referendum, sia nella knesset che nell’opinione pubblica?
Levi:
Potremmo considerare le motivazioni esterne, ma la motivazione vera è che qui è in gioco il potere della knesset: può o non può il Parlamento decidere liberamente del destino del paese?
E’ ammissibile che per qualunque decisione operativa non si possa prescindere dal verificare l’opinione del popolo? La knesset è ancora legittimata a rappresentare il popolo israeliano?
Molti parlamentari la vedono così. In Israele non abbiamo mai effettuato un referendum e molti non vogliono che il popolo giudichi direttamente su questioni di carattere religioso, perché il popolo israeliano, per la maggior parte, è laico. Eppure, questa volta, in modo del tutto straordinario, si parla di referendum. E in questo modo, si accetterebbe il verdetto del popolo
Nel Likud, il partito che sostiene la maggioranza di governo con 40 deputati, ci sono molti franchi tiratori, anche se agiscono in modo palese, quindi sappiamo che sono a favore del referendum. Sostengono che non si può cambiare il programma fatto con le promesse elettorali e Sharon aveva promesso che durante il suo governo non ci sarebbe mai stato un dispiegamento.
Altri deputati pensano che si può cercare di prorogare la decisione, allungandone i tempi. Altri partiti sono apertamente contro Sharon, ma a favore della sua attuale politica, come i laburisti, il shinui, e sostengono che, se passa il referendum, allora lasceranno l’appoggio all’attuale governo oggi stesso (nota di aug.: si veda nel mio diario del 3 maggio che riporta il parere di Mossi Raz del partito Meretz).
Non è molto chiara la posizione dei partiti degli arabi-israelini, perché per loro, in assoluto, è difficile votare a favore di Sharon, ma in questo caso, è anche difficile votare contro, visto che sono a favore del ritiro. In altre occasioni simili, si sono astenuti.
I partiti religiosi, il cui maggiore esponente è il Shas con 11 deputati, devono decidere oggi.
Giampaolo:
Quali sono i principali problemi che pone la finanziaria in fase di votazione?
Levi:
Come nelle finanziarie di tutti i governi, i principali problemi riguardano i tagli alle spese. In più, abbiamo il grosso problema della gestione dei lavoratori stranieri. Prima della seconda intifada, ogni giorno, circa 120.000 palestinesi venivano a lavorare in Israele, per svolgere lavori di tipo manuale. Oggi, a seguito dei problemi di sicurezza e la chiusura dei Territori, ne arrivano solo 5.000 o 6.000. Questo sta mettendo fortemente in crisi la nostra economia, e stiamo cercando di porvi rimedio con l’importazione di mano d’opera da altri paesi, ad esempio dai paesi asiatici, ma molti lavoratori arrivano anche dall’Europa, ad esempio polacchi. Inoltre, c’è il problema dell’aumento delle spese per la sicurezza, le spese militari. Siamo una democrazia, certo, ma non dobbiamo dimenticare che siamo sotto assedio e il pericolo può arrivare anche da relativamente lontano, da paesi a noi nemici come Iran, etc. Tutto ciò comporta grosse ripercussioni sul budget del governo.
Luigi:
Come è stata accolta la proposta di accordo di Ginevra?
Levi:
Il governo non ha riconosciuto l’accordo, ma anche le opposizioni, come i laburisti, non hanno riconosciuto alcuna legittimità all’accordo. Tutti i politici, dunque, sono contrari, anzitutto per una questione di forma, prima che di contenuto. La popolazione invece è confusa: ci sono molte altre iniziative di questo genere, non viene mai colta bene la differenza, e non si può semplicemente etichettare tutto con iniziative di “pace” o di “guerra”. La pubblicità che vi hanno riservato gli organizzatori non ha avuto nessun ritorno. Il Likud in particolare si è dichiarato contro, perché ritiene l’accordo frutto di una sola posizione, quella palestinese, ma anche perché la cosa è stata gestita dal governo svizzero, che ha finanziato l’iniziativa. Un governo non può riconoscere e appoggiare iniziative prese da enti al di fuori dei legittimi governi eletti, non avrebbe dovuto farlo. Dovrebbero invece appoggiare noi e li nostre iniziative.
Augusta:
Qual è la vostra valutazione della posizione dell’Unione Europea sulla questione mediorientale?
Levi:
Non apprezziamo più molto le posizioni della Unione Europea sulla questione del Medioriente, eravamo più vicini alle posizioni di quando era guidata da Prodi, oggi meno. Dell’Europa in generale, poi, apprezziamo molto la politica estera dell’Italia, per il resto le altre nazioni non vanno mai molto in nostro favore.
Emanuela:
Qual è operativamente la proposta del dispiegamento prevista dalla finanziaria? Che cosa si offre ai coloni per ritornare in Israele?
Levi:
In generale non c’è una proposta ancora precisa, anche se mancherebbero solo tre mesi alla data prevista per il dispiegamento. Da noi la politica è sempre molto fluida, in movimento. La finanziaria propone una cifra da accantonare per questo, che corrisponde a 3 miliardi di NIS (circa 700 milioni di dollari) per tuta l’operazione, che coinvolge circa 7.000 persone a Gaza e 1.500 in Cisgiordania (West Bank). Sicuramente si offrirà del lavoro, magari a gruppi, ma anche singolarmente, ma è ancora da decidere. Anche perché occorre decidere le modalità di ritiro, per sapere cosa fare delle strutture che lasceremo. Forse distruggeremo gli edifici, per evitare che vengano occupati da gruppi come quelli di Hamas, perché sarebbero capaci di propagandare l’evento come un primo passo: oggi occupiamo Gaza, poi la West Bank, poi Gerusalemme. E non possiamo permettere una tale propaganda. Altre possibili soluzioni sarebbe di vendere le strutture a delle banche internazionali, che poi le distribuirebbero, dietro pagamento, a famiglie palestinesi. Ma è ancora tutto da decidere.


Secondo incontro:
Dati i contenuti degli appunti mi sneto in dovere di confermare la correttezza e lìobiettività degli appunti di Emanuela. Le opinioni espresse da Mr. Stern sono evidentemente sue. Il giorno successivo al nostro incontro e all’approvazione del bilancio, Haretz pubblicava una foto di Mr. Stern che passeggiava per i corridoi della Knesset portando con sé un grande burattino: era –così diceva quel deputato- l’immagine dei sui colleghi che avevano votato a favore del piano di Sharon.                                                                         augusta

Yuri Stern, deputato dello Ihud Leumi (Unione Nazionale, cartello che include diverse correnti della destra nazionalista) e la cui lista nella precedente legislatura si chiamava Israel Beitenu (Israele, la nostra casa).
Stern:
Sono il presidente del comitato per il controllo dello stato (???). Prima mi occupavo di affari interni e di ambiente. Milito in un partito collocato a destra del parlamento, che si chiama “Israele la nostra casa”, che potrebbe essere assimilato alla vostra “Forza Italia”. Il mio partito rappresenta soprattutto gli immigrati provenienti dall’Europa dell’est, soprattutto dall’ex Unione Sovietica, ma non solo.
Io vengo da Mosca, sono immigrato nel 1981. In quel periodo non era facile emigrare, c’era una lista d’attesa lunghissima. Lavoravo come economista all’università di Mosca. Nel 1996 sono stato eletto deputato nella knesset. Il mio partito è estremamente critico nei confronti della politica di Sharon. Inizialmente facevamo parte della coalizione che lo ha eletto, ma ora lo abbiamo abbandonato. Non possiamo accettare il principio del dispiegamento da Gaza e dalla Cisgiordania, perché procurerà un aumento del terrore, ci renderà tutti più vulnerabili, sul fronte della sicurezza. Portare la pace attraverso queste concessioni provocherà soltanto altre guerre e conflitti, e terrore. Ci sono in corso diversi accordi politici, negoziati, discussioni, non è facile prevedere come andrà a finire. Un essere umano o una cultura deve cercare di avere a che fare anche con i diversi, ma dobbiamo anche capire che c’è una guerra e che stiamo combattendo. Il dialogo può iniziare solo dopo il riconoscimento della legittimità dell’altra parte e la delegittimazione della violenza e degli omicidi come strumenti per ottenere risultati politici. Viviamo in un posto che riveste un’importanza particolare per tutto il mondo, e dobbiamo puntare su questo. Se credete in Dio come me, capirete che la prova che questa terra è di Dio, viene dall’interesse che il mondo ha per questa terra e per i suoi problemi, in modo sproporzionato, se confrontiamo cosa accade in altre zone di conflitto nel mondo (non solo Asia e Africa, ma anche i Balcani, ad esempio). Quello che succede qui è un fatto relativamente piccolo, ma continua ad essere al centro dell’attenzione internazionale, a causa dell’importanza della regione, perché qui qualunque cosa assume una rilevanza religiosa. Non è possibile dire che questo conflitto è solo politico, per almeno una delle parti ci sono aspetti fondamentali di tipo religioso. E’ un conflitto tra il mondo islamico e il mondo civilizzato giudeo-cristiano, e può essere affrontato solo tramite una discussione del triangolo islamico- giudaico-cristiano. Come possiamo favorire la discussione a dispetto del conflitto? Io personalmente sono il fondatore del centro degli Alleati Cristiani, istituito nella knesset, che conta 12 membri di diversi partiti. L’obiettivo è di promuovere il rapporto tra Israele e il mondo cristiano. In fondo, ci basiamo sullo stesso Libro Sacro, e condividiamo gli stessi valori di fondo, come la fede. Possiamo quindi definire il conflitto nello stesso modo e, insieme, riuscire a scardinare il punto di vista di chi si fa saltare in aria, ammazzando tutti quelli che gli stanno intorno, solo perché avrà una ricompensa nel proprio paradiso religioso.
Noi condividiamo la stessa posizione, e possiamo cercare insieme degli alleati ed amici nel mondo cristiano, che condivide i nostri valori e ideali, che vedono la centro della vita l’essere umano.
La nostra posizione parte dal diritto del popolo ebraico su questa terra e su Gerusalemme.
Se questo diritto viene rifiutato, è impossibile discutere. Solo se diamo per scontato questo principio, si può fare una discussione pratica e realistica su come risolvere il conflitto e fare di Gerusalemme il centro spirituale del mondo, dove la gente può ascoltare la presenza di Dio.
So che anche molte persone del mondo cattolico hanno la mia stessa visione, lo stesso Vaticano riconosce l’importanza delle radici ebraiche del cristianesimo. Anche molti protestanti condividono questi principi e speriamo che anche grazie al loro aiuto si possa costruire il dialogo e una forte partnership per disegnare il futuro del mio paese, che significa anche il futuro del mondo civilizzato. Anche l’Islam è monoteistico e riconosce testi ebraici e cristiani, ma è  differente.
Non accetta gli stessi ideali, e questo crea molte diffidenze. Ci sono molti islamici seriamente impegnati sul fronte della pace e non della guerra santa, ma molti altri no. Credo che l’unico criterio per verificare la loro sincerità di intenzioni, quando parlano di pace, sia chiedere se riconoscono la speciale connessione che esiste tra il popolo ebraico e questa terra santa, compresa Gerusalemme. Questa è l’unica prova per verificare la possibilità di comprensione reciproca, anche su temi completamente diversi.
Nota finale:
Nello stesso giorno, lo Shinui ha deciso di approvare il budget. La mozione di richiesta del referendum non è passata, ha ottenuto solo 30 voti. Quindi Sharon ha vinto su entrambi i fronti.

Nota finale di augusta: purtroppo sempre più spesso capita di trovare notizie relative al “sionismo cristiano”, cui ritengo facesse riferimento Mr. Stern. Penso chenon solo le organizzazioni politicamente responsabili e attente alle problematiche internazionali, ma  i gruppi di amicizia ebraico-cristiana, intereligiosi, ecumenici … non dovrebbero ignorare questa deriva  

 

 

 

 

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categoria:israele palestina, viaggioconfronti05
venerdì, 20 maggio 2005

Per chi trovasse confuso questo sovrapporsi di argomenti diversi e di tempi diversi, suggerisco una lettura tematica evidenziando, a sinistra, la categoria di riferimento (nel caso specifico Viaggio confronti 2005)

 

 

Visita del 28 marzo: Scuola bilingue, è il nome ufficiale di una scuola alla periferia di Jerusalem, fondata nel 1967 e sostenuta da un’associazione che si chiama “mano nella mano”. (www.handinhandK12.org)
La frequentano ebrei israeliani e arabi israeliani nella proporzione del 50%. La proporzione tiene conto, oltre che del bilanciamento per etnie, anche di quello per sesso.
In Israele ci sono altre due scuole di questo tipo: una in Galilea e un’altra che serve due villaggi dell’interno. C’è molta richiesta di iscrizioni ed è aperta una lista d’attesa.
Le spese di gestione sono molto alte: infatti occorre provvedere ad un doppio corpo insegnante, cui vengono anche assicurati corsi di arabo; il sistema è duplice anche per l’insegnamento della matematica e pesa anche l’acquisto di particolari materiali didattici, finalizzati all’educazione alla pace. La scuola infatti si propone come obiettivo quello di costruire un ponte fra prospettive culturali diverse.
Certamente gli educatori devono occuparsi anche degli aspetti contingenti che purtroppo la situazione impone: dopo un attentato vicino alla scuola, ad esempio, si sono posti anche il problema dell’elaborazione della paura.
Abbiamo avuto l’opportunità di sentire vari genitori che hanno assicurato la loro presenza alla scuola per riceverci e si sono “etnicamente” alternati per parlarci e risponderci.
Potrei facilmente sintetizzare i punti salienti di quanto ci hanno detto, ma preferisco riportare i miei appunti che registrano alcune delle singole “fonti”.
Motivazioni dei genitori nell’iscrivere i figli alla scuola bilingue:

à- Genitore ebreo-israeliano:
A suo parere, soprattutto all’inizio dell’esperienza, le motivazioni erano diverse fra i due gruppi: gli ebrei erano mossi soprattutto da ragioni ideologiche, gli arabi interessati soprattutto a giovarsi di uno standard educativo alto e ad acquisire una buona conoscenza dell’ebraico tale da consentire ai loro figli una positiva frequenza delle università israeliane.
Purtroppo negli ultimi anni i problemi socioeconomici hanno abbassato il livello del sistema educativo della scuola, ma gli obiettivi pedagogici e culturali hanno finito per unificarsi.

-         Genitore arabo- israeliano:
Afferma che per la sua generazione la prima opportunità di conoscere altri che non fossero arabi è giunta tardi, per lui a 18 anni. La segregazione, afferma, continua: l’85% dei palestinesi, pur se vivono da cittadini israeliani nel territorio israeliano, abitano in villaggi di fatto segregati da Israele. Per lui è fondamentale che, avendone l’opportunità, i suoi figli si aprano al mondo e conoscano differenti nazionalità e religioni.
Inoltre apprezza il metodo non tradizionale che la scuola ha scelto, basato sull’esperienza piuttosto che sull’insegnamento frontale.

-         Considerazione comune:
All’inizio molti erano preoccupati dal problema dell’identità etnica e religiosa, ma si sono accorti che proprio il confronto la rafforza, rendendo ragazzi e ragazze fermi nella coscienza di sé e nello stesso tempo aperti all’altro.

-         - Genitore ebreo-israeliano:
Racconta di essere nato in Polonia e di essere arrivato in Israele nel 1956 a due anni, con i suoi genitori che avevano vissuto l’intera seconda guerra mondiale a Varsavia, ma non nel ghetto; si erano salvati per aver assunto un’identità cristiana e aver ottenuto documenti che la confermavano. Ha conosciuto sua moglie (ebrea, proveniente dal Marocco) durante il sevizio militare. Ha iscritto suo figlio alla scuola bilingue nel 2000. Prima di vivere l’esperienza della scuola non aveva conosciuto “l’altra parte” che, nell’immaginario di molti, rappresenta “il nemico”.
Un mese dopo l’inizio del primo anno scolastico del suo bambino è scoppiata la seconda intifada. Naturalmente questo ha posto dei problemi, ma la decisione definitiva è stata quella di continuare.
Si chiede con preoccupazione se l’esperienza della scuola non sarà interrotta.
Gli ostacoli – e non solo finanziari- ci sono ma la partecipazione collettiva aiuta a superarli. Un momento difficile ogni anno è il giorno dell’indipendenza, festa per gli Israeliani che si rovescia in catastrofe (nakba) per i Palestinesi. Ma anche questo ostacolo è stato affrontato.

-         Intervengono i bambini.
Una di loro, dopo aver affermato che a scuola si sente sicura (l’osservazione è espressa in una forma particolarmente densa di significato “qui posso dire buongiorno a tutti”) racconta che il giorno dell’indipendenza (che è anche il giorno del suo compleanno) si sente felice per la sua gente e triste per i suoi amiche che “meritano il loro stato”.
Un bambino precocemente salomonico aggiunge che il quel giorno non sa quali sentimenti debbano prevalere e perciò partecipa alle celebrazioni di entrambe le parti.
Un bambino arabo dice che la vicenda della nakba gli è stata narrata dalla nonna e che quel racconto è molto diverso da ciò che ha imparato a scuola: ritiene che né la nonna né la scuola abbiano pienamente ragione, comunque non capisce l’odio e a scuola sta bene perché si sente in pace.
Una bambina conferma che a scuola si sente capita dai suoi compagni e non avverte la sua “differenza” come un limite.
Abbiamo chiesto ai bambini se la frequenza a questa particolare scuola li isola dai loro amichetti che vivono altre esperienze educative. Dicono di no, affermano di suscitare più interesse che critiche.


Mi spiace di non aver potuto riportare le risposte dei bambini e delle bambine con il loro linguaggio, certamente più efficace di ogni relazione, ma il fatto che le voci provenissero dai punti più diversi del salone me ne ha reso impossibile la registrazione e devo accontentarmi degli appunti
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sabato, 14 maggio 2005

Per chi trovasse confuso questo sovrapporsi di argomenti diversi e di tempi diversi, suggerisco una lettura tematica evidenziando, a sinistra, la categoria di riferimento (nel caso specifico Viaggio confronti 2005)

 

 

 

 

Per questo diario ho il conforto della trascrizione della registrazione del relativo incontro. Me l’ha inviata una delle partecipanti al viaggio di Confronti, Emanuela Savelli, che sta pazientemente sbobinando tutti i materiali.

 

 

 

 


Il 27 marzo a Jerusalem incontriamo due rappresentanti di Parent’s Circle (associazione di cui ho parlato anche nel mio “vecchio diario” - http://www.theparentscircle.org); si chiamano Rami (israeliano) e Adel (arabo israeliano).
Rami, che vive a Jerusalem con la moglie e numerosi figli, inizia raccontando la sua storia.
Durante la seconda intifada perse una figlia di 14 anni in un attentato di fronte a una discoteca.
Trascorsi i tradizionali nove giorni di lutto, quando la casa è affollata di visitatori, si è trovò solo con la sua famiglia, privo di qualsiasi motivazione per continuare a vivere.
Un giorno fu avvicinato da una donna di Parent’s Circle che gli parlò dell’associazione.
Fu molto chiara: nessuno avrebbe potuto ridargli sua figlia, nulla avrebbe potuto lenire il suo dolore, ma avrebbe potuto continuare a sentirsi utile per una causa giusta: quella della pace. Al primo incontro dell’associazione, cui partecipò senza troppa convinzione, lui, figlio di un sopravvissuto della Shoà, vide fra i partecipanti un sopravvissuto, lui stesso colpito da un analogo lutto.
Nel nominare la Shoà Rami precisa (e mi sembra una considerazione altamente significativa proprio in questo contesto) “quando tutto il mondo è stato a guardare”.
Adel, arabo-israeliano, è medico e lavora in un ospedale di Jerusalem (ha studiato in Italia e parla ancora un ottimo italiano). Ha sempre dedicato il suo tempo, la sua competenza e le sue energie a guarire le persone, senza considerare a quale etnia o religione appartenessero. Si è impegnato a soccorrere feriti gravissimi, in condizioni disperate, a causa del conflitto. Un giorno in ospedale arrivò suo padre che non gli fu possibile salvare: era stato ferito a morte da un colono israeliano, che aveva sparato all’impazzata vicino alla sua automobile, sentendosi minacciato.
Nonostante la polizia avesse archiviato immediatamente il caso, tramite indagini personali Adel riuscì ad identificare l’assassino, che fece due giorni di prigione e durante il processo fu scagionato.
Perse così ogni fiducia nella giustizia ufficiale, soprattutto considerando che non sarebbe successa la stessa cosa se a morire fosse stato un ebreo e l’assassino fosse stato un arabo. Anche lui, mentre meditava pensieri di vendetta, fu avvicinato da un rappresentante di Parents’ Circle, che lo inserì nel gruppo, convincendolo alla causa della pace.
Insieme ora Rami ed Adel collaborano ai diversi progetti dell’organizzazione.
Ci segnalano

 

 

 

 

-          gli incontri nelle scuole sia israeliane che palestinesi (in Israele e nei Territori). Sono già più di 1400. Il loro target privilegiato sono le classi dei ragazzi di 16/17 anni, prossimi al servizio militare (che, con l’eccezione di coloro che vengono esonerati per ragioni religiose, fanno tale servizio prima di frequentare l’università). Durante il servizio ragazzi e ragazze entreranno in contatto con una nuova realtà, conosceranno la società palestinese, gli scontri, i blocchi stradali e potranno capire e vedere ciò che riesce incomprensibile a chi non ne fa esperienza.
Interrogati sui loro rapporti con il movimento dei refuseniks Rami sorridendo precisa che i suoi sono molto stretti. Al movimento infatti appartengono due suoi figli di 26 e 28 anni, di cui dichiara di essere molto orgoglioso;

 

 

 

 

-          i campi estivi con ragazzi più giovani, israeliani e palestinesi.
Sono iniziati due anni fa a Neve Shalom - Wahat as-Salam (Oasi di pace, di cui ho più volte scritto nel mio vecchio diario) con 20 ragazzi palestinesi e 20 esraeliani. Per cinque-sei giorni questi ragazzi hanno avuto l'opportunità di vivere insieme, di conoscersi. L’esperienza si è ripetuta anche nel 2004, con un numero doppio, 40 e 40. Vorrebbero farne un progetto continuativo nella loro attività;

 

 

 

 

-           il dono incrociato del sangue. E’ esperienza che risale a due anni fa quando un gruppo di palestinesi andò a donare il sangue in un centro medico della Croce Rossa israeliana mentre, nello stesso giorno, alcuni israeliani, compreso Rami, andavano a Ramallah a donare il sangue in un ospedale palestinese. E’ evidente che il significato del dono è simbolico: il sangue è dello stesso colore, uguale per tutti –precisa Adel – ma l’iniziativa è un modo per dire basta alla perdita di sangue, è più efficace donare il sangue invece che versarlo per terra;

 

 

 

 

-          la linea telefonica che collega israeliani e palestinesi dei Territori. Aperta nell’ottobre del 2002, ha avuto finora mezzo milione di chiamate. Un milione di persone quindi hanno parlato fra loro, superando la difficoltà enorme a spostarsi fra lo stato di Israele e i Territori.
Lotti, una giovane collaboratrice di Parent’s Circle che si occupa in particolare dei permessi che consentono lo spostamento non solo dei Palestinesi ma anche degli Israeliani che si recano nei Territori (i nostri interlocutori chiamano Lotti “la regina dei permessi”), ci parla delle difficoltà non solo ad ottenerli (e sono essenziali, ad esempio, per le iniziative che prevedono incontri) ma anche a farne uso: spesso infatti vengono revocati dopo essere stati concessi, in un regime di assoluta arbitrarietà e confusione.
Il problema è significativo anche su un piano quantitativo: circa l’80% dei membri di Parent’s Circle vive nei territori occupati. Ci citano Nablus, Ramallah, Bethlehem, Hebron     dove è in corso un lavoro enorme e molto significativo.

 

 

 

 

Interrogati in merito alla significatività della loro esperienza a livello politico segnalano che il fatto della perdita o del martirio è considerato in modo sacro da entrambe le società. Quando qualcuno ha perso qualche stretto familiare nel conflitto è ben considerato sia in Israele che nei Territori: ha pagato un prezzo molto alto ed è perciò degno di grande rispetto. I membri di Parent’s Cicle godono, anche per la loro attività associativa, della stima dei vicini e degli amici pur se c’è chi dice che sono come un ragazzino che cerca di prendere l'acqua dall'oceano con un cucchiaino. I gruppi politici che non condividono la scelta nonviolenta li temono invece come movimento che potrebbe avere un’influenza su entrambe le società proprio per l’alta considerazione di cui godono i componenti.
I nostri interlocutori ci riferiscono che gli incontri con il governo Sharon sono stati meno numerosi di quelli con l’autorità palestinese. La ragione –secondo Rami- risiede nella differenza basilare tra chi occupa e chi è occupato. Inoltre, l'attuale leadership israeliana non è affatto interessata a dimostrare che dall'altra parte c'è qualcuno interessato alla pace; sarebbe una palese contraddizione con il mito fondamentale su cui si è basata la politica israeliana degli ultimi quattro anni: l’inesistenza dall'altra parte di un interlocutore valido.
Ma se l'occupazione consente tutto ciò bisogna anche considerare che mette in pericolo la stessa esistenza di Israele, molto più di ogni altra cosa. “Dobbiamo fermarla per sopravvivere” dice ancora Rami.
Alla fine viene “evocato” Zacharia Zubeidi, uno dei nostri interlocutori di Jenin (di cui ha scritto Filippo, integrando con il suo commento il mio diario del 14 aprile)
Mi piace riassumere, a questo proposito, le considerazioni di Adel:
Ci sono dei luoghi comuni che vengono trasmessi all'estero, quando si riprende un campo profughi, ad esempio, c’è sempre l’immagine di qualcuno armato. Da Jenin da quattro anni vengono sempre trasmesse immagini di Zacharia Zubeidi. Parent’s Circle ha ottimi contatti con i responsabili di quel campo, e può affermare che questa immagine di Jenin, sempre correlata alle armi, non è esatta. Continua Adel: “Fanno parte di Parent’s Circle anche persone di Jenin e di altri campi profughi. Abbiamo contatti, ad esempio, con il campo profughi di Dheisheh, a Bethlehem. Certamente Zacharia è famoso, e quando il campo di Jenin è stato raso al suolo si è stretto intorno a lui un gruppo di gente armata; erano tutte persone che avevano perso uno o più familiari. Anche per questo quel campo viene sempre associato alle immagini di ragazzi armati. C’è anche un film che parla di questa esperienza”.
Tempo fa alcuni componenti di Parent’s Circle, mentre organizzavano un campo estivo con palestinesi e israeliani, chiesero a Zacharia se apprezzava la loro iniziativa e lui rispose di no, a suo parere non valeva la pena di perdere tempo con queste cose. Riferì che lui stesso, molto tempo fa, aveva cercato di organizzare momenti e occasioni di incontro tramite un teatro palestinese-israeliano che poi gli israeliani rasero al suolo. Allora era un attivista della pace, ma gli israeliani lo hanno deluso moltissimo, come hanno deluso tanti altri palestinesi, trasformati da attivisti pacifisti in militanti armati
Per questo – concludono Rami e Adel – “il nostro compito è ridare a questa gente la fiducia. Gli israeliani devono ridare fiducia ai palestinesi, questo è il nostro lavoro”.


 

 

 

 

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martedì, 03 maggio 2005

Continuo con il diario del viaggio di Confronti.

Per chi trovasse confuso questo sovrapporsi di argomenti diversi e di tempi diversi, suggerisco una lettura tematica evidenziando, a sinistra, la categoria di riferimento (nel caso specifico Viaggio confronti 2005).
In questo testo farò riferimento agli informali, ma autorevoli, accordi di Ginevra dell’1 dicembre 2003. Non posso evidentemente darne una mia esposizione. E’ possibile reperirne il testo attivando un motore di ricerca. Posso suggerire il sito <
www.paceinmedioriente.it> che oltre al testo in lingua inglese, contiene numerosi commenti – in italiano – di cui cita la fonte).
Voglio anche precisare che i miei appunti –relativi al parere di Mossi Raz sugli accordi stessi- sono solo un piccolo contributo per conoscere un’opinione (condivisa o meno che sia, autorevole o almeno significativa) su questo aspetto della situazione israelo-palestinese.
Faccio questa precisazione poiché ricevo dall’Italia molte comunicazioni caratterizzate da assolute ed univoche certezze sulla situazione che, per il fatto di stare nei Territori e di voler guardare e ascoltare, non posso condividere nella loro assenza di dubbi.              augusta 

Il 27 marzo, nei pressi di Tel Aviv, visitiamo il centro Givat Haviva, di cui è responsabile Mossi Raz, ex membro della Knesset per il partito Meretz.
Givat Haviva a prima vista potrebbe sembrare un kibbuz (vediamo parecchi edifici in un grande parco) ma tale non è. E’ un istituto che appartiene al movimento dei kibbuz dove vengono persone da tutto il mondo per “conoscere l’altro Israele”.
L’attività dell’istituto, suddivisa in vari dipartimenti (attività artistiche, ricerche storiche, iniziativa per dare più potere alle donne …), si fa carico anche della gestione di una radio israelo-palestinese. La radio (“la prova che israeliani e palestinesi possono collaborare 24 ore al giorno”, dice Mossi Raz) ha decine di migliaia di ascoltatori e sarà finanziata dalla UE fino alla fine del prossimo luglio.

Il dipartimento arabo israeliano per la pace – che in 45 anni di vita ha incontrato mediamente 25.000 ragazzi l’anno- promuove attività diverse per offrire ai ragazzi israeliani e palestinesi-arabo-israeliani opportunità di lavoro comune in numerosi progetti.
Il progetto “con altri occhi”, ad esempio, prevede che studenti israeliani fotografino case arabe e viceversa. Potrà sembrare strano ma, spiega il nostro interlocutore, il problema di fondo nelle relazioni fra i due popoli non è quello della violenza (di cui si segnalano casi rari), ma della separazione, dovuta a ragioni storiche. Le società arabe e israeliane preferiscono vivere nelle rispettive città, quindi non si conoscono anche se stanno vicino.
Quando si incontrano, si rendono conto che le somiglianze superano le diversità.
Un’ampia ricerca dimostra che questo percorso formativo rende i partecipanti più liberi e tolleranti. Un uomo d’affari israeliano sta sostenendo l’iniziativa, ma non basta.

In altro dipartimento si insegna l’arabo agli israeliani. L’arabo, anche se lingua ufficiale, è poco parlato nella società israeliana e, dopo la seconda intifada, l’interesse degli israeliani per questa lingua (che pure è lingua ufficiale) è diminuito.

A Givat Haviva non si dimenticano i giovani dei Territori Occupati anche se, purtroppo, il 90% dei progetti riguarda Israele non i Territori, data la difficoltà dei contatti (“le decisioni dei leader – ci viene fatto osservare- sono più importanti dei processi educativi”).
Mentre nello stato di Israele si è trovato nelle scuole un luogo utile di contatto organizzato con i giovani, per i Territori l’intervento avviene tramite i media. Ci viene segnalata una pubblicazione bimestrale “Attraverso i confini” per studenti israeliani, giordani e palestinesi.

I progetti che vogliono costruire una politica di pace, attraverso la cultura e l’educazione sono molti ma, nonostante questo, la società civile più consapevole e responsabile sembra minoritaria.
La specificità comunque del nostro incontro di Givat Haviva è la relazione sul progetto politico che vuol promuovere gli accordi di Ginevra. (1 dicembre 2003).

Mossi Raz ci fa notare che a Ginevra per la prima volta Israeliani e Palestinesi hanno raggiunto un accordo conclusivo e condiviso da due minoranze. E’ un accordo coraggioso che per la sua realizzazione richiede da entrambe le parti la capacità di mettere in atto difficili compromessi.
Dire realisticamente a 4 milioni e mezzo di palestinesi “rifugiati” che il loro ingresso in Israele è quanto meno improbabile e a qualche centinaio di migliaia di coloni che le loro abitazioni dovranno essere lasciate è certamente cosa dura.
Però non va trascurato il fatto che le scelte fatte dai firmatari del testo sono anche il frutto del loro percorso personale, segnato dagli ultimi avvenimenti. Ben pochi di loro, cinque anni fa, all’inizio della seconda intifada, avrebbero accettato i termini dell’accordo che li ha visti concordi a Ginevra.
Sembra che il 40% degli israeliani accettino l’accordo di Ginevra e persino la divisione di Gerusalemme. Forse le ultime decisioni di Sharon rispecchiano la sua comprensione del nuovo atteggiamento degli israeliani.
Nei primi anni della seconda intifada Sharon pensava di dover lottare contro la determinazione palestinese a portare in Israele quattro milioni di rifugiati. Ora la questione si è spostata sulla creazione di uno stato palestinese nei confini del 1967 (e su questo Israele ha trovato un interlocutore), mentre resta cruciale la questione degli insediamenti, alcuni dei quali Sharon si dice disponibile ad evacuare, anche se in precedenza aveva dichiarato che costruiva gli insediamenti per impedire ad un altro governo di firmare un accordo di pace.

Secondo Mossi Raz è necessario sostenere Sharon nel piano di evacuazione, senza dimenticare che sta costruendo altri insediamenti e confiscando terre. Perciò nel momento in cui va sostenuto è contemporaneamente necessario opporsi agli insediamenti (in particolare ai nuovi insediamenti in costruzione) e rifiutare l’atteggiamento antipalestinese.
Sollecitato in proposito, dichiara apertamente che la Main Road è una disgustosa apartheid.
Mossi Raz è chiaramente sionista (come il partito per cui è stato parlamentare) ed è favorevole al muro, ma non nel territorio palestinese. Il problema del muro –dice- è il tracciato, il 7% del territorio palestinese si trova fra il confine con Israele e il muro ed egli si dichiara contrario alla conquista del territorio altrui. E’ consapevole che Ginevra – che considera soluzione definitiva- non è il punto finale di un processo che però è iniziato e per cui non possono essere ignorate le responsabilità internazionali, in particolare del “quartetto” Usa, Eu, Russia ONU, e il significato importante dei movimenti per la pace, ovunque si manifestino.


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categoria:viaggioconfronti05, culturapace
sabato, 23 aprile 2005

Sembra che uscire da Jenin sia difficile, almeno nel racconto; ma non  posso permettermi di essere sbrigativa perché una visita a quella città non è cosa né semplice, né consueta.
Passo perciò agli incontri politici.

La prima visita è al Presidente della regione. Il saluto è molto formale con qualche pretesa di solennità, che contrasta con la povertà degli ambienti (“crediamo nella pace perché il profeta della pace e della benevolenza fa parte della nostra storia …crediamo nel processo di pace… vogliamo la pace per tutti i bambini del mondo”).
Quando parla di pace il governatore prende nettamente le distanze dal muro come strumento idoneo a garantirla (tanto più che non è stato costruito su territorio israeliano, ma palestinese: il riferimento è sempre ai confini del 1967) e, richiesto di una valutazione dell’evacuazione dei coloni da Gaza, dice che può avere un significato positivo all’interno della road map, mentre, se servirà solo a raggruppare un maggior numero di coloni in Cisgiordania, non avrà alcun senso anzi potrà contribuire a far esplodere la situazione. Precisa anche che il ritiro da Gaza dovrebbe essere contestuale all’evacuazione di quattro insediamenti che si trovano nella regione di Jenin, ritiro che dovrebbe avvenire ad agosto, ma in merito al quale, non è ancora stato attivato alcun coordinamento con la regione.
Ci vengono ancora proposti i dati che, nel loro ripetersi, angosciano.
Jenin sopravvive perché funziona la solidarietà familiare e arrivano aiuti internazionali, il 65% degli abitanti di Jenin vive al di sotto della soglia di povertà, la costruzione del muro ha tagliato i posti di lavoro in Israele e ha portato la disoccupazione al 60%.
Alcuni dati essenziali del bilancio della regione confermano la situazione: la regione spende 100.000 $ mensili per i sussidi ai disoccupati e 10.000 $ per le spese proprie (parco macchine, elettricità ecc. ecc.), mentre gli stipendi degli impiegati sono a carico dell’apposito ministero dell’Autorità Palestinese
Anche il sindaco (che incontriamo poco dopo) non mancherà di ricordarci i medesimi dati e si farà cura anche di sottolineare l’antica storia della città che permette di identificare Jenin come città di frontiera a nord della Palestina nota, anche nell’antichità, per i suoi giardini e la ricchezza di acque. Oggi l’acqua è controllata da Israele.
Dell’antica Jenin (città le cui tracce risalgono a 4.000 anni fa) ci aveva detto anche il governatore, ricordando la fortezza cananea e le consistenti tracce della presenza bizantina; purtroppo (e per me questo non è il primo riscontro) ai palestinesi non è possibile condurre campagne di scavi archeologici e i “furti archeologici” da parte di Israele (così li definisce il governatore) sono considerevoli. Il primo furto è il mancato accesso degli studiosi palestinesi alle mappe archeologiche e alla documentazione storica i cui documenti appartengono ad archivi non accessibili. Se pensiamo ai furti archeologici in Iraq dobbiamo dire che il comportamento della potenza occupane è, per questo aspetto, decisamente occidentale.
Comunque l’importanza della città sotto il profilo archeologico è stata rilevata anche da esperti
internazionali che hanno riconosciuto la necessità di fondare una locale scuola di archeologia.
Il governatore, o presidente della regione, è capo delle forze di sicurezza e rappresenta, nel territorio di sua competenza, il capo dello stato, la sua prima responsabilità é la sicurezza dei cittadini.
Il sindaco ci dirà anche che il coordinamento fra le istituzioni è buono e che il modello è stato creato con l’aiuto del governo olandese Personalmente ritengo importante segnalare questa intelligente forma di cooperazione internazionale.

La visita a Jenin si conclude con un incontro particolarmente emozionante: quello dei ragazzi che hanno partecipato al campo estivo a Poppi (Arezzo), curato dalla Chiesa Avventista e in novembre a Roma. Si rivolgono con affetto e rimpianto a Domenico e a Lucia (Confronti ha fortemente voluto queste esperienze), che si sono fatti carico del loro soggiorno e del loro arrivo in Italia (mentre i nostri trasferimenti dagli aeroporti europei durano qualche ora, quelli dei Palestinesi richiedono tre o quattro giorni; l’aeroporto di Tel Aviv è loro interdetto, devono scegliere la via di Amman e le autorità giordane non ne facilitano il passaggio); ricordano i loro amici israeliani (in Italia hanno conosciuto –dopo una iniziale, grande difficoltà) la possibilità di vivere insieme al “nemico” fino a soffrire per la frattura che la tragica contingenza politica impone.
Non mi soffermo su questo aspetto perché è problema che ho trattato più volte e diffusamente anche nel mio precedente diario elettronico (si veda, a titolo di esempio, in <betlemme.splinder.com>, accessibile anche dal link “vecchio diario”, il testo del 21 novembre 2004).

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martedì, 19 aprile 2005

19 aprile

Mi riaggancio al mio diario del 14 aprile per continuare la relazione del viaggio di Confronti, in questa specie di percorso ad ostacoli che spero non sia troppo confuso.

Torno quindi a Jenin, il 26 marzo.
La prima visita è all’Ufficio dell’YMCA (Young Men Christian Association, una delle prime organizzazioni ad ispirazione ecumenica; la sua fondazione risale alla fine del XIX sec.; poco dopo le si è accompagnata la parte femminile –Y WCA. E’ molto attiva da queste parti e, a quanto ne so, anche nel nord Europa. Via internet, con un qualsiasi motore di ricerca, si possono trovare informazioni).
L’iniziativa di Jenin ci viene presentata da Mostafà, lo psicologo che lavora a Nazareth, ha studiato a Perugia (e quindi parla un ottimo, riposante italiano) che ci accompagna nella prima parte del viaggio. L’ufficio di Jenin si occupa di assistenza disabili: sono molti, anche, ma non solo, come conseguenza del conflitto. L’iniziativa non è rozzamente “benefica”, ma intesa a curarne anche la formazione professionale e riceve la collaborazione dell’Unicef, dell’ONG Movimondo e, per quel che riguarda la conduzione dell’ospedale, di Emergency.
Il direttore è un palestinese di Bet Sahur che ci assicura non esistere alcun discrimine religioso nei loro interventi. Il suo compito specifico è quello di supervisore psicosociale il che gli consente di esprimere una fondata e documentata preoccupazione per gli effetti a lungo termine (e questi imprevedibili) dell’occupazione che continua implacabilmente.
I 20.000 abitanti di Jenin, che un tempo andavano a lavorare in Israele, sono disoccupati (a quanto ne so e ho visto anche in viaggi precedenti vengono sostituiti da immigrati da paesi dell’estremo oriente le cui condizioni di lavoro e di vita sono estremamente dure: Italia docet!?). Grave ovunque, nel campo profughi la disoccupazione raggiungerebbe l’85%.
Non sono in grado di dire se si riferisca solo agli uomini in età lavorativa o anche alle donne.
Il muro che circonda Jenin e serpeggia nel suo territorio (la costruzione ha “consentito” la confisca di molti terreni, un problema che viene segnalato ovunque) ha inquinato la vita in 13 villaggi (la città di Jenin conta circa 40.000/50.000 abitanti e la regione 200.000)
L’iniziativa dell’YMCA ci viene presentata da Salam, una assistente sociale del luogo che si occupa di disabili motori e psichici e segnala un forte aumento di lavoro dopo lo scoppio della seconda intifada. In Palestina la media dei disabili (non faccio in tempo a chiedere se si riferisca solo a quelli fisici o anche psichici) è del 4%, a Jenin –come noto uno dei luoghi più tragici- sale al 10%. Salam ci fa notare l’importanza della presenza delle donne che, nel lavoro di intervento sociale, sono facilitate per il contatto con le famiglie. Il compito di chi svolge attività nel sociale non è facile: gli operatori infatti sono essi stessi vittime del’occupazione.
Il primo dei suoi progetti è relativo, così dice, alla modifica ambientale; noi lo chiameremmo abbattimento delle barriere architettoniche; il secondo si occupa della ricerca di posti di lavoro compatibili con le condizioni dei disabili.
I casi singolarmente seguiti nell’anno in corso –da Salam e dal suo piccolo staff (4 persone, che tengono anche il contatto con i medici dell’ospedale)- sono 52, cui va aggiunto il lavoro con i gruppi di famiglie. L’attenzione specifica ai bambini si manifesta infatti attraverso l’intervento sulle famiglie e solo in età più avanzata sui singoli individui, che entrano nel progetto fino a 40 anni.

Dopo l’incontro con gli operatori dell’YMCA passiamo al campo profughi, dove incontriamo il locale Comitato popolare, che si descrive come simile ad un comune, la cui attività è suddivisa in comitati.
C’è il comitato prigionieri, il comitato “martiri” (si occupa delle vedove e degli orfani dei martiri, per cui il flusso delle adozioni a distanza si è bloccato perché ritenuti “figli di terroristi), il comitato sanità. C’é un comitato che si occupa di bambini la cui condizione psicologica si manifesta attraverso problemi comportamentali gravi e violenti che interessano anche gli adolescenti. E infine si segnala la presenza di un centro donne
Per i bambini c’è un sovraffollato servizio scolastico (gestito dall’UNRWA).
Certamente non è possibile aiutare i bambini (e qualunque essere umano di qualsiasi età) mentre nel campo profughi ci sono ancora invasioni notturne dell’IDF con spari e uso di bombe e nelle case vengono fatte irruzioni con cani addestrati.
Lo scorso anno, in una mia visita alla sede della mezzaluna rossa di Bethlehem (la locale croce rossa), mi era stato segnalato l’uso di cani per la perquisizione di ambulanze anche in corso di trasporto malati.
La stanza in cui il Comitato ci riceve è tappezzata da manifesti con le foto di “martiri” (156 in totale, le foto – evidentemente in numero minore- sono degli ultimi mesi). L’identificazione dei morti nel corso dell’intifada e della battaglia di Jenin si snoda in un coacervo di nomi: martyrs, freedom fighters, kamikaze, terroristi … già l’uso della terminologia costituisce “ermeneutica”.
I rappresentanti del Comitato dichiarano subito di apprezzare il popolo italiano, ma non il suo governo, e ci chiedono di portare in Italia immagini obiettive di ciò che ci è dato vedere, insieme al messaggio della loro sofferenza. Ci ricordano che la battaglia di Jenin (aprile 2002- ne ho già citato la conseguenza più nota: la locale ground zero nel mio diario del 14 aprile, integrato dal gradito commento di Filippo) ha prodotto 58 martiri, 50 disabili (ritengo si riferiscano esclusivamente ai disabili fisici). I feriti sarebbero 1.300 e 470 le case distrutte.
Ci sono stati prigionieri, ancora nelle carceri di Israele. Ce ne ricordano la cifra complessiva: 6.000, di cui alcuni in carcere ancora dalla prima intifada (1986).
Mi meraviglia che non segnalino la presenza in carcere di minori (apprenderemo che sono circa 300, trattati in modo del tutto difforme dalle norme di diritto umanitario e dalla convenzione di New York sui diritti dei minori).
Chiediamo una valutazione del processo politico in atto: ci viene risposto che per ora sembra riguardare solo i mezzi di informazione, perché non è dato vedere nulla di concreto (e penso che a questo aspetto “propagandistico” sia dovuta anche la nostra facile entrata in Jenin)
Dichiarano fiducia in Abu Mazen ma hanno bisogno che le potenze internazionali premano su Israele (che definiscono stato nazista).
Dichiarano di aver dato molto di sé e del proprio territorio (il riferimento è evidentemente alle conquiste del 1967, mai riconosciute dall’ONU) per la pace e Israele, a loro parere, ha risposto con gli arresti e il muro. Dicono di essere certi che il muro sarà distrutto da Palestinesi e Israeliani insieme. Vogliono la pace ma gli Israeliani (anche la sinistra israeliana li ha profondamente delusi) dovrebbero cominciare “spegnendo le luci degli insediamenti”.

Voglio precisare (spero sia inutile … ma non si sa mai..) che quello che scrivo, a meno che non lo dica, non è mio giudizio ma semplicemente registrazione di ciò che ho ascoltato.
Conosco bene l’abitudine, almeno della maggioranza dell’opinione pubblica italiana, a negare ogni validità a queste voci, che pure ci sono. Certamente il primo danno alla pace è il pregiudizio e l’ascolto molto selettivo, giocato esclusivamente dall’una o dall’altra delle parti in causa.

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giovedì, 14 aprile 2005

Riprendo il mio diario del Viaggio di Confronti.
E’ il 26 marzo ed entriamo a Jenin. La visita è prevista e l’ingresso risulta straordinariamente facile, anche se lo spettacolo dei carri armati prima del check point non è rasserenante. Mi chiedo perché siamo così facilitati: evidentemente i soldati al check point hanno ricevuto ordini in proposito che non esistono (e l’ho constatato andandomene sola de Bethlehem a Jerusalem) quando non ci sono problemi di immagine da salvare. Un gruppo è un gruppo ….
Spero che i miei compagni di viaggio mi credano quando dico che questa non è la norma: chi non conosce l’arbitraria, sconsiderata ferocia dei check point si perde un pezzo di Palestina.
P. insiste (e probabilmente ha ragione) nel dire che qualche cosa di nuovo ci dev’essere.
Nella visita precedente infatti, nonostante il gruppo disponesse di tutta la documentazione necessaria e possibile, è stato fermato da un ufficiale della riserva che assicurava non esserci possibilità alcuna di alcun ingresso finché, chiacchierando con P., non scopriva che P. non vota Berlusconi e, constatato un comune non gradimento, il gruppo passava.
Comunque sembra che il nostro autobus sia il primo a giungere a Jenin dopo molti mesi e costituiamo un piccolo evento.
Oltre agli incontri programmati ne affrontiamo anche uno inaspettato: in una strada della città, fra anonimi caseggiati giallini che –se ho ben capito (e se così non è qualcuno dei miei diligenti compagni di viaggio correggerà)- coprono la locale “ground zero” ci si materializza davanti Zacharias, “eroe” della resistenza armata della città. E’ il primo ricercato dalla polizia di Israele e ci racconta della sua scelta di lotta armata facendola discendere dalla distruzione della sua famiglia. La realtà della sofferenza -e la comprensione della sua rabbia- non possono vincere la mia sensazione di estraneità di fronte a un’immagine che mi sembra grottesca: tutto vestito di nero, con i capelli tenuti ritti dal gel, porta un fucilone spropositato. Ha partecipato anche a un film e si vede.
Dice di sentirsi sicuro nel campo e nella città.
Mi chiedo perché voglia imitare lo squallore militare … d’altra parte le scelte politiche palestinesi non sono state né promosse, né sostenute dalla comunità internazionale e nulla che richieda il coraggio della ragione e voglia diventare progetto vive da sé, nutrendosi di speranze devastate.
E invece qui di politica ci sarebbe tanto bisogno.
Me ne sono accorta (se mai ne avessi avuto bisogno) anche ieri – mercoledì 13 – quando è passato il corteo urlante degli studenti di Fateh che hanno vinto le elezioni universitarie.
(Sui giornali italiani di solito trovo la formula Al Fatah, ma qui i miei amici e vicini d’ufficio scrivono Fateh, comunque si tratta del
Palestinian National Liberation Movement).
Il loro atteggiamento era quello di chi crede ancora nella logica della vittoria e della sconfitta… credo ci vorrebbe ben altro.
Ci vorrebbero Gandhi o Nelson Mandela… ma non sono figure che abbondino e purtroppo, qui e altrove, bisognerà far politica con gli omini (e le donnine) grigi e arcigne che occupano il mercato, fra il gradimento -ohinoi!- diffuso.
Anch’io però ho la possibilità di notare un cambiamento. Nel 2003 (doveva essere novembre o dicembre e forse, se avessi la pazienza di sfogliare il mio vecchio diario, scoprirei anche la data) ero qui durante le elezioni universitarie (vinte dallo stesso gruppo tra l’altro allora caratterizzato, e temo siamo allo stesso punto, da una presenza solo maschile, pur se le studentesse sono molte).
Durante la notte giravano per la città sparando a salve: questa volta non li ho sentiti e, se le mie finestre non tengono meglio il rumore, è bene così.
Ricordo che allora mi chiesi se non ci fosse un’invasione israeliana. Ero a letto e la mia prima idea fu “adesso mi vesto”. Mi ritrovai a ridere da sola: forse che ci sono le buone maniere da invasione? E magari gli abiti adatti….
Conclusione di allora, prima di riaddormentarmi “Se Israeliani sono, sentirò presto le armi pesanti”. Non le sentii.

 

 

 

 

 

 

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